Per respirare un po’ d’aria la parlamentare palestinese si deve sdraiare accanto alla fessura sotto la porta della cella

Gideon Levy

30 agosto 2024 – Haaretz

Dopo lo scoppio della guerra la parlamentare palestinese Khalida Jarrar è stata nuovamente arrestata e da allora è rimasta incarcerata senza accuse, ora in totale isolamento, in condizioni disumane.

Dopo essere stata imprigionata pochi mesi dopo lo scoppio della guerra a Gaza in occasione degli arresti di massa di Israele nei confronti dei palestinesi della Cisgiordania, Khalida Jarrar è stata costretta a rimanere dietro le sbarre per altri sei mesi, sempre in detenzione amministrativa, senza accuse e senza processo.

La più nota prigioniera politica palestinese, accusata di essere una componente della leadership politica del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, che Israele considera un’organizzazione terroristica, è stata rapita da casa sua otto mesi fa e da allora incarcerata. Fino a due settimane e mezzo fa era detenuta con altre prigioniere di sicurezza nella prigione di Damon, sul Monte Carmelo, fuori Haifa. Poi all’improvviso, senza alcuna spiegazione, è stata trasferita a Neve Tirza, una prigione femminile nel centro di Israele, rinchiusa in una minuscola cella di 2,5 x 1,5 metri e lasciata in totale isolamento 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

La sua cella non ha finestre. Non c’è aria, non c’è ventilatore, solo un letto di cemento e un materasso sottile, oltre a dei servizi igienici senz’acqua per la maggior parte del giorno. Questa settimana ha detto al suo avvocato che per respirare un po’ si sdraia sul pavimento alla ricerca di un po’ d’aria proveniente dalla fessura sotto la porta della cella. Non beve molto, per evitare di dover usare il water, che emana un odore orribile.

Ecco come Israele tiene i suoi prigionieri politici: senza accuse o processo, in condizioni disumane, illegali anche secondo le sentenze dell’Alta Corte di Giustizia (come quelle relative all’affollamento delle celle, sentenze ignorate dalle autorità carcerarie).

A volte la femminista e attivista politica di 61 anni invoca per ore l’assistenza di una guardia (Jarrar è malata e assume farmaci) senza ricevere risposta. Quando questa settimana ho chiesto a suo marito, Ghassan, cosa pensa che faccia durante tutte quelle ore di isolamento disumano, è rimasto in silenzio e i suoi occhi si sono inumiditi. Khalida e Ghassan hanno una grande esperienza del carcere: lui ha trascorso circa 10 anni della sua vita in prigione, lei circa sei. Ma l’attuale prigionia è senza dubbio la più dura e difficile di tutte, sotto il pugno di ferro del servizio carcerario israeliano di Itamar Ben-Gvir.

È immersa nella sofferenza: durante ciascuna delle sue precedenti incarcerazioni (tutte tranne una erano detenzioni amministrative) è morto un parente stretto e Israele le ha impedito di partecipare ai funerali o ai rituali del lutto. Nel 2015, quando morì suo padre, era in prigione; ed era in prigione anche nel 2018, in occasione della morte di sua madre; nel 2021 una delle sue due figlie, Suha, morì all’età di 31 anni, e anche allora Israele si ostinò duramente a rifiutare alla madre in lutto il permesso di partecipare al funerale. Jarrar fu rilasciata tre mesi dopo la morte della figlia e andò direttamente dalla prigione di Damon alla tomba di Suha. “Voi pensate che non abbiamo sentimenti”, mi disse allora. E ora, durante la sua attuale prigionia, suo nipote, Wadia, che era cresciuto in casa sua come un figlio, è morto di arresto cardiaco all’età di 29 anni.

I disastri che hanno colpito Khalida vanno oltre la comprensione: una tragedia si è susseguita all’altra e lei le affronta eroicamente tutte, almeno esteriormente; è dietro le sbarre per la quinta volta nella sua vita e la quarta volta dal 2015. Il fatto che, a parte un caso, non sia mai stata effettivamente condannata per nessun reato (e anche quell’unica condanna è avvenuta per un reato politico, “appartenenza a un’organizzazione illegale”, e non per aver commesso atti di terrorismo o violenza), senza che Israele abbia mai presentato la minima prova contro di lei a un processo, dovrebbe sconvolgere chiunque in Israele o all’estero creda nella democrazia. Cinque volte Haaretz ha pubblicato editoriali con la richiesta del suo rilascio, ma invano.

Jarrar, che si oppone al regime, il regime di occupazione, è una componente dell’Assemblea Legislativa Palestinese, attualmente non operativa, un fatto che dovrebbe garantirle l’immunità parlamentare. È una prigioniera di coscienza in Israele. Quando parliamo di prigionieri di coscienza in Myanmar, in Russia, in Iran o in Siria, non dobbiamo dimenticare Jarrar. Quando parliamo di Israele nei termini di una democrazia è nostro dovere ricordare Jarrar.

L’ultima volta che abbiamo fatto visita alla bella vecchia casa in pietra dei Jarrar nel centro di Ramallah è stata dopo il suo rilascio dalla precedente pena detentiva, proprio nel periodo di lutto per la morte di Suha. Quello è stato il suo più doloroso ritorno a casa dalla prigione. Parcheggiata sotto c’era la nuova Jeep rossa che suo marito le aveva comprato due anni prima, che era riuscita a malapena a guidare prima di essere arrestata. Questa settimana la Jeep rossa è di nuovo ferma, silenziosa, nel vialetto. Ma la casa è più vuota e triste che mai: Suha è morta, Khalida è in prigione e l’altra figlia, Yafa, la più grande della coppia, vive a Ottawa con il marito canadese e la loro figlia di 2 anni, che hanno chiamato Suha in memoria della zia. Solo Ajawi (dattero maturo) e Asal (miele), due gatti rossicci, vagano ancora qui.

Questa settimana un aquilone volava nei cieli di Ramallah, ben al di sopra dei grigi ingorghi intorno al checkpoint di Qalandiyah. Dall’esterno della finestra della casa dei Jarrar si è sentito improvvisamente il rumore degli elicotteri: a quanto pare il presidente palestinese Mahmoud Abbas stava tornando da un’altra missione diplomatica: la Giordania gli aveva fornito due elicotteri.

Due mesi fa Ghassan ha chiuso la sua fabbrica a Beit Furiq, a sud-est di Nablus, che produceva animali di peluche. Il calvario dei checkpoint all’andata e al ritorno (Beit Furiq è stata bloccata dalle autorità israeliane dall’inizio della guerra di Gaza) e la situazione economica, per cui i giocattoli accattivanti e colorati realizzati con una magnifica pelliccia sintetica non trovano acquirenti, lo hanno costretto a chiudere la sua attività. Molti palestinesi hanno subito una sorte simile in Cisgiordania, dove i redditi si sono prosciugati perché ai lavoratori non è più consentito entrare in Israele.

Ghassan, 65 anni, fa attualmente parte del consiglio comunale di Ramallah, a capo di una delle quattro fazioni indipendenti. Dopo l’ultimo rapimento di Khalida dalla loro casa ha intrapreso un intenso regime sportivo correndo 10 chilometri al giorno e nuotando.

I rapitori sono arrivati ​​il ​​26 dicembre 2023, alle 5 del mattino, forzando silenziosamente la porta d’ingresso in ferro e poi irrompendo nella camera da letto al secondo piano. Ghassan, che stava dormendo profondamente e inizialmente non aveva sentito nulla, è stato svegliato di soprassalto dai colpi dei calci dei fucili e dai pugni in faccia da parte dei soldati, alcuni dei quali mascherati. Ricorda di aver cercato istintivamente di proteggersi il viso, senza capire cosa stesse succedendo, finché non ha sentito uno dei soldati dire: “Ha cercato di afferrare l’arma”. Ghassan si è svegliato del tutto. Ha sentito armare i fucili e ha avvertito i raggi laser rossi dei loro mirini che gli sfioravano il viso. Quello è stato il momento più vicino alla morte in assoluto, dice. Ha immediatamente alzato le mani in segno di resa e si è salvato la vita.

I soldati non hanno fatto del male a Khalida. Le è stato ordinato di vestirsi, raccogliere alcuni indumenti e le medicine e andare con i soldati al piano di sotto. Lì, nel vialetto, è stata ammanettata e bendata. I rapitori non hanno detto nulla sul perché la stessero arrestando e dove la stessero portando.

È stata messa in detenzione amministrativa per sei mesi senza essere sottoposta ad alcun interrogatorio. Il 24 giugno la detenzione è stata estesa per altri sei mesi, come al solito senza accuse o spiegazioni. Le condizioni nella prigione di Damon sono peggiori rispetto alla prigione di Hasharon, vicino a Netanya, dove era stata incarcerata la volta precedente. Inoltre, dall’inizio della guerra la condizione dei prigionieri di sicurezza si è incommensurabilmente aggravata grazie al duo sadico, il ministro della sicurezza nazionale Ben-Gvir e il suo capo di gabinetto e lacchè, Chanamel Dorfman.

Durante la detenzione di Khalida a Damon c’erano tra le 73 e le 91 prigioniere e detenute palestinesi, riferisce Ghassan, aggiungendo che lì, diversamente dalle volte precedenti, ha mostrato maggiore cautela cercando di non comportarsi come leader nei confronti delle sue compagne di prigionia. Ovviamente da dicembre suo marito non l’ha incontrata o nemmeno parlato con lei: tutte le visite alle prigioniere palestinesi sono state interrotte da Ben-Gvir. Nel 2021 Khalida aveva saputo della morte di sua figlia tramite radio, ma ora non c’è più la radio, né un bollitore o una piastra elettrica, o altri dispositivi che potrebbero alleviare la sua situazione. E nell’era di Ben-Gvir non si può più acquistare nulla nelle mense delle prigioni.

Il 13 agosto un avvocato che aveva visitato un’altra detenuta ha riferito che Khalida non era più a Damon. Naturalmente, nessuno nel servizio carcerario ha pensato di informare la famiglia, che ha immediatamente avviato sforzi febbrili per scoprire dove si trovasse. L’avvocata della famiglia, Hiba Masalha, ha contattato il consulente legale del servizio carcerario, ma non ha ricevuto risposta. Alla fine, le è stato detto a Damon che Khalida era stata trasferita a Neve Tirza. Non sono state fornite altre informazioni.

Per quanto ne sappiamo, non ci sono altri prigionieri di sicurezza a Neve Tirza. I suoi detenuti criminali potrebbero rappresentare un pericolo per una prigioniera di sicurezza palestinese come Khalida, ma è stata immediatamente posta in isolamento. Nessuno ha spiegato alla sua avvocata perché fosse in isolamento o per quanto tempo sarebbe durato. Condizioni davvero disumane per una donna malata di oltre 60 anni.

Il 20 agosto una ONG palestinese, Addameer Prisoner Support, e Human Rights Association, hanno inviato una lettera urgente ai responsabili di tutte le missioni diplomatiche a Ramallah e Gerusalemme, descrivendo la difficile situazione della donna, conosciuta in tutto il mondo come prigioniera di coscienza.

La scorsa settimana il direttore della prigione ha informato Khalida che avrebbe avuto diritto a una passeggiata giornaliera di 45 minuti nel cortile della prigione, da sola. Da allora è uscita solo due volte per passeggiate ancora più brevi di quelle che farebbe un cane. Ma tale privilegio è stato revocato questa settimana. Masalha è andata a trovarla e Khalida le ha detto che non ha uno spazzolino da denti, un dentifricio o una spazzola per capelli, né alcun tipo di pantofole. Ghassan è preoccupato per cosa succederebbe se svenisse a causa del diabete e di altri disturbi di cui soffre, dal momento che le guardie non rispondono alle sue chiamate.

Questa settimana Haaretz ha inviato al servizio carcerario le seguenti domande: perché Jarrar è stata trasferita a Neve Tirza? Perché è stata posta in totale isolamento? Perché è stato revocato il permesso per le passeggiate giornaliere? Perché non le è stato assicurato il soddisfacimento delle necessità più basilari?

La risposta a tutte queste domande è stata: “L’IPS (Sistema Penitenziario Israeliano) opera secondo la legge, sotto la stretta verifica di molti funzionari addetti alla supervisione. Ogni prigioniero e detenuto ha il diritto di presentare reclami secondo regole stabilite e le loro denunce saranno esaminate”.

Nel frattempo, Ghassan Jarrar è molto preoccupato per il destino di sua moglie, come del resto dovrebbe essere ogni sostenitore dei diritti umani in Israele e altrove. Secondo l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem dall’inizio della guerra nelle prigioni israeliane sono già morti o sono stati uccisi circa 60 detenuti palestinesi, molto di più del totale di vittime in 20 anni nella famigerata prigione militare di Guantanamo.

Questa settimana Khalida ha avuto una sola richiesta per la sua avvocata: assicurarsi di poter respirare. “Non c’è aria, sto soffocando”, ha detto a Masalha con voce strozzata.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La parlamentare palestinese Khalida Jarrar è stata rilasciata dal carcere israeliano

Redazione di Al Jazeera

26 settembre 2021, Al Jazeera

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La leader politica e della società civile Khalida Jarrar, 58 anni, è stata rilasciata dopo quasi due anni trascorsi nelle carceri israeliane.

Nel pomeriggio di domenica le autorità israeliane hanno rilasciato Jarrar, figura della sinistra e membro dell’ormai estinto Consiglio Legislativo Palestinese (PLC), al posto di blocco di Salem ad ovest della città di Jenin.

L’esercito israeliano ha arrestato Jarrar nella sua casa a Ramallah il 31 ottobre 2019, otto mesi dopo che era stata rilasciata dopo 20 mesi di detenzione amministrativa senza processo né accuse.

A luglio una delle due figlie di Jarrar, la 31enne Suha, è morta a Ramallah in seguito a complicazioni di salute, cosa che ha provocato appelli di massa ad Israele per il rilascio della donna politica in tempo per assistere al funerale di sua figlia, appelli respinti da Israele.

Domenica dopo il suo rilascio Jarrar si è recata al cimitero di Ramallah, dove è sepolta Suha.

Quando Jarrar è arrivata, erano presenti al cimitero decine di membri di spicco, sostenitori e leader del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP), il capo dell’Associazione per i Prigionieri Politici, Qadura Faris, la governatrice delle città di Ramallah e al-Bireh, Leila Ghannam, e decine di giornalisti palestinesi.

Mi hanno vietato di partecipare al funerale della mia amatissima figlia e di darle un bacio sulla fronte”, ha detto Jarrar al cimitero.

Mi hanno impedito di dirle addio”, ha aggiunto prima di scoppiare in lacrime. “L’ultima volta che l’ho abbracciata è stata nella notte del mio arresto nel 2019.”

Un alto dirigente del PFLP ha detto che mentre “è veramente un momento doloroso e le parole non possono esprimere il sentimento di profonda tristezza, noi siamo felici che Jarrar sia libera dalla prigione dell’occupazione.”

Jarrar è stata trattenuta in detenzione amministrativa ancora fino a marzo di quest’anno, quando un tribunale militare israeliano la ha incriminata di “appartenenza ad un’organizzazione illegale”, a causa della sua affiliazione al PFLP, un’accusa in base alla quale era stata precedentemente incarcerata.

L’associazione per i diritti dei prigionieri Addameer, con sede a Ramallah, ha dichiarato all’epoca che “tutte queste sue incarcerazioni ed arresti costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale e contraddicono il principio giuridico sancito a livello internazionale e il divieto di processare una persona due volte per la stessa azione.”

Israele dichiara illegali oltre 400 organizzazioni, compresi tutti i partiti politici palestinesi – inclusi il partito Fatah al governo e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) – in quanto “gruppi terroristi”.

Condanna regolarmente molti palestinesi col pretesto di “partecipazione ad un’organizzazione illegale” o di “fornire servizi ad una di esse” per via della loro affiliazione politica o di ogni tipo di attività pacifica.”

Jarrar è stata a lungo nel mirino dell’occupazione israeliana a causa del suo carattere schietto e del suo attivismo politico.

Ha trascorso molta parte degli ultimi sei anni entrando ed uscendo dalle carceri israeliane, compresi i periodi tra luglio 2017 e febbraio 2019 in detenzione amministrativa, una politica israeliana che consente l’incarcerazione dei palestinesi a tempo indeterminato, sulla base di “informazioni segrete”, senza presentare accuse formali contro di loro o consentire che siano sottoposti ad un processo.

Nel 2015 è stata condannata a 15 mesi con la stessa accusa – “appartenenza ad un’organizzazione illegale”.

Le autorità israeliane le hanno vietato di viaggiare dal 1988, tranne per un viaggio di tre settimane ad Amman in Giordania, per cure mediche.

Jarrar è stata eletta membro del PLC nella lista del PFLP nel 2006. E’ anche stata nominata nella Commissione Nazionale Palestinese per il monitoraggio rispetto alla Corte Penale Internazionale.

Relazione supplementare di Mohammed Najib a Ramallah

Fonte: Al Jazeera

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




I palestinesi chiedono il rilascio di una deputata in carcere per il funerale della figlia

12 luglio 2021 – Al Jazeera

Le organizzazioni per i diritti umani dichiarano che Israele dovrebbe consentire a Khalida Jarrar di partecipare ai funerali di sua figlia Suha, 31 anni, che è stata trovata morta nella sua casa di Ramallah.

Attivisti palestinesi e gruppi per i diritti umani hanno chiesto alle autorità israeliane di rilasciare Khalida Jarrar, una deputata palestinese che sta scontando una pena detentiva, in modo che possa partecipare al funerale di sua figlia.

Secondo quanto riferito da attivisti palestinesi e media israeliani, l’amministrazione carceraria israeliana ha negato lunedì la richiesta di Jarrar, una prigioniera politica, di partecipare al funerale.

Suha Jarrar, 31 anni, è stata trovata morta domenica sera nella sua casa nella città occupata di Ramallah, in Cisgiordania, come riportato dai media palestinesi. Secondo queste notizie, Jarrar è morta per un attacco di cuore.

La giovane Jarrar lavorava come ricercatrice ed esperta legale presso Al-Haq, un’organizzazione palestinese per i diritti umani con sede a Ramallah. Alcuni dei suoi lavori più importanti si sono concentrati sugli effetti ambientali dell’occupazione israeliana.

In un rapporto del 2019 ha sostenuto che le politiche discriminatorie israeliane impediscono ai palestinesi nella Cisgiordania occupata di adattarsi ai cambiamenti climatici.

In un necrologio, Al-Haq ha affermato che Suha era “una coraggiosa sostenitrice dei diritti del popolo palestinese all’autodeterminazione, alla libertà e alla dignità”.

Al-Haq ha detto di aver inviato un appello urgente alle Nazioni Unite chiedendo il rilascio “immediato e incondizionato” di Jarrar dalle carceri israeliane in modo che possa dire addio a sua figlia.

Gli attivisti palestinesi hanno anche diffuso una petizione online chiedendo il suo rilascio. Altri hanno organizzato manifestazioni a sostegno degli appelli nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza.

In un necrologio per Suha, Omar Shakir, direttore per Israele e la Palestina di Human Rights Watch, ha scritto: “Avendo ripetutamente detenuto Khalida [Jarrar] in violazione dei suoi diritti, le autorità israeliane dovrebbero almeno permetterle di dire addio a sua figlia”.

La prigionia di Jarrar

A marzo un tribunale militare israeliano ha condannato Jarrar a due anni di carcere per “incitamento alla violenza” e appartenenza a un'”organizzazione vietata”. La sua scarcerazione è prevista per settembre.

L’importante politica palestinese è detenuta da quando le forze israeliane la hanno arrestata a casa sua, nell’ottobre 2019, nella città di Ramallah nella Cisgiordania occupata.

Jarrar, che è stata anche membro dell’ex Consiglio Legislativo Palestinese (PLC), il parlamento ora sospeso della Palestina, è stata arrestata numerose volte e ha subito diversi periodi di detenzione amministrativa nelle carceri israeliane, in base alla norma secondo la quale i palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza possono essere detenuti senza la formulazione di un’accusa e senza prove per un periodo fino a sei mesi.

La 58enne appartiene al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), di sinistra, considerato un gruppo “terrorista” da Israele.

Jarrar è stata arrestata per la prima volta nel 1989 e trattenuta per un mese senza processo. Il suo secondo periodo di detenzione, nel 2014, si è prolungato con una condanna a 15 mesi di carcere. Alla fine è stata rilasciata nel febbraio 2019, prima di essere arrestata di nuovo nove mesi dopo.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele imprigiona i politici palestinesi prima delle elezioni nell’Autorità Nazionale Palestinese

Tamara Nassar 

2 marzo 2021, ElectronicIntifada

In vista delle elezioni legislative e presidenziali palestinesi che si terranno nei prossimi mesi Israele sta inasprendo il giro di vite su personalità della società civile e politica palestinese nella Cisgiordania occupata.

Lunedì Israele ha condannato la parlamentare palestinese Khalida Jarrar a due anni di carcere, a una multa di 1.200 dollari [1000 € ca, ndtr.] e una pena sospesa di un anno.

Il suo crimine? Essere un membro di un partito politico di sinistra, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.

Israele considera gruppi “terroristici” praticamente tutti i partiti palestinesi e le organizzazioni di resistenza, il che significa che qualsiasi persona politicamente attiva può essere arrestata.

“La scelta del momento non è casuale”, ha detto l’avvocato palestinese Yafa Jarrar della condanna di sua madre, riferendosi alle elezioni palestinesi.

Khalida Jarrar è stata arrestata con una imponente incursione militare notturna nella sua casa nell’ottobre 2019 e da allora è trattenuta senza accusa né processo.

La sua detenzione è avvenuta solo otto mesi dopo il suo rilascio da un precedente periodo di 20 mesi di detenzione amministrativa – senza accusa né processo.

È stata arrestata nell’ambito di quella che il gruppo per i diritti dei prigionieri palestinesi Addameer ha affermato essere una campagna israeliana iniziata nella seconda metà del 2019 contro attivisti politici e studenti.

Addameer ha aggiunto che Israele ha falsamente accusato Jarrar di essere coinvolta nell’uccisione dell’adolescente israeliana Rina Shnerb.

Shnerb è stata uccisa nell’agosto 2019 da quello che i militari israeliani hanno stabilito essere un ordigno esplosivo improvvisato vicino all’insediamento di Dolev in Cisgiordania.

Ma lunedì il procuratore militare israeliano ha cambiato l’accusa contro Jarrar includendo solo le sue attività politiche, e le accuse di coinvolgimento nell’omicidio di Shnerb sono cadute.

Jarrar ha già trascorso anni nelle carceri israeliane e le è stato proibito viaggiare a causa della sua appartenenza al FPLP.

Il primo voto in 15 anni

Le elezioni legislative e presidenziali palestinesi previste per maggio e luglio sarebbero le prime dalle elezioni legislative del 2006, quando Hamas vinse con una vittoria schiacciante battendo Fatah, fazione dell’Autorità Nazionale Palestinese al potere guidata da Mahmoud Abbas.

Tuttavia, il partito di Abbas, sostenuto da Israele, Stati Uniti, Unione Europea e alcuni stati arabi, non ha permesso ad Hamas di assumere il governo dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Invece, le milizie allineate con Fatah a Gaza, in accordo con gli Stati Uniti, hanno cercato di rimuovere Hamas dal potere con la forza.

Ma nel giugno 2007 Hamas si è preventivamente mosso contro di loro, espellendo da Gaza le forze di Fatah sostenute dagli Stati Uniti.

Il tentativo di golpe contro Hamas dopo la sua vittoria alle elezioni ha portato all’attuale divisione per cui l’ANP di Abbas sostenuta dall’occidente ha mantenuto il controllo in Cisgiordania mentre Hamas, isolata a livello internazionale, ha governato all’interno della Striscia di Gaza assediata.

Non vi è alcuna garanzia che si svolgeranno le elezioni, poiché negli ultimi anni sono state programmate numerose votazioni poi rinviate a tempo indeterminato.

Le elezioni sono largamente viste come un modo per rafforzare la legittimità dei principali partiti politici palestinesi a 15 anni dall’ultima votazione e alla luce della nuova amministrazione statunitense.

Come ha scritto di recente Ali Abunimah di The Electronic Intifada, non è chiaro perché Hamas si fidi che lo stesso partito di Abbas e Fatah che ha guidato il colpo di stato contro Hamas nel 2007 rispetterà ora i risultati.

“Qualsiasi riconciliazione o ‘unità nazionale’ può basarsi solo sul fatto che Fatah di Abbas abbandoni la collaborazione con Israele e che Hamas abbandoni la resistenza”, ha scritto Abunimah.

L’arresto dei membri di Hamas

Israele ha regolarmente incarcerato funzionari palestinesi eletti solo perché non approva il loro punto di vista, e ora sta incrementando tali arresti in vista delle elezioni programmate. Questo fa “parte dello sforzo israeliano in corso per sopprimere l’esercizio della sovranità politica e dell’autodeterminazione dei palestinesi”, ha affermato Addameer. Nelle ultime settimane Israele ha operato molti arresti di personalità appartenenti ad Hamas nella Cisgiordania occupata.

A febbraio le forze israeliane hanno arrestato Adnan Asfour e Yasser Mansour di Hamas e hanno disposto che Asfour fosse tenuto in detenzione amministrativa per sei mesi.

Mansour è anche membro del Consiglio legislativo palestinese.

Hamas ha detto che l’arresto dei suoi politici in Cisgiordania “conferma il fatto che l’occupazione ha preso di mira il processo elettorale”.

Naif al-Rajoub, membro del Consiglio legislativo palestinese, ha detto che le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione nella sua casa a febbraio e gli hanno intimato di non partecipare alle elezioni.

Al-Rajoub ha detto all’agenzia di stampa Shehab che le forze israeliane gli hanno detto di non candidarsi alle elezioni e di non partecipare alla campagna elettorale e che gli permetterebbero solo di andare alle urne.

Altre figure di Hamas arrestate da Israele nelle ultime settimane includono Khalid al-Haj, Abd al-Baset al-Haj, Omar al-Hanbali e Fazee al-Sawafta.

La scorsa settimana un tribunale militare israeliano ha prorogato di quattro mesi la detenzione amministrativa di Khitam Saafin, a capo dell’Unione dei Comitati delle Donne palestinesi. Saafin è stata arrestata insieme ad altri attivisti politici palestinesi a novembre e da allora è detenuta senza accusa né processo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Queste catene saranno spezzate”: il libro di Ramzy Baroud sui prigionieri palestinesi – Recensione del libro

Michael Lescher

10 febbraio 2020 – Palestine Chronicle

(These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons [Queste catene verranno spezzate: storie palestinesi di lotta e resistenza nelle carceri israeliane], di Ramzy Baroud, Clarity Press, Inc., 2020)

Fyodor Dostoevsky ha scritto che “il grado di civiltà in una società può essere giudicato visitando le sue prigioni” – un’osservazione in nessun luogo più tristemente vera che in una società la cui stessa esistenza comporti il confinamento di un altro popolo. Il nuovo libro di Ramzy Baroud, “These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons”, illustra con una straziante immediatezza il motivo per cui la Palestina contemporanea si riveli nel modo più chiaro all’interno delle prigioni che Israele ha costruito per coloro che resistono alla sua occupazione della loro terra. Viste attraverso il libro di Baroud, queste gabbie raccontano una doppia storia: da un lato, lo squallore di una società eretta sulle fondamenta di un’espropriazione; dall’altro, l’aspra determinazione dei palestinesi che, contro ogni previsione, si rifiutano di essere cancellati dalla storia.

“These Chains Will Be Broken” è una raccolta di testimonianze di prima mano che descrivono le esperienze dei detenuti palestinesi, prese o dai prigionieri stessi o da altri che li conoscono da vicino. (La storia di Faris Baroud, argomento del capitolo finale del libro e di un lontano parente dell’autore, è raccolta dagli scritti di sua madre Ria, morta nel 2017; suo figlio è morto quasi due anni dopo, ancora dietro le sbarre.)

Baroud, giornalista, studioso e consulente nel settore dei media, ha dedicato diversi precedenti libri alla lotta palestinese vista dal punto di vista degli stessi palestinesi. In “These Chains Will Be Broken”, fa un ulteriore passo avanti, tenendo sospesa la propria voce narrante in modo che i detenuti possano raccontare la propria storia a modo loro, trasportando così il lettore direttamente nella loro esperienza. Il risultato è un toccante e profondamente inquietante promemoria su come, in fondo, la storia della Palestina sia un costante ripetersi di prigionia e resistenza.

“La prigionia”, scrive Khalida Jarrar (lei stessa una dei protagonisti del libro) con una premessa illuminante, “rappresenta una posizione morale che deve essere presa ogni giorno e non può mai essere lasciata alle proprie spalle”. Che sia un avvertimento: il lettore di “These Chains Will Be Broken” è ripetutamente costretto ad assumere tale posizione morale mentre, capitolo dopo capitolo, i prigionieri palestinesi mettono a nudo le loro privazioni, le loro speranze, le loro delusioni e la loro determinazione a resistere.

Perfino quelli che hanno familiarità con le realtà della lotta possono trovarsi impreparati alle sue asprezze se le percepiscono, come accade a questi palestinesi, dietro le mura della prigione piuttosto che sepolte dentro la rete della propaganda israeliana. In un articolo denigratorio pubblicato (ahimè) dalla prestigiosa Yale University Press nel 2006, il portavoce della WINEP [organizzazione di esperti americana con sede a Washington DC che si occupa della politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente, ndtr.] Matthew Levitt ha liquidato con poche parole Majdi Hamad definendolo “un terrorista di Hamas condannato all’ergastolo per aver ucciso a Gaza dei compagni palestinesi, presumibilmente sospetti informatori.” Ma quando Hamad compare per la prima volta nel libro di Baroud attraverso gli occhi del compagno prigioniero Mohammad al-Deirawi, dà un’impressione molto diversa: “Veniva trascinato nella sua cella nel carcere sotterraneo di Nafha da un buon numero di guardie armate. Lo picchiavano e lo prendevano a calci dappertutto e, nonostante le sue catene, reagiva come il leone che era. Il suo volto era coperto di sangue. “(Apprendiamo dal libro che questo “leone” è anche “dolce e gentile con i suoi compagni”.)

Allo stesso modo i lettori occidentali possono essere sorpresi della dignità dello stesso al-Deirawi, a cui, dopo aver ricevuto una condanna a 30 anni in un tribunale militare israeliano, viene chiesto dal giudice non se abbia qualcosa da dire ma se sia disposto a “chiedere scusa”.

“Non ho nulla di cui scusarmi”, così al-Deirawi riferisce di aver risposto al giudice. “Non mi scuserò mai per aver resistito all’occupazione, per aver difeso il mio popolo, per aver lottato per i miei diritti rubati. Ma dovete scusarvi voi, e devono scusarsi coloro che demoliscono le case mentre i loro proprietari sono ancora dentro. Coloro che uccidono i bambini, che occupano la terra e commettono crimini contro persone disarmate e innocenti, sono loro che devono scusarsi.” “La mia risposta non gli è piaciuta”, aggiunge al-Deirawi, in uno dei rari momenti di ironia del libro.

I racconti nella raccolta di Baroud contengono descrizioni inevitabili di torture e maltrattamenti, ma alcuni dei dettagli più sconvolgenti riguardano atti di sadismo del tutto gratuito. Una guardia si offre di portare una tazza di tè a un prigioniero e poi versa acqua bollente sulla sua mano tesa. Una caviglia ridotta in frantumi viene “trattata” con un impacco di ghiaccio. Ad un minore incarcerato viene falsamente detto, la notte prima della sua liberazione, che sta per essere condannato all’ergastolo. Una donna tenuta in isolamento è costretta ad osservare un gatto con cui ha stretto amicizia mentre muore insieme ai suoi cuccioli dopo che sono stati avvelenati dalle guardie.

Per di più, i racconti dei prigionieri confermano che queste non sono azioni isolate; nascono dalla logica di un sistema progettato per disumanizzare le sue vittime e anche per intimidirle. Prigioniero dopo prigioniero, per esempio, offrono una descrizione orribile della “bosta” – il veicolo speciale usato per trasportare i palestinesi dalla prigione al tribunale militare e viceversa. La stravagante crudeltà di questa prigione su ruote non ha uno scopo dal punto di vista giudiziario; evidentemente per i loro carcerieri tenere i palestinesi rinchiusi in posizioni anguste, ammanettati e incatenati, dentro minuscole gabbie di metallo surriscaldate per 8-12 ore ogni volta, è fine a se stesso.

Ma tutto questo è solo una parte della storia raccontata nella raccolta di Baroud. Ci sono momenti notevoli di bellezza e coraggio. Un prigioniero separato dalla sua giovane figlia per decenni descrive la felicità provata nel sentire che sua figlia, frequentando la prima elementare, ha appreso la vera ragione della sua prigionia. Sottoposti a continui tormenti, alcuni prigionieri riescono a conseguire il diploma di scuola superiore. Una donna detenuta insulta “un omone” che le guardie hanno fatto entrare nella sua cella: “Se vuoi violentarmi, vai avanti; hai violentato la mia terra e la mia gente, quindi vai avanti e violentami.” La sua sfida mette fine alle minacce sessuali anche se le guardie hanno continuato a torturarla, dice, con sigarette e scosse elettriche sul seno.

Un altro prigioniero dedica quasi tutto il suo tempo allo studio delle lingue, traducendo libri e articoli su una vasta gamma di argomenti politici – un compito che persegue con immutato zelo anche dopo che il suo intero negozio di 4.000 articoli è stato confiscato (senza spiegazione) dalle guardie israeliane con un’incursione. Ancora, un altro prigioniero descrive come lui e i suoi compagni hanno perseverato nello sciopero della fame, nonostante le aggressioni e l’alimentazione forzata, fino a quando le loro richieste sono state finalmente soddisfatte.

La decisione di Baroud di non suddividere i suoi protagonisti in base alla natura dell’azione di resistenza per la quale sono stati imprigionati, violenta o non violenta, messa in atto all’interno di Israele o nei Territori Palestinesi Occupati, metterà a disagio alcuni lettori. Ciò è chiaramente intenzionale. Nella sua introduzione, Baroud insiste sul fatto che “sarebbe assolutamente ingiusto ingabbiare i prigionieri palestinesi in comode categorie di vittime o terroristi, in quanto le classificazioni rendono un’intera Nazione sia vittima che terrorista, un concetto che non riflette la vera natura della pluridecennale lotta palestinese contro il colonialismo, l’occupazione militare e il radicato apartheid israeliano”.

La spietata forma in prima persona di queste narrazioni conferma l’intuizione di Baroud. In mezzo alle ineludibili abiezioni e ai diritti violati della reclusione prolungata, le convinzioni politiche sono destinate a essere vissute in termini di passione condivisa, non di dettagli. Questo libro sostiene che chiunque ricerchi dei parametri diversi per comprendere la Palestina e le prassi dei suoi difensori deve prima distruggere le gabbie che pongono dei confini all’agire dei palestinesi. Fintanto che l’occupazione israeliana renderà la Palestina una vasta prigione, la resistenza sarà in ogni caso l’unico criterio in base al quale una vita palestinese possa essere valutata.

E i prigionieri qui rappresentati ne sono ben consapevoli. Come la poetessa (ed ex prigioniera) Dareen Tatour esclama alla fine del suo capitolo in “These Chains Will Be Broken”:

Lo spirito non si inchinerà,

la sua tenacia non morirà…

Per lune che sorgeranno nei nostri cieli

Dobbiamo vivere in questa oscurità.

Michael Lesher, scrittore e avvocato, ha pubblicato numerosi articoli che trattano di abusi sessuali su minori e altri argomenti, incluso il conflitto Israele-Palestina. È autore del recente libro Sexual Abuse, Shonda and Concealment in Orthodox Jewish Communities (McFarland & Co., Inc.) [Abuso sessuale, vergogna e copertura nelle comunità ebree ortodosse, ndtr.], incentrato sulla copertura di casi di abuso tra ebrei ortodossi. Vive a Passaic, nel New Jersey.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Come Israele è stato assolto per le violazioni dei diritti delle donne palestinesi

Yara Hawari

8 marzo 2019, Al Jazeera

Dagli accordi di Oslo sono stati fatti sistematici tentativi di de-politicizzare l’attivismo per i diritti delle donne in Palestina

Benché la Giornata Internazionale della Donna abbia le proprie radici nei movimenti di base rivoluzionari e anti-capitalisti delle donne, nel Sud del mondo la sua celebrazione è appannaggio di settori dell’ONU e delle Ong. L’occasione è spesso sfruttata per rafforzare certe narrazioni di sviluppo dei diritti delle donne e per raccogliere fondi per i progetti.

In Palestina quest’anno le agenzie ONU, varie organizzazioni internazionali e Ong locali hanno lanciato una campagna durata una settimana chiamata “I miei diritti, il nostro potere”, intesa a “sensibilizzare sui diritti umani fondamentali delle donne” e in particolare sulla violenza domestica. Si è concentrata su cinque aree di interesse: il diritto ad una vita senza violenza, il diritto ad avere giustizia, il diritto a chiedere aiuto, il diritto a pari opportunità e il diritto alla libertà di scelta.

Tuttavia nel messaggio della campagna gli organizzatori hanno fatto una palese omissione: non hanno menzionato l’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza come il principale fattore che contribuisce alle violazioni dei diritti commesse contro le donne palestinesi. Le parole “occupazione” o “Israele” non si trovano da nessuna parte nel comunicato stampa e nei materiali della campagna.

Quindi, dovremmo credere che le donne palestinesi siano in grado di ottenere giustizia e una vita libera dalla violenza nel contesto di un continuo progetto israeliano di pulizia etnica e di cancellazione di una cultura?

Chiaramente questa omissione non è un errore o una svista, ma riflette piuttosto una tendenza evidente nel discorso della comunità internazionale di aiuti e donatori che parla di “problemi” e “barriere” nel campo dei diritti delle donne come se tutto ciò avvenisse in un vuoto politico.

In Palestina questa tendenza si è acuita dopo gli accordi di pace di Oslo, che sono serviti da catalizzatore della de-politicizzazione della Palestina. Venticinque anni fa Oslo introdusse una nuova cornice per la “pace” e la “costruzione dello Stato”, che non solo ha danneggiato il progetto di liberazione dei palestinesi, ma ha anche innescato una fondamentale trasformazione della società civile palestinese.

In base a questa nuova cornice, l’aiuto internazionale è stato convogliato in Palestina e utilizzato per de-politicizzare sistematicamente la società civile, rendendola dipendente da finanziamenti esterni e obbligandola a seguire l’agenda dei donatori stranieri.

Mentre questo processo di “ong-izzazione” ha smobilitato molti gruppi all’interno della società palestinese, le donne sono risultate particolarmente colpite. Anche le tendenze patriarcali all’interno delle istituzioni palestinesi hanno contribuito al processo di esclusione delle donne dalla sfera pubblica, compresa quella politica.

La de-politicizzazione delle donne è particolarmente evidente nell’uso del lessico successivo a Oslo sui diritti delle donne in Palestina. Le agenzie ONU e altre organizzazioni internazionali hanno intenzionalmente attribuito una definizione limitata a molti dei concetti riguardanti i diritti umani e l’attivismo. Un esempio è il termine “empowerment” [emancipazione, autoaffermazione, ndt.], che in apparenza sembra rivoluzionario, ma nel contesto dei progetti guidati dalle Ong e nel dibattito pubblico è quasi sempre limitato alla sfera socio-economica.

In pratica, il settore delle Ong non parla mai di emancipazione politica delle donne palestinesi, che potrebbe rafforzare la loro capacità di resistere alla violenza di genere e colonialista israeliana.

Dalla sua fondazione nel 1948 il regime israeliano ha costantemente e sistematicamente utilizzato l’oppressione di genere contro le donne palestinesi, in particolare contro quelle attive in politica.

La sua strategia include maltrattamenti, minacce di violenza e incarcerazione – quest’ultima è il modo più efficace di punire la politicizzazione.

Le donne palestinesi che sfidano attivamente l’occupazione israeliana e rifiutano di essere cooptate dal sistema politico ufficiale palestinese creato agli accordi di Oslo, come la deputata Khalida Jarrar [membro del parlamento dell’ANP e del gruppo della resistenza marxista FPLP, ndt.], che è stata in carcere per 20 mesi senza processo, e la poetessa Dareen Tartour, condannata a cinque mesi di prigione per aver scritto una poesia, sono presto diventate bersagli delle forze di sicurezza israeliane.

Gli interrogatori da parte di soldati o forze di sicurezza israeliani spesso includono molestie sessuali o minacce di violenza sessuale per fare pressione sulle donne e ragazze affinché firmino confessioni o diano informazioni.

Lo scorso anno un video filtrato clandestinamente ha mostrato l’adolescente palestinese Ahed Tamimi, arrestata per aver preso a schiaffi un soldato israeliano, sottoposta a maltrattamenti durante un interrogatorio.

Sfortunatamente le violazioni dei diritti delle donne palestinesi sono state accettate come una cosa della vita e quelli che dovrebbero garantire che questi diritti vengano rispettati sono diventati complici proprio delle loro violazioni.

Mentre le donne palestinesi dovrebbero essere messe nelle condizioni di combattere il patriarcato interno, soprattutto nella sfera privata, è indubitabile che la violenza di genere è intrinsecamente legata al regime israeliano che controlla la maggior parte degli aspetti della vita palestinese.

La comprensione del ruolo distruttivo che il colonialismo di insediamento israeliano gioca nelle vite delle donne palestinesi non assolve comunque la società palestinese nel suo complesso per il suo ruolo nell’oppressione delle donne.

L’incapacità a riconoscere come le strutture del potere colonialista e patriarcale si sovrappongano e siano al contempo complici nella persecuzione di donne e uomini palestinesi ha notevolmente limitato il progresso dei diritti delle donne in Palestina. In questo contesto faremmo bene a ricordarci che il femminismo radicale è stato fondato da donne di colore che hanno imposto una comprensione articolata e ricca di sfumature dell’oppressione femminile che è insita nel colonialismo, nelle strutture della gerarchia razziale, nella classe e nel capitalismo. È solo con questa consapevolezza in mente che possiamo sperare di smantellare l’oppressione delle donne in Palestina e nel resto del mondo.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Yara Hawari è l’esperta di politica palestinese di Al-Shabaka, la rete politica palestinese.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La strategia anti-BDS di Israele alimenta miti e falsità

Mohammad Makram Balawi

Middle East Monitor15 Febbraio, 2019

Il ministero degli Affari Strategici israeliano ha pubblicato un rapporto dal titolo Terrorists in Suits: The Ties Between NGOs promoting BDS and Terrorist Organizations [Terroristi in cravatta: i legami tra ONG pro-BDS e organizzazioni terroristiche]. L’inchiesta ha i toni del melodramma, specialmente quando raffigura immagini di attivisti pro-BDS affisse su una bacheca in sughero e collegate le une alle altre da tratti rossi, come in una scena di un film giallo.

L’uomo dietro l’inchiesta è il ministro per la Pubblica Sicurezza e degli Affari Strategici Gilad Erdan; senza dubbio ha una fervida immaginazione. Un guazzabuglio di nomi, luoghi, date, eventi, assemblee e immagini mischiati insieme per presentare uno scenario che si presume dissuada la gente dall’appoggiare il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni e spazzi via tutti i crimini di Israele nei confronti del popolo palestinese. Così facendo, non fa che spacciare miti e falsità.

Nel rapporto si asserisce che tutti gli attivisti pro-Palestina e a favore della giustizia che vi sono menzionati non siano in realtà ciò che sembrano. Viene ad esempio citata una descrizione fatta dalla Corte Suprema di Israele nel 2007 a proposito di Shawan Jabarin, direttore generale della Al-Haq Foundation, una delle più antiche organizzazioni per i diritti umani della Cisgiordania, come di una personalità alla “Dr. Jekyll e Mr. Hyde”. Per “rilevanti questioni di sicurezza”, il tribunale ha appoggiato la decisione dell’esercito di vietargli di lasciare il Paese. Anche la vicedirettrice dell’organizzazione per i diritti Addameer, Khalida Jarrar, è stata descritta in modo analogo; dal 2017 si trova in stato di detenzione amministrativa per il suo ruolo come importante membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP) e per le sue presunte attività terroristiche. La detenzione amministrativa consente a Israele di mantenere persone – guarda caso sempre palestinesi – dietro le sbarre senza alcuna accusa né processo, per periodi di sei mesi rinnovabili.

Una sezione del rapporto punta a presentare un atto di pirateria in mare aperto come una sorta di gesto eroico contro il terrorismo, ovvero quando nel 2010 le truppe israeliane attaccarono la Mavi Marmara, un’imbarcazione battente bandiera turca che faceva parte di un convoglio di navi che portava aiuti umanitari nella Striscia di Gaza assediata. In acque internazionali e nell’assoluto disprezzo del diritto internazionale e della vita umana, gli israeliani sequestrarono il convoglio e uccisero nove attivisti turchi: İbrahim Bilgen, Çetin Topçuoğlu, Furkan Doğan, Cengiz Akyüz, Ali Heyder Bengi, Cevdet Kılıçlar, Cengiz Songür, Fahri Yaldız, Necdet Yıldırım. Un decimo, Ugur Suleyman Soylemez, fu così gravemente ferito da morire dopo un coma di quattro anni. Israele alla fine ha accettato di pagare un risarcimento di più di 20 milioni di dollari alle famiglie delle vittime. I propagandisti israeliani al servizio del ministro Erdan sono ancora oggi impegnati a infangare l’immagine dei martiri e distorcere la realtà riguardo l’accaduto. Difatti, chiunque abbia mai avuto un qualsiasi legame con la Mavi Marmara e il suo convoglio viene ancora accusato di “terrorismo”, compreso l’allora capo della Campagna Britannica di Solidarietà per la Palestina Sarah Colborne, Ismail Patel dell’associazione Amici di Al-Aqsa e i leader palestinesi esiliati Muhammad Sawalha e Zaher Birawi.

Le accuse contro tali attivisti includono: apparire su canali televisivi di Al-Aqsa, di proprietà di Hamas; incoraggiare le flottiglie di liberazione a rompere l’assedio di Gaza; chiedere la fine della vendita di armi ad Israele e organizzare manifestazioni in favore del legittimo diritto al ritorno dei palestinesi e le proteste nell’ambito della Grande Marcia del Ritorno. Secondo il rapporto di Erdan, sarebbe già sufficiente andare a Gaza per offrire supporto umanitario e morale ai palestinesi, o descrivere Israele come uno Stato di apartheid, per essere additati come terroristi, nonostante Israele rientri perfettamente nei criteri per essere definita tale.

In tutto il testo di Terroristi in cravatta… c’è uno sfrontato disprezzo per il diritto internazionale, per le risoluzioni dell’ONU e anche per il puro e semplice buonsenso, e rispecchia lo spregio che Israele mostra nei confronti di quelle leggi e convenzioni mirate a proteggere chi è più vulnerabile e a offrire loro giustizia. In nessun punto del testo pare che i suoi autori siano anche solo lontanamente consapevoli della brutale occupazione militare di Israele, a cui sono asserviti i tribunali del Paese e le sue agenzie di sicurezza. Il rapporto cita infatti sentenze e inchieste di Shin Bet, l’agenzia per la sicurezza interna, come se fossero documenti indipendenti e completamente imparziali, cosa del tutto irragionevole. Qualsiasi opposizione o resistenza all’occupazione illegale e belligerante viene classificata come terrorismo, e guai a chi la pensi diversamente.

Secondo Erdan e il suo staff, nessuno è immune a tali gravi accuse, siano essi organizzazioni di società civile, fazioni di palestinesi, intellettuali o attivisti. L’inchiesta sostiene che 42 fra le principali ONG su quasi 300 organizzazioni internazionali promuovano la “delegittimazione di Israele” e la campagna BDS contro lo Stato sionista. Anche solo questo, insiste il reportage, è ragione sufficiente per classificarli come “terroristi” e per screditarli, insieme al loro considerevole lavoro. Tale attivismo, agli occhi del ministero degli Affari Strategici, sarebbe accettabile solo quando ciò avvantaggia Israele, altrimenti è bollato come “terrorismo”.

Esattamente come quando il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, in seguito agli eventi dell’11 settembre, affermò che “chiunque non è con noi è con i terroristi”, non viene lasciato alcuno spazio alla via di mezzo, nonostante sia perfettamente ragionevole essere sia contro gli Stati Uniti che anche contro il terrorismo. Israele ha adottato la stessa filosofia, per cui o sei pro-Israele o sei un terrorista, non si può essere a favore della giustizia se quella giustizia va a vantaggio delle popolazioni della Palestina occupata.

Quando, mi chiedo, Israele e i suoi sostenitori si accorgeranno che l’attivismo a favore della giustizia e pro-Palestina non sono un problema, bensì che è l’occupazione israeliana a costituire il nocciolo della questione?

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione di Maria Monno)