Netanyahu è solo una diversa sfumatura della stessa supremazia ebraica

Hagai El-Ad

14 novembre 2022 Haaretz

Ahmad Zahi Bani-Shamsa è stato la prima vittima a Beita, villaggio in Cisgiordania, nello scontro con la colonia di Evyatar sotto lo sguardo del governo uscente. È stato ucciso prima di celebrare il suo sedicesimo compleanno, raggiunto alla testa da un colpo sparato alle spalle. 

È stato ammazzato mentre cercava di appendere su un olivo una bandiera palestinese. È morto il giorno dopo, il quinto del mandato del “governo del cambiamento.” Fino ad ora le manifestazioni a Beita contro Evyatar hanno causato sette morti.

Il processo di legalizzazione del furto delle terre a Beita a vantaggio di Evyatar è cominciato con il governo uscente e probabilmente continuerà e sarà ancora più rapido, nel nord della Cisgiordania e nel resto di quella zona, con il nuovo governo. 

Si può immaginare che entro pochi giorni un soldato israeliano aprirà il fuoco e ucciderà la prima vittima del trentasettesimo governo di Israele. Questa sarà seguita da altre morti. In un regime di supremazia ebraica certe cose non cambieranno mai fra il Mediterraneo e il fiume Giordano [cioè in Israele e nei territori palestinesi occupati, N.d.T.].

Tuttavia, un momento prima che il governo uscente sprofondi nell’oblio, esso merita un’ulteriore riflessione. Cos’è veramente accaduto nell’ultimo anno e mezzo e cosa ci dice per il futuro?

In un’intervista a Channel 12 con la conduttrice televisiva Yonit Levi e Jonathan Freedland di The Guardian, Shimrit Meir, consigliera politica dell’ex primo ministro Naftali Bennett, ha spiegato che la precondizione dell’esistenza del governo uscente era la sospensione del conflitto israelo-palestinese, dato che nel momento in cui quel tema è emerso, il destino del governo è stato segnato. 

La prima mossa nella formazione della coalizione è stata che non si poteva discutere l’“ideologia”, quindi nessuna annessione o creazione di uno Stato palestinese e nessun cambiamento del carattere “ebraico e democratico” dello Stato. 

Vale la pena soffermarsi sulle parole della Meir per la notevole franchezza con cui ha descritto, dal cuore stesso dell’ufficio del primo ministro, la realtà politica continuata per “quasi un anno di normalità,” il periodo in cui il governo uscente ha governato fino al crollo della coalizione.

Quello che infatti si è sostenuto è che la realtà a Beita, e in ogni zona che Israele controlla, non è una questione di “ideologia,” dato che il regime di supremazia ebraica non è un tema politico o ideologico.

È semplicemente il modo in cui vanno, andavano e andranno le cose. La situazione in cui i sudditi palestinesi sono ammazzati uno dopo l’altro, a Beita o altrove, equivale a un conflitto latente, dato che non si può avere un regime di dominazione senza un calcolato massacro di chi vi viene sottomesso. Un altro anno di totale controllo israeliano è semplicemente un’espressione di normalità.

Nella sua intervista Meir ha espresso il concetto politico prevalente in ampi strati dell’opinione pubblica ebraica in Israele. Un concetto che non vede la realtà della supremazia ebraica, dell’apartheid o dell’occupazione come qualcosa di inusuale, ma come una situazione normale che è impegnata a rafforzarsi, espropriando sempre più terre dei palestinesi per tentare di concentrarli in enclave affollate che sono più facili da controllare, poiché gestite da subappaltatori che sono finanziati da risorse internazionali.

Questa posizione, questa visione del mondo, non solo sono immorali nel più profondo senso del termine, ma sono anche lontane dalla realtà. Dopotutto quello che si chiama il “conflitto,” cioè una chiarissima relazione di potere in cui la metà israeliana-ebraica della popolazione fra il fiume e il mare controlla la terra, la demografia e il potere politico a spese della metà palestinese, non è stata “sospesa” neppure per un momento. 

È viva e vegeta tutto il tempo, nei momenti in cui proiettili veri uccidono un palestinese e nei momenti di eterna burocrazia, quando permessi e checkpoint, ingiunzioni e regolamenti dominano le vite dei palestinesi in nome del regime suprematista ebraico.

In questo contesto si dovrebbe parlare del possibile membro del governo Itamar Ben-Gvir e di Gadi Eisenkot [sostenitore della soluzione a due Stati, N.d.T.], ex capo di stato maggiore delle IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, N.d.T.] il protagonista e antagonista delle ultime elezioni. 

Eisenkot parla come uno statista di “governabilità,” mentre Ben-Gvir chiede rudemente “chi comanda qui?”. Ma il tono da statista è solo un codice trasparente che tutti capiscono, cioè che quando gli ebrei in Israele si lamentano di una perdita di “governabilità” nel Negev e in Galilea, nell’Area C e a Gerusalemme, vogliono dire che non si sentono “il boss” in quelle zone.

Il dibattito non riguarda veramente la fine della democrazia. Dopo tutto qui non ce n’è una, dato che tutti i palestinesi sono esclusi, parzialmente o completamente, dal processo politico. È un dibattito sul modo e la misura in cui si usa la forza contro i palestinesi. 

Eisenkot e i suoi sodali credono che il loro approccio più misurato all’aggressiva oppressione dei palestinesi garantisca sia il successo dell’oppressione che la stabilità: Ben-Gvir e quelli come lui pensano che questo processo possa essere velocizzato e numeri crescenti di votanti concordano con lui.

Ma la gran maggioranza delle persone che hanno delle riserve su quest’ultimo punto accetta la situazione esistente e i suoi processi, concorda che la supremazia ebraica sia la base dell’ordine politico, geografico e demografico fra il fiume Giordano e il Mediterraneo e trovi ospitalità per queste sue idee in tutti i partiti sionisti. 

Dopo tutto, quando un giovane palestinese ha appeso una bandiera su un olivo e la terra si è imbevuta del suo sangue, del trentaseiesimo governo facevano parte Yesh Atid, [partito liberale di centro fondato da Yair Lapid, N.d.T.], il partito laburista e il Meretz [partito della sinistra sionista, N.d.T.]

Questo non significa che “sono tutti uguali.” Il fatto che la realtà per i palestinesi fosse già intollerabile anche prima delle elezioni non significa che le cose non possano peggiorare e diventare rapidamente più orrende e sanguinose. 

Jewish Power (Otzma Yehudit) [Potere ebraico, il partito di estrema destra di Ben-Gvir, N.d.T.] è uno dei punti di uno spettro: dire questo non significa che la gamma delle posizioni lungo questo spettro sia un tema marginale non degno di riflessioni. Lo spettro delle posizioni ha un significato, ma è significativa anche l’affinità fra le diverse posizioni lungo questo spettro.

Si può urlare, e la gente lo fa, contro il successo di Ben-Gvir. Ma esattamente chi ne è il responsabile? Non solo nel senso stretto della congiuntura politica che l‘ha causata, ma in un senso più profondo. 

Ciò che ha causato il collasso del governo uscente non è lo scioglimento del conflitto da un immaginario gelo, e ciò che ha fatto crescere Ben-Gvir non è stato un evento specifico. La forza trainante è la realtà stessa. Questa realtà va cambiata. A partire dalle sue fondamenta.

L’autore è il direttore generale di B’Tselem [principale ong israeliana per i diritti umani, N.d.T.].

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Nove mesi di proteste contro un nuovo avamposto coloniale: sette morti e decine di feriti nella cittadina di Beita

28 febbraio 2022 – B’TSELEM

Nel maggio 2021 Israele ha realizzato una nuova colonia, conosciuta come avamposto di Evyatar, su terreni appartenenti alle città di Beita e Qabalan e al villaggio di Yatma in cima al monte (Jabal) Sabih. L’operazione è stata realizzata dal movimento di coloni Nachala [organizzazione internazionale che finanzia l’espansione coloniale nella Cisgiordania, ndtr.], con l’assistenza del Consiglio regionale della Samaria e il consenso dei militari. In precedenza, nel 2013, 2016 e 2018, dei coloni avevano tentato di impossessarsi della terra con la realizzazione di un avamposto ma ogni volta l’Amministrazione Civile aveva prontamente demolito le strutture. Questa volta Israele ha lasciato l’avamposto coloniale intatto.

Secondo un calcolo commissionato da B’Tselem [ONLUS israeliana che promuove i diritti umani nei territori occupati, ndtr.] a Kerem Navot [organizzazione che monitora e documenta la politica di espansione coloniale di Israele nella Cisgiordania, ndtr.] l’avamposto coloniale controlla un’area di 36 dunam [1 dunam = 1.000 metri quadrati]. Copre in parte dei terreni privati palestinesi e in parte un territorio che Israele considera “terreno sotto indagine”. La colonia comprende circa 50 strutture permanenti, un parco giochi, una sinagoga, un’aula per gli studi religiosi, un negozio di alimentari, una rete elettrica e strade completamente asfaltate. Secondo la sua pagina Facebook l’avamposto coloniale è stato istituito per creare un cuneo tra la città di Qabalan e il villaggio di Yatma, a sud della strada 505, e la città di Beita a nord.

All’inizio di luglio 2021 l’avamposto coloniale è stato evacuato dopo un accordo firmato fra i coloni e il governo. In base all’accordo tutte le strutture dell’insediamento sarebbero rimaste al loro posto e i coloni che vi abitavano se ne sarebbero andati, mentre il governo avrebbe esaminato lo stato del terreno. Se fosse emerso che l’avamposto avrebbe potuto essere “legalizzato” alcuni dei coloni sarebbero stati in grado di tornare e lì sarebbe stato istituito un programma di yeshiva militare (hesder) [yeshiva è un’istituzione educativa ebraica che si basa sullo studio dei testi religiosi tradizionali, hesder è un programma di yeshiva che combina studi talmudici avanzati con il servizio militare, ndtr.] Come parte dell’accordo, i militari avrebbero mantenuto una presenza permanente nell’avamposto.

Anche prima di una decisione relativa all’approvazione “legale” dell’avamposto coloniale, e da quando è stato installato, i militari hanno impedito agli agricoltori palestinesi di accedere a centinaia di dunam della loro terra adiacente. Questa restrizione riguarda circa 80 famiglie di agricoltori di Beita e Yatma.

Nell’agosto 2021 l’Alta Corte di giustizia israeliana ha respinto una petizione presentata dai proprietari terrieri palestinesi contro l’istituzione dell’avamposto, sulla base del fatto che la proprietà terriera nell’area era ancora sotto esame. L’indagine è stata completata, secondo i media, nell’ottobre 2021. Nelle ultime settimane gli organi di informazione hanno riferito che lo Stato sta valutando un “compromesso” secondo il quale la yeshiva smantellata nell’avamposto di Homesh [una delle colonie nella striscia di Gaza distrutte e abbandonate dopo il disimpegno di Israele da Gaza nel 2005, ndtr.] verrebbe ricostruita a Evyatar. Poco prima della fine del suo mandato il procuratore generale uscente ha approvato i risultati della “ricerca fondiaria” e ha accelerato le procedure di pianificazione del sito. Il governo ora può, secondo la sua logica, andare avanti con la legalizzazionedell’avamposto e fondare lì la yeshiva.

La città di Beita, sulla cui terra è stato edificato l’avamposto coloniale, si trova a sud della città di Nablus e ospita circa 9.000 palestinesi. Da quando è stato realizzato l’avamposto gli abitanti della città hanno protestato contro la sottrazione della loro terra. Tengono manifestazioni notturne alla periferia della città, nonché proteste di massa il venerdì, che includono una marcia verso l’avamposto coloniale con centinaia, e talvolta migliaia, di partecipanti. All’inizio di ogni protesta si tengono delle preghiere, di solito seguite da scontri nel corso dei quali giovani palestinesi incendiano pneumatici e lanciano pietre contro le forze di sicurezza israeliane. Queste ultime reprimono violentemente le proteste con massicce quantità di lacrimogeni scagliati intorno anche da droni e lanciabombe montati su jeep e sparano proiettili di metallo ricoperti di gomma, granate a spugna [armi antisommossa non letali, ndtr.], proiettili veri, inclusi proiettili calibro 22 sparati da cecchini.

Ad oggi, sette abitanti di Beita sono stati uccisi nel corso delle manifestazioni o nelle loro immediate vicinanze. Inoltre, secondo i dati delle Nazioni Unite, circa 180 persone sono state ferite da proiettili veri, altre 1.000 circa da proiettili di “gomma” e granate a spugna, e più di 4.200 hanno avuto problemi a causa dell’inalazione di gas lacrimogeni. Un altro abitante di Beita è stato ucciso vicino alla condotta idrica della città. Un abitante di Yatma è stato ucciso durante una manifestazione contro la realizzazione dell’avamposto coloniale nel suo villaggio.

Dall’inizio delle proteste, oltre ad attuare una politica di uso letale delle armi da fuoco, le forze di sicurezza israeliane hanno arrestato decine di abitanti della città. Per fiaccare i manifestanti i militari hanno chiuso per un mese e mezzo l’ingresso principale della città e le ruspe militari hanno bloccato e scavato le strade agricole che portavano ai punti chiave della manifestazione, danneggiando circa un chilometro di terrazzamenti agricoli e circa 2.000 alberi a un chilometro dall’avamposto coloniale. Il vice capo del consiglio comunale di Beita ha detto a B’Tselem che Israele ha revocato i permessi di lavoro a circa 150 residenti. I soldati hanno anche esercitato gravi violenze contro i manifestanti israeliani che sono accorsi alle manifestazioni per mostrare solidarietà ai manifestanti palestinesi e li hanno arrestati con falsi pretesti.

Evyatar è stata fondata in terra palestinese non su iniziativa privata di diversi coloni, ma come parte della politica di insediamento coloniale di Israele in Cisgiordania, con la piena collaborazione di tutte le autorità israeliane competenti. Tuttavia, lo Stato non si accontenta di appropriarsi della terra e di costruirvi una colonia. Insiste anche nel proibire agli abitanti palestinesi di protestare contro questi atti e impedisce con la forza, anche letale, qualsiasi tentativo di resistenza. Ribadiamo: la creazione di insediamenti coloniali è illegale ai sensi del diritto internazionale e la Corte Penale Internazionale dell’Aia sta attualmente indagando sulla politica di Israele in materia. La scelta di Israele di impedire agli abitanti dell’area di protestare contro la realizzazione di Evyatar, di attuare una politica di uso letale delle armi da fuoco in circostanze che non mettano in pericolo la vita dei soldati e di sostenere questa politica anche dopo che i suoi esiti fatali sono evidenti aggiunge la beffa al danno.

* Database sulla protezione dei civili dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA).

La ricercatrice sul campo Salma a-Deb’i di B’Tselem ha raccolto le seguenti testimonianze di persone che hanno assistito all’uccisione o al ferimento di abitanti della città durante le proteste:

10 dicembre 2021: L’uccisione di Jamil Abu ‘Ayash, 32 anni

Venerdì 10 dicembre 2021, verso mezzogiorno, Jamil Abu ‘Ayash (32 anni), abitante a Beita, è arrivato nell’area in cui si stava svolgendo la manifestazione quella settimana. Il sito è noto come al-Hutah e si trova a circa 700 metri dall’avamposto coloniale di Evyatar. Intorno alle 14:30 Abu ‘Ayash è stato colpito da un colpo di pistola da una distanza di 200 metri, mentre teneva in mano una fionda.

Con una testimonianza resa il 12 dicembre 2021 A.S. (33 anni), un abitante di Beita presente sul posto, ha raccontato:

Verso le 14:20 ero in piedi a parlare con alcuni ragazzi. C’erano molti soldati e agenti di polizia di frontiera sulla collina di fronte a noi, che sparavano lacrimogeni e proiettili “di gomma”. A circa 200 metri da noi c’erano una decina di soldati. I ragazzi che tiravano dei sassi erano molto lontani da loro, e i sassi non li raggiungevano nemmeno.

Ho visto che due soldati si sono uniti a loro. Sono avanzati e uno di loro si è sdraiato a terra in posizione di cecchino. Poi si è alzato, sono tornati indietro e si è ripetuta la stessa cosa. Dopo 10 minuti ho visto Jamil Abu ‘Ayash passarci accanto e fermarsi circa 50 metri oltre. Aveva in mano una fionda. Sono trascorsi solo pochi minuti, poi uno dei due soldati, che era davanti e sdraiato a terra, ha aperto il fuoco. Ho sentito diversi spari, uno dopo l’altro. Ci siamo tutti chinati o sdraiati a terra. Non appena ho alzato la testa, ho visto Jamil sdraiato a terra e ho sentito i ragazzi urlare. Alcuni di loro lo hanno prelevato e, allo stesso tempo, i soldati hanno sparato nell’area molti lacrimogeni. La testa e il viso di Jamil erano coperti di sangue.

È stato portato in ambulanza e poi in ospedale a Nablus. Sono andato in ospedale e i dottori mi hanno detto che aveva perso parte del cervello. In quel tipo di situazione, quando un ragazzo viene gravemente ferito, l’80% dei manifestanti lascia la manifestazione e va in ospedale, ed è così che i soldati riescono a fermare la manifestazione.

SH. (29 anni), abitante a Beita, è arrivato verso mezzogiorno alla preghiera, da cui è partita mezz’ora dopo la manifestazione settimanale.

In una testimonianza resa il 15 dicembre 2021 descrive quanto accaduto:

Quando siamo arrivati ​​nella zona chiamata al-Hutah, abbiamo visto molti soldati sparsi sulla collina. Di fronte a noi, a circa 150 metri di distanza, c’erano sette o otto soldati. Stavano sparando molti lacrimogeni e alcuni proiettili “di gomma”. Accanto a loro c’erano due jeep militari da cui dei soldati stavano sparando lacrimogeni con i lanciatori. I giovani hanno iniziato a scagliare pietre contro i soldati.

Verso le 14:30 ho visto due soldati a circa 200 o 250 metri da noi. Uno di loro era sdraiato a terra e l’altro gli stava mostrando dove mirare. Ci siamo nascosti dietro un muro di pietra. Dopo pochi minuti il soldato ha ripreso la posizione di cecchino. Ci siamo seduti per terra. Ho visto arrivare Jamil Abu ‘Ayash. Non l’avevo visto fino a quel momento alla manifestazione. Gli ho detto di sedersi e stare attento, poi ho sentito uno sparo ed è caduto. Era a un metro da me.

Quando mi sono avvicinato a lui, il soldato ha sparato di nuovo e ha colpito le pietre sul terrazzamento. Ho continuato ad andare verso Jamil. Aveva una ferita d’ingresso sulla fronte e una ferita d’uscita nella parte posteriore della testa.

Lo abbiamo preso e lo abbiamo portato a circa 500 metri a un’ambulanza lì in attesa. Gli agenti della polizia di frontiera ci sono corsi dietro e hanno sparato decine di lacrimogeni nella nostra direzione. Poiché i militari hanno riempito di buche le strade che portano alla collina, il punto più vicino in cui l’ambulanza poteva raggiungerci era a 500 metri. In seguito ho scoperto che era stato ucciso. Fu sepolto quel giorno nel cimitero del villaggio.

24 settembre 2021: L’uccisione di Muhammad Khabisah, 28 anni

Venerdì 24 settembre 2021, verso mezzogiorno, diverse centinaia di abitanti di Beita e dei villaggi vicini sono partiti per la preghiera e la manifestazione settimanali. Dopo le preghiere, alcuni abitanti sono avanzati per circa 800 metri verso l’avamposto, dove hanno incendiato pneumatici e lanciato pietre contro membri delle forze di sicurezza, che hanno sparato lacrimogeni e proiettili “di gomma”. Muhammad Khabisah (28 anni), un abitante di Beita, si è unito ai lanciatori di pietre.

Intorno alle 15:00 Khabisah e diversi giovani erano seduti sotto un ulivo vicino al luogo della manifestazione. A diverse decine di metri di distanza un gruppo di giovani stava lanciando pietre contro le forze di sicurezza, che si stavano riparando dietro un muro di pietra e di tanto in tanto si alzavano per sparare lacrimogeni e proiettili “di gomma” contro i giovani. Circa mezz’ora dopo un membro delle forze di sicurezza si è sdraiato davanti al muro e ha sparato diversi colpi con proiettili veri, colpendo Khabisah alla testa. È stato portato in ospedale, dove i medici non sono riusciti a rianimarlo.

In una testimonianza data al telefono a B’Tselem l’11 ottobre 2021 l’amico di Khabisah ‘A. (21 anni) riferisce ciò che è capitato quel giorno:

Venerdì 24 settembre 2021 siamo andati alla preghiera che precede la manifestazione. Dopodiché ci siamo incamminati verso l’avamposto, che dista circa 800 metri. I soldati erano sparsi in gruppi da tre a cinque. Ci siamo avvicinati a loro. Ero con Muhammad Khabisah e altri ragazzi che stavano lanciando pietre contro i soldati. I soldati hanno sparato dei lacrimogeni e si sono mossi verso di noi, allora ci siamo tirati indietro, poi di nuovo avanti, e così via. I soldati hanno sparato anche proiettili “di gomma” e alcuni giovani che non conoscevo sono stati colpiti.

Più tardi, verso le 15:30, Muhammad ed io stavamo riposando con altri sei giovani sotto un ulivo. Circa 20 o 30 giovani stavano lanciando pietre contro tre o quattro soldati che si trovavano dietro un muretto agricolo. I soldati hanno sparato proiettili veri ma non hanno colpito nessuno di noi. Eravamo tranquilli, perché i ragazzi che tiravano sassi si trovavano a diverse decine di metri da noi e i soldati erano a circa 150 metri da noi, oltre i giovani.

Poi uno dei soldati si è sdraiato a terra davanti al muretto. Uno dei giovani ci ha avvertito di stare attenti al soldato dicendo che poteva stare per uccidere qualcuno. Pochi minuti dopo ho sentito quattro o cinque spari. Mi sono abbassato e dopo che gli spari sono cessati, ho tirato su la testa. Ho visto Muhammad Khabisah sdraiato su un fianco. Gli ho sollevato la testa e ho sentito qualcosa muoversi nel suo cranio e il suo sangue coprirmi la mano. Ho gridato: “Muhammad!” Io e i ragazzi lo abbiamo preso, ma dopo pochi metri non potevo andare avanti. Non potevo credere a quello che era successo.

YH (22 anni), un abitante di Beita, è arrivato alla manifestazione verso mezzogiorno. In una testimonianza resa l’11 ottobre 2021 racconta:

Verso le 15:00 mi sono seduto con alcuni ragazzi sotto un ulivo, a circa 50 metri dai ragazzi che stavano lanciando pietre, e a circa 150 metri da tre soldati che si nascondevano dietro un muro di pietra. Quando uno dei soldati decideva di sparare lacrimogeni o proiettili “di gomma” contro i lanciatori di pietre si sporgeva dal muretto, sparava e si abbassava di nuovo. Uno dei ragazzi ha detto che aveva sete e che non c’era acqua. Muhammad Khabisah, che era appoggiato al tronco dell’albero, ha chiamato suo cugino chiedendogli di portare dell’acqua, ma alla fine non è arrivato.

Dopo circa mezz’ora, ho visto un soldato sdraiato a terra. Ho detto ai ragazzi che stava per uccidere qualcuno. Muhammad ha detto che eravamo lontani da lui. Sono passati solo pochi minuti quando ho sentito quattro o cinque spari di proiettili veri. Mi sono abbassato perché sembravano vicini. Quando ho alzato la testa, ho visto Muhammad sdraiato a terra sul fianco sinistro. Ho gridato: “Qualcuno è stato colpito, qualcuno è stato colpito”. Siamo andati da lui e abbiamo cercato di tirarlo su, e alcuni ragazzi sono venuti di corsa e ci hanno aiutato. Lo hanno portato via. Sanguinava molto dalla nuca e non si muoveva. Lo hanno portato su un’ambulanza che si trovava, che lo ha trasportato in ospedale.

6 agosto 2021: L’uccisione di ‘Imad Dweikat, 38 anni

Venerdì 6 agosto 2021, verso mezzogiorno, circa 700 abitanti di Beita e dei villaggi vicini si sono mobilitati per la manifestazione settimanale contro l’avamposto. Intorno alle 15:00 le forze di sicurezza hanno sparato contro i manifestanti da circa 300 metri di distanza, colpendo al petto ‘Imad Dweikat (38 anni) residente a Beita mentre stava bevendo una tazza d’acqua. Dweikat è stato portato in ospedale, dove poco dopo è stato dichiarato morto.

J.D. (45 anni), abitante di Beita, si è recato alla preghiera e alla successiva dimostrazione con suo fratello (49 anni). In una testimonianza resa il 12 agosto 2021, ricorda:

Quando siamo arrivati c’erano già sul posto da 600 a 700 abitanti. Alcuni di loro avevano con sè dei documenti riguardanti i terreni di cui i coloni si sono appropriati. Alcuni abitanti si sono spinti fino a 700 metri dall’avamposto coloniale. I soldati erano sparsi in gruppi di cinque o sei ai piedi della collina e stavano effettuando dei lanci massicci di lacrimogeni e granate assordanti. Successivamente hanno anche sparato proiettili “di gomma”. Diversi residenti sono rimasti feriti, incluso mio fratello, che è stato colpito alla gamba da un proiettile “di gomma” mentre cercava di prestare i primi soccorsi a un altro abitante che era stato colpito da un proiettile “di gomma” al ginocchio. Per quanto ferito, mio ​​fratello non è andato via per farsi curare. Ho visto più abitanti colpiti da proiettili “di gomma” e soffocati dal gas.

Intorno alle 15:15 le cose si sono calmate un po’. Mio fratello ed io ci siamo spostati a diverse decine di metri dagli scontri insieme ad altri ragazzi. Ci siamo seduti sotto un ulivo e abbiamo preparato il caffè. Due ambulanze erano parcheggiate a 20 metri e i soldati a circa 300 metri da noi. La situazione era tranquilla.

Improvvisamente ho sentito uno sparo. Ho guardato i ragazzi che stavano lanciando pietre e ho visto uno degli abitanti che diceva: “Non può essere” e correva nella direzione opposta rispetto agli scontri. Ho visto qualcuno sdraiato a terra e sanguinante dal naso e dalla bocca. Alcuni ragazzi lo hanno preso tra le braccia mentre gridavano il suo nome, ‘Imad Dweikat. Ho capito che era un mio parente.

Poco dopo ho saputo che era morto. La notizia mi ha devastato. Era molto lontano dagli scontri. Era padre di quattro ragazze. La più grande ha 10 anni e la più giovane un mese e mezzo. Ha lavorato duramente per mantenere le sue bambine piccole e ha dedicato tutta la sua vita alla famiglia. Sono rimasto molto addolorato per la sua morte.

KB (31 anni), un abitante di Beita, verso mezzogiorno si è recato anche lui alla preghiera e alla manifestazione. In una testimonianza resa il 22 agosto 2021 riferisce:

Verso le 15:15 ero lontano dai ragazzi che lanciavano pietre. Due ambulanze erano ferme a pochi metri da me, in attesa di evacuare i feriti. Ho parlato con ‘Imad, e poi un ragazzo è passato portando piccole tazze d’acqua con un coperchio. ‘Imad ha preso una tazza, l’ha aperta e ha iniziato a bere, e poi è caduto a terra a faccia in giù. Era a due metri da me. Pensavo fosse svenuto per un colpo di sole. L’ho girato sulla schiena e ho visto che sanguinava dal naso e dalla bocca e aveva sangue sulla maglietta. Ho urlato più forte che potevo: “C’è un uomo ferito qui, ragazzi!” e poi diversi ragazzi sono corsi verso di me e mi hanno aiutato a portare ‘Imad su una delle ambulanze.

Sono rimasto scioccato da quello che è successo. Non ho sentito nessuno sparo. «Imad non ha fatto niente. Stava solo bevendo dell’acqua ed era molto lontano dai ragazzi in testa alla manifestazione, alcuni dei quali stavano lanciando pietre. I soldati erano a una distanza di circa 200-300 metri da noi, e noi eravamo a 70-80 metri di distanza dai ragazzi che lanciavano pietre. Pensavo di essere un ragazzo forte, che non si innervosisce facilmente, ma quello che è successo mi ha scioccato. Un uomo in piedi accanto a me, che mi parlava, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco mentre non faceva altro che bere dell’acqua.

16 giugno 2021: L’uccisione di Ahmad Bani Shamsah, 15 anni

Mercoledì 16 giugno 2021, intorno alle 17:30, diversi giovani, tra cui Ahmad Bani Shamsah (15 anni), si sono recati nella zona di Jabal Sabih per preparare i pneumatici da incendiare durante la manifestazione notturna che si doveva tenere sul posto. I giovani si sono portati a varie centinaia di metri dall’avamposto e a circa 150 metri da diversi coloni e un soldato che si trovavano nella zona. Bani Shamsah ha appeso una bandiera palestinese a uno degli ulivi e ha iniziato a scappare. A quel punto un soldato gli ha sparato colpendolo alla nuca. Bani Shamsah è morto il giorno successivo per le ferite riportate.

Un suo amico, M.H. (16 anni), racconta in una testimonianza da lui resa:

Io e gli altri ragazzi abbiamo deciso di andare un po’ più in là per vedere dove fossero i soldati. Volevamo sventolare la bandiera palestinese il più vicino possibile a loro, per provocarli. Abbiamo camminato fino a circa 500 metri dall’avamposto. Abbiamo visto circa 10 coloni e un soldato a circa 150 metri da noi.

Il mio amico, Ahmad Bani Shamsah, ha appeso una bandiera palestinese a un ulivo e abbiamo iniziato a gridare “Allahu Akbar”. È quello che facciamo sempre quando i soldati ci vedono, anche per far sapere a tutti che ci sono soldati in zona. Il soldato ha sparato diversi colpi nella nostra direzione e siamo scappati tutti. Ho sentito Ahmad dire che era stato colpito. Mi sono fermato e mi sono guardato intorno, e l’ho visto sdraiato a terra a 10 metri di distanza. Sono andato ad aiutarlo, ma poi il soldato mi ha sparato. Mi sono allontanato e mi sono nascosto dietro un masso.

Nel frattempo è arrivato un altro ragazzo e abbiamo deciso di andare insieme a prendere Ahmad. Quando lo abbiamo raggiunto sanguinava abbondantemente dalla testa. Altri ragazzi sono venuti e ci hanno aiutato a portarlo su un’auto vicina, e da lì un’ambulanza lo ha trasportato in ospedale. Sono salito su una macchina per andare in ospedale, ma sono rimasto così scioccato che ho chiesto all’autista di portarmi a casa. A casa ho aspettato notizie di Ahmad, anche se sapevo che era morto.

Ci sono voluti alcuni giorni perché recuperassi l’appetito. Ho perso due amici in meno di una settimana: Ahmad e Muhammad Hamayel. È difficile e incredibilmente crudele.

14 maggio 2021: L’uccisione di ‘Issa Barham, 40 anni

La prima manifestazione degli abitanti di Beita contro la costruzione dell’avamposto di Evyatar si è tenuta venerdì 14 maggio 2021. I soldati disposti sulla collina hanno sparato lacrimogeni e proiettili “di gomma”, e successivamente proiettili veri, contro i manifestanti, alcuni dei quali lanciavano pietre contro i soldati da centinaia di metri di distanza. Diversi residenti sono stati feriti da proiettili veri. ‘Issa Barham (40), un abitante di Beita, è arrivato per aiutare a evacuare i feriti. È stato colpito al petto da una distanza di circa 70 metri mentre era in piedi vicino alla sua auto.

Nella sua testimonianza un parente di ‘Issa A.B. (41 anni) descrive gli avvenimenti:

Venerdì 14 maggio 2021, verso le 13:30, sono andato alla manifestazione a Jabal Sabih, a sud del villaggio, contro l’istituzione dell’avamposto di Evyatar. Ho visto circa 10 soldati e sette o otto coloni in piedi lontano da loro. I soldati stavano osservando da lontano, sparando lacrimogeni e lanciando granate assordanti anche prima che ci avvicinassimo a loro. Eravamo a circa 300 metri dai soldati e le pietre che stavano lanciando i ragazzi nemmeno li raggiungevano.

I soldati hanno sparato verso di noi proiettili veri ferendo diversi abitanti, tutti nella parte superiore del corpo. Le ambulanze hanno prelevato due dei feriti, ma quando altre persone sono rimaste ferite, abbiamo chiesto agli abitanti di portarle via con auto private. Ho visto un mio parente, ‘Issa Barham, arrivare con la sua macchina dalla direzione del villaggio. Gli ho chiesto: “Perché sei qui?” e lui mi ha risposto: “Dove sono i feriti?”. Ha subito voltato la macchina in modo da poter partire velocemente. Gli ho detto: “I feriti sono stati portati sul Mashtubah (veicolo senza patente) di uno dei residenti, perché è ciò che avevamo a disposizione qui”.

«Issa ha parcheggiato l’auto, è sceso e si è fermato accanto. Poi ho visto uno dei soldati accovacciarsi in posizione di cecchino e spararci addosso. A quel punto, le cose si erano già calmate ed erano tranquille. Tutti erano impegnati con i feriti o in attesa di notizie su un abitante gravemente ferito. Non mi è assolutamente venuto in mente che il soldato avrebbe sparato. Improvvisamente, ho sentito uno sparo e ho visto ‘Issa cadere all’indietro. Gli sono corso incontro e quando gli ho tolto i vestiti ho visto del sangue al centro dell’addome. Io e i ragazzi abbiamo chiamato un’ambulanza, l’abbiamo preso, lo abbiamo trasportato per un breve tratto e lo abbiamo messo su un’auto senza targa che era lì in modo che potesse essere trasportato in ospedale. Poco dopo l’auto è partita andando incontro ad un’ambulanza che ha portato via ‘Issa. Sono salito subito in macchina e sono andato alla clinica del villaggio, perché pensavo che l’ambulanza avesse portato ‘Issa lì, ma non l’ho trovato. Mi è stato detto che era stato trasferito in ospedale a Nablus.

Quando sono arrivato in ospedale, mi è stato detto che ‘Issa era stato ucciso. È stato uno shock terribile. Un uomo che è venuto ad aiutare i feriti è stato ucciso a colpi di arma da fuoco. Era un pubblico ministero presso l’ufficio del procuratore distrettuale e padre di quattro figli di età compresa tra 1,5 e otto anni. Era un uomo meraviglioso. L’intera città lo amava. Aiutava tutti ed era una persona gentile.

R. (36 anni) è andato alla preghiera e alla successiva dimostrazione. In una testimonianza resa telefonicamente il 9 giugno 2021, riferisce:

Diversi abitanti sono stati gravemente feriti dagli spari dei soldati, uno dopo l’altro, tutti nella parte superiore del corpo. Abbiamo avuto difficoltà a evacuare i numerosi feriti e alcuni sono stati portati via con auto private. Le persone sono state chiamate dagli altoparlanti della moschea e attraverso i social media per venire ad aiutare a portare i feriti in ospedale con auto private.

Ho visto ‘Issa Barham in piedi con le mani in tasca. I suoi vestiti puliti e ordinati dimostravano chiaramente che non era un uomo che stava prendendo parte agli scontri. Era in piedi e osservava i giovani da lontano. Ero a circa 15 metri di distanza da lui e i soldati erano a 70-80 metri di distanza. Improvvisamente l’ho visto cadere.

I giovani gli sono corsi incontro, lo hanno preso e portato su una delle auto. Sono salito in macchina con lui, insieme ad altri ragazzi. L’ho schiaffeggiato per svegliarlo, ma non si è svegliato. Gli ho sfilato i vestiti da sopra la pancia e ho visto che sanguinava. Abbiamo incontrato un’ambulanza dopo circa 50 metri e lui vi è stato trasferito all’interno. Poco dopo, è stato dato l’annuncio che era stato ucciso e la maggior parte degli abitanti è tornata al villaggio per partecipare al funerale e sostenere la sua famiglia.

25 giugno 2021: Il ferimento di Samer Khabisah, 18 anni

Venerdì 25 giugno 2021, verso mezzogiorno, Samer Khabisah (18 anni) di Beita si è recato alla preghiera prima della manifestazione settimanale.

In una testimonianza rilasciata il 25 ottobre 2021 Khabisah riferisce che durante le preghiere i soldati stavano già sparando lacrimogeni contro i residenti con un drone. Continua con la descrizione di ciò che è successo durante la dimostrazione:

I soldati si sono divisi in gruppi di otto o giù di lì e hanno continuato a lanciare granate assordanti e lacrimogeni contro di noi. I giovani gli hanno rilanciato contro le granate stordenti scagliando anche delle pietre. Diversi residenti sono rimasti feriti a causa delle inalazioni del gas. Ad un certo punto mi sono unito ai ragazzi e mi sono coperto il viso con una maglietta a causa di tutto quel gas. Ho visto una jeep militare arrivare dalla direzione dell’avamposto coloniale e fermarsi e i giovani hanno iniziato a tirare pietre. Ho anche visto quattro soldati a 30-40 metri di distanza dalla jeep, che sparavano contro i giovani proiettili veri. Poi sono svenuto.

Mi sono svegliato all’ospedale al-Istishari di Ramallah, dopo 12 giorni in terapia intensiva. Non potevo muovermi o parlare. Non capivo cosa stesse succedendo o perché fossi lì. In seguito ho scoperto di essere stato colpito in faccia da un proiettili veri e che avevo molte schegge conficcate in testa. Neanche dopo cinque operazioni i medici non sono riusciti a tirar fuori tutto. Sono stato in ospedale per 35 giorni, 22 dei quali in terapia intensiva. Per tutto il tempo non riuscivo a respirare e mi hanno fatto un foro nel collo. Non potevo nemmeno mangiare o parlare. Mi hanno messo un dispositivo nella mascella per fissarla e parte della mia lingua è stata amputata.

Dopo essere stato dimesso ho mangiato solo cibo frullato attraverso una cannuccia. Mi sono rimasti solo otto denti e anche questi devono essere fissati. Ho avuto tre operazioni e dovrò subirne altre. Il mio medico dice che ci vorranno almeno due anni per completare il trattamento. Ho bisogno di un innesto osseo nella mascella inferiore e superiore e di un impianto dentale. Faccio logopedia da tre mesi, perché dopo essere stato ferito non riuscivo a pronunciare parole e nemmeno sillabe. Le persone non capivano ciò che dicevo e dovevo ripetere le cose più volte per farmi comprendere.

Il mio progetto era di andare in America e lavorare per mio zio. Volevo conoscere altri posti. Non ho mai viaggiato o lasciato la Cisgiordania. Ora, non sono più sicuro di poter viaggiare. Tutta la mia vita è stata sconvolta.

5 novembre 2021: F.M. (19 anni), ferito a un occhio da un proiettile “di gomma”.

Venerdì 5 novembre 2021, intorno alle 13:30, F.M. (19 anni) di Beita è giunto ​​alla manifestazione settimanale, alla quale partecipavano diverse centinaia di persone.

In una testimonianza rilasciata il 25 novembre 2021 ha descritto la perdita di un occhio a causa di un proiettile “di gomma”:

Quando i manifestanti si sono trovati a una distanza compresa tra 150 e 200 metri i soldati hanno iniziato a sparare lacrimogeni. Hanno sparato 15 o 20 candelotti e la maggior parte delle persone si è dispersa. Alcuni di loro hanno afferrato i lacrimogeni e li hanno scagliati contro i soldati. E’ andata avanti così per circa mezz’ora. I soldati hanno sparato anche proiettili “di gomma”, ma nessuno è rimasto ferito.

Gli altri ragazzi ed io siamo andati verso i soldati, arrivando fino a circa 100 metri da loro. Uno dei soldati continuava a dirigersi verso di noi e poi indietreggiava. Temevo che ci sparasse, così mi sono nascosto con alcuni altri ragazzi dietro un cumulo di terra che i soldati avevano sistemato lì per impedire ai manifestanti di avanzare verso la collina e l’avamposto. Ogni volta tiravo pietre e poi tornavo a nascondermi dietro il cumulo. Stavo osservando i soldati mentre sparavano candelotti lacrimogeni che atterravano lontano da me quando all’improvviso sono stato colpito all’occhio sinistro e ho iniziato a sanguinare. Ero sicuro di aver perso l’occhio.

I ragazzi sono venuti a prendermi e hanno camminato molto fino a un’area che le ambulanze potevano raggiungere, perché i militari avevano scavato il terreno con una ruspa e i veicoli non potevano arrivarci.

Sono stato trasportato in ambulanza all’ospedale a-Najah di Nablus, dove sono stato curato e sottoposto a raggi X. Il dottore ha detto che il proiettile “di gomma” mi era penetrato nell’occhio. Dopo tre ore, mi hanno operato e hanno estratto il proiettile insieme all’occhio. Sono stato dimesso il pomeriggio successivo. Ora ho bisogno di un intervento chirurgico in un ospedale di Gerusalemme per farmi inserire una protesi oculare.

Mia madre sta ancora piangendo. Non riesce a credere che ho perso l’occhio. In questo momento sono a casa e amici e parenti vengono a trovarmi. Non so ancora come sarà la mia vita dopo l’infortunio, senza un occhio.

* * *

Da quando nei territori di Beita, Qabalan e Yatma è stato edificato l’avamposto coloniale di Evyatar le forze israeliane hanno ucciso nove palestinesi:

Issa Suliman Barham Barham

Un abitante di Beita di 40 anni. Ucciso il 14 maggio 2021. I soldati lo ferito all’addome con un colpo di arma da fuoco mentre era in piedi vicino alla sua auto, durante una manifestazione contro la costruzione dell’avamposto coloniale su territorio comunale. E’ morto poco dopo per le ferite riportate.

Tareq Omar Ahmad Snobar

Tareq ‘Omar Ahmad Snobar, un abitante di Yatma di 27 anni. Ferito il 14 maggio 2021 e morto il 16 maggio 2021. I soldati gli hanno sparato al torace mentre i palestinesi stavano lanciando pietre contro di loro all’ingresso del villaggio di Yatma, per protestare contro la costruzione dell’avamposto coloniale e l’operazione di Israele nella Striscia di Gaza.

Zakaria Maher ‘Abd al-Hamid Fallah

Zakaria Maher ‘Abd al-Hamid Fallah, un abitante di Beita di 25 anni. Ucciso il 28 maggio 2021. I soldati gli hanno sparato al torace durante una manifestazione contro la realizzazione dell’avamposto coloniale su territorio comunale.

Muhammad Sa’id Muhammad Hamayel

Muhammad Sa’id Muhammad Hamayel. Un abitante di Beita di 16 anni. Ucciso l’11 giugno 2021. Ucciso dai soldati durante una manifestazione contro la realizzazione dell’avamposto coloniale su territorio comunale.

Ahmad Zahi Ibrahim Bani Shamsah

Ahmad Zahi Ibrahim Bani Shamsah. Un abitante di Beita di 15 anni. Ferito il 16 giugno 2021 e morto il 17 giugno 2021. I soldati gli hanno sparato alla nuca dopo che aveva appeso una bandiera palestinese a un albero, in un’area in cui i palestinesi manifestano contro la realizzazione dell’avamposto coloniale su territorio comunale.

Shadi ‘Omar Lutfi Salim

Shadi ‘Omar Lutfi Salim. Un abitante di Beita di 41 anni. Ucciso il 27 luglio 2021. I soldati gli hanno sparato vicino alla condotta idrica della città. Il giorno successivo, sul posto sono stati trovati strumenti idraulici di metallo. Salim, che faceva l’idraulico, vi era già andato diverse volte per aggiustare la rete. E’ morto poco dopo per le ferite riportate. Israele ha trattenuto il suo corpo fino al 10 agosto 2021.

Imad Ali Muhammad Dweikat

Imad Ali Muhammad Dweikat. Un abitante di Beita di 38 anni. Ucciso il 6 agosto 2021. Le forze di sicurezza israeliane gli hanno sparato al torace da diverse centinaia di metri di distanza, durante una manifestazione contro la realizzazione dell’avamposto coloniale su territorio comunale.

Muhammad ‘Ali Muhammad Khabisah

Muhammad ‘Ali Muhammad Khabisah. Un abitante di Beita di 28 anni. Ucciso il 24 settembre 2021. Le forze di sicurezza israeliane gli hanno sparato alla testa durante una manifestazione contro la realizzazione dell’avamposto coloniale su territorio comunale.

Jamil Jamal Ahmad Abu ‘Ayash

Jamil Jamal Ahmad Abu ‘Ayash. Un abitante di Beita di 32 anni. Ucciso il 10 dicembre 2021. I soldati gli hanno sparato alla testa da 200 metri di distanza durante una manifestazione contro la realizzazione dell’avamposto coloniale su territorio comunale. E’ morto poco dopo per le ferite riportate.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




‘Vogliono una guerra’: l’approvazione dell’avamposto da parte del procuratore generale in Cisgiordania scatena le proteste palestinesi

Agar Shezaf

6 febbraio 2022 – Haaretz

Dalla fondazione di Evyatar l’anno scorso i palestinesi di Beita hanno manifestato ogni settimana e otto persone sono morte. Con il suo ultimo intervento ufficiale Mendelblit ha rinvigorito le proteste

La decisione del procuratore generale uscente Avichai Mendelblit di stabilire un insediamento coloniale sul sito dell’avamposto di Evyatar non ha raffreddato l’ardore degli abitanti di Beita, il villaggio palestinese sulle cui terre è situato l’avamposto. Anzi. “Rafforza solo la nostra volontà di resistere e combattere”, ha detto ad Haaretz un diciassettenne che partecipa alla manifestazione contro l’avamposto, la più grande protesta settimanale in Cisgiordania.

L’adolescente, uno studente delle superiori, è arrivato alla manifestazione con le stampelle. Le usa da quando è stato colpito alla gamba dai soldati israeliani due settimane fa. Dice che non è la prima volta che viene ferito. Nella prima settimana in cui si sono svolte le proteste contro l’avamposto un proiettile Ruger (un proiettile calibro 22 usato per la dispersione della folla) gli è sfrecciato sulla testa, ferendolo e rendendo necessario il trasporto in un vicino ospedale.

Eppure continua a protestare ogni giorno contro l’avamposto. “Cosa farei a casa?” si chiede, stupito da una tale domanda. “Questa è la missione del nostro villaggio: rimuovere l’avamposto. Non si tratta solo di dimostrazioni. Sin svolgono anche ‘operazioni notturne di disturbo’ e a volte veniamo qui”.

Operazioni notturne di disturbo è l’appellativo degli incendi notturni di pneumatici e dell’uso occasionale di laser tag [gioco di simulazione militare con l’impiego di strumenti a raggi infrarossi, totalmente innocui, ndtr.] da parte dei giovani di Beita ai piedi dell’avamposto. Sono iniziate ancor prima che i coloni venissero sfrattati dall’avamposto, quando nell’area si potevano scorgere incessanti volute di fumo nero, e continuano ora che l’avamposto è presidiato dai militari.

Le notizie sulla concessione da parte di Mendelblit del permesso di costruzione di una colonia nella località di Evyatar sono state tradotte e distribuite sui gruppi Whatsapp di protesta. “Vogliono una guerra”, afferma Khaled, un abitante di Beita sulla quarantina, che protesta contro Evyatar sin dalla sua fondazione a maggio.

Come ogni venerdì, lo scorso fine settimana centinaia di residenti di Beita sono andati a protestare contro l’avamposto. Sebbene i coloni abbiano lasciato Evyatar circa sei mesi fa, le strutture che vi hanno eretto sono rimaste, così come una grande stella di David in legno, chiaramente visibile dal luogo della manifestazione. Alla manifestazione settimanale partecipano bambini piccoli, ragazzi e anche adulti sulla sessantina. Alcuni hanno con sè delle fionde e prendono di mira i soldati con le pietre.

Altri offrono ai manifestanti bottiglie d’acqua, altri ancora osservano quanto succede e di tanto in tanto urlano contro i soldati. L’esercito usa gas lacrimogeni, proiettili di gomma e proiettili veri. Dall’inizio delle proteste sono stati uccisi otto palestinesi. Secondo la Mezzaluna Rossa questo venerdì tre palestinesi sono stati feriti alle gambe da proiettili veri, nove sono stati feriti da proiettili di gomma e 26 sono stati curati per inalazione di gas.

L’esercito pattuglia continuamente l’avamposto e non permette a nessuno di avvicinarsi, quindi le proteste non si svolgono ai piedi dell’avamposto ma nel letto del torrente tra l’avamposto e il villaggio, e talvolta tra il villaggio e la Statale 60 [la strada che percorre da nord a sud Israele e Cisgiordania unendo Beersheba a Nazareth, ndtr.]. La protesta inizia dopo che la gente del luogo ha pregato sul posto. Oggi i manifestanti hanno affermato che l’esercito si è avvicinato più che mai alle case del villaggio.

Pensano che ciò abbia a che fare con l’annuncio di Mendelblit e che Israele stia cercando di fare pressione su di loro affinché smettano di protestare. “Oggi hanno iniziato subito in modo pesante. Ci sono state molte sparatorie e molto gas”, dice uno dei manifestanti mentre un candelotto lacrimogeno gli cade vicino. “Anche i bambini di Beita sanno in che direzione il gas si diffonde e la differenza tra il suono dello sparo di un proiettile vero e di un Ruger [proiettile considerato dall’esercito israeliano “meno letale” in quanto di calibro ridotto, ndtr.]”.

Più tardi la gente del posto ha respinto l’esercito nel letto del torrente. Alcune decine di giovani, nascosti tra gli ulivi, hanno lanciato pietre contro i soldati; altri osservavano dall’alto. “Questo ha cambiato molto la vita a Beita”, aggiunge Khaled, “ma non sono andato io contro ai coloni, sono loro che sono venuti da me e hanno preso la terra del mio bisnonno. Vogliamo solo che gli edifici vengano rimossi”.

La peculiarità del villaggio, attestano i suoi abitanti, è che tutti sono impegnati in funzione delle proteste: le donne del villaggio producono cibo per i manifestanti, le attività di protesta si svolgono durante la settimana e non sono attribuite ad alcun gruppo politico.

Ogni settimana l’esercito pattuglia la strada che proviene dal villaggio cercando di impedire l’ingresso delle auto. In pratica, questo non impedisce l’arrivo dei manifestanti, ma rende più difficile il lavoro dell’equipe medica. “L’ambulanza continua a rimanere bloccata nel fango”, dice il dottor Abd al-Jaleel, direttore dell’ospedale da campo di Beita, mentre le due ambulanze in servizio dietro la manifestazione sono impantanate nel terreno nel tentativo di partire. L’ospedale è gestito solo da volontari, alcuni di Beita e altri di Nablus e delle aree circostanti.

All’inizio – dice Al-Jaleel – nel villaggio non c’era una clinica adatta per i trattamenti di emergenza. Sin dal primo giorno abbiamo prestato le cure alle persone ferite durante le manifestazioni contro l’avamposto, ma presto ci siamo resi conto che qui il numero di ferite gravissime da arma da fuoco è molto elevato. Dato che l’ospedale di Nablus è a 17 chilometri di distanza e i soldati spesso bloccano la strada, è difficile evacuare le persone abbastanza velocemente”, spiega.

L’ospedale da campo è stato creato all’interno della scuola del villaggio e all’inizio le persone sono state curate su materassi per terra. Al Jaleel stima che ogni venerdì vengano trattati circa cento feriti e nell’ultimo anno sono state prese in cura sette persone con ferite da arma da fuoco che hanno richiesto un trattamento di rianimazione.

E’ riuscito a salvarne uno. Mostra delle foto di ambulanze con i finestrini rotti perché l’esercito gli ha sparato contro proiettili di gomma. “Da quando tutto questo ha avuto inizio non abbiamo alcuna vita sociale né [pausa del, ndtr.] venerdì. Siamo sempre qui”, dice. Il prezzo delle proteste può essere visto dappertutto nel villaggio, dice, e osserva: “Passeggiando per Beita ogni pochi metri si incontra qualcuno con le stampelle”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)