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Israele procede con una nuova colonia a Gerusalemme prima della presidenza Biden

15 novembre 2020 MiddleEastEye and agencies

Voci critiche segnalano che le autorità stanno deliberatamente pubblicando bandi per costruire a Givat Hamatos prima che Trump lasci la Casa Bianca

Israele è andato avanti con il progetto di costruzione di una nuova colonia nella Gerusalemme est occupata, ha affermato domenica un gruppo di monitoraggio, avvertendo che questi sforzi sono stati incrementati prima che il presidente Donald Trump lasci la Casa Bianca a gennaio. 

L’amministrazione Trump ha infranto una prassi decennale bipartisan non opponendosi all’attività coloniale israeliana a Gerusalemme est e nella Cisgiordania occupate. Il presidente eletto Joe Biden ha affermato che la sua amministrazione ripristinerà la politica USA di opposizione alle colonie, che sono illegali in base al diritto internazionale e che molti governi considerano un ostacolo alla pace.

Nel dicembre 2017 l’amministrazione Trump ha rotto con la comunità internazionale ed ha riconosciuto l’intera città di Gerusalemme come capitale di Israele. Nel novembre 2019 ha affermato che non avrebbe più considerato le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata come una violazione del diritto internazionale, ancora una volta andando contro l’ampio consenso diplomatico. 

L’attuale Segretario di Stato Mike Pompeo visiterà nei prossimi giorni una colonia israeliana illegale nella Cisgiordania palestinese e sulle Alture del Golan siriane, compiendo la prima visita di un segretario di Stato USA nelle zone occupate palestinesi e siriane. In particolare si recherà a Psagot Winery, che a febbraio ha intitolato un vino in suo onore.

L’ultima iniziativa ha visto l’Autorità Israeliana per la Terra emettere bandi di costruzione a Givat Hamatos, un’area attualmente disabitata di Gerusalemme est, vicina al quartiere a maggioranza palestinese di Beit Safafa.

A febbraio il Primo Ministro israeliano di destra Benjamin Netanyahu ha annunciato l’approvazione di 3.000 abitazioni nell’area.

Ha detto che 2.000 sarebbero state destinate ad ebrei e 1.000 a residenti palestinesi di Beit Safafa.

La settimana scorsa l’Autorità (israeliana) per la Terra ha emesso bandi per la costruzione di oltre 1,200 unità per la maggior parte residenziali a Givat Hamatos.

Ir Amim, un’organizzazione israeliana della società civile che monitora le colonie a Gerusalemme e che domenica ha richiamato l’attenzione sui bandi ha avvertito che i prossimi due mesi che precedono il cambio a Washington DC “saranno un periodo critico”.

Pensiamo che Israele cercherà di sfruttare questo tempo per portare avanti dei passi che l’amministrazione entrante potrebbe ostacolare”, ha affermato in una dichiarazione, sottolineando che la scadenza del bando sarà il 18 gennaio 2021, due giorni prima dell’insediamento di Biden.

Ir Amim ha ribadito la preoccupazione che la costruzione di una colonia a Givat Hamatos sarebbe un colpo devastante ad una possibile risoluzione dell’occupazione israeliana delle terre palestinesi, in quanto isolerebbe Gerusalemme est dalla città cisgiordana di Betlemme, interrompendo la continuità territoriale di un futuro Stato palestinese con Gerusalemme est come capitale nel contesto di una soluzione di due Stati.

Se realizzata, Givat Hamatos diventerebbe la prima nuova colonia a Gerusalemme est in 20 anni”, ha detto l’organizzazione in una dichiarazione.

Nabil Abu Rudeina, un portavoce del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) Mahmoud Abbas, ha detto che i bandi per Givat Hamatos rappresentano un tentativo di Israele “di uccidere la soluzione di due Stati sostenuta a livello internazionale”.

I critici della soluzione dei due Stati sostengono che non sia più percorribile a causa della continua colonizzazione israeliana, che vede circa 400.000 coloni che vivono in Cisgiordania sotto la legge israeliana che utilizza sistemi educativi e di trasporto separati, in ciò che esperti giuridici sostengono configuri una politica di apartheid.

I bandi per Gerusalemme est fanno seguito all’approvazione, la settimana scorsa, di 96 nuove abitazioni per coloni a Gerusalemme est nel quartiere di Ramat Shlomo.

L’approvazione di costruzioni di colonie a Ramat Shlomo nel 2010 aveva provocato un grave contrasto tra Netanyahu e l’ex presidente USA Barack Obama e l’allora vicepresidente Biden.

Israele ha preso il controllo di Gerusalemme est nel corso della guerra dei sei giorni del 1967, prima di annetterla con una mossa non riconosciuta dalla maggior parte della comunità internazionale.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




I palestinesi di fronte a due nemici: l’occupazione e la pandemia

Tamara Nassar

26 marzo 2020 – Electronic Intifada

Nonostante la pandemia globale, nulla è cambiato riguardo all’occupazione militare israeliana in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Il numero di casi confermati di COVID-19, la malattia respiratoria causata dal nuovo coronavirus, è salito a quasi 2.700 in Israele, a circa 80 nella Cisgiordania occupata e a nove nella Striscia di Gaza assediata.

Finora la malattia ha causato la morte di otto israeliani e di una donna palestinese nella Cisgiordania occupata.

Mentre il coronavirus infetta sempre più persone, i palestinesi affrontano contemporaneamente un nemico più vecchio: l’occupazione militare israeliana.

Gaza, sotto assedio e con un’alta densità di popolazione, è particolarmente esposta al rischio di una diffusa epidemia.

“Israele non potrà scaricare su qualcun altro le sue colpe se questo scenario da incubo dovesse divenire una situazione che ha determinato senza fare alcuno sforzo per evitarla”, ha ammonito questa settimana l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem .

Distanziamento fisico, permanenza a casa e cura dell’igiene sono precauzioni che i palestinesi si sforzano di adottare mentre Israele continua a demolire strutture, a condurre raid notturni, ad arrestare arbitrariamente bambini e ad angariare regolarmente i civili.

Confiscate le strutture per un ospedale da campo

Giovedì mattina le forze israeliane hanno demolito e confiscato strutture destinate a un ospedale da campo e ad alloggi di emergenza a Ibziq, un villaggio nella valle del Giordano settentrionale nella Cisgiordania occupata.

Ciò è stato fatto con la supervisione dell’Amministrazione Civile, il braccio burocratico dell’occupazione militare israeliana.

Le forze israeliane hanno confiscato tende, un generatore e materiali da costruzione.

“Chiudere un’attività di primo soccorso per la comunità durante una crisi sanitaria è un esempio particolarmente crudele dei regolari abusi inflitti a queste comunità”, ha affermato questa settimana l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem.

Secondo il capo del consiglio del villaggio Abdul Majid Khdeirat, ciò è stato fatto con il pretesto che la costruzione si trovava in una zona militare interdetta.

Israele dichiara abitualmente le terre della Cisgiordania aree di tiro o zone militari e successivamente confisca il territorio a favore delle colonie israeliane illegali.

Le forze israeliane hanno anche demolito le case di tre famiglie palestinesi nel villaggio di al-Duyuk, vicino a Gerico.

Un bulldozer militare israeliano ha distrutto le case di Muayad Abu Obaida, Thaer al-Sharif e Yasir Alayan, perché sarebbero state costruite senza [quei] permessi che Israele non concede quasi mai ai palestinesi. Ciò non lascia loro altra scelta che costruire le case senza il permesso dell’occupante.

Tutti e tre gli agricoltori risiedono a Gerusalemme.

Decine di migliaia in condizioni di isolamento

Nel frattempo Israele sta valutando di isolare diversi quartieri della Gerusalemme est occupata, tagliando fuori decine di migliaia di palestinesi dal resto della città.

Quasi il 70% delle 100.000 persone del campo profughi di Shuafat ha un documento di residenza israeliano che consente loro di entrare a Gerusalemme.

“In caso di blocco questi abitanti saranno completamente isolati rispetto alla loro città, a cui si rivolgono per tutti i servizi di base, e ciò probabilmente porterà panico e disordini diffusi”, avverte Ir Amim, un’organizzazione israeliana impegnata per l’uguaglianza a Gerusalemme.

“Tale misura sarebbe un ulteriore passo avanti nella realizzazione dei piani israeliani di lunga data volti a ridisegnare i confini municipali di Gerusalemme, per separare formalmente quei quartieri da Gerusalemme”.

Israele userebbe il coronavirus come pretesto per tagliar fuori quei quartieri dal resto di Gerusalemme, nonostante in quei quartieri il numero di casi confermati sia considerevolmente più basso rispetto a Israele.

La popolazione più vulnerabile al mondo”

Le organizzazioni per i diritti umani mettono in guardia a proposito di un incombente disastro nel caso di una diffusa epidemia di COVID-19 a Gaza. Spesso definita la più grande prigione a cielo aperto del mondo, l’enclave costiera è sotto assedio israeliano dal 2007. Israele controlla lo spazio aereo e marittimo di Gaza e, insieme all’Egitto, i suoi confini terrestri.

Gaza è ancora sconvolta per le tre pesanti offensive militari israeliane [a partire] dal 2008.

Gli abitanti di Gaza [sono] tra le persone più vulnerabili del mondo alla pandemia globale di COVID-19”, ha dichiarato il gruppo palestinese per i diritti umani Al-Haq.

La crisi idrica e sanitaria causata dal prolungato blocco israeliano di Gaza mina “la capacità dei palestinesi di prevenire e mitigare adeguatamente gli effetti dell’epidemia di COVID-19”, ha aggiunto al-Haq.

Meno del 4% dell’acqua del territorio è adatto al consumo umano.

I moderni sistemi sanitari in Paesi come l’Italia e la Spagna stanno collassando sotto la pressione della pandemia.

Un’epidemia del nuovo coronavirus a Gaza, dove le infrastrutture sanitarie sono già sull’orlo del collasso, condurrebbe a “un disastro umanitario, interamente costruito da Israele”, ha affermato B’Tselem.

Israele abitualmente ritarda o nega a molti palestinesi i permessi per ricevere trattamenti sanitari fuori Gaza, concedendoli solo a una piccola parte delle persone che necessitano di cure mediche.”

“Ora non ci sarà più neanche questa minima possibilità”, ha detto B’Tselem.

La dott.ssa Mona El-Farra, responsabile sanitaria della Mezzaluna Rossa palestinese a Gaza, ha dichiarato a The Electronic Intifada che mancano letti, equipaggiamento protettivo e kit per i test.

“Non abbiamo abbastanza kit, finora abbiamo solo circa 200 kit per la diagnosi. Al momento abbiamo 2.500 persone in quarantena. Tutti hanno bisogno di essere testati.”

Il Qatar ha promesso 150 milioni di dollari [136 milioni di euro, ndtr.] nei prossimi sei mesi per aiutare gli sforzi delle Nazioni Unite contro il coronavirus a Gaza.

Sebbene questo possa aiutare a breve termine, solleva anche Israele dalle sue responsabilità di potenza occupante.

Nessun accesso ai servizi di emergenza

Adalah, un’organizzazione che sostiene i diritti dei palestinesi in Israele, afferma che i beduini palestinesi della regione meridionale del Naqab non hanno accesso ai servizi medici di emergenza.

Il Ministero della Salute israeliano impedisce a coloro che soffrono di febbre e sintomi respiratori di lasciare la propria casa. Se la loro salute peggiora, l’MDA, il servizio di ambulanza [corrispettivo israeliano della Croce Rossa, ndtr.], può prescrivere una visita domiciliare o l’invio in ospedale.

Tuttavia quei villaggi non hanno accesso alla MDA.

Domenica l’associazione ha inviato una lettera alle autorità israeliane chiedendo di fornire quei servizi ai 70.000 cittadini palestinesi di Israele che vivono in villaggi non riconosciuti.

“Per anni Israele ha mantenuto una politica di abbandono e discriminazione quando si trattava di fornire i normali servizi sanitari, così come servizi medici di emergenza, ai beduini con cittadinanza israeliana,” ha detto Adalah.

“In presenza della crisi coronavirus questa politica statale comporta ora un pericolo immediato per gli abitanti del posto e per il pubblico in generale.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un quartiere di Gerusalemme vessato rifiuta di sottomettersi

Jaclynn Ashly

22 Novembre 2019 – The Electronic Intifada

E’ un pericolo costante.

Amin Barakat non usa mezzi termini. Il cinquantenne abitante di Issawiyeh, quartiere di Gerusalemme est, dice che la vita nella zona non è sicura.

Non a causa del crimine, ma della polizia.

Ci sentiamo continuamente in pericolo. La polizia israeliana è ovunque. Non siamo sicuri nelle strade, nelle nostre scuole e neppure persino nelle nostre case,” racconta Barakat a “The Electronic Intifada.” “Ho troppa paura anche solo di mandare i miei figli a comprare qualcosa al negozio o di consentire loro di andare fuori da soli. Temo che possano essere arrestati.”

Issawiyeh è stato occupato da Israele nel 1967. Dopo la guerra Israele ha unilateralmente annesso tutta la zona di Gerusalemme, compresa Issawiyeh, e in conseguenza di ciò il quartiere è finito sotto la giurisdizione della polizia civile israeliana.

Durante gli ultimi mesi la zona ha dovuto affrontare una drastica impennata dell’attività della polizia che ha precipitato il quartiere nel caos.

Le luci lampeggianti blu e rosse dei veicoli della polizia israeliana sono diventate un incontro quotidiano nelle strade si Issawiyeh, mentre droni della polizia sorvolano [il quartiere] sorvegliando ogni movimento degli abitanti.

Proiettori della polizia penetrano nelle case degli abitanti, mentre poliziotti israeliani effettuano raid nel cuore della notte, facendo irruzione delle case e arrestando gli abitanti. In varie occasioni la polizia ha affermato che le sue attività sono dovute a qualunque cosa, dalla repressione di “cellule terroristiche” fino a quella di chi lancia pietre, ma gli abitanti e i gruppi per i diritti umani mettono decisamente in discussione ciò e affermano che le attività della polizia sono “ingiustificate”.

I posti di controllo e di blocco della polizia, arresti arbitrari e continue vessazioni degli abitanti di Issawiyeh hanno portato la tensione a un punto critico. Violenti scontri tra abitanti infuriati, che a volte lanciano pietre, e forze di sicurezza, compresi unità antisommossa e poliziotti di frontiera paramilitari che sparano lacrimogeni e proiettili ricoperti di gomma, hanno lasciato un bilancio di centinaia di abitanti feriti.

A luglio, circa un mese dopo l’inizio delle operazioni di polizia, Muhammad Obeid, 19 anni, è stato colpito e ucciso a Issawiyeh dalla polizia israeliana durante una protesta contro la brutalità della polizia, scatenando tre giorni di seguito di intensi scontri tra la polizia e gli abitanti di Issawiyeh.

Essi sono stati obbligati a chiudere i negozi, affermano, e il comitato dei genitori di Issawiyeh, che in genere si occupa di più banali questioni pedagogiche nella zona, ha convocato uno sciopero scolastico in tutto il quartiere.

I genitori sono troppo spaventati per mandare i propri figli fuori di casa in mezzo a quello che i gruppi per i diritti umani hanno definito un livello “senza precedenti” di attività della polizia nella zona.

Arresti e vessazioni arbitrari

La situazione è insopportabile,” ha detto in una recente intervista Muhammad Abu Hummus, un dirigente della comunità locale a The Electronic Intifada: “La polizia sta qui 24 ore al giorno. I genitori hanno paura di mandare i figli a scuola.”

Non c’è nessuna giustificazione per tutto questo. La polizia vuole vessarci senza alcuna ragione,” ha aggiunto.

Secondo Amy Cohen, direttrice dei rapporti internazionali e di sostegno di “Ir Amim”, un’organizzazione non governativa israeliana che documenta e sollecita attenzione su questioni riguardanti Gerusalemme, queste dirompenti operazioni di polizia a Issawiyah sono iniziate il 12 giugno.

Cohen ha documentato sviluppi sul terreno ad Issawiyeh e afferma che gli abitanti si sono lamentati delle incursioni quotidiane della polizia ormai da cinque mesi. Certo il villaggio ha subito per anni raid per la sicurezza e demolizioni di case, ma gli ultimi mesi sono stati particolarmente pesanti.

Qui c’è stata per mesi nelle strade non solo una presenza ostile della polizia armata, ci sono state anche palesi vessazioni contro gli abitanti. C’è una totale distruzione della vita quotidiana all’interno della comunità,” ha detto Cohen a The Electronic Intifada.

Le forze israeliane hanno piazzato posti di controllo e blocchi di polizia “totalmente arbitrari”, in orari casuali nella strada principale nel già congestionato quartiere, dice Cohen, bloccando la principale via di entrata e di uscita della comunità. I checkpoint e i blocchi hanno “creato un caos totale nel quartiere,” ha affermato.

Per giunta la polizia israeliana ha preso di mira gli abitanti con multe “casuali e arbitrarie”, per esempio per non aver parcheggiato in modo corretto l’auto, ha detto Cohen. In altri casi funzionari del Comune di Gerusalemme, scortati dalla polizia, hanno multato proprietari di negozi per aver aperto a una certa ora o per tenere scaffali o strutture fuori dal negozio, che secondo i funzionari devono ottenere un permesso.

Una campagna poliziesca “aggressiva”, che include arresti di abitanti che camminano per la strada e incursioni notturne, ha dato come risultato circa 500 abitanti arrestati da giugno, compresi minori. Secondo Cohen, solo circa il 20% degli arrestati ha ricevuto delle imputazioni a carico.

È una discrepanza notevole,” ha detto Cohen, notando che questi numeri mostrano che gli arresti che sono stati condotti sono casuali e arbitrari. Allo stesso modo tutti i minori arrestati, compreso un bambino di 9 anni, sono stati rilasciati entro le 24 ore senza che venissero accusati di qualcosa.

Secondo Barakat gli abitanti sono anche stati obbligati a pagare pesanti multe in seguito agli arresti, anche quando non sono state presentate accuse contro la persona arrestata. Ha evidenziato che all’inizio del mese la polizia ha arrestato un quindicenne di Issawiyeh per la seconda volta in un mese. Al padre del ragazzino è stato chiesto di pagare circa 1.500 dollari di cauzione per ogni arresto del figlio, dice Barakat.

Sciopero scolastico in tutto il quartiere

Abu Hummus, che Israele ha arrestato numerose volte per aver guidato la resistenza non violenta alle politiche israeliane nella Gerusalemme est occupata, ha detto a The Electronic Intifada che le condizioni imposte dall’aggressiva presenza poliziesca hanno seminato preoccupazione tra i genitori che si stavano preparando per l’inizio dell’anno scolastico.

In conseguenza di ciò il comitato dei genitori di Issawiyeh ha dichiarato che, se la polizia non avesse garantito che le forze di polizia sarebbero rimaste fuori dalle strade nelle ore in cui i ragazzini fanno il tragitto da casa a scuola e viceversa, all’inizio dell’anno scolastico avrebbero iniziato uno sciopero in tutto il quartiere riguardante nove scuole locali.

Abu Hummus, insieme a due membri del comitato dei genitori, è stato arrestato in agosto per aver convocato lo sciopero. È stato portato via dal letto in piena notte e accusato di “incitamento e appoggio al terrorismo.”

Tutti e tre sono stati rilasciati qualche giorno dopo. Prima che iniziasse la scuola il comitato, la polizia e il Comune di Gerusalemme sono riusciti ad arrivare ad un accordo verbale che ha evitato lo sciopero. Secondo Cohen, quando sono state aperte le porte delle scuole c’è stata una “occasionale riduzione” delle attività della polizia nel quartiere. Ma non è passato molto tempo che le forze di sicurezza hanno violato l’accordo e hanno ripreso le operazioni di disturbo.

Il 2 novembre, all’inizio del mese, per gli abitanti è stato raggiunto un punto di rottura, dopo che la polizia israeliana ha fatto irruzione in una scuola superiore locale e ha arrestato all’interno della proprietà della scuola uno studente sedicenne accusato di aver lanciato pietre contro la polizia. Secondo i media locali, sono scoppiati scontri, in quanto altri studenti hanno lanciato sedie contro la polizia, che allora ha sparato granate assordanti all’interno del cortile della scuola.

Il giorno dopo il comitato dei genitori ha dichiarato uno sciopero scolastico in tutto il quartiere che ha coinvolto circa 4.500 studenti dai 3 ai 18 anni.

Abbiamo decretato lo sciopero per salvare le vite dei nostri figli,” ha detto a The Electronic Intifada Barakat, padre di sette figli: “Le loro vite sono in pericolo. Non abbiamo avuto scelta. Dobbiamo fare in modo che i nostri figli vengano protetti.”

Il 4 novembre la polizia ha risposto arrestando gli stessi due membri del comitato dei genitori che erano stati fermati in agosto. Sono stati rilasciati il giorno dopo, dice Cohen, ma gli è stato rifilato un divieto di ingresso a Issawiyeh per sette giorni.

Perdere la speranza

Il 5 novembre gli abitanti hanno tenuto una manifestazione, mentre il comitato dei genitori ha partecipato a un altro incontro con il Comune di Gerusalemme e funzionari di polizia. È stato raggiunto un altro accordo verbale, che ha posto fine allo sciopero, che secondo Barakat includeva la formazione di un gruppo whatsapp con il comitato, il Comune e la polizia per migliorare la comunicazione tra le parti.

Tuttavia, secondo Cohen, solo due giorni dopo la polizia ha di nuovo ripreso le attività durante le ore degli spostamenti scolastici ed è andata pure oltre, affermando che nessun accordo del genere era stato raggiunto. Barakat sostiene che la polizia ha subito lasciato il gruppo whatsapp.

Ciò ha scatenato l’ondata di operazioni di polizia più intense e pesanti dal giugno scorso,” dice Cohen. La polizia israeliana ha notevolmente incrementato il numero di forze sul terreno a Issawiyeh che all’inizio del mese, il 9 novembre, “si è trasformato in una zona di guerra totale,” ha affermato.

Scontri con decine di poliziotti sono consistiti in “attacchi non provocati contro gli abitanti, terribili vessazioni e brutalità e l’uso di proiettili rivestiti di gomma, lacrimogeni e granate assordanti,” ha aggiunto Cohen.

Durante gli scontri sono rimasti feriti decine di abitanti, tra cui Abu Hummus. Un video degli incidenti, fornito dagli abitanti, mostra Abu Hummus di schiena che riprende i sensi con sangue che gli gronda dalla testa.

Anche un bambino di 8 mesi è stato vittima delle conseguenze per l’inalazione di gas lacrimogeni mentre era in casa sua.

Cohen dice che gli abitanti stanno perdendo la speranza per la situazione: “Sono arrivati al punto di sentirsi totalmente demoralizzati,” ha detto. “Stiamo parlando di cinque mesi di operazioni di polizia al giorno che hanno totalmente devastato le loro vite e quelle dei loro figli – e non se ne vede ancora la fine.”

Anche attivisti e organizzazioni israeliani sono comparsi in scena per dimostrare solidarietà con il quartiere, ma le loro iniziative di sostegno hanno fatto poco per limitare l’incremento delle attività della polizia nella comunità.

In un recente messaggio Ir Amim ha condannato il “palese abuso di potere” della polizia e ha evidenziato che gli abitanti di Issawiyeh, non essendo riusciti ad appellarsi a funzionari israeliani, ora stanno chiedendo un “intervento internazionale coordinato” per mettere immediatamente fine alle operazioni di polizia “al fine di ripristinare una vita normale nel quartiere.”

Barakat e Abu Hummus hanno detto a The Electronic Intifada che la polizia non ha informato gli abitanti di Issawiyeh sul perché si stiano mettendo in atto queste attività della polizia.

Portavoce della polizia israeliana e del Comune di Gerusalemme non hanno risposto alle molteplici richieste di un commento.

Nuova fase” di oppressione a Gerusalemme

Cohen ha detto a The Electronic Intifada che in alcuni momenti durante gli ultimi mesi la polizia ha sostenuto che le incursioni intendevano reprimere “cellule terroristiche” o abitanti che lanciavano pietre, bombe incendiarie e bottiglie molotov su una strada che porta alla colonia illegale di Maaleh Adumim.

Secondo Cohen, in base a indagini di Ir Amim ci sono stati “pochissimi” casi di lancio di pietre o eventi simili: “Non ci sono ragioni esplicite del perché siano state condotte operazioni ormai da cinque mesi. Non c’è alcuna giustificazione.”

Cohen ha affermato che la polizia ha avuto “carta bianca per operare come meglio crede,” aggiungendo che le operazioni sono guidate dal comandante della polizia di Gerusalemme Doron Yedid. “Egli (Yedid) vuole andarci giù con la mano pesante per reprimere il quartiere apparentemente senza ragione,” spiega Cohen.

Le altre istituzioni hanno fatto poco per intervenire. Non c’è una governance corretta né una corretta responsabilizzazione del comportamento della polizia. Gli abitanti sono stati fondamentalmente lasciati soli a fare i conti con una brutalità senza precedenti della polizia nella loro comunità.” Barakat afferma di credere che Israele “vuole solo renderci la vita impossibile per buttarci fuori da Gerusalemme.”

Gruppi per i diritti umani hanno da tempo evidenziato che le politiche discriminatorie di Israele a Gerusalemme est – che includono regolarmente la distruzione di case, l’assegnazione discriminatoria delle licenze edilizie e l’espulsione di palestinesi dalle proprie case a favore di coloni israeliani – intendono cacciare i palestinesi dalla città.

Con oltre il 70% di famiglie palestinesi nella Gerusalemme est occupata che vivono sotto il livello di povertà, se la vita diventa troppo cara hanno pochissime alternative se non spostarsi verso i sovraffollati quartieri di Gerusalemme dall’altra parte del muro di separazione di Israele o in Cisgiordania.

Dopo che Israele ha occupato Gerusalemme est nel 1967 ai palestinesi non è stata concessa la cittadinanza israeliana, ma sono stati invece rilasciati permessi di residenza permanente, che possono essere revocati da Israele per una serie di ragioni, compresa la scarsa lealtà verso lo Stato.

Dal 1967 e fino al 2017 a circa 15.000 palestinesi è stato revocato il documento di identità di Gerusalemme e sono stati espulsi dalla città.

Già in precedenza Issawiyeh ha subito azioni poliziesche draconiane. Nel quartiere c’è una lunga tradizione di organizzazione della comunità e l’attivismo contro l’occupazione israeliana rimane forte. Ma Cohen dice che le operazioni del passato non sono mai state così “infinite e incessanti.”

È una nuova fase di politiche oppressive rivolte contro la popolazione palestinese a Gerusalemme,” ha detto Cohen a The Electronic Intifada. “È un sistema per espellere e spogliare i palestinesi.”

Loro (Israele) vogliono schiacciare completamente qualunque resistenza e organizzazione comunitaria ancora esistente a Issawiyeh.”

Jaclynn Ashly è una giornalista che abita in Cisgiordania.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La polizia israeliana aggredisce i fedeli e chiude il complesso di Al-Aqsa

12 marzo 2019, Al-Jazeera

Sono scoppiati disordini dopo che la polizia israeliana ha affermato che era stata lanciata una bomba incendiaria contro la sua postazione all’interno dell’area sacra

Una fonte ufficiale palestinese ha detto che forze israeliane hanno chiuso tutte le entrate nel conflittuale complesso della moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata, tra continui scontri con fedeli palestinesi. “Decine di soldati israeliani hanno fatto irruzione nel complesso di Al-Aqsa e aggredito alcune personalità religiose,” ha detto martedì in un comunicato Firas al-Dibs, portavoce dell’Autorità delle Dotazioni Religiose di Gerusalemme, un ente diretto dalla Giordania incaricato della supervisione dei luoghi musulmani e cristiani della città.

Secondo al-Dibs, il direttore della moschea di Al-Aqsa Omar Kiswani e Sheikh Wasef al-Bakri, il giudice supremo dei tribunali islamici di Gerusalemme attualmente in carica, sono stati tra le persone aggredite dalla polizia israeliana. Ha affermato che poliziotti che brandivano bastoni hanno attaccato decine di fedeli musulmani nei pressi della moschea di Omar [o Cupola della Roccia, ndt.], nel complesso di Al-Aqsa.

“Almeno cinque palestinesi sono stati fermati prima di essere arrestati per ulteriori accertamenti,” ha detto al-Dibs.

Informando da Gerusalemme est occupata, Harry Fawcett di Al Jazeera ha affermato che la polizia israeliana sostiene che “una bottiglia molotov è stata lanciata verso un edificio della polizia” all’interno del complesso.

“Abbiamo sentito fonti palestinesi all’interno del luogo sostenere che invece potrebbero essere stati fuochi d’artificio. Quello che è avvenuto in seguito sono stati scontri piuttosto prevedibili tra le forze di sicurezza israeliane e fedeli palestinesi,” ha detto Fawcett, aggiungendo che sono state chiuse porte all’interno della Città Vecchia.

Secondo l’ong palestinese “Ir Amim” [organizzazione israeliana che sostiene la convivenza tra ebrei e palestinesi a Gerusalemme, ndt.] almeno 10 palestinesi sono rimasti feriti durante gli scontri, dopo di che tutti i fedeli sono stati obbligati ad uscire dal sito.

Martedì “Ir Amim” ha scritto in un comunicato che “la polizia ha risposto con una forza eccessiva, buttando violentemente a terra una donna e spingendo con aggressività altre persone.”

“La risposta eccessivamente dura da parte della polizia israeliana può essere interpretata come una sfacciata affermazione dell’autorità israeliana sul complesso. Svuotare Al-Aqsa, chiuderne le porte e limitare l’accesso a tre importanti ingressi della Città Vecchia trasmette un chiaro messaggio di controllo unilaterale di Israele.”

L’ong ha avvertito che l’uso eccessivo della forza per minacciare lo status quo porterà a un ulteriore incremento delle tensioni nel sito.

Mentre la presidenza palestinese ha condannato l’escalation nel conflittuale luogo religioso, le autorità israeliane non hanno ancora fatto commenti.

Un comunicato pubblicato dall’agenzia di notizie palestinese WAFA dice che il presidente palestinese Mahmoud Abbas sta mantenendo “intensi contatti” con tutte le parti interessate nella speranza di disinnescare la situazione.

Abbas ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire ed ha accusato la polizia israeliana e i coloni di “violare sistematicamente la sacralità della moschea e di provocare la sensibilità dei musulmani.”

Lo scorso mese nella Gerusalemme occupata è montata la tensione quando la polizia israeliana ha chiuso la porta Al-Rahma del complesso di Al-Aqsa, situata nei pressi del muro orientale della Città vecchia, scatenando manifestazioni palestinesi.

Nelle settimane seguenti le autorità israeliane hanno vietato a decine di palestinesi, compresi funzionari religiosi, di entrare ad Al-Aqsa, il terzo luogo più sacro per l’Islam.

“Quella che era già una situazione tesa in seguito a una lotta di tre settimane per quest’area all’interno del complesso della moschea di Al-Aqsa, con questo ultimo incidente è ora precipitata,” ha detto Fawcett.

Israele ha occupato Gerusalemme est, dove si trova il complesso di Al-Aqsa, durante la guerra arabo-israeliana del 1967. Ha annesso tutta la città nel 1980 con un’iniziativa che non è stata riconosciuta dalla comunità internazionale.

(traduzione di Amedeo Rossi)