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“Quarantadue ginocchia in un giorno”: cecchini israeliani parlano apertamente del fatto di aver sparato contro i manifestanti a Gaza

Nota della redazione di Chronicle de Palestine

Non è senza esitazione che abbiamo deciso di tradurre e pubblicare questo documento. Per parafrasare Annah Arendt, “la banalità del male” dimostrata da questi racconti è terribilmente scioccante e prova una volta di più a che punto i palestinesi siano disumanizzati dai loro oppressori israeliani. Ma il paradosso è che siano quei “tiratori scelti” israeliani ad essere  quasi sempre privi di sentimenti umani, e la realtà che si impone è che il loro comportamento è apprezzato, è la “norma”, e che non c’è alcun contrappeso da parte della società israeliana, anch’essa profondamente corrotta da un’ideologia colonialista, razzista e segregazionista.

Neppure il lavoro giornalistico realizzato in questo documento va al fondo delle cose ed evita allo stesso modo di fare il possibile per evocare la moltitudine di uccisioni deliberate tra i manifestanti di Gaza. È la ragione per la quale abbiamo inserito una serie di foto [ nella traduzione ne abbiamo inserite solo alcune, ndtr.] che ricordano in modo molto diretto che le truppe d’occupazione hanno come missione uccidere, mutilare, terrorizzare, e che qualsiasi compiacimento a questo riguardo equivarrebbe ad esserne complici.

Bisogna tuttavia riconoscere che l’autore mette il dito su un sintomo che illustra la gravità del male: i soldati israeliani di una volta potevano ogni tanto avere ed esprimere delle remore di fronte al lavoro sporco che gli veniva richiesto, mentre oggi si lamentano di non aver potuto uccidere o mutilare quanto avrebbero voluto…Un segno dei tempi.

Hilo Glazer

6 marzo 2020 – Chronique de Palestine [traduzione di un articolo di Haaretz Magazine]

Oltre 200 palestinesi sono stati uccisi e circa 8.000 sono rimasti feriti durante quasi due anni di proteste settimanali sul confine tra Gaza e Israele. I cecchini dell’esercito israeliano raccontano le loro storie

So esattamente quante ginocchia ho colpito, dice Eden, che ha finito sei mesi fa il servizio militare nelle Forze di Difesa israeliane [l’esercito israeliano, ndtr.] come cecchino nella brigata di fanteria “Golani”. Per la maggior parte del tempo è stato schierato lungo il confine della Striscia di Gaza. Il suo compito: respingere manifestanti palestinesi che si avvicinavano alla barriera [tra Gaza e Israele, ndtr.].

Ho tenuto i bossoli di tutti i colpi che ho sparato,” dice. “Ce li ho nella mia stanza. Così non devo fare un calcolo approssimativo, lo so: 52 colpi precisi.”

Ma ci sono anche colpi “non precisi”, vero?

Ci sono stati episodi in cui il proiettile non si è fermato ed ha colpito anche il ginocchio di qualcuno che stava dietro (quello a cui ho mirato). Sono errori che capitano.”

Cinquantadue sono molti?

Non ci ho per niente pensato. Non sono centinaia di eliminazioni come nel film “American Sniper” [“Cecchino americano”, film USA di Clint Eastwood ambientato in Iraq, ndtr.]: stiamo parlando di ginocchia. Non la prendo alla leggera, ho sparato ad esseri umani, eppure…”

Come sei messo in graduatoria rispetto ad altri che hanno fatto il servizio militare nel tuo battaglione?

Dal punto di vista dei tiri, sono quello che ne ha di più. Nel mio battaglione direbbero: ‘Guarda, arriva il killer.’ Quando tornavo dal campo mi chiedevano: ‘Beh, quanti oggi?’ Devi capire che prima che arrivassimo noi le ginocchia erano la cosa più difficile da accumulare. C’è una storiella su un cecchino che in totale aveva [sparato a] 11 ginocchia, e la gente pensava che nessuno potesse superarlo. E allora io sono arrivato a sette-otto ginocchia in un giorno. In poche ore ho quasi demolito il suo record.”

Vedere per credere

Le dimostrazioni di massa sul confine tra Israele e la Striscia sono iniziate nel marzo del 2018 in occasione del Giorno della Terra [in cui i palestinesi ricordano una manifestazione di palestinesi cittadini israeliani contro l’esproprio delle loro terre nel 1976 che venne repressa nel sangue dalle forze israeliane, ndtr.], e sono continuate ogni settimana fino allo scorso gennaio. Secondo l’ufficio dell’ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari questi continui scontri per protestare contro l’assedio israeliano a Gaza sono costati la vita a 215 dimostranti, mentre 7.996 sono stati feriti da proiettili veri. Nonostante il grande numero di vittime, le tristi manifestazioni e la repressione lungo il confine sono continuate senza sosta per circa due anni, finché si è deciso di ridurne la frequenza a una volta al mese. Eppure anche nell’immediato il violento rituale del venerdì pomeriggio ha provocato scarso interesse nell’opinione pubblica israeliana. Allo stesso modo le condanne internazionali – dalle denunce per l’uso di una forza sproporzionata alle accuse che Israele stava perpetrando un massacro – sono svanite come neve al sole.

Fare luce su questo recentissimo pezzo di storia implica parlare con i cecchini. Dopo tutto sono stati la forza prevalente e più significativa nella repressione delle manifestazioni nei pressi della barriera. I loro obiettivi sono andati dai giovani palestinesi che cercavano di infiltrarsi in Israele o che lanciavano bottiglie molotov contro i soldati a manifestanti disarmati considerati i principali istigatori [delle proteste]. Ad entrambe le categorie si è risposto allo stesso modo: proiettili veri sparati alle gambe.

Delle decine di cecchini che abbiamo avvicinato, sei (tutti congedati dalle IDF) hanno accettato di essere intervistati e di descrivere quale sembrasse loro la situazione attraverso il mirino dei fucili.

Cinque sono di due brigate di fanteria – due a testa della Golani e della Givati, uno della Kfir – più uno dell’unità antiterrorismo Duvdevan. I loro nomi sono stati modificati. Non parlano per “rompere il silenzio” [riferimento al gruppo di militari ed ex-militari israeliani “Breaking the silence” che denuncia i crimini dell’esercito nei territori palestinesi occupati, ndtr.] o per fare ammenda delle proprie azioni, ma solo per raccontare quello che è successo dal loro punto di vista. Nel caso di Eden, persino il fatto che abbia anche ucciso un manifestante per errore non lo sconvolge: “Penso che ero dalla parte giusta e che ho fatto la cosa giusta,” insiste, “perché se non fosse stato per noi i terroristi avrebbero cercato di attraversare la barriera. Per te è ovvio che sei là per un motivo.”

Eden afferma di aver battuto il “record di ginocchia” nella manifestazione avvenuta il giorno in cui è stata inaugurata la nuova ambasciata USA a Gerusalemme, il 14 maggio 2018. Lo ha fatto in compagnia: in genere i cecchini lavorano in coppia, insieme a un localizzatore, che è anch’egli per formazione un cecchino, il cui compito è di fornire ai suoi colleghi dati precisi (distanza dal bersaglio, direzione del vento, etc.).

Eden: “Quel giorno il nostro collega ha raggiunto il maggior numero di colpi, 42 in totale. Il mio localizzatore non avrebbe dovuto sparare, ma gli ho concesso una pausa, perché stavamo arrivando alla fine del nostro turno e non aveva ancora colpito neanche un ginocchio. Alla fine te ne vuoi andare con la sensazione che hai fatto qualcosa, che non sei un cecchino solo durante l’addestramento. Così, dopo che ho sparato qualche colpo, gli ho suggerito di darci il cambio. Direi che ha colpito circa 28 ginocchia.”

Eden ricorda chiaramente il suo primo ginocchio. Il suo bersaglio era un manifestante sulle spire di filo spinato a circa 20 metri di distanza. “In quel periodo (all’inizio delle proteste) eri autorizzato a sparare a uno dei principali incitatori delle proteste solo se stava in piedi immobile, “afferma. “Ciò significa che, anche se stava andando in giro tranquillamente, era proibito sparargli, quindi non avremmo mancato il bersaglio e sprecato munizioni. Comunque, questo incitatore è sul filo spinato, io ho l’arma rivolta verso la barriera e non c’è ancora l’autorizzazione ad aprire il fuoco. Ad un certo momento lui sta di fronte a me, mi guarda, mi provoca, mi dà un’occhiata come dire ‘vediamo se ci provi’. Allora arriva l’autorizzazione. In piedi sopra di me c’è il comandante del battaglione, alla mia sinistra c’è il suo vice, a destra il comandante della compagnia – dei soldati tutti attorno a me, insieme alle loro mogli il mondo intero sta osservando il mio primo tiro. Molto stressante. Ricordo la vista del ginocchio nel mirino, scoppiato.

Razan Al-Najjar di 21 anni uccisa il 1 giugno 2018 da un cecchino mentre prestava soccorso ad un ferito
(Oumma)

Roy”, che ha fatto il servizio militare come cecchino nella brigata Givati fino al suo congedo un anno e mezzo fa, dice che il colpo che ricorda più vividamente è quello che ha attirato la maggior attenzione degli spettatori. “C’era pressione perché il comandante di battaglione era sul posto e tutti si occupavano di noi. C’era un palestinese che sembrava avere circa 20 anni, che non smetteva di andare in giro. Maglietta rosa, pantaloni grigi. Quello che fanno è correre continuamente e poi arrivare sul filo spinato. Era veramente bravo a farlo. In quella situazione puoi ucciderlo o colpire qualcuno dietro di lui. Ricordo chiaramente di aver temuto di mancare la sua gamba e poi di essermi sentito sollevato per aver centrato il bersaglio.”

Sollievo è anche quello che [ha provato] Itay, un ex-haredi [ebreo ultraortodosso, ndtr.] che era un cecchino del battaglione Netzah Yehuda (composto da ultraortodossi, l’equivalente della brigata Nahal): “Ho visto un giovane che stava per dar fuoco a una bottiglia molotov. In un caso simile non fai calcoli. Ho parlato alla radio, ho descritto il bersaglio e ho avuto l’autorizzazione. La pressione è assurda. Tutto quello che hai imparato e per cui sei stato addestrato è riassunto in un momento. Ti concentri, ti ricordi di prendere il respiro e poi, boom. Ho sparato al ginocchio ed è caduto. Mi sono accertato che tutto fosse a posto, di aver sparato nel posto giusto.”

Questa specie di verifica è parte delle regole d’ingaggio?

Itay: “L’ordine è di continuare a guardare dopo lo sparo per vedere se l’obiettivo è stato raggiunto. Fai rapporto su un colpo dopo un ulteriore controllo. Guardare dopo è la parte più facile, o, più correttamente, è la parte che ti dà sollievo. Perché in questo caso specifico il terrorista era a meno di 100 metri dai miei compagni e avrebbe potuto finire male.”

E dopo che hai guardato una seconda volta e vedi la ferita, anche quello è facile?

Non devi vedere una grande perdita di sangue, perché nella zona del ginocchio e delle ossa non ci sono molti capillari. Se vedi sangue non è un buon segno, perché probabilmente hai sparato troppo in alto. La scena normale dovrebbe essere che tu colpisci, rompi un osso – nel migliore dei casi rompi la rotula –, nel giro di un minuto arriva un’ambulanza per portarlo via e dopo una settimana ha una pensione di invalidità.”

Ma Shlomi, un cecchino della Duvdevan, dice che neppure colpire la rotula è raccomandabile: “L’obiettivo è provocare all’agitatore il minimo danno, in modo che smetta di fare quello che sta facendo. Così, quanto meno io, cerco di colpire in un punto più grasso, nella regione muscolare.

Puoi essere più preciso?

Shomi: “Sì, perché il Ruger (un tipo di fucile utilizzato per lo più durante le manifestazioni) è pensato per un uso a 100, 150 metri. Da quella distanza vedi la gamba persino a occhio nudo e con il mirino che aumenta la visuale di 10 volte puoi davvero vedere i tendini.”

Giovani con i megafoni

Chi viene considerato come un principale istigatore durante queste manifestazioni? I criteri sono piuttosto vaghi.

Un principale agitatore è un principale agitatore,” taglia corto Amir. Comandante di una squadra di cecchini della Golani che è entrato in azione durante la prima ondata di disordini lungo la barriera, spiega che “non è così complicato capire chi stia organizzando e incitando (gli altri manifestanti). Lo identifichi per esempio dal fatto che sta di schiena rispetto a te e guarda verso la folla. In molti casi ha anche un megafono.”

L’impressione di Itay è che “i principali agitatori siano per esempio persone che vanno in giro nelle retrovie, organizzando le cose. Non sono necessariamente un bersaglio, ma, per far loro sapere che vediamo quello che stanno facendo, potrei sparare in aria attorno a loro. Sai, quello che incita gli altri non rappresenta un pericolo immediato per me, almeno non direttamente, ma fa in modo che le cose accadano. Per cui colpirlo è un problema, ma lo è anche non colpirlo. Questa è la ragione per cui nel momento in cui si stanca di attivare gli altri e inizia a partecipare al caos è il primo che colpiamo, perché è il più importante rispetto al gruppo attorno a lui. È fondamentale per bloccare la fase acuta.”

Aggiunge: “Non colpisci quelli che incitano la folla per quello che stanno facendo. Non deriva da uno stato emotivo del tipo ‘È quello che sta provocando la rivolta, quindi abbattiamolo.’ Questa non è una guerra, sono disordini del venerdì pomeriggio. L’obiettivo non è di abbatterne il più possibile, ma di far cessare questa cosa al più presto.”

Secondo le regole d’ingaggio delle IDF un minorenne non è classificato come un agitatore importante. Secondo Eden, “ci sono età limite, e quindi tu non le colpisci.”

È veramente possibile definire la differenza tra un uomo smilzo e un adolescente ben piantato nel bel mezzo di una manifestazione? “Cerchi di capirlo in base al linguaggio del corpo,” afferma Amir. “Il modo in cui tiene una pietra, se sembra che sia stato trascinato nella situazione o che la stia dirigendo. Quelle manifestazioni assomigliano un po’ a un movimento giovanile, dal loro punto di vista. Anche se tu non conosci il loro ‘grado’ preciso, puoi dire in base al carisma chi sia il leader del gruppo.”

Roy sostiene che “nel 99,9% dei casi, l’identificazione è esatta. Ci sono un sacco di immagini del bersaglio e di mirini concentrati su di lui. Un drone sopra, vedette, il cecchino, i suoi comandanti. Non sono solo una, due o tre persone che lo stanno guardando, per cui non ci sono dubbi.”

Shlomi è un po’meno sicuro: “A volte è veramente difficile dire la differenza (tra minori e adulti). Guardi i tratti del volto, il peso, la massa corporea. Anche il vestito è un indicatore certo. I più giovani sono in genere vestiti con una maglietta. Ma senti, anche un sedicenne ti può causare un danno. Se rappresenta una minaccia il parametro dell’età non è necessariamente rilevante.”

Itay è d’accordo: “L’obiettivo è non colpire minorenni, ma una bottiglia molotov è una bottiglia molotov e non sa se la persona che la tiene in mano è un uomo di 20, un adolescente di 14 o un bambino di 8.”

Amir ricorda di aver affrontato un dilemma simile: “Per esempio, c’era un ragazzino il cui comportamento giustificava il fatto di sparargli, ma abbiamo valutato che avesse 12 anni e deliberatamente non lo abbiamo fatto – non solo per come sarebbe apparso sui media, ma per delle nostre considerazioni personali. Abbiamo deciso che lo avremmo veramente spaventato ed abbiamo colpito la persona vicino a lui. Per noi non era una cosa urgente. Sarebbe stato lì anche la settimana successiva.”

Niente “prima sparare e poi piangere”

Sono passati 53 anni dalla pubblicazione di “Il Settimo giorno”, una raccolta di testimonianze di soldati provenienti da kibbutz che esprimevano il proprio disagio emotivo dopo aver assistito ai combattimenti durante la guerra dei Sei Giorni [guerra preventiva di Israele contro i Paesi arabi nel 1967, ndtr.]. È un testo fondamentale per il modo in cui descrive Israele come una società che “prima spara e poi piange”. Più di mezzo secolo dopo il lamento dei soldati tornati dal campo di battaglia si può ancora sentire, ma, almeno secondo le voci qui citate, le loro basi ideologiche ed etiche sono state rovesciate. L’introspezione sul prezzo di sangue è stato sostituito dalle critiche per la debolezza dell’esercito e dalla sensazione che stia legando le mani ai suoi combattenti.

Ho visto sobillatori che attraversavano la barriera e non ho potuto fare niente, “dice Roy. “L’hanno saltata e ci hanno provocati, e poi sono tornati indietro. Ovviamente non hai l’autorizzazione a sparargli. Perché? Perché una volta che sono in territorio israeliano non sono considerati ostili se non hanno con sé un coltello o un fucile. Le limitazioni nei nostri confronti sono vergognose. Devi capire: anche se c’è un ventenne davanti a me che incita altri e dà fuoco a un copertone, prima devo informare il comandante di compagnia, che informa il comandante di battaglione, che parla con il comandante di brigata, che comunica con il comandante di divisione. Ci sono stati alcuni casi ridicoli. Durante quel lasso di tempo il bersaglio si è già spostato o si è nascosto.”

Amir descrive la catena di comando in questo modo: “Per ogni cecchino c’era un comandante a livello inferiore (un sottufficiale) come me, e anche un comandante superiore – un comandante o un vice comandante di compagnia. L’ufficiale superiore chiede l’autorizzazione a sparare al comandante della brigata di settore. Lo chiama alla radio e chiede: ‘Posso aggiungere un altro ginocchio per questo pomeriggio?’”

L’impressione che ne ha ricavato Daniel, un soldato solitario [“lone soldier”, sono ebrei stranieri che vanno in Israele da volontari per fare il servizio militare, ndtr.] immigrato dagli Stati Uniti e arruolato nella brigata Givati, è che le procedure fossero più flessibili di così: “Come ogni cosa nelle IDF, non era del tutto chiaro, almeno non quando ci sono stato io. Ma in generale per sparare devi chiedere l’autorizzazione al tuo ufficiale superiore e lui chiede l’autorizzazione al comandante di compagnia o di battaglione. Se funzionasse come si suppone, ci vorrebbero meno di 10 secondi. I comandanti non erano particolarmente restrittivi nelle autorizzazioni a sparare. Si fidavano di te quando dicevi di aver identificato un obiettivo giustificato.”

Secondo Eden con il passar del tempo il filo della catena di comando si è allentato: “Se tu guardi indietro alle prime manifestazioni, quattro o cinque anni fa, prima dell’ondata degli ultimi due anni, scoprirai che era molto difficile avere un’autorizzazione. Allora dicevano che ogni ginocchio era una questione veramente importante. Nel periodo in cui le proteste si sono fatte molto più accese è diventato più facile avere il permesso. Nel mio periodo veniva dal livello del comandante di battaglione o di compagnia, a seconda della situazione.”

La richiesta di avere l’autorizzazione per ogni sparo di cecchino da parte del comandante di brigata ha avuto un peso sul numero di vittime palestinesi? I dati indicano che il numero degli uccisi è sceso drasticamente solo dopo il passaggio al Ruger, circa un anno dopo che sono scoppiati i disordini settimanali. Il Ruger è considerato meno letale di altri fucili. Eden, un veterano della zona di Gaza, dice di aver usato un fucile M24 e un Barak (HTR-2000): “Con il Barak, se tu spari a qualcuno al ginocchio, non lo rendi disabile, gli stacchi la gamba. Potrebbe morire dissanguato.”

Lo scorso luglio, dopo 16 mesi di scontri presso la barriera con Gaza, le IDF hanno cambiato le regole d’ingaggio per i cecchini nel tentativo di ridurre il numero di vittime. Un importante ufficiale ha spiegato le modifiche in un articolo della corrispondente militare della Kan Broadcasting Corporation [rete informativa pubblica israeliana, ndtr.] Carmela Menashe: “All’inizio abbiamo detto loro di sparare alle gambe. Abbiamo visto che in quel modo puoi rimanere ucciso, per cui abbiamo detto di sparare sotto il ginocchio. In seguito abbiamo diramato un ordine più preciso e abbiamo dato istruzioni di sparare alle caviglie.”

Eden lo conferma: “C’è stata una fase in cui l’ordine è stato proprio di mirare alle caviglie,” nota. “Non mi è piaciuto quel cambiamento. Devi avere fiducia nei tuoi cecchini. Mi è sembrato che stessero cercando di renderci la vita più difficile senza ragione.”

In che senso?

Eden: “Perché è chiaro che la superficie del corpo tra il ginocchio e la pianta del piede è molto più larga che tra la caviglia e il piede. È la differenza tra colpire 40 cm e colpirne 10.”

Roy, che ha finito il servizio militare prima che venissero aggiornate le regole d’ingaggio, afferma che in genere mirava in ogni caso più in basso: “Durante il tempo in cui sono stato in servizio era consentito sparare ovunque dal ginocchio in giù, ma io miravo alle caviglie, per non colpire più in alto, dio non voglia, o si sarebbe scatenato l’inferno. Preferivo così. Non avevo pietà per i sobillatori, ma sapevo che non sarei stato appoggiato dall’esercito. Non voglio essere un secondo Elor Azaria (il cosiddetto sparatore di Hebron, che è stato detenuto dopo essere stato condannato per aver ucciso un aggressore palestinese non più in grado di nuocere). Ho pensato meno al bersaglio e più a me stesso e alla mia famiglia, in modo che non dovesse subire la stessa sorte della famiglia di Elor.”

Saif al-Din Abou Zayd di 15 anni ucciso da una pallottola alla testa
(MaanImages)

Amir aggiunge: “Se tu per sbaglio compisci un’arteria principale della coscia invece della caviglia, allora o avevi intenzione di sbagliare o non avresti dovuto essere un cecchino. Ci sono cecchini, non molti, che ‘scelgono’ di sbagliare (e mirano più in su). Però il numero non è alto. (Per fare un confronto) ci sono giorni in cui conti 40 ginocchia nell’intero settore. Queste sono le proporzioni.”

Secondo Amir, la discussione su dove sparare – coscia, ginocchio o caviglia – è fuori tema: “Fammi raccontare una storia. Un giorno c’era molto lavoro da fare, un vero caos. Uno dei miei soldati voleva abbattere uno dei principali agitatori che rispondeva a tutti i criteri. Ha chiesto l’autorizzazione, ma il comandante di compagnia l’ha rifiutata, perché il tizio era troppo vicino a un’ambulanza.”

Una minima deviazione, anche se avesse solo colpito un fanale, e ci sarebbero stati articoli di giornale secondo cui le IDF avevano sparato a un’ambulanza. Il mio soldato ha sentito il rifiuto dell’autorizzazione, ma ha comunque sparato. Ha colpito la caviglia, come era previsto, un colpo preciso, chirurgico. Per cui da un lato ha disubbidito a un ordine, ma dall’altro ha portato a termine la sua missione.” (In seguito il soldato è stato punito e assegnato a un lavoro di pulizia).

E tu hai capito il suo ragionamento?

Amir: “Ovviamente. Per un soldato come quello, quel colpo è il suo obiettivo, la sua autodefinizione. Sono ragazzi di 18 anni, per lo più di un contesto socioeconomico molto povero. Il fatto che tu li metta in un corso per cecchini non significa che li trasformi in persone sensibili e mature. Al contrario li hai trasformati in macchine, hai fatto sì che pensino in modo limitato, hai ridotto le loro possibilità di scelta, hai sminuito la loro umanità e personalità. Nel momento in cui trasformi uno in un cecchino, questa è la sua essenza. Quindi ora vuoi anche portargliela via? Può sembrare radicale, perché sono un comandante, ma c’è un posto dentro di me che dice: ‘Ehi, mi hai disubbidito, è vero, ma ne sei uscito da uomo, hai dimostrato che il tuo ruolo (di cecchino) funziona.’”

Amir, che alle superiori si è diplomato in teatro e si definisce un “boyscout del nord”, descrive un altro caso di violazione delle norme avvenuto nella sua compagnia. “Anche quando non ci sono manifestazioni e tutto sembra calmo, ti fanno andare di corsa alla barriera con la pattuglia quando vi si avvicinano i pastori. Devi capire che non si tratta di pastori innocenti, lavorano per Hamas e per la Jihad Islamica per farti impazzire. Superano la linea perché tu risponda. Prendi un veicolo e vai a minacciarlo? Prima che tu arrivi lì se n’è già andato. Spari in aria? Non gliene può importare di meno. E a causa di questa insensatezza non dormi e tutta la compagnia diventa il burattino del pastore,” dice Amir.

Un giorno uno dei sottufficiali mi ha detto: ‘Ne ho abbastanza, non possiamo continuare così, abbattiamo una delle pecore, vale qualche centinaio [di euro, ndtr.].’ Pensa cosa porta un soldato, un musicista di una buona scuola superiore, l’ultimo ragazzo che diresti essere assetato di sangue, a dire via radio alla vedetta: ‘Vedi una pecora, a nord? Stai per vederla cadere.’ Dopodiché il pastore non è tornato. Qual è la conclusione? La deterrenza ha funzionato.”

Amir dice che questi due episodi devono essere compresi alla luce della natura dell’attività del suo battaglione sul confine con Gaza: “Anche prima che iniziassero le manifestazioni, eravamo in agguato da due mesi interi,” racconta. “Abbiamo osservato una squadra che cercava di improvvisare una bomba e di attaccarla alla barriera. C’era qualcosa che non andava in tutto ciò, l’ordigno non era esploso e ci siamo resi conto che stavano venendo a prenderla. Ma è andato avanti per un bel po’. Ogni giorno si avvicinavano e neppure quando il capo del gruppo era proprio sopra la bomba abbiamo avuto l’autorizzazione a sparare. Perché? Solo a causa della sensibilità dei media. Finché non avesse realmente preso l’ordigno era impossibile dimostrare al di là di ogni dubbio che avesse a che fare qualcosa, quindi vai poi a capire che tipo di narrazione Hamas avrebbe ricavato da ciò. Pensa quanto sia frustrante per i soldati. Siamo stati là nella pioggia per due mesi e non abbiamo fatto niente.”

E la frustrazione giustifica l’insubordinazione in base ad altre circostanze?

Amir: “No, ma quel caso illustra il paradosso delle regole d’ingaggio. Un terrorista che merita di morire sta davanti a me ma, poiché dobbiamo giustificarci con Haaretz o con la BBC, se la cava senza un graffio. Si crea una vigliaccheria che scende verso il basso. Così invece tu vai e fai fuori le ginocchia durante le manifestazioni. Non solo questo non è efficace, ma questa gente non merita neppure di perdere le proprie ginocchia. Mi identifico realmente con quello che una volta ha detto (l’ex-capo di stato maggiore delle IDF) Ehud Barak, che se fosse un palestinese sarebbe diventato un terrorista. Ciò mi ha colpito solo quando sono stato nei territori. Vedi bambinetti piangere quando prendi a pugni il loro padre, e ti dici: ‘Non mi posso aspettare nient’altro da loro.’”

Rapporto con lo sport

Ci sono cecchini che hanno avuto difficoltà a riprendere la loro vita dopo essere stati congedati?

Tuly Flint, un ufficiale dei servizi per la salute mentale della riserva e operatore sociale clinico specializzato in traumi, ha curato cecchini che hanno partecipato alla repressione di manifestazioni a Gaza durante gli ultimi due anni. I cecchini, dice, manifestano singolari caratteristiche quando si tratta di stress post-traumatico.

Se fossi uno dei trenta soldati che sono nella zona e sparassi una raffica, non saprei necessariamente se ho ucciso qualcuno,” dice, mentre il cecchino sa quando colpisce il suo bersaglio. “Il secondo tratto distintivo deriva dal fatto che al cecchino viene richiesto di non girare lo sguardo. Attraverso il mirino vede la persona a cui sta sparando e l’impatto del colpo, e ciò può fissare l’immagine nella sua memoria.”

Flint descrive un cecchino di un’unità d’élite che ha mirato al ginocchio di un manifestante ma ha colpito troppo in alto, e il dimostrante è morto dissanguato. “Quel soldato, un cecchino molto impegnato nella sua missione, descrive l’immagine del manifestante che muore dissanguato. Non può dimenticare l’uomo che grida di non lasciarlo solo. Ricorda anche in modo vivido quando hanno portato via il corpo e le donne che piangevano su di lui. Da allora non pensa ad altro e non sogna altro. Dice: ‘Non sono stato mandato per difendere lo Stato, sono stato mandato per uccidere.’ Anche il pensiero della fidanzata della persona che ha ucciso continua a perseguitarlo. Il risultato è che ha rotto con la propria fidanzata con cui stava da due anni. ‘Non merito di averne una’, dice.”

Daniel ha un vivido ricordo dei suoi colleghi dopo un colpo perfetto. “Le persone sembrano malate o scioccate. Il significato di ciò, sul momento, non li colpisce sul vivo. Un secondo dopo, un minuto dopo che ho sparato a qualcuno, mi metto a mangiare matza [pane azzimo, ndtr.] con cioccolato? Cosa cavolo sta succedendo qui?”

Aggiunge: “Ci sono storie orribili, tremende di soldati che hanno preso di mira un manifestante e colpito qualcun altro. Conosco uno che ha preso di mira uno dei leader delle manifestazioni, che stava su una cassa e incitava la gente ad avanzare. Il soldato ha mirato alla sua gamba, ma all’ultimo momento l’uomo si è spostato e la pallottola lo ha mancato. Ha colpito invece una ragazzina, uccisa sul colpo. Quel soldato oggi è un rudere. È continuamente sorvegliato perché non si suicidi.”

Cecchini con il peso di esperienze come questa sono la minoranza. Da parte sua Amir dice che il tipo di sensazione che molti cecchini hanno è totalmente diversa, e richiama il mondo dello sport: “La zona dei disordini è come un’arena sportiva, una situazione in cui puoi vendere i biglietti,” dice. “Gruppo contro gruppo, con una linea nel mezzo e un pubblico di tifosi da entrambi i lati. Puoi assolutamente raccontare la storia di un incontro sportivo.”

In prima linea, continua, “ci sono i sobillatori: segnano la linea di partenza da cui le persone partono di corsa, da sole o in gruppo. Tutto è coordinato e pianificato in anticipo. Ci sono quei buchi nel terreno (per nascondersi) e ciò permette loro di giocare con noi. Possono correre 100 metri senza che io sia in grado di colpire i loro piedi. Sono anche abili a zizzagare. Due di loro saltano fuori, si nascondono, uno lancia una pietra in modo che l’altro possa andare avanti. Usano con te tattiche diversive. Sai, è una specie di gioco.”

Qual è lo scopo di questo gioco?

Amir: “Guadagnare punti. Se riescono a mettere la bandiera sulla barriera, vale un punto. Una bandiera piena di esplosivo è un punto. Lanciare indietro lacrimogeni è un punto. Persino anche solo toccare il muro, intendo la barriera, è un punto. C’è una battaglia in corso qui, ma non si sa quando verrà decisa, nessuno ha idea di come vincere la coppa, ma nel frattempo entrambe le parti continuano a giocare la partita.”

Un gioco per la cronaca. Le forze non sono esattamente equamente ripartite.

Vero. E non stiamo usando neppure un quarto della forza che potremmo esercitare.”

In altre parole, potremmo colpirli con un ko, ma preferiamo vincere ai punti?

Non stiamo neppure vincendo ai punti. Dopo un po’ di tempo là, in un rapporto ho detto: ‘Lasciatemi solo per una volta abbattere un ragazzino di 16, anche 14 anni, ma non con un proiettile alle gambe, lasciate che gli spari alla testa di fronte a tutta la sua famiglia e a tutto il suo villaggio. Lasciatemi spargere sangue. E allora forse per un mese non dovrò prendermi altre 20 ginocchia.’ Questo è un calcolo scioccante al limite dell’inimmaginabile, ma quando non usi le tue potenzialità non è chiaro che cosa stiamo cercando di fare là. Mi chiedi quale fosse il compito? Mi risulta difficile risponderti. Cosa ho considerato un successo dal mio punto di vista? Persino il numero di ginocchia che ho preso non è dipeso da me, ma dal numero di ‘anatre’ che hanno scelto di attraversare la linea.”

Ma uccidere un ragazzino a caso, pensi davvero che questa sia la soluzione?

Ovviamente non dovremmo far fuori ragazzini. Lo stavo dicendo per fare il punto della situazione: se tu ne uccidi uno ne devi risparmiare altri 20. Se tu mi riportassi a quegli appostamenti di due mesi e mi lasciassi agire, avrei fatto fuori quel figlio di puttana che stava sulla bomba, anche se ciò avrebbe significato che sarebbe tornato in seguito nei miei sogni. Anche oggi la situazione per cui ci sono da 5 a 10 persone che rimarranno invalide per il resto della loro vita, alle quali il mio nome è in qualche modo collegato, è una merda. E non solo nel senso che ciò mi pesa o meno sul cuore. Pensaci: là c’è un’intera generazione di minorenni che non sarà in grado di giocare a pallone.”

Solo ragazzi

Sembra che la presenza di minorenni alle manifestazioni desti le risposte più fortemente emotive tra i cecchini.

Un giorno c’era una bambina, penso che avesse probabilmente 7 anni, che portava una bandiera di Hamas ed è corsa verso di noi,” dice Shlomi di Duvdevan. “Mi sono accertato attraverso il mirino che non ci fosse niente di sospetto in lei, che la sua camicetta non avesse sporgenze, che non ci fossero segni di fili o bombe, e abbiamo gridato per fermarla. Fortunatamente si è spaventata ed è corsa via. Mi era chiaro che non le avrei sparato neppure se avesse attraversato il confine, ma mi ricordo di aver pensato: spero proprio che non continui ad avanzare.”

Abdullah al-Anqar colpito  da una pallottola esplosiva che gli ha causato l’amputazione dell’arto sinistro
(Hosam Salem/Al Jazeera)

Daniel: “Dal posto di guardia vedi un militante di Hamas, la sua faccia è di fronte a te e tu pensi tra te e te: spero davvero che faccia qualcosa in modo che gli possa sparare. Ma con i manifestanti il quadro diventa complicato, perché molti di loro sono solo adolescenti. Sono esili, piccoli, non ti senti minacciato da loro. Devi ricordare a te stesso che quello che stanno facendo è pericoloso.”

Come alcuni degli altri intervistati, Daniel sottolinea la rabbia dei soldati nei confronti dei genitori: “Una madre che porta il proprio figlio a una manifestazione come quella è una madre terribile,” dice. Amir afferma che può capire quei bambini: “Si guadagnano la vita in quel modo e non devo dirti io quanto sia difficile la situazione economica a Gaza. Ma i loro genitori non li capisco. Perché li trascini lì? Mandali a sgattaiolare (in Israele) di nascosto e a lavorare nell’edilizia, rovescia il governo di Hamas, qualunque altra cosa, solo non questo.”

Roy, che si identifica come di destra, è d’accordo che “non sono loro che dobbiamo combattere, ma Hamas, i terroristi, quelli che organizzano gli autobus per portare la gente e gli gettano qualche dollaro in modo che brucino pneumatici. Ho pietà di loro (i minori), sono veramente sfortunati. Mi ricordano dei bambini del quartiere che giocano con i mortaretti. Ero anch’io come quei ragazzini, per cui in questo senso mi identifico con loro.”

Ma, pur manifestando obiezioni contro il fuoco indiscriminato, Itay, del [battaglione di ultraortodossi, ndtr.] Netzah Yehudah pensa ancora che il numero di palestinesi feriti da proiettili veri sul confine durante oltre due anni in realtà dimostri che i soldati non hanno avuto il grilletto facile. “Ogni venerdì ci sono migliaia di manifestanti,” nota, “e se moltiplichi quel numero per 52 e poi lo raddoppi, hai centinaia di migliaia di persone. Rispetto a questi, 8.000 sono una piccola percentuale.”

Tuttavia aggiunge che “il potere che hai quando qualcuno entra nel tuo mirino, la consapevolezza che dipende da te se sarà in grado di camminare o meno, è terribile. Dal mio punto di vista, non è un potere che mi eccita. Non mi piace, ma è impossibile ignorarlo. È lì tutto il tempo. Dopo che sono stato congedato ho capito che è una cosa che non voglio provare mai più. Sono andato subito direttamente all’università e non a fare qualche lavoro nella sicurezza, cosa che avrei potuto ottenere per i miei trascorsi in combattimento.”

È il tuo destino”

Non tutti riescono a contenere la sensazione di esaltazione. Un video che ha circolato nel 2018 mostrava un palestinese che si avvicinava alla barriera e veniva colpito da un cecchino, mentre i soldati festeggiavano il colpo diretto con grida di “Bel colpo!” e “Che video favoloso!” Roy dice che la risposta dei soldati attesta una mancanza di professionalità e troppo entusiasmo, benché egli non abbia visto niente del genere nella sua squadra.

D’altra parte penso sia umano,” dice. “Quando hai un certo obiettivo, persino se stai sparando frecce a un bersaglio, ovviamente sei contento di aver fatto centro. L’errore dei soldati è stato nel loro comportamento. Che ridano un po’ di nascosto, ma non farci un video. È anche una questione di immagine.”

Anche Amir distingue tra la soddisfazione personale e le manifestazioni pubbliche che non stanno bene in un video: “I cecchini nella squadra che abbiamo sostituito erano una leggenda. Erano campioni delle IDF e avevano due o tre fighissime X (sui loro fucili) per essersi occupati della frontiera a Gaza. Abbiamo sentito la storia delle X e anche noi le volevamo. È la tua professione, il tuo destino, il significato del tuo esistere dal momento in cui ti alzi a quando vai a letto. Ovviamente vuoi mostrare le tue capacità.”

Devi festeggiare? Non c’è nessun altro modo?

Amir: “No. Prendi il tizio più scimmiesco che conosci, ed è quello che le IDF fanno, trasformano i ragazzi in babbuini, e cerca di farlo smettere di raccontare della sua prima volta. C’è il caos là, tutti sparano, ottengono grandi successi – ti aspetti che non aprano una bottiglia di champagne? Lui si è realizzato proprio in quel momento, è un attimo particolare. In realtà più lo fa e più diventa indifferente. Non sarà più particolarmente felice, o triste. Sarà normale.

I commenti dell’esercito

L’ufficio del portavoce delle IDF ha inviato questo comunicato ad Haaretz: “La risposta operativa ai violenti disordini e all’attività terroristica ostile che le IDF hanno dovuto affrontare dal marzo 2018, così come l’uso di proiettili veri, è adeguata in modo appropriato alla minaccia rappresentata da questi incidenti, in un tentativo di ridurre per quanto possibile il ferimento di quanti hanno provocato i disordini. Negli ultimi due anni la risposta operativa è stata influenzata dall’intensità degli eventi, dai cambiamenti nell’uso della violenza da parte di quanti hanno disturbato l’ordine pubblico, dal fumo che hanno diffuso e via di seguito.

Alla luce del cambiamento che è avvenuto nella natura dei disordini si è deciso di dotare le forze anche di proiettili Ruger, che provocano meno danni. Riguardo all’uso di fucili M24, facciamo notare che è un fucile usualmente in uso dei cecchini. In generale, nel quadro degli eventi in questione, non sono stati utilizzati fucili da cecchino Barak. Siamo stati informati di un uso eccezionale e specifico di questi ultimi, che è stato riportato e indagato. I risultati sono stati inviati all’unità dell’avvocatura di Stato militare per un ulteriore esame.

Le affermazioni attribuite a un ufficiale superiore riguardo alle regole d’ingaggio non riflettono la politica operativa delle IDF. L’ufficiale intendeva spiegare che, quando ci sono state informazioni di ferite non intenzionali da arma da fuoco che non erano al di sotto del ginocchio, in alcune circostanze il comandante di settore ha deciso di rendere più vincolanti le regole d’ingaggio e di dare istruzioni ai cecchini di mirare alle caviglie.

E nel caso in cui un combattente ha sparato a un capo-agitatore, benché non abbia ricevuto l’autorizzazione dal suo ufficiale superiore, lo sparo è avvenuto in accordo con le regole d’ingaggio con l’eccezione di questa trasgressione. Il caso è stato preso in considerazione a livello di comando e non è stato presentato all’unità dell’avvocatura di Stato militare perché se ne occupi. Allo stesso modo il caso in cui una pecora è stata indebitamente colpita, questo incidente è stato gestito a livello di comando e non è stato inviato all’unità dell’avvocatura di Stato militare perché se ne occupasse. Il vice-comandante di compagnia aveva cercato di infrangere la disciplina militare ed è stato condannato a sette giorni di detenzione.”

(traduzione dall’inglese e dal francese di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 21 gennaio – 3 febbraio 2020

Il 21 gennaio, le forze israeliane hanno ucciso tre palestinesi: due 18enni e un 17enne. I giovani avevano varcato la recinzione israeliana che cinge Gaza e, a quanto riferito, avevano lanciato un ordigno esplosivo contro i soldati.

I loro corpi sono stati trattenuti dalle autorità israeliane. Non sono stati riportati ferimenti di israeliani.

Un 14enne palestinese è morto per la ferita riportate il 10 novembre 2019, durante una manifestazione della “Grande Marcia del Ritorno” (GMR): era stato colpito alla testa da un contenitore di gas lacrimogeno sparato dalle forze israeliane. La sua morte, avvenuta il 31 gennaio, porta a 214 (di cui 47 minori) il numero totale di vittime delle manifestazioni GMR da quando queste sono iniziate, il 30 marzo 2018. Il Comitato Organizzatore del GMR aveva annunciato che, dalla fine del 2019, le manifestazioni settimanali sarebbero state sospese fino al 30 marzo 2020; dopo tale data esse riprenderanno per continuare su base mensile e su temi specifici. Dal 28 gennaio, nei pressi della recinzione perimetrale con Israele, si sono svolte una serie di proteste contro il piano americano per il Medio Oriente, durante le quali 11 palestinesi, tra cui tre minori, sono stati feriti dalle forze israeliane.

Palestinesi di Gaza (compresi gruppi armati) hanno sparato colpi di mortaio ed hanno lanciato verso Israele diversi razzi, nonché ordigni esplosivi appesi a fasci di palloncini. I proiettili sono stati intercettati in aria o sono caduti in aree aperte. Nella città di Sderot, una donna israeliana e il suo bambino, mentre correvano verso un rifugio, sono rimasti feriti.

L’esercito israeliano ha effettuato una serie di attacchi aerei contro strutture di gruppi armati di Gaza; due di questi attacchi hanno provocato il ferimento di due minori palestinesi. Il 2 febbraio, le autorità israeliane hanno sospeso l’ingresso di cemento in Gaza [i valichi sono sotto controllo israeliano] ed hanno revocato il permesso di uscita a 500 uomini d’affari. Secondo quanto riferito, questi attacchi e questi provvedimenti sono stati attuati in risposta al lancio di razzi e palloncini esplosivi da Gaza.

In almeno 30 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso palestinesi presenti in aree [di Gaza] adiacenti alla recinzione perimetrale israeliana ed al largo della costa di Gaza [cioé, le “Aree ad Accesso Riservato”]; sono stati segnalati tre feriti, tra cui un minore. In un caso separato, le forze navali israeliane hanno arrestato tre pescatori palestinesi, tra cui un minore, ed hanno sequestrato la loro barca.

In Cisgiordania (fino alla chiusura di questo bollettino), 287 palestinesi, tra cui 43 minori e otto donne, sono rimasti feriti in scontri avvenuti a partire dal 28 gennaio, data dell’annuncio del piano USA per il Medio Oriente. Gli scontri più ampi sono stati registrati nel villaggio di Beita (Nablus), nella città di Betlemme, al checkpoint Beit-El / DCO (Ramallah), nelle città di Hebron e di Al ‘Eizariya (Gerusalemme), nel villaggio di Khirbet ‘Atuf ed al checkpoint di Tayasir (questi ultimi due in Tubas ). Oltre l’80% dei feriti sono stati curati per inalazione di gas lacrimogeni, il 16% è stato colpito da proiettili di gomma e il 2% da armi da fuoco. Nella città di Hebron, durante scontri, le uniformi di un soldato israeliano e di un ufficiale della Polizia di Frontiera sono andate a fuoco a causa del lancio di bottiglie incendiarie da parte di palestinesi.

In altri scontri, avvenuti all’inizio del periodo di riferimento, sono stati feriti dalle forze israeliane altri 49 palestinesi, di cui otto minori. Dei 49 feriti, venticinque sono stati registrati a Gerusalemme Est, nell’area di Beit Hanina, durante scontri scoppiati al diffondersi di voci secondo cui un ragazzo palestinese, scomparso, sarebbe stato rapito da coloni israeliani; il ragazzo è stato successivamente trovato morto, secondo quanto riferito, annegato in una cisterna d’acqua. Altri tredici palestinesi [dei 49] sono rimasti feriti nella città di Al ‘Eizariya (Gerusalemme) durante scontri spontanei, e cinque sono rimasti feriti durante le proteste settimanali nel villaggio di Kafr Qaddum (Qalqiliya). Preoccupa la situazione di un ragazzo palestinese di 11 anni, colpito alla testa da una bomboletta di gas lacrimogeno sparata dalle forze israeliane durante scontri vicino alla scuola di Burin (Nablus); in conseguenza di ciò, le lezioni sono state sospese per il resto della giornata. Questi episodi portano a 336 il totale dei [palestinesi] feriti durante il periodo di riferimento [cioé, 2 settimane]; più del doppio della media del 2019 (136 feriti ogni 2 settimane).

Le forze israeliane hanno effettuato 81 operazioni di ricerca-arresto in Cisgiordania ed hanno arrestato 89 palestinesi, tra cui 12 minori. La maggior parte delle operazioni si sono avute nel Governatorato di Hebron (23), seguito dai governatorati di Gerusalemme (19) e Ramallah (14). Nel quartiere di Al Isawiya a Gerusalemme Est, durante le consuete operazioni di polizia, la situazione è rimasta tesa: a seguito di una di queste operazioni, una ragazza palestinese di 14 anni ha perso conoscenza ed è stata trasportata in ospedale. Secondo quanto riferito, la ragazza avrebbe subito un trauma per la perquisizione svolta dalle forze di polizia nella sua casa.

In Area C e Gerusalemme Est, citando la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito, o costretto i proprietari a demolire, dieci strutture palestinesi, sfollando nove persone e causando ripercussioni su altre 41. Cinque delle strutture demolite, compresa una precedentemente fornita come aiuto umanitario, erano situate in Area C, nel villaggio di Az Zawiya (Salfit) e ad Al Khalayleh, una piccola Comunità nell’area di Gerusalemme, separata dal resto della Cisgiordania dalla Barriera. Le restanti cinque strutture si trovavano a Gerusalemme Est, una delle quali in una Comunità (Khirbet Khamis) separata da Betlemme dalla Barriera. Tre delle strutture in Gerusalemme Est sono state demolite dai proprietari, a seguito del ricevimento di ordini di demolizione.

Individui, ritenuti coloni israeliani, hanno dato alle fiamme una scuola e una moschea, hanno vandalizzato 189 alberi di proprietà palestinese ed hanno ferito quattro palestinesi. I sopraccitati episodi di incendio doloso si sono verificati il 24 ed il 28 gennaio in una scuola del villaggio di Einabus (Nablus) e in una moschea della zona di Sharafat, a Gerusalemme Est. In entrambi i casi, sui muri degli edifici, sono state spruzzate scritte offensive in ebraico [seguono i dettagli]. In due episodi distinti, verificatisi presso gli insediamenti colonici di Bruchin e Shave Shomron, coloni hanno abbattuto 182 alberi appartenenti agli agricoltori dei villaggi di Kafr ad Dik (Salfit) e Sebastiya (Nablus). Coloni israeliani hanno fatto irruzione nel vicino villaggio di Madama (Nablus), dove hanno lanciato pietre contro case palestinesi, vandalizzato ulivi e, negli scontri conseguenti l’irruzione, hanno ferito due palestinesi. Altri due contadini palestinesi del villaggio di As Sawiya (Nablus), mentre lavoravano la loro terra, sono stati colpiti con pietre e feriti da un gruppo di coloni israeliani. Un veicolo palestinese ha subito danni in un separato episodio di lancio di pietre vicino al villaggio di Haris (Salfit).

Secondo varie fonti israeliane, una ragazza israeliana è stata ferita nei pressi dell’area di insediamento di Gush Etzion (Betlemme) e almeno sette veicoli israeliani sono stati danneggiati da lanci di pietre e bottiglie incendiarie, ad opera di palestinesi, contro auto transitanti lungo le strade della Cisgiordania.

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Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

Il 5 febbraio, nella città di Hebron, durante scontri, le forze israeliane hanno sparato, uccidendo un ragazzo palestinese di 17 anni.

Il 6 febbraio, nella città di Jenin, durante scontri, scoppiati durante una demolizione punitiva, le forze israeliane hanno sparato e ucciso due palestinesi; uno degli uccisi era un poliziotto palestinese che, secondo quanto riferito, durante gli scontri si trovava all’interno di una stazione di polizia.

Il 6 febbraio, nella Città Vecchia di Gerusalemme, un palestinese, cittadino israeliano, ha aperto il fuoco contro forze israeliane che, a loro volta, lo hanno colpito e ucciso; un poliziotto israeliano è rimasto ferito.

Il 6 febbraio, a Gerusalemme Ovest, un palestinese si è lanciato con l’auto contro un gruppo di soldati israeliani, ferendone 13; si è quindi dato alla fuga, incolume.

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Rapporto OCHA del periodo 7- 20 gennaio 2019

Secondo il Ministero della Salute, un palestinese è morto il 19 gennaio, a seguito della ferita riportata il 14 maggio 2018 quando, durante una manifestazione della “Grande Marcia del Ritorno”, venne colpito da un proiettile sparato dalle forze israeliane.

Dal 30 marzo 2018, data di inizio delle manifestazioni, il numero totale di morti [palestinesi] sale così a 213 ed il numero di feriti a 36.134. Il 26 dicembre, il Comitato organizzatore della GMR ha annunciato che le manifestazioni settimanali si concluderanno il 30 marzo 2020; dopo tale data continueranno con cadenza mensile e in ricorrenze particolari.

In diverse occasioni, palloncini caricati con ordigni esplosivi e rilasciati dalla Striscia di Gaza, sono caduti nel sud di Israele. I dispositivi sono stati fatti esplodere dalle forze israeliane, senza causare vittime o danni. In seguito, le forze israeliane hanno effettuato una serie di attacchi aerei su Gaza contro strutture di gruppi armati; anche in questo caso non sono state riportate vittime.

In almeno 45 occasioni, forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento sia verso aree [della Striscia] di Gaza prossime alla recinzione perimetrale israeliana, sia in mare, al largo della costa; non sono stati segnalati feriti. Inoltre, agricoltori palestinesi hanno riferito che il 14 e 15 gennaio, per la prima volta dal 2018, aerei israeliani hanno irrorato con erbicidi terreni agricoli palestinesi attigui alla recinzione. In due episodi separati, sette palestinesi sono stati arrestati mentre tentavano di entrare in Israele; altri due sono stati arrestati al valico di Erez.

In Cisgiordania, durante vari scontri, 40 palestinesi, tra cui almeno sei minori e due donne, sono stati feriti da forze israeliane. Più della metà dei feriti (25) si sono avuti nel Campo profughi di Aqbat Jaber (Gerico) e ad Al ‘Eizariya (Gerusalemme) in scontri scoppiati durante due operazioni di ricerca-arresto. Altri tredici palestinesi sono rimasti feriti nel villaggio di Kafr Qaddum (Qalqiliya), durante una protesta settimanale contro la violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti. Altri due [dei 40] palestinesi sono rimasti feriti nel villaggio di Ar Rifa’iyya (Hebron), in scontri seguiti ad una demolizione (vedi i dettagli nel paragrafo successivo). In Cisgiordania, durante il periodo in esame, le forze israeliane hanno effettuato 115 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 128 palestinesi, tra cui sei minori.

In Area C e Gerusalemme Est, citando la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito, o costretto palestinesi a demolire, 19 strutture, sfollando 22 persone e creando ripercussioni su altre 130. Dieci di queste strutture, di cui tre precedentemente fornite come aiuto umanitario, erano situate in Area C. Finora, nel 2020, in Cisgiordania sono state demolite o sequestrate 35 strutture, di cui dieci finanziate da donatori. Durante la demolizione di una struttura abitativa nel villaggio di Ar Rifa’iyya (Hebron), sono scoppiati scontri (menzionati sopra). Le restanti nove [delle 19] strutture demolite erano in Gerusalemme Est [segue dettaglio]. In tre episodi distinti, avvenuti nel quartiere Jabal al Mukabbir di Gerusalemme Est, tre famiglie palestinesi sono state costrette a demolire le loro case; ne risultano sfollate dodici persone. Altre cinque strutture si trovavano nelle Comunità di Bir Onah e nel villaggio di Al Walaja, entrambe situate all’interno del confine (stabilito da Israele) della municipalità di Gerusalemme, ma la Barriera [israeliana] le separa dal resto di Gerusalemme Est. Infine, una struttura abitativa è stata demolita a Beit Hanina, sfollando una famiglia di quattro persone, tra cui due minori.

Dal 19 gennaio, a seguito di una sentenza del tribunale israeliano, favorevole ad una organizzazione di coloni che rivendica la proprietà della terra, una comunità di rifugiati palestinesi, composta da tre famiglie, è ad elevato rischio di sfratto forzato dalle loro tre abitazioni situate nel quartiere di Silwan, a Gerusalemme Est. In quest’area, oltre 80 famiglie palestinesi hanno in corso procedure di sfratto, avviate contro di loro dalla medesima organizzazione di coloni.

Il 15 gennaio, forze israeliane hanno demolito due case di coloni israeliani, costruite nell’insediamento colonico avamposto [cioè, non autorizzato da Israele] di Kumi Ori (Nablus). La demolizione ha fatto seguito ad una sentenza dell’Alta Corte di Giustizia Israeliana, che ha ordinato l’allontanamento dei coloni e la demolizione dell’avamposto in quanto edificato, in Area B, su terreni di proprietà privata palestinese. Tuttavia, la sentenza non ha incluso disposizioni tali da consentire ai proprietari di riacquistare l’accesso alla terra.

Otto attacchi di coloni hanno provocato nove feriti, danni alle proprietà palestinesi e il ferimento di un volontario internazionale [segue dettaglio]. Nel villaggio di Madama (Nablus), un gruppo di circa 30 coloni israeliani provenienti, a quanto riferito, dall’insediamento di Yitzhar, ha attaccato e lanciato pietre contro una casa, ferendo una donna palestinese incinta e causando danni alla casa stessa. In un altro episodio verificatosi sulla strada 60, vicino a Hebron, un palestinese e una famiglia di sette persone, tra cui cinque minori e una donna, sono rimasti feriti dal lancio di pietre contro i loro veicoli, ad opera di coloni israeliani. In due episodi separati, secondo fonti della Comunità, coloni israeliani hanno vandalizzato almeno 67 ulivi e altri alberi nel villaggio di As Sawiya (Nablus). In altri due casi, secondo quanto riferito, coloni israeliani hanno causato danni a due case e forato le gomme di due veicoli nei villaggi di Battir (Betlemme) e Yasuf (Salfit). Inoltre, in un episodio separato accaduto nel villaggio di At Tuwani (Hebron), coloni hanno aggredito e ferito fisicamente un volontario internazionale che accompagnava pastori palestinesi.

Durante il periodo di riferimento, secondo media israeliani, palestinesi hanno lanciato pietre e bottiglie incendiarie contro veicoli israeliani in quattro episodi, arrecando danni a quattro auto. Gli episodi hanno avuto luogo su strade principali dei governatorati di Ramallah, Betlemme ed Hebron.

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Ultimi sviluppi (successivi al periodo di riferimento)

Il 21 gennaio, tre palestinesi di Gaza, tra cui un minore, sono stati colpiti e uccisi dalle forze israeliane; avevano forzato la recinzione perimetrale con Israele e, secondo quanto riferito, avevano lanciato un ordigno esplosivo contro le forze israeliane.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali. Il neretto è di OCHAoPt.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Rapporto OCHA del periodo 24 dicembre 2019 – 6 gennaio 2020

A Gaza, il 27 dicembre si è tenuta l’ultima dimostrazione (del 2019) della “Grande Marcia del Ritorno” (GMR), registrando il minor numero di partecipanti e di feriti da quando, il 30 marzo 2018, la GMR è iniziata.

Secondo il Ministero della Salute palestinese a Gaza, sono rimasti feriti 50 palestinesi, tra cui 26 minori; 39 dei feriti sono stati ricoverati in ospedale. Fonti israeliane hanno riferito che, in alcune occasioni, manifestanti si sono avvicinati alla recinzione ed hanno lanciato ordigni esplosivi e bottiglie incendiarie contro le forze israeliane, senza provocare feriti. Nel corso del 2019, durante le proteste collegate alla GMR, le forze israeliane hanno ucciso 33 palestinesi, ferendone 11.523. Il totale di morti, dall’inizio delle manifestazioni, ammonta a 212, mentre i feriti sono stati 36.134.

Il 26 dicembre, il Comitato organizzatore della GMR ha annunciato che le manifestazioni settimanali si concluderanno il 30 marzo 2020, in corrispondenza del secondo anniversario delle proteste; dopo tale data proseguiranno con cadenza circa mensile e in ricorrenze particolari.

Un razzo, lanciato da Gaza verso Israele, e attacchi aerei israeliani su Gaza non hanno provocato vittime, né palestinesi né israeliane. Secondo fonti israeliane, il razzo, lanciato da Gaza il 25 dicembre, è stato intercettato in aria. A seguito di questo episodio, Israele ha effettuato una serie di attacchi aerei contro strutture militari a Gaza, secondo quanto riferito, appartenenti ad Hamas.

In almeno 15 occasioni, forze israeliane hanno aperto il fuoco in aree prossime [interne] alla recinzione perimetrale di Gaza e al largo della costa di Gaza; non sono stati segnalati feriti. Gli israeliani hanno effettuato cinque incursioni [nella Striscia] e operazioni di spianatura del terreno vicino alla recinzione perimetrale, nelle aree di Beit Hanoun, Beit Lahiya, Khan Younis e Rafah.

In Cisgiordania, durante numerosi scontri, sono stati feriti da forze israeliane 24 palestinesi, tra cui almeno due minori [segue dettaglio]. Di questi feriti, 13 si sono avuti nella città di Nablus e nel villaggio di Halhul (Hebron), durante scontri innescati dall’ingresso di gruppi di israeliani in visita a siti religiosi, accompagnati da soldati. Altri tre palestinesi sono rimasti feriti nel villaggio di Al Mughayyir (Ramallah), durante una protesta contro la violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti. Sei degli altri feriti sono stati registrati durante scontri verificatisi nella Città Vecchia di Gerusalemme, nel villaggio di Beit Ummar (Hebron) e vicino al checkpoint di Beit El / DCO (Ramallah). Nel 2019, durante proteste e scontri in Cisgiordania, le forze israeliane hanno ucciso 15 palestinesi e ne hanno feriti 3.162 (104 colpiti con armi da fuoco).

Le forze israeliane hanno sparato e ferito, e successivamente arrestato, un ragazzo palestinese di 17 anni; a quanto riferito, aveva brandito un coltello quando i soldati gli si erano avvicinati. Non sono stati riportati ferimenti di israeliani. L’episodio è avvenuto il 2 gennaio, vicino all’area dell’insediamento colonico di Gush Etzion (Betlemme).

In tutta la Cisgiordania, le forze israeliane hanno effettuato 117 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 140 palestinesi, tra cui dieci minori. La maggior parte delle operazioni è avvenuta nel governatorato di Hebron (35 operazioni), seguita dai governatorati di Gerusalemme (29) e Ramallah (14).

Il 28 dicembre, l’esercito israeliano ha interdetto ai veicoli, per cinque giorni, l’ingresso principale al Campo profughi di Al Fawwar (Hebron). La chiusura è conseguita a scontri con residenti, verificatisi nelle vicinanze del Campo. Di conseguenza, per circa 20.000 residenti del Campo e dei villaggi vicini è stato reso problematico l’accesso ai servizi e ai mezzi di sussistenza.

In Area C e Gerusalemme Est, citando la mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato otto strutture, sfollando 26 persone e creando ripercussioni su altre 29. Cinque di queste strutture, di cui tre precedentemente fornite come assistenza umanitaria, sono state demolite o sequestrate in due Comunità di pastori situate in aree chiuse dalle autorità israeliane e destinate all’addestramento militare e ad “esercitazioni a fuoco”. Le altre tre strutture erano situate a Gerusalemme Est. Nel 2019, in Cisgiordania, sono state demolite o sequestrate 621 strutture palestinesi, la maggior parte per mancanza di permessi [edilizi israeliani], sfollando 914 palestinesi. Rispetto al 2018, questi numeri rappresentano rispettivamente un aumento del 35% (delle demolizioni o sequestri) e del 95% (delle persone sfollate).

Il 2 gennaio, nell’area di Massafer Yatta, nel sud di Hebron, le autorità israeliane hanno sequestrato un veicolo 4×4 utilizzato per il trasporto di personale medico e di attrezzature (presidio sanitario mobile). L’equipaggio del veicolo è stato trattenuto per alcune ore. Senza questo presidio mobile, i residenti sono costretti a percorrere lunghe distanze per accedere ai servizi di assistenza sanitaria di base. I motivi del sequestro del veicolo, fornito dal Ministero della Salute palestinese, rimangono poco chiari. Massafer Yatta è designata [da Israele] “zona per esercitazioni a fuoco” ed i suoi 1.300 residenti rischiano il trasferimento forzato.

Il 1° gennaio, nel villaggio di Al Jaba (Betlemme), le autorità israeliane hanno sradicato 147 ulivi, colpendo mezzi di sostentamento di otto famiglie palestinesi. Secondo le autorità israeliane, gli alberi, che avevano 25-30 anni, si trovavano in un’area designata [da Israele] “terra di stato”. Una delle famiglie colpite ha riferito che è ancora pendente una “opposizione allo sradicamento” presentata all’Amministrazione civile israeliana.

Il 5 gennaio, nella zona H2 della città di Hebron, controllata da Israele, coloni israeliani hanno fatto irruzione in una casa palestinese, dove hanno aggredito fisicamente e ferito un ragazzo palestinese di 17 anni. La casa (un appartamento) si trova in un edificio che è stato rilevato da coloni nel 2017. L’unica famiglia palestinese rimasta nell’edificio ha riferito di continue molestie.

Secondo fonti israeliane, su strade della Cisgiordania, una ragazza e un uomo israeliani sono rimasti feriti e almeno otto veicoli israeliani sono stati danneggiati da pietre e, in un caso, da una bottiglia incendiaria, lanciati da palestinesi. Secondo quanto riferito, l’episodio che ha provocato i due ferimenti, è avvenuto il 6 gennaio vicino al villaggio di Azzun (Qalqiliya).

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali. Il neretto è di OCHAoPt.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




Le Nazioni Unite hanno previsto che Gaza sarebbe stata invivibile entro il 2020. Avevano ragione.

Tania Hary

31 dicembre 2019  + 972

Israele sta cercando di mantenere la “calma” a Gaza applicando nuove misure in modo da permettervi la sopravvivenza – senza consentire alle persone di vivere davvero.

Mentre i festaioli di tutto il mondo stanno facendo i nuovi propositi per il 2020, nella Striscia di Gaza è in corso un diverso tipo di valutazione, con i palestinesi che cercano di stabilire se o come sopravviveranno nei prossimi 10 anni. Nel 2012, le Nazioni Unite hanno pubblicato un rapporto il cui titolo poneva una domanda sconcertante: “Gaza nel 2020: un luogo vivibile?” Il rapporto ipotizzava che senza cambiamenti fondamentali e sforzi collettivi, la Striscia sarebbe diventata “invivibile” in soli otto anni.

Il rapporto è stato pubblicato pochi mesi prima della seconda delle tre operazioni militari israeliane che sarebbero state condotte a Gaza nel corso di sei anni. In seguito alla terza operazione, Protection Edge nel 2014, con il suo enorme tributo in vite umane e il vasto danno alle infrastrutture civili [Margine Protettivo è il nome della operazione militare effettuata dalle Forze Israeliane sulla Striscia di Gaza, iniziata l’8 luglio del 2014 e cessata il 26 agosto successivo che ebbe come esito la uccisione di migliaia di palestinesi tra cui moltissimi bambini e l’estesa devastazione di case e ospedali, ndtr.], i funzionari delle Nazioni Unite hanno successivamente avvertito che la Striscia sarebbe diventata davvero invivibile entro il 2018. Le previsioni del rapporto su Gaza 2020 non avevano preso in considerazione operazioni militari di tale portata.

Tuttavia, alla vigilia del 2020, le persone si chiedono che fine abbiano fatto le previsioni delle Nazioni Unite – come se allo scoccare della mezzanotte, lo spettro dell’invivibilità potesse o meno realizzarsi. Tuttavia, a detta di tutti, e secondo gli indicatori scelti dalle Nazioni Unite, la vita a Gaza è palesemente peggiore ora rispetto al 2012. Ad esempio, il tasso di disoccupazione è passato dal 29% di quando il rapporto è stato scritto al 45% di oggi, con un tasso di oltre il 60% tra i giovani palestinesi.

Purtroppo la capacità di produzione di energia elettrica nella Striscia è rimasta invariata negli ultimi otto anni, nonostante l’aumento della domanda essendo la popolazione cresciuta da 1,6 a quasi due milioni. La fornitura di energia elettrica è persino peggiorata, dal momento che le reti egiziane sono fuori servizio dall’inizio del 2018. L’energia è disponibile solo per mezza giornata – un miglioramento rispetto alcuni periodi, ma neanche minimamente concepibile per il 2020. L’acqua delle falde acquifere non è potabile al 96%, come previsto. Le famiglie spendono entrate preziose per l’acquisto di acqua potabile, che non sempre lo è. Dato che molte famiglie non possono permettersi di acquistare l’acqua, le malattie trasmesse attraverso l’acqua, specialmente tra i bambini, sono molto diffuse.

Israele, attraverso il controllo sui movimenti, ha svolto un ruolo centrale e intenzionale in questo declino. Ai cittadini israeliani viene detto che è “tutta colpa di Hamas”, il che può aiutarli a dormire meglio la notte, ma travisa la verità storica. Gaza è stata gradualmente tagliata fuori e isolata da parte di Israele nel corso dei decenni, e nel 2007, quando Hamas ha preso il potere nella Striscia, Israele ha sigillato il territorio in modo quasi ermetico.

I funzionari israeliani hanno fatto il calcolo – letteralmente – che esercitare pressioni avrebbe aiutato a raggiungere degli obiettivi politici a Gaza. Nei fatti, Israele ha limitato l’ingresso di cibo e, negli ultimi 12 anni, ha preso di mira settori dell’economia con politiche quali limiti arbitrari sulla pesca e sull’accesso ai terreni agricoli, sull’ingresso di energia per la produzione e sulla commercializzazione e l’esportazione di merci. Dopo diverse operazioni militari, tuttavia, alcuni funzionari israeliani hanno riconosciuto che il loro “obiettivo” era molto lontano. In particolare, successivamente a Margine Protettivo, molti hanno notato come il deterioramento della situazione umanitaria sul terreno fosse in realtà un ostacolo per Israele.

Il capo dell’intelligence dell’esercito ha persino citato il rapporto Gaza 2020 delle Nazioni Unite in un’audizione del Comitato della Knesset all’inizio del 2016, dicendo ai membri della Knesset che era necessario un intervento economico per contrastare la previsione delle Nazioni Unite che la Striscia sarebbe diventata invivibile entro il 2020. Egli definiva l’intervento economico come “il fattore di contenimento più importante”e affermava che senza un miglioramento delle condizioni sul terreno, Israele sarebbe stato il primo ad accusarne il contraccolpo. Questo tipo di logica fu condivisa tra i funzionari israeliani, dal ministero della difesa allo stesso primo ministro, anche se questi individui avevano attivamente sovrainteso a politiche progettate per fare esattamente il contrario.

Questa logica si è tradotta in modesti cambiamenti di politica. Nel 2012, il limite della pesca era di sole tre miglia nautiche dalla costa [cinque chilometri e mezzo], poi è salito a sei miglia nel 2015, e oggi a 15 miglia [circa 28 chilometri] in alcune zone. A differenza del 2012, quando nessuna merce era autorizzata ad uscire da Gaza per essere venduta nei mercati tradizionali in Cisgiordania e Israele, oggi una serie di merci può essere inviata in Cisgiordania e alcuni prodotti possono essere venduti anche in Israele. Nel 2012, una media di soli 22 camion di merci usciva da Gaza, mentre nel 2019 era più di 10 volte tanto, cioè 240 camion al mese. Nel 2012, l’ingresso dei materiali da costruzione era a malapena autorizzato alle organizzazioni internazionali, mentre oggi i materiali possono entrare per il settore privato nell’ambito del Meccanismo di Ricostruzione di Gaza [il GRM, Gaza Reconstruction Mechanism, è un temporaneo accordo tra Autorità Palestinese, Israele e le Nazioni Unite, stipulato nel 2014 al fine dichiarato di una ricostruzione della Striscia di Gaza dopo le distruzioni dovute all’operazione Margine Protettivo, ndtr.]

Tuttavia mentre questi micro cambiamenti hanno dato un po’ di sollievo ai palestinesi di Gaza, non hanno invertito il macro deterioramento della Striscia. Invece di tentare di trasformare la situazione, Israele e altri attori regionali sono semplicemente alla ricerca di nuove misure per raggiungere un “equilibrio” consentendo a Gaza di sopravvivere.

In linea con questo obiettivo, l’Egitto ha iniziato a gestire regolarmente l’attraversamento del valico di Rafah con Gaza nel 2018, dopo averlo tenuto per lo più chiuso per cinque anni. Il Qatar si è anche fatto avanti con un massiccio sostegno finanziario nel 2018 e nel 2019, pagando il carburante per la produzione di elettricità nell’unica centrale elettrica della Striscia, sostenendo progetti di costruzione e offrendo somme in contanti alle famiglie povere. Altri donatori – Paesi europei, Stati del Golfo e altri – hanno continuato a finanziare considerevolmente l’UNRWA e dozzine di altre organizzazioni internazionali e locali, fornendo aiuti essenziali e colmando le lacune causate dai tagli dei finanziamenti statunitensi.

È questo il grande sforzo previsto dalle Nazioni Unite per cambiare rotta e rendere vivibile Gaza? Lungi da ciò. È il minimo indispensabile per mantenere la testa delle persone appena a galla, senza un vero sviluppo economico, prospettive di crescita futura o un impegno sui diritti umani.

I cambiamenti della politica israeliana, l’aumento dei camion e gli aiuti in denaro sono andati tutti per mantenere le cose ad un livello sufficiente per evitare una forte diffusione di malattie e per calmare una potenziale rivolta da parte di coloro che hanno sete di acqua. Nessuno dovrebbe tirare un sospiro di sollievo, tuttavia, poiché una “quiete” non può cancellare la fame provata da migliaia di famiglie palestinesi che soffrono per l’insicurezza alimentare. E non maschera la disperazione dei giovani che fuggono dalla Striscia in cerca di una vita migliore.

È illusorio pensare che questa situazione sia gestibile. Nessuno dovrebbe dormire sonni tranquilli fino a quando non si verificherà un cambiamento significativo dell’approccio, tale che i civili non siano tenuti in ostaggio dalle azioni del loro governo di fatto e non siano trasformati in carne da macello per le campagne elettorali di politici israeliani sulla via del fallimento. Ci sono stati sforzi sostanziali da parte della comunità internazionale e persino alcuni cambiamenti politici da parte di Israele, ma non c’è mai stata una decisione di fondo da parte di Israele per consentire che a Gaza le persone vivano realmente, piuttosto che sopravvivere.

Gli esseri umani non sono macchine e molti degli indicatori che rendono la vita degna di essere vissuta non possono trovarsi in un rapporto delle Nazioni Unite. Sì, le persone hanno bisogno di acqua, elettricità, lavoro e assistenza sanitaria per cavarsela – ma che dire delle cose che sono più difficili da misurare? Il bisogno di libertà, la capacità di pianificare la propria vita, di essere fiduciosi sulle prospettive per i propri figli e di sentirsi al sicuro nella propria casa?

In tal senso il rapporto di Gaza 2020 e i funzionari israeliani che hanno cercato di seguirne le prescrizioni non sono stati all’altezza. Ma i funzionari delle Nazioni Unite che hanno avvertito che Gaza sarebbe diventata invivibile entro il 2018 avevano scoperto qualcosa. Nel 2018, i cancelli della disperazione a Gaza sono stati aperti mentre la gente si rendeva conto che il piano era quello di preservare il loro isolamento senza la prospettiva di una soluzione al conflitto. Attraverso le loro proteste nella Grande Marcia del Ritorno [i palestinesi della Striscia di Gaza hanno lanciato la Grande Marcia del Ritorno il 30 marzo 2018 per difendere il diritto dei rifugiati al ritorno e chiedere la fine del blocco di 13 anni sull’enclave costiera. Dall’inizio delle proteste le forze di occupazione israeliane hanno ucciso centinaia di palestinesi ferendone, anche in modo grave, migliaia, ndtr.], i giovani palestinesi di Gaza, la stragrande maggioranza della popolazione, hanno mostrato al mondo che non è solo di cibo e acqua che hanno necessità per sopravvivere. Hanno bisogno di libertà, dignità e speranza.

Tania Hary è il direttore esecutivo di Gisha, una ONG israeliana fondata nel 2005, il cui obiettivo è proteggere la libertà di movimento dei palestinesi, in particolare i residenti di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Rapporto OCHA del periodo 10 – 23 dicembre 2019

Durante le manifestazioni della “Grande Marcia del Ritorno” (GMR), tenute nei pressi della recinzione perimetrale che separa la Striscia di Gaza da Israele, 129 palestinesi, tra cui 44 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane.

Secondo il Ministero palestinese della Salute di Gaza, 60 persone sono state ricoverate in ospedale per ferite, mentre le rimanenti sono state curate sul campo. Fonti israeliane hanno riferito che, in diverse occasioni, i manifestanti si sono avvicinati alla recinzione ed hanno lanciato ordigni esplosivi, senza provocare feriti israeliani. Le proteste del 13 e del 20 dicembre hanno fatto registrare il più basso numero di ferimenti dal marzo 2018, data di inizio della GMR.

In alcune occasioni, fazioni armate di Gaza hanno lanciato missili contro Israele che, a sua volta, ha effettuato attacchi aerei su Gaza, prendendo di mira, a quanto riferito, strutture militari. Nessuno degli attacchi ha provocato vittime. A Gaza, circa 10 edifici residenziali, prossimi agli obiettivi citati sopra, hanno subito lievi danni.

Il 19 dicembre, secondo quanto riferito in risposta al lancio di un razzo, Israele ha ridotto da 15 a 10 miglia nautiche (NM) la zona di pesca consentita [ai palestinesi] al largo della costa meridionale di Gaza; il limite di 15 miglia è stato poi ripristinato il 23 dicembre. Sulla costa settentrionale rimangono immutate le restrizioni di pesca imposte da Israele; qui la distanza massima consentita dalla costa è di sei miglia nautiche. Durante il periodo in esame, al largo della costa di Gaza le forze israeliane hanno aperto il fuoco verso pescatori palestinesi in almeno sette occasioni; non risultano feriti, ma una barca è stata affondata.

L’esercito israeliano ha riferito che a Gaza, il 17 dicembre, ad est di Khan Younis, un palestinese 18enne armato è stato colpito e ucciso dalle forze israeliane mentre si stava avvicinando alla recinzione. Il giovane non è stato riconosciuto da alcuna fazione armata e il suo corpo è stato trattenuto dalle autorità israeliane. In un altro caso, le forze israeliane hanno sparato e ferito, e successivamente arrestato, un palestinese che era entrato in Israele attraverso la recinzione; secondo quanto riferito era in possesso di un coltello.

In almeno altre 15 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco [di avvertimento] allo scopo di far rispettare le restrizioni di accesso [imposte da Israele ai palestinesi] sulle aree [di Gaza] adiacenti alla recinzione perimetrale; non sono stati segnalati feriti. Le forze israeliane hanno effettuato una incursione [nella Striscia] ed hanno svolto una operazione di spianatura del terreno vicino alla recinzione. In due episodi separati, vicino alla recinzione perimetrale tra Gaza e Israele, sono stati arrestati quattro palestinesi, tra cui tre minori.

Il 22 dicembre, le autorità israeliane hanno annunciato che, in occasione delle festività natalizie, avrebbero agevolato l’accesso dei residenti cristiani di Gaza e della Cisgiordania ai luoghi sacri di Gerusalemme Est e Betlemme. Secondo lo stesso annuncio, i permessi per uscire da Gaza ed entrare in Gerusalemme Est (destinati ai titolari di documento di identità della Cisgiordania) consentiranno agli interessati di dover sostenere unicamente il controllo di sicurezza individuale, indipendentemente dalla loro età. Secondo la consueta politica israeliana nei confronti di Gaza, avrebbero invece ottenuto permessi di uscita solo palestinesi appartenenti a determinate categorie ben definite, fermo restando il controllo di sicurezza individuale.

In Cisgiordania, in diverse circostanze, sono stati feriti dalle forze israeliane 14 palestinesi, tra cui almeno tre minori [segue dettaglio]. Nella zona di Tulkarm, in tre diverse occasioni, le forze israeliane hanno sparato con armi da fuoco ed hanno ferito sei palestinesi; ne hanno aggredito fisicamente altri due che, a quanto riferito, per motivi di lavoro avevano tentato di entrare in Israele valicando la Barriera, senza permesso e attraverso aperture non autorizzate. Altri quattro ferimenti sono stati segnalati durante scontri avvenuti nel corso di operazioni di ricerca-arresto. Un altro palestinese di 16 anni è stato colpito e ferito con arma da fuoco sulla strada 60, vicino a Betlemme; a quanto riferito, stava per lanciare una bottiglia incendiaria contro veicoli israeliani; il ragazzo è stato successivamente arrestato.

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno effettuato un totale di 154 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 146 palestinesi, tra cui almeno 17 minori. Il maggior numero di operazioni è stato registrato nel governatorato di Gerusalemme (41) (principalmente nel quartiere di Al ‘Isawiya a Gerusalemme Est), seguito dai governatorati di Ramallah (34) e Hebron (27).

In Area C e Gerusalemme est, citando la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o costretto le persone ad autodemolire 29 strutture, sfollando 45 persone e creando ripercussioni su altre 100. Dodici delle strutture prese di mira, di cui cinque precedentemente fornite come assistenza umanitaria, si trovavano nei governatorati di Tubas, Nablus e Gerico, presso tre Comunità di pastori situate in aree designate come “zone per esercitazioni a fuoco” e destinate [da Israele] all’addestramento militare. In Cisgiordania nel 2019, finora, sono state demolite o sequestrate 617 strutture, sfollando 898 palestinesi; queste cifre rappresentano rispettivamente un aumento del 35% (strutture) e del 92% (sfollati), rispetto al corrispondente periodo del 2018. Oltre il 20% di tutte le strutture prese di mira nel 2019 e circa il 40% di tutte le strutture di sostegno finanziate da donatori, si trovavano in “zone per esercitazioni a fuoco”; questa denominazione viene attribuita a circa il 30% dell’Area C.

Durante una delle demolizioni in una “zona per esercitazioni a fuoco” ad est di Nablus, le forze israeliane hanno sradicato o tagliato circa 2.500 alberi forestali e alberelli. Gli alberi facevano parte di un’area ricreativa (anche descritta dai palestinesi come una “riserva naturale”) fruibile da circa 14.000 residenti della vicina città di Beit Furik e della Comunità di pastori di Khirbet Tana. Quest’area era stata attivata con il sostegno del Ministero dell’Agricoltura palestinese e di una Organizzazione internazionale. In Area C, questa è la terza area ricreativa distrutta nel 2019.

Il 10 dicembre, circa 80 agricoltori palestinesi di tre villaggi del governatorato di Salfit hanno perso il diritto di accesso alla loro terra situata dietro la Barriera della Cisgiordania; infatti le autorità israeliane hanno confiscato i loro permessi di ingresso. L’episodio si è verificato al cancello della Barriera che porta ai terreni degli agricoltori, secondo i quali non è stata data loro alcuna motivazione. Il 5 dicembre, gli agricoltori di questi tre villaggi avevano presentato una petizione alla Corte Suprema di Israele contro la abituale trascuratezza delle autorità nell’apertura del cancello all’ora prevista.

In otto attacchi di coloni israeliani, quattro palestinesi sono rimasti feriti e circa 330 alberi di ulivo e sette veicoli sono stati danneggiati [segue dettaglio]. Nella Zona (H2) della città di Hebron, controllata da Israele, tre donne palestinesi sono state aggredite con spray al peperoncino e ferite. Nei pressi dell’insediamento colonico avamposto [cioé, non autorizzato da Israele] di Ibei Hanahal (Betlemme), un pastore palestinese che stava pascolando le sue pecore è stato attaccato e ferito da un cane sguinzagliato da coloni. Presso i villaggi di Al Khadr (Betlemme) e Al Mughayyir (Ramallah), assalitori (ritenuti coloni) hanno vandalizzato circa 330 alberi di ulivo; questo episodio si è verificato in un’area in cui i palestinesi, per accedere alla loro terra, devono richiedere una autorizzazione alle autorità israeliane. In altri due episodi verificatisi nel villaggio di Far’ata (Qalqiliya) e nella Zona H2 della città di Hebron, coloni israeliani hanno dato fuoco a due veicoli palestinesi, hanno forato le gomme di altri due ed hanno spruzzato scritte tipo “Questo è il prezzo da pagare”. Altri tre veicoli palestinesi, in transito su strade principali, sono stati colpiti da pietre e danneggiati.

Secondo resoconti di media israeliani, nel corso di sette episodi di lancio di pietre da parte di palestinesi, verificatisi su strade prossime a Betlemme, Hebron, Gerusalemme e Ramallah, un israeliano è stato ferito e almeno otto veicoli sono stati danneggiati.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati ogni due settimane in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informa-zioni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano l’edizione inglese dei Rapporti.

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali. Il neretto è di OCHAoPt.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

 




La Corte Penale internazionale (CPI) avvierà un’indagine approfondita sui crimini di guerra israeliani.

Redazione di MEE

20 dicembre Middle East Eye

Le associazioni palestinesi e israeliane per i diritti umani salutano la decisione della procuratrice della Corte Penale Internazionale di aprire un’indagine ufficiale

La procuratrice capo della Corte Penale Internazionale ha dichiarato che aprirà un’indagine approfondita su presunti crimini di guerra nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme est, e nella Striscia di Gaza, un annuncio che è stato accolto favorevolmente dai palestinesi ma che ha suscitato una forte critica da Israele.

“Sono persuasa che ci sia una base ragionevole per procedere a un’indagine sulla situazione in Palestina”, ha detto venerdì Fatou Bensouda in un comunicato.

“In breve, sono convinta del fatto che i crimini di guerra siano stati commessi o si stiano commettendo in Cisgiordania, tra cui Gerusalemme est e nella Striscia di Gaza”.

Bensouda ha aggiunto che prima di aprire l’ indagine avrebbe chiesto al tribunale dell’Aja di pronunciarsi sui territori sui quali è competente, poiché Israele non è membro della Corte.

La questione della giurisdizione del tribunale deve essere risolta prima che la CPI possa procedere alle indagini.

Un’indagine approfondita da parte della CPI può comportare accuse contro singoli. Gli Stati non possono essere processati.

Questa fondamentale questione dovrebbe essere decisa ora e il più rapidamente possibile nell’interesse delle vittime e delle comunità colpite “, ha detto Bensouda.

Ha aggiunto che “non ci sono ragioni sostanziali per credere che un’indagine non servirebbe a fare giustizia”.

Il 5 dicembre, dopo cinque anni di indagini preliminari ed esame di prove di violenti azioni israeliane contro i palestinesi, la CPI ha pubblicato un rapporto.

La CPI ha esaminato le prove relative al conflitto tra Israele e Gaza del 2014,in cui sono morti 2.251 palestinesi, di cui la maggior parte erano civili e 74 israeliani, la maggior parte dei quali soldati.

L’annuncio è stato accolto con favore dalla leadership palestinese come un “passo atteso da tempo”.

“La Palestina si compiace di questo … come passo atteso da tempo per far avanzare il processo verso un’indagine, dopo quasi cinque lunghi e difficili anni di esame preliminare”, si afferma in una dichiarazione del ministero degli Esteri

Anche Hanan Ashrawi funzionara palestinese di alto livello, ha accolto con favore l’annuncio, affermando che i palestinesi “hanno fatto affidamento sulla Corte Penale Internazionale”.

“Israele deve essere ritenuto responsabile”

Mohammed Bassem, un attivista della Cisgiordania occupata, ha dichiarato a Middle East Eye di sostenere la decisione della CPI.

“Penso che sarà una buona opportunità per discutere della colonizzazione della Palestina e di come Israele ha portato avanti la sua occupazione”, ha detto Bassem.

Tuttavia ha affermato che alcuni palestinesi sono scettici sul fatto che l’inchiesta porti a risultati concreti.

“Siamo anche preoccupati di cosa si occuperà effettivamente l’indagine “, ha detto Bassem. “Per esempio l’inchiesta non seguirà le questioni dei rifugiati e il loro diritto al ritorno e questo è preoccupante, perché è una delle maggiori questioni al centro di ciò che riguarda il conflitto, e sappiamo che, a tal proposito, la Corte non farà nulla “.

In seguito all’annuncio di Bensouda, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si è scagliato contro quello che ha definito “un giorno oscuro per la verità e per la giustizia”.

“La Corte non ha giurisdizione in questo caso. La CPI ha giurisdizione solo sulle petizioni presentate da Stati sovrani. Ma non c’è mai stato uno Stato palestinese”, ha detto Netanyahu in un comunicato.

Nel contempo anche il procuratore generale israeliano Avichai Mandelblit si è opposto alla decisione della CPI, affermando che la Corte non ha la giurisdizione per processare [cittadini] israeliani per crimini di guerra.

“Solo gli Stati sovrani possono delegare alla Corte la giurisdizione penale. Ai sensi del diritto internazionale e dello statuto istitutivo della Corte l’Autorità Nazionale Palestinese chiaramente non soddisfa i criteri di statualità”, ha affermato Mandelblit.

L’Autorità Nazionale Palestinese è riconosciuta come uno Stato non membro dalle Nazioni Unite, il che le consente di firmare trattati e godere della maggior parte delle prerogative, in modo simile agli Stati membri a pieno titolo.

Nel 2015 l’ANP ha firmato lo Statuto di Roma che governa la CPI. Alcuni Paesi, tra cui gli Stati Uniti e Israele, non sono firmatari e pertanto sono protetti dall’accusa all’Aja per crimini di guerra.

Il centro legale per i diritti delle minoranze arabe [palestinesi ndt] in Israele “Adalah” ha accolto con favore la decisione della CPI, affermando di ritenere che la Corte “abbia la piena giurisdizione per decidere sui casi penali in questione”

“Sulla base dei numerosi rapporti delle organizzazioni per i diritti umani e delle commissioni d’inchiesta delle Nazioni Unite nel corso degli anni, il procuratore della CPI, alla luce dei fatti, ha preso la giusta decisione”, ha scritto Adalah in un comunicato venerdì. Ha aggiunto che “nessun’ altra decisione avrebbe potuto essere possibile”.

Anche B’Tselem, un’associazione israeliana per i diritti umani, ha affermato che la decisione di aprire un’indagine “è stato l’unico possibile risultato derivante dai fatti”.

In una dichiarazione dell’associazione si afferma che “alle acrobazie legali di Israele nel tentativo di nascondere i propri crimini non deve essere consentito di bloccare i tentativi giudiziari internazionali, che finalmente se ne stanno occupando”.

(Traduzione dall’inglese di Carlo Tagliacozzo)

 




Rapporto OCHA del periodo 26 novembre – 9 dicembre 2019

Nella Striscia di Gaza, ad est di Khan Yunis, le forze israeliane hanno sparato, uccidendo un ragazzo palestinese 16enne e ferendo altri otto palestinesi, tra cui sei minori.

L’episodio è avvenuto venerdì 29 novembre, quando un gruppo di giovani si è avvicinato alla recinzione perimetrale israeliana che circonda Gaza, scontrandosi con le forze israeliane. Secondo fonti israeliane, i giovani avevano bruciato pneumatici e lanciato pietre ed ordigni esplosivi contro i soldati israeliani.

Sempre nei pressi della recinzione perimetrale che circonda Gaza, altri 90 palestinesi, tra cui 36 minori, sono stati feriti dalle forze israeliane durante le dimostrazioni della “Grande Marcia del Ritorno” (GMR); queste sono riprese il 6 dicembre, dopo una pausa di tre settimane. Secondo il Ministero della Salute Palestinese di Gaza, quarantaquattro [dei 90] feriti sono stati ricoverati in ospedale. Fonti israeliane hanno riferito che, in diverse occasioni, i manifestanti si sono avvicinati alla recinzione ed hanno lanciato contro le forze israeliane ordigni esplosivi e bottiglie incendiarie; nessun israeliano è rimasto ferito. Dal 30 marzo 2018, data di inizio della GMR, durante le proteste le forze israeliane hanno ucciso 213 palestinesi (tra cui 47 minori).

Il cessate il fuoco, concordato a metà novembre, è stato generalmente rispettato ma, in alcune occasioni, le fazioni armate di Gaza hanno lanciato missili contro la regione meridionale di Israele che, a sua volta, ha effettuato attacchi aerei su Gaza, colpendo siti militari e aree aperte e provocando il ferimento di due palestinesi, tra cui una donna. Nelle città di Gaza e Rafah numerosi siti militari, case e strutture civili hanno subito danni. Il 29 novembre, un membro di un gruppo armato è deceduto in conseguenza delle ferite riportate durante l’ultimo confronto armato; sale quindi a 36 il numero di vittime palestinesi degli scontri del 12-14 novembre (nella cifra sono inclusi almeno 14 civili, di cui otto minori).

In almeno 13 occasioni, non riferibili a proteste e scontri, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento allo scopo di far rispettare [ai palestinesi] le restrizioni di accesso [imposte da Israele] sulle aree di Gaza adiacenti alla recinzione perimetrale ed al largo della costa. Non sono stati segnalati feriti. Vicino alla recinzione perimetrale le forze israeliane hanno arrestato due uomini; secondo quanto riferito, stavano tentando di entrare in Israele.

Il 30 novembre, nel villaggio di Beit ‘Awwa (Hebron), le forze israeliane hanno sparato e colpito mortalmente un giovane palestinese di 18 anni; secondo quanto riferito, aveva lanciato una bottiglia incendiaria contro una pattuglia militare israeliana; il cadavere è stato trattenuto dalle autorità israeliane. Durante lo stesso episodio sono stati arrestati altri due palestinesi, tra cui un minore.

In Cisgiordania, durante molteplici proteste e scontri, sono stati feriti dalle forze israeliane altri 181 palestinesi, tra cui almeno 18 minori. Oltre la metà dei [181] ferimenti è stata registrata il 26 novembre, durante le proteste contro una recente dichiarazione del Segretario di Stato americano, attestante la legalità degli insediamenti israeliani. Le proteste erano anche connesse alla morte di un prigioniero palestinese, malato di cancro e detenuto in un carcere israeliano, oltre che in solidarietà con i prigionieri palestinesi in sciopero della fame nelle carceri israeliane. Funzionari palestinesi hanno attribuito la morte del detenuto a negligenza medica. La maggior parte dei rimanenti ferimenti è stata registrata durante operazioni di ricerca-arresto, durante le ricorrenti dimostrazioni tenute nel villaggio di Kafr Qaddum (Qalqiliya) contro le restrizioni di accesso, e nel corso di altri scontri scoppiati localmente. Di tutti i ferimenti, circa il 76% è da attribuire ad inalazione di gas lacrimogeni richiedenti cure mediche e il 19% a proiettili di gomma.

A Hebron City, le tensioni sono aumentate dopo che, il 1° dicembre, le autorità israeliane hanno annunciato la loro intenzione di abbattere un ex mercato palestinese, chiuso nel 1994 per ordine militare israeliano; l’area sarebbe destinata alla costruzione di un nuovo insediamento colonico israeliano. In risposta, il 9 dicembre, i palestinesi hanno messo in atto uno sciopero generale (negozi e scuole compresi) ed hanno effettuato una protesta cittadina che si è evoluta in scontri con le forze israeliane e conseguente ferimento di tre palestinesi. Per diverse ore l’accesso dei palestinesi all’area della città in cui si trovano gli insediamenti israeliani è stato soggetto a restrizioni. In tale area le politiche e le pratiche israeliane hanno comportato lo sfollamento forzato di palestinesi dalle loro case e un peggioramento delle condizioni di vita di coloro che vi rimangono.

Nel corso di 11 distinti episodi, oltre 800 alberi e 200 veicoli di proprietà palestinese sono stati vandalizzati; si ritiene ad opera di coloni israeliani. Non sono stati riportati ferimenti di palestinesi. In concomitanza con la fine della stagione dell’annuale raccolta delle olive, sono stati registrati danneggiamenti di alberi (soprattutto ulivi) nei villaggi di Sebastiya (Nablus), Al Khadr (Betlemme) e As Sawiya (Nablus). In quest’ultimo villaggio (attaccato due volte in tre giorni), coloni israeliani hanno installato una tenda vicino al terreno preso di mira. Dall’inizio del 2019, oltre 7.500 alberi di proprietà palestinese sono stati vandalizzati, secondo quanto riferito, da coloni israeliani. Il 9 dicembre, nel quartiere Shu’fat di Gerusalemme Est, aggressori hanno tagliato le gomme di 189 auto palestinesi ed hanno imbrattato i muri di diversi edifici con scritte, in ebraico, tipo “questo è il prezzo”. Altri veicoli sono stati vandalizzati o incendiati nei villaggi di Khallet Sakariya (Betlemme), Deir Ammar e At Tayba (entrambi a Ramallah).

Citando la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito 22 strutture di proprietà palestinese in Area C ed una in Gerusalemme Est, sfollando 49 persone e creando ripercussioni su altre 800. La metà delle strutture demolite in Area C era stata precedentemente fornita come assistenza umanitaria. Quattro delle località, colpite dalla demolizione di dieci strutture, sono Comunità beduine palestinesi situate all’interno, o nel circondario, di un’area destinata [da Israele] all’espansione degli insediamenti colonici (piano “E1”); sono pertanto a rischio di trasferimento forzato. Altre otto delle strutture demolite erano localizzate in aree [da Israele] dichiarate chiuse e destinate all’addestramento militare israeliano (“zone per esercitazioni a fuoco”); oltre il 20% di tutte le strutture prese di mira finora nel 2019 erano situate in zone “per esercitazioni a fuoco”; esse coprono circa il 30% dell’area C.

Il 28 novembre, nel villaggio di Beit Kahil (Hebron), in Area B, [amministrazione palestinese e controllo militare israeliano] le forze israeliane hanno demolito “per punizione” quattro case e tre cisterne d’acqua, sfollando 15 persone, tra cui sei minori. Le strutture appartengono alle famiglie di quattro palestinesi accusati del rapimento e uccisione, nell’agosto 2019, di un soldato israeliano non in servizio. L’episodio ha innescato scontri con le forze israeliane: sei palestinesi, tra cui due minori, sono stati feriti. Finora, quest’anno, questo è il settimo caso di demolizione “punitiva” giustificato da “necessità di deterrenza”. Le demolizioni punitive sono illegali ai sensi del Diritto internazionale.

Secondo media israeliani, almeno sei veicoli israeliani sono stati colpiti con pietre e danneggiati da palestinesi. Gli episodi sono avvenuti su strade vicino ai villaggi di Tuqu’, Al Khader (entrambi a Betlemme), Beit Ummar (Hebron) e Huwwara (Nablus) e al Campo [profughi] di Al Aroub (Hebron).




L’adolescente di Gaza  “arrestato” da Israele e riportato a casa in un sacco per cadaveri

Tareq Hajjaj (Gaza, territori palestinesi occupati)

5 dicembre 2019 Middle East Eye

La morte di Emad Khalil Ibrahim Shahin, arrestato per aver oltrepassato illegalmente la barriera israeliana, è avvolta dal mistero.

Dopo essersi intrufolati attraverso la barriera di sicurezza eretta da Israele lungo la Striscia di Gaza, Emad Khalil Ibrahim Shahin ed i suoi amici si sono infilati in una baracca abbandonata ed hanno acceso un fuoco. Temendo di essere scoperti, sono scappati.

“Abbiamo corso fino a quando abbiamo trovato una duna di sabbia dietro cui nasconderci, dall’altro lato della barriera, ma ci siamo accorti a quel punto che Emad non era con noi. Correva più lentamente perché aveva le stampelle”, racconta a Middle East Eye uno dei suoi compagni, che vuole restare anonimo.

“L’abbiamo visto a terra e gli abbiamo detto di trascinarsi. Ma è stato allora che è arrivato un veicolo militare a tutta velocità e un soldato gli ha sparato addosso, colpendolo alla gamba destra. Poco dopo è arrivato un elicottero e lo ha portato via.”

Emad Shahin è tornato a Gaza solo 355 giorni dopo. È arrivato il 23 ottobre dentro un sacco per cadaveri.

Oggi la sua famiglia e diverse Ong palestinesi ed israeliane chiedono perché l’esercito israeliano abbia trattenuto il corpo del ragazzo di 17 anni così a lungo e come sia apparentemente morto per la semplice ferita di una pallottola a una gamba.

Simbolo della contestazione

Emad Khalil Ibrahim Shahin era il minore di nove figli, il cui padre lavora come custode in una scuola, guadagnando un salario basso ma dignitoso.

Secondo la sorella Monira, il ragazzo partecipava con entusiasmo al movimento di protesta della Grande Marcia del Ritorno, come anche il resto della famiglia.

Le manifestazioni, che si svolgono tutti i venerdì dal marzo 2018, chiedono alle autorità israeliane di togliere l’assedio della Striscia di Gaza che dura da undici anni, e di permettere ai rifugiati palestinesi – circa il 70% degli abitanti di Gaza – di ritornare alle loro città e villaggi in quello che ormai è Israele.

Una volta alla settimana si possono vedere i palestinesi manifestare lungo la barriera che separa Israele dall’enclave costiera. Anche se le forze israeliane colpiscono soprattutto i manifestanti vicini alla barriera, sono stati presi di mira anche dei palestinesi ben più lontani.

Temendo i cecchini israeliani, Monira e gli altri parenti di Emad sono rimasti abbastanza lontani dalla barriera durante le manifestazioni. Invece il ragazzo vi si è avvicinato diverse volte, bruciando pneumatici per bloccare la visuale ai soldati che prendono di mira i manifestanti.

Non ci è voluto molto tempo prima che i cecchini sparassero a Shahin ad un piede, il 17 maggio 2018.

“Si è ripreso in fretta”, racconta Monira a Middle East Eye, aggiungendo che appena due settimane dopo era tornato alle manifestazioni con le stampelle.

“Quando sono state ampiamente condivise sulle reti sociali delle sue foto mentre partecipava alle manifestazioni nonostante la ferita, lui ne è andato fiero. Si considerava un simbolo della contestazione.”

Ventuno venerdì dopo, Emad è stato di nuovo ferito, allo stesso piede. Malgrado ciò è ritornato alla marcia.

Quando gli hanno sparato per la terza volta, all’altro piede, i chirurghi hanno dovuto amputargli tre dita.

“Nostra madre ha tentato di impedirgli di ritornare. Tutta la famiglia gli ha detto che aveva fatto il suo dovere per il suo Paese e che ormai doveva stare tranquillo”, racconta Monira.

“Ma lui ha ribattuto di non temere la morte, che la morte era ineluttabile e che preferiva morire per il suo Paese resistendo all’occupazione piuttosto che inutilmente.”

Oltrepassare la linea

Il primo novembre 2018 Emad – zoppicando sulle stampelle – e due amici hanno deciso di oltrepassare la barriera, per tentare di raggiungere una baracca lasciata vuota dall’esercito israeliano a circa 300 metri dall’altro lato della barriera, continua sua sorella.

Secondo lei il suo obbiettivo era sfidare l’assedio e riportare un ‘trofeo’, come la cintura di munizioni di un soldato o la targa di una jeep.

Anche se la zona è molto militarizzata e Emad non si muoveva certo liberamente, il giovane palestinese e i suoi amici hanno raggiunto il campo. Eccitato e senza fiato, ha chiamato sua sorella nel momento in cui si preparavano ad andare.

“Voleva condividere il suo momento di gloria. Ma io gli ho urlato contro imponendogli di andarsene immediatamente prima di farsi uccidere. Ero terrorizzata”, racconta Monira.

“Quando è tornato a casa, mia madre era in lacrime e gli ha chiesto di non farlo più.”

Il sabato seguente Emad si è svegliato presto ed ha annunciato a sua madre che dopo colazione sarebbe andato a fare una piccola commissione. Invece è tornato alla baracca, portandovi della benzina.

Alle 16,30 del 3 novembre 2018 Emad è stato colpito alla gamba vicino alla barriera ad est del campo di rifugiati di Maghazi, che si trova nella zona centrale di Gaza.

Secondo testimoni oculari è stato arrestato da un certo numero di soldati israeliani che lo hanno portato via in elicottero venti minuti dopo, a quanto pare verso il centro medico Soroka nel Negev.

Da quel momento la sorte di Shahin è misteriosa.

Subito dopo la scomparsa del ragazzo la sua famiglia ha contattato delle Ong palestinesi e israeliane, cercando disperatamente informazioni.

Inizialmente le autorità israeliane hanno detto che aveva riportato ferite ‘lievi’, ma il giorno seguente a quello in cui è stato ferito l’Ong ‘Medici per i Diritti Umani’ con sede a Tel Aviv ha comunicato la sua morte.

Nei giorni successivi ‘Medici per i Diritti Umani’ ha insistito per avere risposte ed ha chiesto il referto medico sulla morte del ragazzo.

L’11 novembre è stato comunicato all’Ong che le cartelle mediche di Emad Shahin non potevano essere rese pubbliche perché il suo corpo non era stato identificato. È stato consigliato di contattare l’Istituto medico-legale israeliano Abu Kabir.

“Ho contattato la dottoressa Maya Hoffmann di Abu Kabir, che ha cercato di localizzare il corpo, senza riuscirci. Sono stato indirizzato a un servizio d’archivio”, spiega a MEE Ran Yaron, di ‘Medici per i Diritti Umani.’

“Il servizio responsabile degli archivi ha dichiarato che nessun corpo non identificato era stato trasferito da Soroka, quindi abbiamo pensato che l’esercito trattenesse il corpo.”

Dopo di ciò HaMoked, un’organizzazione israeliana per la difesa dei diritti umani, ha chiesto all’esercito israeliano informazioni sul corpo di Shahin. Senza risultato.

“Non capisco ciò che Israele ha fatto del corpo di un ragazzo palestinese per un anno”, dice Yaron.

Interrogato sulla morte di Emad Shahin e sui motivi per cui il suo corpo è stato trattenuto per un anno, l’esercito israeliano ha detto a Middle East Eye di rivolgersi al Ministero della Difesa.

Interpellato, il Ministero della Difesa ha dichiarato che si trattava di una questione su cui solo l’esercito poteva dare spiegazioni.

Morte senza spiegazioni

La famiglia di Emad Shahin è stata distrutta nell’apprendere della sua morte

“Sapevamo che sarebbe stato incarcerato, ma non ucciso”, commenta Monira. In assenza del corpo, alla famiglia rimaneva una flebile speranza che fosse vivo.

Quando la Croce Rossa internazionale ha informato i familiari che il corpo di Emad era arrivato all’ospedale al-Shifa di Gaza, si sono precipitati per vederlo.

Secondo il dr. Emad Shihada il corpo è stato conservato in azoto liquido per un lungo periodo.

Senza una strumentazione adeguata per scongelarlo, un’autopsia non avrebbe potuto essere eseguita prima di aver lasciato le spoglie al sole per due giorni.

La famiglia ha preferito seppellirlo piuttosto che aspettare, seguendo la tradizione islamica che raccomanda la sepoltura immediatamente dopo la morte.

Anche se non è stata eseguita un’autopsia completa, la famiglia di Emad ha riscontrato parecchi segni inquietanti sul suo corpo.

Dalla metà del torace fino all’addome vi era una cicatrice di 15 cm. che indicava punti di sutura. Lo stesso si riscontrava su 13 cm. che andavano dal lato sinistro del torace sui due lati.

Queste misteriose incisioni hanno fatto pensare ai familiari di Emad che fossero stati prelevati i suoi organi per traffico, una pratica nota che Israele tenta di eliminare dal 2008.

Secondo il dottor Shihada è tuttavia possibile che il corpo sia stato aperto dai medici per cercare di fermare un’emorragia interna.

Un esame esterno ha mostrato che a Shahin era stato sparato tre volte alla gamba destra. Se uno o più proiettili hanno trapassato l’arteria femorale, provocando un’emorragia che non è stata fermata entro 15 minuti, ciò avrebbe potuto provocare la sua morte, spiega a MEE il dottore.

“Emad era solo un ragazzo”, dice Monira. “Israele avrebbe potuto curarlo dopo averlo prelevato. Ma non lo hanno fatto. Lo hanno ucciso.”

Trattenimento dei corpi

Secondo il centro al-Mezan per i diritti umani, le autorità israeliane trattengono tuttora i corpi di quindici palestinesi della Striscia di Gaza uccisi dopo il 30 marzo 2018, tra cui due bambini.

Benché la famiglia di Emad Shahin abbia atteso circa un anno perché le fosse restituito il corpo del ragazzo, le altre famiglie palestinesi che vivono nell’incertezza potrebbero non recuperare mai i corpi dei loro cari.

La scorsa settimana il Ministro della Difesa Naftali Bennett ha ordinato che nessun corpo dei palestinesi trattenuti da Israele venga restituito alle rispettive famiglie, ritenendo questo un “mezzo di dissuasione contro il terrorismo”

Israele è il solo Paese al mondo che applica una politica di sequestro delle spoglie, in base ad una legge che risale al 1945, durante il mandato britannico.

La morte di Emad Shahin e la minaccia di un arresto da parte di Israele non hanno però dissuaso Monira e la sua famiglia dal partecipare alle manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno.

“La resistenza è il solo mezzo per liberare la nostra terra”, afferma Monira. “E ormai noi ci andiamo anche per onorare Emad. D’ora in poi tutta la famiglia è pronta a morire per sconfiggere l’occupante.”

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Quest’anno Israele ha ucciso quasi 3 palestinesi alla settimana

Maureen Clare Murphy

29 novembre 2019 – Electronic Intifada

Venerdì 29 novembre il sedicenne Fahd al-Astal è morto dopo essere stato colpito all’addome dalle forze di occupazione israeliane durante le proteste lungo il confine tra Gaza e Israele.

Lo stesso giorno, Raed Rafiq Ahmad al-Sirsawi, 30 anni, è morto per le ferite riportate il 13 novembre nel corso della spirale di violenza israeliana contro Gaza.

Le loro morti portano a 132 il numero totale di palestinesi deceduti finora nel corso dell’anno a causa del fuoco israeliano. Ciò equivale a una media di quasi tre morti alla settimana.

Nel contempo un totale di 10 israeliani sono morti nello stesso periodo a causa della violenza palestinese.

Tredici volte più palestinesi che israeliani sono morti quest’anno per la violenza legata all’occupazione.

 

Prigioniero muore sotto custodia israeliana

Ma questa cifra non include i palestinesi che sono morti nelle carceri israeliane, tra cui Sami Abu Diyak, che martedì 26 novembre si è arreso al cancro [mentre era sotto la] custodia di Israele, fra le accuse di anni di mancanza di cure mediche.

Abu Diyak quest’anno è il quinto palestinese a morire nelle prigioni israeliane.

Contribuiscono alle morti palestinesi non comprese nelle statistiche della mortalità legata al conflitto anche le restrizioni agli spostamenti [inflitte] da Israele.

Tra questi casi vi sono [quelli dei] palestinesi morti in attesa del permesso di viaggio per [essere sottoposti] a cure mediche non disponibili nella Striscia di Gaza assediata.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità riferisce che in ottobre Israele ha accolto solo il 58% delle oltre 1.750 domande presentate dai palestinesi di Gaza bisognosi di cure mediche in Israele e in Cisgiordania.

L’ organizzazione sanitaria internazionale ha anche affermato che il tasso di permessi concessi da Israele per i palestinesi feriti durante le proteste lungo il confine Gaza-Israele è molto più basso del tasso complessivo di concessioni. Da quando la Grande Marcia del Ritorno di Gaza è iniziata il 30 marzo 2018, è stato autorizzato solo il 18% delle domande di cure mediche in Israele e in Cisgiordania per i feriti nel corso delle proteste.

 

Trattamenti crudeli verso i pazienti

[Il caso di] una paziente preso in esame dall’Organizzazione Mondiale della Sanità illustra il trattamento crudele da parte di Israele nei confronti dei palestinesi a Gaza che richiedono cure mediche specialistiche.

Identificata dall’organizzazione sanitaria mondiale come Sherehan, una donna di 33 anni madre di quattro figli, la paziente è stata indirizzata dai medici di Gaza ad un ospedale nella città di Ramallah, in Cisgiordania, per cure mediche specialistiche dopo averle riscontrato un tumore addominale in crescita.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità “per Sherehan questo significava [dover] richiedere che Israele le rilasciasse un permesso per uscire da Gaza. Dal suo primo rinvio, al momento [Sherehan] ha fatto per 12 volte richiesta per [poter] uscire da Gaza per l’assistenza sanitaria e ogni volta senza successo.”

Le è stato negato un permesso otto volte, mentre in tre occasioni alla data del suo appuntamento la sua domanda è risultata “in fase di studio”, e una volta le è stato detto che il trattamento di cui aveva bisogno era disponibile a Gaza.

“Secondo il Ministero della Salute di Gaza, la complessa assistenza multidisciplinare richiesta per Sherehan non è disponibile localmente”, afferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Sherehan ha dichiarato all’organizzazione: “Ho sofferto un anno di malattia, ma negli ultimi tre mesi mi sono sentita così abbattuta e depressa. Il tumore sta diventando più grande e i miei sintomi stanno peggiorando. Non dispongo di cure, solo di antidolorifici.”

Pur negando ai palestinesi come Sherehan l’accesso alle cure mediche necessarie, l’esercito israeliano si vanta dei suoi soldati che donano i capelli ai malati di cancro.

Il COGAT [coordinamento delle attività governative nei territori, ndtr.], il braccio burocratico dell’occupazione militare israeliana che si occupa delle autorizzazioni per le domande di viaggio presentate da pazienti come Sherehan, si è lamentato del rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Secondo il COGAT, in ottobre è stato accolto solo il 51% di tutte le domande di pazienti, il che è inferiore alla cifra del 58% fornita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Diamo a Cesare quel che è di Cesare – almeno il COGAT desidera essere riconosciuto come più crudele di quanto suggeriscono i rapporti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

 

Maureen Clare Murphy è redattrice associata di The Electronic Intifada e vive a Chicago.

 

(traduzione dall’Inglese di Aldo Lotta)