Un punto di vista ebraico antisionista sull’antisemitismo crescente

Benay Blend

1 giugno 2021 The Palestine Chronicle

 

In data 25 maggio 2021 Politico [rivista USA che si rivolge soprattutto a chi fa parte dell’establishment politico, ndtr] registrava un aumento di aggressioni antisemite contro gli ebrei in America. Proprio nel pieno dell’ultima escalation di violenza messa in atto dal regime israeliano contro i palestinesi, i giornalisti di Politico Nicholas Wu, Andrew Desiderio e Melanie Zanona si premuravano di fare coincidere l’antisemitismo con la resistenza palestinese.

“Le recenti violenze di Gaza,” spiegano i tre, “sono stati il contesto per attacchi discriminatori contro ebrei verificatisi in diversi Stati USA, oltre che in città in altre parti del mondo.” Analizzare questa frase introduttiva può essere un buon punto di partenza per comprendere come la stampa utilizzi la discriminazione contro un gruppo per promuovere pregiudizi contro un altro.

Giovedì scorso la ADL [Lega Antidiffamazione, ong USA che combatte “l’antisemitismo e tutte le forme di pregiudizio”, ndtr] ha diffuso i primi resoconti di 193 casi di antisemitismo in USA registrati durante una settimana di conflitti in Medio Oriente, mentre erano stati 131 durante la settimana precedente. “Mentre continuano ad aumentare le violenze fra Israele e Hamas, assistiamo ad un pericoloso e preoccupante aumento di odio anti-ebraico qui nel nostro Paese,” ha affermato il presidente di ADL Jonathan Greenblatt, per poi aggiungere: “la sezione sull’estremismo di ADL ha documentato decine di proteste anti-israeliane negli USA dall’inizio delle violenze in Israele, e altre sono in programma.”

Qui Greenblatt identifica erroneamente il sostegno per la Palestina con l’antisemitismo, ma è l’ADL stesso a non essere certo un modello di attivismo progressivo. Basti dire che l’ADL si rifiuta di collocare l’antisemitismo nel contesto di un aumento dei crimini di odio nel Paese. Anzi, non solo si concentra esclusivamente sull’antisemitismo, ma addirittura favorisce l’aggressione nei confronti di altri gruppi di persone, in quanto finanzia l’addestramento in Israele delle forze di polizia, le quali poi adottano quelle stesse tecniche qui in patria.

Inoltre il linguaggio usato dalla rivista ha lo scopo di far ricadere sulle vittime la colpa delle loro oppressione. Ecco così che l’articolo di Politico prosegue riferendo che

“mentre aumenta il numero di Democratici che sostengono apertamente la causa palestinese, i Repubblicani li accusano di abbandonare il più fedele alleato USA in Medio Oriente per fare il gioco del gruppo terroristico Hamas, che prima della tregua annunciata giovedì aveva lanciato migliaia di razzi contro Israele.”

La citazione precedente dimostra che i giornalisti si concentrano esclusivamente su Hamas come unico attore della violenze. E’ già abbastanza fuorviante etichettare come gruppo terroristico Hamas, quando in realtà esso ha reagito alla provocazione di Israele che aveva fatto irruzione nella moschea di al-Aqsa. Inoltre l’articolo non fa alcun cenno ai bombardamenti israeliani di Gaza o all’intensificazione della pulizia etnica a Gerusalemme, che hanno provocato oltre duecento morti e numerosi feriti, né alle recenti retate di palestinesi in Cisgiordania in ritorsione all’umiliazione subita a Gaza.

Grazie a queste omissioni, che incolpano le vittime della propria morte, i giornalisti contribuiscono a far sembrare Israele la vittima innocente di violenza. Che ha a che fare questo con l’antisemitismo? Niente, ma etichettando i gruppi che si oppongono a tale linea come terroristi fa comprensibilmente aumentare la simpatia verso Israele ed i suoi sostenitori.

Tutto ciò contribuisce ad intorbidare le acque in cui si è venuto a trovare Israele, anzi l’intera comunità ebraica. Come spiega Jonathan Cook [giornalista free-lance britannico che dal 2001 vive a Nazareth, ndtr], gli apologeti di Israele

“non possono difendere acriticamente Israele quando commette crimini di guerra o chiedere modifiche normative per assistere Israele nel perpetrare tali crimini di guerra – si tratti dell’ultima aggressione di civili a Gaza, o dell’uccisione di palestinesi disarmati che protestano contro quindici anni di blocco israeliano dell’enclave costiera – e accusare chiunque lo critichi per questo di essere un antisemita.”

Mentre il regime sionista cerca di giustificare e/o cancellare i suoi ultimi interventi di pulizia etnica, si trova anche a fronteggiare un aumento del sostegno per la Palestina in tutto il mondo. Infatti a Washington DC, oltre mille persone si sono radunate [29 maggio 2021, ndtr] sui gradini del Lincoln Memorial per esprimere la propria solidarietà.

Così Israele si ritrova con un assortimento sempre più ristretto di alleati. C’è ad esempio la CUFI – Christians United for Israel [organizzazione cristiana USA con oltre 10 milioni di affiliati che sostiene Israele, ndtr], forse la più grande lobby pro-israeliana degli USA. Però, come riferisce il rabbino Lynn Gottlieb, la destra che sostiene Israele non è amica né degli ebrei né dei palestinesi, in quanto i leader di CUFI si riempiono la bocca, dice, di una “miscela tossica di antisemitismo, razzismo, omofobia, islamofobia e sessismo.”

“Mentre il loro sostegno per Israele dovrebbe dimostrare che il loro programma non è antisemita,” nota la Gottlieb, “l’interesse mostrato dai membri di CUFI per Israele non va al di là della dichiarazione che gli ebrei sono utili nella misura in cui servono ad innescare la fine dei giorni.” [secondo il fondatore John Hagee, Hitler e l’Olocausto sono stati parte del disegno di Dio per riportare gli ebrei in Terra d’Israele e preparare il mondo alla seconda venuta di Cristo, ndtr] In questo scenario la tragedia dei palestinesi non merita alcun interesse.

“Da molto tempo questo tipo di teologia pseudo-fondamentalista costituisce la base del suprematismo bianco e del colonialismo,” conclude la Gottlieb, il che fa sì che Israele e sostenitori si ritrovino alleati con le stesse persone che li odiano.

Per chi di noi crede che “la giustizia sia indivisibile”, come sostiene la professoressa Rabab Abdulhadi [professoressa associata di Studi Etnici/Razza e Resistenza alla San Francisco State University, ndtr], l’antisemitismo dovrebbe venire rifiutato fra le nostre file né più né meno di razzismo, sessismo, omofobia, e di ogni altra forma di discriminazione.

Ma non dovrebbe polarizzare l’attenzione a spese di altri crimini, specialmente quando i palestinesi soffrono nella propria terra, sempre più africani (neri) vengono uccisi da poliziotti americani razzisti e aumentano i crimini contro gli americani asiatici.

L’antisemitismo esiste. L’ho toccato con mano nella mia vita, così come i miei familiari, ma mi ha insegnato a lottare contro l’ingiustizia ovunque, non a mettere in primo piano le mie esperienze. Inoltre ci sono sempre stati casi di infiltrati nei movimenti per la giustizia sociale disposti a commettere atti che discreditano l’intero gruppo.

Secondo il giornalista Max Blumenthal, [fondatore di The Grayzone, sito web di giornalismo investigativo indipendente che analizza la politiche dell’impero USA, ndtr] molti di questi casi sono stati inventati dalle lobby pro-israeliane per sminuire le crescenti critiche contro gli ultimi crimini di guerra israeliani. In un recente articolo Max documenta meticolosamente esempi di filmati elaborati e di accuse sospette che hanno lo scopo di distogliere l’attenzione da Gaza.

E’ inoltre importante acquisire consapevolezza del tipo di linguaggio utilizzato dai media per mettere in buona luce il governo israeliano e nel contempo macchiare la resistenza palestinese etichettandola come “terroristica”, una mossa razzista in sé, in quanto mira a ridurre un intero gruppo di persone ad uno stereotipo dispregiativo.

Queste sono le parole pronunciate dall’attivista palestinese Iyad Burnat subito dopo l’arresto dei due figli durante una recente retata della polizia israeliana: “Noi avremmo sostenuto gli ebrei contro i nazisti perché avevano tutti i diritti di resistere ai nazisti e di difendersi. Perché allora definite “terrorismo” la resistenza palestinese?

“E’ facile ripetere la narrazione comune,”, ricorda ai lettori Steven Salaita [studioso a cui l’Università dell’Illinois ha negato l’assunzione a seguito delle obiezioni a una serie di suoi tweet critici nei confronti di Israele e del sionismo accusati di antisemitismo, ndtr]. “La consapevolezza è super-importante. E’ un impegno costante.”

“Si deve comprendere [poi],” scrive Salaita,

” che i sionisti del Nord America stanno ponendo le basi per un nuovo ciclo di punizioni. Lo fanno ad ogni massacro compiuto da Israele (e fra l’uno e l’altro). Lo schema è chiaro. Non cambia da decenni. E tutte le volte che accade un sacco di gran bella gente -antirazzisti convinti e attivisti caritatevoli- subiscono significativi danni personali e professionali. Attenzione a non diventare il coglione di turno che nel malaccorto tentativo di sembrare garbato agevola i castighi dei sionisti ripetendone i subdoli argomenti.”

Nelle recenti settimane diverse celebrità hanno fatto marcia indietro sul loro sostegno per la Palestina, allo stesso modo di certi leader neri, in parte per il timore di venire intaccati dalla macchia dell’antisemitismo. Ancora con le parole di Steven Salaita, “se non sei disposto ad affrontare una punizione per mantenere fede ai tuoi principi, allora non hai nulla di positivo da offrire agli oppressi ed ai perseguitati. Meglio starne semplicemente fuori allora. L’accomodamento fa più male del silenzio.”

Benay Blend ha conseguito un dottorato in Studi Americani presso l’università del Nuovo Messico. Il suo lavoro di studiosa include: ‘Situated Knowledge’ in the Works of Palestinian and Native American Writers” [‘Saperi contestualizzati’ nel lavoro di scrittori palestinesi e nativi americani] (2017) in “’Neither Homeland Nor Exile are Words’”[Nè Patria nè Esilio sono parole], curato da Douglas Vakoch e Sam Mickey. Ha scritto questo articolo per Palestine Chronicle.

traduzione dall’inglese di Stefania Fusero




L’organizzazione razzista filo-israeliana ADL cerca di cooptare Black Lives Matter

Ali Abunimah

29 giugno 2020 – Electronic Intifada

Per quanti desiderano la fine del razzismo istituzionalizzato, questi sono tempi esaltanti, in quanto attivisti e organizzazioni dei neri guidano una protesta globale contro i simboli e le strutture della supremazia bianca.

Ma in questi giorni, nel caso in cui un’organizzazione razzista si mascheri da organizzazione per i diritti civili, rischia di essere smascherata.

È un gioco d’equilibrio che per anni ha tormentato l’Anti Defamation League [Lega contro la Diffamazione], un’importante organizzazione della lobby israeliana negli Stati Uniti.

La sua controparte nel Regno Unito sta affrontando lo stesso problema.

La crisi è particolarmente acuta proprio ora, in quanto l’ADL cerca di presentarsi come un’alleata di Black Lives Matter [Le vite dei neri contano, movimento di protesta contro la violenza della polizia e il razzismo nei confronti delle minoranze, ndtr.], difendendo nel contempo Israele dalle critiche riguardo ai suoi progetti di annettere terre palestinesi nella Cisgiordania occupata, accentuando ulteriormente il sistema di apartheid.

Una nota fatta trapelare e ottenuta la scorsa settimana dal giornalista Josh Leifer di “Jewish Currents” [rivista trimestrale ebraica USA di sinistra, ndtr.] evidenzia il dilemma dei dirigenti dell’ADL.

Questa nota illustra come il gruppo lobbystico possa, nelle parole di Leifer, “trovare il modo di difendere Israele dalle critiche senza inimicarsi altre organizzazioni per i diritti civili, rappresentanti eletti di colore e attivisti e sostenitori di Black Lives Matter.”

L’essenza della strategia è di consentire alcune tenui critiche contro Israele respingendo nel contempo descrizioni più precise e puntuali delle violazioni dei diritti dei palestinesi da parte di Israele come ‘apartheid’ e ‘separati ma uguali’ – quest’ultimo è un termine a lungo utilizzato per rendere accettabili la segregazione razziale e la sottomissione imposte con la violenza e legalizzate negli Stati Uniti.

Gli autori di questa nota temono che uno scontro con le forze progressiste riguardo all’annessione possa portare l’ADL dalla “parte sbagliata” del movimento Black Lives Matter e “mettere in dubbio i rapporti tra l’ADL e molte organizzazioni e coalizioni per i diritti civili.”

È paradossale che l’ADL tema che Israele venga associato all’apartheid.

Mentre negli anni ’80 e 90’ il regime sudafricano dell’apartheid armato da Israele stava ancora distruggendo vite dei neri in quel Paese, l’ADL gestiva una rete di spionaggio negli Stati Uniti.

Oltre ad infiltrare gruppi solidali con i palestinesi, lo spionaggio dell’ADL passava agli efferati servizi segreti sudafricani documenti segreti sugli attivisti contrari all’apartheid.

L’ultima indiscrezione filtrata dall’ADL conferma timori rivelati in un rapporto privato ottenuto da Electronic Intifada nel 2017.

Quel rapporto – scritto insieme dall’ADL e dal Reut Institute, un gruppo israeliano di esperti – lamentava che gli attivisti della campagna per i diritti dei palestinesi fossero stati “in grado di inserire la lotta palestinese contro Israele come parte della lotta di altre minoranze oppresse quali gli afro-americani, i latinos e la comunità LGBTQ.”

Il rapporto raccomandava che i gruppi sionisti cercassero di ostacolare questa dinamica “collaborando con altri gruppi di minoranza sulla base di valori condivisi e interessi comuni come una riforma della giustizia penale, il diritto di immigrare o lottando contro il razzismo e i reati motivati da odio.” Oggi l’ADL vede Black Lives Matter come un’opportunità di incrementare la sua credibilità portando avanti nel contempo il suo programma anti-palestinese.

Appello per una censura più severa

L’ADL è uno dei molti gruppi lobbystici che, come il governo israeliano, hanno a lungo visto Black Lives Matter come una grave minaccia strategica.

Il suo tentativo di cooptare il movimento Black Lives Matter per controllare e disinnescare le critiche contro il duro regime razzista israeliano nei confronti dei palestinesi è attualmente in corso. L’organizzazione fa parte della campagna “Basta lucrare sull’odio”, che sta facendo pressione sulle grandi multinazionali perché nel mese di luglio tolgano la pubblicità da Facebook per protestare contro il presunto fatto che il gigante delle reti sociali non reprima i discorsi d’odio.

Nomi importanti come Unilever e Starbucks hanno già accettato di aderire.

Ci sono concreti motivi di preoccupazione riguardo a questa campagna: in effetti chiede che Facebook agisca come censore e arbitro della verità, un ruolo che nessuno vuole sia giocato da un’impresa privata senza alcun controllo.

È particolarmente preoccupante, dato che Facebook ha già nominato nel suo nuovo organismo di controllo un ex- funzionario del governo israeliano responsabile della censura. Mentre pochi potrebbero avere dei problemi riguardo al fatto di veder cancellare piattaforme pubbliche di suprematisti bianchi e nazisti, la realtà è che i palestinesi sono stati tra i principali obiettivi della censura in rete, soprattutto da parte di Facebook.

Gruppi lobbystici israeliani, compresa l’ADL, hanno promosso una definizione ingannevole e con motivazioni politiche di antisemitismo che mette sullo stesso piano da una parte le critiche alle politiche israeliane e alla sua ideologia razzista sionistica di Stato, e dall’altra il fanatismo antiebraico.

Hanno spinto governi, istituzioni e imprese di reti sociali ad adottare questa falsa definizione per far tacere i sostenitori dei diritti umani dei palestinesi.

La campagna “Basta lucrare sull’odio” chiede esplicitamente che Facebook “trovi e rimuova gruppi pubblici e privati che si concentrano su suprematismo bianco, milizie, antisemitismo, cospirazioni violente, negazione dell’Olocausto, disinformazione sui vaccini e negazionismo sul clima.”

Per quanto si debbano detestare tali punti di vista, questa è una richiesta piuttosto ampia di censura e controllo delle opinioni, che è improbabile si fermi lì.

Eppure, significativamente, non ci sono richieste di rimozione contro gruppi antimusulmani, nonostante l’incremento dell’islamofobia sulla piattaforma. Questo tipo di odio a quanto pare va benissimo!

La campagna “Basta lucrare sull’odio” fornisce anche un pretesto perché le grandi multinazionali si facciano una pubblicità positiva facendo in realtà ben poco per opporsi al razzismo strutturale. Senza dubbio queste multinazionali saranno contente di ricominciare a fare pubblicità su un Facebook ripulito da ogni opinione dissenziente.

Boicottaggio per me ma non per te

C’è anche la totale ipocrisia dell’ADL, che chiede un boicottaggio contro Facebook mentre attacca e calunnia il BDS – la campagna nonviolenta di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni per porre fine al razzismo e ai crimini di Israele contro i palestinesi.

L’Anti-Difamation League ha persino appoggiato le leggi contro il BDS, sapendo benissimo che queste norme sono incostituzionali perché violano la libertà di parola.

Indubbiamente l’ADL valorizza i propri diritti costituzionali di chiedere un boicottaggio di Facebook anche quando cerca di calpestare i diritti altrui alla libertà di parola, compresi quanti credono che ai palestinesi non dovrebbero essere negati i diritti nella loro stessa terra solo perché non sono ebrei.

Ma, appoggiando la campagna “Basta lucrare sull’odio”, l’ADL unisce le proprie forze con le principali organizzazioni nere progressiste per i diritti civili, come “Color of Change” [Colore del Cambiamento] e la storica NAACP [National Association for the Advancement of Colored People, una delle più antiche ed importanti associazioni per i diritti civili negli Stati Uniti, ndtr.], utilizzando quindi questi rapporti per conquistarsi una cedibilità totalmente immeritata come alleato antirazzista.

Attivisti neri in GB chiedono sanzioni contro Israele

Il problema rappresentato dall’ADL e dalla lobby israeliana nel suo complesso è stato messo in evidenza durante il fine settimana, quando Black Lives Matter UK, una coalizione antirazzista, ha twittato il suo sostegno alla lotta palestinese:

Mentre Israele procede verso l’annessione della Cisgiordania e la maggioranza della politica britannica mette a tacere il diritto di criticare il sionismo e prosegue il colonialismo di insediamento israeliano, noi stiamo in modo forte e chiaro con i nostri compagni palestinesi,” ha twittato l’organizzazione.

Il tweet ha avuto decine di migliaia di likes e re-twittaggi.

Black Lives Matter UK vi ha fatto seguire una serie di tweet che smascherano le affermazioni della lobby israeliana secondo cui le critiche a Israele sono antisemite.

Un tweet ha dichiarato che, in vista dell’annessione, “noi stiamo con la società civile palestinese nel chiedere sanzioni mirate in linea con le leggi internazionali contro il regime colonialista e di apartheid israeliano.”

I tweet sono stati particolarmente significativi in quanto la politica britannica rimane nella morsa di una caccia alle streghe contro chi critica Israele, soprattutto all’interno del principale partito di opposizione, quello Laburista.

Come prevedibile il tweet ha suscitato l’immediata ostilità da parte del Jewish Labour Movement, un gruppo lobbystico all’interno del partito Laburista che ha agito per conto dell’ambasciata israeliana.

Mike Katz, presidente del Jewish Labour Movement, ha affermato di essere “rattristato” nel vedere i tweet di Black Lives Matter UK.

Ha anche affermato che alcuni membri della sua organizzazione “rifiutano l’annessione e le colonie”.

Ciò può essere visto come un ennesimo tentativo di deviare le critiche contro Israele verso una forma “attenuata” accettabile, concentrata solo su un numero ridotto di azioni israeliane, cercando al contempo di escludere le critiche al sionismo.

Il Board of Deputies [Comitato dei Deputati], un’organizzazione ebraica britannica all’interno della Camera dei Comuni e uno dei principali gruppi filo-israeliani, ha, come prevedibile, accusato Black Lives Matter UK di avere “pregiudizi antisemiti”.

Ma il Board ha insistito che ciò “non ci impedirà di stare dalla parte del popolo nero nella sua richiesta di giustizia.”

Ma, di fatto, appoggiare Israele e il sionismo è del tutto incompatibile con ogni richiesta di giustizia. Nessuna campagna di astute manovre di diversione e pubbliche relazioni può nascondere questa semplice verità: non puoi essere un antirazzista razzista.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)