Chiarire il funzionamento della dirigenza di Hamas

Hanna Alshaikh

30 agosto 2024 – Mondoweiss

Tratteggiando una semplicistica contrapposizione tra il “moderato” Ismail Haniyeh e l’“estremista” Yahya Sinwar, i media hanno frainteso il modo in cui opera la dirigenza di Hamas. In realtà il processo decisionale di Hamas è molto più istituzionalizzato.

Dopo che Ismail Haniyeh, capo dell’Ufficio Politico di Hamas, è stato assassinato a Teheran, il Consiglio della Shura, il più alto organo consultivo del Movimento, ha rapidamente e unanimemente scelto Yahya Sinwar come suo successore. Quando è stato ucciso, Haniyeh era a capo della rappresentanza di Hamas nei negoziati per il cessate il fuoco con i mediatori e molti analisti hanno affermato che l’ascesa di Sinwar fosse il segnale di una rottura radicale con le politiche di Haniyeh e di altri esponenti di spicco dell’Ufficio Politico.

Questa analisi è in larga parte fuorviante.

Essa dimostra scarsa comprensione non solo della dirigenza del Movimento di Resistenza Islamica (Hamas), ma del più ampio Movimento nel suo insieme. Che la direzione di Sinwar costituisca una rottura con il passato è una tesi sintomatica della tendenza nell’analisi occidentale a leggere le figure dei dirigenti palestinesi attraverso dicotomie semplicistiche come “falco/colomba” o “moderato/radicale”. Queste etichette nascondono più di quanto rivelino.

A questa carenza analitica si somma la sensazionalistica fissazione per la psicologia di Sinwar. Questo approccio riduce politiche complesse a caratteri personali e presuppone che i processi decisionali di Hamas siano in larga parte riconducibili a singole personalità piuttosto che a solidi dibatti interni ed elezioni, complesse deliberazioni e consultazioni e contrappesi istituzionali.

Nonostante queste distorsioni nel dibattito generale, vale comunque la pena approfondire in quale misura il mandato di Sinwar a Capo dell’Ufficio Politico si distinguerà da quello di Haniyeh. Vi sono segni di rottura?

Sfidare l’isolamento

Per poter meglio valutare un’eventuale rottura occore considerare alcuni parallelismi nelle traiettorie di Haniyeh e Sinwar. Il primo è il più ovvio: entrambi hanno scalato i vertici della dirigenza palestinese prima e di quella di Hamas poi. Nati nei campi profughi della Striscia di Gaza nei primi anni ’60, Haniyeh e Sinwar si sono affacciati al mondo come rifugiati, condizione che comporta un’esistenza fatta di esclusione, spossessamento e marginalizzazione. A dispetto di questa condizione, entrambi si sono uniti al movimento islamico a Gaza e sono stati ulteriormente isolati e dislocati: Haniyeh fu esiliato nella città libanese di Marj al-Zouhour nel 1992, mentre Sinwar fu imprigionato nel 1988 e condannato a quattro ergastoli l’anno seguente. Queste avversità non hanno impedito ai due dirigenti né di maturare la loro preparazione politica né di giocare un ruolo nello sviluppo della stessa Hamas.

Dalle dure condizioni del suo esilio a Marj al-Zouhour, Haniyeh ha maturato esperienza nel coordinamento delle attività con i palestinesi fuori da Hamas, nella gestione dei rapporti con Hezbollah e nel confronto con gli Stati arabi e la comunità internazionale – culminata con l’approvazione da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di una risoluzione che ne chiedeva il ritorno, che avvenne l’anno successivo. Questa esperienza in diplomazia e negoziazione con altri gruppi palestinesi, Haniyeh l’avrebbe portata con sé per il resto della sua carriera. Nel 2006 Haniyeh fu il primo capo del governo palestinese democraticamente eletto. Mentre il sabotaggio di questo governo di unità nazionale portava a brutali scontri tra fazioni e all’instaurazione del blocco israeliano su Gaza, Haniyeh ha dedicato anni al perseguimento della riconciliazione e dell’unità nazionali, oltre al lavoro a livello diplomatico.

Dalla prigione Sinwar ha continuato a sviluppare le capacità di controspionaggio del Movimento, un processo che aveva avviato nel 1985 con la creazione dell’“Organizzazione per la sicurezza e la vigilanza” nota come “Majd”, con l’obbiettivo di provvedere all’addestramento in materia di sicurezza e controspionaggio e identificare sospetti collaboratori. Quando Sinwar è stato arrestato nel 1988, dopo solo un mese dall’inizio della Prima Intifada, è stato accusato di aver ucciso 12 collaboratori. Da prigioniero, Sinwar ha continuato a spendersi per il rafforzamento del controspionaggio del Movimento e a investire nelle capacità dei prigionieri palestinesi. Ha imparato l’ebraico ed è stato un avido lettore. La sua competenza ha segnato nel tempo lo sviluppo del Movimento e consolidato la sua figura di autorità del Movimento in prigione.

Un capitolo importante e più diffusamente conosciuto dell’esperienza politica di Sinwar è quello relativo al ruolo chiave che ha avuto nelle negoziazioni che hanno portato al rilascio di più di 1000 prigionieri palestinesi nel 2011, incluso lo stesso Sinwar, in cambio di Gilad Shalit, soldato israeliano catturato dai combattenti delle brigate Qassam nel 2006. Aspetto meno conosciuto del tempo che ha passato in prigione è invece l’accorta destrezza con cui ha coinvolto e radunato i palestinesi di diverse fazioni in scioperi e proteste di detenuti. Nel periodo immediatamente successivo al suo rilascio, è riuscito a utilizzare queste abilità per ottenere maggiore influenza nei negoziati con Israele e trovare punti di accordo con i palestinesi di altre fazioni.

Negoziati dopo la prigione

Nel 2012, poco dopo il suo ritorno a Gaza, Sinwar è stato eletto all’Ufficio Politico di Hamas. Solo cinque anni dopo, nel 2017, Sinwar è stato eletto successore di Haniyeh a capo della dirigenza di Gaza. I primi anni di Sinwar a Gaza sono speso ricordati come un periodo in cui Hamas ha serrato i ranghi internamente e si è impegnata in campagne pubbliche contro la collaborazione con Israele, anche se in forme piuttosto diverse rispetto ai primissimi giorni del Majd.

Fatto meno sensazionalistico e non adatto a narrazioni enfatiche, mentre era a capo della dirigenza di Gaza Sinwar si è anche impegnato in diversi negoziati complessi e tortuosi.

Nel 2017, a dieci anni dall’inizio del blocco israeliano su Gaza, la lotta quotidiana di 2 milioni di palestinesi stava per peggiorare ulteriormente a causa di una serie di decisioni di Mahmoud Abbas che avrebbero aggravato le conseguenze economiche dell’isolamento di Gaza. Nel marzo del 2017, l’Autorità Palestinese, con sede a Ramallah, aveva ridotto i salari dei propri dipendenti a Gaza fino al 30% e a giugno i salari dei prigionieri palestinesi “deportati” a Gaza nel 2011 furono completamente eliminati. Poi, con una mossa molto discussa e considerata una forma di punizione collettiva, cancellando un’esenzione fiscale Abbas di fatto ridusse i rifornimenti di carburante a Gaza, provocando una crisi energetica che ridusse la fornitura di elettricità per i palestinesi di Gaza da otto a quattro ore al giorno circa.

Con una mossa che sorprese molti osservatori, per fare fronte alle crisi provocate dai cambiamenti politici a Ramallah, Sinwar strinse un accordo con l’ex capo della Forza di sicurezza preventiva dell’Autorità Palestinese, Muhammad Dahlan. Nato come Sinwar nel campo profughi di Khan Younis, Dahlan era stato un dirigente chiave di Fatah fino al 2011, quando si trasferì negli Emirati Arabi Uniti dopo uno scontro con la dirigenza del partito. L’idea di un accordo tra Hamas e l’uomo che aveva realizzato il desiderio dell’amministrazione Bush di minare il governo di unità palestinese guidato dal neoeletto Haniyeh era inconcepibile all’inizio della divisione tra Gaza e Cisgiordania, dieci anni prima. Ragioni interne e regionali imponevano tuttavia alla dirigenza del Movimento di adattarsi, e Sinwar era pronto a negoziare.

L’accordo tra Hamas e Dahlan ebbe scarso successo, ma mise in luce due aspetti fondamentali del mandato di Sinwar come capo della dirigenza di Gaza: la capacità di colmare le divergenze con altri segmenti della politica e della società palestinesi e quella di mantenere relazioni estere equilibrate in un mutato scenario regionale. Più specificamente, attraverso i suoi stretti legami con i governi degli Emirati Arabi Uniti e dell’Egitto, Dahlan riuscì a far entrare un po’ di carburante attraverso il valico di Rafah. In un momento in cui le relazioni tra Hamas e l’Egitto erano al massimo della tensione, all’inizio del primo mandato di Sinwar, fu un fatto significativo.

Nei mesi e negli anni successivi, Sinwar è riuscito a continuare ad allentare le tensioni con l’Egitto. Servendosi dell’influenza costruita con la mobilitazione civile indipendente dei palestinesi in seguito nota come Grande Marcia del Ritorno (2018-19) e di un maldestro tentativo da parte del Mossad di infiltrare e installare apparecchiature di sorveglianza a Gaza nel novembre 2018, la dirigenza di Hamas ha ottenuto diverse concessioni che hanno attenuato l’impatto del blocco israeliano su Gaza, inclusi un allentamento delle restrizioni sui viaggi attraverso il valico di Rafah con l’Egitto, un maggior numero giornaliero di camion carichi di merci in ingresso a Gaza e denaro per pagare i salari dei funzionari pubblici.

È ampiamente riconosciuto che Sinwar abbia giocato un ruolo di primo piano nel miglioramento delle relazioni di Hamas con altri membri dell’“Asse della Resistenza” dopo che la dirigenza di Hamas lasciò Damasco nel 2012, nel pieno dell’insurrezione siriana e della guerra civile. Non altrettanto riconosciuto è il ruolo di Sinwar nel miglioramento e nella rinegoziazione delle condizioni nei rapporti di Hamas con altri attori regionali al di fuori degli alleati più stretti. Concentrare l’attenzione sui suoi legami con l’“Asse” limita il dibattito sulla guida di Sinwar entro i confini di una certa corrente ideologica, ma la sua volontà di negoziare indica un approccio agli equilibri di potere regionali più sofisticato di quanto prevedano queste etichette arbitrarie.

Sinwar e i suoi predecessori

Due concetti operativi nel lessico politico di Hamas – accumulazione e consultazione – sono fondamentali per comprendere come funziona il Movimento e come lavorano i suoi dirigenti. Qualsiasi comprensione del Movimento in generale e del ruolo di Sinwar in particolare deve tenere conto di questi fattori imprescindibili nell’evoluzione del potere e del dinamismo istituzionale di Hamas.

Con il termine “accumulazione” ci si riferisce generalmente allo sviluppo sul piano militare nel tempo. É inoltre utile considerare come accumulazione anche l’esperienza e le capacità politiche cui i dirigenti di Hamas ricorrono per gestire difficili problemi di amministrazione sotto il blocco: esigenze umanitarie sotto l’assedio, fasi di isolamento a livello regionale, fasi di costruzione e stabilizzazione di alleanze a livello regionale, riconciliazione nazionale con altre fazioni palestinesi. La costruzione delle basi del successo politico e dell’accumulazione militare richiede continuità più che rotture.

Con il termine “consultazione” ci si riferisce alle buone pratiche e alle strutture interne a Hamas. Il Movimento ha organi consultivi a diversi livelli che fungono da organi di controllo e di consulenza per la dirigenza politica. I membri sono eletti e comprendono palestinesi della Cisgiordania, di Gaza, dalla diaspora e dalle prigioni. L’organo consultivo più alto, il Consiglio Generale della Shura, nomina i membri di un organo indipendente che coordina e supervisiona l’elezione dell’Ufficio Politico per garantirne la trasparenza. Se normalmente poche informazioni su queste strutture raggiungono il pubblico, in una situazione di emergenza come l’assassinio di Ismail Haniyeh si è appreso che il Consiglio Generale della Shura può nominare un successore in circostanze eccezionali (Sinwar è stato scelto all’unanimità).

La pratica e la struttura della consultazione non sono circoscritte all’ala politica di Hamas. Anche l’ ala militare del Movimento, le Brigate Qassam, ha procedure di consultazione – infatti, Sinwar aveva operato come coordinatore tra il ramo militare e quello politico dopo essere entrato a far parte dell’ufficio politico. Zaher Jabareen, che aveva radicato le Brigate Qassam nella Cisgiordania settentrionale, ha spiegato che non è corretto rappresentare il Majd come una struttura centralizzata, poiché le decisioni sui sospetti non sono nelle mani di un individuo solo – esse sono soggette a procedure articolate in più fasi, nonché a ulteriori indagini da parte di un’“organizzazione professionale” distinta. Jabareen ha sottolineato che sono previste sanzioni severe per il personale che non gestisce correttamente un caso.

Secondo questa stessa dinamica, quando dirigenti come Sinwar o Haniyeh prendono una decisione importante, non solo giungono a quella conclusione attraverso la consultazione con figure di grande esperienza, ma ne rispondono agli elettori che si aspettano un’iniziativa, siano essi interni al Movimento o nella società in generale. Come capi della dirigenza di Gaza e dell’Ufficio Politico, Sinwar e Haniyeh hanno lavorato insieme e spesso sono apparsi in incontri pubblici con diversi corpi elettorali per costruire consenso sul tema della riconciliazione nazionale. Per loro riconciliazione nazionale non è stata solo la priorità assoluta del fare ammenda con Fatah e unire il corpo politico palestinese, ma significava anche colmare altre forme di divisioni politiche, nonché questioni sociali e socioeconomiche a Gaza. Tutto questo per prepararsi all’imminente battaglia, per accumulare forza militare, sostegno popolare e l’unità politica necessari. Sembra che la consultazione proceda sia dall’alto verso il basso che dal basso verso l’alto.

Diverse dichiarazioni di Sinwar e di due fra i suoi predecessori mostrano come l’accumulazione di forza e risultati abbia promosso la continuità in ogni nuova fase. Khaled Meshaal aveva delineato le priorità del suo ultimo mandato in un’intervista del maggio 2013: resistenza, concentrazione su Gerusalemme come cuore della causa palestinese, liberazione dei prigionieri, lotta per il diritto al ritorno e promozione del ruolo della diaspora nella lotta, riconciliazione nazionale tra le fazioni palestinesi per unire e raccogliere il corpo politico palestinese in sostegno alla resistenza, coinvolgimento dei paesi arabi e musulmani, coinvolgimento della comunità internazionale sia a livello ufficiale che a livello popolare, rafforzamento istituzionale interno a Hamas, espansione del suo potere e apertura verso altre formazioni palestinesi e verso altri arabi e musulmani in generale.

Il commento di Meshaal sui prigionieri balza agli occhi. Li aveva definiti come “l’orgoglio del nostro popolo”. Quando gli è stato chiesto di entrare nei dettagli circa il piano per ottenerne la liberazione e se questo prevedesse la cattura di altri soldati israeliani, Meshaal ha preferito tacere. Due mesi più tardi, il rovesciamento del governo Morsi in Egitto avrebbe determinato un cambiamento nelle operazioni di Hamas, cosa che probabilmente ha indotto la dirigenza dell’Ufficio Politico ad alcuni ripensamenti. Nonostante le difficoltà che tutto ciò ha implicato per Hamas, soltanto un anno dopo, nel corso della guerra di 51 giorni di Israele contro Gaza del 2014, in almeno cinque occasioni le brigate Qassam sono entrate in Israele, puntando alle sue basi militari, e hanno catturato i corpi di due soldati. Oggi questa accumulazione e questa continuità sono riscontrabili nelle dichiarazioni dei dirigenti di Hamas che spiegano che lo scopo dell’operazione del 7 ottobre era quello di catturare soldati israeliani in vista di uno scambio di prigionieri.

All’inizio del suo ultimo mandato, Meshaal aveva pubblicamente smentito insieme ad Haniyeh le voci di tensioni tra loro. Queste voci sono perdurate negli anni, mentre non si è prestata sufficiente attenzione alla corrispondenza fra i due dirigenti, che coerentemente dimostra priorità condivise.

La prospettiva comune, la comunicazione e le priorità condivise sono continuate con Haniyeh a capo dell’Ufficio Politico. In seguito alla guerra del 2021 di Israele contro Gaza, che i palestinesi chiamano “la battaglia della spada di Gerusalemme” – in occasione della quale ebbe luogo un sollevamento noto come “Intifada dell’Unità” che si diffuse da Gerusalemme alla Cisgiordania, fino ai palestinesi con cittadinanza israeliana e alle comunità dei rifugiati in Libano e Giordania – Ismail Haniyeh pronunciò un discorso della vittoria che sottolineava il ruolo centrale nel Movimento della continuità e dell’accumulazione.

Haniyeh descrisse la battaglia come una “vittoria strategica” e dichiarò che ciò che sarebbe avvenuto dopo non sarebbe stato “come ciò che è avvenuto prima”, aggiungendo che “è una vittoria divina, una vittoria strategica, una vittoria complessa” sui piani della scena nazionale palestinese, dalla nazione araba e musulmana, sul piano delle masse globali e su quello della comunità internazionale. Il discorso sottolineava l’importanza per questa vittoria dell’accumulazione di forze e della dedizione a priorità e obbiettivi riconducibili a epoche precedenti del Movimento. Preannunciava anche grandi cambiamenti futuri.

Prima del 7 ottobre, Sinwar tenne un discorso in occasione del quale ebbe a dire:

Nell’arco di alcuni mesi, io stimo non più di un anno, obbligheremo l’occupazione ad affrontare due opzioni: o li obbligheremo ad applicare la legge internazionale, rispettare le risoluzioni internazionali, ritirarsi dalla Cisgiordania e da Gerusalemme, smantellare le colonie, liberare i prigionieri e garantire il ritorno ai rifugiati, ottenendo l’istituzione di uno Stato palestinese sulle terre occupate nel 1967, inclusa Gerusalemme, o metteremo questa occupazione in contraddizione e contrasto con l’intero ordine internazionale, la isoleremo in modo radicale e potente, e metteremo fine alla sua integrazione nella regione e nel mondo intero, affrontando lo stato di collasso che si è verificato su tutti i fronti di resistenza negli ultimi anni”.

Alla luce di ciò, vale la pena chiedersi se Sinwar sia davvero così imprevedibile come sostengono gli opinionisti. Le sue dichiarazioni mettono in dubbio anche la lettura dell’ascesa di Sinwar come una rottura totale con il passato del Movimento.

Hamas come mediatore

La personalità di Yahya Sinwar è stata rappresentata in modo sensazionalistico dai media occidentali (e anche arabi). In generale, queste discussioni su Hamas sono spesso basate su voci, insinuazioni e affermazioni prive di fondamento che tendono a mettere in evidenza i disaccordi tra i componenti della sua dirigenza, etichettando i dirigenti sulla falsariga dell’opposizione tra “moderati che favoriscono la diplomazia e i negoziati” e “falchi militanti”. Esaminando gli aspetti delle carriere di Sinwar e Haniyeh dovrebbe risultare più chiaro che, sebbene le personalità e le specificità del percorso di ciascun dirigente abbiano un impatto sul loro processo decisionale, si tratta solo di una parte del modo in cui questi dirigenti, e il Movimento in generale, prendono le decisioni.

Nel corso degli anni, Hamas ha dimostrato di saper sfruttare le diverse esperienze dei suoi leader per rafforzare le proprie capacità sul piano militare, politico, diplomatico e popolare. Radicato nei principi di consultazione e accumulazione, Hamas è allo stesso tempo un Movimento orizzontale e un Movimento di istituzioni. Istituzioni efficaci come il Consiglio della Shura hanno aiutato il Movimento a superare momenti di incertezza, come l’assassinio di Ismail Haniyeh.

Questo è l’ultimo esempio di come Hamas abbia dimostrato livelli di dinamismo e flessibilità istituzionale senza precedenti rispetto alla storia della creazione di istituzioni tra le fazioni palestinesi.
In questo contesto, quelle che potrebbero apparire come differenze significative tra i dirigenti possono diventare una fonte di forza per il Movimento, permettendogli di bilanciare le richieste, a volte contrastanti, di vari elettorati, soprattutto mentre gestisce il processo decisionale tra gli alti livelli di sorveglianza, la costante minaccia di assassinio e di incarcerazione dei suoi dirigenti e i continui assalti alle sue strutture e istituzioni.

Con ciò non si vuole negare che a volte possano esserci divergenze tra i dirigenti del Movimento. Questo è un fattore in gioco sin dalla fondazione dell’organizzazione nel 1987. Tuttavia, Hamas è anche un Movimento di istituzioni, procedure e strumenti di controllo. La regola generale è stata la consultazione, l’accumulazione e il bilanciamento delle esigenze dei vari gruppi. La comunicazione della dirigenza ne ha dato prova pubblicamente e con coerenza nel tempo, non solo durante la guerra genocida in corso, ma per tutti i suoi 37 anni di storia.

In seguito all’operazione “al-Aqsa Flood” del 7 ottobre 2023 e al susseguente genocidio a Gaza, sono stati sollevati ulteriori interrogativi su Hamas in generale e sulla personalità di Yahya Sinwar in particolare. Molti ancora parlano di Sinwar come dell’imprevedibile mente dietro all’operazione, insistendo su una narrazione in cui Sinwar ha avuto da solo il potere di condurre un’operazione senza precedenti contro Israele, con tutte le complesse implicazioni locali, regionali e internazionali che ne deriverebbero. Non è perché si voglia fare un favore ad Hamas – non si tratta di uno stratagemma per dare la colpa a una “mela marcia” e favorire il ritorno al governo di un Hamas “demilitarizzato”. Per alcuni sedicenti esperti, il ricorso a questa spiegazione è dovuto a una scarsa comprensione del Movimento. Per altri permette di fornire una copertura ai fallimenti militari di Israele nel caso in cui catturi Sinwar e sostituisca questo risultato alla “vittoria totale”. Se Sinwar è Hamas e Hamas è Sinwar, allora l’eliminazione dell’uno comporterebbe quella del secondo.

In realtà, ciò che pensiamo di sapere sulla pianificazione e sull’esecuzione dell’offensiva del 7 ottobre – e sulla successiva operazione di Hamas di fronte alla guerra genocida di Israele – è probabilmente una goccia nell’oceano. Ma le prove pubblicamente disponibili ci dicono che Yahya Sinwar non è poi così imprevedibile. Egli, come i suoi predecessori, è stato piuttosto trasparente e chiaro sulla direzione in cui l’organizzazione era diretta. I segnali erano evidenti da almeno due anni, sia a livello ufficiale che di base. Le grandi potenze sono rimaste scioccate perché hanno sottovalutato e ignorato il Movimento, non perché siano state ingannate. La narrazione intorno a Sinwar fornisce anche una copertura agli “esperti” per spiegare la loro conoscenza superficiale del Movimento nel migliore dei casi o l’analisi insincera nel peggiore.

Quello che gli analisti avrebbero dovuto sapere è che Hamas è un Movimento di istituzioni e, come qualsiasi altro movimento di massa, riunisce diverse correnti e orientamenti politici che possono essere in disaccordo sulla tattica, ma non sulla strategia. Il governo dell’organizzazione è stato improntato alla continuità, nonostante la frammentazione geografica e le diverse scuole di pensiero su come procedere. Ci sono stati momenti di acceso dibattito e disaccordo, ma non sono un segreto e a volte si sono svolti pubblicamente. Questo è coerente con le dinamiche di un’organizzazione con elezioni interne solide e competitive.

Pochissime delle notizie attribuite a “fonti anonime vicine a Hamas” sui disaccordi interni a Hamas o sulla ristrutturazione del Movimento da parte di Sinwar sono fondate. Forse le operazioni del Movimento cambieranno a causa della guerra in corso ed è possibile che le sue istituzioni si trasformino di conseguenza. Tuttavia, fino a quando non saranno disponibili prove concrete, gli analisti farebbero bene a basare le loro riflessioni sulla vasta mole di scritti, discorsi e interviste che fanno luce su aspetti inutilmente mistificati di Hamas e della sua dirigenza. Non ci sono prove credibili che suggeriscano che Sinwar abbia completamente rivisto la struttura del Movimento e accentrato il potere attorno a sé. Tuttavia, ci sono molte prove che Sinwar non è solo un prodotto del Movimento, ma uno che ha trascorso decenni a costruirlo ed è improbabile che abbia ignorato le persone con cui è cresciuto politicamente e i processi che ha contribuito a stabilire.

Un giorno, dopo la fine di questa guerra genocida, è possibile che emergano nuovi dettagli che cambieranno la comprensione di Hamas e contraddiranno le ipotesi che circolano ora. Quando ciò accadrà, sarà opportuno collocare le nuove prove nel loro giusto contesto storico e chiedere uno standard più elevato agli “esperti” che non hanno fatto i loro compiti a casa.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Israele assassina il capo dell’ufficio politico di Hamas nel contesto di un’escalation regionale

Qassam Muaddi

31 luglio 2024 – Mondoweiss

Israele ha assassinato il capo dell’ufficio politico di Hamas Ismail Haniyeh a Tehran dopo una serie di crescenti tensioni regionali che hanno incluso attacchi senza precedenti all’ “Asse della resistenza”, compresi attacchi aerei su Beirut e sullo Yemen.

Il capo dell’ufficio politico di Hamas ed ex Primo Ministro palestinese, Ismail Haniyeh, è stato ucciso la mattina di mercoledì in un attacco israeliano alla sua residenza nella capitale iraniana Tehran. Haniyeh era in visita in Iran per partecipare alla cerimonia di insediamento del nuovo presidente iraniano, Masoud Pezeshkian.

Hamas ha annunciato in una dichiarazione che Haniyeh è stato ucciso in un attacco israeliano, mentre la guida suprema iraniana, Ali Khamenei, ha accusato Israele dell’assassinio, aggiungendo che “sarà punito severamente”. Anche la Guardia Rivoluzionaria iraniana ha accusato Israele in una dichiarazione, giurando che “il regime sionista riceverà una dura risposta dall’asse della resistenza e specialmente dall’Iran.”

Da parte sua, Israele non ha rivendicato ufficialmente la responsabilità dell’uccisione di Haniyeh, anche se il suo ministro dei Beni Culturali, Amichai Eliyahu, si è rallegrato dell’assassinio commentando che “questo è il modo giusto per purificare il mondo.” Anche l’emittente pubblica ha detto che l’assassinio è avvenuto tramite un missile lanciato da fuori il territorio iraniano.

Haniyeh è la personalità di più alto grado ad essere assassinata da Israele dall’inizio dell’attuale guerra. Negli ultimi mesi stava inoltre conducendo i negoziati per il cessate il fuoco per conto di Hamas.

L’assassinio è avvenuto ore dopo un attacco israeliano al quartiere meridionale di Beirut, Dahiya, ritenuto la principale roccaforte di Hezbollah. L’attacco aveva come obiettivo l’alto comandante di Hezbollah Fouad Shukr, descritto come il braccio destro di Hassan Nasrallah. La sorte di Shukr, al momento in cui scriviamo, resta ignota, ma Hezbollah ha ammesso che Shukr si trovava all’interno dell’edificio preso di mira da Israele. L’attacco di Israele a Beirut segna il secondo importante assassinio nella capitale libanese, mentre il primo era stato l’uccisione del leader di Hamas Saleh Aruri a gennaio. L’attacco è stato probabilmente anche una risposta all’uccisione di 12 bambini siriani drusi nelle Alture del Golan occupate da Israele, in un’esplosione della cui orchestrazione Israele accusa Hezbollah, nonostante l’organizzazione libanese neghi categoricamente la propria responsabilità.

Entrambi gli incidenti inoltre sono avvenuti dopo il bombardamento dell’aeroporto yemenita di Hodeida, di cui Israele ha rivendicato la responsabilità come rappresaglia per un precedente attacco con drone lanciato dal movimento yemenita Ansar Allah a Tel Aviv, che ha provocato la morte di un cittadino israeliano.

Queste tre azioni sono indice di un’escalation regionale mentre la guerra genocida di Israele a Gaza entra nel suo decimo mese. Al tempo stesso gli USA hanno continuato ad arrabattarsi per concludere un accordo di cessate il fuoco e scambio di prigionieri prima delle elezioni presidenziali di novembre. Ma i due attacchi a Beirut e Tehran hanno fatto seguito alla visita del primo ministro Benjamin Netanyahu negli USA ed al suo discorso di fronte al Congresso, in cui ha giurato di continuare la guerra “fino alla vittoria totale”, senza menzionare un accordo sul cessate il fuoco.

Gli attacchi su Beirut e Tehran, che si aggiungono al precedete attacco a Hodeida, indicano le intenzioni di Netanyahu di prolungare la guerra allargando la sua portata regionale allo scopo di sabotare un possibile accordo di cessate il fuoco, specialmente dopo i rapporti di media israeliani secondo cui i capi della sicurezza e dell’esercito hanno fatto pressioni su Netanyahu perché si mostri più flessibile sui negoziati. Benché Israele e USA abbiano dichiarato che non vogliono una guerra regionale, le azioni di Israele rendono più vicina che mai la possibilità di tale guerra. Gli USA hanno anche annunciato che difenderanno Israele nel caso di un conflitto più vasto.

Secondo Mokhimar Abu Saadah, un professore di scienze politiche all’università al-Azhar di Gaza, ora distrutta, “l’assassinio di Haniyeh porterà all’interruzione dei negoziati sul cessate il fuoco. Resteranno congelati per un pezzo.”

Credo che al momento nessuno possa parlare di un accordo o di un cessate il fuoco a Gaza, dopo questo assassinio”, ha detto Abu Saadah al corrispondente da Gaza di Mondoweiss Tareq Hajjaj. “I colloqui su questo argomento verranno rimandati di parecchi giorni.”

Abu Saadah ha puntualizzato che “Hamas potrebbe lanciare operazioni suicide o sparare a soldati in Cisgiordania, soprattutto dato che è in corso uno sciopero generale e un lutto collettivo per l’assassinio.” Tuttavia ha scartato la possibilità di una risposta di Hamas da Gaza, “perché non ci sono a Gaza maggiori potenzialità rispetto a quanto ha fatto negli scorsi dieci mesi.”

L’Iran non intende entrare in guerra con Israele a causa di questo assassinio”, ritiene Abu Saadah. “Se ci sarà una risposta, sarà per togliersi d’imbarazzo, perché una guerra non sarebbe con Israele ma con gli USA e gli iraniani non vogliono entrare in guerra con gli alleati di Israele.”

Neanche gli USA sembrano intenzionati a supportare Israele in una guerra regionale, soprattutto prima delle elezioni presidenziali e con una transizione incerta nella candidatura democratica. Tuttavia finora la politica USA è stata di evitare di fare pressioni su Israele in alcun modo concreto e significativo.

Dopo dieci mesi di incessanti uccisioni di massa di civili a Gaza e dopo l’incriminazione di Israele da parte della Corte Internazionale di Giustizia di plausibile genocidio, unitamente all’incombente minaccia di mandati d’arresto della Corte Penale Internazionale per i leader israeliani, l’appoggio che Netanyahu ha ottenuto a Washington la settimana scorsa è solo servito ad incoraggiare la sua condotta che ora ha spinto l’intera regione più vicino all’orlo di una guerra che tutti hanno cercato di evitare.

Ha contribuito a questo articolo il corrispondente di Mondoweiss a Gaza Tareq Hajjaj.

Qassam Muaddi

Qassam Muaddi è il corrispondente per la Palestina di Mondoweiss.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




I palestinesi indicono la “giornata della rivolta” contro l’accordo di normalizzazione tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrain

Shatha HammadMohammed al-Hajjar

15 settembre 2020 – Middle East Eye

Un nuovo gruppo della società civile palestinese costituito da diverse fazioni ha protestato martedì contro la firma dei controversi accordi.

I palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania occupata sono scesi in piazza per denunciare gli accordi di normalizzazione firmati martedì a Washington tra Israele, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti (EAU).

Sia l’Autorità Palestinese (ANP) che il movimento di Hamas, che governa la Striscia di Gaza, hanno condannato gli accordi mediati dagli Stati Uniti come una “pugnalata alle spalle” al loro popolo.

Dalla prima mattina di martedì si sono svolte manifestazioni nella Cisgiordania occupata a Ramallah, Tulkarem, Nablus, Gerico, Jenin, Betlemme e Hebron, in altre località più piccole nonché a Gaza.

I manifestanti hanno cantato ed esposto cartelli che denunciavano la normalizzazione e si appellavano all’unità araba contro l’occupazione israeliana. 

Martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e gli alti diplomatici degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrain hanno firmato gli accordi per normalizzare le loro relazioni, senza alcun progresso verso un accordo israelo-palestinese.

Ismail Haniyeh, leader di Hamas, che martedì era a Beirut per un incontro con i segretari delle fazioni palestinesi, ha detto al presidente Mahmoud Abbas al telefono che tutte le fazioni palestinesi erano unite contro l’accordo e “non permetteranno che la causa palestinese sia un ponte per il riconoscimento e la normalizzazione della potenza occupante a scapito dei nostri diritti nazionali, della nostra Gerusalemme e del diritto al ritorno”.

Lunedì, il primo ministro palestinese Mohammad Shtayyeh ha descritto gli accordi come un altro “giorno nero” per il mondo arabo.

“Un’altra data da aggiungere al calendario della disgrazia palestinese”, ha detto, aggiungendo che l’Autorità Nazionale Palestinese dovrebbe “rettificare” le proprie relazioni con la Lega Araba a causa del rifiuto di condannare i due accordi di normalizzazione conclusi nel mese scorso.

Il ministro degli Esteri del Bahrain Abdullatif al-Zayani e il ministro degli Affari Esteri degli Emirati Arabi Uniti Abdullah bin Zayed bin Sultan Al Nahyan sono arrivati a Washington domenica, mentre Netanyahu è arrivato lunedì nel pieno delle molte richieste in Israele di dimissioni per le indagini in corso sulla sua corruzione e la cattiva gestione del suo governo della pandemia di coronavirus.

Il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti non hanno combattuto guerre contro Israele, a differenza di Egitto e Giordania, che hanno firmato trattati di pace con Israele rispettivamente nel 1979 e nel 1994.

“Giornata di rivolta popolare”

Un nuovo gruppo della società civile, costituito da varie fazioni, ha chiamato martedì a una “giornata di rivolta popolare” in coincidenza con la firma dell’accordo.

Il gruppo, chiamato Leadership Palestinese Unita per la Resistenza Popolare (UPLPR), si è formato la scorsa settimana dall’incontro tra i leader di tutte le fazioni politiche palestinesi nella capitale libanese Beirut.

Nella sua prima dichiarazione, il gruppo ha lanciato un appello per manifestazioni nazionali –definite “il giorno nero” – in tutti i territori palestinesi per chiedere la cancellazione del cosiddetto “accordo del secolo” e dell’occupazione israeliana. 

Ha lanciato anche un altro giorno di protesta – denominato “giorno di lutto” – per venerdì, durante il quale dovranno essere issate bandiere nere per esprimere il rifiuto dell’accordo di normalizzazione.

Martedì, le proteste sono iniziate alle 11 in tutta la Cisgiordania occupata.

A Hebron, secondo un corrispondente di Middle East Eye, a Bab al-Zaweya, al termine di una manifestazione sono scoppiati piccoli scontri tra giovani palestinesi e forze israeliane.

Fahmy Shaheen, rappresentante delle forze nazionali e islamiche a Hebron, ha affermato che le proteste in città riflettono la rabbia per i conflitti praticamente quotidiani tra gli abitanti, i coloni israeliani e le forze dell’esercito a causa della continua espansione degli insediamenti nella città storica.

“Stiamo manifestando il nostro rifiuto alla normalizzazione perché avviene a scapito dei diritti e dei sacrifici del popolo palestinese”, ha detto Shaheen a MEE.

“È anche un omaggio gratuito a Stati Uniti e Israele, offerto a scapito delle aspirazioni arabe alla libertà. Non contiamo sui regimi arabi che stanno svendendo le aspirazioni dei loro popoli e la nostra causa palestinese. Contiamo piuttosto sul popolo arabo che è unito [nella sua convinzione] che la causa della Palestina sia fondamentale”.

Anche Jamal Zahalka, a capo del partito Assemblea Nazionale Democratica, che martedì stava prendendo parte a una protesta a Wadi Ara, ha descritto la firma dell’accordo di normalizzazione come “un regalo pericoloso dagli Emirati Arabi Uniti e dal Bahrein a Trump e Netanyahu, vittime di una soffocante crisi politica nei loro paesi”.

“Oggi, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain dichiarano di sostenere l’occupazione israeliana contro il popolo palestinese. Ciò che si sta discutendo non è la normalizzazione, ma piuttosto un’alleanza strategica”, ha detto.

“Chiunque stringa alleanza con Israele non potrà mai stare con il popolo palestinese e con i suoi giusti diritti”.

Faisal Salameh, capo del comitato popolare di Tulkarem, ha detto a MEE che le manifestazioni hanno portato “un messaggio di amore e rispetto per tutti i popoli arabi”, nonostante le critiche ai governi degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrain.

Razzi e proteste da Gaza

Appena firmati gli accordi a Washington, sono giunte notizie di diversi razzi lanciati verso Israele dalla Striscia di Gaza. Sebbene non sia chiaro quale fosse il gruppo responsabile del lancio di razzi, Israele ritiene il movimento di Hamas responsabile di tutti gli attacchi dall’enclave.

Si sono viste a Gaza anche manifestazioni per tutto il giorno, con centinaia di persone che marciavano contro l’accordo di normalizzazione.

I manifestanti si sono radunati davanti al palazzo dell’Unesco a Gaza per esprimere la loro disapprovazione all’accordo.

Abdel-Haq Shehadeh, membro della più alta leadership del movimento di Fatah a Gaza, ha criticato gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain per non aver rispettato l’Iniziativa di Pace araba del 2002, che delineava tutti i passi per porre fine al conflitto israelo-palestinese.

Shehadeh ha detto che vorrebbe chiedere a qualsiasi paese stia pensando di seguire le orme degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrain di fermarsi e riconsiderare, sottolineando di non credere che la gente nel mondo arabo sia d’accordo con una scelta simile – messaggio rimbalzato martedì durante le proteste palestinesi.

Durante la manifestazione Ismail Radwan, alto funzionario di Hamas, ha definito l’iniziativa guidata dagli Stati Uniti “un pugnalata alle spalle del popolo palestinese” e ha assicurato che si stava organizzando “una strategia globale e unificata di tutte le fazioni palestinesi per contrastare Israele”.

“Ai governanti degli Emirati e del Bahrain: avete dismesso il sostegno al popolo palestinese ma le generazioni palestinesi non dimenticheranno le vostre scelte”, ha detto Radwan, lodando i cittadini che nei due paesi si erano espressi contro le decisioni dei loro governi.

A Washington, 50 ONG hanno lanciato una protesta davanti alla Casa Bianca durante la cerimonia della firma per esprimere la loro opposizione.

Martedì anche le fazioni palestinesi in Libano hanno organizzato proteste per condannare l’accordo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Hamas rifiuta le condizioni israeliane per gli aiuti a Gaza contro il coronavirus

Adnan Abu Amer

10 aprile 2020 Middle East Monitor

Nei giorni scorsi, Hamas e Israele hanno avuto un evidente scontro sulla fornitura di assistenza medica alla Striscia di Gaza per contrastare il coronavirus, poiché come condizione dell’assistenza medica Israele ha posto il ritorno dei suoi soldati catturati nella guerra del 2014. I media israeliani hanno chiesto a Hamas di liberare i soldati in cambio degli aiuti per combattere il coronavirus.

Da parte sua, Hamas ha annunciato tramite il suo leader a Gaza, Yahya Al-Sinwar, che otterrà quanto serve alle necessità umanitarie con la forza, minacciando che “sei milioni di israeliani potrebbero smettere di respirare” se Israele non sarà disposto a rifornire la Striscia di Gaza dei respiratori necessari ai pazienti con coronavirus.

Al-Sinwar ha lasciato anche intendere che Hamas potrebbe fare una concessione in merito all’accordo di scambio se sarà permesso l’ingresso di forniture per migliorare le condizioni di vita e l’assistenza medica a Gaza nonché il rilascio dei prigionieri palestinesi anziani, malati, minori e donne. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha risposto incaricando Yaron Bloom, coordinatore israeliano dei prigionieri di guerra e prigionieri israeliani MIA [missing in action, dispersi durante una azione, ndtr], di avviare i colloqui necessari per riprendere il negoziato di scambio di prigionieri con Hamas.

Questo tira e molla significa che sarà possibile un incremento di violenza tra Hamas e Israele, perché le fazioni palestinesi cercheranno di fare pressione su Israele affinché conceda l’ingresso di forniture mediche e assistenza sanitaria a Gaza per combattere il coronavirus. Alcuni giorni fa sono stati lanciati dei missili da Gaza contro Israele e questo solleva degli interrogativi, se entrambe le parti si indirizzeranno ad un’escalation militare o se raggiungeranno un accordo di scambio. Assisteremo a uno scontro militare non voluto durante questa disastrosa situazione sanitaria a Gaza e in Israele, o alla fine avranno luogo negoziati per raggiungere un nuovo accordo di scambio di prigionieri tra le parti?

Alcuni giorni fa l’esercito israeliano ha annunciato di aver bombardato le postazioni di Hamas nella Striscia di Gaza, in risposta a un missile sparato contro gli insediamenti intorno a Gaza. Migliaia di israeliani si sono precipitati nei rifugi, anche se era la prima aggressione dall’inizio dell’emergenza coronavirus a febbraio, con palestinesi e israeliani chiusi nelle loro case per fermarne la diffusione.

Nessuna delle fazioni palestinesi ha rivendicato il lancio di missili, ma il bombardamento israeliano delle postazioni di Hamas è per via del controllo di Hamas su Gaza. Le fazioni palestinesi hanno affermato che Israele stesse approfittando della preoccupazione del mondo nella lotta al coronavirus per intensificare il blocco su Gaza.

L’atmosfera nella Striscia di Gaza segnala che la crisi sanitaria, dopo l’individuazione di numerosi casi di coronavirus, potrebbe spingere Hamas a fare pressione su Israele perché allenti il blocco su Gaza. Alcuni gruppi israeliani hanno profilato un cupo scenario simile al Giorno del Giudizio, con Gaza che esplode in faccia a Israele un diffuso contagio di coronavirus.

Hamas ha ripetutamente affermato che sotto il blocco israeliano Gaza vive in condizioni catastrofiche e che solo Israele è responsabile del suo prolungamento. Hamas è in contatto con dei mediatori per costringere Israele a revocare il blocco su Gaza, alla luce della pandemia di coronavirus che aggrava la situazione – segnalando che il lungo blocco di Gaza non favorisce il mantenimento della calma nei sistemi di vigilanza. Hamas non ha esplicitamente ammesso la sua responsabilità nel lancio di missili contro Israele, ma non ha negato, ammantando la questione di mistero e ambiguità.

La Commissione di Monitoraggio del governo guidato da Hamas nella Striscia di Gaza ha dichiarato che le autorità governative di Gaza hanno bisogno di supporto dall’interno e dall’esterno per affrontare il virus. Ha annunciato la distribuzione di un milione di dollari in fondi di emergenza urgenti a 10.000 famiglie a basso reddito colpite dai provvedimenti, e l’assunzione di 300 nuovi membri del personale per il Ministero della Sanità di Gaza. Il leader di Hamas Ismail Haniyeh ha discusso con alcuni partiti palestinesi, regionali e internazionali, gli effetti della diffusione del coronavirus in Palestina.

La posizione palestinese ammette che Hamas e Israele non hanno interesse a un’escalation militare sotto il coronavirus, e il lancio del missile da Gaza potrebbe far parte del caos nella sicurezza creato dai militanti armati che Hamas sta cercando di controllare. Inoltre, Israele teme la diffusione del virus a Gaza per paura che la comunità internazionale lo ritenga responsabile di Gaza; potrebbe quindi concedere alcune agevolazioni, come consentire l’ingresso di attrezzature sanitarie e forniture mediche di prevenzione, nonché mobilitarsi per un sostegno finanziario alla paralisi economica di Gaza a seguito allo scoppio della pandemia.

Le principali richieste di Gaza per affrontare il coronavirus sono forniture mediche: respiratori, kit per testare il virus, provviste alimentari e aiuti per gli abitanti di Gaza che soffrono i provvedimenti presi per combattere la pandemia.

Vale la pena notare che Gaza è in grado di gestire solo 100-150 casi di coronavirus, perché il suo sistema sanitario è fragile e non può prendere in carico grandi numeri. Ha uno scarso numero di ventilatori e letti per terapia intensiva, nonché una carenza di farmaci del 39%.

Anche se la recente escalation a Gaza potrebbe non essere collegata a una specifica organizzazione palestinese, potrebbe essere un messaggio che segnala che Israele ha la responsabilità di affrontare esaustivamente la situazione sanitaria a Gaza, dove ci sarebbe una grande catastrofe se il coronavirus si diffondesse tra la gente. Chiunque abbia lanciato i missili, sembra aver chiesto a Israele di revocare il blocco su Gaza. Israele è interessato a soddisfare il bisogno di salute e di vita di Gaza, perché se la pandemia si diffonde tra i palestinesi, li spingerà a lanciare e far scoppiare decine, se non centinaia, di missili. Potrebbero anche affollarsi al confine Israele-Gaza per salvarsi dalla pandemia.

Con il mantenimento delle prescrizioni per affrontare il coronavirus a Gaza, le autorità governative di Gaza affiliate ad Hamas stanno, tra le altre misure, sottoponendo i viaggiatori che ritornano a Gaza attraverso il valico di Rafah con l’Egitto e il valico di Beit Hanoun con Israele ad una quarantena obbligatoria di 21 giorni. Hanno anche chiuso tutte le moschee, università, scuole, mercati, sale per matrimoni e ristoranti fino a nuovo avviso. Stanno anche studiando la possibilità di imporre un coprifuoco completo, oltre a chiedere ai palestinesi di rimanere sempre in casa.

Tutte queste misure hanno contribuito alla crescente sofferenza di gruppi vulnerabili come autisti, impiegati di sale per matrimoni, ristoranti e bar. Forse la sovvenzione mensile del Qatar di 100 dollari distribuita a 100.000 famiglie bisognose a Gaza riduce relativamente l’effetto dell’assedio israeliano e allevia il deterioramento della situazione economica di Gaza; la sovvenzione del Qatar faceva parte degli accordi umanitari concordati tra Hamas e Israele nell’ottobre 2018.

In questi giorni, il Qatar ha annunciato che avrebbe fornito 150 milioni di dollari in sostegno finanziario alla Striscia di Gaza per un periodo di sei mesi, per alleviare le sofferenze dei palestinesi e per aiutare a combattere il coronavirus, senza chiarire la natura della distribuzione della sovvenzione né i beneficiari.

Nel frattempo, il Ministero dello Sviluppo Sociale di Gaza ha fornito tutti i pasti a coloro che sono stati messi in quarantena nei centri sanitari, per un totale di 6.000 pasti al giorno. Il Ministero fornisce anche le risorse necessarie ai soggetti in quarantena, come frigoriferi, elettrodomestici e utensili per la casa. Il Ministero ha anche registrato il numero di famiglie colpite dallo stato di emergenza imposto dal coronavirus; queste famiglie saranno raggiunte e aiutate.

Tutto ciò conferma peraltro che le condizioni sanitarie ed economiche a Gaza sono disastrose, le necessità fondamentali dei palestinesi non sono coperte e ciò che le agenzie internazionali e l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) forniscono è solo una piccola parte del necessario. Le agenzie governative di Gaza forniscono cibo e bevande a 1.600 palestinesi in centri di quarantena; queste agenzie soffrono da tempo di un grave deficit economico, che richiede un’urgente iniezione di finanze.

Il lancio di un missile da Gaza verso Israele potrebbe essere il messaggio palestinese a Israele che le condizioni a Gaza non sono accettabili e che qualsiasi tentativo israeliano di esimersi dal provvedere alle richieste umanitarie e sanitarie di Gaza potrebbe significare che nel prossimo futuro i missili aumenteranno. Tuttavia, è improbabile che si arrivi ad uno scontro a pieno titolo tra Hamas e Israele, piuttosto ad un processo di progressiva intensità, per diversi giorni, se il virus si diffondesse tragicamente a Gaza.

Middle East Monitor ha appreso da fonti palestinesi che Hamas ha inviato un messaggio a Israele attraverso dei mediatori regionali e internazionali: “Hamas considera Israele direttamente responsabile del deterioramento delle condizioni di vita e salute a Gaza e non rimarrà inerte di fronte alla diffusione del coronavirus, perché Hamas crede che Israele sia tenuto a agire per impedire il collasso del sistema sanitario, con aiuti diretti o attraverso l’ANP o le agenzie internazionali “.

Hamas non ha rivendicato il lancio di missili contro Israele e potrebbe non essere nel suo interesse impegnarsi in un esteso confronto militare. Tuttavia, l’attuale peggioramento delle condizioni nella Striscia di Gaza, l’aumento dei casi di coronavirus, la mancanza di attrezzature mediche sufficienti per esaminare i pazienti e la mancanza di supporto finanziario necessario per aiutare coloro che non possono lavorare in quanto costretti a rimanere a casa, possono intensificare l’effetto a catena. Hamas potrebbe decidere un incremento di violenza contro Israele per costringerlo a fornire le scorte insufficienti a Gaza. Hamas pensa che Israele corrisponderà alle sue richieste, per essere libero di affrontare la diffusione su larga scala del coronavirus tra gli israeliani.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dallinglese di Luciana Galliano)




Come dovremmo interpretare la partecipazione di Hamas al funerale del generale iraniano?

Ahmed Al-Burai

11 gennaio 2020 – Middle East Monitor

Il comandante militare iraniano assassinato, Qasem Soleimani, è stato portato al suo ultimo riposo sulle spalle di un’enorme folla che ha riempito le strade di Teheran, la capitale iraniana. Gli oratori hanno salutato il generale come eroe nazionale iraniano e “martire di Gerusalemme”.

È stato Ismail Haniyeh, ex primo ministro palestinese e leader del movimento di resistenza islamica Hamas, a chiamare il generale ucciso “martire di Gerusalemme”. Nel suo discorso agli iraniani che partecipavano al funerale, il leader palestinese ha promesso che i palestinesi seguiranno le orme di Soleimani: “Contrastare il progetto sionista e l’influenza degli Stati Uniti”.

Il suo discorso ha fatto infuriare siriani, iracheni e persino gli attivisti palestinesi, che annoverano l’Iran fra i nemici e considerano il generale defunto il braccio armato che ha gettato nel caos sia l’Iraq che la Siria, uccidendo e cacciando senza pietà milioni di persone.

Eroe nazionale o sostenitore dei tiranni?

Qualcuno ha considerato il discorso di Haniyeh ipocrita e piuttosto offensivo per i sentimenti di milioni di siriani e iracheni, che considerano Soleimani un assassino, sostenitore sia del regime siriano che di quello iracheno nello spietato assassinio della propria gente.

Per loro, Soleimani è persino più sanguinario dell’occupazione israeliana. Sostengono che Israele può anche aver ucciso migliaia di palestinesi ed esiliati milioni, ma i regimi e le milizie sostenuti dall’Iran hanno ucciso centinaia di migliaia di persone ed espulso decine di milioni, torturandone altre decine di migliaia.

Questo gruppo di persone manifesta tolleranza zero nei confronti della glorificazione e venerazione professata da Haniyeh per il generale iraniano, che secondo loro non merita la medaglia di “martire di Gerusalemme” sul petto. Considerano che dargli un tale onore sia una provocazione per i sentimenti di milioni di musulmani e arabi in Nazioni che hanno subito le politiche oppressive del regime iraniano e dei suoi vassalli in Siria, Iraq, Yemen e Libano.

Né il pragmatismo politico, né l’isolamento regionale e internazionale del gruppo di resistenza palestinese danno ai suoi leader la scusa o il diritto di assolvere il generale ucciso, sostengono i critici del discorso di Haniyeh.

All’opposto di questa opinione c’è un gruppo che considera Hamas una fazione apostata, che non ha il diritto di rivendicare l’appartenenza al fronte sunnita. Questo gruppo è guidato da studiosi dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, che sono non solo espliciti nel loro antagonismo e animosità nei confronti di Hamas, ma anche nella loro amicizia e vicinanza con Israele.

Altri considerano la mossa di Hamas politicamente ottusa, in quanto irrita le Nazioni sunnite e le sposta da professare simpatia per la causa palestinese a maledirne i rappresentanti, che si sarebbero rivelati persone senza scrupoli con indosso maschere “islamiche”.

Tuttavia, c’è un terzo gruppo che considera i rapporti di Hamas con l’Iran tattici e preventivi, poiché derivano da condizioni senza alternative. Questo gruppo sostiene che la maggior parte dei Paesi sunniti non solo ha abbandonato la causa palestinese, ma è piuttosto coinvolta e complice nelle cospirazioni per liquidarla e negare i diritti dei palestinesi.

Relazioni in prospettiva

Per mettere le cose in prospettiva, dobbiamo tornare indietro nel tempo, agli attacchi dell’11 settembre 2001. All’indomani del discorso di George W. Bush, “O con noi o con i terroristi”, quasi tutti i Paesi che sostenevano il popolo palestinese furono terrorizzati all’idea di essere etichettati come sostenitori del terrorismo, in particolare l’Arabia Saudita, che aveva 19 cittadini tra i dirottatori e gli autori dell’attacco terroristico. Di conseguenza, tutte le organizzazioni di beneficenza che inondavano i territori palestinesi di aiuti umanitari si bloccarono e cessarono tutte le attività. Più tardi, quando Hamas vinse le elezioni del 2006, le cose peggiorarono e l’assedio e il boicottaggio raddoppiarono.

L’unico Paese che non si umiliò né si vergognò di sostenere la causa palestinese fu l’Iran, che continuò ad appoggiare apertamente dal punto di vista finanziario e logistico i gruppi palestinesi. Tuttavia, quando scoppiò la rivoluzione siriana nel marzo 2011, si scatenò un grave conflitto tra Hamas e l’Iran. Hamas considerava la rivolta siriana un’estensione dell’ondata delle “Primavere arabe”, scatenate dalla rivoluzione tunisina dei gelsomini, un’ondata di proteste pubbliche contro le deplorevoli condizioni di vita.

Si disse che la leadership di Hamas esortasse il regime siriano ad arginare le proteste negoziando le richieste del popolo, senza fare ricorso alla violenza. Tuttavia, sia il regime siriano che i suoi principali sostenitori a Teheran considerarono le richieste del popolo come una cospirazione di USA e Israele per rovesciare il regime siriano e distruggere il cosiddetto “asse della resistenza” che raggruppa sciiti iracheni, Siria, Libano e il movimento di resistenza a Gaza.

Questi punti di vista divergenti deteriorarono le relazioni tra Hamas e l’Iran. Alla fine, la leadership di Hamas lasciò la Siria alla fine del 2012 e si trasferì in Qatar. Con l’ascesa dei Fratelli Musulmani in Egitto, l’Iran e il regime siriano pensarono che Hamas si fosse completamente allontanato dalla loro orbita, per trovare una potenza sunnita al Cairo e ad Istanbul che li sostituisse. Da allora le relazioni politiche tra le due parti non sono state particolarmente buone.

Nel maggio 2017, in seguito all’elezione dell’attuale leadership di Hamas, le relazioni sono nuovamente migliorate. Ciò è coinciso con la crisi diplomatica del Qatar, iniziata nel giugno 2017. L’Arabia Saudita ha intrapreso una severa repressione dei sostenitori di Hamas in Arabia Saudita, arrestando decine di medici, ingegneri e commercianti palestinesi in tutto il Paese, con il pretesto del riavvicinamento di Hamas all’Iran, rivale regionale di lunga data di Riyad. Hamas ha affermato che i prigionieri stavano raccogliendo donazioni per enti di beneficenza palestinesi e non erano stati accusati di attentare alla sicurezza.

Matrimonio avventato o collaborazione strategica?

La leadership di Hamas ribadisce pubblicamente che l’Iran è tra i pochi Paesi che hanno continuato a sostenere la resistenza palestinese e che Hamas difenderà gli interessi dell’Iran. Queste dichiarazioni potrebbero aver alimentato i timori dell’Arabia Saudita rispetto alla lealtà di Hamas nei confronti dell’asse iraniano.

Hamas sembra pensare che l’Iran abbia inequivocabilmente sostenuto la causa palestinese, indipendentemente dalle sue motivazioni, e meriti di essere ripagato con fedeltà e gratitudine per il suo sostegno.

Si potrebbe accusare l’Iran di sfruttare Hamas in quanto sunnita, per pubblicizzare la politica non discriminatoria dell’Iran. In un certo senso, l’Iran si presenta come se non sostenesse esclusivamente i gruppi sciiti, ma anche un gruppo sunnita a Gaza, ciò che apparentemente smentirebbe qualsiasi accusa allIran di fanatismo settario sciita.

I leader di Hamas non sono mai stati daccordo con la politica iraniana in Siria o Iraq – politica decisamente catastrofica e gravemente dannosa in misura proporzionale per tutte le parti. Tuttavia non sarebbe politicamente prudente criticare in continuo tale politica, quando è chiaro il punto di vista di base e di principio.

La posizione di Hamas rispetto all’Iran è molto più delicata e complicata di quella turca, che si sta muovendo con equilibrio e una strategia di successo nelle sue relazioni con l’Iran e la Russia.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor

(traduzione dallinglese di Luciana Galliano)