“Troppo affamato per pensare, troppo debole per stare seduto dritto. La concentrazione scivola via”: la vita di un docente universitario a Gaza
Ahmed Kamal Junina,
19 agosto 2025, The Guardian
È difficile tenere la mente lucida quando il corpo è gracile e disidratato, ma la solidarietà è insegnare agli studenti affamati che i loro pensieri continuano a essere importanti.
Devo ammetterlo: scrivo questo testo mentre sto morendo di fame, troppo affamato per pensare con lucidità, troppo debole per stare seduto a lungo senza afflosciarmi. Non me ne vergogno perché l’inedia mi è inflitta deliberatamente. Rifiuto la fame che provo anche mentre mi sta consumando. Non posso sopravvivere in altro modo.
Dal 2 marzo 2025 Israele ha imposto il blocco totale a Gaza. Gli aiuti che riescono a entrare o a essere distribuiti, cibo, medicine, carburante, sono pochissimi. I mercati sono vuoti e i panifici, le mense comunitarie e le stazioni di rifornimento sono chiuse.
Il 27 luglio l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato 74 decessi per “malnutrizione” a Gaza quest’anno, 63 dei quali a luglio. Tra i morti ci sono 25 bambini, di cui 24 sotto i cinque anni. La fame sta dilagando in modo incontrollabile, quasi impossibile da fermare.
Un rigagnolo di aiuti è stato lanciato dal cielo. L’organizzazione umanitaria Medici senza frontiere ha chiamato questi lanci “notoriamente inefficaci e pericolosi”. I punti di distribuzione della Gaza Humanitarian Foundation, sostenuta dagli Stati Uniti e da Israele, sono stati denunciati come “trappole mortali”, e l’ONU ha avvertito che si tratta di un sistema che viola i principi umanitari ed è costato più vite di quante ne abbia salvato.
La carestia non è più una minaccia, è già qui. Alcuni giorni ho i crampi per la fame mentre provo a rivedere anche un solo paragrafo. Le mie dita sono secche e doloranti, inaridite dalla mancanza di liquidi. La fame è assordante. Leggo, ma la fame mi urla nelle orecchie. Scrivo, ma la fame mi azzanna lo stomaco ad ogni tasto che batto.
E quando cerco di calmarmi, di pensare ai modesti piaceri della quiete ronzante dei droni, la mia mente vaga: in quale tana di coniglio sarei precipitato se fossi in una biblioteca? Cosa non farei per un caffè tra un articolo e l’altro. Per un panino tra una frase e l’altra. Per uno spuntino mentre sfoglio pigramente l’ultimo numero di TESOL Quarterly [rivista di didattica della lingua inglese, N.d.T.].
Mi chiedo: come posso tenere la mente lucida quando il mio corpo è diventato così magro e disidratato?
La fame inizia con un brontolio e si diffonde rapidamente. Le gambe mi sorreggono a malapena mentre cerco di raggiungere l’Internet cafè più vicino. Una volta lì, cerco di stare al passo con il lavoro e gli impegni, ricaricare i miei dispositivi elettronici e collegarmi brevemente con il mondo esterno. Ma con una pesante borsa per il computer in spalla non mi sembra di fare una breve camminata ma un viaggio attraverso il deserto.
Alcuni giorni la sopravvivenza dipende da una singola bustina di Plumpy’Nut, una pasta nutritiva a base di arachidi che di solito viene distribuita gratuitamente nelle zone colpite dalla carestia, ma che qui è venduto a circa 3 dollari e mezzo, un prezzo che molti non possono più permettersi. Chi è più fortunato può riuscire a comprare alcuni biscotti arricchiti di vitamine a prezzi esorbitanti.
Ma il problema non è solo pagare per mangiare. È prima di tutto avere accesso ai soldi. Dato che tutte le banche di Gaza sono danneggiate e non esiste più nessun bancomat funzionante, i contanti sono diventati sia scarsi che necessari. I pagamenti elettronici non sono comuni qui, tutti gli acquisti si fanno in contanti.
Dopo quasi due anni di guerra le banconote sono strappate e logore, e spesso i negozi non le accettano. Prelevare denaro dal proprio conto può significare essere taglieggiati, perché il cambio di valuta informale al di fuori dei consueti canali bancari può costare fino al 50% di commissioni.
Tutto ciò è in netto contrasto con lo spirito di Gaza, nota per la sua generosità, in cui i vicini si si sono sempre presi cura l’uno dell’altro e dove, come molti di noi ricordano, non è mai successo che qualcuno andasse a letto affamato se qualcun altro aveva cibo da condividere.
Questo spirito non è scomparso. Le persone condividono ancora qual poco che hanno. Ma la carenza di mezzi di sostentamento ha raggiunto livelli così elevati che anche le mani più generose sono spesso vuote. Le famiglie vanno a letto affamate e si svegliano affamate.
Un giorno in particolare avevo lavorato senza fermarmi, resistendo all’annebbiamento mentale e alla spossatezza. Quando sono riuscito a raggiungere le scale del mio appartamento mi reggevo a malapena in piedi. Il livello di zuccheri nel sangue era precipitato. Sono crollato nel momento in cui sono arrivato in camera da letto. Mi hanno portato d’urgenza dal medico più vicino che mi ha somministrato una flebo per stabilizzarmi.
La mattina seguente ero di nuovo al lavoro. Non perché stessi meglio, ma perché sentivo che non potevo permettermi di fermarmi. Dovevo condurre e trascrivere delle interviste, assistere degli studenti, inviare dei messaggi. La necessità di portare testimonianza era più forte del bisogno di riposarmi.
Non è questione di ego, ma di rifiutarsi di scomparire. Di resistere alla lenta cancellazione portata dalla guerra e dalla carestia. Di continuare a credere che i nostri pensieri e il nostro lavoro continuano, anche quando devono avvenire tra le macerie. A Gaza, essere un accademico oggi significa rifiutare di essere ridotto a una statistica.
Ci sono giorni in cui andare avanti sembra impossibile. Il corpo semplicemente si rifiuta. Leggere mi dà le vertigini. La concentrazione scivola via. Insegnare diventa una battaglia per dire cose che abbiano un qualche senso.
E oltre al logorio fisico c’è un’altra erosione: quella dell’identità. Come studiosi e persone di cultura ci è richiesto di stimolare il pensiero libero e non dogmatico nei nostri studenti, ma quando la realtà di tutti i giorni è la fame, il dolore e il trasferimento forzato, iniziamo a chiederci se ancora siamo in grado di adempiere a questo compito.
Cosa significa essere uno studioso quando vengono meno le condizioni richieste per pensare, insegnare e creare? Cosa significa libertà accademica quando la libertà intellettuale, politica e pedagogica è limitata dall’assedio? Cosa significa aiutare i giovani a sviluppare il pensiero critico quando noi stessi dobbiamo lottare per reggerci in piedi? Sono questioni che si pongono non come preoccupazioni astratte ma come tensioni vissute. Ma dobbiamo andare avanti, perché fermarci vorrebbe dire rinunciare al poco che ancora siamo in grado di fare.
Mi trovo spesso a dover fare una scelta difficile in classe: evitare di discutere della crisi, per timore di traumatizzare nuovamente i miei studenti, o prenderla di petto, per aprire uno spazio di riflessione collettiva. Sono entrambi percorsi erti di insidie, ma animati dalla stessa speranza: che l’istruzione serva non solo a informare ma anche a liberare, aiutando gli studenti a credere che le loro voci hanno ancora valore.
Il lavoro continua. Progetti di ricerca, verifiche dello stato di avanzamento, seminari online, lezioni registrate, corsi di aggiornamento, anche se spesso si devono sospendere. Questa è la nostra realtà. Eppure, continuiamo a esserci, ad andare a lezione, a scrivere progetti, a fare conferenze, a partecipare a convegni, a pubblicare. Non perché siamo forti o coraggiosi, ma perché crediamo al potere trasformativo dell’istruzione. E perché fermarsi vorrebbe dire arrendersi al silenzio.
Tuttavia, la verità più elementare rimane difficile da dire a voce alta: abbiamo fame. Non per un caso fortuito, ma premeditatamente. Da quand’è che non si può più chiamare una cosa con il proprio nome? Da giorni le lenticchie spezzate sono il mio unico pasto. Trovare farina è una caccia al tesoro.
E se riusciamo a trovare gli ingredienti, cuocere il pane in un forno all’aperto è estenuante, sia fisicamente che emotivamente. Bruciamo il legno dei mobili rotti per fare il pane. Usiamo i quaderni degli appunti e la carta da riciclo come combustibile, oppure dobbiamo comprare la legna solo per terminare la cottura. Non si tratta solo di fame, ma di essere costretti a lottare per sopravvivere in silenzio.
Accendere un fuoco è una sfida formidabile. Non ci sono più fiammiferi. È quasi impossibile sostituire gli accendini, e quando se ne trova uno può avere un prezzo proibitivo.
Chi ancora ha un accendino funzionante lo ricarica con cura con piccoli quantitativi di gas. In molti casi i vicini condividono un’unica fiamma, che passa di famiglia in famiglia, un atto tranquillo di solidarietà e di spirito di resistenza.
E quindi continuiamo a documentare. Non per eroismo, ma per rimanere presenti. Perché dietro ogni relazione, ogni nota a piè di pagina, ogni lezione c’è una verità più profonda: a Gaza si produce ancora conoscenza. Persino ora. Soprattutto ora.
Cosa significa la solidarietà quando alcuni di noi devono pensare, insegnare e lavorare mentre muoiono di fame? Cosa significa inclusione quando l’accesso al cibo, all’acqua e alla sicurezza determina chi può partecipare?
Questo non è un appello alla carità. È un invito di affrontare una verità scomoda: la solidarietà non significa nulla se non nomina e chiama in causa i sistemi che escludono le persone mentre lottano per sopravvivere sotto assedio, occupazione e privazioni intenzionali.
La vera solidarietà significa porre delle domande difficili: chi può parlare? Chi può essere ascoltato? Chi può continuare a imparare e a immaginare un futuro quando cadono le bombe e la fame morde?
La solidarietà significa cambiare il modo in cui il mondo lavora con chi sta affrontando una crisi: adattare le scadenze, esentare dai pagamenti, aprire l’accesso a libri e riviste, e dare spazio alle voci provenienti da Gaza e oltre, non come vittime ma come partner alla pari. Significa comprendere che il dolore, la fame e le infrastrutture distrutte non sono “disagi” sul lavoro, sono le nostre attuali condizioni di vita.
Produrre conoscenza in un contesto di carestia significa riflettere attraverso il dolore. Insegnare a studenti che non hanno mangiato e dire loro che la loro voce conta. Continuare a dire che, contro ogni previsione, Gaza pensa ancora, si interroga ancora, crea ancora.
Questo, di per sé, è un atto di resistenza.
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Ahmed Kamal Junina è professore associato di linguistica applicata e direttore del dipartimento di lingua inglese all’università Al-Aqsa di Gaza, e membro del Centro per la ricerca comparativa e internazionale nell’istruzione dell’Università di Bristol.
[traduzione di Federico Zanettin]