Gli architetti della post-verità: come Netanyahu e Trump stanno pianificando l’Apocalisse

Sahar Huneidi

15 marzo 2026 – Middle East Monitor

Per decenni la politica estera americana è stata costruita sulla base di un ibrido di realismo, interesse personale e idealismo. Oggi è stata ridefinita sul terreno allucinante di un’era della “post-verità” in cui Benjamin Netanyahu agisce come l’architetto principale. Presentando una guerra regionale contemporanea come la lotta biblica contro “Amalek”, Netanyahu ha allineato con successo la sua stessa sopravvivenza politica con i sogni deliranti dell’escatologia evangelica americana. È una strategia ad alto rischio che offre a Donald Trump esattamente quello che desidera ardentemente: un mondo in cui la strategia geopolitica è sostituita da un teatro transazionale del “bene contro il male” e in cui l’apparato dello Stato viene utilizzato come scudo personale contro la responsabilità dei fatti. Insieme non stanno solo combattendo una guerra, stanno invitando l’Apocalisse al tavolo dei negoziati.

La chiave per comprendere l’attuale situazione è riconoscere che questi elementi, la teologia evangelica della fine dei tempi, l’espansionismo sionista, la politica transazionale di Trump e il contesto della post-verità nell’informazione non sono solo fenomeni paralleli, ma sono simbiotici. Ognuno si nutre dell’altro, creando un circolo del caos che si autoalimenta e che rende normale la distopia.

E mentre i missili dominano le prime pagine, gli Epstein files sono il contesto di cui non si parla: un potenziale sottoprodotto di una dirigenza compromessa in tutto lo spettro politico. La loro pubblicazione completa e il loro potenziale ricattatorio sarebbero catastrofici, non solo per Trump ma per tutta una rete dell’élite che ha passato anni a garantire che la verità rimanesse nascosta. Questa guerra ora ha spinto fuori dalle prime pagine ogni vicenda scomoda e nel dimenticatoio ogni commissione parlamentare d’inchiesta.

 Incentivi narcisistici

Il bisogno di Trump di essere adorato è patologico: la sua visione del potere è assolutista. Tutto è un affare: soldi, lealtà, missili. Non vede la guerra come una tragedia umana, ma come uno stilare classifiche, una distrazione, come una cosa che alla fine fa in modo che la gente smetta di parlare di tutti gli scandali di cui al momento si sta occupando il suo gruppo di avvocati. Nel mondo binario di Trump ci sono solo vincitori e perdenti, ragazzi bravi o cattivi. Parla del Medio Oriente nello stesso modo in cui un bambino di quarta elementare descrive un video gioco: “Li abbiamo colpiti duramente,” dice, “sono tipi tosti, ma noi lo siamo di più”. Su una scala da 1 a 10 su come stava andando la guerra in Iran nelle prime 48 ore Trump ha affermato che era a 1 su 15. Il nono giorno ha detto che la guerra è “davvero finita, sostanzialmente,” aggiungendo: “Per molti versi abbiamo già vinto, ma non abbastanza.” Il 13 marzo POTUS [acronimo di President of The United States, Presidente degli Stati Uniti, ndt.] ha dichiarato che avrebbe posto fine alla guerra di USA e Israele contro l’Iran “quando lo sentirò io nelle ossa”.

Il vocabolario è semplice e la sintassi è stentata. Per anni i più importanti commentatori l’hanno liquidata come colorita retorica, ma non hanno colto il punto. I limiti linguistici di Trump non sono una bizzarria comunicativa ma lo specchio di una psicologia che ora sta modellando il destino del Medio Oriente, se non di tutto il mondo.

Per un uomo che misura il proprio valore in vittorie, la tentazione è irresistibile. Il 7 marzo ha già affermato che l’Iran di fatto “si è arreso” e che “è la prima volta che l’Iran abbia mai perso, in migliaia di anni, contro i vicini Paesi mediorientali.” Ma Trump non è l’architetto, bensì lo strumento di questo caos. Il piano venne stilato decenni fa a Gerusalemme da un uomo che capisce esattamente come sfruttare i bisogni narcisistici. Netanyahu, il padrone del gioco, ha passato quarant’anni ad attendere un presidente USA da poter finalmente influenzare per entrare in guerra con l’Iran.

Il padrone e il suo piano

Facendo un passo indietro si mette a fuoco un’altra figura. Nel 1982 un giornalista e diplomatico israeliano di nome Oded Yinon pubblicò un articolo su un giornale in ebraico chiamato Kivunim, delineando la strategia per Israele negli anni ‘80. La sicurezza e l’esistenza a lungo termine di Israele, sostenne, dipendono dallo spezzettamento del mondo arabo nelle sue componenti etniche e settarie: uno Stato maronita in Libano, uno Stato druso nel sud della Siria, un’entità curda nel nord, uno Stato alawita sulla costa, un rimasuglio sunnita in mezzo. Un mosaico di mini-Stati deboli e in conflitto tra loro, nessuno dei quali in grado di sfidare la supremazia regionale di Israele, ciò che in un simile mosaico “naturalizza” lo Stato ebraico.

Per decenni questa venne liquidata come una teoria cospirativa. Ma Benjamin Netanyahu, che entrò in politica nello stesso anno in cui il piano di Yinon venne pubblicato, ha passato la sua carriera a concretizzarlo. Si è sostenuto che il piano di Yinon fosse stato adottato e raffinato in un documento di politica del 1996 intitolato “Una rottura netta: una nuova strategia per assicurare il regno”, scritto da un gruppo di ricerca dell’Institute for Advanced Strategic and Political Studies [Istituto per gli Studi Strategici e Politici Avanzati] di Washington, guidato dal neoconservatore Richard Perle.

Guardate oggi la mappa: l’Iraq è stato frammentato tra entità sunnite, sciite e curde. La Siria si sta disgregando sotto i nostri occhi, con le forze israeliane che si sono radicate ben oltre le Alture del Golan, attualmente schierate a 21- 25 km da Damasco. Il Libano, il laboratorio originario di questa strategia, è uno Stato fallito consumato da una paralisi settaria. Il piano è sempre stato a portata di mano, in attesa del momento buono.

Un’accoppiata infernale

È fondamentale capire la dinamica tra i due uomini. Netanyahu non ha bisogno di Trump per capire il piano di Yinon. Ha bisogno di lui per metterlo in atto senza che guardi troppo da vicino i dettagli. E lo scambio è stato straordinariamente chiaro: Trump ha le “vittorie” che brama, in cambio la lobby di Netanyahu offre la forza politica e i soldi per la campagna elettorale che mantiene intatta la coalizione di Trump.

Quando nell’aprile 2025 Trump ha annunciato i negoziati sul nucleare con l’Iran, cogliendo di sorpresa Netanyahu durante una visita a Washington, sembrava un tradimento. Nel giro di qualche settimana ci sono stati comunque gli attacchi. La lezione è stata chiara: Trump avrebbe posato per le telecamere, ma Netanyahu avrebbe avuto quello che voleva. Il padrone conosce il suo strumento.

E quando recentemente Netanyahu ha svelato il suo “esagono di alleanze”, una fantasiosa coalizione che include Israele, India, Grecia, Cipro e due Stati arabi non citati, la stampa lo ha trattato come uno statista, mentre gli analisti lo hanno definito un “mondo di fantasia” e un “esercizio di immaginazione”. Nessun governo lo ha appoggiato. Poiché la Grecia e Cipro sono membri della Corte Penale Internazionale, che ha emanato un mandato di arresto per Netanyahu, sarebbero legalmente obbligati ad arrestarlo. Questo è il risultato finale: quando un leader impazzito si rifugia in alleanze fantasiose che esistono solo nei comunicati stampa è perché le vere alleanze stanno crollando. Piuttosto che formare alleanze con Israele, gli Stati a maggioranza sunnita come Turchia, Arabia Saudita ed Egitto si sono coordinati diplomaticamente contro l’aggressione israeliana e hanno preso le distanze dalla precedente tendenza alla normalizzazione [con Israele]. Tuttavia niente aveva preparato l’opinione pubblica alla vera bomba. In una conferenza stampa venerdì 13 marzo 2026 Netanyahu ha fatto una rara e molto discussa affermazione legando esplicitamente le attuali operazioni militari di Israele contro l’Iran a una profezia messianica.

La situazione ha preso una svolta surreale quando Netanyahu ha affermato ripetutamente: “Credo che tutti noi sappiamo che raggiungeremo il regno. Lo faremo per il ritorno del Messia, ma ciò non avverrà il prossimo giovedì.”

La nebbia

Niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza un quarto livello di questa catastrofe: il collasso completo di una realtà fattuale condivisa. Stiamo vivendo nel 1984 di Orwell, in cui il passato è costantemente riscritto e il presente è qualunque cosa dicano i titoli di prima pagina. I “fatti alternativi” di Trump, il suo stesso Ministry of Truth Social [la piattaforma informativa di Trump qui citata come il Ministero della Verità del libro di Orwell, ndt.] e l’enorme velocità del circolo informativo creano un vuoto di memoria. La vicenda di Epstein di ieri è sepolta dall’odierno attacco contro l’Iran. Le vittime civili di oggi sono sepolte dal summit diplomatico di domani. L’opinione pubblica non può stare al passo e verificare, e alla fine smette di provarci.

La nebbia consente a tutti e tre i gruppi di agire senza doverne rendere conto. Gli evangelici vedono miracoli. I sommi sacerdoti della strategia vedono materializzarsi il progetto. Il narcisista vede prime pagine vittoriose. E il resto del mondo vede caos e distoglie lo sguardo, incapace di distinguere i fatti dalla finzione, le profezie dalla politica, la strategia dalla follia.

La resa dei conti

Funzionerà? Netanyahu può riuscire a frammentare l’intera regione in staterelli settari, con un “Grande Israele” seduto saldamente al centro?

I dati suggeriscono il contrario. Gli attacchi contro l’Iran non hanno eliminato il suo programma nucleare, lo hanno portato sottoterra. La devastazione genocida a Gaza non ha prodotto sicurezza, ma una generazione di orfani che ricorderanno perfettamente chi ha ucciso i loro genitori. La continua aggressione su tutti i fronti non ha prodotto alleati, ma il contrario.

Il declino della popolarità di Trump e il suo bisogno costante di conferme sono debolezze, non punti di forza. Un presidente che lotta per la propria sopravvivenza politica è imprevedibile. Quando arriverà la resa dei conti, e succederà, gli storici ripercorreranno l’arco di tempo dalla telefonata di Netanyahu che ha lusingato lo sprovveduto ego di Trump fino al denaro dell’AIPAC [principale organizzazione della lobby filo-israeliana negli USA, ndt.] che inonderà le elezioni americane, alle pile di corpi a Gaza, a Beirut e in Iran. Chiederanno com’è stato possibile che la Nazione più forte al mondo abbia consentito che la sua politica militare ed estera fosse esternalizzata alle fantasie disturbate di un leader straniero.

Non stiamo assistendo alla realizzazione di un piano generale. Stiamo assistendo a un caso di studio psicologico, a un sogno teologico allucinato e a un progetto coloniale che entrano in collisione in tempo reale. L’architetto crede di poter controllare le forze che ha scatenato. Il narcisista crede che le vittorie siano sue. I profeti credono di stare assistendo alla fine dei giorni.

Noialtri siamo lasciati a raccogliere i pezzi, incerti se stiamo vivendo la storia o la sua fine. Se c’è un barlume di speranza in mezzo a tutta questa follia è che le fantasie di Netanyahu e Trump sono così confuse, così intrinsecamente contraddittorie, così ovviamente slegate dalla realtà che la gente si sta rifiutando di viverci dentro.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il sogno del Grande Israele sta diventando un incubo regionale

Antony Loewenstein

11 settembre 2025 Middle East Eye

Le manovre dei coloni, sostenute da Netanyahu, stanno trasformando l’ideologia espansionistica in strategia politica, minacciando il Libano, la Siria e oltre, mentre i regimi arabi rispondono con parole vuote

Alla fine del 2024 un piccolo gruppo di coloni israeliani radicali entrò velocemente in Libano e stabilì un avamposto. Il gruppo era guidato dal Movimento Uri Tzafon, un’associazione religiosa sionista che ha organizzato eventi per chiedere l’insediamento ebraico nel Libano meridionale.

Questa visione è condivisa dal movimento dei coloni Nachala. Un video sul loro sito web presenta lo spirito pionieristico degli ebrei che costruiscono, sviluppano e colonizzano la Cisgiordania. Sostenuto da Daniella Weiss, la madrina del progetto di colonizzazione sionista, Nachala sostiene anche l’insediamento ebraico a Gaza, in Libano e oltre.

“L’insediamento ebraico è l’unica cosa che porterà stabilità e sicurezza regionale allo Stato di Israele, insieme a un’economia stabile, resilienza nazionale e deterrenza”, dichiarava nel dicembre 2024 in un post su Facebook.

E continuava: “A Gaza, in Libano, su tutte le alture del Golan compreso l’altopiano siriano e su tutto il monte Hermon”.

Il post includeva una mappa biblica intitolata “Confini di Abramo”, che mostrava Israele, tutto il Libano e gran parte della Siria e dell’Iraq. Sul suo sito web, Nachala spiega che il suo obiettivo è “incoraggiare e aiutare il governo a realizzare il piano ufficiale del Primo Ministro [israeliano] Yitzhak Shamir, che ha gettato le basi per l’insediamento di 2 milioni di ebrei in Giudea e Samaria [Cisgiordania]”.

Probabilmente non ci sono abbastanza ebrei al mondo disposti a vivere nella Cisgiordania occupata, il che apre la possibilità a requisiti di ingresso più permissivi, forse consentendo l’ingresso anche a cristiani evangelici ed ebrei convertiti.

Deliri pericolosi

Se leggere questi deliri vi fa ridere dell’incredibile audacia di un’ideologia fondamentalista dedita alla pulizia etnica di palestinesi e arabi da vaste aree del Medio Oriente, non avete prestato abbastanza attenzione.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha recentemente dichiarato a un media israeliano di essere impegnato in una “missione storica e spirituale”. Alla domanda se sostenesse il progetto del “Grande Israele”, ha risposto: “Moltissimo”.

La risposta delle nazioni arabe è stata quasi immediata. Una coalizione di 31 Paesi arabi e islamici e la Lega Araba hanno rilasciato una dichiarazione in cui condannano le affermazioni di Netanyahu definendole “un grave disprezzo e una palese e pericolosa violazione delle norme del diritto internazionale e dei fondamenti di relazioni internazionali stabili”.

Si è trattato di una risposta incredibilmente debole a una politica che minaccia direttamente innumerevoli nazioni arabe. Eppure non sorprende, data la debole reazione dell’élite araba al genocidio israeliano a Gaza.

Gli Stati arabi hanno acquistato il 12% delle vendite di armi israeliane nel 2024. Nessuno dei partner arabi di Israele ha interrotto i rapporti dal 7 ottobre, preferendo rilasciare dichiarazioni sempre più bellicose piuttosto che intraprendere azioni concrete.

All’inizio di questo mese gli Emirati Arabi Uniti hanno avvertito Israele che l’annessione della Cisgiordania avrebbe oltrepassato una “linea rossa” e minato gli Accordi di Abramo. Una tale mossa renderebbe estremamente difficile “l’integrazione regionale” in base al programma sostenuto dagli Stati Uniti.

“Ho una notizia per gli Emirati Arabi Uniti”, ha twittato Mairav ​​Zonszein del Crisis Group [organizzazione indipendente americana pacifista, ndt.] “Israele sta già annettendo la Cisgiordania e ha scarso interesse a dichiarazioni formali. In assenza di un’azione seria e immediata da parte del mondo, la dichiarazione formale sarà solo questo: un timbro sulla realtà”.

L’impero sionista

Israele è oggi la potenza militare dominante in Medio Oriente, sostenuta e armata dall’amministrazione Trump, senza pari rispetto a qualsiasi altro attore regionale. Ogni dittatore arabo lo sa e lo teme, diffidando sia delle rivolte interne che delle ingerenze israeliane.

Anche dopo il recente attacco illegale di Israele contro Hamas in Qatar è difficile immaginare che le autocrazie arabe facciano altro che sbuffare e ansimare. Taglieranno i ponti con Washington e Tel Aviv o smetteranno di acquistarne le armi da offesa?

Ma questa superiorità militare ha ottenuto ben poco a Gaza, se non distruzione di massa e morte. Un rapporto dell’esercito israeliano ha recentemente ammesso che da maggio Israele ha commesso “ogni possibile errore” nella sua offensiva a Gaza.

Tale incompetenza è tipica delle forze armate occidentali che credono che occupare terre straniere otterrà il ringraziamento di una popolazione assediata e una vittoria assoluta. Si pensi a Vietnam, Iraq e Afghanistan.

Israele sta imparando che le sabbie mobili di Gaza lo inghiottiranno completamente perché la sua strategia non è altro che la distruzione di ogni forma di vita.

Sarebbe stupido ignorare il pericolo dell’ideologia del Grande Israele nella regione, data la bellicosità israeliana, il suo esercito armato e sostenuto dall’Occidente e l’assenza di qualsiasi Stato al mondo che sembri disposto o in grado di opporsi.

Cosa impedirebbe davvero a Netanyahu, o a qualsiasi futuro leader israeliano, di costruire insediamenti in Libano o Siria, o di intraprendere avventure militari in Iraq ed Egitto?

A parte un esercito israeliano allo stremo – già logorato da un’ondata di suicidi tra i soldati, dalla stanchezza e dal decadimento morale – un esercito di coloni, molto attivo in Cisgiordania, rappresenta una minaccia esistenziale per i confini arabi tracciati un secolo fa dalle potenze imperialiste.

Israele non si è mai accontentato di fissare i propri confini e ora minaccia apertamente la regione. Forse c’è arroganza, persino spettacolarità, nel desiderio di Israele di espandere lo Stato in un impero sionista.

Ma ignorare questa ambizione è follia visto che Israele crede che i suoi principali oppositori militari, Hezbollah e Iran, siano stati neutralizzati.

Gran parte dei media occidentali continua a dipingere l’Iran, che innegabilmente ha un triste primato di violazioni dei diritti umani, come la principale minaccia per il Medio Oriente. Eppure è il progetto espansionistico di Israele, alimentato da una crescente popolazione di estremisti religiosi, a minacciare popoli ben oltre i palestinesi.

Ascoltate i segnali d’allarme: la teocrazia sionista è in marcia.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

Antony Loewenstein è un giornalista indipendente, autore di best-seller, regista e co-fondatore di Declassified Australia [associazione di giornalismo investigativo indipendente, ndt.] Ha scritto su Guardian, New York Times, New York Review of Books e molti altri. Il suo ultimo libro è The Palestine Laboratory: How Israel Exports the Technology of Occupation Around the World [Il laboratorio palestinese: come Israele esporta la tecnologia dell’occupazione in tutto il mondo]. Tra i suoi altri libri figurano Pills, Powder and Smoke [Pillole, polvere e fumo], Disaster Capitalism [Il capitalismo dei disastri] e My Israel Question [La mia domanda su Israele]. Tra i suoi documentari figurano Disaster Capitalism e i film di Al Jazeera English West

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)