Fantasie di controllo [Seconda Parte]

Tom Stevenson

12 febbraio 2025, London Review of Books

Hamas: La ricerca del potere

di Beverley Milton-Edwards e Stephen Farrell.

Politica, 331 pp., £17.99, giugno 2024, 978 1 5095 6493 4

Col senno di poi questo flirt con la resistenza civile sembra essere stato il primo tentativo di Hamas di uscire dall’impasse in cui si trovava. Sinwar aveva trascorso più di vent’anni nelle prigioni israeliane, dal suo arresto nel 1989 al rilascio nel 2011 nell’ambito dello scambio di prigionieri per Shalit [militare israeliano catturato da Hamas e liberato in cambio della liberazione di un migliaio di carcerati palestinesi, ndt.]. L’operazione Shalit era stata per molti aspetti un successo. Ma Sinwar vi si era opposto ritenendo troppo esiguo il numero di palestinesi liberati. Quando non era in isolamento o non tentava la fuga dalla sua cella scavando un tunnel Sinwar aveva trascorso il periodo di prigionia studiando diligentemente e scrivendo due libri (nel primo, un romanzo, il protagonista osserva suo padre scavare un rifugio di fortuna sotto la loro casa in un campo profughi). Era stato arrestato prima che Gaza fosse assediata e non aveva assistito alla graduale trasformazione della Striscia da parte di Israele in un campo di sorveglianza. Tuttavia, quando tornò a Gaza nel 2011 la sua ascesa alla leadership fu rapida. Molti dei leader della nuova generazione erano veterani delle prigioni israeliane: Rawhi Mushtaha divenne il primo ministro de facto di Gaza mentre Tawfiq Abu Naim capo della sicurezza interna. Eppure sotto la loro guida la linea iniziale era quella di una “resistenza popolare pacifica”.

Nel 2018 in un’intervista con la giornalista italiana Francesca Borri Sinwar parlò della necessità di un cessate il fuoco. “Quello che conta è che finalmente ci si renda conto che Hamas è qui… siamo parte integrante di questa società, anche se dovessimo perdere le prossime elezioni”, disse. “Inoltre, siamo un pezzo della storia dell’intero mondo arabo, che include islamisti, laici, nazionalisti, militanti di sinistra”. Eppure nel 2021 ci furono chiari segnali di un cambiamento. “Per molto tempo abbiamo provato ad attuare una resistenza civile pacifica”, disse Sinwar al giornalista Hind Hassan. “Ci aspettavamo che il mondo e le organizzazioni internazionali avrebbero fatto cessare i crimini e i massacri commessi sul nostro popolo dall’occupazione. Ma sfortunatamente il mondo è rimasto a guardare mentre l’occupazione uccideva i nostri figli.’

Il fallimento di queste tattiche potrebbe aver portato all’Operazione Al-Aqsa Flood. L’attacco lanciato il 7 ottobre ha fatto seguito al periodo più sanguinoso di violenza dei coloni in Cisgiordania da anni. L’intelligence israeliana afferma di aver scoperto documenti che dimostrano che Hamas avrebbe iniziato a pianificare un “grande progetto” all’inizio del 2022, anche se è molto difficile verificare tale affermazione. A dicembre 2022 Sinwar parlava di arrivare in Israele “come un travolgente diluvio“. È chiaro che l’operazione era ben pianificata. L’attacco è stato guidato dalle Brigate Qassam, ma supportato da altri cinque gruppi armati di Gaza: le Brigate Al-Quds della Jihad islamica palestinese, le Brigate di Resistenza Nazionale del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, le Brigate Martire Abu Ali Mustafa del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, le Brigate Martiri di Aqsa e le Brigate Mujaheddin. Nonostante il coinvolgimento di così tante fazioni le informazioni sull’operazione sono state strettamente custodite e rivelate alle singole unità simultaneamente all’ultimo minuto. La comunicazione digitale è stata ridotta al minimo. Sono stati utilizzati droni e missili per distruggere i siti di sorveglianza e i posti di comando e controllo mentre il muro veniva sfondato con bulldozer ed esplosivi. Ciò che più ha colpito è stata l’adozione sia delle tattiche che delle modalità d’intervento proprie delle forze speciali statunitensi e israeliane (le Brigate Qassam chiamavano “commando” le proprie unità Nukhba). In totale gli attacchi hanno provocato la morte di 725 civili israeliani, 36 dei quali bambini e 71 cittadini stranieri e di 379 membri del personale di sicurezza israeliano.

La versione riveduta del libro di Beverley Milton-Edwards e Stephen Farrell Hamas: The Islamic Resistance Movement ha il grande vantaggio di offrire un’analisi degli eventi nei primi mesi successivi all’ottobre del 2023. Nell’edizione originale, pubblicata nel 2010, Milton-Edwards, un esperto accademico, e Stephen Farrell, ex capo dell’ufficio Reuters a Gerusalemme, hanno fornito una buona panoramica su Hamas che differiva relativamente poco dalle testimonianze ufficiali. Come altri scrittori, hanno intervistato molti leader di Hamas. Tra loro ce n’erano alcuni che in seguito sono ascesi alla ribalta, in particolare Abu Obaida, il portavoce delle Brigate Qassam, e Saleh al-Arouri, vicepresidente dell’ufficio politico di Hamas fino al suo assassinio l’anno scorso. Farrell ha anche intervistato Sinwar a Khan Younis nel 2011, subito dopo la sua liberazione.

Ciò che finalmente Hamas ha ottenuto il 7 ottobre è stato stroncare l’illusione di un controllo che Israele credeva di aver raggiunto. “L’inimmaginabile spettacolo dei parapendio motorizzati che sorvolavano gli accessi di Gaza” è stato di per sé una sorta di vittoria. La presa del valico di Erez, dove i metodi di repressione del XXI secolo (droni, torri di sorveglianza elettronica, database biometrici) si sono aggiunti alle vecchie perquisizioni corporali, è stato un enorme colpo di scena simbolico. I primi obiettivi di Hamas sono state le installazioni militari israeliane, tra cui Reim, il quartier generale della divisione Gaza dell’esercito israeliano. Ma l’apparenza di un’operazione di forze speciali si è rapidamente trasformata in violenza incontrollata (un modello non estraneo a chiunque abbia una conoscenza anche superficiale delle azioni delle forze speciali britanniche in Afghanistan). Milton-Edwards e Farrell elencano quanto di peggio è accaduto. La milizia di Gaza ha sparato contro le auto trascinando fuori i non combattenti per giustiziarli. Hamas non si aspettava che un festival di musica trance si svolgesse a pochi minuti dalla recinzione. Quando i suoi combattenti sono arrivati ​​lì, hanno “svuotato i caricatori nelle tende e nelle cabine dei servizi igienici”. Gli abitanti dei kibbutz vicino al confine sono stati rapiti o uccisi e le loro case saccheggiate e incendiate.

Nel gennaio 2024 Hamas ha pubblicato il suo resoconto sull’operazione, presentandolo come la spiegazione delle proprie motivazioni e “una confutazione delle accuse israeliane”. Milton-Edwards e Farrell menzionano il documento ma non lo descrivono in dettaglio. Secondo il resoconto di Hamas, intitolato “Our Narrative”, l’operazione al-Aqsa Flood “ha preso di mira siti militari israeliani con l’intento di catturare i soldati nemici per fare pressione sulle autorità israeliane affinché liberassero migliaia di palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane attraverso un accordo di scambio di prigionieri”. Affermava che i principali obiettivi erano la Divisione Gaza dell’esercito israeliano e siti militari “vicini agli insediamenti israeliani intorno a Gaza”. Hamas ha respinto come “bugie e invenzioni” l’idea che i suoi combattenti avessero preso di mira i civili e ha affermato di aver “preso di mira solo i soldati dell’occupazione e coloro che portavano armi”. Tutte le morti di civili sarebbero state accidentali o il risultato di fuoco incrociato. E durante l’operazione si sarebbero verificati “alcuni errori a causa del rapido crollo del sistema militare e di sicurezza israeliano e del caos provocato lungo le aree di confine con Gaza”.

Ovviamente questo resoconto non regge. È vero che alcune delle vittime delle unità Qassam nei kibbutz erano Kitat Konenut armati, riservisti locali addestrati per una risposta d’emergenza, che sono morti combattendo. Alcune morti possono anche essere attribuite alla direttiva Annibale, messa in atto da Israele dalle prime ore di quel giorno, che ha imposto alle sue forze di sparare ai veicoli che si muovevano in direzione di Gaza con droni, attacchi aerei e mortai al fine di uccidere gli ostaggi piuttosto che lasciarli catturare per un riscatto. Alcuni civili sono stati uccisi dall’esercito israeliano sia al festival che nei kibbutz. Nel kibbutz Be’eri un carro armato israeliano ha sparato contro una casa in cui era nota la presenza di combattenti di Hamas e civili israeliani causando la morte di tredici civili. Ma questo non mette in discussione la chiara evidenza che gravi crimini di guerra sono stati commessi dalle Brigate Qassam e da altre milizie di Gaza.

Israele e i suoi sostenitori hanno esagerato e montato ciò che non aveva bisogno di esagerazione o invenzione. I combattenti Qassam hanno lanciato granate nei rifugi e sparato con lanciarazzi contro le case. A Be’eri una granata a frammentazione è stata lanciata contro una clinica odontoiatrica. Delle unità Qassam hanno ucciso a colpi di arma da fuoco donne disarmate che stavano fuggendo a piedi. Ci sono prove che le Brigate Mujahideen e Al-Quds (sebbene non combattenti Qassam) hanno decapitato soldati israeliani. Nel kibbutz Alumim lavoratori nepalesi e thailandesi sono stati uccisi indiscriminatamente. In una dichiarazione successiva Hamas ha riconosciuto che abitanti di Gaza “si sono precipitati [oltre i confini] senza coordinamento con Hamas”, il che “ha portato a molti errori”. Ma dire che Hamas “ha perso il controllo” dell’operazione a causa del rapido crollo delle forze di sicurezza israeliane significa negare la responsabilità che comporta un‘azione militare. In un messaggio trapelato, rivolto a dei funzionari di Hamas, Sinwar sembrava riconoscerlo. “Le cose sono andate fuori controllo… la gente si è lasciata trascinare in tutto questo, e ciò non sarebbe dovuto accadere”.

Milton-Edwards e Farrell sostengono che il 7 ottobre l’obiettivo principale di Hamas era catturare ostaggi. Stimano che dal 1983 Israele abbia scambiato 8500 detenuti palestinesi con diciannove israeliani e le spoglie di altri otto. Non è un cattivo tasso di scambio (anche se è una goccia nell’oceano, dato che quattro palestinesi su dieci vengono “prima o poi imprigionati da Israele nel corso della loro vita”). Sostengono anche che un obiettivo secondario era far deragliare il processo di normalizzazione diplomatica israelo-saudita sponsorizzato dagli Stati Uniti. Milton-Edwards e Farrell non presentano prove concrete di ciò e non è chiaro perché le pressioni a cui Gaza era sottoposta non avrebbero potuto determinare un 7 ottobre anche se gli Stati Uniti non fossero stati impegnati in un maldestro tentativo di rinnovare i propri accordi con l’Arabia Saudita. In alcune interviste Milton-Edwards ha sostenuto con più sottigliezza che Hamas stava reagendo all’emarginazione della causa palestinese a livello internazionale. Lei e Farrell scrivono che Deif vedeva l’operazione come un modo per ispirare una “rivoluzione che avrebbe posto fine all’ultima occupazione e all’ultimo regime di apartheid razzista al mondo”. C’è una dimensione internazionale in questo modo di pensare, ma non riducibile a un’agenda diplomatica.

Un’altra domanda è se Hamas avesse previsto quanto sarebbe stata brutale la rappresaglia di Israele. Milton-Edwards e Farrell sostengono che Hamas credeva che se Israele avesse invaso loro sarebbero stati avvantaggiati dal fatto di trovarsi nel proprio territorio. Citano al-Arouri, che considerava un’invasione terrestre israeliana di Gaza “lo scenario migliore per porre fine a questo conflitto e sconfiggere il nemico”. Hamas ha tratto vantaggio dalla distruzione di Gaza da parte dell’aeronautica israeliana. I suoi combattenti hanno usato tattiche mordi e fuggi e sfruttato efficacemente i tunnel, rallentando l’avanzata israeliana e rendendo impossibile anche solo liberare le strade e proseguire. Di conseguenza, le forze speciali hanno dovuto entrare nei tunnel oppure costringere i civili a entrarvi per verificare la presenza di trappole. I combattenti di Hamas sono tornati anche nelle zone che le forze israeliane pensavano di aver sgomberato. Ma nel tempo le forze israeliane sembrano essere diventate più brave a difendersi dalle imboscate, almeno sulle unità corazzate. Più di quattrocento soldati israeliani sono stati uccisi a Gaza. È più del doppio del numero di soldati britannici uccisi in Iraq, ma molti meno dell’obiettivo di Hamas.

Nulla di ciò che Hamas ha compiuto il 7 ottobre si avvicina a quello che Israele ha fatto a Gaza. Eppure, chiunque abbia visto i video delle Brigate Qassam nei kibbutz quella mattina e conosca minimamente Israele deve aver avuto in mente limmagine pulsante di una Gaza subito destinata a essere rasa al suolo. Perché Hamas non ha optato per un’operazione puramente militare? Perché prendere in ostaggio dei bambini? È facile pensare che se avesse condotto unoperazione militare disciplinata – come i suoi leader hanno descritto al-Aqsa Flood – prendendo di mira esclusivamente forze militari e non commettendo crimini di guerra avrebbe potuto evitare critiche e persino trovare sostegno per un atto di resistenza legittima contro gli orribili e continui crimini israeliani. Ma la reazione di Israele e degli Stati Uniti sarebbe stata comunque la stessa. In assenza di atrocità reali ne sarebbero state inventate di false, e lazione militare sarebbe stata comunque definita terrorismo. Tutto ciò che Israele ha fatto era prevedibile dal momento in cui Hamas ha sorvolato la barriera con i parapendio. Il sostegno ricevuto a Washington, New York, Londra, Berlino e Bruxelles era scontato. Gaza sarebbe stata comunque distrutta.

Per Hamas il grande valore del 7 ottobre era quello di un attacco simbolico al sistema di confinamento e divisione su cui si basa l’apartheid di Israele. Al-Aqsa Flood ha definitivamente confutato l’idea che Israele potesse semplicemente mettere in gabbia gli zotici e continuare a vivere normalmente. Ma se catturare ostaggi è stata la tattica principale di Hamas, come sostengono Milton-Edwards e Farrell, è risultata chiaramente imperfetta. Per quanto abbia mostrato di ritenere importante il recupero degli ostaggi Israele ha sempre scelto la vendetta anziché il negoziato per le loro vite. Inoltre sembra che Hamas abbia gravemente sopravvalutato il sostegno che avrebbe ricevuto da Hezbollah in Libano, dall’Iran e, cosa fondamentale, dai palestinesi in Cisgiordania. Se l’attacco è stato un disperato tentativo di rilanciare il sostegno regionale alla Palestina, allora, con la notevole eccezione dello Yemen, è fallito. Milton-Edwards e Farrell sostengono che il 7 ottobre ha rivelato la vacuità dell'”asse della resistenza”. Le risposte di Hezbollah e dell’Iran sono state deboli. Israele ha finito per attaccare il Libano e devastare Hezbollah, non il contrario. “Sostegno alla Palestina, contenimento di Israele: questo è stato il vero limite dell’asse”, concludono. “Tutte le parole spese sul fervore rivoluzionario in Medio Oriente non sono state altro che parole”.

Se il 7 ottobre ha segnato una svolta strategica per Hamas la domanda ovvia è: non ha reso la possibilità di un miglioramento della condizione dei palestinesi ancora più incredibilmente remota? Gaza è stata distrutta. Israele sostiene di aver eliminato 23 dei 24 battaglioni delle Brigate Qassam, anche se è un errore concepire la potenza di Hamas come si trattasse di un esercito permanente (una valutazione dell’Institute for the Study of War e del Critical Threats Project suggerisce che solo tre dei battaglioni sono ora di fatto “non in grado di combattere”). Sinwar ha descritto le morti a Gaza come “sacrifici necessari” per la causa della liberazione. Lo storico palestinese Yezid Sayigh ritiene che il 7 ottobre abbia fatto arretrare di trent’anni la causa della liberazione palestinese. Chi ha ragione? È il classico dilemma del rivoluzionario: rompendo violentemente la stasi si possono scatenare forze che ritardano o annientano i propri progetti.

È nella natura della violenza rivoluzionaria creare problemi insolubili. Bisogna schierarsi con le persone che fuggono da un campo di concentramento. Ma bisogna anche schierarsi con i non combattenti contro l’uomo che punta loro un fucile. È comprensibile la determinazione nell’asserire che l’orrenda violenza israeliana debba essere affrontata solo con la non violenza, ma quand‘è che questo diventa ciò che il grande scrittore pacifista A.J. Muste chiamava “predicare la non violenza agli oppressi”? La strategia di Israele è stata coerente per decenni: sottomettere con la sopraffazione per mantenere il controllo della terra e impedire qualsiasi tipo di autodeterminazione palestinese. È difficile per un estraneo entrare veramente nella prospettiva di Gaza, dove la non violenza può significare solo essere sottomessa a una forza superiore.

La possibilità che Israele non provocasse una resistenza armata a Gaza è sempre stata pari a zero. I gazawi erano di fatto sotto assedio e un’azione militare per rompere l’assedio non può essere liquidata come terrorismo o classificata come un pogrom. Per Israele e i suoi sostenitori il crimine del 7 ottobre è stato in ultima analisi quello di aver violato la legge fondamentale della situazione palestinese, dirigendo contro Israele una piccolissima parte della violenza dell’occupazione. Tuttavia, non bisogna cadere nella trappola di dire che i movimenti di resistenza armata non commettono crimini. L’uccisione di non combattenti è indifendibile, sia quando si manifesta come crudeltà inutile (uccisione di lavoratori nepalesi con granate), sia quando si presenta sotto le mentite spoglie della resistenza militare (uccidere a colpi di arma da fuoco un uomo perché è in “età militare” ed è costretto entro i confini di Gaza).

Negli Stati Uniti e in Europa la tendenza prevalente è quella di accettare il modo in cui Israele inquadra la situazione. Qualsiasi azione israeliana, per quanto aberrante, è automaticamente supportata come parte del “diritto di Israele a difendersi”. Il sostegno degli Stati Uniti in particolare non ha vacillato. A gennaio il consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, Jake Sullivan, ha parlato del “dovere” di Israele di andare contro un “nemico terrorista ben radicato”. Marco Rubio, il nuovo segretario di Stato di Trump, ha detto che Hamas è un gruppo di “selvaggi” che devono essere sradicati. Il numero noto di morti a Gaza ammonta a cinquantamila. La falsa narrazione dei sostenitori di Hamas come demoni irrazionali è una parte fondamentale della giustificazione ideologica dietro ogni morte, ogni mutilazione, ogni scena di distruzione.

Il 15 gennaio i mediatori del Qatar hanno annunciato che Hamas e Israele avevano concordato un cessate il fuoco. L’accordo prevedeva una tregua di sei settimane durante la quale 33 ostaggi israeliani sarebbero stati rilasciati insieme a centinaia di palestinesi tenuti in detenzione amministrativa in Israele. La seconda fase, che includerebbe il rilascio di tutti gli ostaggi rimanenti e il completo ritiro delle forze israeliane, è stata tenuta in sospeso in vista di una successiva decisione. Così come la fase finale, che in teoria comporterebbe la ricostruzione di Gaza. Dopo l’annuncio dell’accordo le operazioni militari israeliane a Gaza sono continuate. L’aeronautica militare israeliana ha festeggiato la notizia con una serie di bombardamenti e un imponente attacco aereo su Jenin in Cisgiordania.

L’accordo è arrivato dopo un anno intero di farsa diplomatica, durante il quale Israele e gli Stati Uniti hanno condotto una messinscena di colloqui senza alcuna intenzione di fermare l’assalto. Hamas è sempre stata disposta a rilasciare gli ostaggi rimasti in cambio del ritiro delle forze israeliane da Gaza e del rilascio di alcuni prigionieri palestinesi. Israele ha sempre rifiutato questa proposta. Se gli Stati Uniti o Israele lo avessero voluto, un accordo molto simile avrebbe potuto essere raggiunto un anno prima, quando il numero stimato delle vittime era inferiore alla metà dell’attuale. Trump potrebbe aver contribuito a far passare un accordo, ma qual è l’alternativa del governo degli Stati Uniti al ripristino di Gaza allo status di campo di concentramento? In risposta alla notizia dell’accordo il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Mike Waltz, ha affermato: “Gaza deve essere smilitarizzata, Hamas deve essere distrutta… Israele ha tutto il diritto di proteggersi in ogni modo”. Non c’è nulla che impedisca a Israele di riprendere gli attacchi su Gaza ogni volta che lo desidera.

L’obiettivo dichiarato di Israele era quello di eliminare Hamas. Milton-Edwards e Farrell non pensano che “distruggere” Hamas sia mai stata un’idea praticabile. Sicuramente anche i leader israeliani lo sapevano. Ma poi Gaza stessa, non Hamas, è sempre stata il vero bersaglio di una campagna che l’ex ministro della difesa israeliano Moshe Ya’alon ha descritto come “pulizia etnica”. Hamas è stata indebolita (attualmente non è in grado di impedire il saccheggio dei camion degli aiuti a Gaza), ma non è stata distrutta. Mohammed Sinwar ha sostituito suo fratello come leader de facto a Gaza. Hamas è ancora parte integrante della società di Gaza. Il suo sistema amministrativo è malconcio, ma è sopravvissuto. Il 14 gennaio Blinken ha affermato che, secondo le valutazioni degli Stati Uniti, “Hamas ha reclutato quasi tanti nuovi militanti quanti ne ha persi”. Il movimento è nato dall’occupazione, ma l’attacco genocida a Gaza supera la crudeltà delle circostanze che hanno portato alla sua costituzione. Hamas si è trasformata molte volte in passato e lo farà di nuovo. I campi di tortura, gli stupri documentati di detenuti palestinesi, le file di uomini spogliati e bendati, inginocchiati nella polvere tra le macerie di quella che un tempo era la loro casa: cosa ne verrà fuori? Israele potrebbe finire col desiderare il ritorno della versione di Hamas che un tempo malediva.

24 gennaio

[Prima Parte]

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Fantasie di controllo [Prima parte]

Tom Stevenson

Hamas: La ricerca del potere

di Beverley Milton-Edwards e Stephen Farrell.

Politica, 331 pp., £17.99, giugno 2024, 978 1 5095 6493 4

London Review of Books, Vol. 47 No. 2 · 6 febbraio 2025

La storia di Hamas è incomprensibile senza un riferimento alla straordinaria vita del suo fondatore, Ahmed Yassin. Nacque nel 1936, l’anno della Grande Rivolta contro gli inglesi, e la sua vita seguì una traiettoria per molti versi analoga a quella della Palestina stessa. Nel 1948 il suo villaggio natale, vicino ad Ashkelon, fu ripulito etnicamente dalle forze israeliane e la sua famiglia fu costretta a trasferirsi a Gaza, dove rimase paralizzato in un incidente infantile. Divenne un mullah ribelle e un carismatico predicatore della liberazione nazionale. Quando non teneva sermoni alla moschea di al-Abbas a Gaza City Yassin dirigeva un’organizzazione religiosa rivolta a fornire quei servizi sociali che l’occupazione israeliana trascurava o distruggeva. Ma la vita sotto l’occupazione lo portò a concludere che la logica di Gaza era quella della lotta, non quella di alleviare le difficoltà. Fu arrestato per la prima volta da Israele nel 1984, quando le forze di sicurezza dello Stato scoprirono che la sua organizzazione di beneficenza stava accumulando armi. Fondò Harakat al-Muqawamah al-Islamiyyah, il Movimento di Resistenza Islamico, o Hamas, dopo essere stato rilasciato nel 1985 in cambio di alcuni soldati israeliani catturati.

La riunione fondativa di Hamas si tenne nella casa di Yassin a Gaza nel 1987, all’inizio della prima intifada. Vi parteciparono professori, medici, ingegneri e aspiranti rivoluzionari che conservavano il ricordo del 1936 e le ferite del 1967. Invece dell’irraggiungibile accordo politico con Israele cercato da Yasser Arafat e dall’OLP gli strumenti di Hamas sarebbero stati la bomba e il coltello. Dopo la prima intifada Yassin fu nuovamente arrestato, condannato all’ergastolo e tenuto in isolamento per lunghi periodi. Non fu liberato fino al 1997 (come conseguenza del tentativo di assassinio di Khalid Mishal, capo dell’ufficio politico di Hamas ad Amman, da parte di Israele), molto tempo dopo l’accordo di Oslo, che fu visto da Hamas e da molti altri come una capitolazione.* Al momento del suo rilascio Yassin era più conosciuto di qualsiasi altra figura politica palestinese, a parte lo stesso Arafat. A Gaza ricevette un’accoglienza da eroe. Ma anni di prigionia avevano lasciato il segno. Costretto su una sedia a rotelle e quasi cieco, sarebbe rimasto il leader spirituale di Hamas, ma la sua effettiva capacità di leadership era limitata. Le sue infermità non lo protessero: nel 2004 fu assassinato a Gaza City da un elicottero da combattimento israeliano.

Dopo la morte di Yassin Hamas ha avuto tre generazioni di leader. Il successore naturale fu Abdel Aziz al-Rantisi, un medico a cui le autorità israeliane impedirono di esercitare la professione e che si dedicò invece a promuovere l’attività politica tra i professionisti del settore medico. Nato all’inizio della Nakba, Rantisi era più giovane di Yassin di dieci anni e aveva presenziato alla fondazione del movimento. Ma il suo mandato durò solo un mese, prima che anche lui venisse assassinato. Mishal, nato nell’anno della crisi di Suez [1956, ndt.], fu il primo leader di Hamas a vivere, per precauzione, fuori dai territori occupati. Da Amman, Doha e Damasco condusse Hamas a una clamorosa vittoria alle elezioni palestinesi del 2006. Nel 2017 gli succedettero Ismail Haniyeh e Yahya Sinwar, entrambi nati a Gaza nel 1962. Haniyeh visse per la maggior parte della sua vita in una modesta casa ad Al-Shati, nel nord di Gaza. Quando assunse la carica di capo dell’ufficio politico di Hamas seguì l’esempio di Mishal e si trasferì a Doha, lasciando Sinwar a gestire gli affari all’interno della striscia. Lo scorso luglio Haniyeh è stato assassinato a Teheran, probabilmente da una bomba fatta esplodere a distanza. Tre mesi dopo Sinwar è stato ucciso da un carro armato israeliano nel sud di Gaza, a meno di cinque miglia dal luogo in cui era nato.

Nonostante tutto il successo di Israele nell’uccidere i leader di Hamas, molto poco ne ha avuto nel fermare la diffusione del movimento. In parte perché non esiste un solo Hamas, ce ne sono tre. C’è il movimento politico, plasmato dall’ideologia religiosa e impegnato a porre fine all’occupazione israeliana della Palestina attraverso la lotta armata. È stato fondato da un uomo (Yassin) in un luogo particolare (Gaza) e in un momento particolare (la fine degli anni ’80). Ha una gerarchia e una politica interna. Ha una storia. Poi c’è l’Hamas presente nelle menti dell’establishment politico e di sicurezza israeliano. Questo è un Hamas immaginario, ma l’immaginazione è guidata dalla conoscenza: questo Hamas è odiato ma anche rispettato a malincuore. C’è anche un terzo Hamas, che esiste solo nelle dichiarazioni pubbliche dei politici israeliani e, cosa fondamentale, in Occidente. Questa non è tanto un’organizzazione quanto un esempio di primordiale ferocia mediorientale, uno dei tanti nemici caricaturali dell’Occidente. È un Hamas senza storia, che è saltato fuori già completamente formato.

Israele ha preferito combattere l’Hamas di sua creazione piuttosto che l’Hamas noto agli studiosi seri, sebbene per molti anni lo studio fondamentale del movimento sia stato condotto da due israeliani in The Palestinian Hamas di Shaul Mishal e Avraham Sela, pubblicato nel 2000. Mishal e Sela hanno descritto un movimento sociale con radici profonde tra “la gente comune”. Intellettualmente, Hamas ha attinto dai principali pensatori politici religiosi della tradizione riformista islamica: Rachid Ghannouchi in Tunisia e Hassan al-Turabi in Sudan. Non era una banda di criminali ma una forza politica e sociale ben organizzata. Ha diviso la Striscia di Gaza e la Cisgiordania in distretti e sottodistretti, suddividendoli ulteriormente in unità locali guidate da membri del movimento. Ha esercitato una pressione implacabile per imporre norme religiose conservatrici, con l’obiettivo di una resistenza pura, e quindi forte, epurata da scettici e oppositori compresi i sostenitori di Fatah, il partito più potente all’interno dell’OLP. La presenza di Hamas a tutti i livelli della società, a provvedere all’assistenza sociale e medica oltre che all’educazione religiosa, ha garantito un livello basilare di sostegno.

L’attrattiva di Hamas nasceva da una combinazione di ideologia e pragmatismo politico. Mentre l’OLP arrancava verso un’accettazione della spartizione, iscritta negli Accordi di Oslo, Hamas rimase impegnata, almeno in linea di principio, nella liberazione dell’intera Palestina storica. Il suo statuto originario, pubblicato nell’agosto 1988, sosteneva obiettivi politici molto simili a quelli dell’OLP, ma espressi in un linguaggio esplicitamente religioso, consolidato da un antisemitismo. Tuttavia Mishal e Sela sostenevano che, nonostante un’immagine di organizzazione fondamentalista dogmatica, Hamas era in effetti impeccabilmente pragmatica. I suoi documenti interni erano caratterizzati dal “realismo politico”. Poteva essere comunitaria e riformista quando il momento lo richiedeva e passare ad una ribellione violenta quando si presentava l’opportunità. I ​​suoi metodi erano “violenza controllata, coesistenza negoziata e processo decisionale strategico”. Hamas non era un movimento di liberazione nazionale laico: la sua definizione di vittoria era una Palestina restituita al dominio islamico e palestinese. Ma si comprendeva che tale obiettivo fosse lontano. Il movimento lavorava per promuovere un conservatorismo religioso dal basso attraverso i suoi progetti sociali. Spesso inquadrava questioni politiche usando riferimenti religiosi: in particolare decisioni politiche non ortodosse o controverse venivano giustificate con il ricorso ad un linguaggio religioso. Ma molto poco di Hamas trovava spiegazione in uno zelo religioso. La principale funzione pratica della sua religiosità, sostengono Mishal e Sela, era quella di stimolare una mobilitazione tra tutte le classi.

L’ala armata di Hamas, le Brigate Al-Qassam, venne fondata nel 1991. Ma per il primo decennio della sua esistenza la realtà era piuttosto diversa dall’immagine di militanti col parapendio a cui è ora associata. Quadri scarsamente armati trascorrevano la maggior parte del loro tempo a spostarsi tra la campagna e gli appartamenti delle loro madri. Se erano fortunati avevano accesso ad alcune mitragliatrici rubate (per lo più Uzi e Carl-Gustaf m/45), ma poco di più. Israele sperava che l’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania avrebbe fornito un facsimile di autogoverno e uno sbocco sicuro ma inefficace alle richieste di liberazione palestinesi. Ma le carenze dell’ANP continuavano a motivare la richiesta di forme di lotta più attive, di cui Hamas si appropriava. Nel 1994 condusse il suo primo attentato suicida all’interno di Israele dopo il massacro di 29 palestinesi da parte di un estremista ebreo di estrema destra nella Grotta dei Patriarchi a Hebron. Una volta che i tunnel di Rafah entrarono in funzione negli anni 2000 gli armamenti di Hamas migliorarono e l’organizzazione iniziò a produrre in loco esplosivi e munizioni. Sotto la supervisione di Adnan al-Ghoul, Yahya Ayyash e Mohammed Deif, questa divenne alla fine un’importante industria che sfornava lanciarazzi “Yassin” e missili “Qassam”.

Hamas fu fondata per perseguire la resistenza armata contro l’occupazione, ma nella pratica il confronto violento è sempre stato in attrito con il calcolo politico. Per trovare un equilibrio il movimento ricorse al concetto religioso di sabr, o “pazienza”. Lo scoppio della seconda intifada, in risposta ai falliti colloqui di pace a Camp David nel 2000 e alla provocatoria visita di Ariel Sharon al Monte del Tempio, colse di sorpresa Hamas. La leadership reagì intensificando gli attentati suicidi, ma si trovava a seguire gli eventi piuttosto che guidarli. Il movimento era stato fondato sul rifiuto della partizione e dell’accordo politico con Israele. Ma in pratica la sua leadership stava accettando l’idea di due Stati sulla base dei confini del 1967. Nel giugno 2003 Ismail Abu Shanab, un membro fondatore di Hamas, sostenne un accordo a due Stati (due mesi dopo fu assassinato da un attacco missilistico di un elicottero Apache israeliano). Nel 2006 Ismail Haniyeh chiese [la nascita di] “uno Stato palestinese sovrano che comprendesse la Cisgiordania e la Striscia di Gaza con capitale a Gerusalemme Est”. Gli sforzi fallimentari degli Stati Uniti in Medio Oriente dopo l’11 settembre crearono dilemmi anche per Hamas. Nel corso della seconda intifada condannò gli attacchi di al-Qaeda, ridusse le sue operazioni militari contro Israele e offrì un cessate il fuoco unilaterale. Al contrario, Israele riuscì a trasformare con successo l’occupazione in un altro campo di battaglia nella guerra globale al terrore. Negli Stati Uniti Hamas divenne rapidamente assimilato all’asse del male (gli attentatori suicidi non erano stati d’aiuto) e fu associato ad al-Qaida.

La seconda intifada, tra il 2000 e il 2005, costò la vita a gran parte dei vertici di Hamas, tra cui Yassin, Rantisi e Salah Shehadeh, il primo leader delle Brigate Qassam, che fu assassinato in un attacco aereo insieme ad altre quattordici persone, tra cui sette minori. Eppure ad appena un anno dalla fine dell’intifada Hamas aveva preso parte ad elezioni regolari vincendole e stava rimodellando le sue relazioni con l’Autorità Nazionale Palestinese. Con il suo quartier generale politico all’estero, fu sottoposto all’accusa che i suoi leader fossero al riparo dalle realtà della vita a Gaza. Ma una leadership remota aveva dei vantaggi pratici. Dai suoi uffici a Doha e Damasco Mishal coltivò migliori relazioni con l’Iran, che si era allontanato dall’OLP negli anni ’80 e aveva tagliato i legami con essa dopo Oslo. Ancora più di Mishal incarnava la nuova strategia di sensibilizzazione internazionale il vicepresidente del movimento, Mousa Abu Marzouk, che aveva vissuto per un po’ negli Stati Uniti (per un certo periodo l’attività editoriale di Hamas è stata condotta principalmente a Dallas).

La vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi colse quasi tutti di sorpresa. L’intelligence israeliana era convinta che Fatah avrebbe vinto. Il Dipartimento di Stato americano sotto Condoleezza Rice era d’accordo. La morte di Arafat aveva indebolito l’OLP e la lussuosa condotta di vita dei suoi leader tornati dall’estero dopo Oslo l’aveva screditata. Ma questa era ben lontana dall’essere la storia completa. Nel 2009 la giornalista italiana Paola Caridi pubblicò un prezioso resoconto sulla corsa alle elezioni, Hamas: dalla Resistenza al Regime [Ed. Feltrinelli, ndt.]. Esordiva riflettendo sul motivo per cui Hamas avesse ottenuto un sostegno così forte tra i palestinesi comuni. Il movimento si era impegnato in una campagna elettorale tradizionale e il suo slogan, “Cambiamento e Riforma”, era conciliante. Ma Caridi sosteneva che il voto non fosse semplicemente “una protesta contro la corruzione, il clientelismo e l’inefficienza di Fatah”. Hamas aveva vinto perché “ha fornito un’alternativa ai laici considerata più che semplicemente plausibile”.

La risposta degli Stati Uniti e di Israele alla vittoria di Hamas fu molto dura. Abu Marzouk scrisse un articolo sul Washington Post in cui faceva appello alla “lunga tradizione americana di sostenere i diritti degli oppressi all’autodeterminazione”. Il ministro degli Esteri di Hamas, Mahmoud al-Zahar, scrisse a Kofi Annan. Non cambiò nulla. Quando Hamas tentò di formare un governo di coalizione con Fatah gli Stati Uniti glielo impedirono. Un blocco tra Stati Uniti e Israele causò presto carenze di pane a Gaza. Gli Stati Uniti applicarono sanzioni nel tentativo di costringere il presidente Mahmoud Abbas, che riceveva regolarmente Condoleezza Rice a Ramallah, a indire nuove elezioni. Nel frattempo la CIA stava lavorando direttamente con le forze di sicurezza di Fatah guidate da Mohammed Dahlan, all’epoca un segreto di Pulcinella nei territori occupati. La conseguenza fu una guerra civile tra Fatah e Hamas che si concluse nel giugno 2007 quando le forze di Hamas occuparono l’edificio di sicurezza e intelligence di Fatah a Gaza City, noto come “Ship”. Ciò fece sì che Hamas rimanesse escluso in Cisgiordania ma tenesse il controllo esclusivo di Gaza.

I ministeri grossomodo funzionavano, la spazzatura veniva raccolta e l’accesso a Internet era stato stabilito. I ritratti di Arafat furono sostituiti con le insegne di Hamas. L’ex insediamento israeliano di Neve Dekalim fu trasformato in un campo di addestramento. Il blocco era un problema più difficile da risolvere. I confini di Gaza furono sigillati, il suo spazio aereo controllato e presto sarebbe stato sotto costante attacco. In risposta alla cattura da parte di Hamas del soldato israeliano Gilad Shalit nel giugno 2006 (Shalit sarebbe stato poi scambiato con detenuti palestinesi), Israele aveva distrutto la centrale elettrica di Gaza. Gli ospedali spesso dovevano essere alimentati da generatori di emergenza e talvolta avevano elettricità solo per poche ore al giorno. Il primo grande attacco di Israele a Gaza, l’operazione Piombo Fuso, fu lanciato il 27 dicembre 2008. Iniziò con massicci bombardamenti aerei e causò 1400 morti e 46.000 case distrutte. Ci sarebbe stato un attacco di questo tipo, anche se non sempre di tale portata, ogni due anni fino all’ottobre 2023. La principale risposta difensiva di Hamas fu quella di estendere la rete di tunnel per alleviare il blocco e fornire riparo dagli attacchi aerei, la mossa che chiunque farebbe se fosse messo a capo di una Gaza assediata.

Per Israele e i suoi sostenitori Hamas, come l’OLP, è sempre stata un’organizzazione terroristica, in base alla logica secondo cui qualsiasi violenza commessa dai palestinesi giustifica ogni violenza da parte di Israele mentre nessuna violenza commessa da Israele giustifica quella da parte dei palestinesi. Nel 2016, sul suo sito web ufficiale, sotto il titolo un po’ aziendale “Informazioni sul movimento: chi siamo”, Hamas ha affermato di essere “un movimento di liberazione nazionale con un’ideologia islamica moderata” che “limita la sua lotta e il suo lavoro alla causa palestinese”. Vale la pena di tenere in considerazione l’autodescrizione, in particolare se viene regolarmente trascurata. Ma l’autodescrizione è necessariamente parziale. Dire che Hamas è semplicemente il campione zelante di una lotta giusta contro una brutale occupazione militare ed esercita il diritto legale alla resistenza armata significa tralasciare molti elementi.

Hamas è stata fondata come organizzazione militante clandestina. Nel governare Gaza si è trovata di fronte a una dinamica essenzialmente diversa da qualsiasi cosa avesse sperimentato prima. Lo studio più significativo su quel periodo di Hamas è stato Hamas Contained [Hamas sotto controllo, ndt.] di Tareq Baconi, pubblicato nel 2018. Baconi ha preso di mira la condanna categorica e infondata del movimento, che sosteneva fosse solo un altro modo per “rendere accettabile la demonizzazione e la sofferenza di milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza”. Qualunque cosa fosse, Hamas, come l’OLP negli anni ’60 e ’70, era la fazione palestinese “più rappresentativa della nozione di resistenza armata contro Israele”. Fin dall’inizio aveva cercato di presentarsi più come un’espressione formalizzata di resistenza che come un partito politico tradizionale. Di conseguenza anche per i palestinesi che non gradivano che Hamas fosse al governo la lotta armata che incarnava rimaneva un motivo di orgoglio.

Il lavoro di Baconi è basato su uno studio rigoroso delle principali pubblicazioni di Hamas, la rivista Al-Resalah, pubblicata a Gaza City e distribuita localmente, e Filastin al-Muslima, l’organo intellettuale del movimento. La sua analisi ha colto ciò che molti altri avevano tralasciato, vale a dire cosa è successo al movimento tra le elezioni del 2006 e il 2023. All’interno dell’establishment della sicurezza israeliano da tempo si riteneva che una Gaza governata da Hamas fosse una variabile prevedibile. Hamas poteva essere facilmente etichettata come un’organizzazione terroristica, esponendo così l’intera Gaza alla condanna internazionale. Tuttavia, di fronte alle responsabilità di governo Hamas si trovò a dover limitare le proprie operazioni armate contro Israele. Il lancio di razzi era per lo più limitato a rispondere a gravi violazioni israeliane. Il potere che gli era stato conferito ha iniziato a sembrare più un vincolo alla lotta che una sua promozione. Una Gaza gestita da Hamas costituiva una risorsa per Israele, come ha affermato Netanyahu nel 2019?

C’erano segnali che Hamas si fosse reso conto di essere stato messo all’angolo. Quando la giunta di Abdel Fattah el-Sisi in Egitto attaccò il sistema di contrabbando dal Sinai attraverso i tunnel nell’inverno del 2013-14 Hamas decise di resuscitare gli sforzi di riconciliazione con Fatah. Ma il governo di unità formato nel giugno 2014 si rivelò di breve durata a causa di un altro importante attacco israeliano a Gaza, l’operazione Margine Protettivo. Nell’estate del 2014 in 51 giorni di bombardamenti furono uccisi 2220 palestinesi (alcune delle armi utilizzate furono fornite dalla Gran Bretagna). Hamas aveva voluto condividere il peso della responsabilità amministrativa per Gaza e Israele e i suoi sostenitori si erano rifiutati di permetterlo. Alla base di tutto questo c’era un modello consueto, osserva Baconi, “per cui le provocazioni israeliane, spesso dopo la firma di accordi di unità palestinese, innescano opportunità per Israele di rivendicare l’autodifesa e lanciare attacchi impressionanti contro Gaza”. Hamas era stata in grado di prendere il potere a Gaza perché Israele non era riuscito a circoscrivere la politica palestinese entro i confini dettati dal trattato di Oslo. Ma alla fine Hamas è stata utile alla più ampia strategia di occupazione israeliana. “Attraverso un duplice processo di controllo e pacificazione”, scrive Baconi, Hamas è stata “forzatamente trasformata in poco più che un’autorità amministrativa nella Striscia di Gaza, per molti versi simile all’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania”. Non ci sarebbe stato alcun ritorno alla strategia degli attentati suicidi della seconda intifada. Hamas sembrava essere stata cooptata.

Eppure c’era una domanda senza risposta: per quanto tempo Gaza poteva rimanere sotto controllo? Quando nel 2017 Haniyeh e Sinwar presero il comando, i primi segnali furono di un’ulteriore pacificazione. Quell’anno Hamas pubblicò il suo nuovo patto, che eliminava l’antisemitismo del suo statuto fondativo e riconosceva ufficialmente la possibilità di un accordo sui confini del 1967. In sostanza già da un decennio Hamas aveva accettato la possibilità di una soluzione a due Stati, ma averlo messo per iscritto era un’altra cosa. Sinwar aveva una reputazione di spietatezza (negli anni ’80 era stato incaricato da Yassin di gestire il controspionaggio nella parte meridionale di Gaza), ma ora si appellava personalmente a Netanyahu per una “nuova fase”. Nel 2018, invece di una ripresa generale delle ostilità, Hamas optò per la disobbedienza civile, la Grande Marcia del Ritorno, con manifestazioni in gran parte pacifiche tenute ogni venerdì lungo la barriera di confine con Israele. Israele rispose uccidendo centinaia di dimostranti e ferendone migliaia. Mohammed Deif, capo delle Brigate Qassam, propose una reazione armata; Sinwar lo scavalcò.

* Adam Shatz ha scritto del complotto per uccidere Mishal sul London Review of Books del 14 maggio 2009

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il “nuovo antisemitismo”

Neve Gordon

4 gennaio 2018, London Review of Books

Poco dopo lo scoppio della Seconda Intifada nel settembre 2000 sono diventato attivista del movimento politico ebreo-palestinese chiamato “Ta’ayush”, che conduce un’attività non violenta diretta contro l’assedio militare israeliano della Cisgiordania e di Gaza. Il suo obiettivo non è solo protestare contro le violazioni dei diritti umani da parte di Israele, ma di unirsi al popolo palestinese nella sua lotta per l’autodeterminazione. Per alcuni anni ho passato la maggior parte dei fine settimana con “Ta’ayush” in Cisgiordania; durante la settimana avrei scritto delle loro attività per la stampa locale ed internazionale. I miei articoli attirarono l’attenzione di un professore dell’università di Haifa, che scrisse una serie di interventi accusandomi prima di essere un traditore e un sostenitore del terrorismo, poi più tardi di essere un “Judenrat wannabe” [lett. “Sostenitore del Consiglio ebraico”, cioè gli ebrei che collaborarono con il nazismo, ndt.] e un antisemita. Le accuse iniziarono a circolare sui siti web della destra; ricevetti minacce di morte e parecchi messaggi di odio via mail; all’amministrazione della mia università arrivarono lettere, alcune da parte di importanti finanziatori, che chiedevano che venissi licenziato.

Ho citato questa esperienza personale perché, benché persone all’interno di Israele e all’estero abbiano espresso preoccupazione per il mio benessere e mi abbiano offerto il loro appoggio, la mia sensazione è che nel loro sincero allarme per la mia sicurezza, abbiano perso di vista qualcosa di molto importante riguardo all’accusa di “nuovo antisemitismo” e a chi sia, in ultima analisi, il loro bersaglio.

Ci viene detto che il “nuovo antisemitismo” prende la forma della critica del sionismo e delle azioni e delle politiche di Israele, e si manifesta spesso nelle campagne per rendere responsabile il governo israeliano della violazione delle leggi internazionali, con il recente esempio del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS). In questo sarebbe diverso dal “tradizionale” antisemitismo, inteso come l’odio per gli ebrei in quanto tali, l’idea che gli ebrei siano naturalmente inferiori, la convinzione che ci sia una cospirazione mondiale degli ebrei o il controllo ebraico del capitalismo, ecc. Il “nuovo antisemitismo” differisce anche dalla forma tradizionale nelle affiliazioni politiche dei suoi presunti responsabili: mentre siamo abituati a pensare che gli antisemiti siano politicamente di destra, i nuovi antisemiti sarebbero, agli occhi dei loro accusatori, soprattutto politicamente di sinistra.

La logica del “nuovo antisemitismo” può essere formulata come un sillogismo: 1) l’antisemitismo è odio verso gli ebrei; 2) essere ebrei vuol dire essere sionisti; 3) di conseguenza l’antisionismo è antisemitismo. L’errore riguarda la seconda proposizione. Le affermazioni secondo cui il sionismo si identifica con l’ebraismo, o che una simile equazione possa essere fatta tra lo Stato di Israele e il popolo ebraico, sono false. Molti ebrei non sono sionisti. E il sionismo ha molte caratteristiche che non sono in nessun modo insite o caratteristiche dell’ebraicità, ma piuttosto sono emerse dalle ideologie nazionaliste e del colonialismo di insediamento durante gli ultimi trecento anni. La critica del sionismo o di Israele non è necessariamente il prodotto di un’animosità verso gli ebrei; al contrario, l’odio verso gli ebrei non implica necessariamente l’antisionismo.

Non solo, ma è possibile essere sia sionista che antisemita. La prova di ciò è fornita dalle affermazioni di suprematisti bianchi negli USA e da politici dell’estrema destra in tutta Europa. Richard Spencer, un esponente di spicco dell’alt-right [“destra alternativa”, l’estrema destra statunitense che ha contribuito all’elezione di Trump, ndt.], non ha nessun problema nel definirsi come un “sionista bianco” (“come cittadino israeliano” ha spiegato a un intervistatore della televisione israeliana Channel 2, “che ha un senso di appartenenza ad una Nazione e ad un popolo, alla storia e l’esperienza del popolo ebraico, lei dovrebbe avere rispetto per uno come me, che prova gli stessi sentimenti nei confronti dei bianchi…Voglio che noi abbiamo una patria sicura per noi stessi. Proprio come voi volete una patria sicura in Israele”), mentre pensa anche che “gli ebrei sono ampiamente sovra rappresentati in quello che si potrebbe chiamare l’“establishment”.’ Anche Gianfranco Fini dell’Alleanza Nazionale italiana e Geert Wilders, leader del Partito Olandese della Libertà, hanno professato la propria ammirazione per il sionismo e per l’etnocrazia “bianca” dello Stato di Israele, pur esprimendo chiaramente le proprie opinioni antisemite in altre occasioni. Tre cose che attraggono questi antisemiti verso Israele sono: primo, il carattere etnocratico dello Stato; secondo, un’islamofobia che ritengono Israele condivida con loro; terzo, le politiche assolutamente dure di Israele verso i migranti di colore dall’Africa (nelle ultime di una serie di misure destinate a obbligare immigrati eritrei e sudanesi a lasciare Israele, sono state introdotte norme, all’inizio di quest’anno, che impongono ai richiedenti asilo di depositare il 20% dei loro averi in un fondo che gli verrà restituito solo se, e quando, lasceranno il Paese).

Se sionismo ed antisemitismo possono coincidere, allora – in base alla legge di contraddizione – l’antisionismo e l’antisemitismo non sono riducibili uno all’altro. Ovviamente è vero che in certi casi l’antisionismo può effettivamente sovrapporsi in parte all’antisemitismo, ma questo di per sé non ci dice molto, dato che una grande varietà di opinioni e di ideologie possono coincidere con l’antisemitismo. Si può essere capitalisti, socialisti o libertari ed essere anche antisemiti, ma il fatto che l’antisemitismo si possa unire con ideologie così diverse così come con l’antisionismo non ci dice praticamente niente su questo o su di esse. Eppure, nonostante la chiara distinzione tra l’antisemitismo e l’antisionismo, parecchi governi, così come gruppi di studio e organizzazioni non governative, insistono ora sulla nozione secondo cui l’antisionismo è necessariamente una forma di antisemitismo. La definizione adottata dall’attuale governo del Regno Unito offre 11 esempi di antisemitismo, sette dei quali includono critiche a Israele – una manifestazione concreta del modo in cui la nuova concezione dell’antisemitismo è diventata un’opinione accettata. Qualunque critica rivolta contro lo Stato di Israele assume ora le tinte dell’antisemitismo.

Un esempio singolare ma molto efficace del “nuovo antisemitismo” ha avuto luogo nel 2005 durante il ritiro di Israele da Gaza. Quando sono arrivati i soldati per evacuare gli ottomila coloni che vivevano nella zona, alcuni di questi hanno protestato mettendo sui vestiti stelle gialle e insistendo che “non sarebbero andati come pecore al macello”. Shaul Magid, il titolare della cattedra di “Studi ebraici” all’università dell’Indiana, sottolinea che così facendo i coloni hanno dato dell’antisemita al governo e all’esercito israeliani. Ai loro occhi il governo ed i soldati meritavano di essere chiamati antisemiti non perché odiano gli ebrei, ma perché stavano mettendo in atto una politica antisionista, danneggiando il progetto di fondazione del cosiddetto “Grande Israele”. Questa rappresentazione della decolonizzazione come antisemita è la chiave per una corretta comprensione di quello che è in gioco quando la gente viene accusata del “nuovo antisemitismo”. Quando il professore dell’università di Haifa mi ha bollato come antisemita, non ero io il vero bersaglio. Gente come me viene regolarmente attaccata, ma siamo considerati dalla macchina del “nuovo antisemitismo” scudi umani. Il vero obbiettivo sono i palestinesi.

C’è una certa ironia in questo. Storicamente la lotta contro l’antisemitismo ha inteso promuovere pari diritti e l’emancipazione degli ebrei. Quelli che denunciano il “nuovo antisemitismo” desiderano legittimare la discriminazione e la sottomissione dei palestinesi. Nel primo caso qualcuno che desidera opprimere, dominare e sterminare gli ebrei è bollato come antisemita; nel secondo, chi vuole partecipare alla lotta per la liberazione dal dominio coloniale è bollato come antisemita. In questo modo, ha osservato Judith Butler [nota filosofa statunitense di origine ebraica, ndt.], “un desiderio di giustizia” è “ridefinito come antisemitismo”.

Il governo israeliano ha bisogno del “nuovo antisemitismo” per giustificare le sue azioni e per proteggerle dalla condanna interna ed internazionale. L’antisemitismo è effettivamente utilizzato come un’arma, non solo per soffocare il discorso – “non importa se l’accusa è vera”, scrive Butler, il suo intento è “causare sofferenza, provocare vergogna, e ridurre l’accusato al silenzio” – ma anche per sopprimere una politica per la liberazione. La campagna non violenta del BDS contro il progetto coloniale e la violazione dei diritti da parte di Israele è etichettata come antisemita non perché i fautori del BDS odino gli ebrei, ma perché esso denuncia l’oppressione del popolo palestinese. Ciò evidenzia un ulteriore aspetto inquietante del “nuovo antisemitismo”. Convenzionalmente, chiamare qualcuno “antisemita” vuol dire mettere in evidenza e condannare il suo razzismo; nel nuovo caso, l’accusa di “antisemita” è utilizzata per difendere il razzismo e per appoggiare un regime che mette in atto politiche razziste.

Oggi la questione è come conservare una nozione di anti-antisemitismo che rifiuti l’odio contro gli ebrei, ma non promuova l’ingiustizia e l’espropriazione nei territori palestinesi o in qualunque altro luogo. C’è una via d’uscita dal dilemma. Possiamo opporci a due ingiustizie in una volta. Possiamo condannare i discorsi di odio ed i crimini contro gli ebrei, come quelli di cui siamo stati testimoni recentemente negli USA, o l’antisemitismo dei partiti politici di estrema destra europei, e allo stesso tempo denunciare il progetto coloniale di Israele ed appoggiare i palestinesi nella loro lotta per l’autodeterminazione. Ma per portare avanti questi compiti congiuntamente, bisogna prima rifiutare l’equazione tra antisemitismo e antisionismo.

(traduzione di Amedeo Rossi)