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Cosa c’è nel documentario segreto di Al Jazeera a proposito della lobby USA-Israele?

Asa Winstanley

5 marzo 2018, The Electronic Intifada

L’inchiesta di Al Jazeera sulla lobby israeliana negli USA di prossima messa in onda rivelerà che l’eminente gruppo neoconservatore di esperti “Foundation for Defence of Democraties” [Fondazione per la Difesa della Democrazia] sta operando come agente del governo israeliano.

Secondo una fonte che ha visto il documentario segreto, esso contiene immagini di un potente funzionario israeliano che sostiene: “Abbiamo l’FDD. Abbiamo altri che ci lavorano.”

Si dice che Sima Vaknin-Gil, ex-ufficiale dell’intelligence militare israeliana, affermi che la fondazione sta “lavorando” a “progetti per Israele, compresi “raccolta dati, analisi informative, lavori su organizzazioni di attivisti, tracciatura dei soldi. È qualcosa che solo un Paese, con le sue risorse, può fare al meglio.”

In base alla “Legge sulla Registrazione di Agenti Stranieri”, comunemente nota come “FARA”, organizzazioni ed individui che lavorano a favore di governi stranieri devono registrarsi alla sezione del controspionaggio del Ministero di Giustizia.

Una ricerca sul sito web del “FARA” mostra che la “Foundation for Defence of Democraties” non è registrata.

Pare che il documentario di Al Jazeera identifichi un certo numero di gruppi lobbystici che lavorano con Israele per spiare cittadini americani utilizzando tecniche sofisticate di raccolta dati. Pare anche che il documentario metta in luce tentativi segreti di diffamare ed intimidire americani considerati troppo critici con Israele.

Gruppi della lobby israeliana hanno esercitato pesanti pressioni sul Qatar, che finanzia Al Jazeera, perché archivi il documentario, suscitando dubbi sul fatto che venga mai trasmesso.

Agenti segreti di Israele

Sima Vaknin-Gil, che nell’esercito israeliano ricopre il grado di brigadiere generale, è ora la principale funzionaria presso il ministero degli Affari Strategici di Israele.

Il ministero è incaricato di condurre una campagna segreta di sabotaggio contro il BDS, il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni in appoggio ai diritti umani dei palestinesi.

Il capo di Vaknin-Gil al ministero è Gilad Erdan, uno stretto alleato del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Poco dopo essere stata nominata a dirigere il ministero all’inizio del 2016, Vaknin-Gil ha promesso di “creare una comunità di lottatori” che avrebbe “inondato internet” di propaganda israeliana ma ufficialmente non legata al governo.

Oltre ad essere finanziata da Sheldon Adelson, il miliardario anti-palestinese e principale donatore della campagna elettorale di Donald Trump, la “Foundation for Defence of Democraties” ha stretti legami con gli Emirati Arabi Uniti.

In messaggi hackerati lo scorso anno l’ambasciatore degli Emirati a Washington ha incoraggiato la fondazione ad attivarsi per spostare una base militare USA dal Qatar al suo Paese.

Il documentario mostrerebbe anche immagini segrete di un lobbista israeliano di minor rango che si vanta di quanto siano stretti i rapporti di Israele con gli Emirati Arabi Uniti e altri regimi del Golfo.

Rapporti sempre più stretti tra gli EAU e Israele

Pare che nel film si veda Max Adelstein affermare che la lobby ha aiutato Israele e gli Emirati Arabi Uniti a sviluppare “di nascosto” rapporti di sicurezza.

Adelstein era stagista presso lo studio lobbystico di Washington “Harbour Group”. I clienti dello studio includono gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia saudita.

Durante i sei mesi terminati il 30 settembre 2017 essa ha ricevuto 2.2 milioni di dollari dagli EAU e più di 300.000 dollari dall’Arabia saudita.

Adelstein ora dice di lavorare per l’AIPAC, il più potente gruppo della lobby israeliana a Washington, la cui conferenza annuale inizia domenica.

Il documentario mostrerebbe Adelstein vantarsi che i rapporti tra gli Emirati Arabi Uniti ed Israele stiano “andando sempre meglio, e nessuno lo sa.”

Ha detto ad un reporter di Al Jazeera in incognito che “i governi si devono coordinare sulla sicurezza. È tutto sottobanco. Ma su commercio, tecnologie, medicina, c’è molta cooperazione.”

Secondo la fonte di “Electronic Intifada”, nelle immagini prese di nascosto si vede Adelstein spiegare che si stava organizzando un “viaggio di studio” di un Comitato Ebreo-Americano sulla “cooperazione reciproca” negli Emirati Arabi Uniti.

In gennaio la conferenza dei presidenti delle maggiori organizzazioni ebree-americane, una riunione di gruppi della lobby israeliana a cui partecipa anche l’“American Jewish Committee”, ha annunciato di aver inviato una “folta delegazione” di dirigenti negli Emirati Arabi Uniti, dove hanno “incontrato tutte le personalità ai più alti livelli.”

L’ulteriore chiave per comprendere la disponibilità degli Emirati Arabi Uniti verso i gruppi della lobby israeliana è che le attività della ricca monarchia sono di nuovo sottoposte a Washington a indagini.

Sabato il New York Times ha informato che il consigliere speciale Robert Mueller sta estendendo le sue indagini dalle presunte ingerenze russe nelle elezioni presidenziali USA “includendo le influenze degli Emirati sull’amministrazione Trump” attraverso il genero e consigliere del presidente Jared Kushner.

L’accusa di antisemitismo non è più come una volta”

Pare che in una ripresa girata di nascosto si veda Jonathan Schanzer, importante vice presidente della “Foundation for Defense of Democracies”, istruire i nuovi aderenti su come calunniare i gruppi di solidarietà con la Palestina che appoggiano il movimento BDS negli Usa.

Secondo la fonte, Schanzer ammette al reporter in incognito che “il BDS ha preso tutti di sorpresa.”

Definisce la reazione dei gruppi della lobby israeliana “un pasticcio totale”, aggiungendo: “Penso che nessuno stia facendo un buon lavoro. Neppure noi stiamo facendo un buon lavoro.”

Secondo la fonte, Schanzer lamenta il fatto che i tentativi di calunniare “Students for Justice in Palestine” [Studenti per la Giustizia in Palestina] e “American Muslims for Palestine” [Musulmani Americani per la Palestina] come legati al terrorismo estremista islamico non siano riusciti a guadagnare terreno.

Si dice anche rammaricato perché la tattica usuale della lobby israeliana di pretendere che gli attivisti della solidarietà con la Palestina siano motivati da odio contro gli ebrei sta perdendo efficacia.

Personalmente ritengo che l’accusa di antisemitismo non è più quella di una volta,” pare dica al giornalista in incognito.

Le opinioni di Schanzer riprendono un rapporto segreto ufficiale del governo israeliano e distribuito ai dirigenti della lobby israeliana lo scorso anno. Questo rapporto, di cui è trapelata una copia pubblicata da Electronic Intifada, conclude che i tentativi israeliani di arginare la crescita del movimento di solidarietà con la Palestina sono in gran parte falliti.

Documentario rimandato

Nell’ottobre dello scorso anno Clayton Swisher, il responsabile dei reportage d’inchiesta di Al Jazeera, ha in un primo tempo annunciato che il canale satellitare del Qatar aveva infiltrato un giornalista in incognito nella lobby israeliana degli USA.

Swisher ha fatto l’annuncio poco dopo che l’autorità britannica per la regolamentazione delle trasmissioni ha respinto ogni denuncia contro il documentario di Al Jazeera “The Lobby”.

Quel documentario, trasmesso nel gennaio 2017, denunziava la campagna occulta di Israele in Gran Bretagna per influenzare il partito Conservatore, al governo, e quello Laburista, all’opposizione. Il documentario ha rivelato che un agente dell’ambasciata israeliana tramava con un funzionario britannico per “demolire” un ministro del governo visto come troppo critico con Israele.

Benché Swisher abbia promesso che il film sugli USA sarebbe stato reso pubblico “molto presto”, circa cinque mesi dopo deve ancora essere trasmesso.

La lobby israeliana in Qatar

Nello stesso periodo un’ondata di lobbysti israeliani ha visitato il Qatar su invito del sovrano, l’emiro Tamim bin Hamad Al Thani.

Tra costoro c’erano alcune figure di difensori di Israele negli USA della destra più estrema, compresi il professore di diritto di Harvard Alan Dershowitz e Morton Klein, il capo della “Zionist Organization of America” [Organizzazione Sionista d’America].

Il mese scorso varie fonti della lobby israeliana hanno detto al giornale israeliano Haaretz di aver ricevuto alla fine dello scorso anno assicurazioni dai dirigenti del Qatar che il documentario di Al Jazeera non sarebbe stato trasmesso.

Il Qatar ha negato.

I gruppi filoisraeliani hanno intrapreso un’offensiva per cercare di impedire che Al Jazeera mostri il documentario.

Non usiamo mezzi termini in merito a quello che è stato – un’operazione di spionaggio professionale e ben finanziata messa in atto dal Qatar sul suolo americano,” ha affermato Noah Pollak, direttore esecutivo del neoconservatore “Comitato per Israele”.

Ironicamente, i membri filoisraeliani del Congresso stanno ora facendo pressione sul ministero di Giustizia per obbligare Al Jazeera a registrarsi come braccio del Qatar, in base alla “Legge per la Registrazione degli Agenti Stranieri”, come recentemente è stata obbligata a fare la rete RT finanziata dalla Russia.

Se queste pressioni avranno successo nell’insabbiare per sempre il documentario, sarà probabilmente la prova definitiva dell’influenza della lobby israeliana che i giornalisti di Al Jazeera volevano mettere in evidenza.

Asa Winstanley è un giornalista investigativo e co-redattore di Electronic Intifada.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Giornalisti del NYT, della Reuter e dell’Economist autocensurano i propri articoli da Israele in modo da non essere “brutalmente presi di mira”- John Lyons

Philip Weiss – 26 luglio 2017,Mondoweiss

Negli USA la lobby israeliana viene citata di rado in modo critico sui media più importanti. Ma controllate questo brano del programma politico ” Drum ” [“Tamburo” in inglese] della ABC australiana di due giorni fa: i corrispondenti, veterani del Medio Oriente, Antony Loewenstein e John Lyons descrivono le incessanti pressioni da parte di Israele e della sua lobby su giornalisti che sono critici nei confronti di Israele.

La conduttrice del programma Ellen Fanning ha notato che nel nuovo libro di Lyons (“Balcony Over Jerusalem: A Middle East Memoir” [ “Balcone su Gerusalemme: ricordi del Medio Oriente”]) egli ricorda di essersi incontrato con un importante corrispondente dell’agenzia di stampa France-Presse e di avergli chiesto: “Quanti corrispondenti dall’estero si autocensurano? “

Lyons:

“Ha risposto: ‘Tutti’, e lui è uno dei più duri capi redazione in circolazione. Come parte del libro ho intervistato The New York Times, the Economist, Reuters, AFP, ed ho scoperto una caratteristica comune. La Reuters [agenzia di stampa inglese, ndt.] ha persino proprie parole specifiche che si possono utilizzare per non far arrabbiare gli israeliani. Sono andato là con l’idea che se fossi stato a Washington e a New York avrei raccontato quello che vedevo. Ma ogni volta che avessi voluto parlare di colonie, qualcosa di reale, sarei stato preso di mira, in quanto giornalista.”

“Se racconti la verità su quello che vedi davanti a te in Israele e in Cisgiordania, sarai brutalmente preso di mira.”

Lyons è un giornalista di grande esperienza. E’ stato corrispondente per sei anni da Gerusalemme per “The Australian” [principale quotidiano australiano, ndt.] ed ora è co- direttore editoriale del giornale.

Gli attacchi non vengono solo da Israele, ma dalla lobby filo-israeliana globale. Lyons:

“Beh, nel libro ho scritto un capitolo intitolato ‘La lobby”, che riguarda essenzialmente la lobby australiana, prende in considerazione i numerosi viaggi che ogni sorta di politici e giornalisti e tutti quanti fanno. Incessanti carovane che attraversano Gerusalemme, che è una parte ridotta di ciò…Ma posso dire…in base alla mia esperienza personale nell’ “Autralian”, che è un giornale molto filo-israeliano, eppure i miei direttori, la pressione su di loro, di cui hanno parlato per il libro – la pressione c’è, è chiaro che non sono contenti di quello che hai fatto, e delle infinite lamentele –

Due o tre anni fa ho fatto un reportage per “Four Corners” [“Quattro angoli”, importante programma televisivo australiano di attualità politica, ndt.]. E allora ho dovuto difenderlo per mesi e mesi. Alla fine ci siamo difesi da ogni obiezione…Ancor prima che “Four Corners” andasse in onda, uno dei gruppi di Melbourne ha fatto circolare: ‘Questo è il link per le proteste, clicca qui, e invia una protesta automatica alla ABC’.”

Per cui i viaggi sono solo la parte “delicata” di ciò!”

Ecco il reportage di “Four Corners” del 2014: documenta il fatto che l’esercito israeliano stava prendendo di mira ragazzini palestinesi per arrestarli e incarcerarli e “minacciando i bambini di violentarli”, nel tentativo di rendere insopportabile la vita ai palestinesi in Cisgiordania. Queste pratiche ovviamente non sono terminate ( e ricordate che su “60 minuti” [programma televisivo statunitense di notizie della CBS, ndt.] cinque anni fa il defunto Bob Simon [giornalista americano della rete televisiva CBS, ndt.] ha protestato contro Michael Oren [politico, diplomatico, scrittore e storico israeliano nato negli USA, dirigente del partito centrista “Kulanu”, ndt.] perché si era rivolto ai suoi superiori nel tentativo di interferire sul suo reportage a proposito dei cristiani che lasciano la Palestina).

Anche Antony Loewenstein è un giornalista con molta esperienza. Ha pubblicato vari libri sulla Palestina e su altre questioni internazionali, e recentemente ha concluso una missione di un anno e mezzo a Gerusalemme.

Egli afferma:

“Quello che dice John è vero. Ho scritto di questo per 15 anni. Il modo in cui spesso funziona è che un giornalista che è critico – ebreo, non-ebreo, musulmano, palestinese, cristiano, qualunque cosa sia – se è critico contro le colonie, contro l’occupazione, contro il governo israeliano, contro il modo in cui la lobby israeliana in Australia, secondo me in modo dannoso e disonesto, fa pressione sul sistema dei media, ABC ed altri, e sui governi, sarà preso di mira in privato e in pubblico.”

Cosa dire della lobby palestinese? Chiede Fanning. Loewenstein:

“Esiste una lobby, è ridotta ma in crescita. Ha influenza ma è relativamente insignificante. E’ più che altro il modo in cui penso funzioni il potere politico in questo Paese.

Chiunque passi del tempo in Israele o in Cisgiordania o a Gaza, che, come dice John, sono state occupate per 50 anni…Secondo me ora è permanente. Ci dobbiamo chiedere perché così tanta gente nei media e nelle elite politiche rifiuta di parlare della realtà. Un’occupazione permanente è un orrore…

Occorre essere molto più sinceri con i nostri politici ed essere giornalisti che non cedono alle intimidazioni della lobby israeliana, cosa che succede continuamente.”

Però Loewenstein in seguito osserva che l’opinione pubblica si è spostata in modo evidente, nonostante i media siano decisamente a favore di Israele.

E conclude:

“La lobby ha il diritto di esistere. La questione è che gruppi come AIJAC (Australia/Israel & Jewish Affairs Council [Consiglio Australia/Israele e delle questioni ebraiche]) sono così bellicosi e di estrema destra, stanno appoggiando le politiche del governo israeliano che sono a favore delle colonie, dell’occupazione, anti-arabe e profondamente razziste.”

La lobby israeliana in Australia ha già attaccato Loewenstein per i suoi commenti durante il programma.

Non c’è neanche bisogno di dire che la lobby israeliana continuerà ad esercitare un potere spropositato finché giornalisti e politici si rifiuteranno di parlarne apertamente. Cosa che non sta succedendo negli USA.

Grazie ad Ofer Neiman [probabilmente si tratta di uno dei leader del movimento BDS israeliano “Boycott from Within”, “Boicottaggio dall’interno”, ndt.]

(traduzione di Amedeo Rossi)