Una guerra israeliana infinita. Amira Hass. Perché la Cisgiordania non si è ribellata

Philippe Agret

13 ottobre 2025 – Orient XXI

Amira Hass è una giornalista israeliana del quotidiano di sinistra Haaretz che vive da venti anni a Ramallah, in Cisgiordania. Spiega perché non è scoppiata nessuna intifada in questo territorio occupato, e ampiamente ignorato, dopo il 7 ottobre 2023. Diversamente da ciò che avevano immaginato i capi di Hamas a Gaza. Intervista

 Philippe Agret. Lei vive a Ramallah, in Cisgiordania. Perché secondo lei non c’è stata un’intifada in Cisgiordania dopo il 7 ottobre, anche se ci sono stati violenti combattimenti armati nel nord?

Amira Hass. È una domanda cruciale, forse LA domanda da porsi, non solo perché Yahya Sinwar e Mohammed Deif immaginavano una rivolta palestinese più ampia e una guerra regionale contro Israele dopo il loro grande attacco militare. Questa domanda è giusta, perché la situazione creata da Israele a Gaza e in Cisgiordania prima del 7 ottobre era intollerabile.

Anzitutto non definirei intifada la presenza di alcune decine di giovani armati nei campi di rifugiati del nord, pronti ad essere uccisi sul campo.

Se ci si riferisce alla prima intifada (1987-1993), essa vedeva un sollevamento popolare con la partecipazione di tutti gli strati della popolazione e di conseguenza un movimento di cui la lotta armata non era il motore principale, o non lo era affatto. Un movimento che presupponeva uno spirito di solidarietà interna, un coordinamento e un obbiettivo chiaro. La resistenza armata è sempre appannaggio di un piccolo numero di persone ed è un fenomeno essenzialmente maschile, almeno nel contesto palestinese. Del resto l’obbiettivo di questi gruppi non è mai stato molto chiaro.

Se poi non si sono visti gruppi di giovani armati sparare su una postazione militare, un veicolo blindato o un colono, questo dipende anzitutto dallo stato delle forze delle due organizzazioni che hanno finanziato e incoraggiato i giovani ad armarsi: Hamas e la Jihad islamica. Erano attivi nel nord, ma meno nel resto della Cisgiordania.

Inoltre, nonostante il prestigio che circondava questi gruppi e i sentimenti di solidarietà nei confronti di ogni martire, tendo a credere che la maggior parte degli abitanti della Cisgiordania dubitasse dell’efficacia delle loro azioni.

P.A. Perché?

A.H.  C’è un tabù nella società palestinese: criticare le operazioni armate e i martiri. Perciò il malumore e la collera nei confronti dei gruppi armati nelle città e nei campi profughi – in cui Israele ha distrutto edifici e infrastrutture e sfollato circa 40.000 abitanti – non vengono né evocati né espressi pubblicamente.

Ma suppongo che queste critiche circolino sotto traccia e siano note. Nel campo profughi di Balata, a Nablus, i servizi di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese, coordinate con membri di Fatah (a volte sono le stesse persone), sono riusciti a convincere gli uomini armati a lasciare il campo, se provenivano da fuori, o a deporre le armi. La popolazione ha accettato la logica di tale posizione.

P.A. Perché non si è visto un sollevamento popolare e non violento come alternativa alla lotta armata?

A.H. La realtà degli accordi di Oslo ha scollegato l’occupato dall’occupante frapponendo un’entità intermedia tra i due: l’Autorità Nazionale Palestinese. Per lanciare un progetto di disubbidienza civile di massa bisogna anzitutto chiedere la rottura dei legami burocratici e di sicurezza tra l’entità intermedia e l’occupante. In altri termini, esigere dall’Autorità Nazionale Palestinese che cambi modo di agire. Innumerevoli richieste e molte risoluzioni del consiglio centrale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che chiedevano la fine della cooperazione sulla sicurezza con Israele non sono mai state ascoltate o attuate da Abu Mazen (Mahmoud Abbas) e dal suo seguito.

La dimensione burocratica della cooperazione palestinese con Israele è ancor più difficile da contestare o da bloccare poiché riguarda i bisogni fondamentali dei cittadini: ottenere una carta di identità, registrare le nascite, andare all’estero, aprire un’impresa e un conto bancario, importare ed esportare, ecc. Una simile rottura richiede una pianificazione minuziosa, una decisione comune e la volontà dell’insieme della popolazione di prepararsi ad affrontare quotidianamente enormi sacrifici. Qualche anno fa Qadura Farès, quadro di Fatah e vecchio prigioniero – apprezzato e venerato dalla base, ma spesso in disgrazia presso la dirigenza – aveva ideato un ambizioso piano di disubbidienza civile di massa, ma evidentemente non è mai riuscito a convincere della sua fattibilità.

Durante i 30 anni di esistenza delle zone A e B i palestinesi hanno goduto di un certo “respiro” di fronte all’occupazione: certamente in zone limitate e per brevi periodi. La definisco “logica dei bantustan”. Ha abituato le persone ad un benessere e una normalità limitati, che non erano disposte ad abbandonare.

Infine, le enclave palestinesi concepite da Oslo e da Israele, sempre più disperse e ridotte, hanno frammentato la vita quotidiana sotto una dominazione straniera ostile: ogni città o villaggio vive diversamente questa esperienza e trova o meno i propri modi di collaborazione o di resistenza. Ciò fu ben visibile col movimento di resistenza contro il muro di separazione all’inizio degli anni 2000: organizzate da ciascun villaggio per conto proprio, le manifestazioni non erano più esclusivamente palestinesi. Si poteva contare sulla presenza e il sostegno di militanti internazionali ed israeliani. È difficile immaginare oggi l’elaborazione di una strategia unificata per tutta la Cisgiordania. La solidarietà interna è indebolita.

P.A. Sembra che una parte della popolazione palestinese si sia sentita tradita o abbandonata dai suoi dirigenti?

A.H.I “dirigenti” palestinesi evidentemente non hanno alcun interesse ad una nuova strategia. Sono diventati una ‘nomenklatura’ che identifica la “causa nazionale” con la propria stabilità e il proprio benessere. L’ampia cerchia che ruota intorno al nucleo di questa ‘nomenklatura’, cioè i funzionari e gli uomini d’affari, dipende da essa e non si può permettere, o non osa, staccarsene.

Per esempio c’è un’istituzione ufficiale, la Commissione di resistenza alla colonizzazione e al muro. È composta principalmente da militanti di Fatah pagati dall’Autorità. Raccoglie informazioni, dispone di avvocati che rappresentano i cittadini nelle questioni di esproprio di terreni (da parte di Israele) e organizza manifestazioni di solidarietà e di protezione insieme alle comunità minacciate dai coloni e dalla burocrazia dell’occupazione.

Benché non vi sia ragione di dubitare dell’onestà delle persone coinvolte, esposte agli spari dei soldati, alla violenza dei coloni e agli arresti, esse non hanno però ottenuto l’adesione delle masse. Al contrario, la loro identificazione con Fatah e l’Autorità non attira loro le simpatie dell’opinione pubblica. Sono sconosciuti, a differenza dei giovani che sono stati uccisi dall’esercito israeliano e le cui gigantografie, con armi impressionanti, ricoprono tutti i muri.

Di fatto la brutalità della repressione israeliana contro ogni tentativo di resistenza è spaventosa. Indipendentemente dalle forme di resistenza o di opposizione, questa brutalità è più intensa e generalizzata di prima, soprattutto sotto questa coalizione di estrema destra e dopo il 7 ottobre. Per resistere in modo attivo la comunità palestinese ha bisogno di credere nella propria efficacia, di avere dei dirigenti degni di fiducia, che ascoltino il popolo e siano in grado di guidarlo con un obbiettivo comune chiaro.

Tutto ciò non esiste. I sondaggi possono anche dire che i palestinesi sono favorevoli alla lotta armata e che questo è il solo modo di arrivare ad una soluzione, ma in pratica le loro scelte personali dimostrano il contrario. Io vedo genitori che si sforzano di allontanare i figli dagli scontri vicino ai posti militari o di mandarli a studiare all’estero, anche se ideologicamente sostengono la lotta armata.

P.A. Dopo il 7 ottobre sono emerse nuove forme o nuovi spazi di resistenza in Cisgiordania?

A.H. Prima di veder nascere nuove forme di resistenza è necessario un cambiamento radicale nella politica interna palestinese. Sotto forma di un’OLP ormai obsoleta? Di un’OLP del tutto nuova? Di un cambiamento spinto dalla diaspora? Di un’iniziativa palestinese inclusiva (che comprenda i palestinesi “del 1948”)? Ognuna di queste opzioni ha i suoi sostenitori o è collegata a certe iniziative intellettuali, ciò che come minimo ci indica quanto la popolazione aspiri ad un cambiamento politico. Ma è ovvio che sta ai palestinesi decidere.

In ogni caso, nel momento in cui il genocidio perpetrato dallo Stato israeliano prosegue, la sensazione di incompetenza e di paralisi politica è più forte che mai, al contrario dell’atmosfera di vittoria dei primi giorni dopo il 7 ottobre e degli slogan che si sentivano nella diaspora palestinese e in Cisgiordania.

P.A. Qual è l’impatto dell’accelerazione della colonizzazione e della violenza dei coloni dopo il 10 ottobre? Cosa pensa delle (nuove?) strategie israeliane di colonizzazione?

A.H. Vivere eternamente sotto l’occupazione e la colonizzazione è una forma di resistenza permanente. Perché si tratta di un modo di vivere organico né organizzato né pianificato. Si parla di soumoud [resilienza, ndt.]. Poiché l’obbiettivo di Israele è sempre stato acquisire “il più possibile di terra con il meno possibile di palestinesi”, la determinazione delle comunità di allevatori e agricoltori di rimanere sui loro terreni e la capacità di garantire una certa normalità nelle zone A e B sono state fenomenali. Ma il governo attuale e le sue milizie semi-ufficiali di bande di coloni sono riusciti a spezzare il soumoud in vaste zone della Cisgiordania, ad espellere una sessantina di comunità e ad impedire a decine di villaggi l’accesso alle proprie terre coltivate o ai pascoli.

I metodi non sono propriamente nuovi, ma i “giovani delle colline” [gruppi di giovani coloni molto radicali, ndt.] e la costruzione perfettamente organizzata e pianificata di avamposti da parte di pastori violenti hanno agevolato la burocrazia dell’occupazione: quest’ultima ha sempre cercato di “ripulire” la maggior parte della Cisgiordania da ogni presenza palestinese, ma lo faceva “troppo lentamente”. Il processo ha ormai subito un’accelerazione.

D’altra parte i coloni e i loro organi non governativi, diretti e ispirati dal ‘gauleiter’ [gerarca nazista a capo di un distretto, ndt.] della Cisgiordania, Bezalel Smotrich, conducono una guerra su più fronti contro i palestinesi che arriva a rompere la “logica dei Bantustan”. Nessuno è al sicuro da nessuna parte.

P.A. Può approfondire questa guerra su più fronti?

A.H.  Gli introiti dell’Autorità Palestinese sono apertamente depredati. Smotrich, il Ministro delle Finanze, semplicemente impedisce il trasferimento dei ricavi – sotto forma di tasse doganali sulle importazioni palestinesi che transitano nei porti israeliani – alle casse pubbliche dell’Autorità palestinese. Le sorgenti d’acqua sono sistematicamente deviate dallo Stato e dai coloni. Dopo l’ottobre 2023 l’esercito blocca città e villaggi con nuove grate di ferro, ostacolando ancor più di prima la libertà di circolazione, rispondendo ad una rivendicazione costante dei coloni: circolare “in sicurezza” sulle strade della Cisgiordania.

Inoltre si assiste ad un’ondata senza precedenti di furti e “confische” di denaro contante e di oro nelle case degli abitanti perpetrati da soldati agli ordini dei loro comandanti durante le incursioni a tutte le ore del giorno e della notte. Questo avviene mentre la popolazione ha già speso la maggior parte dei suoi risparmi perché, contro il parere degli stessi militari, il governo impedisce a decine di migliaia di palestinesi di tornare a lavorare in Israele. Per il terzo anno consecutivo il governo impedisce a migliaia di agricoltori di raccogliere le loro olive, una fonte importante di reddito e un evento collettivo, sia patriottico che emotivo, di continuità e appartenenza alla terra.

Senza dimenticare gli arresti di massa e la detenzione, le cui condizioni sono diventate spaventose: fame, umiliazioni, sovraffollamento carcerario che favorisce le malattie della pelle, privazione di libri e materiale per scrivere, divieto di visite di familiari…Le prigioni sono il luogo in cui il sadismo dello Stato e dei singoli convergono e si manifestano più apertamente. Ovunque i palestinesi sono ormai esposti ai capricci dei soldati e dei coloni ed alla crudeltà calcolata dei responsabili e delle istituzioni vigenti. Non stupisce che la popolazione tema che una volta che Israele avrà finito con Gaza faccia partire delle espulsioni di massa, se non una politica di genocidio, in Cisgiordania.

P.A. Come considera il ruolo dell’ANP, a volte forza di collaborazione e di repressione contro il proprio popolo e tuttavia ostacolo ai tentativi di annessione di Israele?

Amira Hass È importante distinguere l’ANP in quanto fornitrice di servizi alla popolazione, in quanto direzione nazionale e in quanto ente politico con l’obbiettivo di accedere allo statuto di Stato. Molte persone e soggetti dell’Autorità sono onesti capifamiglia risoluti a servire la loro comunità. Lo storno di introiti dell’ANP da parte di Israele ha ridotto della metà, se non di due terzi, i loro salari già da parecchi anni. Cosa che evidentemente ha delle ripercussioni personali e professionali e incide sulla loro volontà di fare bene il proprio lavoro.

D’altra parte è notevole che il settore pubblico continui a funzionare e a fornire dei servizi, per modesti e insufficienti che siano. Quanto alle istituzioni stesse, il loro funzionamento varia da un luogo all’altro, può essere minimo, in particolare a causa dei tagli al budget, mentre altrove certi settori, come il sistema giudiziario, sono indeboliti dalla politica interna.

Gli accordi di Oslo hanno esentato Israele da ogni responsabilità verso il popolo che continua ad occupare e l’Autorità deve rimediare ai mali provocati da Israele: che si tratti di aiutare le persone sfollate, le famiglie indigenti, i feriti o semplicemente quelli che soffrono di ipertensione arteriosa a causa di una realtà insopportabile e dello stress permanente. Fino ad oggi l’ANP paga le spese dei pazienti gazawi venuti a farsi curare in Cisgiordania prima del 7 ottobre: paga la loro degenza e le loro cure. Paga anche l’acqua potabile che Israele ha dovuto, sotto pressione internazionale, fornire a Gaza. Piccole quantità che costituiscono ormai la sola acqua potabile disponibile.

Sotto questo aspetto non si può dire che l’Autorità agisca contro il suo popolo. Invece ciò avviene quando si considera il suo ruolo di direzione politica nazionale. In assenza di elezioni o di “risorse nuove”, è caratterizzata da una sclerosi di idee e di azioni. In quanto nomenklatura è incapace di staccarsi dai propri interessi personali e di conseguenza di prendere la minima iniziativa di cambiamento o di disubbidienza civile nei confronti degli israeliani. In certi casi la sua prontezza a seguire i diktat israeliani indica una vera collaborazione, sto parlando di collaborazione burocratica.

P.A. E la collaborazione per la sicurezza?

A.H. Non so se ed in quale misura l’Autorità riesca, speri o possa sventare attacchi armati contro gli israeliani. In cambio, a mio avviso, dovrebbe avere il diritto di opporsi alle azioni che facilitano le campagne di distruzione e le espulsioni di massa da parte di Israele. Invece preferisce utilizzare i suoi servizi di sicurezza per intimidire e soffocare le critiche interne e la libera discussione. Dato che si tratta di una nomenklatura, con i suoi evidenti fenomeni di nepotismo, gli alti salari e i vantaggi che ne conseguono, la sua ostilità alla lotta armata, del resto sensata, è considerata dalla popolazione un indice di corruzione, se non di tradimento.

P.A. Nonostante la recente ondata di riconoscimenti dello Stato di Palestina, che cosa resta della “soluzione di due Stati”?

A.H.Sbagliamo continuando a parlare di “soluzione”. Nei processi storici il problema è sapere ciò che è stato fatto per garantire che la prossima fase sia migliore per il popolo. I ritardatari che oggi riconoscono uno Stato palestinese sembrano ignorare la realtà dell’annessione di fatto da parte di Israele della maggior parte della Cisgiordania e la minaccia di espulsioni di massa.

Ma vorrei essere positiva: facciamo pressione su quei Paesi e i loro dirigenti perché impongano sanzioni a Israele in modo che quest’ultimo inizi a demolire i circa 300 avamposti già costruiti, come prima tappa prima dello smantellamento progressivo delle colonie.

Bisogna ribadire l’assioma secondo cui tutte le colonie sono illegali. Bisogna respingere l’affermazione secondo cui sono “irreversibili”, perché questo significa che accettiamo e sosteniamo l’espropriazione quotidiana e permanente dei palestinesi.

Una volta che il processo dei negoziati sarà ripreso lo Stato di Palestina potrebbe accettare che degli ebrei israeliani rimangano all’interno delle sue frontiere. Ma a condizione che le vecchie colonie siano aperte a tutti e non solo agli ebrei israeliani; che i proprietari fondiari – comprese le comunità locali le cui terre sono pubbliche e non private – siano indennizzati per le terre rubate; che i coloni violenti siano espulsi e che lo Stato di Israele garantisca che coloro che restano non costituiranno una quinta colonna. Un riconoscimento privo di sanzioni immediate e coraggiose contro Israele non è che una pia illusione.

P.A.Per finire con una nota più personale, come si svolge il lavoro di una giornalista israeliana in Cisgiordania dopo il 7 ottobre?

A.H. La situazione è più frustrante che mai: ci sono troppi eventi importanti e pericolosi, troppi incidenti, attacchi e risoluzioni governative (israeliane) che bisogna seguire seriamente e meticolosamente. E i lettori (israeliani) rifiutano più che mai di conoscere e comprendere il contesto generale.

Philippe Agret

Storico giornalista dell’Agenzia France Press (AFP). Dopo essere stato corrispondente a Londra ha diretto parecchi uffici dell’AFP in Asia.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Attivisti di sinistra e palestinesi arrestati dopo lo scontro con coloni della Cisgiordania

Hagar Shezaf

26 settembre 2023 – Haaretz

Secondo la polizia lo scontro è iniziato quando gli attivisti sono arrivati nel villaggio palestinese di Khirbet Karameh, che si trova vicino a una colonia. L’incidente segue un periodo di rapida escalation di violenza sia in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza.

Sei palestinesi e tre attivisti israeliani di sinistra sono stati arrestati martedì dopo essersi scontrati con i coloni nell’insediamento di Otniel, in Cisgiordania, sulle colline a sud di Hebron.

Secondo una dichiarazione rilasciata dalla polizia lo scontro è iniziato quando gli attivisti israeliani e palestinesi sono arrivati al villaggio palestinese di Khirbet Karameh che si trova in prossimità della colonia.

Le forze di polizia arrivate sul posto hanno arrestato tre attivisti israeliani di sinistra per interrogarli con l’accusa di aggressione e danneggiamento. Sono stati rilasciati nonostante la polizia avesse chiesto di prolungare la loro detenzione.

La polizia ha anche arrestato sei palestinesi sospettati di aggressione, danneggiamento e violazione di domicilio. Nella tarda giornata di martedì è fissata l’udienza davanti ad un tribunale per discutere la proroga della loro detenzione.

Lo scontro a Otniel segue un periodo di rapida escalation di violenza sia in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza. Sabato un attacco di droni dell’esercito israeliano ha colpito una posizione di Hamas nel nord della Striscia di Gaza.

L’esercito israeliano ha affermato che l’attacco è stato condotto in risposta al fuoco di un militante che aveva sparato contro le truppe israeliane nella zona durante una manifestazione. Secondo l’esercito un miliziano di Hamas è stato colpito dal fuoco israeliano.

Domenica le organizzazioni palestinesi Hamas, Jihad islamica e il Fronte popolare per la Liberazione della Palestina hanno annunciato di aver concordato di continuare ad aumentare la tensione sulla sicurezza e le azioni violente contro Israele.

In una dichiarazione congiunta le fazioni hanno affermato di aver concordato di aumentare il coordinamento tra loro per “affrontare l’aggressione di Israele”. La decisione è stata presa nel corso di un incontro a Beirut a cui hanno partecipato alti funzionari dei gruppi militanti.

La settimana scorsa attivisti dell’organizzazione israeliana di estrema destra Im Tirtzu hanno importunato una delegazione di diplomatici stranieri in visita alle comunità palestinesi vicino a Ramallah in Cisgiordania guidata dal gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem.

Gli attivisti di estrema destra hanno molestato i diplomatici e hanno seguito il gruppo nella sua visita in un villaggio palestinese nell’’area B della Cisgiordania – un territorio sotto il controllo civile palestinese ma sotto controllo di sicurezza congiunto con Israele. Gli attivisti sono stati successivamente arrestati dalle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese e trasferiti in Israele.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Cisgiordania: sviluppo della resistenza armata palestinese nei campi profughi contro i raid israeliani

Leila Warah, Tulkarem, Cisgiordania occupata

24 giugno 2023 – Middle East Eye

Nur Shams a Tulkarem è il più recente campo di rifugiati ad organizzare delle brigate mentre le incursioni israeliane diventano un elemento costante nelle vite dei palestinesi

Un piccolo gruppo di giovani, di cui tre armati di fucili informalmente imbracciati, staziona fuori da un supermercato. Fissano con circospezione qualunque sconosciuto che entri nel campo profughi, stando all’erta per individuare forze israeliane che possano fare irruzione in qualunque momento.

La scena potrebbe facilmente svolgersi a Jenin o Nablus, due città palestinesi nel nord della Cisgiordania occupata che hanno ricevuto attenzione internazionale per la loro resistenza armata contro l’occupazione di Israele.

Benché i giovani siano del nord, non provengono né da Jenin né da Nablus. Vengono dal campo profughi di Nur Shams a Tulkarem, ancora più ad ovest, e sono membri di un gruppo di resistenza armata recentemente creatosi nella zona.

In un vicolo del campo il 24enne leader delle brigate Tulkarem, Mohammad, dice a Middle East Eye di credere che l’occupazione israeliana non abbia lasciato ai giovani della Cisgiordania altra scelta che rivolgersi alla resistenza armata.

L’occupazione israeliana è la nemica di Dio, perciò io lotto per riavere la nostra terra in nome di Dio”, dice. “Il nostro problema non è che loro sono ebrei, è che stanno occupando la nostra terra.

Se vieni da noi con la violenza la nostra unica opzione è rispondere con la violenza. L’occupazione non ci lascia alcuno spazio di mediazione, solo i fucili.”

Una dura realtà e un futuro nero’

Le Brigate Tulkarem sono nate a febbraio e sono sotto il comando delle brigate Al-Quds, l’ala militare del movimento della Jihad islamica.

Sono formate da 15 militanti del campo di Nur Shams di età tra i 16 e i 25 anni, che si impegnano a “difendersi” contro l’occupazione militare di Israele attraverso la resistenza armata. 

Siamo all’inizio della resistenza. Tutto ciò che è accaduto non è che l’inizio. Stanno emergendo nuove generazioni e la libertà sarà nelle loro mani e sarà ottenuta da loro”, dice Mohammad.

La gente del posto dice che il campo profughi di Nur Shams subisce quasi ogni giorno incursioni militari, incluse cinque operazioni su larga scala in questo anno.

Questa generazione è nata in una dura realtà e un nero futuro. Ogni giorno l’occupazione fa incursione nel campo e arresta i loro padri. Uccidono i loro amici e distruggono tutto”, dice a MEE Ibrahim Al-Nimr, di 51 anni, un attivista che lavora per la Società dei Prigionieri Palestinesi.

Il gruppo crea dei posti di blocco a tutte le entrate del campo e le tiene chiuse tra mezzanotte e mezzogiorno per contrastare le frequenti incursioni e neutralizzare agenti israeliani sotto copertura.

Niya Jundi, abitante di Nur Shams, dice che la comunità “incoraggia gli sforzi della giovane e resiliente generazione che vuole vivere in un Paese libero.”

Ovviamente ci sono inconvenienti nella resistenza. Ci rende più difficile accedere ai servizi, ma è un nostro diritto imbracciare le armi finché non saremo liberi dall’occupazione.”

Una rete di resistenza armata

I locali dicono che la nascita della Brigata Tulkarem è stata indotta dal “martirio” dell’abitante di Nur Shams Saif Abu Libda.

Nato e cresciuto nel campo, Abu Libda si è unito alla Brigata Jenin e sperava di portare un giorno la resistenza armata a casa sua a Nur Shams, cosa che avrebbe completato il “triangolo della resistenza del nord” tra Jenin, Nablus e Tulkarem.

Il 2 aprile 2022 le forze israeliane gli hanno teso un’imboscata e lo hanno ucciso insieme a Saeb Abahra, di 30 anni, e Khalil Tawalbeh, di 24, mentre stavano guidando a Jenin. Tutti e tre erano membri delle Brigate Al-Quds, ma al momento sembra che non fossero impegnati in scontri armati.

Tutti i gruppi di resistenza in Cisgiordania sono in contatto tra di loro. Tutti abbiamo lo stesso obbiettivo”, dice Mohammad.

Jamal Huweil, professore di scienze politiche e relazioni internazionali all’università arabo-americana di Jenin, dice che, come Abu Libda, gente da tutta la Cisgiordania – comprese Tubas, Nablus, Balata e Hebron – è andata a Jenin per conoscere la lotta armata.

Con l’intensificarsi della resistenza armata in Cisgiordania, Israele ha ufficialmente dato inizio alla campagna ‘Spezzare l’Onda’ nel marzo 2022, conducendo incursioni militari quasi quotidiane in tutta la Cisgiordania e incrementando la politica di sparare per uccidere, con la conseguenza di arresti di massa e di segnare l’anno più mortale per i palestinesi nei territori occupati dopo la seconda Intifada due decenni fa.

Huweil ritiene che Israele abbia chiamato così l’operazione riferendosi a Jenin, dove è iniziata l’“onda”.

Israele considera il campo profughi di Jenin un’incubatrice di resistenza. L’onda continua ed ha raggiunto Nablus, il campo profughi di Nur Shams a Tulkarem e il campo profughi Aqbat Jabir a Gerico. Jenin è la fonte della resistenza palestinese e a sua volta un problema per Israele”, dice a MEE.

Anche con la crescita della resistenza armata, Huweil specifica che i rapporti di forza tra l’esercito di prima classe di Israele e i giovani militanti siano molto sproporzionati.

Non c’è paragone, quando loro hanno elicotteri Apache, aerei da ricognizione e unità speciali contro un gruppo di combattenti dotati del minimo indispensabile”, dice.

Mentre la resistenza armata palestinese si diffonde, i leader israeliani hanno invocato l’ “Operazione Scudo Difensivo 2”, con riferimento all’invasione militare su larga scala della Cisgiordania nel 2002 durante la seconda Intifada.

Ci sono discussioni interne se Israele debba espandere le proprie operazioni, ma sospetto che, se proseguiranno su questa strada, la resistenza si farà più forte e agguerrita”, dice Huweil.

Coordinamento della sicurezza palestinese e israeliana

Dirigenti palestinesi e israeliani si sono incontrati due volte quest’anno, a Aqabat in Giordania e a Sharm el Sheikh in Egitto, per discutere dell’economia palestinese, del ridimensionamento della violenza e del ruolo dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) nel disperdere la resistenza armata in Cisgiordania.

Tuttavia molti palestinesi sono delusi dai colloqui di pace e dalla diplomazia tra dirigenti e denigrano il coordinamento sulla sicurezza tra ANP e Israele per stroncare la resistenza armata, che ha provocato l’insorgere di tensioni in luoghi come Nur Shams.

Il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas non crede nella resistenza armata. Incontra politici israeliani per discutere di situazioni di sicurezza e di economia perché sono fattori che spingono la gente a ribellarsi”, dice Huweil. “Sono spaventati che l’onda del campo di Jenin si allarghi e raggiunga tutta la Cisgiordania, Gaza e il Libano.”

Mohammad dice a MEE che “i colloqui politici non servono a niente. Ci abbiamo provato e sono finiti nel nulla. L’unica strada per riavere la nostra libertà è la forza.”

Sebbene qui l’ANP faccia pressioni sulla resistenza armata, tentando di offrire denaro per abbandonare la resistenza armata ed entrare nella polizia, non concluderà niente”, dice.

L’esercito israeliano non segue le norme internazionali, non segue nessuna regola.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele ha bombardato questa casa, riducendo in polvere un’antica collezione

Maram Humaid

5 giugno 2023 – Al Jazeera

Un abitante di Gaza ritorna nella sua casa distrutta da un bombardamento israeliano, sperando di recuperare la sua antica collezione di oggetti che risalgono a centinaia di anni addietro.

Gaza City – Da quando il 12 maggio la sua casa è stata distrutta da un bombardamento israeliano Hazem Mohanna vi si reca ogni giorno cercando tra le macerie per ritrovare la sua antica preziosa collezione.

Il sessantaduenne ha passatp 40 anni della sua vita collezionando, come hobby, antiche monete d’argento, pietre preziose e pezzi legati al patrimonio palestinese. La sua casa di quattro piani nel quartiere al-Sahaba, nella parte orientale di Gaza City è diventata “uno straordinario museo archeologico,” dice Mohanna.

Il 12 maggio, il terzo giorno dell’ultimo attacco militare contro Gaza, mentre se ne stava in casa con la sua famiglia, Mohanna ha ricevuto una telefonata dai servizi israeliani. “Mi hanno dato solo cinque minuti per lasciare la casa”, dice a Al Jazeera.

Ero sconvolto. Mia moglie, i miei figli sposati e i miei nipoti sono immediatamente corsi fuori dall’edificio di quattro piani”, dice il padre di quattro figli.

Ho potuto salvare me e la mia famiglia, ma non ho potuto salvare i miei beni, che ho collezionato e custodito per tutta la vita”, dice con volto visibilmente triste.

Nei diversi recenti attacchi Israele ha bombardato centinaia di case a Gaza, concedendo dovunque agli abitanti da qualche ora a solo pochi minuti di preavviso per uscire, suscitando le critiche delle organizzazioni per i diritti umani.

Nel maggio 2021 Israele ha bombardato un edificio di 11 piani che ospitava il nuovo ufficio di Al Jazeera, dopo aver dato un preavviso di circa un’ora. In 11 giorni di incessanti bombardamenti israeliani sono stati uccisi circa 250 palestinesi.

La mia antica collezione significava molto per me. Vi sono pezzi preziosi che datano centinaia di anni”, dice Mohanna, funzionario della sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese in pensione.

Ci sono documenti di certificazione di molti Paesi, pezzi legati alla tradizione palestinese, come vestiti ricamati, valigie e manufatti in rame”, dice.

Ci sono oggetti e memorie che non possono essere risarciti da alcuna somma di denaro, per via del nostro attaccamento ad essi. Vorrei che i miei figli ereditassero il mio piccolo museo archeologico, ma l’occupazione israeliana perseguita ogni cosa, anche le nostre memorie e i nostri hobby.”

Il vecchio collezionista non riesce ancora a trovare una ragione o una giustificazione del bombardamento della sua casa. “Siamo tutti dei semplici civili”, dice Mohanna, che ora vive in un piccolo appartamento di due stanze in affitto con i 16 membri della sua famiglia, compresi i suoi figli sposati.

Insieme ad altre centinaia di persone, è preoccupato per la ricostruzione della sua casa. Secondo il Ministero dei Lavori Pubblici almeno 20 edifici, per un totale di 56 unità abitative, sono stati completamene distrutti e 940 unità abitative sono state danneggiate durante l’escalation militare israeliana.

Finora nessuno mi ha contattato per una compensazione o almeno per pagare l’affitto dell’appartamento”, dice Mohanna. “Ci sono case distrutte nelle precedenti offensive israeliane che non sono state ancora ricostruite, perciò quando arriverà il nostro turno?”

Basta guerre’

Sabah Abu Khater, di 60 anni, dice che l’ultima escalation militare israeliana ha tolto l’allegria a suo figlio, che si sarebbe sposato dopo un mese e mezzo.

Nel pomeriggio dell’11 maggio la sua famiglia di 10 persone stava guardando le notizie nella sua casa di Beit Hanoun nel nord della Striscia di Gaza quando ha ricevuto una telefonata che ordinava di lasciare la casa perché stava per essere bombardata.

Israele ha giustificato il bombardamento di case civili affermando che venivano utilizzate da gruppi armati –un’affermazione respinta dai palestinesi.

Ho sentito i vicini gridare ‘Uscite di casa! Stanno per bombardarla!’” dice Khater.

Siamo tutti usciti immediatamente. I miei figli, le loro mogli e i miei nipotini. Siamo corsi in strada con solo i vestiti che avevamo addosso”, dice cercando le sue cose tra le macerie della sua casa di due piani.

Abbiamo concordato la dote per la sposa di mio figlio e ci stavamo apprestando a completare l’accordo dopo che la situazione si fosse calmata, ma adesso siamo nuovamente daccapo”, dice Khater riferendosi alla cifra che uno sposo deve pagare alla moglie al momento delle nozze, in base alla legge islamica.

Sono triste e col cuore spezzato per mio figlio, che ha speso un sacco di soldi e di sforzi per mettere insieme la dote e costruire la sua casa”, dice.

La gente qui a Gaza è stufa di guerre e disgrazie.”

Il figlio 26enne di Khater, Bilal Abu Khater, che sta seduto demoralizzato sulle macerie della casa della sua famiglia, racconta di aver faticosamente raccolto la dote della sua promessa sposa e preparato una modesta casa per il matrimonio.

Sono stato costretto a fare lavoro straordinario per una paga bassa, non più di 20 shekel al giorno e anche meno, che corrispondono a circa 5 euro, in aggiunta all’aiuto inviato dai miei zii e parenti all’estero”, dice.

Oggi ho dovuto lavorare di più per aiutare a costruire una nuova casa e anche a sostenere le spese dei miei famigliari, rimasti tutti senza casa”, dice Bilal Abu Khater.

I giovani della Striscia di Gaza vivono condizioni difficili a causa della mancanza di opportunità di lavoro e del perdurante blocco”, dice riferendosi al blocco terrestre, aereo e marittimo dell’enclave palestinese imposto da Israele dal 2007.

Le guerre peggiorano le cose”, dice Bilal Abu Khater.

Ci sono voluti anni per costruire la nostra casa ed ora ci vorrà molto tempo per ricostruirla”, dice con la voce spezzata, per poi ringraziare dio che la sua famiglia sia salva. “I soldi si rimediano. La cosa importante è che nessuno di noi è stato ferito.”

Nell’attacco militare israeliano iniziato il 9 maggio gli aerei da guerra israeliani hanno preso di mira case e appartamenti in tutta la Striscia di Gaza. Hanno sostenuto che il bombardamento era diretto contro il movimento della Jihad islamica, ma i palestinesi e le organizzazioni per i diritti hanno affermato che nei cinque giorni di aggressione sono stati uccisi soprattutto civili. Le fazioni palestinesi hanno lanciato razzi su Israele, uccidendo un israeliano.

Al momento in cui è entrato in vigore un cessate il fuoco mediato dall’Egitto, il 12 maggio, erano stati uccisi almeno 33 palestinesi, compresi sei minori, e feriti 190, con perdite economiche stimate in 5 milioni di dollari.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




La mancanza di scrupoli israeliana a Gaza

Editoriale

10 maggio 2023 – Haaretz

Nel primo attacco dell’offensiva su Gaza denominata Operazione Scudo e Freccia, iniziata nella notte tra lunedì e martedì, sono state uccise 13 persone tra cui 10 civili, tre dei quali bambini. Ma senza batter ciglio è stato affermato che si trattava di un “danno collaterale” dovuto alla necessità di eliminare tre figure di spicco della Jihad islamica. In realtà, è vero il contrario. I tre comandanti dovrebbero essere visti come il “risultato collaterale” dell’uccisione mirata di civili a Gaza.

Il gran numero di civili uccisi solleva questioni spinose sugli aspetti morali e legali di tali operazioni militari, e dovrebbero essere rivolte a più persone. I primi a cui rivolgere queste domande sono i comandanti dell’esercito, che hanno deciso “giudiziosamente” (più precisamente, a sangue freddo) di effettuare un attacco in un momento in cui era molto probabile che intorno agli obiettivi ci fossero civili, compresi bambini. Il secondo è il governo, guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu, che ha autorizzato la missione. I decisori si sono assicurati che non ci fossero rischi per la vita dei civili o si sono affidati ai consigli dell’esercito? Hanno calcolato il prezzo omicida dell’azione – uccidere innocenti, compresi i bambini – e sono giunti alla contorta conclusione che il “prezzo” era giusto? Se la risposta è sì, allora questo non è solo un crimine morale, ma un crimine di guerra.

Il terzo è il procuratore generale Gali Baharav-Miara, che ha autorizzato l’operazione senza convocare il gabinetto di sicurezza. Ha accertato a fondo se ci fosse pericolo per la vita dei civili? E se è così, ha ritenuto opportuno approvare l’operazione nonostante il suo costo scellerato?

Ultimi a cui rivolgere le medesime domande sono i piloti che hanno effettuato la missione. Non sapevano, o valutavano, alla luce della situazione in atto e dell’esperienza passata che è molto probabile che il bombardamento di case invece che di siti militari porti all’uccisione di civili? La questione è critica poiché sono stati i membri dell’aeronautica, in particolare i riservisti, a invocare l’insubordinazione contro il golpe di regime [il tentativo di “riforma” giudiziaria del governo Netanyahu, ndt.] I piloti insubordinati vivono in pace uccidendo civili innocenti, bambini compresi? Trovano accettabile eseguire un ordine che ha una “bandiera pirata che ci sventola sopra?”

“Quando sgancio una bomba sento un leggero urto nell’ala”, disse Dan Halutz, ex comandante dell’aeronautica e poi capo di stato maggiore militare (e ora leader della protesta anti-golpe) nel 2002, dopo che 14 civili furono uccisi nel bombardamento della casa di Gaza dell’alto funzionario di Hamas Salah Shehadeh.

La sfacciata arroganza di Halutz riguardo all’omicidio all’ingrosso – per il quale è stato giustamente oggetto di feroci critiche pubbliche – è diventata routine. Non possiamo accettare che i crimini di guerra e la morte di innocenti diventino parte della routine israeliana. Una leadership con questa visione del mondo non può essere legittima in una democrazia.

L’articolo di cui sopra è l’editoriale principale di Haaretz, pubblicato sul giornale sia nell’edizione ebraico che inglese in Israele.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele rilascia un palestinese arrestato mentre accompagnava la moglie ad una visita per un trattamento oculare

Maha Hussaini – Gaza City, Striscia di Gaza assediata

1 maggio 2023 – Middle East Eye

Hassan Abumustafa è stato arrestato nel novembre 2021 al valico di Erez nonostante avesse ricevuto l’autorizzazione a recarsi con sua moglie in Cisgiordania

Dopo mesi di attesa Khaldiya Abumustafa aveva finalmente ottenuto un permesso israeliano che le concedeva di lasciare Gaza City per entrare nella Cisgiordania occupata e sottoporsi a un intervento chirurgico agli occhi, accompagnata dal marito.

Felice di poter riacquistare la capacità di vedere correttamente grazie a cure mediche non disponibili nella Striscia di Gaza, Khaldiya è arrivata con il marito Hassan Abumustafa al confine di Erez la mattina del 24 novembre 2021.

Raggiunto il versante israeliano del valico – l’unico per i palestinesi che vogliono spostarsi tra Gaza e il resto del territorio palestinese occupato – a Khaldiya è stato chiesto di aspettare nell’atrio, mentre suo marito è stato convocato per un interrogatorio.

Trascorse circa 15 ore un ufficiale israeliano è entrato nella sala dove lei stava perdendo la speranza di riuscire a rispettare l’appuntamento in ospedale e le ha ordinato di tornare a casa senza il marito.

“Tuo marito rimane con noi – è in arresto”, le ha detto l’ufficiale.

Hassan, avendo già ricevuto un permesso di uscita e l’assenso da parte del corpo di sicurezza delle autorità israeliane per il passaggio attraverso il confine di Erez, è rimasto sorpreso nel ricevere l’informazione che sarebbe stato perseguito in base ad accuse di “appartenenza a un’organizzazione terroristica”.

Dopo diversi interrogatori e udienze giudiziarie è stato condannato a 18 mesi di carcere.

Martedì, dopo aver scontato la pena, Hassan è stato rilasciato ed è tornato presso la sua famiglia in un campo profughi di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza.

Tuttavia Khaldiya deve ancora sottoporsi a un intervento chirurgico agli occhi.

Ore di interrogatorio

Mia moglie ha una lesione corneale. Aveva bisogno di sottoporsi urgentemente a un trapianto di cornea in modo che le sue condizioni non si aggravassero. E poiché era difficile farlo a Gaza abbiamo avviato le procedure necessarie per ottenere una prestazione medica presso un ospedale in Cisgiordania, ha detto Hassan a Middle East Eye due giorni dopo il suo rilascio.

Già dopo il primo tentativo abbiamo ottenuto un permesso israeliano e ci siamo subito diretti a Erez”.

Ai pazienti che ricevono permessi di uscita israeliani per ricevere cure mediche nei territori palestinesi occupati è consentita la presenza di un accompagnatore, sebbene i minori possano incontrare maggiori difficoltà nell’ottenere i permessi, il che spesso ha come conseguenza il fatto che essi viaggino da soli senza i genitori.

Dopo aver aspettato con mia moglie nell’atrio per un paio d’ore un ufficiale israeliano mi si è avvicinato e mi ha chiesto di seguirlo. Ho superato diversi controlli di sicurezza prima che mi portasse in una stanza dove sono stato perquisito”, riferisce Hassan.

Gli è stato quindi detto di aspettare altre due ore e il suo cellulare è stato confiscato prima che iniziasse un interrogatorio di otto ore.

L’ufficiale dell’intelligence mi ha chiesto di parlargli di me. Gli ho detto il mio nome, il numero dei miei figli e il motivo per cui io e mia moglie dovevamo andare in Cisgiordania. Poi ha detto: ‘No, voglio che tu mi parli delle tue affiliazioni'”, prosegue Hassan.

“Gli ho detto che non avevo alcuna affiliazione e che se avessi avuto dei trascorsi politici non mi sarebbe stato permesso di lavorare nei territori occupati nel 2000 e non avrei presentato una richiesta per accompagnare mia moglie per le cure”.

L’ufficiale israeliano ha informato Hassan che un altro palestinese che era stato precedentemente interrogato al confine di Erez aveva confessato che Hassan era affiliato al movimento palestinese della Jihad islamica (PIJ).

Dal 2016 Israele ha intensificato gli interrogatori per i palestinesi che tentano di attraversare il valico di Erez.

Prima che le autorità israeliane possano elaborare le domande di permesso, molti studenti, uomini d’affari, pazienti e loro accompagnatori devono sottoporsi a un interrogatorio da parte degli agenti della sicurezza.

Mi ha detto che hanno cercato nel mio telefono e hanno trovato precedenti contatti telefonici con persone affiliate alla Jihad islamica. Gli ho detto che lavoravo come portiere in uno dei siti della Jihad e che questo non era un crimine poiché non avevo contribuito ad alcuna attività militare. La mia responsabilità era aprire e chiudere il cancello, e lavoravo lì per lo stipendio, dice a MEE il padre di otto figli.

Mentre hanno iniziato a chiedermi informazioni su diversi membri e attività della Jihad ero solo preoccupato per mia moglie, che era stata lasciata ad aspettare da sola e non sapeva cosa stesse succedendo. Ho chiesto di lei e l’ufficiale ha detto: “Non preoccuparti, chiameremo qualcuno da Gaza perché venga per accompagnarla in Cisgiordania”. Più tardi ho saputo che era una bugia e che era stata lasciata ad aspettare fino a notte, poi le è stato negato l’ingresso ed è stata rimandata a Gaza”.

“Come una trappola”

In alcuni casi anche dopo che i pazienti ricevono i permessi israeliani per entrare nei territori occupati per le cure le autorità israeliane annullano i permessi alla frontiera e negano loro l’ingresso.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nel 2022 sono state presentate dalla Striscia di Gaza bloccata 20.411 domande di permessi di uscita per motivi medici, di cui 6.848 (34%) sono state respinte.

Inoltre, 219 pazienti sono stati sottoposti ad un interrogatorio israeliano al valico di Erez, inclusi 66 malati di cancro, 38 donne e 26 anziani. A circa il 91% di loro è stato negato il permesso di uscita.

L’ufficiale israeliano mi ha detto che ero ufficialmente in arresto e che sarei stato perseguito. Sono stato ammanettato mani e gambe, poi trasferito con un veicolo israeliano in un centro di interrogatorio, dove sono stato ulteriormente interrogato per 26 giorni, poi condannato a 18 mesi di prigione, prosegue Hassan.

Ero come in una trappola. Quando ho presentato la richiesta per accompagnare mia moglie, loro conoscevano già il mio background e la mia professione e mi hanno comunque concesso il permesso per facilitare il mio arresto”.

Islam Abdu, portavoce del Ministero per le questioni dei detenuti e degli ex detenuti di Gaza, ha riferito a MEE che dall’inizio del 2023 sono stati arrestati al confine di Erez otto palestinesi di Gaza, tra cui il malato di cancro Ahmed Abu Awwad, 55 anni, che è stato rilasciato un mese dopo, e Naim al-Sharif, 63 anni, che accompagnava la moglie per cure mediche.

In molti casi il valico di Erez serve come tramite per trattenere i residenti di Gaza. L’occupazione israeliana concede loro i permessi di uscita per attirarli, quindi arrestarli e sottoporli ad una pena”, dice Abdu.

Abbiamo documentato diversi casi in cui le autorità israeliane hanno arrestato pazienti e familiari che li accompagnavano, compresi pazienti in condizioni critiche che necessitavano di cure mediche urgenti”.

Perdita della speranza di una cura

Dopo diverse settimane, quando a sua moglie è stato permesso di fargli visita in prigione, Hassan ha saputo che non si era ancora sottoposta all’intervento e che le sue condizioni stavano peggiorando

Khaldiya ha detto a MEE che dopo la detenzione di suo marito ha presentato tre domande per un trattamento medico nella Cisgiordania occupata.

Non ha ancora ricevuto il permesso.

Ora riesco a malapena a vedere; sto lentamente perdendo la vista e la cosa peggiore è che soffro per un dolore molto intenso. Vivo grazie agli antidolorifici”, ha detto. E’ come se i miei bulbi oculari stessero per cadere dalla faccia. Passo le notti tra la cucina e la mia camera da letto cercando di alleviare il dolore con il ghiaccio.

Quel giorno, durante le lunghe ore di attesa al confine di Erez, avevo il terrore che venisse arrestato. Siamo arrivati alle otto del mattino e solo verso le 11 di sera sono stata informata che era stato arrestato e che mi era stato negato l’ingresso. Sono scoppiata in lacrime e sono tornata a casa perché non potevo farci niente”.

Essendo Hassan il principale sostegno della famiglia sua moglie, i figli e la madre, che vive con loro, durante la sua prigionia hanno avuto difficoltà ad affrontare le spese.

La Commissione per i detenuti ed ex detenuti dell’Autorità Nazionale Palestinese ha concesso alla sua famiglia uno stipendio mensile di 1.800 shekel israeliani (455 euro), ma sua moglie gli inviava 700 shekel (182 euro) per comprare il cibo necessario e coprire i suoi bisogni primari all’interno della prigione.

La caffetteria all’interno del carcere fornisce articoli di base dichiaratamente economici a prezzi molto alti. Settecento shekel potevano a malapena coprire i suoi bisogni primari aggiunge Khaldiyya.

Oggi Khaldiyya, dopo aver perso la speranza di ottenere un permesso israeliano, sta cercando in alternativa di sottoporsi all’operazione a Gaza.

Ci stanno punendo per crimini che non abbiamo commesso, dobbiamo trovare una soluzione con quello che abbiamo”.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Calore umano e coraggio nel campo profughi di Jenin

Gideon Levy

12 gennaio 2023, Haaretz

Nel campo profughi di Jenin ho visto tante cose belle. Non libri di poesie di Rachel o di Natan Alterman, come il narrante di una canzone di Naomi Shemer diceva di aver trovato negli avamposti dell’esercito israeliano nel Sinai, ma un accampamento coraggioso, determinato, ben organizzato e intriso di uno spirito combattivo forse senza uguali nella storia.

Sono passati quattro anni dalla mia ultima visita. Da un anno le forze di difesa israeliane non osano invadere il campo ma solo la sua periferia. Per anni l’Autorità Nazionale Palestinese non è stata in grado di entrarvi. Né nessun giornalista israeliano, a parte Amira Hass, lo ha visitato o vi è stato accolto dopo tutte le delusioni che i giornalisti israeliani hanno inflitto ai residenti del campo.

Ma questa settimana ci sono tornato con il fotografo Alex Levac. È stata una visita molto emozionante, intima, commovente ma anche istruttiva.

Nella città di Jenin solo nell’ultimo anno sono stati uccisi 60 abitanti. Di questi, 38 erano residenti nel campo, il luogo più simile alla Striscia di Gaza sia nello spirito che nella sofferenza; si ritrova nel campo di Jenin lo stesso calore umano e lo stesso coraggio.

Una terza sezione del cimitero dei martiri è già piena e se ne deve trovare un’altra per le vittime a venire. Se le forze di difesa israeliane invaderanno il campo, dicono qui, ci sarà un massacro. Lo dicono senza ombra di paura o di vanto.

Dalla mia ultima visita il proprietario del negozio di hummus all’ingresso del campo ha subito un intervento chirurgico di bypass. La moglie di un alto funzionario di Hamas nel campo, che è imprigionato in Israele, ha perso la vista. Vicino al campo è stato aperto un moderno ospedale e Jamal Zubeidi, il più coraggioso e nobile di tutti, nell’ultimo anno ha perso sia suo figlio Naeem che suo genero Daoud. Daoud era fratello e nipote di Zakaria Zubeidi [leader rivoluzionario e artista fuggito nel 2021 dalla prigione israeliana e in seguito ricatturato – non è mai stato processato per il suo arresto originale del 2019, ma gli è stata inflitta un’ulteriore condanna a cinque anni per la fuga, ndt.]

Abbiamo visitato il campo nel 40° giorno di lutto per Naeem. Jamal sedeva da solo in una stanza e riceveva gli ospiti, proprio nel luogo in cui l’esercito israeliano gli ha già demolito due volte la casa, circondato da foto e manifesti dei sei membri della sua famiglia uccisi. Anche una delegazione della setta ebraica Neturei Karta in visita a Jenin si era recata qui per porgere le proprie condoglianze, ma uomini armati del campo li hanno fatti scappare a colpi di arma da fuoco.

Il figlio più giovane di Jamal, Hamoudi, che avevamo incontrato la prima volta quand’era un bambino birichino, è ora l’uomo del campo più ricercato da Israele; è membro della Jihad islamica. I figli degli uomini che avevano combattuto per il laico Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ora combattono per la Jihad Islamica, l’organizzazione più potente del campo. E questa è in breve tutta la storia.

Gli uomini armati hanno sui loro cellulari un numero segreto che chiamano ogni volta che qualcuno vede le forze dell’esercito israeliano avvicinarsi alla città o al campo profughi. Quel numero di telefono fa suonare automaticamente un allarme in tutto il campo. Di solito succede di notte. L’intero campo viene svegliato e decine di uomini armati lasciano le loro case e si dirigono rapidamente verso gli ingressi del campo e della città. È così che sono stati uccisi 38 residenti del campo.

Le distinzioni tra le diverse organizzazioni militanti sono qui sfumate; collaborano tra loro più di quanto non facciano in qualsiasi altra parte della Cisgiordania o a Gaza. Reti mimetiche coprono alcuni vicoli per impedire ai droni dell’esercito israeliano di monitorare ciò che sta accadendo.

Un giovane tira fuori una fotografia aerea del campo che molto probabilmente è stata abbandonata in città dai soldati, anche se secondo la leggenda locale è stata rubata dalla tasca di un soldato. La foto è stata scattata durante la Coppa del Mondo e l’esercito israeliano ha etichettato alcuni dei vicoli del campo con i nomi dei paesi in competizione: vicolo Portogallo, vicolo Francia e vicolo Brasile.

Una casa nella foto è etichettata come habira; i giovani pensavano che si riferisse alla casa di un “amico” (“haver” in ebraico, che deriva dalla stessa radice ebraica) – in altre parole, un collaboratore.

L’auto più popolare nel campo è il SUV ibrido C-HR Toyota. Ne abbiamo visti diversi correre per i vicoli. Sono stati rubati a Israele quasi nuovi di zecca. Dopo tutto ciò che Israele ha rubato ai palestinesi, da ciò che resta delle loro terre a ciò che resta della loro dignità, c’è una giustizia poetica in queste Toyota rubate di cui i giovani sono così orgogliosi.

Non c’è qui una casa che non abbia subito un lutto, una famiglia che non abbia avuto un familiare reso permanentemente disabile o imprigionato. All’ingresso del campo, i giovani hanno eretto barricate di ferro brunito “come in Ucraina”. Non è ancora l’Ucraina, ma il campo profughi di Jenin potrebbe diventare un giorno, forse molto presto, una nuova versione della città ucraina di Bucha. Nessun israeliano dovrebbe rallegrarsene.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Palestinese colpito a morte in Cisgiordania dopo aver ucciso degli israeliani

Redazione di AL Jazeera 

15 novembre 2022 Al Jazeera e Agenzie di stampa

Mohammad Souf, di 18 anni, ha accoltellato diversi israeliani all’ingresso industriale della colonia di Ariel nella Cisgiordania occupata.

Un palestinese ha ucciso tre israeliani e ne ha feriti altri tre in un attacco in una colonia nella Cisgiordania occupata, prima di essere colpito e ucciso da agenti della sicurezza israeliani: questo è quanto hanno riferito paramedici israeliani e funzionari palestinesi.

Il servizio paramedico Zaka ha detto che i tre feriti nell’attacco nella colonia illegale di Ariel sono stati curati in ospedale e sono in gravi condizioni.

E’ stato l’ultimo attacco di un’ondata di violenza tra israeliani e palestinesi in questo anno, che ha visto incursioni israeliane quasi quotidiane nella Cisgiordania occupata, con arresti e uccisioni di palestinesi, così come attacchi di palestinesi contro israeliani.

L’esercito israeliano ha affermato che il palestinese, identificato dal Ministero della Salute palestinese come il 18enne Mohammad Souf, prima ha attaccato gli israeliani all’entrata della zona industriale della colonia, poi ha proseguito fino ad un vicino distributore di benzina e lì ha accoltellato altre persone. L’esercito ha detto che poi l’uomo ha rubato un’auto, si è intenzionalmente scontrato con un’automobile sulla vicina strada principale ed ha colpito ed ucciso un’altra persona prima di fuggire a piedi.

Ha riferito che l’aggressore è stato colpito da un soldato e che le truppe stavano perlustrando l’area per cercare altri sospetti.

Un video amatoriale diffuso dalla televisione israeliana sembra mostrare il sospetto aggressore percorrere di corsa una strada e crollare a terra dopo essere stato colpito. Più tardi il Ministero della Salute ha dichiarato che Souf proveniva dal vicino villaggio di Hares.

Le forze israeliane hanno fatto irruzione nella casa di famiglia di Souf e, secondo organi di stampa palestinesi, hanno aggredito fisicamente membri della famiglia.

Nessuna fazione palestinese ha rivendicato la responsabilità dell’attacco, ma esso è stato acclamato da portavoce di Hamas, Jihad islamica e Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.

In una dichiarazione il portavoce di Hamas Abdel Latif al-Qanou ha affermato che l’operazione ha dimostrato “la capacità del nostro popolo di proseguire la sua rivoluzione e difendere la Moschea di Al-Aqsa da quotidiane incursioni”.

Il FPLP, di sinistra, ha affermato che l’attacco è stato una risposta “alla politica di esecuzioni sul campo perseguita dall’occupazione israeliana e dai suoi servizi di sicurezza contro il nostro popolo, delle quali l’uccisione della ragazza palestinese Fulla Masalmeh ieri a Beitunia non sarà l’ultima.”

L’anno più sanguinoso

Il Primo Ministro israeliano uscente Yair Lapid ha inviato le condoglianze alle famiglie degli israeliani uccisi nell’attacco e ha detto che Israele “sta combattendo il terrorismo senza sosta e col massimo delle forze.”

Le nostre forze di sicurezza lavorano 24 ore al giorno per proteggere i cittadini israeliani e danneggiano senza sosta le infrastrutture del terrorismo”, ha detto.

Quest’anno l’ondata di violenza tra israeliani e palestinesi in Cisgiordania e Gerusalemme est ha fatto almeno 25 morti dalla parte israeliana e più di 130 da quella palestinese, rendendo il 2022 l’anno con più vittime dal 2006.

Israele afferma che le sue incursioni ed arresti che avvengono quasi ogni notte in Cisgiordania sono necessari per smantellare le reti armate in un momento in cui le forze di sicurezza palestinesi non sono capaci o non vogliono farlo.

L’Autorità Nazionale Palestinese afferma che le incursioni indeboliscono le sue forze di sicurezza ed hanno lo scopo di consolidare l’occupazione illegale di Israele che continua da 55 anni nei territori che i palestinesi vogliono per il loro auspicato Stato.

In queste incursioni sono state fermate centinaia di palestinesi, molti dei quali sottoposti alla cosiddetta detenzione amministrativa, che consente ad Israele di detenerli a tempo indefinito senza processo né imputazione.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Prigionieri palestinesi interrompono lo sciopero della fame di massa dopo che Israele “mette fine alle misure punitive”

Shatha Hammad

1 settembre 2022 – Middle East Eye

Almeno 1.000 prigionieri hanno sospeso il loro sciopero ore dopo aver avviato la loro iniziativa contro le dure condizioni nelle carceri israeliane

Almeno 1.000 prigionieri palestinesi hanno sospeso lo sciopero della fame giovedì dopo che le autorità carcerarie israeliane hanno acconsentito alle loro richieste di revocare le dure misure imposte da mesi nelle carceri.

Il Comitato Supremo Nazionale di Emergenza, che gestisce le proteste dei prigionieri, ha affermato in una dichiarazione che Israele “si è reso conto che i prigionieri sono pronti a pagare ogni prezzo per la loro dignità e i loro diritti.

E che dietro di loro c’è un popolo e una resistenza che sono disposti a pagare qualsiasi prezzo pur di sostenere i loro combattenti nelle carceri dell’occupazione.

Ecco perché il nemico ha deciso di fermare le sue decisioni ingiuste e le sue misure arbitrarie… e rispondere alle loro richieste”.

L’annuncio è arrivato poche ore dopo che i prigionieri hanno lanciato lo sciopero come parte di una serie di iniziative di crescente intensità da loro adottate da febbraio a causa della continua mancanza di risposte dell’Israel Prison Service (IPS) alle loro richieste di revocare le misure messe in atto nei loro confronti in seguito alla fuga di sei prigionieri dalla prigione di Gilboa nel settembre 2021.

Le misure punitive includevano la limitazione del tempo di aria, l’aumento delle restrizioni sui prigionieri che scontano pene lunghe – in particolare l’isolamento inflitto a quelli che scontano l’ergastolo – e il costante trasferimento dei prigionieri tra le strutture carcerarie, che porta a uno stato di instabilità all’interno delle carceri.

L’intensificarsi delle lotte

I prigionieri in sciopero avevano formato il Comitato Supremo Nazionale di Emergenza, composto da tutte le fazioni palestinesi nelle carceri, per approvare e gestire le proteste.

“Stiamo entrando in una nuova fase di confronto con il carceriere, anche con l’annuncio ufficiale dello scioglimento delle strutture delle varie organizzazioni in ​​tutte le carceri in un intento di ribellione contro le decisioni [dell’Israel Prison Service] come ultima passaggio prima di iniziare uno sciopero della fame a tempo indeterminato”, ha affermato il comitato in un comunicato di sabato.

Lo scioglimento delle strutture organizzative mira a costringere le autorità israeliane a trattare i prigionieri come individui e non attraverso le organizzazioni che li rappresentavano.

Secondo il Palestine Prisoners Club ci sono attualmente 4.550 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane – inclusi 175 minori, 32 donne, 730 detenuti amministrativi e 551 che stanno scontando l’ergastolo.

I prigionieri hanno iniziato la loro azione contro l’IPS il 22 agosto in varie carceri israeliane, con iniziative che includevano il rifiuto dei pasti e delle code per i controlli di sicurezza. Il 29 agosto i detenuti si sono impegnati a indossare l’uniforme dell’IPS in ogni momento all’interno delle celle e nei cortili, manifestando la loro disponibilità a un confronto con le autorità carcerarie.

Sciopero per richieste di base

Qadri Abu Bakr, capo della commissione per i prigionieri dell’Autorità Nazionale Palestinese, ha detto a Middle East Eye che la maggior parte delle richieste sono legate a bisogni umani quotidiani negati ai prigionieri dallo scorso settembre, inclusi dispositivi elettrici, alcuni prodotti alimentari e prodotti per la pulizia.

Le richieste riguardano anche l’isolamento di un gran numero di prigionieri, il trasferimento frequente e improvviso di detenuti tra le carceri, le restrizioni alle visite dei familiari e un trattamento appropriato per i prigionieri malati.

Abu Bakr ha affermato che l’Autorità Nazionale Palestinese stava lavorando per fare luce sulla questione a livello internazionale, mentre le istituzioni dei prigionieri avevano anche preparato attività di solidarietà che sarebbero state organizzate nella maggior parte delle città palestinesi.

L’IPS aveva informato i prigionieri che le misure adottate erano state decise a livello politico e lì sarebbero state risolte. Tuttavia, nonostante le continue richieste dei prigionieri, l’Autorità Nazionale Palestinese non ha messo in opera serie iniziative né per fare pressione su Israele né per spingere la questione a livello internazionale.

Amani Sarahneh, una portavoce del Palestine Prisoners Club, ha detto a MEE che lo sciopero della fame collettivo è la continuazione delle precedenti proteste dei prigionieri dal settembre 2021, in seguito alla formazione da parte dell’IPS di un comitato per punire i prigionieri, principalmente quelli che scontano lunghe condanne.

Da allora i prigionieri hanno intrapreso una serie di azioni per ribellarsi e disobbedire ai nuovi regolamenti imposti dall’IPS.

“Ultimamente l’IPS ha intensificato le sue operazioni di trasferimento di prigionieri tra le celle e tra le carceri e li ha informati dell’intenzione di continuare con queste misure”, afferma Sarahneh.

All’inizio di quest’anno, l’IPS ha falsamente promesso la fine di queste misure, portando allo sciopero della fame.

Sarahneh afferma che l’obiettivo dell’IPS di spostare i prigionieri in varie celle e tra le carceri è rompere la loro struttura organizzativa, limitare la loro stabilità all’interno della prigione e rendere difficile la visita delle loro famiglie.

“I prigionieri del movimento della Jihad islamica sono tra i prigionieri che affrontano le maggiori difficoltà all’interno del carcere, soprattutto dopo la fuga dei sei prigionieri nel settembre 2021”, dice Sarahneh.

‘Un minimo di dignità’

La maggior parte dei fuggitivi da Gilboa erano membri della Jihad islamica, il che ha portato l’IPS a vendicarsi imponendo dure restrizioni ai prigionieri del gruppo, incluso l’isolamento dagli altri detenuti e il trasferimento di figure di spicco in altre carceri.

“Negli ultimi due anni abbiamo assistito a violente irruzioni nelle carceri e a un aumento della violenza usata per reprimere i prigionieri… e abbiamo un fondato timore che la repressione si intensifichi nei prossimi giorni”, dice Sarahneh.

Dirgham al-Araj, un ex prigioniero che ha trascorso 20 anni nelle carceri israeliane, ha detto a MEE: “L’obiettivo dello sciopero della fame è chiedere il ripristino di un minimo di dignità migliorando le condizioni di vita”.

Araj è stato rilasciato dal carcere nel 2019 e ha partecipato a diversi scioperi della fame collettivi nelle carceri nel 2004, 2011, 2012 e 2017.

Araj afferma che le difficili condizioni di vita nelle carceri sono state la motivazione principale che ha portato i prigionieri ad avviare uno sciopero della fame, un’azione strategica intrapresa dai detenuti solo dopo aver esaurito tutti i loro tentativi di negoziare con l’IPS.

Araj aggiunge che dopo la Seconda Intifada, durata tra il 2000 e il 2005, i prigionieri hanno iniziato a chiedere condizioni migliori, con il numero di palestinesi nelle carceri israeliane che a un certo punto ha raggiunto i 10.000.

Araj, professore del corso sul movimento dei prigionieri all’Università Al-Quds, ha affermato che gli scioperi della fame hanno avuto successo in passato quando hanno ottenuto il sostegno popolare. Ha detto che lo sciopero della fame del 1992 è stato il più riuscito, poiché si è svolto in tutte le carceri insieme a manifestazioni e marce diffuse nella maggior parte delle città occupate della Cisgiordania, che hanno esercitato pressioni su Israele.

“Mobilitare le piazze significa un grande costo economico e di sicurezza per Israele e quindi esercita pressione su di esso in molti modi”, afferma.

“Quindi solo le piazze palestinesi sono in grado di far sì che gli scioperi dei prigionieri abbiano successo”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




La relatrice speciale per l’ONU afferma che gli attacchi israeliani su Gaza sono “illegali”.

Redazione Al Jazeera

7 agosto 2022 – Al Jazeera

Francesca Albanese chiede alle Nazioni Unite di indagare se Israele abbia violato il diritto internazionale e di accertare le responsabilità.

La relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati afferma che i raid aerei israeliani sulla Striscia di Gaza assediata “non solo sono illegali, ma irresponsabili”, invocando una soluzione diplomatica all’ultimo scoppio di violenza iniziato venerdì, quando Israele ha lanciato gli attacchi aerei su Gaza City.

La situazione a Gaza è sull’orlo di una crisi umanitaria”, ha detto Francesca Albanese ad Al Jazeera.

Il solo modo per garantire il benessere dei palestinesi ovunque siano è togliere l’assedio e permettere l’ingresso degli aiuti”.

Israele ha definito l’attacco come azione “preventiva” di autodifesa contro il gruppo della Jihad Islamica palestinese e ha detto che l’operazione sarebbe durata una settimana.

Albanese ha esecrato gli Stati Uniti per aver detto di ritenere che Israele aveva il diritto di difendersi. “Israele non può sostenere che si sta difendendo in questo conflitto”, ha detto Albanese.

L’ambasciatore statunitense in Israele, Tom Nides, venerdì ha scritto su twitter: “Gli Stati Uniti credono fermamente che Israele abbia il diritto di proteggersi. Ci stiamo impegnando con le diverse parti e invitiamo tutti alla calma.”

La sua posizione è stata ripresa dalla Ministra degli Esteri britannica Liz Truss, che ha detto che il Regno Unito “sta dalla parte di Israele e del suo diritto a difendersi” e ha condannato i gruppi terroristi che sparano ai civili e la violenza che ha provocato vittime da entrambe le parti.”

A partire da venerdì a Gaza sono stati uccisi almeno 31 palestinesi e 260 sono stati feriti. A sabato non sono stati riferiti feriti gravi dal lato israeliano, in quanto secondo l’esercito il sistema di difesa Iron Dome ha intercettato il 97% dei razzi lanciati dalla striscia assediata.

La protezione è ciò che ho chiesto in Palestina e non solo io. È necessario…proteggere le vite dei civili”, ha detto Albanese. “Non è possibile che Israele si stia difendendo dai civili dal 1967.”

La relatrice speciale, che è un’esperta indipendente responsabile del monitoraggio delle violazioni dei diritti umani nei territori palestinesi occupati e di riferirne all’ONU, ha chiesto all’ente internazionale di accertare se a Gaza sia stato violato il diritto internazionale e di garantire l’attribuzione delle responsabilità.

Ritengo che la mancanza di attribuzione di responsabilità rafforzi Israele”, ha detto Albanese. “Vedo come soluzione la fine dell’occupazione.”

Una commissione di inchiesta indipendente istituita dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU dopo la brutale guerra contro Gaza nel maggio 2021 ha affermato che Israele deve fare di più che “porre semplicemente fine all’occupazione” della terra che i dirigenti palestinesi esigono per un futuro Stato.

Di per sé la fine dell’occupazione non sarà sufficiente”, conclude il rapporto pubblicato a giugno. Aggiunge che devono essere prese misure per assicurare un uguale godimento dei diritti umani per i palestinesi.

Tuttavia fornisce prove che Israele “non ha intenzione di porre termine all’occupazione”, ma al contrario persegue il “completo controllo” dei territori occupati nel 1967.

La commissione conclude che il governo israeliano “ha agito in modo da alterare la demografia tramite il mantenimento di un contesto repressivo per i palestinesi e favorevole ai coloni israeliani.”

Gli USA hanno lasciato il Consiglio (per i Diritti Umani) nel 2018 imputando “un cronico pregiudizio” contro Israele e vi sono pienamente rientrati solo quest’anno.

Nel maggio 2021 un’offensiva militare durata 11 giorni contro Gaza ha ucciso oltre 260 palestinesi e ne ha feriti più di 2.000. In Israele sono state uccise 13 persone.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)