Analisi| Perché l’Occidente appoggia ancora Israele nonostante un anno di guerra con Hamas ed Hezbollah

Anshel Pfeffer

6 ottobre 2024 – Haaretz

In seguito al 7 ottobre pochi in Israele si aspettavano che la “finestra di legittimità” per distruggere Hamas sarebbe rimasta aperta per un anno intero. Ma i calcoli dell’Occidente, dettati da considerazioni pragmatiche e non dalle immagini della strage a Gaza, non implicano un assegno in bianco per un altro anno di guerra a Gaza, in Libano o contro l’Iran.

Il 7 ottobre al calar del sole, 12 ore dopo che Hamas aveva lanciato il suo attacco da Gaza e persino prima di aver compreso l’intera portata di quello che era appena successo, i politici israeliani si chiedevano quanto tempo avessero per la rappresaglia.

Era scontato che ora ci sarebbe stata una guerra a Gaza e che le Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano, ndt.] sarebbero entrate per distruggere le capacità militari di Hamas. Ma quanto tempo avrebbero avuto per farlo? Per mezzo secolo in ogni guerra, dalla campagna del Sinai nel 1956 alla Seconda Guerra in Libano del 2006, a un certo punto Israele è stato obbligato a smettere di combattere e a ritirarsi. La comunità internazionale, guidata dagli Stati Uniti, aveva chiesto una sospensione, facendo pressione su Israele perché accettasse un cessate il fuoco.

Nelle menti di quanti hanno pianificato questa guerra non c’erano dubbi che anche il tempo a disposizione di Israele per distruggere Hamas sarebbe stato limitato. Avrebbero avuto, affermavano, “una finestra di legittimità”. E ogni finestra a un certo punto si chiude.

In quei primi giorni, pochi, se non nessuno, si aspettavano che la finestra sarebbe rimasta aperta per un anno intero e che, nel momento del primo anniversario, le IDF sarebbero state ancora operative senza vincoli a Gaza.

La fase iniziale della campagna di terra a Gaza iniziata il 27 ottobre, il devastante attacco di blindati contro Gaza City, era pensata in buona misura con questo in mente: che si trattasse di una breve finestra in cui Israele avrebbe colpito al cuore delle strutture militari e governative di Hamas a Gaza. Che in un qualunque momento in un futuro prossimo le pressioni internazionali avrebbero chiuso quella finestra.

Eppure un anno dopo la finestra è ancora aperta. I tentativi dell’amministrazione Biden e di altri governi di chiuderla sono stati poco convinti. Non ci sono state vere sanzioni, mentre l’embargo sulle armi è stato minimo. Le vere pressioni sono state per consentire l’ingresso di aiuti umanitari e cercare di limitare le dimensioni della campagna militare (come il ritardo nell’entrare a Rafah questa primavera), ma non per porre fine alla guerra.

Ci sono moltissime spiegazioni per questa mancanza di concrete pressioni. Una è la relazione unica del presidente Joe Biden con Israele e la debolezza di altri leader occidentali che sono preoccupati di disordini interni.

Un’altra è il momento in cui è scoppiata la guerra, che è giunta nell’anno di elezioni presidenziali negli USA. Anche il fatto che i Paesi arabi con cui Israele ha già rapporti diplomatici non abbiano minacciato di interromperli è un fattore. Perché l’Occidente dovrebbe impegnarsi quando gli arabi si limitano a fare bei discorsi in pubblico e in privato sperando che Israele la faccia finita con Hamas?

Tutti questi fattori ed altri hanno avuto un peso. Tuttavia c’è una realtà sottesa che in qualche modo è stata trascurata in buona parte dell’informazione e che spiega la riluttanza ad applicare il tipo di pressione a cui Israele non sarebbe in grado di resistere.

Nell’attuale situazione geopolitica, con gli Stati Uniti e i suoi alleati che affrontano sfide in tutto il mondo, dall’Ucraina al Venezuela fino a Taiwan, Israele è parte fondamentale dell’alleanza, fornendo tecnologie ed esperienze militari e scontrandosi nel contempo con l’Iran, un anello fondamentale nell’alleanza rivale.

Potrebbe non essere una cosa che incontra il favore generale, soprattutto nel momento in cui Israele è guidata da un leader impopolare, ma l’Occidente ha bisogno di Israele come alleato e questo è il limite reale a ogni pressione. Quello che Israele porta all’alleanza può essere sintetizzato in due parole.

Quello che Israele mette sul tavolo

Come inviato in Ucraina nei primi mesi della guerra nel 2022 mi aspettavo di incontrare reazioni negative alla vergognosa politica israeliana di neutralità in seguito all’invasione russa. Ma in conversazioni e interviste con gli ucraini a ogni livello non sono riuscito a individuare alcun segno di ostilità. Tutti gli ucraini che ho incontrato vedevano Israele come Nazione “sorella del cuore”.

Mentre resistevano contro il più grande e potente invasore russo, Israele e le sue guerre contro i vicini arabi erano un esempio che intendevano emulare. Sorprendentemente stavano dimenticando i calcoli israeliani per la propria sicurezza nazionale per non irritare Vladimir Putin, ma finivano ogni conversazione con “Per favore, mandateci l’Iron Dome”.

Ironicamente, di tutte le cose che Israele potrebbe e dovrebbe aver mandato all’Ucraina il suo sistema di difesa missilistico Iron Dome sarebbe stato il meno utile. Destinato a difendere zone relativamente piccole intercettando razzi a corto raggio, Iron Dome sarebbe stato di scarsa utilità per proteggere le ampie distese dell’Ucraina dall’arsenale russo di missili a lungo raggio. Ma nei 13 anni dalla prima volta che Iron Dome è diventato operativo ha simbolizzato molto più dell’insieme delle sue potenzialità.

Un politico che ha una passione per i simboli è l’ex-presidente USA Donald Trump. Nel suo confuso discorso di accettazione della nomination alla Convenzione Nazionale Repubblicana di luglio ha detto che “Israele ha un Iron Dome [una cupola di ferro]. Hanno un sistema di difesa missilistica. Trecentoquarantadue missili sono stati sparati contro Israele e solo uno lo ha attraversato un poco.”

Non era vero. Iron Dome è stato a malapena coinvolto nell’intercettare oltre 300 missili e droni iraniani in aprile. Ma i fatti hanno contato ben poco per Trump, e non gli hanno sicuramente impedito di promettere che “stiamo per costruire un Iron Dome sul nostro Paese e stiamo per garantire che niente possa arrivare e danneggiare il nostro popolo.”

Ancora una volta Iron Dome come sistema non aiuterà a proteggere gli estesi Stati Uniti d’America, con un oceano da entrambi i lati, dai missili balistici intercontinentali russi o cinesi. Ma Iron Dome significa molto di più.

Iron Dome è diventato un simbolo di quello che Israele mette sul tavolo. È la seconda arma israeliana ad aver raggiunto un tale livello di rappresentatività a livello globale. Il primo è stato l’Uzi, un mitra compatto e resistente sviluppato per l’IDF negli anni ‘50 che, proprio come Iron Dome, ha raggiunto uno status ben al di là del suo reale uso militare.

Di fatto l’Uzi ha raggiunto il suo periodo d’oro nella cultura popolare molto dopo che smettesse di essere utilizzato dalla maggior parte delle unità di combattimento israeliane. Ma negli anni ’80, quando Hollywood produsse i suoi migliori film d’azione, c’era sempre una scena in cui Chuck, Sly o Arnie si aprivano la strada fuori dai guai con un Uzi che riluceva in ognuna delle loro mani.

Fu l’epitome della solidità inventiva di una piccola Nazione assediata che lottava per sopravvivere contro ogni ostacolo. Era piccolo, ingegnoso e mortale, un simbolo adeguato di tutto ciò che Israele era stato nei suoi primi decenni.

Iron Dome non è solo l’arma israeliana più conosciuta, funge da immagine di come Israele è visto oggi in Occidente.

A differenza dell’Uzi, con il suo telaio squadrato e la sua canna schiacciata, non ha una forma definita, solo una fila di anonime cabine e camere di lancio quadrate. Adolescenti eccitabili non possono immaginarsi mentre sparano con esso, alla Stallone, contro i cattivi. Iron Dome è un algoritmo segreto e piccoli sbuffi di fumo nel cielo o lunghe striature gialle di notte.

Non puoi capire come funziona, solo quello che fa, e quello che quei geni di israeliani hanno di nuovo fatto, solo che ora, invece di saldare qualche pezzo stampato di metallo insieme a un’efficiente molla, lo hanno fatto con la matematica e la tecnologia.

Iron Dome è molto più di uno dei sistemi israeliani di missili difensivi multistrato. È la quintessenza di tutto quello che Israele porta nell’alleanza: la tecnologia, la potenza di fuoco, la condivisione del sapere e dell’intelligenza. Un’immagine del valore e dell’esperienza militari che può apprezzare persino un renitente alla leva senza alcuna conoscenza di strategia militare come Trump.

E se persino Trump lo può capire, i dirigenti più consapevoli, che negli ultimi due anni e mezzo, dopo decenni di scarsi finanziamenti destinati alla difesa, mancanza di investimenti nelle industrie militari e una riduzione di personale che ha inviato i reclutatori dei marines USA fino in Micronesia, hanno cercato di capire come l’Occidente possa attrezzarsi per affrontare una Russia rinascente e una sempre più aggressiva Cina, sanno di non poter rinunciare a un piccolo Paese in grado di costruire una potenza militare avanzata con così poche risorse.

Questa immagine di un Israele avanzato ed efficiente ha contribuito a tenere aperta la finestra a Gaza l’anno scorso, anche se molto di quanto è successo negli ultimi 12 mesi, il fallimento totale dell’intelligence e della tecnologia il 7 ottobre e la totale distruzione di Gaza da allora, hanno eroso la sua immagine. Israele è stato in grado di sfruttare la reputazione che si è costruito prima della guerra.

È il processo opposto a quello che è avvenuto nel caso dell’Ucraina dove, alla vigilia dell’invasione russa, l’Occidente stava per rinunciare e ridurre la sua sconfitta offrendo al presidente Volodymyr Zelenskyy un elicottero per portarlo fuori e creare un governo in esilio. Solo quando nei giorni e nelle settimane successivi è emerso che i valorosi ucraini si sono dimostrati abili nel bloccare, dividere e alla fine distruggere sferraglianti colonne corazzate russe l’Occidente ha iniziato ad aumentare il suo sostegno all’Ucraina con armamenti pesanti sempre più avanzati che valgono decine di miliardi di dollari.

Ciò non ha a che fare con la questione morale a favore dell’Ucraina, ma con fornire all’Occidente un conveniente rapporto qualità-prezzo per erodere le capacità della Russia, evidenziare la sua vulnerabilità e dare all’Occidente più tempo per preparare le sue difese. L’Ucraina ha fatto tutto questo dal febbraio 2022, ed è la ragione per cui ora ha una flottiglia di caccia F-16 e centinaia di carri armati occidentali.

La buona sorte di Israele è stata che quando è iniziata la guerra a Gaza non ha dovuto perorare la causa geopolitica. Più di tutti i tentativi propagandistici di mostrare i dettagli delle atrocità del 7 ottobre per controbilanciare le foto dei bambini palestinesi uccisi nelle rovine di Gaza sui media internazionali, quello che ha tenuto l’Occidente dalla parte di Israele è la necessità di tenerselo nell’alleanza.

È per questo che ci è voluto quasi un anno di pressioni politiche interne prima che i leader di Gran Bretagna e Francia, due Paesi che comunque praticamente non vendono armi a Israele, facessero il minimo gesto di bloccare le armi, anche se in realtà i loro servizi militari e di intelligence continuano a cooperare intensamente con Israele.

È la ragione per cui, nonostante la guerra, il più importante sviluppo nel commercio di armi tra Israele e l’Europa è stato il fatto che la Germania ha firmato un contratto da 4.4 miliardi di dollari per comprare il sistema israeliano di difesa missilistica Arrow come pilastro della sua European Sky Shield Initiative [progetto per costruire un sistema di difesa aerea europeo integrato a terra che includa armi contro i missili balistici, ndt.].

Niente di tutto questo significa che Israele abbia un assegno in bianco per un altro anno di guerra, non solo a Gaza, ma neppure contro Hezbollah e l’Iran.

Ciò significa che i calcoli delle capitali occidentali riguardo a se continuare ad appoggiare Israele non sono, e non saranno, dettati dalle foto del massacro di Gaza, ma da quegli stessi calcoli pragmatici che potrebbero essere stravolti da una guerra totale con l’Iran, e il suo più complessivo impatto geopolitico sulle forniture energetiche a livello globale e sulla Cina.

Il pregio dell’israeliano Iron Dome ne ha fatto una risorsa nell’alleanza occidentale e gli ha garantito un anno in cui è stato in grado di operare a Gaza e in Libano con pochissimi limiti. Non sarà più così se il fronte iraniano continua a peggiorare.

Nel secondo anno di guerra potrebbe scoprire che sta diventando più un ostacolo che un vantaggio.

Anshel Pfeffer è l’inviato di The Economist in Israele.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Iron Dome: la farsa del finanziamento USA

Richard Falk

lunedì 4 Ottobre 2021, GLOBAL JUSTICE IN THE 21ST CENTURY

Che gli Stati Uniti paghino il conto per ricostituire la scorta di missili nel sistema difensivo israeliano Iron Dome (Cupola di Ferro) utilizzato durante l’attacco a Gaza in maggio è una caricatura di legalità e giustizia.

E che una tale iniziativa conquisti il sostegno di un voto di 420 a 9 in una Camera dei Rappresentanti (USA) altrimenti disperatamente divisa dovrebbe essere d’imbarazzo anziché l’occasione per ristabilire questa discutibile Relazione Speciale senza contare quanto il suo incondizionato mantenimento sia avverso al benessere della gente del Medio Oriente e alla razionalità strategica della politica estera USA.

Mistificazioni sulla Cupola di Ferro

Ci sono stati molti ragionamenti falsi attorno a questa ultima affermazione promiscua del militarismo israeliano. La Cupola di Ferro si presenta al mondo come arma puramente difensiva il cui solo ruolo è salvare la vita di civili innocenti. Se è così, perché non installare una Cupola di Ferro a Gaza, come ha osservato Alison, dov’è realmente necessaria a una popolazione del tutto priva di difesa e assediata che ha subìto un massiccio numero di vittime civili per ripetuti attacchi missilistici israeliani da molti anni.

Iron Dome

Chiunque sia consapevole della devastazione e delle vittime civili subite dalla popolazione di Gaza lo scorso maggio capirebbe che Israele ci penserebbe due volte prima di lanciare un’operazione militare aggressiva se la sua popolazione e le sue città fossero esposte ad attacchi di rappresaglia come la gente di Gaza. Non c’è bisogno di essere uno studioso di strategia militare per sapere che offesa e difesa sono letalmente interconnesse in condizioni di combattimento.

Non solo la Cupola di Ferro viene mal rappresentata, ma l’implicito attacco militare, con il nome in codice IDF [dell’esercito israeliano – ndt] sconcertante di “Guardiano delle Mura”, è stato falsamente descritto come risposta ‘difensiva’ al ‘terrorismo’ di Hamas e gruppi armati associati. Ignorati da tale reportage mediatico sono lo sfondo e il contesto israeliani molto incendiari. I razzi da Gaza furono preceduti da una serie di provocazioni israeliane a Gerusalemme-Est e in Cisgiordania; compresa la protezione alle marce ebraiche estremiste per i quartieri palestinesi con cantilene come ‘morte agli arabi’, la violenza dei coloni contro i palestinesi, e parecchie intrusioni e interferenze con la liturgia musulmana nel complesso di Al Aqsa durante un periodo di vacanze religiose.

Confronto fra vittime civili

Quando si facciano e le valutazioni di responsabilità per perdite di vite e un’autentica identificazione degli autori del terrorismo, è illuminante comparare le statistiche sulle vittime di queste periodiche operazioni militari israeliane condotte contro una società di Gaza intrappolata e del tutto vulnerabile. Uno dei princìpi basilari del diritto umanitario internazionale è il requisito che qualunque ricorso alla forza militare sia proporzionato nella reazione; un’altra norma primaria è la proibizione di ‘punizione collettiva’ all’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra. Nell’Operazione Piombo Fuso, del 2008-09, furono uccisi 14 israeliani e 1434 palestinesi; e nell’Operazione Pilastro di Difesa, del 2012, 6 israeliani e 158 palestinesi; nell’Operazione margine Protettivo, del 2014, 73 israeliani e 2100 palestinesi; in Guardiano delle Mura, del 2021, 12 israeliani e 256 palestinesi.

Questo confronto di vite perse è rivelativo, ma ancora lungi dal ritratto completo di uni-lateralità. A Gaza dopo le rispettive carneficine si nega di routine l’accesso ai materiali necessari per riparare il peggio dei danni inflitti a persone e cose, alquanto arbitrariamente per lunghi periodi, aggravando quella che a Gaza passa per normalità nei periodi migliori, ossia gli intervalli durante attacchi massicci, a parte i frequenti attacchi militari limitati, la violenza confinaria, e le innumerevoli intrusioni con droni di sorveglianza e sorvoli con schianti supersonici.

Contro uno sfondo così tormentato, il governo USA dovrebbe almeno trattenersi da sovvenzionare il militarismo israeliano addirittura oltre i già deprecabili $3.8 miliardi annui. Aldilà delle considerazioni morali e legali, ci si chiede perché Israele debba essere destinatario di tanta carità geopolitica godendo di una economia è robusta e di uno dei più alti redditi pro capite al mondo, con vantaggiose tecnologie di punta e un redditizio mercato in espansione per la sua industria delle armi e i programmi formativi antiterrorismo.

Non solo gli USA dovrebbero vergognarsi, ma sentirsi pure umiliati per erigere una tale piattaforma parlamentare bipartite pur restando nettamente spaccati su prospettive che dovrebbero essere imperativi apolitici: una politica confinaria e sull’immigrazione umana, finanziamento adeguato delle infrastrutture e della protezione sociale, mantenere aperto il processo elettorale a tutti i cittadini e preservare la democrazia politica nonostante la violenza insurrezionale, e dedicare tutti i fondi pubblici disponibili ad affrontare le minacce multiple attribuibili al cambiamento climatico.

E riguardo alle armi nucleari israeliane?

È anche rilevante la prospettiva strategica. In Medio Oriente persistono gravi pericoli di guerra in larga parte perché l’Occidente non sa trattare equanimemente gli armamenti nucleari. Molto tempo addietro ha facilitato acquisizione, possesso e sviluppo segreti di tale armamento da parte d’Israele ed è impegnato alla guerra se necessario per frustrare il presunto approccio dell’Iran alla soglia nucleare [militare]. Non osando Washington sfidare l’opzione nucleare d’Israele, gli USA sono costretti contro i propri interessi ad unirsi a Israele (e all’Arabia Saudita) nel confrontare l’Iran.

Dovrebbe essere evidente ad ogni osservatore equanime che l’Iran ha un persuasivo caso di sicurezza per un deterrente nucleare date le costanti minacce e violazioni della propria sovranità da parte delle provocazioni militari israeliane e USA. Dovrebbe essere ovvio che sicurezza, pace e sviluppo economico beneficerebbero tutti i popoli del Medio Oriente se nella regione fosse istituita una zona priva di armi nucleari, monitorata e verificata internazionalmente. Al tempo stesso ridurrebbe quasi a zero i pericoli di una guerra regionale e le inibizioni strategiche collegate al tenere Israele come unico paese cui è permesso avere tale armamento senza neppure una pretesa di rendicontazione.

E riguardo all’apartheid israeliana?

Ciò che sarebbe in primo piano nella sovvenzione di un apparato militare straniero sarebbe qualche riflessione sulla sua classifica nell’àmbito dei diritti umani. Nel caso di Israele, il fatto che l’anno scorso sia B’Tselem sia Human Rights Watch, entrambe rispettate ONG per i diritti umani, abbiano concluso dopo studi esaurienti che Israele fosse colpevole del crimine di apartheid, conclusione asserita anche nei particolari concreti dall’intrepido giornalista israeliano Gideon Levy. L’apartheid è elencata fra i crimini contro l’umanità nello Statuto di Roma, struttura portante del trattato che regola l’attività del Tribunale Penale Internazionale.

Il Parlamento [USA] finge di non vedere il crescente consenso sulla nozione che Israele è uno stato di apartheid, conclusione virtualmente riconosciuta dalla statuizione del 2018 nella sua stessa Legge Fondamentale che Israele è lo stato del popolo ebraico, con l’ulteriore implicazione della supremazia ebraica non solo in Israele bensì anche nei Territori Palestinesi Occupati, cioè in tutta quanta la Palestina storica. E con tutto ciò i media mainstream annotano blandamente questa dubbia riaffermazione di sostegno a Israele senza manco tentare di trattare le implicazioni dubbie di tale passo diplomatico di blocco.

E riguardo al diritto di resistenza palestinese?

In considerazione di quanto sopra, il discorso su Israele/Palestina dovrebbe come minimo riconoscere un diritto palestinese di resistenza operativo entro i limiti stabiliti dal diritto internazionale. È ora di smettere di sminuire la resistenza palestinese come ‘terrorismo’ e l’oppressiva dominazione israeliana come intrinsecamente ‘difensiva’.

Tenendo conto di queste considerazioni, dovremmo cominciare a renderci conto di quanto sia stata regressiva la mossa di donare $1 miliardo per una nuova fornitura di missili Cupola di Ferro a questo punto. Dovremmo fare una pausa di ringraziamento alla Squadra per aver tenuto saldamente, chiedendoci perché i Rappresentanti che sostengono le lotte delle persone di colore d’America manchino di esibire pur minimi segni di solidarietà con le vittime dell’ardua prova palestinese.


Richard Falk

Richard Falk è membro della Rrte TRANSCEND, studioso di relazioni internazionali, professore emerito di diritto internazionale all’università di Princeton, Ricercatore Distinto al Centro Orfalea di Studi Globali dell’UCSB, autore, co-autore o capo-redattore di 60 libri, e portavoce e attivista su affari mondiali. Nel 2008, il Consiglio delle Nazioni Unite sui Diritti Umani (UNHRC) ha nominato Falk a due mandati triennali come Rapporteur Speciale ONU sulla “situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967”. Dal 2002 vive a Santa Barbara, California, associate al campus locale dell’Università di California, e presiede da vari anni il consiglio d’amministrazione della Nuclear Age Peace FoundationIl suo libro più recente è On Nuclear Weapons, Denuclearization, Demilitarization, and Disarmament (2019

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis




Gaza: sei morti nelle sparatorie fra Israele e Hamas

MEE staff,

12 novembre 2018 (aggiornato 13 novembre), Middle East Eye

Decine di attacchi aerei israeliani sulla Striscia di Gaza uccidono sei palestinesi, i missili di Hamas fanno morire un palestinese in Israele

Quattro palestinesi sono stati uccisi lunedì e altri due martedì, quando l’esercito israeliano ha sferrato decine di attacchi aerei sulla Striscia di Gaza, mentre centinaia di missili venivano lanciati dall’enclave assediata.

Il ministero della Sanità di Gaza ha identificato i sei palestinesi uccisi come Mohammed Zakariya al-Tatari, 27 anni, Mohammed Zuhdi Odeh, 22 anni, Hamad Mohammed al-Nahal, 23 anni, Moussa Iyad Abd al-Aal, 22 anni, Khaled Riyadh al-Sultan, 26 anni e Musaab Hoss, 20. Da lunedì pomeriggio sono stati feriti altri 25 palestinesi.

Secondo quanto riferito da Haaretz, un palestinese è stato ucciso da un missile partito da Gaza che ha colpito la sua casa nella città israeliana di Ashkelon. Il razzo avrebbe ferito gravemente anche due donne che si trovavano nella casa.

La morte del quarantenne, un palestinese originario della città di Hebron in Cisgiordania, è la prima morte confermata dovuta alla raffica di razzi lanciati da Gaza iniziata lunedì pomeriggio, a seguito di una micidiale operazione delle forze speciali israeliane nell’enclave.

Secondo quanto riportato dai media israeliani, l’esercito israeliano ha colpito almeno 70 bersagli a Gaza, mentre 300 missili sono stati lanciati dal territorio palestinese verso Israele per tutto il lunedì.

Un attacco israeliano ha ucciso un altro palestinese martedì, ha detto il Ministro della Salute di Gaza, portando così a cinque il bilancio delle vittime nell’enclave in meno di 24 ore.

Un testimone oculare a Gaza ha detto a Middle East Eye che l’esercito israeliano lunedì ha bombardato l’edificio che a Gaza City ospita la stazione televisiva Al-Aqsa, legata a Hamas.

I media locali e internazionali hanno riferito che l’edificio è stato completamente distrutto durante l’attacco, e le strutture vicine danneggiate.

Non ci sono state notizie di vittime, secondo quanto riferito da Reuters.

L’attacco aereo è arrivato dopo che i militari israeliani hanno sparato cinque missili antideflagranti vicino all’edificio, hanno riferito a Reuters funzionari e testimoni palestinesi.

“Proprio come abbiamo affrontato gli attacchi precedenti, stiamo gestendo anche questo”, ha detto Rami Abu Dayya, un cameraman che ha lavorato per Al-Aqsa TV negli ultimi 14 anni durante i quali ha assistito a quattro diversi attacchi israeliani contro l’edificio.

Abu Dayya, 33 anni, ha detto anche di aver personalmente subìto tre diverse ferite durante gli attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza negli ultimi anni.

“Israele sta cercando di mettere a tacere i media palestinesi. Tuttavia, pochi minuti dopo che l’edificio di Al-Aqsa è stato preso di mira, siamo stati in grado di riprendere le trasmissioni [da un altro luogo] “, ha detto lunedì a MEE.

Dawoud Shihab, capo dell’ufficio stampa della fazione palestinese Islamic Jihad, ha affermato che la distruzione dell’edificio del canale televisivo Al-Aqsa e di molte altre case è stata “un attacco grave e aggressivo”.

“Ciò provocherà un’escalation nella rappresaglia della resistenza (palestinese)”, ha detto Shihab in una dichiarazione.

Nel contempo, il quotidiano israeliano Haaretz ha riferito che l’esercito israeliano avrebbe colpito 70 bersagli nell’enclave palestinese assediata intorno alle 16 di lunedì.

Il sistema israeliano di difesa missilistica Iron Dome ha intercettato circa 60 dei 300 razzi lanciati da Gaza verso Israele, ha riferito il giornale. La maggior parte dei razzi sono atterrati in zone disabitate, ha detto l’esercito israeliano, ha riferito Haaretz.

Gli attacchi aerei israeliani hanno colpito anche case appartenenti agli attivisti di Hamas a Rafah e Khan Younis, nel sud di Gaza, e un hotel a Gaza utilizzato dal governo di Hamas per gestire la sua agenzia di sicurezza interna.

Saeb Erekat, segretario generale del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ha detto che Israele è responsabile degli attacchi a Gaza e del deterioramento della situazione nel territorio.

“Ribadiamo la nostra richiesta di protezione internazionale. Chiediamo alla comunità internazionale di fare tutto il necessario per prevenire un nuovo massacro a Gaza “, ha detto Erekat.

Anche l’Egitto ha invitato Israele a fermare le violenze a Gaza, secondo quanto riferito dalla televisione pubblica/ egiziana, e come riportato da Reuters.

Le fonti dicono che l’Egitto avrebbe comunicato a Israele la necessità di impegnarsi in un processo di allentamento della tensione e ha anche intensificato l’impegno con i palestinesi a tale riguardo.

Abu Obeida, portavoce dell’ala armata di Hamas Brigate al-Qassam, ha twittato “quello che è successo ad Ashkelon è responsabilità del comando nemico”.

A seguito delle violenze, il gabinetto di sicurezza israeliano è stato convocato per martedì mattina.

 

Violenze dopo un fallito raid israeliano

Haaretz ha riferito di un soldato israeliano di 19 anni rimasto gravemente ferito da “un missile anti-carro ” che ha colpito un autobus nel sud del territorio israeliano nel distretto regionale di Shaar HaNegev.

Il servizio sanitario di emergenza israeliano Magen David Adom (MDA), che ha portato l’adolescente al Soroka Medical Center di Beersheba, ha descritto l’incidente come un’esplosione. Altri sei israeliani sono stati leggermente feriti nella città meridionale di Sderot, secondo MDA.

Le sirene hanno suonato nel sud di Israele per tutto il pomeriggio e la sera, e una è risuonata anche vicino al Mar Morto.

Mda ha detto che 50 israeliani sono stati ricoverati all’ospedale Barzilai di Ashkelon, per tutta la giornata di lunedì. Fra di essi, 19 persone sono state ferite da razzi, mentre altre 31 sono state curate per lo shock, secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Ynet.

Il quotidiano ha riferito che il personale del Soroka Medical Center di Beersheba ha curato lunedì altri tre israeliani feriti dal lancio di razzi, e altri 44 sotto shock.

La violenza di lunedì fa seguito al micidiale raid dell’esercito israeliano via terra e via aria su Gaza domenica sera, durante il quale sette palestinesi – tra cui un comandante dell’ala militare di Hamas, le brigate al-Qassam – e un ufficiale israeliano sono stati uccisi.

L’incidente, che costituisce un raro esempio di truppe di terra israeliane penetrate così addentro nella Striscia di Gaza, ha scatenato la paura di un’escalation di violenza nel territorio costiero palestinese.

Lunedì l’inviato del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump per il Medio Oriente, Jason Greenblatt, ha manifestato il suo totale sostegno a Israele, fedele alleato degli Stati Uniti, e ha twittato che “gli attacchi con i razzi e i colpi di mortaio contro le città israeliane devono essere condannati da tutti”.

“Israele è ancora una volta costretto a ricorrere all’azione militare per difendere i suoi cittadini e noi stiamo con Israele che si difende dagli attacchi”, ha detto Greenblatt.

L’incursione israeliana e il successivo scambio di fuoco hanno avuto luogo nonostante gli sforzi egiziani di negoziare un accordo tra Hamas e Israele, in mezzo alle continue proteste di massa a Gaza che mettono sotto pressione Israele affinché ponga fine al blocco della Striscia.

Di recente, Israele ha accettato di consentire al Qatar di donare milioni di dollari in aiuti per contribuire a pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici di Gaza e per coprire i costi del carburante necessario ad alleviare una crisi nell’elettricità.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva in precedenza difeso la sua decisione di permettere al Qatar di trasferire denaro a Gaza nonostante le critiche del suo governo, dicendo di voler evitare la guerra, se non fosse stata necessaria.

Israele ha ucciso più di 200 palestinesi e ne ha feriti circa 20.000 dall’inizio più di sette mesi fa delle proteste della Grande Marcia del Ritorno.

I partecipanti alle marce settimanali hanno chiesto la fine del paralizzante assedio di Gaza, in essere da 11 anni, e il permesso per i profughi palestinesi di tornare alle case dei loro antenati.

Aggiornamenti di Mohammed Asad e Maha Hussaini a Gaza

Questo articolo è disponibile in francese sull’edizione francese di Middle East Eye.

(traduzione di Luciana Galliano)