Miko Peled: lo Stato di Israele andrà in frantumi e prima di quanto la maggior parte delle persone pensi vedremo una Palestina libera e democratica dal fiume al mare

STUART LITTLEWOOD

21 settembre 2018, American Herald Tribune

Miko Peled, figlio di un generale israeliano e lui stesso ex-soldato israeliano, è ora un noto attivista pacifista e un instancabile militante per la giustizia in Terra Santa. È considerato una delle voci più limpide che chiedono di sostenere il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) contro il regime sionista e la creazione di un’unica democrazia con uguali diritti in tutta la Palestina storica. Sarà presente al congresso del partito Laburista a Liverpool del 23-26 settembre. Sono stato abbastanza fortunato da avere la possibilità di intervistarlo prima. In una settimana che segna il settantesimo anniversario dell’uccisione di Folke Bernadotte e il trentaseiesimo anniversario del massacro genocida nel campo di rifugiati di Sabra e Shatila, atrocità commesse per perseguire gli obiettivi sionisti, quello che dice Miko potrebbe fornire argomento di riflessione a quanti scrivono sotto dettatura della lobby israeliana.

Stuart Littlewood: Miko, sei cresciuto in una famiglia sionista con una formazione sionista. Cos’è successo perché tu te ne allontanassi?

Miko Peled: Come suggerisce il titolo della mia autobiografia “The General’Son” [Il figlio del generale], sono nato da un padre che era generale dell’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] e allora, come evidenzia il sottotitolo, ho intrapreso un “viaggio di un israeliano in Palestina”. Il viaggio ha chiarito a me, e attraverso me spero che chiarisca al lettore, quello che “Israele” è e cos’è la Palestina. È un viaggio dalla sfera dell’oppressore e occupante (Israele) a quella dell’oppresso (Palestina) e del popolo nativo della Palestina. Ho scoperto che di fatto è lo stesso Paese, che Israele è la Palestina occupata. Ma senza il viaggio non me lo sarei mai immaginato. Per me è stato fondamentale. Mi ha permesso di vedere l’ingiustizia, la deprivazione, la mancanza di acqua e di diritti, e via di seguito. Più mi sono permesso, e continuo a permettermi, di avventurarmi in questo viaggio, più sono stato in grado di vedere cosa realmente sia il sionismo, cosa sia Israele e cosa sono io in tutto questo.

Molti mesi fa hai avvertito che Israele stava “impegnandosi al massimo, stava calunniando, stava cercando qualunque mezzo possibile per bloccare Jeremy Corbyn [segretario del partito Laburista inglese e futuro candidato alle prossime elezioni britanniche, ndt.]”, e la ragione per cui viene usata l’accusa di antisemitismo è che non hanno altri argomenti. Ciò si è avverato con Jeremy Corbyn sottoposto a un attacco brutale e continuo persino da parte dell’ex-rabbino capo Lord Sacks. Come dovrebbe affrontarlo Corbyn e quali contromisure gli suggeriresti di prendere?

Nel corso del congresso del partito Laburista dello scorso anno Jeremy Corbyn ha chiarito che non consentirà che le accuse di antisemitismo interferiscano con il suo lavoro come leader del partito Laburista e come uomo impegnato a creare una società britannica e un mondo giusti. In quel discorso ha detto qualcosa che nessun dirigente occidentale oserebbe dire: “Dobbiamo porre fine all’oppressione del popolo palestinese.” E’ sempre stato corretto e il suo appoggio sta aumentando. Penso che stia facendo la cosa giusta. Prevedo che continuerà a farla.

E cosa ne dici dell’esternazione di Sacks?

Non c’è da sorprendersi che un razzista che appoggia Israele se ne possa uscire in questo modo – non rappresenta nessuno.

La direzione del partito Laburista, il NEC, ha adottato in pieno la definizione di antisemitismo dell’IHRA [International Holocaust Remembrance Alliance, organizzazione intergovernativa che si occupa di antisemitismo e ricordo della Shoa, ndtr.], nonostante gli avvertimenti di esperti giuridici e la raccomandazione da parte della Commissione Ristretta della Camera dei Comuni di inserire riserve. Questa decisione è vista come un cedimento a pressioni esterne e ovviamente ha un impatto sulla libertà di parola che è insita nelle leggi britanniche ed è garantita dalle convenzioni internazionali. Come inciderà ciò sulla credibilità del partito Laburista?

Accettare la definizione dell’IHRA è stato un errore e sono sicuro che su quelli che hanno votato per adottarla ricadrà la vergogna. Ci sono almeno due note già emanate dalla comunità degli ebrei ultra-ortodossi, che rappresenta almeno dal 25% al 30% degli ebrei britannici, in cui rifiutano l’idea secondo cui Jeremy Corbyn è antisemita, rifiutano il sionismo e la definizione dell’IHRA.

Tornando all’occupazione, tu hai detto che 25 anni fa Israele ha raggiunto il suo obiettivo di rendere irreversibile la conquista della Cisgiordania. Perché pensi che le potenze occidentali si aggrappino ancora all’idea della soluzione dei due Stati? Come ti aspetti che evolva la situazione?

Gli USA, e soprattutto l’attuale amministrazione, accettano che Israele abbia inglobato tutta la Palestina mandataria e che non ci sia posto per non ebrei in quel Paese. Non affermano il contrario. Gli europei si trovano in una situazione diversa. I politici in Europa vogliono accontentare Israele e lo accettano com’è. Il loro elettorato, tuttavia, chiede giustizia per i palestinesi per cui, con un atto di compromesso poco coraggioso, i Paesi dell’UE trattano l’Autorità Nazionale Palestinese, con uno stile veramente post-coloniale, come se fosse uno Stato palestinese. Penso che sia per questo che gli europei procedono a “riconoscere” il cosiddetto Stato di Palestina, benché non sia tale. Lo fanno per tener buono il loro elettorato senza fare realmente niente per sostenere la causa della giustizia in Palestina. Questi riconoscimenti non hanno aiutato neppure un palestinese, non hanno liberato neanche un prigioniero dalle carceri israeliane, non hanno salvato un solo bambino dalle bombe a Gaza, non hanno alleviato le sofferenze e le privazioni dei palestinesi nel deserto del Naqab [in ebraico Negev, ndt.] o nei campi di rifugiati. È un gesto vuoto, vigliacco.

Quello che dovrebbero fare gli europei è adottare il BDS. Dovrebbero riconoscere che la Palestina è occupata, che i palestinesi stanno vivendo sotto un regime di apartheid nella loro stessa terra, che sono vittime di una pulizia etnica e di un genocidio e che questo deve cessare e che l’occupazione sionista deve finire del tutto e senza condizioni.

Penso che lo Stato di Israele andrà in frantumi e che prima di quanto la maggior parte delle persone pensi vedremo una Palestina libera e democratica dal fiume al mare. La situazione attuale è insostenibile, due milioni di persone a Gaza non spariranno, Israele ha appena annunciato – di nuovo – che due milioni dei suoi cittadini non ebrei non sono accettati come parte dello Stato, e il BDS sta già lavorando.

L’IDF si autodefinisce l’esercito più etico del mondo. Tu hai fatto il servizio militare nell’IDF. Quanto è credibile questa affermazione?

É una menzogna. Non esiste un esercito etico e l’IDF per settant’anni ha partecipato a una pulizia etnica, a un genocidio e a imporre un regime di apartheid. Di fatto l’IDF è una delle forze terroriste meglio equipaggiate, meglio addestrate, meglio finanziate e meglio nutrite al mondo. Benché abbiano generali e belle uniformi e le armi più sofisticate, non sono altro che bande armate di criminali e il loro scopo principale è terrorizzare e uccidere palestinesi. I suoi ufficiali e soldati eseguono con entusiasmo le politiche brutali e crudeli che sono spietatamente inflitte alla vita quotidiana ai palestinesi.

Breaking the Silence” [Rompere il silenzio, ndt.] è un’organizzazione di veterani dell’IDF impegnata a mettere in luce la verità riguardo a un esercito straniero che cerca di controllare una popolazione civile oppressa da un’occupazione illegale. Sostengono che il loro obiettivo è porre fine prima o poi all’occupazione. Quante possibilità di successo hanno secondo te?

Loro e altre Ong simili potrebbero fare una grande differenza. Sfortunatamente non si spingono abbastanza avanti, non chiedono ai giovani israeliani di rifiutarsi di fare il servizio militare nell’IDF, non rifiutano il sionismo. Senza questi due elementi mi pare che il loro lavoro sia in superficie e non faccia un granché.

Spesso gli israeliani accusano il sistema educativo palestinese di produrre futuri terroristi. Com’è l’educazione in Israele?

Il sistema educativo palestinese viene sottoposto ad uno scrupoloso controllo, quindi ogni accusa di insegnare l’odio è priva di fondamento. Tuttavia Israele fa un ottimo lavoro insegnando ai palestinesi che sono occupati ed oppressi e che non hanno altra scelta che resistere. Lo fanno con l’esercito, la polizia segreta, la burocrazia dell’apartheid, infiniti permessi, divieti e restrizioni sulle loro vite.

I tribunali israeliani insegnano ai palestinesi che non c’è giustizia per loro sotto il sistema israeliano e che non contano niente. Non ho incontrato nessun palestinese che manifestasse odio, ma se qualcuno lo fa è a causa dell’educazione fornita da Israele, non di un qualunque libro scolastico palestinese. Gli israeliani seguono un’approfondita educazione razzista che è ben documentata in un libro di mia sorella, la professoressa Nurit Peled-Elhanan, intitolato “Palestine in Israeli Textbooks” [La Palestina nei testi scolastici di Israele. Ideologia e propaganda nell’istruzione, EGA Edizioni Gruppo Abele, 2015, ndtr.]

Le comunità cristiane stanno rapidamente diminuendo. Gli israeliani sostengono che i musulmani li stanno cacciando, ma i cristiani affermano che è la spietatezza dell’occupazione che ha determinato il fatto che tanti se ne vadano. Che opinione ti sei fatto? Gli israeliani stanno cercando di seminare zizzania tra cristiani e musulmani? É in corso una guerra di religione che spinge i cristiani ad andarsene?

I cristiani rappresentavano il 12% della popolazione palestinese, ora sono a mala pena il 2%. Non c’è nessun altro colpevole oltre a Israele. Israele ha distrutto le comunità e le chiese cristiane come ha distrutto quelle musulmane. Per Israele gli arabi sono gli arabi e non hanno posto nella Terra di Israele. Raccomando vivamente l’eccellente reportage del defunto Bob Simon nel programma “60 minuti” della CBS del 2012 intitolato “Cristiani in Terra Santa”. Alla fine si è scontrato con l’ex-ambasciatore di Israele a Washington che voleva che la messa in onda venisse annullata.

Attualmente ti definisci una persona religiosa?

Non lo sono mai stato.

Tu conosci Gaza. Come giudichi la capacità di Hamas di governare? E mediatori onesti potrebbero lavorare con essa per raggiungere la pace?

Non ho modo di giudicare Hamas in un modo o nell’altro. Ho parlato con persone che hanno lavorato a Gaza per molti anni, sia palestinesi che stranieri, e la loro opinione è che fin dove può arrivare un governo e prendendo in considerazione le durissime condizioni in cui vivono, meritano un elogio.

Qualcuno sostiene che l’opinione pubblica israeliana è per lo più ignara degli orrori dell’occupazione e che la verità gli viene nascosta. Se è vero, ciò inizia a cambiare?

Gli israeliani sanno benissimo delle atrocità e le approvano. Gli israeliani votano, e votano in gran numero e per settant’anni hanno continuato a votare per persone che hanno portato loro e i loro figli a commettere quelle atrocità. Le atrocità sono commesse non da mercenari stranieri, ma da ragazzi e ragazze israeliani che per la maggior parte fanno orgogliosamente il servizio militare. L’unica cosa che è cambiata è il discorso. Nel passato in Israele c’era un’apparenza di discorso civile, e oggi non esiste più. Oggi affermare che Israele deve uccidere sempre più palestinesi è perfettamente accettabile. Nel passato le persone provavano un certo imbarazzo ad ammettere che la pensavano in quel modo.

Israele ha condotto una serie di attacchi armati in acque internazionali contro imbarcazioni per l’aiuto internazionale che portavano rifornimenti di medicinali urgenti e di altro genere non militare alla popolazione assediata di Gaza. Equipaggio e passeggeri sono stati regolarmente picchiati e incarcerati, alcuni uccisi. Ora gli organizzatori devono rinunciare o rinnovare i loro tentativi utilizzando tattiche diverse?

Le flottiglie di Gaza sono sicuramente da lodare, ma se l’obiettivo è raggiungere le spiagge di Gaza sono destinate a fallire. Il loro valore risiede solo nel fatto che sono un’espressione di solidarietà e ci si deve chiedere se il tempo, lo sforzo, il rischio e le spese giustifichino il risultato. Israele farà in modo che nessuno riesca a passare e il mondo non presta loro molta attenzione. A mio parere le flottiglie non sono la forma migliore di azione. Nessuno dei problemi nella continua tragedia dei palestinesi può essere risolto singolarmente. Non l’assedio a Gaza, non i prigionieri politici, non la questione dell’acqua, non le leggi razziste, ecc.

Solo una strategia mirata e ben coordinata per delegittimare e abbattere il regime sionista può portare giustizia alla Palestina. Il BDS ha il miglior potenziale per questo, ma non viene utilizzato a sufficienza e si perde troppo tempo a discuterne i vantaggi.

Sicuramente una delle debolezze di quelli che si preoccupano di vedere la giustizia in Palestina è che chiunque abbia un’idea semplicemente “vi si dedica”. Ci sono poco coordinamento e poca strategia riguardo alla questione fondamentale di come liberare la Palestina. Israele è riuscito a creare un senso di impotenza da questa parte e a legittimare se stesso e il sionismo in generale, e questa è una sfida impegnativa.

Questa settimana è stato il settantesimo anniversario dell’uccisione di un diplomatico svedese, il conte Folke Bernadotte, da parte di un commando sionista mentre fungeva da mediatore del Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel conflitto arabo-israeliano. Tutti sono rimasti stranamente indifferenti a questo, persino gli svedesi.

Questo è stato uno tra i molti assassinii politici perpetrati da gruppi terroristici sionisti di cui nessuno è stato chiamato a rispondere. Il primo fu nel 1924, quando assassinarono Yaakov Dehan [scrittore ebreo olandese antisionista, ndt.]. Poi nel 1933 uccisero Chaim Arlozorov [sindacalista, poeta e politico israeliano, ndt.]. Il massacro nel 1946 dell’hotel King David [sede del governo mandatario britannico in Palestina, ndt.] fu ovviamente motivato da ragioni politiche e provocò quasi cento morti, molti dei quali persone innocenti che si trovarono nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Poi nel settembre 1948 l’assassinio a Gerusalemme dell’intermediario dell’ONU e membro della famiglia reale svedese, Folke Bernadotte, che a quanto pare era arrivato con piani per porre fine alla violenza in Palestina, piani che i dirigenti sionisti non consideravano accettabili. Bernadotte è sepolto in un’umile tomba di famiglia a Stoccolma, che io sappia non sono previste cerimonie commemorative o qualunque riferimento a questo anniversario da parte di alcuna organizzazione ufficiale svedese. Mio nonno fu il primo ambasciatore israeliano in Svezia. Ciò avvenne poco dopo l’assassinio e fece un buon lavoro per garantire che il governo svedese mettesse a tacere la questione.

Ci furono molte più uccisioni e massacri – viene in mente l’attacco contro la nave da guerra USA “Liberty” e il ruolo giocato dalla brutalità dell’apparato sionista che vede l’assassinio come uno strumento legittimo per raggiungere i propri obiettivi politici. Si sa o si ricorda poco di queste brutali uccisioni. Innumerevoli dirigenti, scrittori, poeti, ecc. palestinesi vennero assassinati da Israele.

Il movimento di solidarietà con la Palestina ripone molte speranze nel BDS. Quanto è efficace il BDS e come la società civile può aumentare al massimo la pressione?

Il BDS è un processo molto efficace ma lento. Non funzionerà per intervento magico o divino. Le persone devono accoglierlo a pieno, lavorare duramente, chiedere l’espulsione di tutti i diplomatici israeliani e l’isolamento totale di Israele. C’è troppa tolleranza per quelli che promuovono il sionismo, Israele e l’esercito israeliano e questo deve cambiare. I politici eletti devono essere obbligati ad accettare il BDS in toto. I gruppi solidali con la Palestina devono passare dalla solidarietà alla resistenza totale, e il BDS è la forma ideale di resistenza a disposizione.

Ci sono altre questioni fondamentali che stai affrontando adesso?

Ritengo che a questo punto sia fondamentale passare dalla solidarietà alla resistenza. È importantissimo utilizzare gli strumenti a nostra disposizione, come il BDS. L’approvazione della legge israeliana sullo Stato-Nazione è un’opportunità per unire di nuovo i cittadini palestinesi di Israele con gli altri palestinesi. Tutti noi dobbiamo cercare di portare l’unità totale tra i rifugiati, la Cisgiordania, Gaza e il 1948 [cioè Israele, ndt.] e chiedere la totale uguaglianza di diritti e la sostituzione del regime sionista che ha terrorizzato la Palestina per settant’anni con una Palestina libera e democratica. Spero che questa opportunità venga colta.

Per terminare, Miko, come stanno andando i tuoi due libri – ‘The General’s Son’  e ‘Injustice: The Story of The Holy Land Foundation Five’ [Ingiustizia: la storia dei cinque della “Fondazione della Terra Santa”, sui responsabili di una Ong USA ingiustamente condannati per finanziamenti mai avvenuti ad Hamas, ndtr.]? Mi pare che l’ultimo, che racconta come il sistema giudiziario negli USA sia stato indebolito a favore di interessi filo-israeliani, dovrebbe essere un libro molto letto qui, nel Regno Unito, dove la stessa cosa sta avvenendo nelle nostre istituzioni politiche e parlamentari e potrebbe diffondersi nei tribunali.

Beh, stanno andando bene, benché nessuno dei due sia ancora un best seller, e dato che stiamo dalla parte meno popolare della questione è difficile venderlo. “The general’s son” è uscito nella seconda edizione, per cui va bene, e naturalmente mi piacerebbe vedere questo e “Injustice” in mano a più persone. Purtroppo però poca gente ha capito come l’occupazione in Palestina stia colpendo le vite di persone in Occidente a causa del lavoro di gruppi di controllo sionisti come il Board of Deputies [gruppo di parlamentari britannici che appoggia Israele, ndt.] in Gran Bretagna e AIPAC e ADL [due associazioni lobbistiche a favore di Israele, ndtr.] negli USA.

In questo solo caso, cinque innocenti stanno scontando condanne di lunga durata nelle prigioni federali degli USA solo perché sono palestinesi.

Molte grazie, Miko, ti ringrazio per aver trovato il tempo di condividere le tue opinioni.

La principale delle molte idee positive che ho avuto da questo incontro con Miko è la necessità per gli attivisti di cambiare marcia e accelerare dalla solidarietà alla resistenza totale. Ciò significherà maggiore coinvolgimento, miglior coordinamento, modificare gli obiettivi e una strategia più acuta. Di fatto un BDS MK2, sovralimentato e con benzina ad alto numero di ottani. In secondo luogo, dobbiamo trattare il sionismo e quelli che lo promuovono con molta minore tolleranza. Come ha detto Miko in un altra occasione, “se opporsi ad Israele è antisemitismo, allora come chiamate l’appoggio a uno Stato impegnato da settant’anni in una brutale pulizia etnica?”

Riguardo a Jeremy Corbyn – se legge questo articolo – sì, sarebbe meglio che ci andasse giù pesante con i seminatori d’odio, compresi i veri antisemiti con la schiuma alla bocca, ma dovrebbe anche ripulire il partito Laburista della sua altrettanto spregevole “Tendenza Sionista”. E questo vale per tutti i nostri partiti politici.

(traduzione di Amedeo Rossi)




I neo-nazisti sostengono all’UE la falsa definizione israeliana di antisemitismo

Asa Winstanley

7 dicembre 2018, Electronic Intifada

Una nuova dichiarazione dell’Unione Europea potrebbe rendere più difficile criticare Israele come Stato razzista senza essere definiti antisemiti.

Giovedì a Bruxelles i politici hanno approvato il documento.

La mozione chiede a tutti i governi dell’UE di “approvare la definizione operativa non legalmente vincolante di antisemitismo utilizzata dall’International Holocaust Remembrance Alliance [organismo intergovernativo europeo che intende promuovere l’educazione sull’Olocausto, ndtr.].

La proposta, approvata dai ministri degli Interni degli Stati membri dell’UE, è già stata condannata da molti accademici israeliani e francesi.

La dichiarazione è stata promossa dall’Austria, il cui governo di coalizione comprende ministri membri di un partito neonazista.

L’assemblea dell’UE che giovedì ha formalmente adottato la dichiarazione includeva molti ministri di diversi partiti di destra, che istigano al fanatismo anti-ebraico.

Il Ministro degli Interni austriaco Herbert Kickl è uno di loro.

È del Partito della libertà, un’organizzazione anti-musulmana guidata dal neo-nazista Heinz-Christian Strache (ora vice-cancelliere dell’Austria).

Kickl è stato accusato per il suo linguaggio nazista a gennaio, quando ha chiesto alle autorità “di concentrare i richiedenti asilo in un unico posto”.

Il suo linguaggio sembrava deliberatamente calcolato per evocare l’Olocausto – sebbene questa volta prendesse di mira principalmente i richiedenti asilo musulmani.

Definizione falsa

Come da tempo riferisce The Electronic Intifada, la “definizione operativa” dell’IHRA è stata concepita come potente mezzo, spalleggiato da Israele, per soffocare le critiche nei confronti dello Stato e dei suoi crimini contro i palestinesi.

Israele e i suoi gruppi lobbysti hanno esercitato un’enorme pressione in tutta Europa negli ultimi due anni affinché fosse adottata.

La “definizione operativa” è stata condannata da numerosi sindacati palestinesi e da altri gruppi della società civile, nonché dalla Palestine Solidarity Campaign nel Regno Unito e dai sindacati di tutta Europa.

Come ha riferito la scorsa settimana il sito web EUobserver, le ambasciate israeliane di solito “fanno riferimento alla definizione dell’IHRA” quando presentano proteste diplomatiche formali contro le critiche dell’UE ai crimini di guerra israeliani in Palestina. Tali critiche sono inefficaci, considerando che l’UE spesso consente i crimini di Israele.

Nel Regno Unito, gruppi lobbysti israeliani hanno fatto pressione con successo sul partito laburista all’opposizione perché la “definizione operativa” fosse adottata.

Ma anche questo non è stato sufficiente, e un grande polverone mediatico è stato sollevato sull’iniziale riluttanza del partito ad adottare tutti gli “esempi” allegati che il documento dell’IHRA afferma essere antisemiti.

Molti di questi 11 “esempi” menzionano Israele.

Si giunge persino a definire il semplice atto di affermare il fatto che Israele è uno Stato istituzionalmente razzista – ” un’impresa razzista” nel linguaggio IHRA – come un esempio di “antisemitismo”.

L’Austria ha già approvato la “definizione operativa” e, come riportato da EUobserver, il governo di coalizione ha spinto per l’appoggio alla dichiarazione.

Neo-nazisti austriaci

L’Austria, che attualmente detiene la presidenza di turno dell’UE, il mese scorso ha invitato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a prendere parte a una conferenza a Vienna.

La dichiarazione approvata dall’UE è stata redatta durante quella conferenza, dedicata all’antisionismo. Netanyahu aveva accettato di partecipare alla conferenza ma poi ha cancellato la propria partecipazione a causa dell’instabilità del suo governo di coalizione.

L’Austria voleva una versione ancora più radicale, e una delle prime bozze invitava gli Stati dell’UE ad adottare la definizione “includendo esempi illustrativi”. Questo è stato recepito nella dichiarazione finale, che descrive la definizione come “non legalmente vincolante”.

Questa frase ipocrita compare nello stesso documento IHRA. In realtà però, la definizione viene costantemente utilizzata per vigilare sui discorsi critici nei confronti di Israele.

Gli eventi di quest’anno all’interno del Partito laburista britannico lo illustrano perfettamente.

Come parte della “crisi” sul presunto antisemitismo, costruita da anni ad arte dai critici del leader laburista Jeremy Corbyn, i gruppi di pressione israeliani hanno chiesto al partito di adottare anche gli 11 “esempi” di antisemitismo dell’IHRA.

A settembre l’esecutivo nazionale del partito laburista si è arreso alle pressioni. Ma ciò ha solo rafforzato i cacciatori di streghe, che continuano a cercare di punire i politici eletti che si mostrino critici nei confronti di Israele.

L’isteria dei media sulla “crisi” ha portato a una caccia alle streghe che ha preso di mira attivisti laburisti di sinistra e filo-palestinesi.

L’isteria si è estesa dal partito laburista alla società nel suo complesso.

La “definizione operativa” viene ora utilizzata per licenziare le persone.

Sospeso per aver definito razzista Israele

Paul Jonson, impiegato del consiglio comunale di Dudley, vicino a Birmingham, è stato sospeso dal suo lavoro in ottobre per aver contribuito ad organizzare una protesta contro Ian Austin, parlamentare eletto in quel comune – esplicito promotore della propaganda israeliana.

Qual è stato il “crimine” di Jonson? Pubblicare su Facebook la frase “Stiamo con la Palestina, Israele è un’impresa razzista” nella sua promozione della protesta.

Attivista nei locali gruppi di solidarietà con i palestinesi, Jonson ha dichiarato a The Electronic Intifada che i capi del consiglio comunale hanno citato la “definizione operativa” dell’IHRA – che l’autorità locale ha adottato – come giustificazione per la sua sospensione.

In ottobre l’amministratore delegato del consiglio comunale ha detto ad un giornale locale che Jonson era sotto inchiesta.

Jonson ha dichiarato a The Electronic Intifada di aver saputo della sua “sospensione” solo dal titolo del giornale.

Fino ad allora i dirigenti gli avevano assicurato che non era sospeso, che stavano solo facendo dei colloqui preliminari in merito ad un reclamo ricevuto da Campagna Contro l’Antisemitismo – un gruppo di propaganda antipalestinese dal nome ingannevole.

Riferisce che fino ad allora gli era stato detto solo di “astenersi dal lavoro fino a nuovo avviso”.

Ma lo stesso giorno in cui la notizia è trapelata alla stampa, i manager lo hanno invitato a un altro incontro e lo hanno sospeso.

Jonson sospetta che ci sia Ian Austin dietro la protesta. Il parlamentare è patrono del gruppo che ha presentato il reclamo.

I sindacalisti locali hanno chiesto il reintegro di Jonson, come ha fatto il gruppo di sinistra Jewish Voice for Labour [Voce Ebraica del partito laburista, gruppo di membri ebrei del partito che si oppongono alla campagna di diffamazione orchestrata dai laburisti filo-israeliani, ndtr.].

Una petizione che chiede il suo reintegro ha già raccolto oltre 600 firme.

(traduzione di Luciana Galliano)




La frottola del giorno: l’antisemitismo e la negazione dell’autodeterminazione degli ebrei

Joel Doerfler

17 ottobre 2018, Mondoweiss

É difficile superare per la sua stupefacente miscela di sofisma e sfrontatezza [lett. chutzpah, in yiddish nel testo, ndtr.] l’affermazione della “Definizione operativa” dell’“International Holocaust Remembrance Alliance”  [Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto, ndtr.] (IHRA), secondo cui “negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, sostenendo ad esempio che l’esistenza della Stato di Israele è un’impresa razzista,” rappresenta un indicatore decisivo di antisemitismo.

Ma poiché questa affermazione ora è diventata un punto fermo sionista ripetuto all’infinito, e poiché il dipartimento di Stato e il ministero dell’Educazione degli USA hanno adottato la “Definizione operativa” dell’IHRA, mentre una legge di sensibilizzazione sull’antisemitismo, che include l’indicazione dell’IHRA, è attualmente in attesa al Congresso, è imperativo analizzare i vari modi in cui l’impiego del termine dell’IHRA “autodeterminazione” è pericolosamente equivoco.

Per iniziare dalla cosa più ovvia: se negare agli ebrei il “diritto all’autodeterminazione” è prova di antisemitismo, allora come dovremmo chiamare la negazione dello stesso diritto agli autoctoni che hanno vissuto in Palestina per secoli? Il partito Likud di Netanyahu non ha mai appoggiato uno Stato palestinese sovrano. Cosa ancora più sintomatica, tuttavia, la grande maggioranza degli israeliani che hanno appoggiato un qualche tipo di “soluzione dei due Stati” lo ha fatto per ragioni puramente pragmatiche e non per una questione di “diritti”. Chi l’ha proposta ha sostenuto che i due Stati avrebbero eliminato la “minaccia demografica” al carattere ebraico di Israele; che avrebbe ridotto il livello di violenza e favorito la pace; che uno Stato palestinese avrebbe consentito ad Israele di continuare (sic) ad essere democratico. Quello che tutti questi argomenti in apparenza “illuminati” condividono è il presupposto che Israele (cioè, gli ebrei israeliani) debbano concedere, per il proprio interesse, una qualche sorta di Stato a (qualche) palestinese. L’idea che i palestinesi abbiano un “diritto” a uno Stato, un diritto derivante dal principio dell’autodeterminazione nazionale, e l’ammissione che un simile diritto, come ogni altro diritto, non sia da “concedere” o da “negoziare” da parte degli ebrei israeliani (o di chiunque altro), non è mai entrata in questo discorso.

C’è veramente una sorprendente ipocrisia nel sostenere che la negazione di un diritto ebraico all’”autodeterminazione” sia perfidamente antisemita, mentre la negazione dello stesso diritto ai palestinesi sia giustificabile o irrilevante.

Ma questa è solo una parte del problema.

Secondo l’IHRA un segno rivelatore che la negazione del diritto degli ebrei all’autodeterminazione sia una manifestazione di perfido antisemitismo è fornito quando la negazione è accompagnata dall’affermazione che lo Stato di Israele è un’”impresa razzista”. Qui la logica è, a dir poco, confusa. C’è gente che sostiene che gli ebrei europei, nordafricani, etiopi, yemeniti, nordamericani ed irakeni non possiedono un “diritto all’autodeterminazione” in Palestina, eppure nega che il sionismo e lo Stato di Israele siano un’”impresa razzista”. Queste persone sono antisemite? Ce ne sono altre che affermano che gli ebrei del mondo hanno, di fatto, il diritto all’autodeterminazione nazionale in Palestina, eppure insistono sul fatto che il progetto sionista sia stato sistematicamente “razzista” nella pratica. Queste persone sono antisemite? E ce ne sono altre ancora che credono sia che Israele sia razzista e che gli ebrei del mondo non abbiano nessun diritto all’autodeterminazione in Palestina. Sostenere entrambe queste opinioni è più antisemita che sostenerne solo una? Perché?

La verità è che non c’è niente in ognuna di queste opinioni che sia di per sé antisemita, se intendiamo l’antisemitismo come è sempre stato concepito, cioè come odio accanito contro gli ebrei e la convinzione che gli ebrei siano congenitamente malvagi e una minaccia per tutti.

L’affermazione secondo cui i “popoli” hanno un “diritto all’autodeterminazione” è relativamente recente. È stata parte del nuovo discorso nazionalista che è emerso nell’Europa centro-orientale durante il XIX° secolo; ha avuto una diffusione planetaria grazie a Woodrow Wilson [presidente degli USA dal 1913 al 1921, ndtr.] e, in chiave diversa, da Lenin alla fine della Prima Guerra Mondiale, ed è stata più o meno sancita come principio della vita internazionale dopo la Seconda Guerra Mondiale. Tra gli altri contesti, è stata esplicitamente espressa nella risoluzione 2625 (1970) dell’Assemblea Generale dell’ONU che afferma che “tutti i popoli hanno il diritto di determinare liberamente, senza interferenze esterne, il proprio status politico e di perseguire il proprio sviluppo economico, sociale e culturale… e (che) ogni Stato ha il dovere di rispettare questo diritto.”

Mentre è molto stimolante l’idea di un “diritto” all’autodeterminazione nazionale, c’è anche molto da dire riguardo al concetto secondo cui esso è oscuro e problematico. I problemi più ovvi riguardano la difficoltà: a) di accertare cosa costituisca un “popolo”; b) di determinare l’identità di quei particolari “popoli” che dovrebbero legittimamente esercitare il loro presunto “diritto”; c) di specificare cosa significhi che “un popolo” possieda un proprio Stato.

Nessuno di questi problemi è facilmente risolvibile.

I baschi dovrebbero essere considerati un “popolo” che possiede un diritto all’autodeterminazione nazionale? Lo dovrebbero essere i bretoni? Gli aborigeni australiani? I sioux Lakota? Gli afroamericani? E gli ebrei? Cosa li rende esattamente un “popolo” nello stesso modo in cui lo sono, per esempio, i norvegesi?

È anti-basco o antisemita affermare che baschi ed ebrei non sono “popoli” che possiedono un “diritto” politico-territoriale all’autodeterminazione? Quali criteri possono e dovrebbero essere invocati per risolvere questi interrogativi?

L’esistenza come popolo” non è complessa solo in teoria. Il “diritto all’autodeterminazione” è rispettato solo in modo molto selettivo nell’attuale mondo della politica internazionale. Ci sono circa 35 milioni di kurdi che vivono in una zona confinante tra gli attuali Turchia, Iraq, Iran e Siria. La maggior parte di queste persone vede se stessa come “kurdi”. Nessuno di essi è ora in grado di esercitare, de jure, il proprio “diritto” all’autodeterminazione nazionale. E neppure i tibetani, né gli Igbo della Nigeria, né i ceceni, e via di seguito. Che razza di definizione dovremmo assegnare a quanti si oppongono a che lo possano fare?

E poi c’è la domanda: cosa comporta l’esercizio del “diritto all’autodeterminazione”, nel senso di cosa ciò “consente”? Per esempio, i polacchi per etnia dovrebbero essere intesi come “proprietari” della Polonia? È il loro Stato, tale per cui i cittadini polacchi che non sono etnicamente polacchi sono di fatto “ospiti”, ben accolti o meno, della “famiglia” nazionale polacca? Pochi anni fa, la maggior parte degli analisti credeva che questa specie di nazionalismo volkisch [nel senso di etno-nazionalismo, ndtr.], “integralista”, fosse una cosa del passato. Ma ora non più. Come hanno osservato molti commentatori, il nazionalismo razzista e nativista è spaventosamente rinato, non solo in posti come l’Ungheria e la Polonia, ma anche nell’America di Trump. E come ha giustamente osservato Eva Illouz [sociologa e docente israeliana, ndtr.], “Israele è, di fatto, da molto tempo all’avanguardia del modello a cui queste nazioni aspirano: sostenere la cittadinanza in base all’affiliazione etnico-religiosa” e combattere decisamente “la diluizione etnica, religiosa e razziale del loro Paese attraverso l’immigrazione o i diritti universali.”

Anni, anzi decenni, prima dell’approvazione alla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] della malvagia legge dello “Stato-Nazione”, lo Stato di Israele si è considerato, nelle parole di Shlomo Sand [storico israeliano, ndtr.], “la proprietà collettiva degli ‘ebrei del mondo’, credenti o meno, piuttosto che un’espressione istituzionale della sovranità democratica dell’insieme dei cittadini che vi vivono.” Eppure nello strano universo morale dell’IHRA, mettere in discussione il “diritto del popolo ebraico” ad esercitare la propria “autodeterminazione” in un modo così evidentemente reazionario costituisce una “delegittimazione” – e la “delegittimazione” è una prova di antisemitismo. Le implicazioni sono francamente bizzarre. Come ha evidenziato Nathan Thrall [scrittore, giornalista ed analista statunitense, ndtr.], in base a questa logica quanti sostengono “l’opinione secondo cui Israele dovrebbe essere uno Stato di tutti i suoi cittadini, con uguali diritti per ebrei e non ebrei” sarebbero di per sé catalogabili come antisemiti che delegittimano [Israele], e “praticamente tutti i palestinesi (e una gran parte degli ebrei ultraortodossi di Israele, che si oppongono al sionismo per ragioni religiose) sarebbero (allo stesso modo) colpevoli di antisemitismo, perché vogliono che ebrei e palestinesi continuino a vivere in Palestina ma non in uno Stato ebraico.”

Il principio dell’autodeterminazione nazionale è chiaramente problematico. Ovunque ci sono pochissime persone coerenti nell’appoggiare la sua applicazione. La Sinistra ha storicamente avuto la tendenza a promuovere principi internazionalisti e a guardare con diffidenza alla maggior parte delle manifestazioni di irredentismo nazionalista o di particolarismo atomizzante, eppure hanno anche appoggiato entusiasticamente le lotte anticoloniali di liberazione nazionale in Algeria, Vietnam, Angola, Mozambico e Palestina. La Destra storicamente ha teso ad appoggiare la perpetuazione dei regimi coloniali dominati dai bianchi, percepiti in patria con invocazioni nativiste di purezza razziale, e sostenuto nozioni essenzialiste di “appartenenza al popolo”, ma si è anche trovata a disagio con l’idealismo universalista di Wilson. Durante gli anni ’90 sia la Sinistra che la Destra sono parse per lo più confuse su come rispondere alla disintegrazione della Yugoslavia e dell’URSS e dalla conseguente creazione di un gran numero di nuovi Stati-Nazione. Effettivamente, in ultima analisi pare che posizioni e atteggiamenti riguardanti il “nazionalismo” e l’”autodeterminazione nazionale” dipendano dal contesto, cambino nel tempo e non siano sempre coerenti.

Perciò, cosa di tutto ciò ha a che vedere con l’”antisemitismo”? Bene, se c’è una linea di pensiero coerente nell’attuale mantra sionista è che la negazione del “diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione nazionale” è antisemita perché invocata in modo “selettivo” (leggi: pregiudiziale). Gli ebrei sarebbero stati trattati in modo diverso da tutti gli altri popoli. Israele è “preso di mira” con un atteggiamento particolarmente critico, con riprovazione e delegittimazione. E perché? Antisemitismo del XXI° secolo.

Lasciando perdere il fatto che il troppo noto ritornello sionista riguardo al “prendere di mira” è sempre stato estremamente discutibile, per non dire in malafede, è piuttosto azzardato insinuare, salvo nei sogni deliranti di Alan Dershowitz [docente di diritto internazionale statunitense e strenuo difensore di Israele, ndtr.], che qualcuno sostenga l’opinione che tutti i “popoli” del mondo abbiano il diritto all’autodeterminazione nazionale salvo gli ebrei! Ma questo sembra proprio ciò che sta sostenendo l’attuale argomentazione conclusiva sionista.

Tuttavia, tornando al mondo reale, il governo israeliano e i suoi alleati stanno tirando fuori tutti gli spot propagandistici nel frenetico e criminale tentativo di eliminare sia le critiche che la resistenza attiva alle politiche israeliane riguardo ai palestinesi. Nell’attuale campagna sta giocando un ruolo importante la minaccia spettrale di un “Nuovo Antisemitismo” capeggiato da quanti difendono i diritti dei palestinesi. (Il reale antisemitismo di Orban e dei suoi consimili è sminuito o ignorato). E nell’inventare questa “nuova” specie di minaccia antisemita, i suoi sostenitori hanno tentato senza vergogna di avvolgere Israele nel mantello dei principi universalistici, invocando il linguaggio wilsoniano dell’”autodeterminazione”.

I propagandisti, gli utili idioti, i compagni di viaggio e chi ci crede davvero, che fanno questo discorso, stanno lanciando spaghetti concettuali contro il muro, nella speranza che qualcuno vi si attacchi. È importante che noi impediamo che ciò avvenga.

Su Joel Doerfler

Joel Doerfler è da molto tempo un docente indipendente di storia. Vive a New York.

(traduzione di Amedeo Rossi)