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La striscia di Gaza: una crisi israeliana, non climatica

Dotan Halevy

28 giugno 2022 – Haaretz

L’Institute for National Security Studies [INSS- Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale, centro di studi indipendente, ma legato all’esercito e diretto dall’ex-generale Amos Yadlin, ndtr.] di Tel Aviv ha pubblicato recentemente un rapporto allarmante sulle catastrofiche conseguenze nella Striscia di Gaza in conseguenza della crisi climatica. Il documento, pubblicato anche da Ynet, [sito di notizie del quotidiano Yedioth Ahronot, ndtr.] solleva preoccupati interrogativi sulle pessime condizioni della popolazione civile palestinese a Gaza e suggerisce varie possibili misure per bloccarne il declino.

Questa è davvero una questione cruciale. Il cambiamento climatico sta rapidamente colpendo il Medio Oriente e richiede analisi e azioni urgenti. Tuttavia l’INSS sembra ritenere che la situazione umanitaria a Gaza sia un dato di fatto, causato da una “combinazione di fattori”, fra cui il conflitto con Israele. Questo è un punto di vista errato che nasconde deliberatamente il fatto che il motivo principale per cui gli abitanti di Gaza sono significativamente più esposti agli effetti della crisi climatica è il blocco israeliano.

Condurre la popolazione civile di Gaza sull’orlo del disastro umanitario è un obiettivo deliberato e quasi dichiarato delle politiche israeliane nei confronti di Gaza. Perciò, indipendentemente da qualsiasi misura fantasiosa si prenda per alleviare la crisi idrica o quella energetica nella Striscia, il governo israeliano deve prima riconoscere che isolare Gaza dalla Cisgiordania e da Israele è immorale e inefficace e deve essere fermato.

Nel mondo in cui viviamo non esistono più le economie autarchiche basate sulle risorse. Eppure con il blocco di Gaza ci si aspetta che un territorio con 2,1 milioni di abitanti sussista con acqua desalinizzata pompata principalmente nel proprio territorio. La scadente qualità dell’acqua a Gaza è presentata dagli israeliani come il risultato di “estrazione eccessiva” dalle falde acquifere locali, nonostante il fatto che non esista una sola regione in Israele, o più precisamente nel mondo, che sia costretta a fornire acqua a milioni di persone con questo metodo.

L’INSS afferma che la fornitura elettrica di Gaza è limitata per mancanza di soldi e combustibile, ma quello che non dice è che Israele usa spesso misure punitive collettive contro la popolazione locale e impedisce l’ingresso al carburante anche quando ci sarebbero i fondi. Ma anche se il carburante fosse abbondante, quasi nessuna delle infrastrutture e degli impianti disponibili per distribuire l’energia sono funzionanti a causa dei recenti bombardamenti israeliani.

Israele sta ritardando l’ingresso di migliaia di pezzi di ricambio necessari al buon funzionamento di sistemi idrici ed elettrici e questo ne compromette la continuità operativa. Secondo l’organizzazione Gisha, [ong israeliana che protegge la libera circolazione dei palestinesi, in particolare di Gaza, ndtr] gli impianti idrici ed elettrici a Gaza hanno bisogno di migliaia di pezzi di ricambio. L’INSS concorda che limitare l’ingresso di parti che Israele classifica come a “doppio uso”, cioè di materiali necessari per la costruzione e lo sviluppo, ma che possono anche avere scopi militari, mina qualsiasi tentativo di ricostruire la rete elettrica. 

In breve, Israele sta deliberatamente condannando gli abitanti di Gaza a gelare d’inverno e a morire di caldo d’estate (immaginate una notte di agosto nelle pianure costiere israeliane senza un condizionatore d’aria o un ventilatore), limitando il pompaggio di acqua e il drenaggio fognario e restringendo a poche ore al giorno tutti i servizi essenziali, inclusi quelli medici.

L’inchiesta afferma, in un certo senso favorevolmente, che a Gaza la fornitura di elettricità si affida sempre di più ai pannelli solari. L’INSS la vede come un’opportunità per incoraggiare la dipendenza da energie rinnovabili. Che cinismo! Magari seguendo il modello della fornitura idrica, la rete elettrica di Gaza sarà limitata solamente allo sfruttamento dei raggi di sole che passano fra le recinzioni lungo i confini.

Potremmo analizzare molti altri esempi: dovremmo preoccuparci dell’aumento della concentrazione di CO2 nelle acque del Mediterraneo e del declino di pesce disponibile da consumare a Gaza come risultato della crisi climatica? Israele comunque espande e limita come meglio crede le zone di pesca di Gaza e impedisce intenzionalmente ai suoi pescatori di guadagnarsi da vivere con la loro unica risorsa naturale direttamente accessibile. Persino le discussioni sul declino della quantità d’acqua piovana possono aspettare. Per prima cosa gli elicotteri israeliani per l’irrorazione di pesticidi dovrebbero smettere di usarli quando distruggono le zone erbose intorno alle aree di confine (“ripulire il terreno”) danneggiando le zone agricole di Gaza adiacenti alle recinzioni perimetrali.

La Striscia di Gaza non è particolarmente esposta ai danni del cambiamento climatico a causa della sua posizione geografica o del suo clima. Non è una regione climaticamente unica e autonoma, ma è al contrario un’enclave politica incastrata entro confini artificiali. Dal 1949, con l’accordo sul cessate il fuoco con l’Egitto, Gaza è stata isolata dalle zone di espansione agricola e dai bacini idrici che la rifornivano d’acqua. Dopo il 1967 è stata utilizzata da Israele come un serbatoio di manodopera a basso costo e un mercato monopolizzato dai prodotti israeliani e dal 2007 con il blocco militare israeliano è stata trasformata in quello che molti considerano “la più grande prigione a cielo aperto nel mondo.” Oggi la tragica situazione umanitaria a Gaza non è un errore, ma una componente delle politiche israeliane. Con o senza la crisi climatica.

Se volessimo stabilire un nesso fra la situazione a Gaza e la crisi climatica sarebbe più preciso pensarlo come una finestra affacciata sul panorama da incubo di un mondo immerso nella rivalità per le risorse e la creazione di enclave ambientali per popolazioni indesiderabili. La Striscia di Gaza è essenzialmente un aquario dimenticato in cui forze esterne onnipotenti determinano l’ammontare, i tempi e le circostanze dell’ingresso di cibo e risorse. A seconda delle intenzioni di questo potere esterno il livello di sussistenza potrebbe precipitare al punto da mettere a rischio la sopravvivenza (un disastro umanitario) o, se invece lo volesse, il benessere sarebbe a disposizione.

In un momento di peggioramento delle condizioni ambientali non è da escludere il timore che Paesi potenti adottino il modello dell’Acquario Gaza, imprigionando popolazioni nemiche, restringendo il loro accesso ad acqua ed energia e nutrendole o affamandole a loro piacimento. Tutto ciò, naturalmente, in base a considerazioni di sicurezza nazionale e alle leggi degli Stati sovrani per proteggere se stessi. La miseria, la fame e la disperazione risultanti possono essere convenientemente spiegate come il risultato del riscaldamento globale.

Molti sostengono che Israele abbia un importante ruolo da giocare nell’implementare riforme globali verso una transizione verso energie pulite ed economie sostenibili. Non perché Israele sia un grande inquinatore di diossido di carbonio, ma perché la sua capacità tecnologica e la sua rilevanza geopolitica ne possono fare un modello e una fonte di soluzioni per altri Paesi. Noi possiamo solo sperare che il modello che gli altri sceglieranno di implementare non sia quello che Israele ha adottato per la Striscia di Gaza.

È buono e giusto considerare seriamente la nostra preparazione per gli scenari da incubo che potrebbero verificarsi a causa della crisi climatica. Ma è persino più decisivo che questo dibattito non nasconda il fatto che le ragioni per cui certe popolazioni sono più esposte di altre sono chiaramente politiche. 

Le soluzioni della crisi a Gaza non saranno trovate con metodi fantasiosi per evitare questo problema, mantenendo allo stesso tempo l’isolamento di Gaza dal resto del mondo, ma riconnettendola al suo contesto geografico ed economico, aprendo prima di tutto i checkpoint al flusso regolare di merci e persone e poi connettendo la Striscia alle reti energetiche e idriche israeliane. Vale la pena di menzionare che, a causa del considerevole controllo israeliano del territorio palestinese, il diritto internazionale e l’etica impongono che si occupi della popolazione civile sotto il suo controllo. 

Che a Israele piaccia o no, 40 anni di occupazione de facto e altri 15 anni di blocco militare di Gaza implicano delle responsabilità. I danni causati durante tutto questo tempo e che stanno ancora continuando non si possono più imputare alla crisi climatica.

Dotan Halevy è un ricercatore post-dottorato della Polonsky Academy presso il Van-Leer Jerusalem Institute.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)