Marwan Barghouti, Itamar Ben Gvir e il bisogno di Israele di umiliare

Abdaljawad Omar

16 agosto 2025 – MondoWeiss

Il tentativo messo in scena da Itamar Ben Gvir di umiliare Marwan Barghouti ha mostrato l’impotenza dell’ordine politico palestinese – ma ha anche messo a nudo le insicurezze e le inquietudini che alimentano il bisogno di Israele di soggiogare pubblicamente i palestinesi.

Itamar Ben Gvir ha messo in scena il suo tentativo di umiliare Marwan Barghouti con la precisione di un allestimento teatrale politico. Entrando in carcere accompagnato dalle telecamere, il ministro israeliano per la Sicurezza Nazionale ha fronteggiato il detenuto leader palestinese di Fatah nella sua cella, lanciando la brutale minaccia che chi fa del male a Israele sarà “spazzato via”.

La scena è stata poi diffusa sui social media di Ben Gvir. Barghouti, smagrito ma calmo, è apparso sia come un prigioniero che come un simbolo; la sua sola presenza ha trasformato il corridoio del carcere in un palcoscenico in cui i miti e le rivalità nazionali hanno potuto essere messe in scena per il pubblico al di là dei muri.

L’incontro si è svolto nel quadro di un più vasto teatro di umiliazioni avvenute negli ultimi due anni: uomini denudati e fatti sfilare verso l’arresto, gazawi alla fame attirati in trappole mortali presso i punti di distribuzione degli aiuti, soldati ai posti di blocco con il potere di tenere i palestinesi in attesa, coloni che linciano i palestinesi in tutta la Cisgiordania e prigionieri palestinesi picchiati e stuprati.

Lo scopo della visita di Ben Gvir era quello di consumare il capitale simbolico del conflitto, per rafforzare la sua immagine politica attraverso il rituale pubblico dell’umiliazione. In questa coreografia la forza si misura non semplicemente sulle vittorie ottenute, ma sulla nitidezza dell’immagine dei nemici sottomessi esposti all’occhio della telecamera.

Il tentativo di umiliazione, teatrale nella sua intenzione, non era diretto al prigioniero, ma alla collettività da lui rappresentata. L’atto rientra nella logica duplice della degradazione politica: un occhio concentrato sull’obbiettivo, riducendolo ad un oggetto di scena dell’esibizione di dominio; l’altro rivolto verso il pubblico dell’esecutore, esaltando la carica emotiva dello spettacolo.

La stessa logica è alla base delle innumerevoli scene di teatrale umiliazione filmate avidamente dai soldati israeliani e condivise entusiasticamente più volte in tutti i social media dai comuni cittadini israeliani dall’ottobre 2023.

Allora perché questo bisogno perverso, questa ossessione di diffondere immagini di umiliazione ed esibire la forza attraverso la degradazione, esercita un simile fascino politico tra gli israeliani?

L’economia dell’umiliazione

La risposta sta nell’economia emotiva dell’umiliazione. Non è sufficiente che un atto sia compiuto, deve essere visto, deve circolare ed essere riproposto per riaffermare sia l’autorappresentazione del dominatore che la sensazione del pubblico di un potere condiviso. La spettacolarizzazione è inseparabile dall’atto in sé: lo spettacolo trasforma la violenza in narrazione e la narrazione in legittimazione. A sua volta, ciò può convertirsi in moneta politica.

Il gracile corpo di un leader politico, le grida di quelli che implorano pietà, la violazione di sfere intime, tutte queste scene diventano cariche emotive che alimentano il senso di dominio dell’esecutore assicurando allo spettatore israeliano che il potere non viene solo esercitato ma esposto, non solo agito ma condiviso.

Ecco come dovrebbero essere intese le pagliacciate di Ben Gvir. La sua denuncia principale non è che le carceri non mettono in sicurezza lo Stato, ma che non umiliano abbastanza. Per Ben Gvir il regime carcerario di Israele è troppo dignitoso, troppo moderato, non abbastanza spettacolare. Ha più volte condannato il servizio penitenziario per ciò che considera eccessiva indulgenza, arrivando nel dicembre 2023 a licenziare il capo del Servizio Penitenziario Israeliano, accusato di essere “troppo lassista e non abbastanza severo.”

Ha richiesto esplicitamente misure punitive quali la riduzione delle razioni alimentari per i prigionieri palestinesi, configurando la fame come forma di deterrenza, ed ha ipotizzato in termini grotteschi che sarebbe meglio sparare in testa ai prigionieri piuttosto che dargli di più da mangiare. Associazioni per i diritti umani hanno ulteriormente documentato che sotto il suo comando sono state introdotte sistematicamente politiche di privazione, quali restrizioni alimentari, idriche, igieniche, sanitarie e legali, accompagnate da umiliazioni simboliche come costringere i detenuti a rimbiancare i muri della prigione o esibirli come trofei. Ha addirittura esaltato la creazione di celle detentive sotterranee, destinate ad intensificare l’isolamento e le sofferenze psichiche.

Nella retorica e nella prassi di Ben Gvir il carcere, nell’impossibilità di giustiziare i prigionieri, dovrebbe essere un luogo di costante umiliazione, la cui efficacia viene misurata in base all’esplicitazione della degradazione. Ciò che Ben Gvir incarna a livello politico riflette sinteticamente una più ampia logica coloniale: chi predomina ha bisogno di rammentare a sé stesso il proprio dominio. La dominazione, lungi dal costituire un possesso stabile, tende a svanire: deve essere quindi ribadita, esibita e reiterata.

Questo bisogno continuo di affermazione tradisce la sua debolezza: il senso di supremazia del colono poggia su una continua riproposizione di scene di soggiogamento, come se il potere potesse essere verificato solo nel momento in cui viene esercitato sull’altro. La dominazione diventa, più che uno stato permanente, un agire apprensivo, sempre ossessionato dalla possibilità che, se non è continuamente rimessa in scena, possa dissolversi.

È proprio la paura di tale dissoluzione che alimenta il bisogno compulsivo di umiliare ed è proprio la capacità di umiliare che produce l’effimera sensazione di dominazione. Questo doppio legame è ciò che conferisce all’umiliazione la sua forza politica: la debolezza si maschera da forza e la forza si ripropone attraverso la debolezza.

E la psicologia del predominio diventa una forma di assuefazione. Il colono si guarda intorno: oggi hai preso a schiaffi uno di loro? Hai preso la tua dose di droga? L’umiliazione produce un’effimera esaltazione e un’ondata di certezza che la propria supremazia sia intatta. Ma come per ogni droga l’effetto dura poco lasciandosi alle spalle una più intensa amarezza.

Ogni atto di umiliazione calma temporaneamente l’ansia che la supremazia possa svanire, solo per aumentare la dipendenza ogni volta che si ripete. In questo modo il dominio mostra la sua intima natura patologica: non può mantenersi senza la costante creazione di degradazione. Non può soddisfarsi se l’altro non è messo in ginocchio. L’esibizione del potere inizia così a riguardare il bisogno di alimentare una compulsione più che la sicurezza, un insaziabile appetito di conferma che corrode proprio quella pretesa di stabilità che vorrebbe sostenere.

Ciò che rende così duratura questa patologia non è solo la dipendenza dei coloni dall’umiliazione, ma la volontà del mondo di soddisfarla. L’ordine globale offre le condizioni in cui questa compulsione può prosperare: il silenzio delle istituzioni che dovrebbero condannare, gli scudi diplomatici che evitano l’assunzione di responsabilità e il flusso continuo di armi e risorse che garantisce che ogni atto di degradazione sia materialmente garantito. Il diritto internazionale viene invocato come principio ma viene sospeso nella pratica: l’indignazione è espressa a parole, ma neutralizzata nei fatti.

Questa patologia non si limita strettamente alle colonie di insediamento, è generalizzata e alimentata dal tacito investimento del mondo nel mantenimento di una gerarchia in cui alcune vite sono violabili all’infinito. Ciò che appare come una disfunzione israeliana è in realtà un assetto mondiale, perché il mondo permette e addirittura premia la dipendenza dall’umiliazione, nella misura in cui è funzionale alle sue alleanze strategiche.

La reazione palestinese

Ma qualcuno potrebbe ancora chiedere: che ne è degli oggetti di scena? Che ne è dei palestinesi che soffrono dentro questa dinamica? Forse la riduzione dei palestinesi a strumenti di spettacolo e corpi esibiti per l’umiliazione è una prova del potere totale che Israele esercita su di loro? C’è del vero in questo: quando Ben Gvir è entrato tronfiamente nella cella di uno dei leader più amati della Palestina e membro del Comitato Centrale di Fatah, il suo obiettivo era quello di umiliare l’ordine politico palestinese.

Intenzionale o meno, il silenzio di Mahmoud Abbas e la passività del Comitato Centrale di Fatah fin dall’inizio del genocidio, e perfino quando uno dei suoi principali leader viene esibito come trofeo nella messinscena populista di Ben Gvir, non fa che confermare quanto profonda sia l’impotenza. Forse Barghouti può non aver avvertito l’umiliazione in quel momento, ma la natura dell’umiliazione non richiedeva il suo cedimento soggettivo, perché non era nemmeno diretta a lui.

Ben Gvir ha portato alla luce il paradosso di una leadership palestinese che continua ad agire in un contesto di obliterazione, coordinando la sicurezza, controllando il suo stesso popolo e sostenendo proprio quell’ingranaggio che lo opprime. Ben Gvir non aveva bisogno di inventarsi lo spettacolo: ha semplicemente amplificato ciò che già esisteva.

Molti palestinesi parlano di questo incontro in modi differenti. Certo, molti di noi si sentono umiliati, spaventati da quanto grande può essere il sadismo umano. Essere fermati ad un posto di blocco e picchiati dai soldati israeliani senza alcuna ragione è scioccante. Essere aggrediti sessualmente dai soldati ai posti di blocco è scioccante. Essere umiliati e trattati come animali è scioccante. Tutto questo provoca gravi traumi, specie nei bambini che Israele arresta e abusa in diversi modi.

Ma non è tutto qui. Insieme al senso di umiliazione ci sono strategie di evasione e gesti di scherno. Alcuni raccontano di aver riso in faccia ai soldati mentre venivano picchiati, trasformando le botte in occasioni per dimostrare l’assurdità del potere. Molti dicono di come l’umiliazione divenga una routine che si sussegue quotidianamente, affrontata non come un fallimento, ma come una condizione che deve essere gestita, a volte persino utilizzata. Queste svariate risposte rivelano che lo spettacolo dell’umiliazione non segue lo stesso copione ma è vissuto e contestato da coloro che dovrebbero recitare la parte degli oggetti di scena.

Ricordo un episodio, raccontato da due amici circa dieci anni fa, che coglie con dolorosa chiarezza questa dinamica. Erano stati catturati da soldati israeliani, bendati e ammanettati con le mani legate dietro la schiena, poi filmati mentre i soldati li picchiavano a turno. Ciò che è rimasto loro impresso non era il dolore, ma la strana interazione che ha prodotto: quando uno di loro gridava l’altro rideva, schernendo il suo amico proprio mentre soffriva. I soldati si sono arrabbiati, incapaci di capire perché le loro vittime non prendessero sul serio le botte. La risata, invece di interrompere la scena, l’ha esasperata, provocando altri colpi.

Questo fatto svela qualcosa di profondo circa la psicologia dell’umiliazione e l’instabilità della dominazione. La violenza non mira solo a ferire il corpo, ma a garantire un copione in cui il dominato conferma il potere del dominante. La risata ha sconvolto il copione. Non si trattava di negare il dolore, ma del rifiuto di permettere al dolore di diventare l’unico significato di quel momento.

In quella risata, per quanto crudele tra due amici, l’umiliazione è stata spiazzata; la vittima è diventata sia il sofferente che lo spettatore, trasformando la scena in una scena dell’assurdo. Ci sono molte storie simili e moltissime altre che restano taciute. E insieme ad esse spesso sorge un’altra domanda quando i coloni scoppiano in un esaltato entusiasmo, muovendosi nel paesaggio come costretti a riaffermare il loro potere con la violenza o con le parole. La domanda è illusoriamente semplice, formulata in arabo: shu malhom? Che cosa li ha scatenati? E dietro questa si cela la domanda più profonda, più inquietante: che cosa c’è di sbagliato in loro?

Abdaljawad Omar

Abdaljawad Omar è uno studioso e teorico palestinese che incentra il suo lavoro sulle politiche di resistenza, decolonizzazione e sulla lotta palestinese.


(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




[Yair] Golan: “gli ebrei commettono massacri sistematici in Cisgiordania, Ben Gvir è un criminale”

Redazione di MEMO

22 luglio 2025 – Middle East Monitor

Yair Golan, capo del Partito Democratico [partito di centro israeliano, ndt.], ha dichiarato in una intervista al programma Shefa che gli ebrei stanno portando avanti “massacri” contro i palestinesi in Cisgiordania con cadenza regolare e sistematica.

Golan, le cui dichiarazioni sono state riferite dal canale ebraico Kan, ha confermato che, diversamente dal passato, ora tali atti sono commessi da ebrei. Ha criticato le autorità israeliane per aver fallito nella risposta e non aver arrestato neppure un aggressore, puntualizzando che questi atti avvengono senza alcuna difficoltà.

Golan ha aggiunto che “il governo israeliano ha perso il controllo,” sottolineando che nel Paese non non ci sono né legge né ordine.

Durante l’intervista Golan ha anche criticato il ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra Itamar Ben Gvir, affermando:

Non c’è né legge né ordine nello Stato di Israele perché un criminale sta guidando il ministero della Sicurezza Nazionale. Quando cedi le chiavi dell’applicazione delle leggi ad un criminale, questo è il risultato.”

Ha anche fatto affermazioni sulla violenza in corso nella società araba, accusando il governo di Israele di essere arrendevole riguardo a questa questione.

Golan ha continuato ad esprimere preoccupazione per il fatto che le prossime elezioni potrebbero essere le ultime tenute “liberamente e in modo equo,” dichiarando che ci sono tentativi deliberati del governo per impedire [lo svolgimento di] libere elezioni. Egli ha sottolineato l’importanza di libere elezioni per ogni democrazia.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Troppe persone sono complici del vergognoso trattamento dei palestinesi nelle carceri israeliane

7 luglio 2025, Haaretz

Il quadro che emerge dalla prigione di Megiddo è davvero terrificante. Un ragazzo di 16 anni che è stato scarcerato era così sottopeso da essere in pericolo di vita, e aveva lesioni da scabbia su tutto il corpo. Questo è successo poco dopo che un ragazzo di 17 anni è morto a Megiddo, con il sospetto che la causa del decesso sia stato il grave stato di malnutrizione.

Un’indagine della giornalista di Haaretz Hagar Sheraf ha messo in luce che entrambi questi casi che coinvolgono minorenni sono parte di un quadro sistemico di inedia, malattie, violenze e incuria sanitaria nei confronti di detenuti e prigionieri palestinesi a Megiddo sotto la responsabilità del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir.

Ma la responsabilità non è solo di Ben-Gvir. Il commissario del Servizio Carcerario Israeliano e i direttori delle carceri mettono in pratica le sadiche direttive di Ben-Gvir. È sotto il loro controllo che ai prigionieri vengono serviti pasti insufficienti e di pessima qualità. È nelle prigioni sotto il loro comando che i prigionieri non ricevono abiti e lenzuola pulite, e sono i prigionieri di cui loro sono responsabili che sono malati e non ricevono cure. E sono sempre loro che permettono che i prigionieri siano sottoposti a violenze quotidiane.

Questa politica crudele è sotto gli occhi di tutti. Anzi, Ben-Gvir se ne vanta. Alcuni gruppi di difensori dei diritti umani stanno cercando di portare alcuni di questi casi all’Alta Corte di Giustizia, ma la Corte sta permettendo questa vergogna perché non si affretta a intervenire. In pratica, secondo le testimonianze pubblicate nel rapporto, perfino i pasti insufficienti che il servizio carcerario dice di fornire non vengono di fatto somministrati ai detenuti, che perdono peso mentre la loro salute si deteriora.

La prigione di Megiddo è forse una delle peggiori, ma non certo l’unica. Secondo l’Associazione dei Prigionieri Palestinesi, dall’inizio della guerra 73 prigionieri e detenuti palestinesi sono morti in carcere e nelle strutture di detenzione militari. Il più alto numero di decessi è avvenuto presso la prigione di Ketziot. Un ex detenuto, un residente del Negev che è diventato portavoce dei prigionieri appartenenti ad Hamas, ha descritto nei particolari la situazione nella prigione di Ketziot: pugni in faccia e pasti inadeguati, spesso non cotti a sufficienza, sono la realtà quotidiana anche lì.

Tali condizioni sono inaccettabili, chiunque siano i detenuti. Sfortunatamente troppe persone sono complici di questa condotta vergognosa senza doverne rispondere di fronte alla legge. Anche i sistemi che dovrebbero controllarle hanno paura, permettendo che la situazione si perpetui.

La responsabilità non è solo di Ben-Gvir, del capo del servizio carcerario Kobi Yaakobi e di Meweed Sbeiti e Yaakov Oshri, rispettivamente attuale e precedente direttore di Megiddo. Anche i giudici della Corte Suprema e qualsiasi altro giudice israeliano che riceve ripetuti reclami da parte dei prigionieri e non fa nulla sono ugualmente responsabili.

[traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]




Il ministro di estrema destra Ben-Gvir rientra nel governo Netanyahu dato che è cominciato a bombardare Gaza

Redazione di MEMO

18 marzo 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Reuters riferisce che in una dichiarazione congiunta dei partiti si afferma che l’ex ministro israeliano della sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, che aveva lasciato il governo in disaccordo sul cessate il fuoco a Gaza, sta rientrando nella coalizione dopo che Israele ha ripreso gli attacchi contro l’enclave.

Il ritorno di Ben-Gvir rafforzerà il governo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che era stato lasciato con una maggioranza parlamentare molto risicata in seguito al suo abbandono a gennaio.

Ben-Gvir e altri ministri dal suo partito Otzma Yehudit [Potere Ebraico, dell’estrema destra religiosa dei coloni, ndt.] avevano presentato a Netanyahu la lettera di dimissioni il 19 gennaio, quando è entrato in vigore l’accordo sul cessate il fuoco a Gaza.

Da questo momento in avanti il partito Otzma Yehudit non è più membro della coalizione,” aveva scritto all’epoca il partito in una dichiarazione.

Aveva attribuito le dimissioni alla decisione del governo di approvare l’accordo sul cessate il fuoco a Gaza e la liberazione di centinaia di palestinesi dalle carceri israeliane, un’iniziativa a cui si era opposto con forza.

Il ministro della Sanità di Gaza ha affermato che almeno 400 palestinesi sono stati uccisi questa mattina in un’ondata di brutali attacchi israeliani in tutta la Striscia di Gaza. Ci si aspetta che il numero cresca dato che molti sono in condizioni critiche o ancora sotto le macerie degli edifici bombardati.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Genocidio a Gaza: Israele sta impazzendo?

David Hirst

4 novembre 2024 – Middle East Eye

Netanyahu ha dato potere ai sionisti religiosi. A Gaza, in Cisgiordania, in Libano e altrove ora sentono di stare attuando il disegno divino per il suo popolo eletto. Non andrà a finire bene

“Perché era del Signore indurire i loro cuori perché se essi (i Cananei) incontrassero Israele in battaglia… ma perché (gli Israeliti) li votassero allo sterminio, come il Signore aveva comandato a Mosè.”

Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e, a titolo assolutamente informale, governatore della Cisgiordania, ha da lungo tempo un debole per questo verso, una citazione dal Libro di Giosuè per illustrare quello che chiama il suo piano decisionista, o di dominazione, di Giudea e Samaria, i nomi biblici di quel territorio.

Quindi è così, ha spiegato Smotrich, che proprio come Giosuè avvertì i Cananei di quello che sarebbe accaduto loro se lo avessero ostacolato, ora egli ha avvertito i palestinesi di quello che comporterebbe il suo piano per loro. Sono davanti a tre possibilità: rimanere dove sono ora come “stranieri residenti” con uno “status di inferiorità in base alla (antica) legge ebraica”; emigrare; rimanere e resistere.

Se scelgono il terzo cammino, ha detto loro, le “forze di difesa israeliane” [l’esercito israeliano, ndt.] sapranno cosa fare. E di cosa si tratterebbe? “Uccidere quelli che devono essere uccisi.” Cosa: intere famiglie, donne e bambini? Ha risposto: “À la guerre comme à la guerre.”

Nel corso degli anni i cosiddetti attacchi “prezzo da pagare” (di rappresaglia) dei coloni israeliani contro le comunità palestinesi in Cisgiordania, sradicando i loro antichi ulivi, rubando le loro greggi e avvelenando i loro pozzi e cose simili, sono andati intensificandosi, ma a partire da due mesi dalla nomina a ministro di questo cosiddetto sionista religioso di estrema destra hanno raggiunto un notevole incremento, sia in termini qualitativi che quantitativi.

Alla fine di febbraio dello scorso anno circa 400 di costoro, accompagnati da soldati regolari in un presunto ruolo di controllo, si sono scatenati indisturbati a Huwwara, una cittadina di circa 7.000 abitanti, incendiando 75 case e quasi 100 veicoli e, tra le altre insensate crudeltà, hanno sgozzato o percosso a morte animali domestici, gatti e cani, davanti ai bambini, e fermandosi solo un attimo, mentre lo facevano, per recitare il Maariv, la preghiera ebraica della sera.

“È stata la Notte dei Cristalli”, ha mormorato uno stupefatto giovane soldato di leva che, per caso, aveva assistito a tutto ciò, in riferimento al pogrom nazista su scala nazionale del novembre 1938.

Su Ynet [sito di informazione israeliano moderatamente critico, ndt.] un editorialista israeliano, Nahum Barnea, è arrivato alle stesse conclusioni: “La Notte dei Cristalli è rinata a Huwwara,” ha scritto.

Smotrich non lo aveva ordinato, ma è stata l’improvvisa e sorprendente promozione del loro campione all’alta carica a incoraggiare i suoi sostenitori a farlo. E non appena tutto ciò è finito egli ha entusiasticamente applaudito, salvo che per quanto riguarda un argomento essenzialmente procedurale: “Sì” ha detto, “penso che Huwwara debba essere spazzato via, ma che lo dovrebbe fare lo Stato, non, dio ce ne guardi, privati cittadini.” E, ha continuato, avrebbe chiesto a tempo debito alle “Forze di Difesa Israeliane” di “colpire città palestinesi con carrarmati ed elicotteri, senza pietà e in un modo che comunichi loro che il padrone della terra è impazzito.”

Per molti la devastazione di Huwwara richiama il futuro piano di Smotrich e, si immagina, ciò vale innanzitutto per lo storico Daniel Blatman, che, notando che Smotrich prende a modello Giosuè, il genocida dell’antichità, ha suggerito un candidato più appropriato e più contemporaneo per tale onore: Heinrich Himmler, il principale architetto dell’Olocausto.

Frange estremiste

In molte parti del mondo mettere in rapporto israeliani, o in generale ebrei, con i nazisti è un tabù, vietato, antisemitismo dei peggiori.

Questa è presumibilmente la ragione per cui la rinomata sociologa franco-israeliana Eva Illouz* trova veramente “ironico” che cittadini dello “Stato ebraico” citino paralleli con l’hitlerismo nelle loro discussioni quotidiane “come non oserebbe fare nessun’altra società”.

In altre parole, per dirla senza mezzi termini, gli israeliani si chiamano l’un l’altro costantemente nazisti tout court, o, più semplicemente, denunciano quella che vedono come la loro condotta simile al nazismo.

Si prenda ad esempio Itamar Ben Gvir, il leader del partito di estrema destra Potere Ebraico nel governo del primo ministro Benjamin Netanyahu. Ha iniziato la sua carriera cosiddetta “politica” come un qualunque teppista da strada a Gerusalemme e in seguito è stato incriminato circa 50 volte e condannato otto per accuse come incitamento alla violenza, razzismo e appoggio a un’organizzazione terroristica.

Prima ha conquistato una sorta di notorietà a livello nazionale nel 2015, quando diventò virale un video durante un matrimonio di coloni. Nel filmato giovani ospiti maschi si dedicavano all’accoltellamento rituale dell’immagine di un neonato arabo, Saad Dawabsha, che uno dei loro compagni aveva recentemente bruciato vivo nel nome del “messia”, in un attacco incendiario contro una casa nel sonnolento villaggio di Duma, in Cisgiordania.

Ben Gvir li lodò come “bravi ragazzi”, “sale della terra” e “i migliori sionisti”.

Tuttavia per tutta la sua improvvisa e nuova celebrità quanto meno nella mente dell’opinione pubblica è rimasto, come Smotrich, intrappolato nelle frange estremiste della politica israeliana.

Persino Netanyahu, non certo un buonista progressista o di sinistra, continuò ad evitarlo come la peste finché, nella sua assoluta disperazione per formare un governo, ha deciso che l’unico modo per farlo era non solo di invitare la coppia a unirsi [a lui], ma di sottoporsi anche alle loro condizioni estorsive perché lo facessero.

Smotrich ha chiesto il controllo sulla Cisgiordania, formalmente prerogativa dell’esercito, e Ben Gvir ha concordato la creazione di un cosiddetto ministero della Sicurezza Nazionale del tutto nuovo, sotto i cui auspici, oltre al suo controllo sulla polizia tradizionale, avrebbe creato una guardia nazionale sottoposta al suo esclusivo comando.

Che, non appena ha iniziato a farlo quanti conoscono la storia della Germania nazista  – e con ogni probabilità ce ne sono in percentuale molti di più in Israele che da qualunque altra parte tranne che nella stessa Germania – hanno preso a chiamarli  Sturmabteilung, o Camicie Brune, la numerosa e feroce organizzazione paramilitare su cui Hitler si basò durante la sua ascesa al potere e, finché non venne sostituita dalle ancora più violente Schutzstaffel, o SS, il suo successivo regime dittatoriale.

La prima nomina di Ben Gvir, quella del suo capo di gabinetto, ha fatto ben poco per fugare queste preoccupazioni. Chanamel Dorfman, ora un tranquillo settantaduenne, è stato uno dei “bravi ragazzi” così come sposo e accoltellatore capo al “matrimonio dell’odio”, come è stato definito. In una delle sue prime esternazioni rese note al momento del suo insediamento, ha detto ai suoi detrattori che il suo “unico problema con i nazisti” è che egli si sarebbe trovato “dalla parte dei perdenti”.

Evento “neonazista”

Durante gran parte del 2023, e fino al 7 ottobre, quando il massacro di Hamas nel sud di Israele ha portato a una brusca battuta d’arresto, Israele era precipitato in una sempre più profonda crisi riguardo ai piani di Netanyahu per le cosiddette “riforme giudiziarie”.

Uno dei partecipanti, lo storico Yuval Noah Harari, durante una manifestazione contro la riforma e a favore della democrazia, ha raccontato quanto sia stato sconvolto da una canzone cantata dai dimostranti a favore della riforma e del regime che si trovavano lì vicino.

Ha detto che aveva un “motivetto così orecchiabile” che praticamente anche lui ha iniziato a canticchiarlo tra sé, finché, ecco, lo ha cercato su YouTube, dove aveva ottenuto migliaia di visualizzazioni, e ha scoperto con orrore che finiva come segue:

Chi è andato a fuoco ora? Huwaara!/ Case e auto! Huwwara!/ Hanno portato via vecchie signore, donne e ragazzine; ha bruciato tutta la notte! Huwwara!/Bruciate i loro camion! Huwwara!/ Bruciate le loro strade e macchine!/ Huwwara!

Ovviamente non così totalmente spregevole come la canzone “Quando il sangue ebreo macchia il coltello…”, che le Einsatzgruppen, o squadroni della morte delle SS, erano solite cantare, e a cui un commentatore israeliano le ha accostate, tuttavia non tanto diverse come ispirazione.

Come lo è un’altra istituzione fascista, l’annuale Marcia della Bandiera, che festeggia l’occupazione di Gerusalemme nella guerra arabo-israeliana del 1967.

Si tratta di un tripudio di retorica trionfalistica e di bellicosità in cui i giovani del Paese, pressoché tutti coloni, sfilano attraverso l’antico cuore arabo della città. Mentre si aprono la strada giù per gli stretti vicoli, scandendo entusiasti slogan come “morte agli arabi” o “possano i loro villaggi bruciare”, essi minacciano, insultano e sputano contro ogni palestinese sfortunato o abbastanza temerario da trovarsi lungo il loro percorso, e a volte li gettano a terra per colpirli e picchiarli a piacimento. Ogni tanto persino a giornalisti o fotografi ebrei tocca la stessa sorte.

Un evento “neonazista”, ha scritto il giornalista e attivista Gideon Levy su Haaretz, “che assomiglia troppo a quelle foto di ebrei picchiati in Europa alla vigilia dell’Olocausto.”

Quindi dov’è questo “nazismo ebraico” nella sua forma più perniciosa, e pericolosa? Ovviamente pericolosa, e in modo più immediato, ovviamente e drasticamente tale, per i suoi obiettivi principali, i palestinesi. Ma alla fine, come dirà il tempo, per lo stesso Stato di Israele.

Fisicamente e operativamente si trova principalmente in Cisgiordania, che è dove, notoriamente e profeticamente, il defunto professor Yeshayahu Leibowitz, un filosofo molto amato, aveva per primo identificato il fenomeno e gli aveva dato il nome.

Moralmente ed emotivamente, esso abita nei cuori e nelle menti dei Ben Gvir e degli Smotich, nei coloni religiosi e nei loro molti complici nel governo, nell’esercito e nell’opinione pubblica in generale, molti di loro anche religiosi, ma alcuni laici ultra-nazionalisti che ne condividono le grandiose ambizioni ma non la fede.

Il fenomeno si manifestò per la prima volta sulla scia della guerra arabo-israeliana del 1967. Ecco il perché. Il sionismo, almeno in apparenza, era un’ideologia vigorosamente laica, persino anticlericale. Per i rabbini della diaspora, o per la grande maggioranza di essi, era un’aberrazione, un peccato, persino una “ribellione contro dio”.

Ma in Israele-Palestina un movimento che abbracciò una interpretazione totalmente religiosa del sionismo guadagnò sempre più terreno. In effetti era radicale e rivoluzionaria, con l’obiettivo che lo “Stato ebraico” andasse oltre quello dei laici.

Per esempio nel campo fondamentale del territorio intendeva comprendere tutta Eretz Israel, o Terra di Israele, come promesso da dio nel suo patto con Abramo e i suoi discendenti, e come minimo, i saggi nel corso delle epoche avevano stabilito, Eretz Israel includeva Giudea e Samaria (la Cisgiordania) e Gaza, così come parti consistenti di quelli che ora sono il Libano, la Siria e la Giordania.

Messaggio da dio

Per questi sionisti religiosi la vittoria storica di Israele nella guerra dei Sei Giorni del 1967, ai loro occhi miracolosa, era stata un “messaggio di dio”: avanzate, impossessatevi e insediatevi in queste aree sacre da poco conquistate, in cui si trovavano una volta gli antichi regni ebraici.

Molti compiti li aspettavano, il loro cammino verso la “redenzione” e l’arrivo del messia. Forse il più difficile, per non dire apocalittico, per loro era la ricostruzione dell’antico tempio ebraico sul luogo in cui ora si trovano le moschee della Cupola della Roccia e Al-Aqsa. Ma per il momento questo insediamento sulla terra è ora diventato il più immediatamente fattibile per loro.

Il loro cammino verso la redenzione tuttavia rischia di diventare il cammino di Israele verso la rovina. Così almeno ha affermato Moshe Zimmermann, uno studioso di storia tedesca, che attualmente partecipa a un progetto di ricerca sul tema delle “Nazioni che impazziscono”. La Germania, ha affermato, lo fece nel 1933 con l’ascesa al potere di Hitler, Israele “iniziò” a farlo all’indomani della guerra del 1967, precisamente con questa colonizzazione della Cisgiordania e di Gaza come sua principale manifestazione.

Per questo è una sorta di progetto “nazista ebraico” per eccellenza, presieduto da una storicamente nuova e militante sorta di religiosi convertiti al sionismo. Permeati della loro “teologia di violenza e vendetta” di nuovo conio, essi giustificano praticamente qualunque cosa possa portare avanti la causa, diventata ora santa.

Tra loro è diventato importante il mentore spirituale di Ben Gvir, il rabbino Dov Lior, che una volta notoriamente o scelleratamente disse del medico israelo-americano Baruch Goldstein, che nel 1994 uccise con il mitra 29 fedeli nella moschea di Ibrahim a Hebron, che egli era “un martire più santo di tutti i santi martiri dell’Olocausto”.

Secondo Zimmermann la “storia delle colonie” è la storia di un “romanticismo biblico” che sta “trascinando tutta la società verso la perdizione”, e l’unico modo “logico” per fermarla è la “soluzione dei due Stati” per il conflitto arabo-israeliano e il ritiro totale di Israele dai territori occupati che ciò comporterebbe.

“L’alternativa (è) che noi mettiamo in atto azioni di tipo nazista contro i palestinesi o che i palestinesi lo facciano contro di noi,” ha affermato.

Veramente un avvertimento preveggente, in quanto loro, e il mondo, hanno avuto entrambi.

L’attacco del 7 ottobre è stato l’11 settembre di Israele, una prodezza terroristica assolutamente di sorpresa, tanto brillante (o quasi) nell’esecuzione quanto omicida nelle intenzioni e tanto catastrofico nelle conseguenze quanto lo fu il dirottamente da parte di Osama bin Laden degli aerei americani che si sono schiantati contro le Torri Gemelle di New York l’11 settembre 2001.

Indubbiamente la vendetta è stata un importante motivo dietro all’“azione in stile nazista” di Hamas. Ma gli attacchi hanno anche rappresentato qualcos’altro: una dimostrazione spettacolare della “resistenza” e della “lotta armata” che ritiene essere l’unica, o la principale, via per la “liberazione”, un obiettivo che, almeno ufficialmente, continua a definire come la riconquista di tutta la Palestina, compresa quella che è ora la parte israeliana di essa.

Riguardo alle “azioni in stile nazista” di Israele, anch’esse sono una vendetta, ma a un livello, con una durata e una ferocia che in confronto rende quasi patetica quella di Hamas.

Mutevoli obiettivi di Israele

Nel contempo l’obiettivo ufficiale di Israele, la distruzione di un’‘organizzazione terroristica’, si è trasformato, non ufficialmente ma concretamente, in qualcosa di ben altro, in niente di meno, nei fatti, che in un altro grande progresso nel progetto divino in corso per il suo popolo eletto, il controllo completo degli ebrei su tutta la Palestina dal fiume al mare, la cancellazione, o riduzione ai minimi termini, di ogni presenza araba al suo interno e, in definitiva, la trasformazione dell’attuale, autoproclamato “ebreo e democratico” Stato di Israele in uno “ebreo e halakhico” (teocratico), che sarà governato, se Smotrich riesce a fare a modo suo, dalle leggi dei tempi di re Davide.

Almeno è così che i sionisti religiosi percepiscono la guerra durata ormai un anno, di gran lunga la più lunga e sanguinosa di Israele dal 1948 e dalla Nakba [la pulizia etnica dei palestinesi dal 1947-49, ndt.], e loro se ne rallegrano.

Per costoro, o così i loro rabbini e altri luminari proclamano, sono tempi “magnifici”, anzi “miracolosi”, e nuovamente una prova, se ci fossero stati dubbi su questo dopo il molto contestato ritiro di Israele da Gaza nel 2005, di un dio ancora più che mai chiaramente propenso alla loro “redenzione”, e che ordina loro di ritornarvi.

E a tre mesi dall’inizio della guerra, in una cosiddetta Conferenza per la Vittoria di Israele, a quanto si dice “festosa”, loro e la schiera di ministri e membri del parlamento che vi hanno partecipato si sono impegnati, tra canti e balli, a farlo, preferibilmente insieme all’“emigrazione”, “volontaria” o forzata, di tutta la popolazione palestinese della Striscia di Gaza. Ma, finché ciò non succederà, anche senza.

Nel contempo soldati religiosi, percependo di avere a portata di mano “qualcosa di magnifico”, stanno già costruendo sinagoghe provvisorie in zone “liberate” della Striscia.

In Cisgiordania Smotrich sta progredendo nei suoi progetti di nuove grandi colonie in mezzo a un’ondata di mini Huwwara, cacciando altri palestinesi dalle loro terre e dai loro villaggi ancestrali.

E una guerra su vasta scala in corso contro il Libano ha provocato entusiastici discorsi su occupazione e colonizzazione del sud del Libano fino al fiume Litani, anch’esso una volta parte di Eretz Israel, il presunto “confine naturale” tra i due Paesi.

Quindi ci sono tempi gloriosi per alcuni israeliani, ovviamente soprattutto per questa estrema destra, una minoranza fanatica i cui leader, con Netanyahu nelle loro grinfie, stanno ora in buona misura guidando il Paese.

Per altri, tra la parte più razionale, secolare o moderatamente religiosa, e ora ridotta, della popolazione, questi cominciano ad essere percepiti più come tempi di follia, il compimento, come ha detto uno di loro, di quella “marcia della follia” che iniziò subito dopo la guerra del 1967. E ciò è veramente sorprendente: “sinistra” o “destra”, “religiosi” o “secolari”, “ricchi” o “poveri” sono ovunque una caratteristica tipica del discorso politico, ma nell’Israele di oggi vi si aggiungono “sano” o “folle”.

Quindi, in conclusione, questa pazzia israeliana risulterà veramente essere stata il corrispettivo di quello che fece cadere la Germania di Hitler, come suggerisce Zimmermann? Qualsiasi cosa accada dubito che gli storici futuri troveranno una causa per litigare troppo con lui a questo proposito.

Tuttavia, cosa interessante, un contemporaneo, in realtà niente meno che lo stesso Yuval Harari che è rimasto così scioccato da queste canzoni in stile nazista, indica un’altra e a mio parere insieme nel complesso più calzante analogia storica, e per di più prettamente ebraica: quella degli zeloti e degli elleni.

A metà del primo secolo d. C. gli zeloti erano, per così dire, i sionisti religiosi dell’epoca.  Fanatici di tipo veramente maniacale e omicida, erano continuamente ai ferri corti con gli elleni, quei loro concittadini che, sensibili all’etos ellenistico dominante in quell’epoca e luogo, avevano evidentemente deciso di preferire la vita alla cupa, inumanamente esigente servitù all’onnipotente.

Fu una divisione radicale della società, non diversa da quella che si sta delineando nell’Israele odierno, e un fattore determinante dell’ulteriore estrema calamità: la conquista romana, la distruzione del Tempio e la dispersione finale del popolo ebraico nel suo “esilio” per i secoli successivi.

E Harari è tutt’altro che solo in queste tristi riflessioni.

*Non posso garantire al 100% la correttezza testuale di questa citazione. Due anni fa ho scritto una nota a questo proposito, ma da allora non sono stato in grado di trovarla.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.David Hirst è stato inviato per il Medio Oriente del quotidiano The Guardian per 45 anni. È autore di vari libri, tra cui “The Gun and the Olive Branch” [ed. it. Senza pace. Un secolo di conflitti in Medio Oriente, Nuovi Mondi, 2004] e Beware of Small States: Lebanon, the battleground of the Middle East [Attenzione ai piccoli Stati: Libano, il campo di battaglia del Medio Oriente].

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Sionismo contro Sionismo: Ben-Gvir e l’accelerazione del crollo di Israele

Ramzy Baroud

3 settembre 2024-Middle East Monitor

Il 26 agosto il ministro della sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir ha giurato di costruire una sinagoga all’interno del Nobile Santuario di Al-Aqsa, il luogo sacro musulmano noto come Al-Haram Al-Sharif. Come rappresentante della potente tendenza del sionismo religioso di Israele nel governo e nella società in generale, Ben-Gvir è stato sincero riguardo ai suoi progetti nella Gerusalemme Est occupata e nel resto della Palestina. Ha sostenuto una guerra di religione, chiedendo la pulizia etnica dei palestinesi, la morte per fame o l’esecuzione dei prigionieri palestinesi e l’annessione della Cisgiordania.

Nella sua veste di ministro nel governo altrettanto estremista di Benjamin Netanyahu, Ben-Gvir ha lavorato duramente per tradurre il suo linguaggio in azione. Ha fatto irruzione ripetutamente nella moschea di Al-Aqsa e ha implementato le sue politiche di affamare i detenuti palestinesi, arrivando persino a difendere lo stupro nei campi di detenzione militari israeliani e a chiamare i soldati accusati di un crimine così atroce “i nostri migliori eroi”.

Inoltre i suoi sostenitori hanno compiuto centinaia di aggressioni e decine di pogrom contro le comunità palestinesi in Cisgiordania. Secondo il Ministero della Salute palestinese almeno 670 palestinesi sono stati uccisi nella Cisgiordania occupata dall’inizio della guerra di Gaza lo scorso ottobre. Un gran numero di persone uccise e ferite sono state vittime di coloni ebrei illegali.

Tuttavia non tutti gli israeliani nelle istituzioni politiche e di sicurezza sono d’accordo con il comportamento e le tattiche di Ben-Gvir. Ad esempio, il 22 agosto, il capo dello Shin Bet israeliano, Ronen Bar, ha messo in guardia contro i danni causati a Israele dalle azioni di Ben-Gvir a Gerusalemme Est.

Il danno allo Stato di Israele, soprattutto ora… è indescrivibile: delegittimazione globale, anche tra i nostri più grandi alleati”, ha scritto Bar in una lettera a diversi ministri israeliani.

La sua lettera può sembrare strana. Lo Shin Bet è stato determinante nell’uccisione di numerosi palestinesi in nome della sicurezza israeliana. Bar stesso è un forte sostenitore degli insediamenti coloniali illegali, tanto aggressivo quanto richiesto a una persona che guida un’organizzazione così famigerata. Il conflitto di Bar con Ben-Gvir, tuttavia, non è di sostanza, ma di stile.

Questo conflitto è solo l’espressione di una molto più estesa guerra ideologica e politica tra le principali istituzioni di Israele. Questa guerra “Sionismo contro Sionismo”, tuttavia, è iniziata prima dell’attacco del 7 ottobre e della guerra e del genocidio israeliani in corso a Gaza.

Sette mesi prima dell’inizio dell’attuale guerra a Gaza il presidente israeliano Isaac Herzog ha dichiarato in un discorso televisivo che “Coloro che pensano che una vera guerra civile… sia un confine che non attraverseremo, non ne hanno idea”.

Il contesto della sua dichiarazione era il “vero e profondo odio” tra gli israeliani derivante dai tentativi da parte di Netanyahu e dei suoi partner di coalizione del governo estremista di minare il potere della magistratura. La lotta per la Corte Suprema, tuttavia, era semplicemente la punta dell’iceberg. Il fatto che in Israele ci siano volute cinque elezioni in quattro anni per avere un governo stabile nel dicembre 2022 è esso stesso indicativo del conflitto politico senza precedenti di Israele.

Forse il nuovo governo è risultato “stabile” in termini di equilibri parlamentari, ma ha destabilizzato il Paese su tutti i fronti, provocando proteste di massa che hanno coinvolto la potente, ma sempre più emarginata classe militare.

L’attacco del 7 ottobre è avvenuto in un momento di vulnerabilità sociale e politica probabilmente senza precedenti dalla fondazione di Israele sulle rovine della Palestina storica nel maggio 1948.

La guerra, e in particolare il fallimento nel raggiungere uno qualsiasi dei suoi obiettivi, ha aggravato il conflitto esistente. Ciò ha portato ad avvertimenti da parte di politici e militari che il Paese stava crollando.

Il più chiaro di questi avvertimenti è venuto da Yitzhak Brik, un ex comandante militare israeliano di alto rango. Ha scritto su Haaretz il 22 agosto che il “paese… sta galoppando verso l’orlo di un abisso” e che “crollerà entro un anno al massimo”.

Sebbene Brik, tra le altre cose, abbia incolpato Netanyahu per la guerra persa a Gaza, la classe politica anti-Netanyahu ritiene che la crisi risieda principalmente nel governo stesso. La soluzione, secondo i recenti commenti di Herzog, è che il kahanismo debba essere rimosso dal governo.

Il Kahanismo si riferisce al partito Kach del [defunto, n.d.t.] rabbino Meir Kahane. Sebbene ora vietato, il Kach è riemerso in numerose forme, incluso il partito Otzma Yehudit di Ben-Gvir. Come discepolo di Kahane Ben-Gvir è pronto a realizzare la visione del rabbino estremista: la completa pulizia etnica del popolo palestinese.

Ben-Gvir e i suoi seguaci sono pienamente consapevoli dell’opportunità storica ora a loro disposizione, poiché sperano di innescare la tanto desiderata guerra di religione. Sanno anche che se la guerra a Gaza finisce senza far progredire il loro piano principale di colonizzare il resto dei territori occupati l’opportunità potrebbe non presentarsi mai più.

La corsa dell’estrema destra di Ben-Gvir per realizzare l’agenda religiosa sionista contraddice la forma tradizionale del colonialismo israeliano, basata sul “genocidio graduale” dei palestinesi e sulla lenta pulizia etnica delle comunità palestinesi di Gerusalemme Est e della Cisgiordania.

I militari israeliani ritengono che gli insediamenti illegali siano essenziali, ma percepiscono queste colonie nel linguaggio strategico come una zona cuscinetto di “sicurezza” per Israele.

I vincitori e gli sconfitti della guerra ideologica e politica in Israele emergeranno molto probabilmente dopo la fine della guerra di Gaza, i cui esiti determineranno altri sviluppi, tra cui il futuro stesso dello Stato di Israele, secondo le valutazioni dello stesso generale Yitzhak Brik.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il ministro israeliano Ben-Gvir dice che costruirebbe una sinagoga sul complesso di Al-Aqsa

Redazione Al Jazeera

26 agosto 2024  Al Jazeera

Molte critiche ai commenti “pericolosi” del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir che sfidano lo status quo

Un ministro israeliano di estrema destra ha suscitato indignazione dicendo che, se potesse, costruirebbe una sinagoga ebraica nel complesso della moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata, rafforzando la narrazione secondo cui il luogo sacro musulmano e simbolo nazionale palestinese è in pericolo.

Il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, che ha più volte ignorato il divieto del governo israeliano che da tempo proibisce agli ebrei di pregare in quel luogo, ha detto lunedì alla radio dell’esercito che se fosse possibile costruirebbe una sinagoga nel complesso di Al-Aqsa, noto agli ebrei come il Monte del Tempio.

Il complesso di Al-Aqsa è il terzo luogo più sacro dell’Islam e un simbolo dell’identità palestinese. Gli ebrei lo considerano anche il sito del Primo e del Secondo Tempio, quest’ultimo distrutto dai Romani nel 70 d.C.

“Se potessi fare tutto ciò che voglio metterei una bandiera israeliana sul sito”, ha detto Ben-Gvir nell’intervista.

Alla ripetuta domanda da parte del giornalista se, nel caso fosse di sua competenza, costruirebbe una sinagoga in quel luogo, Ben-Gvir alla fine ha risposto: “Sì”.

Secondo lo status quo pluridecennale garantito dalle autorità israeliane, agli ebrei e ad altri non musulmani è consentito visitare il complesso nella Gerusalemme est occupata durante orari specifici, ma non è loro consentito pregare lì o esporre simboli religiosi.

Ben-Gvir è stato criticato anche da alcuni ebrei ortodossi che considerano il sito un luogo troppo sacro perché gli ebrei possano entrarvi. Secondo i principali rabbini, è vietato a qualsiasi ebreo entrare in qualsiasi parte di Al-Aqsa a causa della sua santità.

Negli ultimi anni le restrizioni al complesso sono state violate sempre più spesso da nazionalisti religiosi radicali come Ben-Gvir, provocando talvolta scontri con i palestinesi.

Considerata un tempo un movimento marginale, la campagna per costruire un “Terzo Tempio” su Al-Aqsa sta crescendo in Israele, e molti palestinesi vedono parallelismi con quanto accaduto a Hebron, dove la Moschea Ibrahimi, conosciuta anche come la Grotta dei Patriarchi, è stata ripartita.

Da quando nel dicembre 2022 è entrato in carica come Ministro della Sicurezza Nazionale, Ben-Gvir ha visitato il luogo santo almeno sei volte, suscitando severe condanne.

Il complesso della moschea di Al-Aqsa è amministrato dalla Giordania, ma di fatto l’accesso al sito è controllato dalle forze di sicurezza israeliane.

Ben-Gvir ha detto alla radio dell’esercito che agli ebrei dovrebbe essere permesso di pregare nel complesso.

“Gli arabi possono pregare dove vogliono, quindi gli ebrei dovrebbero poter pregare dove vogliono”, ha detto, sostenendo che “la politica attuale consente agli ebrei di pregare in quel luogo”.

Diversi politici ebrei ultra-ortodossi hanno già denunciato i tentativi di Ben-Gvir di incoraggiare la preghiera ebraica ad Al-Aqsa.

Uno di loro, il Ministro degli Interni Moshe Arbel, ha precedentemente definito “blasfemia” i commenti di Ben-Gvir sull’argomento, aggiungendo che “il divieto della preghiera ebraica sul Monte del Tempio è la posizione di tutti i grandi uomini di Israele da generazioni”.

“Pericoloso”

La Giordania ha risposto alle ultime osservazioni di Ben-Gvir.

“Al-Aqsa e i luoghi santi sono un luogo di culto solo per i musulmani”, ha detto in una nota il portavoce del Ministero degli Esteri giordano Sufian Qudah.

“La Giordania prenderà tutte le misure necessarie per fermare gli attacchi ai luoghi santi” e “sta preparando i documenti legali necessari per agire nei tribunali internazionali contro gli attacchi ai luoghi santi”, ha detto Qudah.

Anche diversi funzionari israeliani hanno condannato Ben-Gvir, mentre una dichiarazione dell’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu afferma che “non vi è alcun cambiamento” nella politica attuale.

“Sfidare lo status quo del Monte del Tempio è un atto pericoloso, non necessario e irresponsabile”, ha detto il Ministro della Difesa Yoav Gallant su X.

“Le azioni di Ben-Gvir mettono in pericolo la sicurezza nazionale dello Stato di Israele”.

Il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid ha detto su X che i ripetuti commenti di Ben-Gvir dimostrano che “Netanyahu ha perso il controllo del suo governo”.

Il portavoce della presidenza palestinese Nabil Abu Rudeineh ha avvertito che “Al-Aqsa e i luoghi santi sono una linea rossa che non permetteremo assolutamente venga toccata”.

Hamas, con cui Israele è impegnato in un’aspra guerra nella Striscia di Gaza, ha affermato che i commenti del Ministro sono “pericolosi” e ha invitato i paesi arabi e islamici “ad assumersi la responsabilità di proteggere i luoghi santi”.

Il Ministero degli Esteri egiziano ha invitato Israele a rispettare i suoi obblighi come potenza occupante e a fermare le dichiarazioni provocatorie volte ad aumentare le tensioni, ha riferito Egyptian Ahram Online.

“Queste dichiarazioni ostacolano gli sforzi per raggiungere una tregua e un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e rappresentano una seria minaccia per il futuro di una soluzione definitiva della questione palestinese, basata sulla soluzione dei due Stati e sulla creazione di uno Stato palestinese indipendente lungo i confini del 4 giugno 1967, con Gerusalemme Est come capitale”, si legge nella nota.

I commenti di lunedì sono arrivati ​​meno di due settimane dopo che Ben-Gvir aveva suscitato indignazione – anche in influenti rabbini israeliani – visitando il complesso con centinaia di sostenitori, molti dei quali sembravano pregare apertamente in violazione alle norme dello status quo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Secondo un’organizzazione non governativa Israele ha allestito strutture adibite alla tortura dei palestinesi

Redazione di Al Jazeera

6 Agosto 2024 – Al Jazeera

Secondo un rapporto dell’ONG israeliana B’Tselem le testimonianze di 55 ex detenuti palestinesi rivelano che più di una dozzina di campi di prigionia israeliani allestiti dopo il 7 ottobre sono dedicati a violenze nei confronti delle persone in custodia

L’organizzazione non governativa israeliana che si occupa di diritti umani B’Tselem ha raccolto le testimonianze di 55 palestinesi, di cui 21 provenienti dalla Striscia di Gaza, che sono stati trattenuti in prigioni israeliane, che raccontano in dettaglio le torture cui sono stati sottoposti.

Il rapporto di B’Tselem, intitolato “Benvenuti all’inferno”, ha rivelato martedì [6 agosto n.d.t.] che dall’inizio dell’attacco israeliano contro Gaza più di una dozzina di strutture carcerarie israeliane sono state convertite in una rete di campi “dedicati alle violenze nei confronti dei detenuti”.

“Tali spazi, in cui ogni detenuto è deliberatamente condannato a subire sofferenze gravi e incessanti, operano di fatto come campi di tortura,” vi si legge.

Le violazioni includono “frequenti atti di violenza grave e arbitraria, aggressioni sessuali, umiliazioni e degrado, fame deliberata, condizioni igieniche forzate, privazione del sonno, divieti e misure punitive contro le pratiche religiose, confisca di tutti gli effetti personali e collettivi e negazione di cure mediche adeguate”.

B’Tselem ha riferito che dal 7 ottobre almeno 60 palestinesi sono morti sotto custodia israeliana, di cui circa 48 provenienti da Gaza.

Secondo il rapporto le testimonianze dei detenuti dimostrano “una politica istituzionale sistematica basata su maltrattamenti e torture costanti di tutti i prigionieri palestinesi”.

Questa politica, si legge, è applicata sotto la direzione del Ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, con il pieno sostegno del Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

“Data la gravità degli atti, l’entità delle violazioni della legge internazionale e il fatto che tali violazioni prendono di mira quotidianamente e per un prolungato periodo di tempo l’intera popolazione carceraria palestinese, l’unica possibile conclusione è che nel compiere questi atti Israele sta commettendo torture che equivalgono a un crimine di guerra e persino a un crimine contro l’umanità”, afferma il rapporto in conclusione.

Richiesta di indagine da parte della Corte Penale Internazionale

Il rapporto fa appello alla Corte Penale Internazionale affinché indaghi “i singoli individui sospettati di organizzare, dirigere e commettere questi crimini”, argomentando che tali indagini non sono state possibili in Israele “poiché tutti i sistemi statali, incluso quello giudiziario, sono stati mobilitati a sostegno di questi campi di tortura”.

B’Tselem ha anche osservato che dall’inizio della guerra contro Gaza il numero di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane è raddoppiato, raggiungendo i 9.623.

“Ci appelliamo a tutte le nazioni e a tutte le istituzioni e gli organismi internazionali affinché facciano tutto ciò che è in loro potere per mettere immediatamente fine alle crudeltà inflitte ai palestinesi dal sistema carcerario israeliano, e affinché riconosca il regime israeliano che gestisce tale sistema come un regime di apartheid che deve finire”, conclude l’organizzazione.

Da parte delle autorità israeliane non c’è stata alcuna reazione immediata al rapporto.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




I palestinesi raccontano gli abusi mortali nelle prigioni israeliane: “È Guantánamo”

Loveday Morris e Sufian Taha

29 luglio 2024 – The Washington Post

Il Post ha parlato con ex prigionieri e avvocati palestinesi e ha esaminato i referti delle autopsie, rivelando la violenza e le privazioni incontrollate nel sistema carcerario israeliano.

Un detenuto palestinese è morto con la milza spappolata e una frattura delle costole dopo essere stato picchiato dalle guardie carcerarie israeliane.

Un altro è andato incontro ad una fine straziante in seguito ad una malattia cronica non curata.

Un terzo ha urlato chiedendo aiuto per ore prima di morire.

I dettagli della morte dei prigionieri sono stati raccontati da testimoni oculari e corroborati da medici di Physicians for Human Rights Israel [Medici per i diritti umani Israele], (PHRI) che hanno assistito alle autopsie, i cui risultati sono stati condivisi con le famiglie e ottenuti dal Washington Post. I tre uomini fanno parte degli almeno 13 palestinesi della Cisgiordania e di Israele morti nelle carceri israeliane dal 7 ottobre, secondo PHRI. Tra i morti anche un numero imprecisato di prigionieri provenienti dalla Striscia di Gaza.

Organizzazioni per i diritti umani affermano che dopo gli attacchi di Hamas a Israele le condizioni nelle sovraffollate prigioni israeliane sono gravemente peggiorate. Ex prigionieri palestinesi hanno descritto pestaggi di routine, spesso su intere celle o blocchi, solitamente con manganelli e talvolta con i cani. Hanno affermato che è stato negato loro cibo e cure mediche a sufficienza e di essere stati sottoposti ad abusi psicologici e fisici.

Il Post ha parlato con 11 ex prigionieri e una mezza dozzina di avvocati, ha esaminato i verbali dei tribunali e i referti delle autopsie, scoprendo violenze e deprivazioni incontrollate, a volte con esito mortale, da parte delle autorità carcerarie israeliane.

Mentre l’attenzione e la condanna internazionale si sono concentrate sulla difficile situazione dei detenuti di Gaza, in particolare nel famigerato sito militare di Sde Teiman, i sostenitori dei diritti affermano che nel sistema penale israeliano esiste una crisi sistemica più profonda.

“La violenza è pervasiva”, ha affermato Jessica Montell, direttrice esecutiva dell’organizzazione per i diritti israeliana HaMoked, che lavora da anni con i detenuti palestinesi. “Esiste un gran sovraffollamento. Tutti i prigionieri che abbiamo incontrato hanno perso circa 15 kg.”.

Tal Steiner, direttore esecutivo del Public Committee Against Torture in Israel [Comitato Pubblico Contro la Tortura in Israele], attribuisce gli abusi in parte ad un clima di vendetta in Israele dopo l’assalto di Hamas del 7 ottobre. “È una combinazione di sentimenti individuali molto negativi e violenti, di sostegno ai decisori politici e di mancanza di senso di responsabilità”, ha affermato.

A Sde Teiman il caos è scoppiato lunedì dopo che l’esercito israeliano ha arrestato nove riservisti per interrogarli per abusi nei confronti di un prigioniero. Almeno un membro della Knesset e manifestanti di estrema destra hanno fatto irruzione nella base per protestare contro la detenzione dei riservisti, provocando una condanna da parte dell’esercito israeliano.

Interrogati sui prigionieri morti dietro le sbarre dal 7 ottobre, così come sulle altre accuse dettagliate in questo articolo, il servizio carcerario israeliano ha dichiarato: “Non siamo a conoscenza di quanto da voi descritto e, per quanto ne sappiamo, non si sono verificati eventi del genere. Tuttavia, prigionieri e detenuti hanno il diritto di presentare una denuncia che sarà esaurientemente esaminata e indagata dalle autorità ufficiali”.

“Tutti i prigionieri sono detenuti nel rispetto della legge”, continua la dichiarazione. “Tutti i diritti fondamentali necessari sono pienamente applicati da guardie carcerarie professionalmente formate”.

La Corte Penale Internazionale sta valutando mandati di arresto per il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant per la condotta di Israele a Gaza. Le condizioni nelle carceri del Paese potrebbero portare a ulteriori azioni legali internazionali, ha avvertito il capo dell’intelligence israeliana Ronen Bar in una lettera alle autorità carcerarie del 26 giugno.

“Israele sta incontrando difficoltà a respingere le accuse, almeno alcune delle quali sono ben fondate”, ha scritto in una lettera visionata dal Post e pubblicata per la prima volta da Ynet [maggior sito israeliano di informazione in inglese, ndt.].

Nella lettera si legge che il sistema carcerario, costruito per 14.500 detenuti, ne ospita 21.000, senza includere circa 2.500 prigionieri di Gaza, la maggior parte dei quali detenuti in strutture militari.

“La crisi carceraria crea minacce alla sicurezza nazionale di Israele, alle sue relazioni estere e alla capacità di realizzare gli obiettivi di guerra prefissati”, conclude Bar.

L’agenzia di intelligence interna di Israele, lo Shin Bet, non ha risposto alle richieste di commento sulla lettera di Bar.

Ma Itamar Ben Gvir, Ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra di Israele che supervisiona il sistema carcerario, non si è scusato per la sua “guerra” contro i detenuti palestinesi. In un post su X di questo mese in risposta a Bar, si è vantato di aver “ridotto fortemente” il tempo dedicato alla doccia e introdotto un “menù risicato“.

La soluzione più semplice al sovraffollamento delle carceri, ha detto, sarebbe la pena di morte.

L’ufficio di Ben Gvir non ha risposto a una richiesta di commento.

Tora Bora

Per Abdulrahman Bahash, 23 anni, la permanenza in prigione è diventata una condanna a morte.

La sua famiglia ha dichiarato che era un membro delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa, considerate un gruppo terroristico da Israele e dagli Stati Uniti, ed è stato arrestato in relazione agli scontri armati con le forze israeliane nella città di Nablus, in Cisgiordania.

Il servizio carcerario israeliano ha affermato di non essere in grado di specificare quali accuse, se presenti, fossero state mosse nella vicenda contro Bahash o gli altri prigionieri.

Due dei compagni di cella di Bahash nella prigione di Megiddo, una struttura nel nord di Israele dove da ottobre sono morti almeno tre prigionieri, hanno collegato il suo omicidio a un pestaggio particolarmente violento nel loro blocco da parte delle guardie a dicembre. Entrambi hanno parlato a condizione di mantenere l’anonimato per paura di rappresaglie.

Secondo un prigioniero di 28 anni detenuto nella stessa sezione i militari hanno fatto irruzione in tutte le celle dell’ala e hanno ammanettato i detenuti prima di picchiarli. Ha detto che durante la sua prigionia tali pestaggi avevano luogo due volte a settimana.

Le guardie li hanno attaccati “in modo pazzesco”, racconta il prigioniero. “Hanno usato i manganelli, ci hanno preso a calci… su tutto il corpo”.

Dopo il pestaggio, afferma, Bahash e altri membri della sua cella sono stati portati in un’area di celle di isolamento soprannominata “Tora Bora”, dalla denominazione della rete di grotte afghane di al-Qaeda.

“Il chiasso delle urla riempiva tutto il blocco”, dice. Bahash è tornato con contusioni profonde, e si lamentava temendo di avere le costole rotte. Quando ha chiesto assistenza medica, il suo compagno di prigione dice che è stato rimandato indietro con l’Acemol, un semplice antidolorifico.

“Alla fine non era più in grado di stare in piedi”, ricorda. “Lo aiutavamo a camminare come si fa con un bambino”.

Circa tre settimane dopo, il 1° gennaio, Bahash è morto.

Un’autopsia “ha rivelato segni di lesioni traumatiche al torace destro e all’addome sinistro, che hanno causato fratture multiple alle costole e lesioni alla milza, presumibilmente il risultato di un’aggressione”, si legge in un rapporto di Daniel Solomon, un medico del PHRI a cui le autorità carcerarie hanno dato il permesso di assistere all’autopsia.

Sono state indicate come potenziali cause di morte lo shock settico e l’insufficienza respiratoria a seguito delle lesioni. I risultati ufficiali dell’autopsia così come il corpo di Bahash sono stati tenuti nascosti alla famiglia.

Il servizio carcerario israeliano non ha risposto alle domande sul perché il corpo non sia stato restituito ai parenti.

Saeb Erekat, suo cognato, ha affermato che prima della prigionia il giovane era in ottima forma fisica. Ha descritto Megiddo come un “cimitero”.

L’autopsia di Bahash è stata una delle cinque a cui i medici del PHRI hanno potuto assistere per conto delle famiglie dei prigionieri dopo aver richiesto il permesso ai tribunali.

Abdul Rahman al-Maari, 33 anni, è morto a Megiddo il 13 novembre. Falegname e padre di quattro figli, secondo suo fratello Ibrahim Maari si trovava in prigione da febbraio 2023, dopo essere stato arrestato a un posto di blocco temporaneo e accusato di affiliazione ad Hamas e possesso di un’arma da fuoco.

I parenti hanno perso i contatti con lui dopo il 7 ottobre, quando le visite dei familiari sono state interrotte. Stanno ancora cercando di ricostruire i dettagli della sua morte.

Un rapporto sulla sua autopsia del medico del PHRI Danny Rosin ha rilevato che “sono stati osservati lividi sul torace sinistro, con fratture alle costole e alla parte inferiore dello sterno. … Sono stati osservati lividi anche sulla schiena, sui glutei, sul braccio e sulla coscia sinistri e sul lato destro della testa e del collo”.

Khairy Hamad, 32 anni, detenuto nello stesso blocco, ha detto che Maari è stato gettato giù ammanettato da una rampa di circa 15 scalini di metallo, una punizione per aver fatto delle osservazioni alle guardie mentre i detenuti venivano spogliati e picchiati nel corso di una perquisizione della cella.

Hamad riferisce che lui e i suoi compagni di cella erano stati portati al piano terra e Maari è piombato a terra a circa cinque metri di distanza da lui. Era cosciente, dice, ma sanguinava dalla testa. Anche Maari è stato trasferito in isolamento a Tora Bora. Dalla cella accanto l’avvocato 53enne Sariy Khourieh lo ha sentito lamentarsi per ore a causa del dolore.

Ha urlato tutto il giorno e la notte”, afferma Khourieh. “Ho bisogno di un dottore”, ricorda che urlava, ripetutamente.

Alla fine, alle 4 del mattino, è rimasto in silenzio.

Al mattino Khourieh ha sentito le guardie scoprire il corpo senza vita e chiamare un medico. Ha sentito che cercavano di rianimare Maari con un defibrillatore, poi ha visto che lo portavano fuori in un sacco per cadaveri.

In una società moderna non dovrebbero succedere cose del genere”, ha detto suo fratello.

Sovraffollamento e negligenza

I resoconti di assistenza medica negata sono onnipresenti nelle testimonianze degli ex prigionieri. Secondo Rosin del PHRI, che ha assistito all’autopsia, la morte di Muhammed al-Sabbar, 21 anni, il 28 febbraio avrebbe potuto essere evitata se la sua condizione cronica fosse stata curata correttamente.

La famiglia di Sabbar ha affermato che è stato arrestato per istigazione in relazione a dei post pubblicati online. Soffriva fin dall’infanzia della malattia di Hirschsprung, una condizione che causa gravi e dolorose ostruzioni intestinali. Aveva bisogno di una dieta speciale e di farmaci.

Lo stomaco di Sabbar ha iniziato a gonfiarsi a ottobre dopo che gli sono stati negati i farmaci, ha affermato Atef Awawda, 54 anni, uno dei suoi compagni di cella. Un medico della prigione gli aveva fatto una singola iniezione all’inizio di quel mese, ricorda Awawda, ma aveva detto a Sabbar di non dirlo a nessuno. “Quella è stata l’ultima volta che abbiamo ricevuto medicine”, dice.

“La morte di Mohammed avrebbe potuto essere evitata con una più rigorosa aderenza alle sue esigenze mediche”, si legge nella lettera di Rosin alla sua famiglia, in cui descrive il suo colon come dilatato e pieno di una grande quantità di materia fecale.

Quando è stato portato d’urgenza al pronto soccorso, “le sue condizioni erano già tali che le possibilità di salvarlo erano scarse”, conclude il rapporto.

Secondo Addamer, un’organizzazione per i diritti dei prigionieri palestinesi, a maggio è stata trattenuta nelle prigioni israeliane una quantità record di 9.700 prigionieri palestinesi. Circa 3.380 erano detenuti amministrativi, afferma l’organizzazione, trattenuti senza accusa o processo. I numeri non includono i prigionieri di Gaza; le autorità israeliane non riveleranno quanti esattamente sono stati imprigionati o dove sono detenuti.

Ex detenuti hanno affermato che le celle per sei persone a volte ne contenevano il doppio, con materassi posizionati sul pavimento.

Alcuni hanno riferito che in inverno venivano rimosse le imposte dalle finestre delle celle per esporre al freddo i detenuti. Altri hanno detto che veniva suonato incessantemente a volume alto l’inno nazionale israeliano; le luci venivano lasciate accese di notte per disturbare il sonno.

A novembre, secondo il suo avvocato e i verbali del tribunale esaminati dal Post, un prigioniero palestinese è stato picchiato a cospetto di un giudice mentre si apprestava a seguire un’udienza tramite collegamento video.

“Ora possiamo sentire in sottofondo le grida delle persone che vengono picchiate”, si legge nei verbali del tribunale. Le grida si sono interrotte quando è intervenuto il giudice.

“Ho il naso rotto”, ha detto l’imputato, il cui nome è stato censurato nei verbali del tribunale. “Chiedo che l’udienza non finisca senza che promettano di non picchiarmi”.

“Politica della fame”

Violenza e negligenza medica erano accompagnate dalla privazione del cibo, raccontano gli ex prigionieri. Ognuno ha detto di aver perso molto peso in prigione, tra 13 e 22 kg.

Il giornalista Moath Amarneh, 37 anni, imprigionato per sei mesi a Megiddo per aver filmato delle dimostrazioni in Cisgiordania, ha detto che durante la sua permanenza la sua cella per sei persone è arrivata ad ospitarne 15.

I detenuti condividevano per colazione un piatto di verdure e yogurt. Per pranzo, ogni prigioniero riceveva mezza tazza di riso e la cella, indipendentemente dal numero di uomini che vi erano dentro, divideva un piatto di pomodori o cavolo a fette. Nei giorni buoni potevano esserci salsicce o fagioli. La cena consisteva in un uovo e un po’ di verdure, dice.

È appena il sufficiente per sopravvivere”, ha detto l’avvocato Aya al-Haj Odeh, che ha riferito che alcuni clienti hanno raccontato di aver ricevuto appena tre fette di pane al giorno o qualche cucchiaio di riso e di avere avuto un accesso limitato all’acqua potabile.

Ad aprile l’Associazione per i Diritti Civili in Israele ha presentato una petizione alla Corte Suprema per quella che ha definito una “politica della fame”. Ben Gvir ha scritto all’organizzazione prendendosi il merito di tale politica, dicendo che stava lavorando per “peggiorare le condizioni” dei prigionieri in modo da “creare deterrenza”, ha affermato l’ACRI.

Muazzaz Obayat, 37 anni, quando la scorsa settimana ha lasciato Ktzi’ot, nel sud di Israele, riusciva a malapena a camminare. È stato arrestato dopo il 7 ottobre con l’accusa di legami con Hamas, ma non è mai stato incriminato.

I suoi capelli neri ricci e la barba erano incolti; gli zigomi sporgevano e gli occhi erano infossati.

In una clinica nella città di Beit Jala, in Cisgiordania, dove stava ricevendo cure mediche, ha detto che non sapeva bene quanti anni avesse o quanti ne avessero i suoi cinque figli.

“Non so niente se non della prigionia”, ha detto.

Un tempo culturista dilettante, ha detto di aver perso più di 45 kg. in nove mesi.

Ha descritto bisbigliando come una guardia lo avesse violentato con una scopa. I medici hanno detto che soffriva di stress post-traumatico e malnutrizione.

È Guantánamo”, ha detto.

Hanno contribuito a questo articolo Hajar Harb da Londra e Lior Soroka da Tel Aviv.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele: un alto funzionario responsabile del rilascio del porto d’armi si dimette per le politiche sconsiderate di Ben-Gvir

Redazione di MEMO

5 dicembre 2023 – Middle East Monitor

Domenica il direttore del dipartimento per il rilascio del porto d’armi presso il ministero israeliano della Sicurezza Nazionale, Yisrael Avisar, ha rassegnato le dimissioni come segno di protesta per gli sconsiderati regolamenti delle licenze applicati su indicazione del ministro estremista Itamar Ben-Gvir, che ha accelerato [il rilascio di] migliaia di permessi per armi ai civili dichiarando che ciò rafforza la sicurezza pubblica.

Avisar, che ha lavorato in quell’incarico per sei anni, ha affermato che Ben-Gvir ha attribuito a 82 dei suoi collaboratori più stretti l’“autorità temporanea” di approvare le richieste di porto d’armi, anche ai suoi collaboratori personali impiegati della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] e giovani donne che stanno effettuando il servizio civile nazionale volontario. Avisar ha spiegato che in condizioni normali un collaboratore deve effettuare un addestramento di un mese prima di ottenere un permesso per il porto d’armi, ma con la politica di Ben-Gvir il periodo è solo di un giorno.

La scorsa settimana Avisar ha distrutto la “sconsiderata” politica di Ben-Gvir di rilascio del porto d’armi durante due sessioni tenutesi alla Knesset.

Ha spiegato che i collaboratori del ministro di estrema destra hanno creato una “stanza operativa” negli uffici del ministero e ha avvertito che le licenze sono state concesse a richiedenti che non rispettavano i criteri del ministero. “I funzionari addetti al rilascio del porto d’armi devono esaminare le capacità mentali e fisiche dei candidati di portare un’arma, in aggiunta ad altre caratteristiche”, ha aggiunto.

Avisar ha anche espresso il timore che alcuni postulanti abbiamo avuto un trattamento di favore.

Il quotidiano israeliano Haaretz ha riportato le dichiarazioni di un funzionario della sicurezza secondo cui questa è “una ricetta per il disastro.”

Stanno distribuendo armi come se fossero caramelle, ma un porto d’armi non è un giocattolo per bambini. La supervisione è quasi nulla nel ministero” ha affermato la fonte.

Da quando si è insediato, Ben-Gvir ha lavorato senza sosta per facilitare le condizioni per il rilascio del porto d’armi, situazione che è drammaticamente peggiorata dal 7 ottobre.

Da allora, il numero delle richieste per ottenere un’arma ha raggiunto il numero di 255.000 e circa 20.000 sono state accolte.

In risposta alle dimissioni di Avisar, ieri il ministro della Sicurezza Nazionale ha affermato che “un’arma salva le vite e la politica del ministero verrà estesa e non ridotta.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)