Opinione | Il 7 ottobre non è stata la prima volta che il sionismo ha abbandonato l’ostaggio assassinato Shlomo Mantzur

Avi Shlaim

12 febbraio 2025-Haaretz

L’ostaggio di origine irachena è stato sacrificato sull’altare del sionismo due volte: prima in Iraq e poi di nuovo al confine di Gaza.

Shlomo Mantzur, 86 anni, era il più anziano dei 251 ostaggi israeliani presi dai miliziani di Hamas durante il loro attacco omicida del 7 ottobre. Mentre la versione sionista degli eventi afferma che Mantzur è stato vittima due volte del feroce antisemitismo arabo, in realtà il movimento sionista stesso ha avuto un ruolo nelle sue disgrazie: prima mettendolo sulla linea del fuoco in Iraq nel 1951 e poi non proteggendolo nella sua casa nel kibbutz Kissufim negli ultimi anni della sua vita.

Mantzur era nato in Iraq nel 1938, sopravvisse al famigerato pogrom contro gli ebrei, il Farhud, nel 1941, ed emigrò con la sua famiglia in Israele all’età di tredici anni come parte della “Grande Aliyah” [emigrazione degli ebrei originari di Paesi musulmani in Israele, ndt.] nel 1951. Non ho idea di cosa pensasse del trasferimento. Nel 1950 avevo cinque anni quando mi trasferii con la mia famiglia da Baghdad e sicuramente ci sentivamo arruolati nel progetto sionista contro la nostra volontà.

Il Farhud, il massacro degli ebrei iracheni nel giugno 1941, è comunemente citato dagli storici sionisti come prova del perenne antisemitismo arabo e musulmano. Ma il Farhud era l’eccezione piuttosto che la norma.

Era chiaramente una manifestazione di antisemitismo, ma era anche il prodotto di altre forze, in particolare della politica imperiale britannica che trasformò gli ebrei in capri espiatori. Furono uccisi 165 ebrei, donne ebree furono violentate e le case e i negozi degli ebrei furono saccheggiati. Ma dopo il Farhud la vita ebraica in Iraq riprese gradualmente il suo corso normale senza questo violento assalto ai cittadini ebrei di Baghdad si ripetesse.

Il vero punto di svolta nella storia ebraica irachena non fu il 1941, ma il 1948, quasi un decennio dopo, con la fondazione dello Stato di Israele e l’umiliante sconfitta araba nella guerra per la Palestina.

Nel marzo 1950 il governo iracheno approvò una legge che consentiva agli ebrei, per un periodo limitato di un anno, di lasciare il paese legalmente con un visto di sola andata. Senza altri passaporti l’unico Paese in cui potevano andare era Israele, con una valigia e cinquanta dinari. Le organizzazioni sioniste organizzarono per loro il trasporto aereo, prima via Cipro e poi direttamente da Baghdad a Tel Aviv.

Nel 1950, c’erano circa 135.000 ebrei in Iraq; alla fine del 1952, circa 125.000 di loro finirono in Israele nei ma’abarot, o campi di transito. Abbiamo lasciato l’Iraq come ebrei e siamo arrivati ​​in Israele come iracheni. C’erano fiorenti comunità ebraiche in molte parti del mondo arabo, ma la comunità ebraica in Iraq era la più antica, la più prospera e la più fortemente integrata nella società locale.

Abbiamo perso la nostra considerevole ricchezza, il nostro elevato status sociale e il nostro fiducioso senso di orgoglio per la nostra identità di ebrei iracheni. Per noi l’Aliyah in Israele non ha comportato un’ascesa, ma una ripida “yerida”, o discesa, ai margini della società israeliana. Una volta in Israele siamo stati sottoposti a un sistematico processo di de-arabizzazione: siamo stati spruzzati con insetticida DDT e catapultati in un paese alieno, dominato dagli ashkenaziti [ebrei originari dell’Europa centro-orientale, ndt.].

La principale narrazione sionista attribuisce la responsabilità dell’esodo ebraico iracheno all’endemico antisemitismo arabo. Il neonato Stato di Israele venne eroicamente in soccorso offrendo agli ebrei arabi un rifugio sicuro.

La realtà era più complessa. È vero che la causa principale dell’esodo fu l’ostilità diffusa a livello popolare e la persecuzione degli ebrei da parte del governo iracheno a livello ufficiale dopo la prima guerra arabo-israeliana. Nonostante questa persecuzione, solo alcune migliaia di ebrei scelsero di rinunciare alla loro cittadinanza irachena dopo l’approvazione della legge del 1950.

Il vero impulso furono cinque attentati in locali ebrei a Baghdad nel 1950 e nel 1951, che alimentarono incertezza e paura accelerando l’esodo.

Le voci persistenti secondo cui il Mossad avrebbe avuto un ruolo nel piazzare queste bombe alimentarono il risentimento degli immigrati ebrei iracheni contro il loro nuovo Stato. Israele negò categoricamente queste voci e due commissioni d’inchiesta assolsero Israele da qualsiasi coinvolgimento. Questa svolta nella storia ebraica irachena mi ha affascinato fin da quando ero adolescente a Ramat Gan, una città a est di Tel Aviv. Nel 2023 ho pubblicato un’autobiografia dal titolo “Three Worlds: Memoirs of an Arab-Jew” (“Tre mondi: memorie di un ebreo arabo”). I miei tre mondi sono Baghdad, Ramat Gan e Londra.

Nel corso della ricerca per questo libro mi sono imbattuto in due fonti di prove che indicavano chiaramente il coinvolgimento israeliano nelle bombe che contribuirono ad accelerare l’esodo. Una fonte era Yaacov Karkoukli, un anziano amico di mia madre che era stato un membro della rete segreta sionista a Baghdad.

Karkoukli mi raccontò nei dettagli il suo lavoro, insieme ai suoi compagni, nella falsificazione di documenti, nel pagamento di tangenti a funzionari e nell’incoraggiamento all’emigrazione in Israele, prima illegalmente e poi legalmente. Uno dei suoi colleghi, un avvocato e ardente sionista di nome Yusef Ibrahim Basri, nel 1950-1951 fu responsabile di tre dei cinque attentati dinamitardi di locali ebraici nella capitale irachena. Karkoukli mi diede anche una pagina di un rapporto della polizia di Baghdad che indicava Basri come il principale colpevole e forniva dettagli del suo interrogatorio sulle sue attività terroristiche. Basri fu processato e condannato a morte per impiccagione. Le sue ultime parole furono “Lunga vita allo Stato di Israele!”

Lo stesso Karkoukli era un convinto sionista di destra che mirava a consolidare e rafforzare il neonato Stato ebraico a qualsiasi costo. Mi disse con orgoglio che il referente di Basri era un ufficiale dell’intelligence israeliana di nome Max Binnet, di stanza a Teheran. Nel 1954, Binnet fu coinvolto nel famigerato Affare Lavon, in cui reclutò ebrei egiziani in una rete di spie e sabotaggi per creare ostilità tra le potenze occidentali e il regime di Nasser. Piazzarono bombe in luoghi pubblici e negli uffici informazioni degli Stati Uniti. Il piano fallì disastrosamente: tutti i membri della rete furono catturati, processati e condannati, e lo stesso Binnet si suicidò in prigione.

Come le bombe a Baghdad, questa fu un’operazione sotto copertura. Fu un esempio di ciò che Shalom Cohen, il vicedirettore iracheno della rivista Haolam Hazeh, definì “Sionismo crudele”. E, come le bombe a Baghdad, alimentò il sospetto musulmano verso gli ebrei che vivevano in mezzo a loro e contribuì a trasformare gli ebrei da pilastro della società irachena ed egiziana in una potenziale quinta colonna.

Il movimento sionista, nel suo disperato bisogno di Aliyah, dopo che le armi tacquero nel 1949, mise ebrei come Shlomo Mantzur e la mia famiglia in pericolo nella nostra patria araba. Il governo israeliano di estrema destra guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu ha tradito Mantzur una seconda volta verso la fine della sua vita, abbandonandolo alle tenere attenzioni dei miliziani di Hamas il 7 ottobre. Fu rapito dalla sua casa nel kibbutz Kissufim e probabilmente ucciso all’arrivo nella Striscia di Gaza, dove il suo corpo giace ancora oggi.

Questo governo sostiene che Israele è l’unico posto sicuro per gli ebrei in un mondo infestato di antisemitismo. La triste ironia è che Israele è diventato oggi il posto meno sicuro al mondo per gli ebrei a causa della sua dipendenza dall’occupazione e dall’oppressione dei palestinesi. Israele ha avuto un ruolo nell’incitamento all’antisemitismo negli anni ’40 e il governo Netanyahu continua oggi ad alimentare questi terribili episodi in tutto il mondo. Questo governo non si vergogna di accogliere antisemiti come l’ungherese Viktor Orban perché sono filo-israeliani. Come Theodor Herzl aveva previsto, “gli antisemiti saranno tra i nostri più forti sostenitori”.

Avi Shlaim è professore emerito di relazioni internazionali all’Università di Oxford. È autore di “The Iron Wall: Israel and the Arab World” [Il muro di ferro: Israele e il mondo arabo] e di “Three Worlds: Memoirs of an Arab-Jew” [Tre mondi: memorie di un ebreo arabo]. L’edizione in ebraico di questo libro sarà pubblicata da Am Oved nei prossimi mesi.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele archivia la causa contro cinque uomini accusati dell’uccisione di un prigioniero palestinese

Mera Aladam

21 gennaio 2025 – Middle East Eye

Il Procuratore di Stato Amit Isman ha deciso di annullare la causa contro i cinque, a causa dell’elevata possibilità di “false confessioni e mere millanterie”.

Lunedì il Procuratore di Stato di Israele ha archiviato un’indagine contro cinque uomini sospettati di aver ucciso un palestinese bendato che avevano imprigionato in seguito agli attacchi di Hamas del 7 ottobre.

Nonostante prove video e ammissioni di colpa da parte dei sospettati Amit Isman ha archiviato l’indagine adducendo “scarsa credibilità delle confessioni, che probabilmente sono solo spacconerie”.

I cinque uomini, identificati come Roi Yifrach, Israel Biton, Akiva Kaufman, Israel Peretz e Saar Ofir, erano indagati dal novembre 2023.

Sono stati sospettati di aver sequestrato un palestinese che asserivano essere un importante combattente di Hamas che avrebbe partecipato all’attacco del 7 ottobre.

Ofir durante un interrogatorio del novembre 2023 aveva dichiarato che Yifrach, il principale sospettato, gli aveva mostrato un video in cui lui accoltellava al viso un palestinese bendato, uccidendolo.

All’epoca quattro giudici emisero avvisi di ricerca dopo aver concluso che vi era il ragionevole sospetto che fosse avvenuto un omicidio.

Yifrach confessò alla polizia e in messaggi whatsapp inviati ad altri che aveva ucciso dei “terroristi” al di fuori del combattimento.

Anche Ofir confessò in messaggi whatsapp di aver ucciso “terroristi” dopo averli a quanto pare torturati sia sessualmente che fisicamente.

Ofir, un colono dell’insediamento di Elkana nella Cisgiordania occupata, è stato coinvolto anche in un altro caso in cui lui e altri due ufficiali israeliani sono stati accusati nel dicembre 2024 di aver aggredito violentemente un palestinese in agosto e di averlo rapito prima di lasciarlo incosciente e sanguinante vicino ad un posto di blocco.

Il giornale israeliano Maariv ha riferito che la Pretura di Tel Aviv ha emesso un mandato di arresto contro Yifrach, Biton e Ofir, stabilendo che vi era un ragionevole sospetto di omicidio.

Tutti i sospettati coinvolti nell’uccisione hanno negato di aver ucciso la vittima in assenza di una minaccia da parte del palestinese. Ofir ha detto di aver mandato messaggi per vantarsi.

Secondo Maariv le indagini hanno messo in luce contraddizioni nelle versioni dei sospettati, spingendo il Procuratore di Stato a chiudere il caso adducendo la mancanza di prove sufficienti per accusarli di omicidio.

Tuttavia, in base alle prove, Yifrach ha confessato l’uccisione, il corpo della vittima è stato trovato nella sua auto ed è stato anche rinvenuto un video in cui lo si vede colpire il palestinese.

Secondo Maariv il Procuratore di Stato ha deciso di chiudere il caso in quanto riteneva che la confessione di Yifrach fosse falsa e derivasse dal desiderio di “ostentare il proprio contributo allo sforzo bellico”.

Alla fine di luglio nove soldati israeliani sono stati arrestati per presunto stupro di un palestinese detenuto a Sde Teiman, un carcere nel deserto del Negev nel sud di Israele.

L’incidente ha provocato un contraccolpo in Israele, con una mobilitazione dell’estrema destra che ha visto un parlamentare e ministro assalire il centro di detenzione ed un tribunale militare in protesta contro gli arresti.

Martedì cinque di quei prigionieri sono stati inviati agli arresti domiciliari, in pendenza di una possibile decisione da parte dell’esercito di formalizzare le accuse.

Secondo un recente sondaggio una maggioranza di israeliani ritiene che agenti penitenziari accusati di aggressione sessuale contro un detenuto palestinese non debbano subire imputazioni penali e debbano solo essere sottoposti a misure disciplinari dall’esercito.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Una procuratrice ammette che Israele non riesce a trovare vittime di stupri avvenuti il 7 ottobre

Ali Abunimah

6 gennaio 2025 – The Electronic Intifada

Una procuratrice israeliana ha ammesso che nessuno ha ancora sporto denuncia per i presunti stupri commessi da palestinesi il 7 ottobre2023.

Ma Moran Gez, che si è occupata delle azioni legali contro i palestinesi arrestati dopo l’operazione Al-Aqsa Flood [l’attacco del 7 ottobre, ndt.], nonostante l’assenza di prove concrete contro di loro, continua a chiedere esecuzioni di massa.

“Per quanto mi riguarda, chiunque sia entrato in Israele da Gaza il 7 ottobre, non importa se per uccidere o saccheggiare, dovrebbe essere incluso nell’atto di accusa e condannato alla pena di morte”, ha dichiarato Gez.

Ha anche detto di aver sostenuto questa causa con i colleghi che si occupano della pianificazione dei procedimenti giudiziari relativi agli eventi del 7 ottobre.

“Perché? Perché a causa di quelli che non hanno ucciso ma saccheggiato, bruciato, rubato, raccolto avocado, come alcuni sostengono, a causa di questa confusione, l’esercito israeliano non ha potuto arrivare in tempo”, ha aggiunto Gez. “Sei andato alla porta con un trapano e l’hai aperta per rubare? Poi è arrivato un terrorista e ha ucciso dei civili”.

Gez, che fino a poco tempo fa è stata il pubblico ministero incaricato dei cosiddetti casi di sicurezza nel distretto meridionale di Israele, ha svolto un ruolo di spicco nello sforzo per mandare a processo i palestinesi responsabili di atti avvenuti il 7 ottobre che Israele considera criminali. Nessun processo ha ancora avuto luogo.

Mancanza di prove

Gez ha rilasciato queste dichiarazioni in un’intervista concessa a Yedioth Ahronoth, quotidiano israeliano a tiratura nazionale, e pubblicata sul suo sito Ynet il 1 gennaio 2025.

Gez riconosce che Israele ha scarse prove contro qualsiasi specifico individuo.

Gez ammette anche che è improbabile che la pena di morte venga applicata, ma il suo desiderio di esecuzioni, anche per coloro che lei accusa di aver raccolto frutti (coltivati su una terra rubata ai palestinesi dai coloni israeliani), è un buon indicatore del tipo di “giustizia” che i palestinesi possono aspettarsi in Israele.

Con le parole di Ynet: “La difficoltà più grande è probatoria, spiega Gez. È quasi impossibile usare le prove per legare uno specifico crimine a uno specifico imputato mentre ci si occupa di decine di scene del crimine, nelle quali sono stati catturati centinaia di sospetti e migliaia di reati sono stati commessi”.

Ma la sua dichiarazione secondo la quale ci sarebbero troppe prove da esaminare sembra essere una manipolazione finalizzata a nascondere il fatto che in molti casi le prove potrebbero non esserci affatto.

“La legislazione ordinaria in materia probatoria non è adatta in questo caso. Non ci sono concatenazioni organizzate di prove, non c’è nessuno che abbia realizzato i filmati che vorresti presentare in aula”, ha ammesso Gez.

Strumentalizzazione propagandistica di atrocità e incitamento al genocidio

Quasi dalle prime ore del 7 ottobre Israele e i suoi sostenitori hanno diffuso dichiarazioni su stupri di massa di israeliani e altre atrocità commesse dai combattenti palestinesi.

Ma le indagini condotte da The Electronic Intifada e altre testate indipendenti hanno efficacemente dimostrato che le accuse di stupro non sono documentate o sono falsità a tutti gli effetti – una strumentalizzazione propagandistica per giustificare e incitare al genocidio in corso a Gaza per opera di Israele.

I politici a capo dei paesi che armano attivamente il genocidio, come l’amministrazione Biden-Harris negli Stati Uniti, nel loro sostegno alla campagna di sterminio israeliana hanno diffuso la propaganda relativa a stupri e atrocità.

Il Cancelliere tedesco Olaf Scholz ha falsamente affermato che membri di Hamas avessero realizzato dei video che li ritraggono nell’atto di commettere stupri contro persone israeliane.

Il Ministro degli Esteri del governo Scholz Annalena Baerbock si è spinta anche oltre, affermando di aver visto tali video inesistenti con i propri occhi.

Quando ai funzionari del governo tedesco vengono contestate queste menzogne, essi diffamano i giornalisti che pongono le domande e li mettono a tacere.

Nessuna vittima di stupro

Nella sua intervista a Ynet Gez conferma che 15 mesi dopo gli eventi Israele non ha ancora identificato una singola vittima per la quale sia possibile intentare un’azione penale contro un presunto autore di un’aggressione sessuale.

“Sfortunatamente sarà molto difficile provare questi crimini”, ha dichiarato Gez.

“Alla fine, nessuno ha sporto denuncia”, ha ammesso Gez, sottolineando il considerevole divario tra percezione pubblica e realtà dei fatti.

“Ciò che emergerà alla fine sarà del tutto diverso dalla rappresentazione che ne hanno dato i media”, ha detto Gez, per poi offrire la solita versione secondo la quale “le vittime degli stupri sono state uccise oppure non sono ancora pronte a rivelarlo”.

Ma se questa frequente giustificazione può spiegare perché non sia stata identificata neanche una vittima, essa non può invece spiegare la totale assenza di prove, sia scientifiche che visive, e di testimonianze oculari credibili, a maggior ragione se si considera la presunta ampiezza delle aggressioni sessuali il 7 ottobre.

Non che sia mancato l’impegno nella ricerca di vittime.

“Ci siamo rivolti alle organizzazioni per i diritti delle donne e abbiamo chiesto cooperazione”, ha dichiarato Gez. “Ci hanno detto che semplicemente nessuno si era rivolto a loro”, in altre parole nessuno si era fatto avanti.

Ciò conferma l’esperienza del New York Times, che ha passato al setaccio gli ospedali israeliani, i centri di crisi per gli stupri, le linee telefoniche per le aggressioni sessuali e altre strutture specializzate, senza riuscire a trovare una sola vittima di un’aggressione sessuale del 7 ottobre.

“Nessuno aveva incontrato una vittima di aggressione sessuale”, ha spiegato lo scorso anno all’israeliana Canale 12 Anat Schwarz, la giornalista che aveva condotto le ricerche per il Times.

Ciononostante, in quanto membro della squadra di giornalisti del New York Times capitanata dal premio Pulitzer Jeffrey Gettleman, Schwartz ha pubblicato nel dicembre 2023 il tristemente noto articolo “Urla senza parole”, confermando i presunti stupri di massa.

Quella frode giornalistica è stata poi rapidamente smentita, infangando la presunta autorevolezza del quotidiano.

E in particolare, quando lo scorso maggio il Procuratore capo della Corte Penale Internazionale Karim Khan ha richiesto l’emissione di mandati di arresto contro i dirigenti di alto livello di Hamas, non ha incluso nessuna accusa relativa a stupri avvenuti il 7 ottobre.

Questo è un forte indizio del fatto che neanche gli investigatori della Corte abbiano trovato riscontri (anche se Khan ha incluso deboli accuse secondo le quali i prigionieri di guerra e civili trattenuti a Gaza dal 7 ottobre abbiano subito violenze sessuali).

Due distinti rapporti delle Nazioni Unite non hanno confermato nessuna delle dichiarazioni israeliane circa gli stupri del 7 ottobre, al contrario riscontrando nella vasta mole dei materiali presi in esame, incluse migliaia di fotografie e video, non solo che non c’era “nessun concreto segno di stupro”, ma una “assenza di prove forensi di crimini sessuali”.

Essi hanno affermato che ci sono prove di violenze sessuali avvenute il 7 ottobre, ancorché facendo ricorso a definizioni ampie, vaghe e mutevoli di “violenze basate sul sesso e il genere”.

Entrambi i rapporti dell’ONU hanno anche apertamente smentito una quantità di dichiarazioni israeliane rilasciate da esponenti di alto livello sulle aggressioni sessuali del 7 ottobre.

Uno dei due rapporti delle Nazioni Unite afferma che molte delle dichiarazioni israeliane in merito a violenze sessuali o di genere avvenute il 7 ottobre, inclusa la storia ampiamente riportata del feto asportato dal grembo materno, si sono rivelate “infondate”.

Anche il secondo rapporto ha riconosciuto che certe accuse di violenza sessuale sono risultate essere “false, inesatte o contraddittorie”.

Abbassare le aspettative”

Si paragoni la dichiarazione di Gez, secondo la quale non si sono trovate vittime israeliane di stupro perché se non sono morte non sono “ancora pronte a rivelarlo”, con la situazione dei palestinesi imprigionati da Israele dal 7 di ottobre.

Presumibilmente i palestinesi non dovrebbero essere meno riluttanti o imbarazzati degli israeliani nel dichiararsi vittime di stupro o aggressione sessuale.

Eppure dal 7 ottobre i palestinesi hanno dato molteplici testimonianze in prima persona, come vittime o testimoni, di violenze sessuali e stupri da parte del personale israeliano.

Le ben documentate e sistematiche violenze sessuali e torture israeliane contro i palestinesi, compreso almeno un caso di un detenuto vittima di tortura e di un orribile stupro di gruppo che è stato parzialmente filmato nel campo di concentramento segreto di Sde Teiman, non hanno tuttavia suscitato nemmeno una frazione dello sdegno e dell’attenzione ottenute invece dalle denunce di stupro israeliane, per quanto non verificate e prive di prove.

Per quanto riguarda quei casi di stupro, Gez racconta a Ynet di aver passato nottate a esaminare materiali come “testimonianze di ZAKA, del rabbinato e delle ragazze che hanno lavato i corpi”.

Non dice però di aver letto alcuna prova forense o referto anatomopatologico che attesti segni di violenza sessuale.

Come è ormai risaputo, ZAKA è il gruppo estremista ebraico fondato e gestito da decenni da uno stupratore seriale di bambini, un gruppo che si occupa di raccogliere i corpi delle vittime di catastrofi per dar loro sepoltura. I suoi volontari non hanno preparazione medica e non si tratta di un’organizzazione dotata di competenze nell’indagine di scene del crimine o in medicina legale.

I dirigenti e i membri di ZAKA hanno svolto un ruolo fondamentale nella fabbricazione e nella diffusione di false atrocità a fini di propaganda, comprese quelle, in seguito smentite, relative agli stupri e ai bambini decapitati.

Ammettendo la mancanza di solide prove per le incendiarie accuse di stupro, Gez consiglia: “A questo riguardo, abbasserei le aspettative”.

“So che il pubblico ha delle aspettative e capisco il bisogno di reagire ai reati a sfondo sessuale e alle orribili aggressioni sessuali che hanno avuto luogo, ma la stragrande maggioranza dei casi non può essere provata in tribunale”, ha dichiarato la procuratrice.

Eppure Gez non è disposta a subordinare il proprio desiderio di vendetta alla mancanza di prove e ritiene che la legislazione in materia dovrà essere cambiata, probabilmente per liberarsi del bisogno di prove. Ma questo riguarda il futuro.

Vuole anche tornare all’uso del tribunale militare per giudicare i palestinesi di Gaza, come ancora si fa per i palestinesi in Cisgiordania, dove i palestinesi sono presunti colpevoli e il tasso di condanna è di fatto del 100%.

Nessuna confessione

Per i casi relativi agli eventi del 7 ottobre, Gez afferma che “Alla fine, serve una confessione”.

Ma secondo lei anche in questo caso Israele ha fatto un buco nell’acqua.

“Sorprendentemente, durante gli interrogatori, questi terroristi cercano di minimizzare l’aspetto nazionalistico”, ha detto Gez. “Sulla base della mia esperienza nell’ambito della sicurezza, la maggior parte dei terroristi sono molto orgogliosi di quello che hanno fatto e non lo nascondono”.

Al massimo, secondo Gez, i detenuti hanno ammesso soltanto azioni come esplodere colpi di arma da fuoco, ma senza colpire nessuno.

“Non è il modo in cui vedo comportarsi di solito i terroristi”, ha affermato, chiamando “vigliacchi” i palestinesi arrestati il 7 ottobre per non aver confessato i crimini raccapriccianti per i quali lei cerca vendetta.

Ovviamente non prende in considerazione che molti dei palestinesi rastrellati e detenuti nella rete segreta di prigioni e campi di tortura israeliani non abbiano commesso gli atti di cui sono accusati, o che essi rilascino false confessioni di reati minori nella speranza di evitare o mettere fine alle torture sistematiche di Israele.

Al momento della stesura di questo articolo, le dichiarazioni compromettenti di Gez sono state pubblicate soltanto in ebraico, come contenuto riservato agli abbonati, e probabilmente vogliono assecondare la sete di sangue di un pubblico israeliano.

È importante che esse siano portate all’attenzione globale, perché sottolineano ancora una volta che quando Israele sostiene di avere un sistema giudiziario funzionante ed equo, almeno per quanto riguarda i palestinesi, non si tratta che di sfacciate menzogne.

[traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola]




Lettera aperta di matematici contro il genocidio a Gaza

Matematici contro il genocidio a Gaza

18 dicembre 2024 Al Jazeera

I 1.078 firmatari denunciano il genocidio e chiedono di tagliare i ponti con le istituzioni israeliane che non lo condannano

Il 7 ottobre 2023 Hamas ha compiuto un attacco terroristico in Israele, uccidendo più di 1.200 persone su una popolazione di 9,5 milioni, tra cui oltre 800 civili e almeno 33 minorenni, e ferendone altri 5.400. L’attacco ha portato anche alla cattura di 248 ostaggi, circa 100 dei quali ancora detenuti a Gaza. Da allora il governo israeliano ha lanciato una violenta risposta genocida contro la popolazione palestinese di Gaza, sotto gli occhi della comunità internazionale. Alla fine di ottobre 2024 le vittime identificate avevano raggiunto quota 43.061, tra cui oltre 13.735 bambini, 7.216 donne e 3.447 anziani, con oltre 100.000 feriti, su una popolazione di 2,3 milioni. Migliaia di altre vittime rimangono disperse, sepolte sotto le macerie. L’esercito israeliano sta infliggendo ai civili palestinesi non meno che l’equivalente di un 7 ottobre ogni dieci giorni, e lo fa da più di un anno.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha descritto la situazione a Gaza come una “crisi dell’umanità”. Oltre al pesante tributo per i civili, questa guerra ha portato alla massiccia distruzione delle infrastrutture civili palestinesi e costretto il 90% della popolazione di Gaza a ripetuti sfollamenti. La maggior parte degli ospedali è stata bombardata e distrutta e numerosi team medici sono stati uccisi. I continui attacchi e blocchi di cibo, acqua, carburante, medicine e aiuti umanitari causano sofferenze insopportabili alla popolazione di Gaza, che sta affrontando anche fame e malattie infettive. I minori, insieme ad altri gruppi vulnerabili, sono particolarmente colpiti.

A fine ottobre 2024 il Ministero dell’Istruzione palestinese, con sede a Ramallah, ha riferito che dal 7 ottobre 2023 Israele ha ucciso oltre 11.057 scolari e 681 studenti a Gaza e ferito oltre 16.897 scolari e 1.468 studenti. In totale sono stati uccisi 441 insegnanti e personale scolastico e 2.491 sono rimasti feriti. A Gaza sono stati uccisi almeno 117 accademici, tra cui Sufyan Tayeh, matematico, fisico teorico e presidente dell’Università islamica di Gaza, ucciso insieme alla sua famiglia da un bombardamento israeliano nel campo profughi di Jabaliya il 2 dicembre 2023. Inoltre a Gaza sono state danneggiate 406 scuole, di cui 77 completamente distrutte. Le università di Gaza sono state gravemente colpite, con 20 istituzioni danneggiate, 51 edifici completamente demoliti e 57 parzialmente distrutti. Di conseguenza da più di un anno circa 88.000 studenti e 700.000 scolari di Gaza sono stati privati ​​dell’istruzione.

Il 26 gennaio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha stabilito l’esistenza di un presumibile genocidio e ha ordinato a Israele di adottare misure per prevenirlo. Il 28 marzo la CIG ha ribadito questo ordine, chiedendo l’attuazione di misure preventive. Quindi, il 24 maggio, la CIG ha ordinato a Israele di interrompere immediatamente la sua offensiva militare a Rafah e di aprire il valico di Rafah per consentire l’accesso senza ostacoli ai servizi umanitari e agli aiuti per i civili. Questi ordini sembrano essere stati completamente ignorati e gli attacchi ai civili a Gaza si sono intensificati, soprattutto nel nord, con il chiaro obiettivo di spopolare questa regione dai palestinesi. Il 30 settembre 2024, dopo giorni di bombardamenti aerei, l’esercito israeliano ha invaso anche il Libano, uccidendo almeno 1.600 persone e sfollandone 1,2 milioni.

Le violazioni dei diritti umani da parte del governo israeliano si estendono oltre la Striscia di Gaza e non iniziano come rappresaglia per l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. In Cisgiordania dal 7 ottobre 2023 sono stati uccisi 79 scolari e 35 studenti, con centinaia di feriti o arrestati. E violazioni sistematiche e diffuse dei diritti umani, come la confisca di terreni, il saccheggio delle risorse e la discriminazione razziale sono state ampiamente documentate in 57 anni di occupazione dei territori palestinesi e 17 anni di blocco a Gaza. Il 19 luglio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un parere consultivo sulle “conseguenze legali derivanti dalle politiche e dalle pratiche di Israele nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), tra cui Gerusalemme Est e Gaza”, dichiarando inequivocabilmente illegale l’occupazione di Israele e chiedendone l’immediata cessazione. La Corte Internazionale di Giustizia ha sottolineato che la responsabilità di non sostenere questa pratica illegale ricade non solo sugli Stati terzi, ma anche su tutte le istituzioni che rispettano il diritto internazionale, comprese le università.

La comunità scientifica si è spesso mobilitata in passato per difendere i diritti umani e il diritto internazionale. In una lettera aperta pubblicata sul New York Times nel dicembre 1948, firmata da Hannah Arendt e Albert Einstein, gli autori denunciarono la visita negli USA di Menahem Begin, leader del partito Tnuat Haherut, precursore del Likud (il partito dell’attuale Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu), in questi termini: “Tra i fenomeni politici più inquietanti dei nostri tempi c’è l’emergere nel neonato Stato di Israele del ‘Partito della Libertà’ (Tnuat Haherut), un partito politico strettamente affine nella sua organizzazione, metodi, filosofia politica e richiamo sociale ai partiti nazista e fascista. Fu formato dai membri e dai seguaci dell’ex Irgun Zvai Leumi, un’organizzazione terroristica in Palestina, di destra e sciovinista… È con le sue azioni che quel partito terroristico tradisce il suo vero carattere; dalle sue azioni passate possiamo giudicare cosa ci si può aspettare che faccia in futuro. Un esempio scioccante è stato il loro comportamento nel villaggio arabo di Deir Yassin. Questo villaggio, lontano dalle strade principali e circondato da terre ebraiche, non aveva preso parte alla guerra e aveva persino combattuto contro bande arabe che volevano usarlo come base. Il 9 aprile i gruppi terroristici attaccarono questo pacifico villaggio, che non era un obiettivo militare nei combattimenti, uccisero la maggior parte dei suoi abitanti (240 uomini, donne e bambini) e ne tennero in vita alcuni per farli sfilare come prigionieri per le strade di Gerusalemme. La maggior parte della comunità ebraica fu inorridita dall’azione e l’Agenzia ebraica inviò un telegramma di scuse al re Abdullah della Trans-Giordania. Ma i terroristi, lungi dal vergognarsi del loro atto, erano orgogliosi di questo massacro, lo pubblicizzarono ampiamente e invitarono tutti i corrispondenti esteri presenti nel Paese a vedere i cadaveri ammucchiati e la devastazione totale a Deir Yassin.”

Da più di un anno il governo israeliano e le sue forze militari commettono ogni giorno a Gaza l’equivalente di un massacro di Deir Yassin, mentre la comunità scientifica rimane in gran parte in silenzio. Eppure, come dimostra la lettera aperta di cui sopra, questa comunità si è già fortemente opposta agli attacchi contro i civili, sia durante le guerre in Algeria e in Vietnam, sia, più di recente, in risposta all’invasione russa dell’Ucraina. Gli scienziati, in particolare i matematici, non possono rimanere indifferenti al genocidio in corso a Gaza, soprattutto perché sembra che le potenze occidentali sostengano politicamente, diplomaticamente e militarmente questo crimine contro l’umanità.

Basta! Esortiamo i nostri colleghi a cessare ogni collaborazione scientifica con istituzioni israeliane che non condannino esplicitamente il genocidio a Gaza e la colonizzazione illegale della Palestina. Li incoraggiamo anche a fare pressione sulle nostre istituzioni affinché interrompano alle stesse condizioni gli accordi con quei partner, in conformità con il diritto internazionale. Questa presa di posizione ovviamente non include le collaborazioni individuali con colleghi israeliani, 3.400 dei quali hanno coraggiosamente firmato un appello alla comunità internazionale, che desideriamo sostenere, “per intervenire immediatamente applicando qualsiasi possibile sanzione contro Israele per ottenere un cessate il fuoco immediato tra Israele e i suoi vicini, per il futuro delle persone che vivono in Israele/Palestina e nella regione, e per garantire il loro diritto alla sicurezza e alla vita”. Infine, chiediamo che le nostre istituzioni rispettino scrupolosamente le libertà accademiche e sostengano risolutamente la libertà di espressione in conformità con la legge.

Un elenco completo dei firmatari può essere trovato qui

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




No Other Land: un duo di registi israeliano e palestinese lotta per denunciare l’apartheid mentre a Gaza infuria la guerra

Alex MacDonald

26 novembre 2024  Middle East Eye

Middle East Eye parla con Yuval Abraham e Basel Adra di minacce di morte, attacchi di squadracce e antisemitismo

A un certo punto del loro premiato documentario No Other Land il regista palestinese Basel Adra dice al suo co-regista israeliano Yuval Abraham di essere convinto che basteranno 10 giorni per scrivere e girare e avranno finito, e gli dice che è troppo impaziente di vedere la fine dell’occupazione della Cisgiordania da parte del suo Paese.

“Abituati a sbagliarti,” dice Adra, sardonicamente, ad Abraham, mentre girano in macchina per Masafar Yatta, un agglomerato di villaggi a sud di Hebron dove si trova casa sua. “Sei un fallito.”

Nel 2024, dopo 57 anni di occupazione israeliana della Cisgiordania e oltre tre quarti di secolo dopo la Nakba, la ‘catastrofe’ che ha visto la cacciata dalle loro case di oltre 700.000 palestinesi, sembra più difficile che mai credere che un altro articolo, un rapporto o un documentario possano finalmente spingere il mondo ad agire.

No Other Land è disseminato di filmati risalenti all’infanzia di Adra che riprendono il padre attivista fronteggiare i soldati e i coloni israeliani esattamente come avrebbe poi fatto suo figlio.

Sebbene possa sembrare difficile che il documentario, girato nel corso di cinque anni fino all’ottobre 2023, sarà la goccia che farà finalmente traboccare il vaso dell’occupazione, ha certamente suscitato forti reazioni, sia positive che negative.

Abraham e Adra, rispettivamente a Gerusalemme e a Masafer Yatta, hanno detto a Middle East Eye che è stato difficile gestire le ripercussioni seguite al loro film. “Mi hanno sorpreso le reazioni in Germania,” ha detto Abraham.

” La Germania dice di sostenere Israele e gli israeliani, ma in realtà sta sostenendo gli israeliani che credono nella continuazione dell’occupazione e che, in un certo senso, ripetono le politiche dei loro governi.”

A febbraio i due registi hanno vinto il premio per i documentari al film festival della Berlinale; nel discorso di accettazione Abraham ha citato le leggi dell’”apartheid” che lo segregano dal suo co-regista invocando la fine dell’occupazione.

Per tutta risposta vari politici tedeschi hanno bollato i suoi commenti come “antisemiti”, dopo di che ha ricevuto minacce di morte e squadracce di estrema destra hanno attaccato la casa della sua famiglia in Israele.

In seguito il portale ufficiale online della Berlinale ha citato le ” tendenze antisemite” di No Other Land sebbene il commento sia poi stato rimosso.

Abraham ha detto che in Germania l’ossessiva repressione dei comportamenti filo-palestinesi sta rendendo sempre più difficile la vita per israeliani ed ebrei come lui che vogliono vedere la fine dell’attuale guerra a Gaza.

“Questa visione semplicistica su cosa significhi sostenere gli israeliani o il popolo ebraico… diplomaticamente, finanziariamente, significa continuare a fare quello che mostriamo nel film, cioè continuare a operare per impedire uno Stato palestinese.

Credo che abbiano agito non solo contro i palestinesi, ma anche contro gli israeliani perché considero i due popoli connessi e credo che la sicurezza sarà sempre uno sforzo comune,” dice.

‘Una storia di potere’

Tuttavia la controversia all’uscita del film ha solo accresciuto l’interesse per i suoi protagonisti, gli abitanti di Masafer Yatta.

Per decenni le autorità israeliane hanno cercato di sfrattare circa 1000 palestinesi residenti a Masafer Yatta per creare una “zona di tiro” militare, un campo di addestramento per l’esercito israeliano. 

Le loro case sono situate nell’Area C della Cisgiordania che resta sotto la totale autorità di Israele ed è costellata di colonie, illegali ai sensi del diritto internazionale, i cui abitanti attaccano regolarmente i palestinesi, vandalizzando case e veicoli e sparandogli contro.

Adra ha detto che dopo le controversie in Germania ha organizzato un’importante proiezione del film nel suo villaggio natale.

“Volevano veramente vederlo dopo tutte le storie su quello che era successo alla Berlinale, gli attacchi contro di me e contro Yuval da parte dei media israeliani e tedeschi,” ha detto.

“A marzo abbiamo fatto un’importante proiezione nel cortile della scuola con una grande affluenza di centinaia di persone della comunità, giornalisti e attivisti solidali.”

Adra ha detto che, oltre a vedere la loro lotta sullo schermo, l’esperienza è stata piena di nostalgia per molti degli anziani che vedevano i vecchi filmati ripescati dagli anni ‘90.

Un momento particolarmente memorabile era stata la visita nel 2009 dell’ex primo ministro britannico Tony Blair nella sua qualità di inviato di pace In Medio Oriente. All’epoca la sua visita, vista con scetticismo dal padre di Adra, aveva garantito la sospensione della distruzione di uno dei villaggi a Masafer Yatta.

Seguendo la visita Adra commenta fuoricampo “questa è una storia di potere”.

“Oggi siamo delusi,” ha detto a MEE.

Le immagini del massacro a Gaza sono ovunque mentre anche la Cisgiordania occupata ha subito un intensificarsi di attacchi dei coloni e dell’esercito israeliano, inclusi attacchi aerei – un’escalation che ha causato centinaia di morti.

“Eppure governi come quelli di Regno Unito, USA e Germania continuano a difendere Israele, sostenendolo e appoggiandolo,” ha detto Adra.

“Sono complici di occupazione, apartheid e genocidio a Gaza.”

“Fede” nel cinema

Per gli abitanti la lotta per proteggere le proprie case è stata sfinente e costosa, finanziariamente e fisicamente.

Una figura centrale del film è Harun Abu Aran, un abitante del villaggio rimasto completamente paralizzato quando un soldato gli sparò al collo mentre tentavano, inspiegabilmente, di confiscare un generatore.

Sua madre ha sempre cercato di accudirlo dentro la grotta in cui vivevano, occupandosi delle visite di giornalisti stranieri curiosi, lamentandosi delle condizioni inadeguate in cui era costretta a prendersene cura.

In coincidenza con la fine del film Abu Aran è morto per le ferite riportate.

“Porto una telecamera con me da quando ero un ragazzino… per filmare le prove, mostrarle e farle pubblicare,” ha detto Adra a MEE.

Ha detto che si è aggrappato alla “fede”, che se continuava a registrare e produrre le prove in modo che tutto il mondo vedesse, qualcuno finalmente avrebbe fatto qualcosa, che gli USA sarebbero riusciti a fare pressione su Israele.

Il 7 ottobre, poco dopo la fine delle riprese, c’è stato l’attacco di Hamas nel sud di Israele con l’uccisione di circa 1200 persone e la cattura di centinaia di israeliani portati come ostaggi a Gaza.

In risposta Israele ha lanciato un attacco devastante contro la Striscia di Gaza, uccidendo oltre 44.000 persone, causando lo sfollamento praticamente di tutta la popolazione e facendo sprofondare l’enclave nella fame, distruzione e disperazione.

“Per tutto lo scorso anno abbiamo guardato il genocidio in diretta sui nostri cellulari con tutti i video provenienti da Gaza e dalla Cisgiordania… la situazione sul campo non fa che peggiorare,” ha detto Adra.

“E agli israeliani non importa delle pressioni internazionali, del diritto internazionale perché, sfortunatamente, gli USA li sostengono.”

La vita sta diventando più difficile anche per Abraham che fa parte del sempre più sparuto numero di israeliani che sostengono i diritti dei palestinesi, sgomento nell’assistere al fervore ultra-nazionalista e irredentista che ha sommerso il Paese in cui nessuna cifra di morti palestinesi sembra suscitare alcuna simpatia.

“Una sinistra israeliana c’è, al momento non rappresentata politicamente ed è molto piccola e sempre più perseguitata dal governo. Dal 7 ottobre lo spazio per le critiche si è veramente ristretto,” ha spiegato.

I recenti mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale (CPI) contro Netanyahu e l’ex ministro della difesa Yoav Gallant sono stati pesantemente condannati in Israele, non solo dagli alleati politici ma anche dai leader all’opposizione.

Perfino Yair Golan, leader dei Democratici (una fusione del Partito laburista e di Meretz, di centro sinistra), li ha bollati come “vergognosi.”

“Io penso che la gente, specialmente nei paesi occidentali, voglia aggrapparsi alla speranza che se solo si sostituisse Netanyahu tutto migliorerebbe e ci sarebbe una soluzione politica, la soluzione dei due Stati, qualsiasi cosa,” ha detto Abraham.

“I partiti israeliani non sono intenzionati a esprimere neppure un minimo di critica verso il loro esercito nonostante la più alta Corte del mondo abbia definito crimini di guerra contro l’umanità le loro operazioni militari.”

Un atto di resistenza dall’interno

Masafer Yatta continua a respingere i tentativi di Israele per cancellarne l’esistenza. “È la nostra terra… ecco perché soffriamo per essa,” sono le parole di uno degli abitanti.

Lo scorso anno ha visto un’esplosione di violenza da parte dei coloni in Cisgiordania e Masafer Yatta non ha fatto eccezione.

Nel corso del weekend i coloni avrebbero attaccato la casa di un attivista locale nel villaggio di Tiwani e aggredito i suoi famigliari, ferendone due.

I soldati israeliani sono poi arrivati e invece di prendere di mira i coloni hanno sequestrato l’attivista.

Il film di Abraham e Adra presenta la Palestina alla vigilia di quella che è indubbiamente stata la maggiore crisi per i palestinesi dal 1967.

E con uno spazio per la resistenza palestinese che si è ridotto in Israele, nei territori occupati e, a quanto pare, anche in quasi tutto il resto del mondo, No Other Land sta combattendo un’ardua battaglia.

“Per noi il film è un atto di resistenza dall’interno e appena l’abbiamo finito volevamo farlo vedere il prima possibile,” conclude Adra.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Un’inchiesta dell’esercito israeliano ha insabbiato le uccisioni dovute a fuoco amico il 7 ottobre

David Sheen e Ali Abunimah 

29 luglio 2024 – The Electronic Intifada 

Il primo rapporto dell’esercito israeliano reso pubblico sugli eventi del 7 ottobre 2023 elogia il generale che quel giorno ha guidato le forze israeliane in battaglia nel kibbutz Be’eri per aver ordinato a un tank di sparare contro una casa uccidendo oltre 10 civili presi in ostaggio.

Il bombardamento ha ucciso praticamente tutti quelli che si trovavano all’interno e nei pressi della casa, tra cui decine di combattenti della resistenza palestinese.

Il rapporto rappresenta un grossolano insabbiamento, non compatibile con fatti noti e un’intenzionale riscrittura di quanto avvenuto per discolpare le forze israeliane dall’uccisione di loro concittadini quel giorno.

Benché il rapporto avrebbe dovuto essere scritto da ufficiali senza alcun legame con quanti parteciparono alla battaglia, uno dei suoi autori è il tenente colonnello Elihai Bin Nun, che il 7 ottobre ha combattuto a Be’eri sotto il comando del generale Barak Hiram, il responsabile delle forze israeliane presenti quel giorno nel kibbutz, come rivelato dal New York Times.

Il sito di informazione israeliano Ynet ha evidenziato che, quando è stata svelata la partecipazione di Bin Nun alla battaglia, l’esercito ha eliminato dal rapporto ogni menzione del suo ruolo come autore.

In conseguenza di questa inchiesta l’esercito ha elogiato Hiram per aver agito in “modo professionale ed etico” avendo ordinato il fuoco letale del tank. Ha occultato la morte di civili provocata dal bombardamento, accettando la responsabilità solo per uno dei 13 ostaggi uccisi nella casa di Pessi Cohen, abitante del kibbutz.

L’esercito ammette l’uccisione di un solo civile, Adi Dagan, in quanto la sua morte è stata testimoniata direttamene dall’unico ostaggio sopravvissuto al bombardamento da parte del carrarmato, Hadas Dagan, moglie di Adi. Durante la battaglia la coppia e altri quattro civili israeliani, tra cui la stessa Pessi, si trovavano sul prato erboso fuori dalla casa, nascosti per evitare le raffiche di proiettili che per ore hanno fischiato sulle loro teste.

Mentre il resoconto completo della battaglia non è stato reso pubblico, una sintesi dettagliata di sei pagine del rapporto pubblicata dall’inviato militare della radio dell’esercito Doron Kadosh fa ulteriore luce sugli eventi. Essa riconosce che il numero di civili all’interno della casa era di sette.

Nella sua prima descrizione pubblica dell’incidente una settimana dopo l’attacco del 7 ottobre l’esercito ha affermato che nella casa erano morti non 7 ma 15 civili, e che otto di loro erano neonati.

In quella casa c’erano altre 15 persone bruciate. Tra esse 8 neonati,” ha detto a un folto gruppo di giornalisti stranieri il 14 ottobre di fronte alla casa di Pessi Cohen il capo del soccorso militare israeliano Vach. “Erano concentrati lì, li hanno uccisi e bruciati.” Erano menzogne vergognose, e, anche se il nuovo rapporto non le ripete, esso crea nuove fandonie su questo incidente divenuto celebre.

La sintesi ufficiale in inglese nota indirettamente che “due civili sono stati colpiti da schegge” e sostiene senza fondamento che la maggior parte degli altri ostaggi probabilmente è stato ucciso dai rapitori palestinesi, nonostante ogni prova suggerisca il contrario.

Nessun civile all’interno dell’edificio è stato colpito dal fuoco del carrarmato,” sostiene. “La maggior parte degli ostaggi è stata probabilmente uccisa dai terroristi.”

Queste affermazioni non sono supportate da riferimenti ad alcuna autopsia. Infatti, a causa degli effetti catastrofici del bombardamento del tank, tale esame post-mortem in molti casi sarebbe stato impossibile anche se le autorità israeliane avessero voluto farlo.

È difficile capire da cosa sia stato ucciso ognuno di loro perché non sono state effettuate autopsie, ma per me è importante che non dicano mai che tutti sono stati uccisi dai terroristi,” ha detto alla radio militare israeliana Yasmin Porat dopo aver appreso il contenuto del rapporto. “Sicuramente questo non è vero.”

Porat è una degli unici due civili sopravvissuti agli avvenimenti nella casa di Pessi Cohen. Fin dall’incidente ha continuato ad affermare che il fuoco israeliano ha probabilmente ucciso molti degli israeliani che si trovavano lì.

Il racconto israeliano contraddice ogni logica

Nel tentativo di dimostrare le proprie affermazioni secondo cui i combattenti della resistenza palestinese hanno giustiziato tutti i civili meno uno, l’esercito delinea uno scenario dettagliato che non solo contraddice le testimonianze delle sopravvissute, Hadas Dagan e Yasmin Porat, ma contrasta con il senso comune.

Il rapporto afferma che alle 18 il capo di tutte le forze che combattevano a Be’eri e che circondavano la zona, il comandante della 99esima divisione di fanteria Barak Hiram, ha ordinato che i soldati si trincerassero presso la casa di Pessi Cohen per lanciare immediatamente un attacco di terra contro la casa. “Il generale di brigata Hiram ha ordinato: iniziate la conquista prima del buio,” afferma la sintesi del giornalista Doron Kadosh. “Ha sottolineato di temere che i terroristi avrebbero approfittato dell’imbrunire per scappare a Gaza con gli ostaggi.”

Poi nota che le forze israeliane hanno aspettato fino alle 17,57 prima di iniziare l’operazione di irruzione nella casa, un’ora dopo il tramonto e due ore dopo che l’ordine era stato dato.

Alle 18, mentre secondo il rapporto Hiram ha dato l’ordine di fare irruzione prima del tramonto, il sole era già calato su Be’eri. Aver aspettato due ore per mettere in pratica quell’ordine, dopo che già da un’ora le stelle erano visibili nel cielo notturno, non è coerente con le conclusioni del rapporto secondo cui “il commando sul campo dello Shin Bet, il comandante della YAMAM e le forze presenti hanno dimostrato un grande eroismo e con la massima determinazione hanno fatto tutto il possibile fino agli ultimi istanti.”

Lo Shin Bet è il servizio segreto interno israeliano e la YAMAM è un’unità speciale paramilitare simile ai gruppi SWAT [unità speciali della polizia, ndt.] degli USA.

Un’altra affermazione fatta nel rapporto che contraddice la logica più elementare è che sono stati i combattenti palestinesi a bruciare la casa di Pessi Cohen, incendiando tutto quello che c’era dentro, compresi se stessi.

Alle 20,30, mezz’ora dopo che le forze israeliane avrebbero iniziato a fare irruzione nella casa, secondo la sintesi di Kadosh gli israeliani avrebbero ricominciato “un violento tentativo di occupare la casa”.

Per un’altra ora ha avuto luogo una dura battaglia tra le nostre forze e i terroristi, che nel frattempo hanno dato fuoco alla casa e l’hanno bruciata,” afferma l’esercito, secondo quanto raccontato nella sintesi.

Inoltre il riassunto afferma che, quando hanno iniziato a incendiarla “per impedire alle forze israeliane di farvi irruzione”, i combattenti palestinesi avevano già giustiziato i civili tenuti nella casa.

In altre parole gli autori del rapporto vorrebbero farci credere che dopo ore di intensa sparatoria i combattenti palestinesi barricati in casa si sarebbero auto-immolati. Si stenta a credere all’idea che i combattenti palestinesi avrebbero scelto di morire patendo pene terribili avvolti dalle fiamme quando avrebbero potuto rapidamente e facilmente porre fine alle proprie vite con un colpo di pistola o morendo in combattimento contro gli israeliani.

Ma questo serve come comoda scusa della ragione per cui la casa e tutti quelli che erano dentro siano stati totalmente bruciati.

Un botto terribile”

Oltre ad essere pieno di incongruenze e affermazioni improbabili, lo scenario descritto nel rapporto dell’esercito è completamente contraddetto dalle testimonianze dei civili sopravvissuti, Hadas Dagan e Yasmin Porat.

Le affermazioni dell’esercito secondo cui i proiettili sparati dal carrarmato contro la casa non hanno colpito nessuno dei civili vicino ad Hadas e a suo marito Adi non quadra con i racconti fatti dalle due donne.

La sintesi nota che, dopo aver sparato alle 17,33 e alle 18,27 due proiettili di tank contro il sentiero fuori dalla casa, alle 18,34 e alle 18,57 sono stati sparati contro la casa altri due colpi. Nel riassunto il terzo proiettile “ha rimbalzato per terra e ha colpito il tetto all’ingresso dell’edificio. Il tetto è crollato in seguito all’impatto e pezzi di cemento sono caduti su Adi e Hadas Dagan, che erano all’esterno della casa. Adi è morto, Hadas è stata ferita ma è rimasta in vita,” afferma l’esercito.

Ci sono prove che la granata non è esplosa e che quelli che hanno colpito Adi e Hadas erano pezzi di cemento del tetto colpito,” aggiunge la sintesi. Secondo l’esercito questa conclusione è stata raggiunta dalla “perizia tecnica” dell’esercito, non da un esame forense o da un’autopsia indipendenti.

La ricostruzione di Hadas Dagan suggerisce qualcosa di diverso. “Improvvisamente un botto terribile … Per me era chiaro che si trattava di un carrarmato… E poi una seconda esplosione,” ha raccontato Dagan al Channel 12 israeliano a dicembre. “Per me è assolutamente evidente che io e Adi siamo stati feriti da schegge del proiettile del carrarmato, perché è avvenuto proprio in quel momento.”

Dagan ha descritto nei minimi particolari di essere rimasta distesa vicino a suo marito Adi e di aver messo il pollice sul buco nella sua “arteria principale” nel tentativo di bloccare il copioso fiotto di sangue, per poi togliere la mano solo quando si è resa conto che era morto.

Mentre stava parlando Dagan ha indicato con il pollice e un dito le dimensioni della ferita di suo marito: circa quelle di una grossa moneta.

È da notare che, nonostante abbia descritto chiaramente il letale bombardamento del carrarmato, Dagan abbia manifestato comprensione per il “dilemma” in cui secondo lei si è trovato l’esercito.

In base alla sintesi, il secondo bombardamento del carrarmato contro la casa mirava “al tetto, alle tegole. La granata è caduta. Non si sa ancora se qualcuno degli ostaggi è stato colpito, ma in base alle prove si stima che lì nessuno lo sia stato.”

Riguardo a Yasmin Porat, settimane dopo, in un’intervista con l’emittente radiofonica statale Kan, ha ricordato come Dagan le abbia raccontato che almeno altri due civili, tra cui il compagno di Porat, Tal Katz, erano stati sicuramente uccisi dalle stesse granate che hanno ferito Hadas e ucciso suo marito Adi.

Yasmin, quando le due fortissime esplosioni hanno colpito ho sentito come se volassi in aria,” Porat ha ricordato che le ha raccontato Dagan. “Mi ci sono voluti due o tre minuti per aprire gli occhi… Quando l’ho fatto o ho visto che il mio Adi stava morendo… A quel punto anche il tuo Tal ha smesso di muoversi.”

Porat ha spiegato che Dagan l’ha poi informata di come lo stesso carrarmato abbia ucciso anche il civile più giovane prigioniero nella casa, la dodicenne Liel Hatsroni.

Ricordo che, quand’ero lì la prima ora (della battaglia), lei (Liel Hatsroni) non ha mai smesso di gridare,” ha detto Porat a Kan, notando che i suoi ricordi coincidevano con quelli di Dagan. “La ragazzina non ha smesso di gridare in tutte quelle ore. Non smetteva di gridare,” Porat ricorda che Dagan le ha detto: “Yasmin, quando le due granate sono esplose lei ha smesso di gridare. Allora si è fatto silenzio.”

Quindi cosa ne deduci?” riflette Porat. “Che dopo quel gravissimo incidente, la sparatoria, che è terminata con due granate, è stato praticamente allora che tutti sono morti.”

Hatsroni e la sua prozia e tutrice Ayala sono state dichiarate ufficialmente morte solo un mese e mezzo dopo la battaglia perché di loro era rimasto ben poco per identificarle. Un parente delle Hatsroni ha detto a The Electronic Intifada che, dopo la battaglia, di Ayala, Liel e del suo fratello gemello Yanai sono rimaste solo ceneri.

Testimoni oculari uccisi a Gaza

Il confronto tra la cronologia degli avvenimenti e le testimonianze delle sopravvissute stabilisce che Liel Hatsroni è stata ferita a morte dalla quarta granata del carrarmato che si dice sia stata sparata alle 18,57, ed è probabile che contemporaneamente Yanai e Ayala siano stati feriti mortalmente.

Nel suo rapporto tuttavia l’esercito sostiene che la battaglia è continuata per altre due ore e mezza, fino alle 21,30, e durante questo tempo gli Hatsroni e gli altri quattro civili tenuti nella casa sono stati giustiziati dai combattenti palestinesi.

Questa versione dei fatti libera le forze israeliane dalla responsabilità per la loro morte, ma ciò è inequivocabilmente smentito dalla testimonianza di Hadas Dagan. Dopo aver descritto nei dettagli come il bombardamento del carrarmato abbia ucciso suo marito Adi, Hadas ha detto a Channel 12 come esso abbia posto fine alla battaglia nel suo complesso, ore prima rispetto a quello che sostiene l’esercito.

Ho sentito un altro sparo da dentro la casa e poi non ho più sentito niente. E ho aspettato che mi uccidessero. Non so quanto tempo sono rimasta distesa lì. Ho visto che non è spuntata nessuna testa. Ho visto le ombre, tutte. Nessuno si muoveva,” ha affermato.

Dagan ha detto a Channel 12 di essere stata effettivamente portata via dal campo di battaglia da forze israeliane verso le 20,15. “Improvvisamente ho sentito delle voci: ‘C’è un ostaggio che ha sollevato la testa!’ E ho visto puntini luminosi, lampadine frontali, e quelle figure armate nel buio. Mi hanno circondata,” ha ricordato Hadas a Channel 12.

Mi hanno messa seduta lì in un veicolo. Ho sentito che dicevano: ‘Ne abbiamo una qui gravemente ferita.’”

L’esercito conferma l’affermazione di Hadas Dagan secondo cui è stata portata via dal campo di battaglia a quell’ora, stimando che sia avvenuto alle 20,10. “I combattenti che cercavano di fare irruzione nella casa hanno notato Hadas Dagan ferita dal tetto della casa, ancora viva, e l’hanno evacuata lontano dalla casa”, afferma la sintesi.

Tuttavia nella narrazione dell’esercito l’allontanamento di Dagan dal campo di battaglia non avrebbe segnato la fine delle ostilità, ma piuttosto l’inizio di scontri più violenti.

Nel frattempo un combattente (israeliano) che parla arabo ha cercato di stabilire un dialogo con i terroristi, ma questi hanno sparato contro di loro in continuazione e non si sono arresi,” aggiunge la sintesi. “Nei primi minuti due combattenti di YAMAM sono stati gravemente feriti nella battaglia per fare irruzione nella casa.”

Poi, secondo il riassunto, alle 20,30 un soldato israeliano si è avvicinato alla casa dei Cohen ed ha preso contatto all’interno della casa con Ayala Hatsroni, che in quel momento sarebbe stata ancora viva. “Gli ha detto che avevano assassinato i suoi figli,” afferma la sintesi. Allora il soldato ha sentito “una lunga raffica di spari, e poi silenzio. Da quel momento i combattenti YAMAM non hanno più sentito grida o voci di ostaggi.”

La fonte dell’esercito per questa affermazione sospettosamente conveniente è il capo ispettore Arnon Zmora, ma la sua dichiarazione non può essere verificata in modo indipendente in quanto è stato ucciso in combattimento nella Striscia di Gaza all’inizio di giugno, un mese prima della pubblicazione del rapporto.

E ovviamente anche l’altra parte di questa presunta conversazione, Ayala Hatsroni, è morta. Allo stesso modo non si può ottenere una nuova testimonianza dal tenente colonello Salman Habaka, che ha sparato le ultime granate del carrarmato contro la casa dei Cohen, in quanto anche lui è stato ucciso nella Striscia di Gaza a novembre, e il comandante che l’ha chiamato perché partecipasse a quella battaglia è anche lui morto in combattimento una settimana dopo.

Giorni dopo la battaglia di Be’eri, quando gli è stato chiesto di deliziare gli israeliani con il racconto di “aver salvato una famiglia” il 7 ottobre, Habaka ha esitato, affermando solo che “abbiamo distrutto i terroristi prima di far entrare la fanteria per portar fuori la gente.”

Le prove suggeriscono in modo schiacciante che Habaka ha accuratamente descritto il combattimento alla casa di Pessi Cohen: prima le forze israeliane hanno sparato granate del carrarmato che hanno ucciso tutti quelli che si trovavano dentro e attorno alla casa, e solo dopo hanno evacuato l’unico civile sopravvissuto che era ancora lì, Hadas Dagan.

Nessuna prova di esecuzioni

La sintesi del rapporto completo dell’esercito israeliano fatta da Doron Kadosh nota che i corpi di tutti e sette i civili tenuti nella casa di Pessi Cohen – i tre Hatsroni, altre tre nonne abitanti a Be’eri e un palestinese di Gerusalemme est occupata che i combattenti della Qassam [la milizia armata di Hamas, ndt.] hanno obbligato a fungere da traduttore – erano carbonizzati. Le identità degli Hatsroni e del palestinese, Suhaib al-Razim, hanno potuto essere confermate solo grazie a test del DNA.

Eppure il rapporto dell’esercito sostiene che questi sette sono morti non a causa delle granate del carrarmato che potrebbero facilmente averli dilaniati, o del fuoco che ha totalmente bruciato i loro corpi, ma da colpi di arma da fuoco, da pallottole che sarebbero state sparate dai loro rapitori palestinesi prima che bruciassero.

Tuttavia l’esercito ammette che non ci sono prove di questa asserzione. “L’inchiesta afferma che la maggior parte degli ostaggi nella casa dei Cohen è stata uccisa dai terroristi e non colpita dalle granate (del carrarmato), ma ciò non può essere confermato, afferma l’IDF, perché i corpi sono stati bruciati,” ha informato Haaretz.

Oltretutto l’affermazione dell’esercito secondo cui i sette civili presi in ostaggio nella casa sono stati giustiziati dai loro rapitori palestinesi non può essere verificata “perché sia le forze di sicurezza che l’unità ZAKA che si è occupata dei cadaveri non hanno conservato in modo corretto le prove forensi dei corpi per consentire di verificare se sono stati uccisi da armi da fuoco o accoltellati,” ha notato il Jerusalem Post.

ZAKA, un’organizzazione ebraica ultra-ortodossa che raccoglie corpi e li prepara per l’inumazione rituale, è stata fondamentale nel diffondere numerose falsità riguardo agli eventi del 7 ottobre, inventando di sana pianta crimini di barbara atrocità mai avvenuti, ma che continuano ad essere utilizzati come pretesto e giustificazione del genocidio israeliano in corso a Gaza.

Familiari ancora all’oscuro

Mentre il rapporto dell’esercito sostiene di avere “presentato alle famiglie in lutto i propri accertamenti su come è morto ogni cittadino tenuto nell’edificio,” un rappresentante di una di queste famiglie ha negato alla rete nazionale israeliana di aver ricevuto questi esami.

Non abbiamo sentito niente di nuovo, non comprendiamo ancora come la maggioranza delle persone sia stata uccisa nella casa di Pessi, non hanno fatto le autopsie,” ha detto un parente a Kan Channel 11.

Il disappunto è stato condiviso da altri abitanti di Be’eri, ha detto la portavoce del kibbutz Miri Gat Mesika. “Sappiamo da quale angolo e dove il carrarmato è entrato, che tipo di granata ha usato, com’è fatta, ecc.,” ha detto alla testata israeliana Ynet. “Fino ad oggi non abbiamo ricevuto una risposta su come i nostri amici nella casa di Pessi siano stati uccisi quel giorno. Quello che era più importante e rilevante per noi è stato omesso nei dettagli e nelle conclusioni del rapporto.”

Comunque le cause della loro morte possono di fatto essere facilmente accertate incrociando il rapporto dell’esercito con la testimonianza resa dall’unica sopravvissuta all’ultimo bombardamento del tank, Hadas Dagan.

Se contiamo solo Liel Hatsroni, Adi Dagan e Tal Katz, che sono tutti morti sicuramente in seguito all’ultimo bombardamento da parte del carrarmato, raggiungiamo un bilancio minimo di tre civili uccisi dal fuoco del carrarmato. Se includiamo tutti e sette i civili tenuti nella casa che sono stati trovati carbonizzati (compresi i tre Hatsroni, Suhaib al-Razim, Zehava Hacker, Hannah Siton and Hava Ben-Ami) raggiungiamo il numero di nove civili probabilmente uccisi nella casa di Pessi Cohen dalle granate del carrarmato.

Un altro civile che era sdraiato sul prato, Tal Siton, è morto a causa del bombardamento da parte del carrarmato o nel fuoco incrociato che lo ha preceduto. Due civili, Ze’ev Hacker e Pessi Cohen, secondo la testimonianza di Hadas Dagan sono sicuramente morti durante le ore della sparatoria. Solo un civile, il fratellastro di Pessi Yitzhak Siton, sicuramente è morto per mano dei combattenti palestinesi, che gli hanno sparato a morte attraverso una porta all’inizio dell’occupazione del kibbutz.

Secondo il riassunto “la quarta e ultima granata è stata sparata” alle 18,57. E aggiunge: “Dopo il lancio di quattro granate e quando le forze hanno visto che i terroristi non si arrendevano, si è deciso di effettuare un’occupazione pianificata della casa ed è stata pianificata l’operazione per la presa della casa.”

Tuttavia questa “operazione di occupazione” non sarebbe iniziata fino alle 19,57, un’ora più tardi: “Comando ‘VAI’, l’operazione di conquista della casa è iniziata.”

Se Hiram ha davvero ordinato il bombardamento di una casa piena di ostaggi da parte del carrarmato “per mettere pressione sui terroristi”, come sostiene il capo di stato maggiore Herzi Halevi nella sintesi ufficiale, allora perché le forze sotto il comando di Hiram non hanno approfittato di quella pressione e non sono corse nella casa per eliminare i combattenti della resistenza che vi si trovavano, mentre erano colti di sorpresa dal bombardamento del carrarmato?

Perché le forze israeliane hanno aspettato, in base al loro stesso racconto, due ore dopo l’ordine di Hiram e un’ora dopo l’ultimo lancio di granate del carrarmato, quando il cielo era già buio?

L’ovvia risposta è che le forze israeliane non avevano più fretta di irrompere nella casa perché le decine di combattenti palestinesi e i sette civili che erano ancora all’interno erano già morti, inceneriti dal bombardamento da parte del carrarmato. A quanto pare la combustione della granata ha creato un tale inferno che è passata un’ora intera prima che i soldati israeliani mettessero piede all’interno. Ogni prova disponibile suggerisce che, ordinando il fuoco del carrarmato sulla casa di Pessi Cohen, probabilmente Hiram ha posto fine alle vite di almeno nove civili, sette dei quali bruciati vivi.

Un’accusa totalmente nuova

Così come sostiene senza prove che i civili all’interno della casa sono stati uccisi dai loro rapitori, il rapporto dell’esercito israeliano introduce un inedito pretesto per il bombardamento ordinato da Hiram: sarebbe stato giustificato dall’incombente minaccia da parte dei combattenti palestinesi di uccidere se stessi e i loro prigionieri.

Le affermazioni che supportano questo pretesto sono incongruenti sia all’interno del rapporto che alla luce delle precedenti asserzioni di quanti erano presenti sul posto.

Il resoconto ufficiale afferma: “Dopo che si è sentito sparare da dentro la casa e che i terroristi hanno comunicato l’intenzione di commettere suicidio e uccidere gli ostaggi, le forze di sicurezza hanno deciso di fare irruzione nella casa per cercare di salvare gli ostaggi e hanno condotto operazioni di combattimento in condizioni difficili.”

Pare sia la prima volta che Israele ha sostenuto che una esplicita minaccia rappresentata dai combattenti palestinesi abbia spinto Hiram a ordinare al carrarmato di fare fuoco.

Il resoconto ufficiale non specifica come questa minaccia sia stata comunicata, ma lascia l’impressione che sia avvenuto nel contesto dei negoziati con i rapitori.

La sintesi di Doron Kadosh, della radio dell’esercito israeliano, fornisce una versione in parte diversa. Sostiene che un gruppo dello Shin Bet avrebbe cercato di intercettare le comunicazioni tra i combattenti palestinesi nella casa di Pessi Cohen e i loro superiori nella Striscia di Gaza e che, dopo che le forze israeliane hanno fatto esplodere due granate del carrarmato fuori dalla casa, avrebbero sentito che i palestinesi annunciavano la loro intenzione di suicidarsi. Alle 16,32, nota il rapporto, “i terroristi hanno informato i loro comandanti che erano circondati e intendevano uccidersi.”

Al contrario la sintesi ufficiale non cita comunicazioni intercettate. Anche così, a differenza del resoconto ufficiale, la versione più dettagliata degli eventi fornita dalla sintesi di Kadosh non sostiene che i combattenti palestinesi abbiano affermato esplicitamente che pensavano di uccidere i prigionieri israeliani, ma solo che si volessero suicidare.

Cosa i combattenti palestinesi abbiano detto o pensato – sempre che qualcosa del racconto israeliano sia vero – senza audio o una trascrizione rimane una questione di supposizioni. Ma, data la nota dottrina della resistenza palestinese, più probabilmente i combattenti avrebbero detto di aver intenzione di morire come martiri – intendendo che, in una situazione in cui non avevano altre vie d’uscita, avrebbero combattuto fino alla morte certa piuttosto che arrendersi.

Non sarebbe stato lo stesso che uccidere intenzionalmente se stessi e gli ostaggi.

È anche da notare che le affermazioni dell’esercito israeliano secondo cui il suo attacco contro la casa era motivato dalla minaccia di uccidere i prigionieri guarda caso compaiono per la prima volta nel contesto di un rapporto che giustifica il bombardamento con i carrarmati e assolve l’ufficiale di alto grado che lo ha ordinato. Data l’incoerenza e la tardiva comparsa di questa affermazione, esse dovrebbero anche essere valutate alla luce di precedenti racconti forniti da quanti erano lì.

La sopravvissuta alla battaglia Yasmin Porat è stata coerente nei suoi resoconti: con parole sue, durante tutto il dramma i palestinesi hanno trattato i prigionieri “umanamente” e hanno garantito loro che non avevano intenzione di ucciderli.

Secondo Porat i combattenti non hanno maltrattato o fatto del male gratuitamente ai loro ostaggi. Il loro scopo dichiarato era portare gli israeliani a Gaza e rilasciarli rapidamente in cambio di palestinesi detenuti da Israele.

Quanto a Hiram, sembra non aver mai sostenuto in precedenza che i palestinesi abbiano comunicato l’intenzione di uccidere a breve se stessi e gli ostaggi, neppure nella sua intervista auto-giustificatoria e piena di invenzioni con Ilana Dayan, la conduttrice del prestigioso programma investigativo Uvda di Channel 12 del 26 ottobre 2023.

Hiram ha raccontato a Dayan che un gruppo di negoziatori portato sul posto “ha cercato di comunicare con loro e ha chiamato i rapitori palestinesi.

Hanno risposto?” chiede Dayan.

Ci hanno risposto con un razzo di RPG [lanciarazzi di fabbricazione sovietica, ndt.]” ha affermato Hiran. A quel punto, racconta Hiram a Dayan, ha ordinato alle forze speciali “di fare irruzione all’interno e cercare di salvare i cittadini intrappolati in quegli edifici.”

In quella “battaglia veramente eroica” – come l’ha definita l’adulatrice Dayan – Hiram ha sostenuto che sono stati salvati quattro ostaggi. Tuttavia in nessun momento le forze israeliane hanno salvato alcuna persona viva dalla casa e, come notato, non ci sono prove credibili che siano mai entrati nella casa se non molto dopo il bombardamento del carrarmato, quando tutti quelli che si trovavano all’interno erano già morti.

Neppure nel contesto di questo racconto largamente falso, fornito meno di tre settimane dopo i fatti, Hiram ha pensato di sostenere che la sua azione sia stata provocata da una minaccia di uccidere gli ostaggi e se stessi da parte dei rapitori.

Hiram ha parlato anche al New York Times per un articolo del 22 dicembre, che è stato uno dei pochissimi sui media occidentali ad occuparsi dell’incidente.

Secondo il Times, quando il 7 ottobre è scesa la notte nel kibbutz Be’eri il comandante della forza paramilitare specializzata, o gruppo SWAT, che si trovava sul posto e Hiram “hanno iniziato a discutere”. “Il comandante dello SWAT pensava che, in seguito alla comparsa di Porat e di uno dei combattenti palestinesi, altri rapitori si sarebbero arresi”. Ma Hiram “voleva che la situazione si risolvesse al tramonto,” ha riportato il Times.

Secondo il generale e altri testimoni pochi minuti dopo i miliziani hanno lanciato una granata anticarro a razzo,” secondo il Times.

I negoziati sono finiti,” ha ricordato di aver detto al comandante del carrarmato il generale Hiram. “Fate irruzione, anche a costo di vittime civili,” ha aggiunto il giornale.

È allora che un carrarmato ha sparato quello che il Times descrive come “due granate leggere” contro la casa. Come citato sul Times, Hiram non ha menzionato il fatto che i combattenti palestinesi avrebbero detto di aver intenzione di uccidere se stessi e gli ostaggi, da cui la necessità di un’azione immediata per salvarli.

Un altro veterano dell’incidente, un certo colonnello Ashi, ha rilasciato il proprio resoconto in un’intervista con la rete ufficiale israeliana Kan, mandata in onda il 1 marzo.

Secondo Ashi tutti i civili uccisi nella casa di Pessi Cohen erano già morti quando Hiram ha dato l’ordine di sparare le granate.

Non credo che ci fossero ancora persone vive lì,” ha affermato Ashi. “Per quanto ne so le bombe del carrarmato hanno colpito in alto, sopra le travi della casa, quindi non penso affatto che qualcuno ne sia rimasto ferito.”

Ashi ha aggiunto: “In seguito sono entrato nella casa e di nuovo non penso che qualcuno sia stato ferito dalla granata sparata all’interno.”

Il racconto di Ashi è totalmente smentito dalle sopravvissute Hadas Dagan e Yasmin Porat, e contraddice il suo stesso comandante Barak Hiram, che ha sostenuto che il bombardamento era motivato dal desiderio di liberare gli ostaggi vivi.

Nonostante le palesi contraddizioni con le mutevoli versioni degli eventi date da Hiram, neppure Ashi sostiene che un’imminente minaccia da parte dei rapitori palestinesi abbia provocato il bombardamento del carrarmato.

Pentola a pressione”?

Benché il rapporto non usi esplicitamente questo termine, il resoconto ufficiale dell’esercito israeliano sembra dipingere retrospettivamente l’incidente alla casa di Pessi Cohen come un’ordinaria applicazione della cosiddetta procedura militare della “pentola a pressione”, una forma di esecuzione extragiudiziaria abitualmente utilizzata contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata.

Tuttavia c’è scritto che il bombardamento del carrarmato è stato effettuato “in modo professionale, una decisione congiunta presa congiuntamente dai comandanti di tutte le organizzazioni di sicurezza dopo un’attenta riflessione e una valutazione della situazione” con l’“intento di mettere pressione sui terroristi e salvare i civili presi in ostaggio all’interno.”

Nella procedura della pentola a pressione l’esercito circonda un edificio e vi spara contro proiettili progressivamente più potenti, iniziando con quelli piccoli, passando poi a mitragliatrici dei carrarmati, alle granate dei carrarmati o ai missili anticarro, nel tentativo di obbligare ad arrendersi una persona ricercata che si trova all’interno. Se si rifiuta di uscire alla fine le forze israeliane demoliscono la casa su di lei.

In tali casi la demolizione finale della casa intende uccidere gli occupanti. Persino in base agli standard dell’esercito israeliano questa forma di attacco ovviamente non sarebbe servita a salvare gli ostaggi.

Ma concepire l’incidente come l’applicazione di una procedura ben definita potrebbe, nella mente degli autori del rapporto, giustificare le uccisioni in un modo più presentabile per l’opinione pubblica israeliana.

Forse corrisponderebbe più adeguatamente alla direttiva Hannibal, la regola d’ingaggio dell’esercito israeliano, ampiamente applicata il 7 ottobre, che consente l’uccisione di prigionieri insieme ai loro rapitori per impedire che israeliani vengano presi in ostaggio come moneta di scambio.

Imputando ai combattenti della resistenza palestinese le orrende morti che ha provocato, l’esercito assolve il generale di brigata Barak Hiram e lo applaude per aver agito “in coordinamento e con professionalità di fronte a una situazione difficile e complessa.”

La conduzione della battaglia da parte di Hiram è stata guidata dall’obiettivo “di salvare quanti più cittadini possibile,” afferma il capo di stato maggiore Halevi nella sintesi ufficiale del rapporto in ebraico. L’11 luglio, presentando il rapporto ai media israeliani, il portavoce dell’esercito, contrammiraglio Daniel Hagari, ha lodato Hiram per il suo comportamento alla casa di Pessi Cohen il 7 ottobre: “Barak ha agito nel modo migliore possibile. Ha creato l’ordine dove c’era il caos,” ha affermato Hagari.

I complimenti dell’esercito per la conduzione delle operazioni da parte di Hiram quel giorno sarebbero stati eliminati dalla versione presentata, ore prima che il rapporto venisse reso pubblico, agli abitanti di Be’eri e ai loro parenti.

Se l’esercito avesse osato condividere con loro il suo grande elogio di Hiram “ogni uovo rimasto dopo la colazione gli sarebbe stato lanciato addosso,” ha detto a Ynet uno dei presenti.

Significative omissioni

Non sorprende che il rapporto non citi il modo in cui il colonello Golan Vach, comandante dell’unità di soccorso del fronte interno dell’esercito israeliano, ha raccolto i corpi dei morti dopo la battaglia e ha mentito su di essi alla stampa: ha detto a decine di giornalisti di aver raccolto personalmente nel soggiorno di Pessi Cohen i corpi carbonizzati di 15 israeliani, tra cui “otto neonati” che non sono mai esistiti.

Non fa menzione neppure del fatto che Hiram si è impossessato della storia inventata da Vach riguardo agli otto neonati giustiziati dai combattenti palestinesi e ha ripetuto questa sanguinosa calunnia senza fondamento nella sua intervista di ottobre a Ilana Dayan dell’israeliano Channel 12.

In quell’intervista Hiram ha mentito anche quando ha sostenuto che i combattenti palestinesi hanno legato gli otto inesistenti bambini insieme a due adulti e poi li hanno giustiziati tutti e dieci.

Come Dayan, la maggioranza dei media israeliani sta ripetendo acriticamente le menzogne dell’esercito riguardo alla battaglia presso la casa di Pessi Cohen e ignorando la notevole mole di prove che le smentiscono totalmente.

Akiva Novick, inviato dell’emittente pubblica israeliana Kan, ha rimproverato le critiche a Hiram su X, noto in precedenza come Twitter,: “Ora dovrebbero dimostrare umiltà e chiedergli scusa,” ha postato Novick dopo la pubblicazione del rapporto.

Un altro giornalista, Nati Kalish della stazione radiofonica religiosa Kol Chai, ha chiesto un’azione legale contro i detrattori di Hiram: “Chiunque dica anche solo la minima cosa sull’eroe israeliano Barak Hiram deve essere processato per calunnia,” ha twittato Kalish.

Hiram è stato osannato da un suo collega ufficiale che ha anche lui inventato storie di atrocità il 7 ottobre, il maggiore Davidi Ben Zion. “Barak Hiram, tu sei un eroe israeliano! Il popolo ebraico ti saluta,” ha twittato Ben Zion.

Ben Zion, che ha falsamente affermato di aver visto 40 neonati israeliani giustiziati da Hamas, ha aggiunto: “Grazie per quello che hai fatto a Be’eri e scusa per il coro di calunniatori che si è affrettato a giudicarti ingiustamente.”

Il portale d’informazione israeliano Walla ha dato notizia che, pronto ad essere promosso in anticipo a comandante della divisione Gaza o a un’altra posizione importante, il 15 luglio Hiram ha iniziato ad addestrare il successore che lo sostituirà come comandante della Brigata 99.

Benché abbia nascosto come il fuoco del carrarmato ha ucciso almeno tre civili e probabilmente tre volte tanto, se non di più, il rapporto critica anche duramente la condotta di soldati e ufficiali israeliani che il 7 ottobre hanno combattuto a Be’eri.

L’indagine ha rilevato che centinaia di soldati di varie unità si trovavano nei pressi dell’ingresso del kibbutz, ma non vi sono entrati; che le truppe hanno portato via soldati feriti anche mentre civili venivano uccisi nelle proprie case e rapiti verso la Striscia di Gaza; che non hanno aiutato i civili che cercavano di salvarsi; che a volte hanno lasciato il kibbutz senza aver informato i propri comandanti. Ha anche scoperto che i soldati hanno combattuto in modo non professionale in una zona piena di civili,” ha informato Haaretz.

L’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] ha fallito nella sua missione di proteggere gli abitanti del kibbutz Be’eri,” ha concluso il portavoce militare Hagari. È penoso e difficile per me dirlo.”

Se questo è il disprezzo che Israele dimostra per le vite dei suoi stessi civili e per la verità riguardo a come sono morti, allora il suo spregio per le vite dei palestinesi, le vittime del genocidio da parte di Israele, non può che essere superiore come ordine di grandezza.

David Sheen è l’autore di Kahanism and American Politics: The Democratic Party’s Decades-Long Courtship of Racist Fanatics [Il Kahanismo e la politica americana: il fidanzamento durato decenni tra il partito Democratico e i razzisti fanatici] e Ali Abunimah è direttore esecutivo di The Electronic Intifada.

(tradotto dall’inglese da Amedeo Rossi)




Il 7 ottobre l’IDF ha ordinato la messa in pratica della direttiva Hannibal per impedire che Hamas prendesse in ostaggio dei soldati

Yaniv Kubovich

7 luglio 2024 – Haaretz

C’era un’isteria folle e le decisioni hanno iniziato ad essere prese senza informazioni verificate”: documenti e testimonianze ottenute da Haaretz rivelano che in tre strutture militari infiltrate da Hamas è stata messa in pratica la direttiva operativa “Hannibal”, che ordina l’uso della forza per evitare che vengano catturati dei soldati e che potrebbe aver colpito anche civili.

Nelle prime ore del 7 ottobre le operazioni della divisione Gaza e i bombardamenti aerei erano basati su poche informazioni. I primi lunghi momenti dopo il lancio dell’attacco di Hamas sono stati caotici. Stavano arrivando informazioni il cui valore non sempre era chiaro. Quando è stato compreso il loro significato si è capito che stava avvenendo qualcosa di orribile.

Le reti di comunicazione non potevano stare al passo con il flusso di informazioni, come nel caso dei soldati che mandavano i loro rapporti. Tuttavia il messaggio inviato alle 11.22 del mattino nella rete della divisione Gaza è stato capito da chiunque: “Non un solo veicolo può tornare a Gaza” è stato l’ordine.

In quel momento l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] non era cosciente della quantità di rapiti lungo il confine di Gaza, ma sapeva che molte persone erano state coinvolte. Quindi era assolutamente chiaro cosa significasse quel messaggio e quale sarebbe stata la sorte di alcune delle persone rapite.

Non è stato il primo ordine impartito dal comando di divisione con l’intento di sventare rapimenti anche a spese della vita dei rapiti, un’operazione nota nell’esercito come “procedura Hannibal”. Documenti ottenuti da Haaretz e testimonianze di soldati e ufficiali di medio e alto livello dell’IDF rivelano una serie di ordini e procedure stabilite dal comando della divisione Gaza, dal comando meridionale e dallo stato maggiore dell’esercito israeliano fino al pomeriggio di quel giorno e che mostrano quanto sia stata diffusa questa procedura dalle prime ore seguite all’attacco e in vari punti lungo il confine.

Haaretz non sa se o quanti civili e soldati siano stati colpiti in seguito a queste procedure, ma i dati raccolti indicano che molti dei rapiti erano a rischio, esposti al fuoco israeliano, anche se non erano l’obiettivo.

Alle 6.43 del mattino, ora in cui è stata lanciata una raffica di razzi contro Israele e migliaia di miliziani di Hamas hanno attaccato le piazzeforti dell’esercito e le strutture di osservazione e comunicazione della divisione, il suo comandante, brigadiere generale Avi Rosenfeld, dichiarò che “i filistei [nome biblico qui sinonimo di palestinesi, ndt.] hanno invaso”.

Quando un nemico invade il territorio israeliano questa è la procedura: un comandante di divisione può assumere un’autorità straordinaria, compreso l’uso di fuoco di armi pesanti all’interno del territorio di Israele per bloccare un’incursione nemica.

Una fonte molto importante dell’IDF ha confermato ad Haaretz che il 7 ottobre è stata attuata la procedura Hannibal, aggiungendo che essa non è stata utilizzata dal comando di divisione. Chi ha dato l’ordine? Ciò, dice la fonte, forse verrà stabilito da indagini dopo la fine della guerra [a Gaza].

In ogni caso, afferma un ufficiale della Difesa al corrente delle operazioni del 7 ottobre presso la divisione Gaza, nelle ore del mattino “nessuno sapeva cosa stesse succedendo fuori.” Dice che Rosenfeld era nella sala operativa, senza uscirne, “mentre fuori infuriava una guerra mondiale.”

“Tutti quanti erano scioccati per il numero di terroristi penetrati nella base. Neppure nei nostri peggiori incubi avevamo piani per un tale attacco. Nessuno aveva la minima idea del numero di persone rapite o dove si trovassero le forze dell’esercito. C’era un’isteria folle, con decisioni prese senza alcuna informazione verificata,” continua.

Una di queste decisioni è stata presa alle 7.18 del mattino, quando un punto di osservazione dell’avamposto di Yiftah ha informato che qualcuno era stato rapito al valico di confine di Erez, nei pressi dell’ufficio di collegamento dell’IDF. “Hannibal a Erez” è arrivato l’ordine dal quartier generale della divisione, “inviate uno Zik.” Lo Zik è un drone d’assalto senza pilota, e il significato di quell’ordine era chiaro.

Non è stata l’ultima volta che tale ordine si è udito nella rete di comunicazione. Nella successiva mezz’ora la divisione ha capito che i terroristi di Hamas erano riusciti a uccidere e rapire soldati in servizio al valico e nella vicina base. Poi, alle 7.41, è successo di nuovo: Hannibal a Erez, un assalto al valico e alla base, solo per fare in modo che nessun altro soldato venisse preso. Questi ordini sono stati dati anche in seguito.

Il valico di confine di Erez non è stato l’unico posto in cui ciò è avvenuto. Informazioni ottenute da Haaretz e confermate dall’esercito dimostrano che durante tutta quella mattina la procedura Hannibal è stata utilizzata in altri due luoghi in cui erano penetrati i terroristi: nella base militare di Re’im, dove si trovava il quartier generale di divisione, e nell’avamposto di Nahal Oz, in cui si trovavano donne di vedetta. Ciò non ha impedito il rapimento di sette di loro o l’uccisione di altre 15 vedette, così come di altri 38 soldati.

Nelle ore immediatamente successive il quartier generale di divisione ha iniziato a mettere insieme i pezzi, comprendendo le dimensioni dell’attacco di Hamas, ma ignorando l’invasione del kibbutz di Nir Oz, che le prime forze dell’esercito hanno raggiunto solo dopo che i terroristi se n’erano andati. Riguardo alla frequenza dell’impiego della procedura Hannibal, sembra che niente sia cambiato. Quindi, per esempio, alle 10.19 del mattino è arrivato al quartier generale della divisione un rapporto secondo cui uno Zik aveva attaccato la base di Re’im.

Tre minuti dopo è arrivato un altro di questi rapporti. In quel momento le forze del commando Shaldag [unità d’élite dell’aeronautica israeliana, ndt.] erano già nella base e combattevano contro i terroristi. Finora non è chiaro se qualcuno di loro sia stato ferito in un attacco con il drone. Quello che si sa è che sulla rete di comunicazione c’era un messaggio che chiedeva a tutti di essere certi che nessun soldato fosse all’esterno della base, dato che le forze dell’IDF stavano per entrare ed espellere o uccidere i terroristi che vi rimanevano.

La decisione di attaccare negli avamposti, afferma un ufficiale superiore della difesa, perseguiterà i comandanti per tutta la loro vita: “Chiunque prenda una simile decisione sapeva che anche i nostri combattenti nella zona sarebbero stati colpiti.”

Ma risulta che tali attacchi sono avvenuti non solo all’interno degli avamposti o delle basi. Alle 10.32 del mattino è stato emanato un nuovo ordine, in base al quale ogni battaglione presente in zona doveva sparare con i mortai in direzione della Striscia di Gaza. Discussioni interne all’esercito hanno fatto notare che questo ordine, attribuito al brigadiere generale Rosenfeld, è stato pesantemente criticato poiché in quel momento l’IDF non aveva un quadro completo di tutte le forze nella zona, compresi soldati e civili. Alcuni di essi si trovavano in zone aperte o nei boschi lungo il confine, cercando di nascondersi dai terroristi.

A quel punto l’esercito non sapeva quante persone erano state rapite: “In quella fase pensavamo che si trattasse di decine,” dice ad Haaretz una fonte militare. Sparare con i mortai verso la Striscia di Gaza avrebbe messo in pericolo anche loro. Inoltre un altro ordine dato alle 11.22 del mattino, secondo il quale a nessun veicolo sarebbe stato consentito di tornare a Gaza, ha fatto fare un ulteriore passo avanti.

“Ormai tutti quanti sapevano che quei veicoli avrebbero potuto trasportare civili o soldati presi in ostaggio,” dice ad Haaretz una fonte del comando meridionale. “Non ci sono stati casi in cui un veicolo che portava persone rapite è stato attaccato coscientemente, ma non si può veramente sapere se c’erano tali persone in un veicolo. Non posso dire che ci fosse un chiaro ordine, ma chiunque sapeva cosa significasse non lasciar tornare alcun veicolo a Gaza.”

Alle 14 c’è stato un nuovo sviluppo. A tutte le forze è stato ordinato di non far uscire verso ovest, in direzione del confine, le comunità sul confine, sottolineando di non inseguire i terroristi. A quel punto la zona di confine era sottoposta a un intenso fuoco, diretto contro chiunque si trovasse nell’area, rendendola una zona pericolosa.

“Le istruzioni,” dice una fonte del commando sud, “intendevano trasformare l’area attorno alla barriera di confine in una zona di morte, chiudendola verso ovest.”

Alle 18.40 l’intelligence militare credeva che molti terroristi avessero intenzione di scappare insieme di nuovo verso la Striscia di Gaza in modo organizzato. Questo è avvenuto nei pressi dei kibbutz Be’eri, Kfar Azza e Kissufim. In seguito a ciò l’esercito ha lanciato incursioni dell’artiglieria nella zona della barriera di confine, molto vicino ad alcune di queste comunità. Poco dopo sono stati sparati proiettili di artiglieria contro il valico di confine di Erez. L’IDF sostiene di non sapere di civili colpiti in questi bombardamenti.

Fuoco indiscriminato

Un caso in cui è noto che sono stati colpiti civili, e che ha ricevuto un’ampia copertura mediatica, è avvenuto nella casa di Pessi Cohen nel kibbutz Be’eri. Quando l’IDF l’ha attaccata vi erano tenuti in ostaggio quattordici prigionieri, 13 dei quali sono rimasti uccisi. Si prevede che nelle prossime settimane sull’incidente l’IDF pubblicherà i risultati della sua inchiesta, che risponderà alla domanda se il brigadiere generale Barak Hiram, comandante della 99 divisione e responsabile delle operazioni a Be’eri il 7 ottobre, abbia messo in atto la procedura Hannibal. Ha ordinato ai carrarmati di avanzare anche a costo di vittime civili, come ha affermato in un’intervista rilasciata in seguito al New York Times?

In tutti i mesi passati da allora l’IDF si è rifiutato di dire se questa procedura è stata impiegata contro civili che erano stati presi in ostaggio. Ora sembra che anche se la risposta è positiva, la domanda possa essere stata solo parziale. Le azioni di Hiram possono essere state solo coerenti con il modo in cui quel giorno l’IDF ha operato.

Per quanto ne sa Haaretz, persino alle 21.33 questa era ancora la situazione sul campo. In quel momento c’è stato un ulteriore ordine del comando sud: chiudere tutta l’area di confine con i carrarmati. Di fatto tutte le forze nella zona hanno ricevuto il permesso di aprire il fuoco contro chiunque si avvicinasse alla zona di confine, senza alcuna restrizione.

Il portavoce dell’IDF ha risposto dicendo che “l’esercito ha lottato per sei mesi molto intensamente su vari fronti, concentrato sul raggiungimento degli obiettivi della guerra. In parallelo l’IDF ha iniziato a condurre inchieste interne su quanto accaduto il 7 ottobre e nel periodo precedente. L’intento di queste indagini è di imparare e ricavare una lezione che possa essere utile nel prosieguo della lotta. Quando queste indagini saranno concluse, i risultati saranno presentati all’opinione pubblica in modo trasparente.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Perché la Cisgiordania non si solleva – per ora

Qassam Muaddi

5 luglio 2014 – Mondoweiss

La Cisgiordania rimane stranamente calma mentre Israele porta avanti il genocidio a Gaza. Ma se la repressione israeliana ha dissuaso una rivolta nelle strade, le placche tettoniche sottostanti continuano a muoversi

Mentre la guerra infuria a Gaza e lungo il confine libanese la Cisgiordania ha occupato una posizione mediatica di secondo piano a fronte dell’incessante genocidio di Israele. A parte la proliferazione di piccole sacche di resistenza armata nei campi profughi e nei centri urbani del nord, la Cisgiordania ha mantenuto un’insolita tranquillità.

Questo silenzio è inusuale. In anni precedenti i palestinesi in Cisgiordania hanno reagito ai crimini dell’occupazione con una serie di mobilitazioni di massa, scontri quotidiani con le truppe israeliane, scioperi generali e campagne di disobbedienza civile. La prima Intifada del 1987, anche se iniziò a Gaza, fu condotta da un movimento unitario e organizzato in Cisgiordania, un ruolo che essa ha continuato a ricoprire nella seguente trentina d’anni.

Ciò include l’ “Intifada dell’Unità” nel maggio 2021, quando i palestinesi della Cisgiordania, di Gerusalemme e della Palestina del ’48 insorsero in una reazione collettiva ai tentativi di Israele di espellere le famiglie palestinesi dalle loro case nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme. L’ondata di proteste di massa in tutte le città della Cisgiordania fu più ampia che mai, raggiungendo il culmine il 18 maggio, quando uno sciopero generale venne attuato in tutta la Palestina storica, dal fiume al mare.

Tutto questo è cambiato dopo il 7 ottobre. Negli scorsi nove mesi la mobilitazione di massa è stata praticamente assente, nonostante gli orrori senza precedenti della guerra genocidaria di Israele a Gaza, che è costata la vita di oltre 37.000 palestinesi. 

Anche se la memoria degli eventi passati di rivolta popolare è ancora viva nella mente delle persone, l’attuale mancanza di mobilitazione in Cisgiordania ha portato molti a concludere che Israele la ha effettivamente neutralizzata come terreno di lotta.

Prima di ottobre: tutt’altro che neutralizzata

Scorrendo le notizie nei mesi ed anni prima del 7 ottobre un osservatore poteva pensare che la Cisgiordania fosse un fronte attivo nella guerra. Le quotidiane incursioni israeliane nelle città palestinesi e nei campi profughi si trovavano ad affrontare palestinesi che sempre più spesso usavano armi invece di pietre per far fronte alle truppe che invadevano le loro case. Gruppi locali di resistenza armata hanno iniziato a proliferare in diverse città, da Jenin a Nablus, Tulkarem, Tubas e Gerico.

Il fenomeno ha attirato analisti e giornalisti, che parlavano di una “nuova generazione di resistenza palestinese”. I mezzi di informazione occidentali riferivano della rivolta armata dei “combattenti della generazione Z della Cisgiordania” su giornali come The Economist, Wall Street Journal e Vice. Molti si sono trovati a chiedersi se ciò che avveniva in Cisgiordania si potesse definire una terza Intifada.

Questa situazione di sollevazione si stava sviluppando da almeno due anni. Nel 2021 l’evasione di sei prigionieri palestinesi dl carcere di massima sicurezza di Gilboa scatenò un’ondata di resistenza armata a Jenin, dove si erano rifugiati due degli evasi. Le forze israeliane li ricatturarono dopo uno scontro con un piccolo gruppo di uomini armati. Dopo la cattura altri giovani iniziarono ad unirsi al gruppo finché nacque la Brigata Jenin. Le fecero seguito la Fossa dei Leoni a Nablus, la Brigata Tulkarem a Tulkarem e la Brigata Tubas a Tubas. Queste città e i campi profughi adiacenti divennero rifugi per i gruppi di resistenza armata.

Contemporaneamente movimenti locali di resistenza civile crescevano in diverse località dove le terre venivano minacciate dall’espansione dei coloni, come a Kufr Qaddoum, Salfit e Nabi Saleh. In alcuni posti la resistenza civile era continuata per oltre un decennio. In altri era stata assente dopo la prima Intifada, ma ora tornava a rivivere. Uno dei casi più famosi è il villaggio di Beita a sud di Nablus, dove gli abitanti hanno manifestato contro l’avamposto dei coloni israeliani di Eyyatar sul Monte Sabih per tre anni. Le forze israeliane hanno imposto e continuano ad imporre ripetute chiusure del villaggio, pattugliando l’ingresso, facendo sistematiche incursioni, revocando i permessi di lavoro delle migliaia di capifamiglia che lavorano in Israele, arrestando e ferendo centinaia di abitanti ed uccidendo finora almeno dieci dei giovani di Beita.

Dopo ottobre: nuovi livelli di repressione

Se qualunque cosa impallidisce a confronto della campagna genocidaria a Gaza, la repressione israeliana contro la resistenza in Cisgiordania ha assunto un significato completamente differente dopo il 7 ottobre. Israele ha revocato decine di migliaia di permessi di lavoro ai palestinesi, ha bloccato decine di strade che i palestinesi utilizzavano per muoversi tra le città e i villaggi in Cisgiordania ed ha drasticamente intensificato la campagna di arresti contro i palestinesi.

Nei primi due mesi dopo il 7 ottobre Israele ha raddoppiato il numero di prigionieri palestinesi, raggiungendo oltre i 10.000 prigionieri. Il numero di detenuti amministrativi – quelli detenuti senza accuse né processo – ha raggiunto i 3.600, mentre prima della guerra erano 1.300.

Anche l’ambito degli arresti è stato ampliato, allargandosi a comprendere palestinesi di tutti i generi, compresi molti non politicamente attivi. Molti degli arrestati sono leader di comunità, giornalisti e attivisti della società civile con scarsi o deboli legami con la politica. All’interno delle prigioni rapporti sui diritti umani e testimonianze di palestinesi rilasciati hanno rivelato livelli senza precedenti di umiliazioni, violenze e torture, che di fatto estendono il genocidio dei palestinesi ai prigionieri sotto custodia israeliana.

Secondo un portavoce dell’Associazione di Sostegno ai Prigionieri Addameer, che ha chiesto di rimanere anonimo, “gli arresti israeliani prendono di mira sistematicamente membri attivi della comunità che sono in grado di mobilitarla, soprattutto quelli che hanno dei trascorsi a riguardo”, ed ha aggiunto che “questo si può vedere chiaramente negli arresti di persone che lavorano nella società civile, nel settore accademico, nei media e nell’ambito dei diritti umani.”

Fuori dalle città la violenza dei coloni israeliani si è scatenata in modo esponenziale, di fatto espellendo circa 20 comunità rurali in Cisgiordania con attacchi violenti e minacce di morte. I coloni israeliani hanno anche aumentato le aggressioni contro palestinesi in viaggio sulle strade cisgiordane, in aggiunta ai rischi di pestaggi e arresti ai posti di blocco militari israeliani.

Queste azioni israeliane negli scorsi nove mesi hanno provocato l’uccisione di 554 palestinesi e l’arresto di 9.400 in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est.

Il motivo dell’intensità della repressione israeliana non è un mistero. Essa è preventiva, con lo scopo di traumatizzare e dissuadere i palestinesi in Cisgiordania dall’aprire un secondo fronte nella battaglia “tempesta di Al-Aqsa”.

L’impatto nelle strade

Nelle città del nord di Jenin e Tulkarem l’escalation impressionante dei raid israeliani, sia nel numero che nella portata delle violenze e distruzioni, ha portato ad un aumento dell’intensità degli scontri armati con i combattenti della resistenza palestinese. Almeno sette soldati israeliani, compresi due ufficiali, sono stati uccisi dal 7 ottobre durante i raid in Cisgiordania, inclusa la morte di un ufficiale e il ferimento di 17 soldati a Jenin solo la scorsa settimana.

Eppure, mentre i gruppi armati in Cisgiordania sono riusciti finora a contrastare l’aggressione, la mobilitazione civile nella sua forma tradizionale in Cisgiordania è rimasta ampiamente assente.

Il 17 ottobre, dieci giorni dopo l’inizio del genocidio a Gaza, palestinesi in diverse città della Cisgiordania sono scesi in strada in seguito alle notizie del bombardamento israeliano dell’ospedale al-Ahli Baptist a Gaza, che ha ucciso 500 persone. A Jenin e Ramallah alcuni manifestanti hanno gridato slogan contro ciò che ritenevano l’inazione dell’Autorità Nazionale Palestinese. Le proteste si sono trasformate in scontri con la polizia palestinese e cinque manifestanti sono stati uccisi. Nelle settimane seguenti i manifestanti hanno evitato di scontrarsi con l’ANP, in quanto il loro numero diminuiva e sono state arrestate da Israele altre figure di primo piano delle proteste.

Il 30 marzo, Giornata della Terra palestinese, la città di Ramallah ha vissuto un momento speciale di risveglio. In migliaia hanno marciato nelle strade della città, comprese persone di ogni età, per circa due ore, con grida in sostegno dei palestinesi a Gaza e denunce di genocidio. Poi è finito tutto.

Dopo la marcia un manifestante ha detto a Mondoweiss che “la gente vi ha visto l’opportunità di esprimersi dopo essere stati costretti per mesi al silenzio, ecco perché il numero dei partecipanti è stato più alto rispetto ad altre marce dall’inizio della guerra ed anche perché è durata così a lungo.”

Tradizionalmente la marcia dovrebbe dirigersi all’ingresso della città (vicino alla colonia Beit El) e finire con alcuni manifestanti che si scontrano con i soldati dell’occupazione, ma questa volta tutti sapevano che ciò non sarebbe accaduto, per questo motivo la marcia ha vagato nel centro della città così a lungo”, ha detto il manifestante.

Il 15 maggio, giorno della Nakba, decine di palestinesi in maggioranza giovani hanno corso il rischio e sono andati all’entrata nord di Ramallah e al-Bireh, protestando di fronte al posto di blocco di Beit El. Parecchi sono stati feriti e un manifestante palestinese è stato ucciso.

Aysar Safi, di 20 anni, era studente al secondo anno di educazione fisica all’università Birzeit e proveniva dal campo profughi di Jalazone a nord di Ramallah. E’stato il sesto palestinese di Jalazone ad essere ucciso dalle forze israeliane dopo il 7 ottobre.

Il fratello maggiore e il padre di Aysar sono entrambi detenuti nelle carceri israeliane. Dopo il loro arresto Aysar si era occupato del negozio di alluminio del padre, lavorando e studiando contemporaneamente. Suo zio lo ha descritto come “il braccio destro di sua madre”. Intanto la madre era troppo soffocata dal lutto per poter parlare.

Aysar era molto colpito dal genocidio a Gaza e diceva che noi dovevamo fare di più qui in Cisgiordania per aiutare il nostro popolo laggiù”, ha detto a Mondoweiss un amico di Aysar. “Era sempre presente all’accoglienza dei prigionieri rilasciati e ai funerali dei martiri.”

La sua uccisione non è stata casuale. I soldati occupanti hanno mirato al suo ventre”, ha sottolineato l’amico. “Hanno usato proiettili veri, non pallottole rivestite di gomma. Intendevano mandare il messaggio che non avrebbero tollerato alcuna protesta, perché vogliono tenere la gente nella paura e mantenere passiva la Cisgiordania.”

Ma per lo storico palestinese Bilal Shalash, che studia la storia della resistenza palestinese, “La Cisgiordania è tutt’altro che passiva.”

Storicamente in Palestina c’è un modello secondo cui quando in una regione si verificano forti ondate di resistenza, al ritorno della calma si riprende in un’altra regione”, dice Shalash a Mondoweiss. “L’occupazione teme un contagio da Gaza alla Cisgiordania, specialmente a nord, ed ecco perché intensifica in modo così brutale la repressione.”

Quanto alla mobilitazione civile, Shalash ritiene che dipenda molto dalla geografia. “Non è del tutto assente”, dice. “Nei villaggi vicini al muro di annessione o alle strade dei coloni israeliani la mobilitazione di massa può variare. Alcuni villaggi hanno sviluppato il proprio movimento di massa locale negli scorsi anni o decenni e continuano le proteste settimanalmente, mentre in altri villaggi una manciata di giovani si scontra con le forze di occupazione e con i coloni quando fanno incursioni.”

Nelle città la gente spesso protesta all’interno dei propri centri urbani senza scontrarsi con l’occupazione, conseguenza della separazione spaziale dei palestinesi dagli occupanti dovuta al regime di Oslo. Ciò ha portato molti ad astenersi dal partecipare a queste azioni, sottolinea Shalash. “Non ne vedono lo scopo”, spiega. “Alcuni ancora partecipano perché vogliono mandare un messaggio all’ANP relativamente alla politica interna palestinese.”

L’ANP ha mostrato l’intenzione di reprimere un sollevamento di massa in Cisgiordania, ma Shalash pensa che vi siano limiti a quanto l’ANP possa impedire le proteste senza rischiare una più vasta reazione. “Per questo esse possono ancora verificarsi”, dice.

Inoltre la mobilitazione di massa in Palestina dipendeva in parte dal coinvolgimento della classe media, che costituiva una parte dell’intellighenzia politica e del movimento popolare. Quella stessa classe media è stata ora risucchiata in uno stile di vita consumistico e spoliticizzato, che viene mantenuto solamente dal flusso di denaro dall’estero – sia verso l’ANP che verso il settore delle ONG.

Però proprio quella stabilità adesso è compromessa da Israele. 

Con il rifiuto di Israele di terminare la guerra a Gaza e l’aumento delle tensioni in tutta la regione tutti i precedenti sintomi di stabilità in Cisgiordania sono scomparsi uno dopo l’altro. Israele non ha fatto che rispondere con sempre maggior repressione, sperando di impedire una grossa scossa di ribellione almeno a livello superficiale. Il problema è che in profondità le placche tettoniche non hanno smesso di muoversi.

Qassam Muaddi è il redattore dello staff sulla Palestina per Mondoweiss.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Guerra a Gaza: come Hamas ha attirato Israele in una trappola letale

David Hearst

4 luglio 2024 – Middle East Eye

La strategia di Hamas si è rivelata più efficace di quanto ritenuto possibile nove mesi fa. Israele ora ha tra le mani una vera guerra, e su tutti i fronti. Non può essere fermata facilmente.

Una delle domande principali sugli attacchi di Hamas del 7 ottobre rimane ancora senza risposta.

Cosa pensava Hamas che sarebbe successo con un attacco di tale portata a Israele?

Inizialmente ho dato credito alla teoria del caos. È andata così. Unoperazione limitata per colpire obiettivi militari israeliani e prendere degli ostaggi preziosi è andata fuori controllo grazie al cedimento inaspettato della Brigata Israeliana di Gaza. Hamas si aspettava che parte prevalente dei 1.400 combattenti inviati quel giorno oltre la recinzione sarebbe stata uccisa. La maggior parte di loro è tornata viva.

Quando Hamas e altri gruppi armati hanno esaurito gli obiettivi prestabiliti si sono sparpagliati e si sono imbattuti in un festival musicale di cui non sapevano l’esistenza. La susseguente carneficina è diventata, con le parole di un diplomatico del Golfo: “la madre di tutti gli errori di calcolo”.

Man mano che questa guerra va avanti, un mese dopo l’altro, sono sempre meno sicuro che questa teoria sia corretta.

In effetti, ha guadagnato terreno subito dopo lattacco di Hamas, poiché gli alleati di Hamas non sono riusciti a seguirne lesempio.

Il giorno in cui le sue forze hanno colpito, il comandante militare di Hamas, Mohamed Deif, ha invitato gli alleati dell'”asse della resistenza” a unirsi alla lotta: “Nostri fratelli nella resistenza islamica in Libano, Iran, Yemen, Iraq e Siria! Questo è il giorno in cui la vostra resistenza si unirà a quella del vostro popolo in Palestina”, ha detto in un messaggio audio preparato qualche tempo prima.

Ma Hezbollah, per esempio, era tuttaltro che entusiasta della prospettiva di partecipare ad una guerra che non rientrava nei suoi programmi o nelle sue scelte. Come la Brigata israeliana di Gaza, Hezbollah è stato colto di sorpresa.

I suoi combattenti non erano in allerta nemmeno nei villaggi vicino al confine con Israele: “Ci siamo svegliati con una guerra”, ha detto un comandante. Chiaramente, una risposta misurata da parte di Hezbollah non rientrava nel copione di Hamas.

Sono passate due settimane prima che Khaled Meshaal, a capo dellufficio di Hamas nella diaspora, ringraziasse Hezbollah per la sua risposta fino a quel momento, ma aggiungendo esplicitamente che la battaglia richiede di più”.

Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah, ha mantenuto il silenzio per altre tre lunghe settimane prima di dichiarare che l’operazione di Hamas era “palestinese al 100% sia in termini di decisione che di esecuzione”, aggiungendo: “Questa operazione non ha un minimo legame con alcuna decisione o mossa che venga adottata da qualsiasi altra fazione all’interno dell’asse della resistenza”.

È stato ben chiaro lAyatollah Ali Khamenei nel dire a Ismail Haniyeh, leader politico di Hamas, che lIran non sarebbe intervenuto direttamente anche se avrebbe continuato a fornire all’organizzazione il suo sostegno politico e morale.

Ci si trovava ormai a metà novembre e la strategia di Hamas di dare inizio a quella che avrebbe chiaramente voluto che fosse una guerra regionale sembrava essere fallita.

La diga è crollata

Confrontiamo la situazione di novembre con le parole e le azioni attuali di Hezbollah e dellIran.

Quando Israele ha colpito preventivamente sempre più obiettivi di Hezbollah, la fazione libanese ha risposto a tono. Il movimento Ansarallah dello Yemen (gli Houthi) è entrato nella mischia a novembre con attacchi alle navi nel Mar Rosso.

Il momento della svolta è sopraggiunto ad aprile quando Israele ha colpito un complesso dell’ambasciata iraniana a Damasco uccidendo il generale di brigata Mohammad Reza Zahedi, l’ufficiale responsabile delle operazioni all’estero della forza Quds [componente del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica, ndt.] e altre 15 persone, tra cui altri sette ufficiali del corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC).

LIran ha lanciato una risposta massiccia: 170 droni, 30 missili da crociera e ben 120 missili balistici pesanti direttamente contro obiettivi israeliani, molti dei quali hanno colpito basi militari.

Il Rubicone era stato oltrepassato e il terreno per una guerra regionale chiaramente preparato. Da quel momento in poi la questione è quando, non se.

Martedì il capo della Forza aerospaziale dellIRGC, il generale di brigata Amir Ali Hajizadeh, ha affermato che lIran non vedeva lora di avere unaltra analoga opportunità da sfruttare.

Oggi Hezbollah è sullorlo della guerra, con Nasrallah che avverte Israele che centinaia di migliaia di altri combattenti sarebbero disposti ad arruolarsi un aiuto di cui Hezbollah non ha per il momento bisogno. Ha addirittura minacciato di attaccare Cipro se avesse consentito agli aerei da guerra israeliani di utilizzare le sue basi.

Si è scoperto che Hamas dopo il 7 ottobre non ha dovuto far altro che aspettare, continuare a combattere e lasciare che la naturale aggressività e larroganza di Israele nei confronti dei suoi vicini lavorassero a suo favore.

La sua strategia sta funzionando. Ma questa strategia è stata messa insieme allindomani di un raid fallito, come tutti avevano pensato il 7 ottobre?

Apparentemente no. Ripercorriamo i discorsi di Yehya Sinwar, il leader di Hamas a Gaza.

Predire il futuro

Nel dicembre 2022, in occasione dell’anniversario della fondazione del gruppo islamista, Sinwar dichiarò: “Accrescere la resistenza in tutte le sue forme e far sì che l’ [autorità] occupante sconti le conseguenze dell’occupazione e dell’insediamento coloniale è l’unico mezzo per salvare il nostro popolo e realizzare i suoi obiettivi di liberazione e ritorno.

Chi non prende l’iniziativa oggi se ne pentirà domani. Il merito va a chi si fa avanti per primo e si dimostra sincero. Non permettete a nessuno di riportarvi indietro alle controversie, mitragliamenti e combattimenti interni. Non non abbiamo tempo per questo mentre la minaccia del fascismo incombe sulle nostre teste.”

Mesi dopo Sinwar tenne un discorso in cui predisse accuratamente il futuro.

“Fra alcuni mesi, e secondo le mie stime non passerà un anno, porremo [l’autorità] di occupazione davanti a due scelte: o la costringeremo ad attuare il diritto internazionale, a rispettare le risoluzioni internazionali, [cioè] a ritirarsi dalla Cisgiordania e da Gerusalemme, smantellare gli insediamenti coloniali, liberare i prigionieri e [consentire] il ritorno dei profughi

oppure metteremo questa occupazione in contraddizione con l’intera volontà internazionale, creando così nei suoi confronti un forte e vasto isolamento, e porremo fine al suo processo di assimilazione nella regione e nel mondo intero, [ribaltando] la situazione di forte indebolimento che ha caratterizzato la resistenza negli ultimi anni in tutti i fronti [della ribellione].”

Questo è esattamente quello che è successo. Israele è isolato a livello internazionale come mai prima dora. È sul banco degli imputati di due dei più alti tribunali internazionali e i suoi principali sostenitori, Stati Uniti e Regno Unito, stanno combattendo un’azione di retroguardia cercando di fermare il crescente numero di sanzioni internazionali.

Quando è emerso come leader politico a Gaza Sinwar aveva allinterno di Hamas degli oppositori. Il suo tentativo di riconciliazione con il suo ex compagno di scuola e di prigione, il leader di Fatah Mohammed Dahlan, è stato un fiasco totale.

Forti preoccupazioni sono state espresse anche riguardo al riavvicinamento di Hamas alla Siria dopo le aspre spaccature create dalla guerra civile. La fazione di Hamas strettamente alleata con la Turchia non ha gradito per niente il riavvicinamento con la Siria e lIran e non ha esitato a dirlo.

Ora si scopre che questo riavvicinamento era una componente vitale della strategia di Sinwar per attaccare Israele e iniziare una lunga guerra.

Ancora fratelli

Il riavvicinamento tra ex acerrimi nemici nella guerra civile siriana va ben oltre la disponibilità di Hezbollah a consentire ad Hamas di lanciare attacchi contro Israele nella sua area operativa nel sud del Libano, lungo il confine con Israele.

Al-Fajr è il braccio armato di Al-Jama’a al-Islamiya (JAI), i Fratelli Musulmani in Libano. Da molto tempo le sue forze sono numericamente insignificanti.

Oggi si ritiene che ammontino a soli circa 500 combattenti, ma la loro importanza va oltre il loro numero ed è cresciuta man mano che Israele ha moltiplicato i suoi attacchi contro gli alti comandanti di Hezbollah in seguito agli assalti del 7 ottobre.

La dichiarazione di cordoglio della JAI, rilasciata dopo che l’alto comandante di Hamas Saleh al-Arouri è stato ucciso in un attacco israeliano a gennaio, affermava che “il sangue libanese e palestinese si sono mescolati per completare insieme il processo di liberazione”.

Quando a giugno un comandante di alto profilo di Hezbollah, Talib Sami Abdallah, è stato ucciso in un attacco israeliano a Jwaya, una città nel sud del Libano, Nasrallah ha sottolineato nel suo tributo come questo combattente veterano fosse andato in aiuto dei musulmani sunniti in Bosnia.

“A proposito, poiché si parla di [divisioni] tra sciiti e sunniti, loro [i bosniaci] non sono sciiti, non risulta che ci fossero sciiti in Bosnia quando questo caro gruppo di fratelli lasciò la nostra organizzazione e i dirigenti e rimase lì per anni al freddo e alla neve lontano da casa”, ha detto Nasrallah.

Ci sono stati anche incontri di alto profilo, inimmaginabili solo pochi anni fa, tra ex nemici nella guerra civile siriana. Nasrallah ha incontrato il capo della JAI, Sheikh Mohammed Taqoush. Al Mayadeen, l’organo di informazione pro-Hezbollah, ha commentato: “È interessante rilevare che dall’8 ottobre 2023 diversi combattenti delle forze al-Fajr, l’ala militare del Gruppo islamico in Libano, sono stati martirizzati per la loro partecipazione ad operazioni contro obiettivi militari israeliani lungo il confine con la Palestina occupata.”

Il nuovo patto tra Hezbollah e i Fratelli Musulmani in Libano ha avuto conseguenze interne per la comunità sunnita, rimasta senza leader da quando lex primo ministro Saad Hariri ha lasciato la scena nel 2019.

La settimana scorsa, quando la Lega Araba ha rimosso Hezbollah dalla lista delle organizzazioni terroristiche, l’ex primo ministro libanese Fouad Siniora, un sunnita della leadership tradizionale, si è irritato. “È necessario smettere di fare regali gratuiti a Hezbollah”, ha detto ad Al Arabiya.

Un importante cambiamento regionale

La parziale ricomposizione della spaccatura settaria tra sciiti e sunniti sebbene non accolta da un segmento della popolazione sunnita che non perdonerà quanto accaduto in Siria rappresenta un importante cambiamento nel panorama regionale.

Israele ha sempre prosperato grazie ad una politica del divide et impera. Sapeva che se le forze sunnite e sciite fossero confluite, la capacità di manovra di Israele sarebbe stata limitata.

E’ ciò che sta accadendo ora con conseguenze concrete. Le operazioni militari in Cisgiordania sono passate in gran parte inosservate, ma Israele sta ora utilizzando aerei F16 per bombardare i campi profughi palestinesi. Lultima volta che lo ha fatto è stato durante la Seconda Intifada [dal 2000 al 2005, ndt.].

In risposta, i combattenti della resistenza hanno migliorato qualitativamente il loro livello operativo. Ora stanno attirando le truppe israeliane in trappole sofisticate e letali. Sono comparse lungo le strade bombe ad alta tecnologia, proprio come è successo contro gli americani in Iraq.

Un soldato israeliano è stato ucciso e altri gravemente feriti quando un veicolo blindato pesante è stato fatto saltare in aria da una bomba lungo una strada a Tulkarem.

L’attacco è stato filmato dalle Brigate Al Quds, che ne hanno rivendicato la paternità. Giorni prima a Jenin un soldato era stato ucciso e altri 16 feriti da esplosivi interrati in profondità sotto una strada.

Il bilancio delle vittime israeliane in Cisgiordania è aumentato in modo significativo. Secondo il ministero della Sanità palestinese dal 7 ottobre in Cisgiordania sono stati uccisi 540 palestinesi. Nello stesso periodo sono morti 25 israeliani, la maggior parte dei quali militari.

LAutorità Nazionale Palestinese ha apertamente avvertito Israele che la portata del contrabbando di armi e componenti sofisticati dalla Giordania alla Cisgiordania sta aumentando a un ritmo tale che i militanti riusciranno a costruire e lanciare razzi contro Israele entro un anno.

Una strategia messa in atto

Anche se Sinwar dovesse morire domani il leader di Hamas considererebbe realizzato il compito della sua vita.

Tutto è pronto per uninvasione israeliana del Libano e con essa una guerra regionale la cui fine potrebbe richiedere decenni.

Secondo 12 ex funzionari dell’amministrazione che si sono dimessi a causa della politica del presidente Biden la strategia americana di sostenere Israele fino in fondo dopo l’attacco di Hamas, e poi di tentare di trattenerlo in un “abbraccio dell’orso”, ha reso ogni militare americano che lavora nella regione un chiaro bersaglio.

Gli esperti di Medio Oriente del Dipartimento di Stato sono in aperta ribellione e questa settimana è comparsa una seconda lettera che mette in guardia sulla follia dell’operato di Joe Biden.

“La copertura diplomatica americana e il continuo flusso di armi verso Israele hanno assicurato la nostra innegabile complicità nelle uccisioni e nella carestia forzata della popolazione palestinese assediata a Gaza”, affermano gli ex funzionari nella dichiarazione.

Lopinione pubblica araba è in stragrande maggioranza antiamericana. L’ininterrotta operazione di Israele a Gaza ha causato così tanta rabbia e umiliazione nel mondo arabo che sta seppellendo le profonde spaccature tra le forze politiche nazionaliste e islamiste emerse dopo la Primavera Araba più di 13 anni fa.

Questo è un risultato.

Un sondaggio dopo laltro fa eco a questa tendenza. Nel novembre dello scorso anno il Washington Institute for Near Eastern Policy [Istituto di Washington per la Politica in Medio Oriente] ha rilevato che una media del 40% degli intervistati in Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Palestina e Siria ha affermato che le azioni dellIran stavano avendo un impatto positivo sulla guerra.

L’Arab Barometer [rete di ricerca imparziale sugli atteggiamenti e sui valori sociali, politici ed economici dei cittadini del mondo arabo, ndt.] ha rilevato che il leader supremo dellIran ha superato lindice di gradimento del principe ereditario saudita o del presidente degli Emirati.

La stessa cosa è accaduta dopo linvasione israeliana del Libano nel 2006, ma la differenza oggi consiste nel grande rafforzamento degli armamenti in mano alla resistenza e nell’indebolimento militare degli stati arabi.

Il vero paradosso è che Israele sia caduto volontariamente in una trappola creata da Hamas.

Se Israele avesse ceduto alle pressioni di Biden e dell’ONU per porre fine alla guerra a Gaza senza smantellare Hamas avrebbe subito una sconfitta tattica che avrebbe fatto a pezzi la coalizione di destra.

Ma se, come in base alle aspettative di Hamas, continuasse la guerra a Gaza indipendentemente dal costo umano, ciò provocherebbe una guerra regionale che gli Stati Uniti non sarebbero in grado di contenere o fermare.

Questa è la strada che Israele ha ora intrapreso. Anche se si raggiungesse un accordo di cessate il fuoco tra Hamas e Israele, è ormai pienamente inteso che per Israele si tratterebbe di una tregua temporanea, unopportunità per i riservisti dellesercito di riprendersi prima dellinevitabile attacco al Libano.

Avigdor Lieberman, oppositore del primo ministro Benjamin Netanyahu e implacabile nemico dei suoi alleati religiosi sionisti di estrema destra, ha affermato che Hezbollah e Hamas possono essere sconfitti solo se lo sarà anche lIran.

Ha scritto su X: In questo confronto tra Israele e lAsse del Male, dobbiamo vincere, e senza sconfiggere lIran ed eliminare il suo programma nucleare né Hezbollah né Hamas potranno essere sconfitti.

Per fermare il programma nucleare iraniano, che è già nella fase della realizzazione degli armamenti, dobbiamo utilizzare tutti i mezzi a nostra disposizione. Dovrebbe essere chiaro che in questa fase non è possibile impedire [l’uso] di armi nucleari da parte dellIran con mezzi convenzionali”.

Negli ultimi nove mesi i palestinesi di Gaza hanno patito grandi sofferenze. La fame è una morte ancora più crudele dei bombardamenti a tappeto indiscriminati. Il costo di questa strategia è elevato.

Ma sotto unoccupazione sempre più brutale il cui unico scopo è costringere il maggior numero possibile di palestinesi ad andarsene la resistenza armata sotto una leadership militante che rifiuta di arrendersi o di scappare in esilio è diventata la scelta collettiva dei palestinesi ovunque vivano.

Si tratta di un cambiamento marcato nel disegno che Israele ha fatto nel corso dei decenni per sottomettere sia la popolazione palestinese che la regione su cui si è imposto.

Ma, qualunque cosa accada adesso, la strategia di Hamas è stata più efficace di quanto ritenuto possibile nove mesi fa. Israele ha ora tra le mani una vera guerra, e su tutti i fronti. Inoltre, è una guerra che non sarà facilmente fermata.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

David Hearst è cofondatore e redattore capo di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla regione e analista dell’Arabia Saudita. E’ stato capo redattore per l’estero del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian da The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Cosa sono peggio, le menzogne di Israele su Gaza o i suoi sostenitori occidentali che le ripetono?

Mehdi Hasan

2 maggio 2024 – The Guardian

Gli utili idioti continuano a ripetere a pappagallo le false argomentazioni israeliane. La prima volta che mi inganni la colpa è tua, la seconda volta la colpa è mia…

Gli italiani hanno un proverbio,” ha scritto nel XVII secolo il cortigiano britannico Anthony Weldon: “Chi mi inganna una volta è per colpa sua, ma la seconda la colpa è mia.”

Oggi riassumiamo comunemente quell’antico proverbio italiano con “la prima volta che mi inganni la colpa è tua, la seconda la colpa è mia.”

Dall’orribile attacco del 7 ottobre il governo israeliano di estrema destra e il suo esercito di propagandisti hanno ingannato e preso in giro politici e giornalisti occidentali non una volta o due, ma molte volte.

Ci sono troppe menzogne, distorsioni e falsità di cui tener conto. Quaranta bambini decapitati da Hamas? Non è mai successo. Bambini cotti nei forni o appesi sui fili della biancheria? Falso. Un nascondiglio in stile James Bond sotto l’ospedale al-Shifa? Macché. I palestinesi di Gaza ripresi da una telecamera che fingono di essere feriti? Una totale invenzione. La lista degli ostaggi presi da Hamas trovata su un muro dell’ospedale pediatrico al-Rantisi? Spiacenti, erano solo i giorni della settimana su un calendario in arabo.

Che dire delle atrocità di cui sono credibilmente accusate le forze israeliane, che poi hanno sonoramente negato, e di cui in seguito… sono state ritenute responsabili? Il massacro della farina a febbraio? Il bombardamento di un convoglio di profughi lo scorso ottobre? L’attacco con il fosforo bianco nel sud del Libano, sempre in ottobre?

Come ha elencato il mio amico, l’analista palestinese-americano Omar Baddar, in un tweet diventato virale:

Cronologia che si ripete continuamente:

Israele commette un massacro
Israele nega il massacro
I media dicono di non sapere chi ha commesso un massacro
Indagini rivelano che Israele ha commesso un massacro
Il ciclo delle notizie va avanti
Le persone comuni non sanno che Israele sta sistematicamente commettendo massacri.
Eppure gli israeliani continuano a raccontare menzogne e i nostri politici e media in Occidente continuano a farsi prendere in giro. Che siano loro a vergognarsi.

Tuttavia nessuna bugia israeliana è stata tanto dannosa, distruttiva e mortale dell’affermazione che l’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Sostegno e il Lavoro per i Profughi palestinesi in Medio Oriente, la principale organizzazione responsabile di fornire aiuti a Gaza, è collusa con Hamas, e, peggio ancora, che 12 dipendenti dell’UNRWA hanno partecipato all’attacco terroristico del 7 ottobre. Perché? Perché è stata una menzogna così grave che ha contribuito a creare le basi di una devastante, continua carestia creata dall’uomo all’interno della Striscia di Gaza.

A fine gennaio, dopo un’incessante campagna contro l’UNRWA da parte di Israele e dei suoi alleati in Occidente, culminata con l’accusa senza prove che alcuni dipendenti dell’UNRWA avevano partecipato alle atrocità del 7 ottobre, 16 Paesi donatori, tra cui gli Stati Uniti, il principale finanziatore dell’UNRWA, hanno sospeso circa 450 milioni di dollari di fondi per l’agenzia.

Questi Paesi sono stati avvertiti che danneggiare l’UNRWA, la principale organizzazione umanitaria a Gaza, avrebbe rischiato di “accelerare la carestia”. Sono stati avvertiti che il tanto decantato dossier dell’intelligence israeliana sull’UNRWA conteneva solo “inconsistenti accuse senza prove.”

Ma hanno creduto a Israele.

Negli ultimi 3 mesi, mentre i bambini palestinesi stavano letteralmente morendo di fame, molti di quei Paesi, compreso il governo tedesco, che è la seconda principale fonte di finanziamento dell’agenzia, hanno tardivamente ripreso a finanziare l’UNRWA.

Perché? La scorsa settimana una verifica indipendente del lavoro dell’UNRWA, guidata dall’ex ministra degli Esteri francese Catherine Colonna, ha concluso che l’agenzia “rimane fondamentale nel fornire aiuto umanitario salvavita e servizi sociali essenziali” e “come tale, l’UNRWA è insostituibile e indispensabile per lo sviluppo umano ed economico dei palestinesi.”

Soprattutto, in riferimento all’esplosiva denuncia del governo israeliano secondo cui dipendenti dell’UNRWA erano stati coinvolti negli attacchi di Hamas, il rapporto di Colonna afferma che “Israele deve ancora fornire prove a sostegno” di quelle affermazioni. Ha anche evidenziato come di fatto ogni anno l’UNRWA “condivide la lista del suo personale” sia con Israele che con gli Stati Uniti e ha rivelato che “dal 2011 il governo israeliano non ha informato l’UNRWA di alcuna perplessità riguardante alcun dipendente dell’UNRWA in quella lista del personale.”

Dal 2011. Quindi era tutta una menzogna. Da parte di Israele. Di nuovo.

Ora, per chiarezza, come ha informato Julian Borges del Guardian, “è in corso un controllo separato su specifiche accuse secondo cui dipendenti dell’UNRWA avrebbero preso parte all’attacco del 7 ottobre”, ma “l’ultima volta che c’è stato un rapporto di valutazione… Israele ha negato la collaborazione” anche con quella verifica (persino nell’improbabile caso in cui quest’altro controllo concludesse che una dozzina di dipendenti vi abbia preso parte, si tratterebbe di 12 su 13.000 dipendenti dell’UNRWA a Gaza, ovvero circa lo 0,1% della forza lavoro totale!).

Ciononostante gli Stati Uniti si sono rifiutati di tornare a sostenere l’UNRWA: infatti il Congresso ha approvato una legge che vieta di finanziare l’agenzia almeno fino al marzo 2025.

Ingannami una volta… o decine di volte? Prendete in considerazione i politici ed editorialisti creduloni che si sono schierati ed hanno ripetutamente sostenuto la falsa narrazione di Israele sull’UNRWA.

Il senatore repubblicano Ted Cruz, per esempio, ha twittato sei volte sull’UNRWA tra gennaio e marzo, sostenendo che l’agenzia “appoggia il terrorismo”, è “complice di Hamas” ed ha “almeno 12 dipendenti… coinvolti nell’attacco terroristico del 7 ottobre.”

David Frum, che scriveva i discorsi di George W Bush, ha affermato che è “ormai tempo di chiudere l’UNRWA,” e l’ha accusata di “fornire appoggio materiale a un’organizzazione terroristica.”

L’UNRWA, ha scritto l’opinionista neoconservatore Bret Stephens sul New York Times, “pare essere infestata da terroristi e loro simpatizzanti” e “dovrebbe essere chiusa”.

Sono tutti in errore, tutti diffondono menzogne, tutti spacciano propaganda israeliana.

E, tristemente, non si è trattato solo di repubblicani e persone di destra. C’è stato anche un certo numero di democratici della Camera che hanno ripetuto ciecamente le affermazioni infondate del governo Netanyahu sull’UNRWA.

Per esempio il parlamentare democratico Josh Gottheimer, come Ted Cruz, tra gennaio e marzo ha pubblicato una mezza dozzina di tweet che attaccano l’UNRWA, dichiarando che “le prove sono chiare: il 7 ottobre dipendenti dell’@UNRWA hanno appoggiato Hamas.” Il deputato democratico Brad Sherman ha detto di aver applaudito la decisione dell’amministrazione Biden di sospendere i finanziamenti all’UNRWA e ha affermato che il personale dell’agenzia è stato “denunciato come terrorista”. Il parlamentare Ritchie Torres ha twittato che l’UNRWA ha “governato Gaza su richiesta di Hamas.”

Da quando è stato reso noto il rapporto indipendente la scorsa settimana nessuno di questi importanti democratici ha ritrattato queste false affermazioni sul proprio account twitter, né ha mai menzionato i risultati di quel rapporto.

Tuttavia ancora peggio è stata la dichiarazione fatta il 29 gennaio da Antony Blinken, il segretario di stato democratico, quando ha ammesso che gli Stati Uniti non hanno avuto “la capacità di indagare [sulle accuse] da soli”, ma poi ha continuato definendo quelle accuse israeliane non verificate “molto, molto credibili.”

Eppure solo qualche settimana dopo lo stesso Consiglio per la Sicurezza Nazionale degli USA ha affermato di ritenere “poco convincente” che personale dell’UNRWA abbia partecipato all’attacco del 7 ottobre. (La comunità dei servizi di informazione USA definisce “poco convincente” come “inadeguato, discutibile o molto approssimativo”, l’esatto contrario di “molto, molto credibile”).

Blinken deve ancora scusarsi, o persino ritrattare, le sue false affermazioni.

Ci chiediamo: cos’è peggio? Le menzogne israeliane o le persone in Occidente che continuano a crederle e le diffondono? Le accuse senza fondamento del governo israeliano contro l’UNRWA o i governi occidentali che poi le hanno accolte come un dato di fatto e hanno immediatamente tagliato i fondi alla principale agenzia umanitaria a Gaza?
Israele ha affamato la gente di Gaza. Che la vergogna ricada sugli sciocchi che hanno contribuito a giustificarlo.

Mehdi Hasan è capo-redazione di Zeteo [organizzazione di monitoraggio sull’accuratezza dell’informazione, negli USA ndt.] ed editorialista del Guardian negli USA.

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)