Per respirare un po’ d’aria la parlamentare palestinese si deve sdraiare accanto alla fessura sotto la porta della cella
Gideon Levy
30 agosto 2024 – Haaretz
Dopo lo scoppio della guerra la parlamentare palestinese Khalida Jarrar è stata nuovamente arrestata e da allora è rimasta incarcerata senza accuse, ora in totale isolamento, in condizioni disumane.
Dopo essere stata imprigionata pochi mesi dopo lo scoppio della guerra a Gaza in occasione degli arresti di massa di Israele nei confronti dei palestinesi della Cisgiordania, Khalida Jarrar è stata costretta a rimanere dietro le sbarre per altri sei mesi, sempre in detenzione amministrativa, senza accuse e senza processo.
La più nota prigioniera politica palestinese, accusata di essere una componente della leadership politica del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, che Israele considera un’organizzazione terroristica, è stata rapita da casa sua otto mesi fa e da allora incarcerata. Fino a due settimane e mezzo fa era detenuta con altre prigioniere di sicurezza nella prigione di Damon, sul Monte Carmelo, fuori Haifa. Poi all’improvviso, senza alcuna spiegazione, è stata trasferita a Neve Tirza, una prigione femminile nel centro di Israele, rinchiusa in una minuscola cella di 2,5 x 1,5 metri e lasciata in totale isolamento 24 ore su 24, 7 giorni su 7.
La sua cella non ha finestre. Non c’è aria, non c’è ventilatore, solo un letto di cemento e un materasso sottile, oltre a dei servizi igienici senz’acqua per la maggior parte del giorno. Questa settimana ha detto al suo avvocato che per respirare un po’ si sdraia sul pavimento alla ricerca di un po’ d’aria proveniente dalla fessura sotto la porta della cella. Non beve molto, per evitare di dover usare il water, che emana un odore orribile.
Ecco come Israele tiene i suoi prigionieri politici: senza accuse o processo, in condizioni disumane, illegali anche secondo le sentenze dell’Alta Corte di Giustizia (come quelle relative all’affollamento delle celle, sentenze ignorate dalle autorità carcerarie).
A volte la femminista e attivista politica di 61 anni invoca per ore l’assistenza di una guardia (Jarrar è malata e assume farmaci) senza ricevere risposta. Quando questa settimana ho chiesto a suo marito, Ghassan, cosa pensa che faccia durante tutte quelle ore di isolamento disumano, è rimasto in silenzio e i suoi occhi si sono inumiditi. Khalida e Ghassan hanno una grande esperienza del carcere: lui ha trascorso circa 10 anni della sua vita in prigione, lei circa sei. Ma l’attuale prigionia è senza dubbio la più dura e difficile di tutte, sotto il pugno di ferro del servizio carcerario israeliano di Itamar Ben-Gvir.
È immersa nella sofferenza: durante ciascuna delle sue precedenti incarcerazioni (tutte tranne una erano detenzioni amministrative) è morto un parente stretto e Israele le ha impedito di partecipare ai funerali o ai rituali del lutto. Nel 2015, quando morì suo padre, era in prigione; ed era in prigione anche nel 2018, in occasione della morte di sua madre; nel 2021 una delle sue due figlie, Suha, morì all’età di 31 anni, e anche allora Israele si ostinò duramente a rifiutare alla madre in lutto il permesso di partecipare al funerale. Jarrar fu rilasciata tre mesi dopo la morte della figlia e andò direttamente dalla prigione di Damon alla tomba di Suha. “Voi pensate che non abbiamo sentimenti”, mi disse allora. E ora, durante la sua attuale prigionia, suo nipote, Wadia, che era cresciuto in casa sua come un figlio, è morto di arresto cardiaco all’età di 29 anni.
I disastri che hanno colpito Khalida vanno oltre la comprensione: una tragedia si è susseguita all’altra e lei le affronta eroicamente tutte, almeno esteriormente; è dietro le sbarre per la quinta volta nella sua vita e la quarta volta dal 2015. Il fatto che, a parte un caso, non sia mai stata effettivamente condannata per nessun reato (e anche quell’unica condanna è avvenuta per un reato politico, “appartenenza a un’organizzazione illegale”, e non per aver commesso atti di terrorismo o violenza), senza che Israele abbia mai presentato la minima prova contro di lei a un processo, dovrebbe sconvolgere chiunque in Israele o all’estero creda nella democrazia. Cinque volte Haaretz ha pubblicato editoriali con la richiesta del suo rilascio, ma invano.
Jarrar, che si oppone al regime, il regime di occupazione, è una componente dell’Assemblea Legislativa Palestinese, attualmente non operativa, un fatto che dovrebbe garantirle l’immunità parlamentare. È una prigioniera di coscienza in Israele. Quando parliamo di prigionieri di coscienza in Myanmar, in Russia, in Iran o in Siria, non dobbiamo dimenticare Jarrar. Quando parliamo di Israele nei termini di una democrazia è nostro dovere ricordare Jarrar.
L’ultima volta che abbiamo fatto visita alla bella vecchia casa in pietra dei Jarrar nel centro di Ramallah è stata dopo il suo rilascio dalla precedente pena detentiva, proprio nel periodo di lutto per la morte di Suha. Quello è stato il suo più doloroso ritorno a casa dalla prigione. Parcheggiata sotto c’era la nuova Jeep rossa che suo marito le aveva comprato due anni prima, che era riuscita a malapena a guidare prima di essere arrestata. Questa settimana la Jeep rossa è di nuovo ferma, silenziosa, nel vialetto. Ma la casa è più vuota e triste che mai: Suha è morta, Khalida è in prigione e l’altra figlia, Yafa, la più grande della coppia, vive a Ottawa con il marito canadese e la loro figlia di 2 anni, che hanno chiamato Suha in memoria della zia. Solo Ajawi (dattero maturo) e Asal (miele), due gatti rossicci, vagano ancora qui.
Questa settimana un aquilone volava nei cieli di Ramallah, ben al di sopra dei grigi ingorghi intorno al checkpoint di Qalandiyah. Dall’esterno della finestra della casa dei Jarrar si è sentito improvvisamente il rumore degli elicotteri: a quanto pare il presidente palestinese Mahmoud Abbas stava tornando da un’altra missione diplomatica: la Giordania gli aveva fornito due elicotteri.
Due mesi fa Ghassan ha chiuso la sua fabbrica a Beit Furiq, a sud-est di Nablus, che produceva animali di peluche. Il calvario dei checkpoint all’andata e al ritorno (Beit Furiq è stata bloccata dalle autorità israeliane dall’inizio della guerra di Gaza) e la situazione economica, per cui i giocattoli accattivanti e colorati realizzati con una magnifica pelliccia sintetica non trovano acquirenti, lo hanno costretto a chiudere la sua attività. Molti palestinesi hanno subito una sorte simile in Cisgiordania, dove i redditi si sono prosciugati perché ai lavoratori non è più consentito entrare in Israele.
Ghassan, 65 anni, fa attualmente parte del consiglio comunale di Ramallah, a capo di una delle quattro fazioni indipendenti. Dopo l’ultimo rapimento di Khalida dalla loro casa ha intrapreso un intenso regime sportivo correndo 10 chilometri al giorno e nuotando.
I rapitori sono arrivati il 26 dicembre 2023, alle 5 del mattino, forzando silenziosamente la porta d’ingresso in ferro e poi irrompendo nella camera da letto al secondo piano. Ghassan, che stava dormendo profondamente e inizialmente non aveva sentito nulla, è stato svegliato di soprassalto dai colpi dei calci dei fucili e dai pugni in faccia da parte dei soldati, alcuni dei quali mascherati. Ricorda di aver cercato istintivamente di proteggersi il viso, senza capire cosa stesse succedendo, finché non ha sentito uno dei soldati dire: “Ha cercato di afferrare l’arma”. Ghassan si è svegliato del tutto. Ha sentito armare i fucili e ha avvertito i raggi laser rossi dei loro mirini che gli sfioravano il viso. Quello è stato il momento più vicino alla morte in assoluto, dice. Ha immediatamente alzato le mani in segno di resa e si è salvato la vita.
I soldati non hanno fatto del male a Khalida. Le è stato ordinato di vestirsi, raccogliere alcuni indumenti e le medicine e andare con i soldati al piano di sotto. Lì, nel vialetto, è stata ammanettata e bendata. I rapitori non hanno detto nulla sul perché la stessero arrestando e dove la stessero portando.
È stata messa in detenzione amministrativa per sei mesi senza essere sottoposta ad alcun interrogatorio. Il 24 giugno la detenzione è stata estesa per altri sei mesi, come al solito senza accuse o spiegazioni. Le condizioni nella prigione di Damon sono peggiori rispetto alla prigione di Hasharon, vicino a Netanya, dove era stata incarcerata la volta precedente. Inoltre, dall’inizio della guerra la condizione dei prigionieri di sicurezza si è incommensurabilmente aggravata grazie al duo sadico, il ministro della sicurezza nazionale Ben-Gvir e il suo capo di gabinetto e lacchè, Chanamel Dorfman.
Durante la detenzione di Khalida a Damon c’erano tra le 73 e le 91 prigioniere e detenute palestinesi, riferisce Ghassan, aggiungendo che lì, diversamente dalle volte precedenti, ha mostrato maggiore cautela cercando di non comportarsi come leader nei confronti delle sue compagne di prigionia. Ovviamente da dicembre suo marito non l’ha incontrata o nemmeno parlato con lei: tutte le visite alle prigioniere palestinesi sono state interrotte da Ben-Gvir. Nel 2021 Khalida aveva saputo della morte di sua figlia tramite radio, ma ora non c’è più la radio, né un bollitore o una piastra elettrica, o altri dispositivi che potrebbero alleviare la sua situazione. E nell’era di Ben-Gvir non si può più acquistare nulla nelle mense delle prigioni.
Il 13 agosto un avvocato che aveva visitato un’altra detenuta ha riferito che Khalida non era più a Damon. Naturalmente, nessuno nel servizio carcerario ha pensato di informare la famiglia, che ha immediatamente avviato sforzi febbrili per scoprire dove si trovasse. L’avvocata della famiglia, Hiba Masalha, ha contattato il consulente legale del servizio carcerario, ma non ha ricevuto risposta. Alla fine, le è stato detto a Damon che Khalida era stata trasferita a Neve Tirza. Non sono state fornite altre informazioni.
Per quanto ne sappiamo, non ci sono altri prigionieri di sicurezza a Neve Tirza. I suoi detenuti criminali potrebbero rappresentare un pericolo per una prigioniera di sicurezza palestinese come Khalida, ma è stata immediatamente posta in isolamento. Nessuno ha spiegato alla sua avvocata perché fosse in isolamento o per quanto tempo sarebbe durato. Condizioni davvero disumane per una donna malata di oltre 60 anni.
Il 20 agosto una ONG palestinese, Addameer Prisoner Support, e Human Rights Association, hanno inviato una lettera urgente ai responsabili di tutte le missioni diplomatiche a Ramallah e Gerusalemme, descrivendo la difficile situazione della donna, conosciuta in tutto il mondo come prigioniera di coscienza.
La scorsa settimana il direttore della prigione ha informato Khalida che avrebbe avuto diritto a una passeggiata giornaliera di 45 minuti nel cortile della prigione, da sola. Da allora è uscita solo due volte per passeggiate ancora più brevi di quelle che farebbe un cane. Ma tale privilegio è stato revocato questa settimana. Masalha è andata a trovarla e Khalida le ha detto che non ha uno spazzolino da denti, un dentifricio o una spazzola per capelli, né alcun tipo di pantofole. Ghassan è preoccupato per cosa succederebbe se svenisse a causa del diabete e di altri disturbi di cui soffre, dal momento che le guardie non rispondono alle sue chiamate.
Questa settimana Haaretz ha inviato al servizio carcerario le seguenti domande: perché Jarrar è stata trasferita a Neve Tirza? Perché è stata posta in totale isolamento? Perché è stato revocato il permesso per le passeggiate giornaliere? Perché non le è stato assicurato il soddisfacimento delle necessità più basilari?
La risposta a tutte queste domande è stata: “L’IPS (Sistema Penitenziario Israeliano) opera secondo la legge, sotto la stretta verifica di molti funzionari addetti alla supervisione. Ogni prigioniero e detenuto ha il diritto di presentare reclami secondo regole stabilite e le loro denunce saranno esaminate”.
Nel frattempo, Ghassan Jarrar è molto preoccupato per il destino di sua moglie, come del resto dovrebbe essere ogni sostenitore dei diritti umani in Israele e altrove. Secondo l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem dall’inizio della guerra nelle prigioni israeliane sono già morti o sono stati uccisi circa 60 detenuti palestinesi, molto di più del totale di vittime in 20 anni nella famigerata prigione militare di Guantanamo.
Questa settimana Khalida ha avuto una sola richiesta per la sua avvocata: assicurarsi di poter respirare. “Non c’è aria, sto soffocando”, ha detto a Masalha con voce strozzata.
(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)