Israele ha abbandonato Hadar Goldin molto prima di non riuscire a riportare a casa il suo corpo

Yagil Levy

18 novembre 2025 – Haaretz

Il ritorno dei resti del soldato Hadar Goldin in Israele perché venga sepolto dopo 11 anni a Gaza solleva domande sul fatto che il Paese non sia riuscito a riportare a casa prima il suo corpo. Ma le vere domande dovrebbero concentrarsi di più sulle circostanze che portarono alla morte di Goldin.

Ricordiamo i fatti noti. L’operazione Margine Protettivo, il conflitto del 2014 contro Gaza in cui Goldin venne ucciso, non iniziò intenzionalmente. Fu il risultato di un “deterioramento della sicurezza… che nessuna delle due parti aveva voluto,” come ammise l’esercito all’ufficio del supervisore pubblico. L’esercito venne trascinato nel conflitto e poi in un’operazione di terra la cui necessità, secondo ufficiali di alto grado, era discutibile. Durante questa operazione le vite dei soldati delle Israeli Defence Forces [l’esercito israeliano, ndt.] vennero messe a rischio e alla fine essa diede come risultato la morte di 44 soldati (nell’operazione di terra) [i civili palestinesi uccisi furono circa 1.500, ndt.]. Per Goldin e due suoi compagni della Brigata Givati il rischio fu particolarmente elevato.

L’incarico della brigata era di condurre una perlustrazione dei tunnel a Rafah. Alle 8 del mattino del primo agosto 2014 entrò in vigore un cessate il fuoco. Ciononostante un reparto della Givati venne incaricato di individuare un certo tunnel. “Da quel momento,” tuttavia, “la ricerca di tunnel offensivi che attraversassero la barriera (di confine) doveva essere effettuata in base a una regola d’ingaggio che escludeva l’uso di armi, a meno che non ci fosse un chiaro e immediato pericolo di vita,” scoprì un’indagine della procura generale militare.

Quindi il reparto della Givati venne messo in pericolo mortale essendo stato escluso da un fuoco di copertura e al contrario potendo rispondere solo se avesse incontrato un evidente pericolo. Il comandante di brigata Ofer Winter si oppose alla missione: “Non voglio mandare dentro persone con le mani legate,” affermò, avvertendo che la perlustrazione sarebbe avvenuta in una zona non ancora conquistata in un settore non protetto. “Anche così non potremmo eliminare tutti i tunnel,” affermò, cercando di contrastare l’ossessione di condurre la perlustrazione di un ulteriore tunnel.

Ma Sami Turgeman, il comandante del comando meridionale dell’IDF, ignorò le obiezioni.

Nonostante i vincoli imposti la zona venne perlustrata. Il comandante della compagnia di ricognitori, il maggiore Benaya Sarel, comunicò: “Vedo una persona sospetta. La elimino,” e così facendo violò il cessate il fuoco circa un’ora dopo che era entrato in vigore. Venne preso in un’imboscata da miliziani di Hamas e ucciso insieme al radiofonista Liel Gidoni e ad Hadar Goldin, il cui corpo venne portato via dalla cellula di Hamas.

Winter mise a rischio la vita di un altro soldato, il vice comandante di compagnia Eitan Pund, quando gli consentì di condurre una caccia all’uomo dei terroristi in un tunnel, in violazione delle regole d’ingaggio. Allo stesso tempo invocò la cosiddetta Direttiva Hannibal (intesa a impedire la cattura di soldati anche a rischio di colpirli) alla ricerca di Goldin. Si scatenò un intenso scontro a fuoco ricordato come il Venerdì Nero. Noi ci concentriamo sui nostri morti, ma dobbiamo anche ricordare che, secondo Israele, vennero uccisi circa 70 civili di Gaza. In breve, la morte di soldati e civili si sarebbe potuta evitare.

Può l’esercito guardare negli occhi i familiari e giurare che fosse necessario prendersi quei rischi, che erano noti fin dall’inizio? La nostra sicurezza venne migliorata in seguito alle sanguinose battaglie per trovare e distruggere tunnel in quell’operazione militare? L’incidente rifletteva una specie di mentalità tecnica militare che privilegiava l’infinito lavoro rappresentato dalla distruzione di armi ignorando nel contempo il contesto complessivo in cui l’operazione venne posta in atto e la probabilità che un nuovo tunnel venisse costruito per sostituire quelli distrutti, come di fatto avvenne.

Ma qui risiede il ruolo problematico giocato dal lutto, in particolare rendendo un penoso omaggio a Goldin. È emotivo ma contribuisce anche a cancellare ciò che la commemorazione dei morti si suppone produca, che è politico. Pensando alle circostanze complessive che provocarono la perdita della vita e collegando disastri isolati a una (mancanza di) logica generale. La rabbia è diretta all’abbandono del corpo e non in primo luogo all’avventatezza con cui è stata trattata la vita.

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Nota redazionale: l’articolo si concentra su alcune decisioni di comandanti dell’esercito israeliano che hanno portato alla morte di un soldato, ma svela anche quello che successe il primo agosto 2014 a Rafah. All’epoca l’IDF sostenne che Hamas aveva violato una tregua entrata da poco in vigore sequestrando un soldato. Per questo venne scatenata un’operazione militare in base alla Direttiva Hannibal, che prevede l’uso eccessivo della forza per evitare il rapimento di un ostaggio israeliano anche a costo della vita di quest’ultimo. Quel giorno gli abitanti di Rafah erano tornati nelle strade convinti che fosse in corso una tregua e vennero colpiti indiscriminatamente. Secondo fonti mediche palestinesi nei quattro giorni di bombardamenti ci furono almeno 135 morti, di cui 75 minori. Il comunicato dell’esercito israeliano, ripreso dai principali giornali italiani, sostenne che erano stati i miliziani di Hamas ad aver violato gli accordi. Questo articolo dimostra al contrario che era stata un’operazione israeliana ad aver provocato la reazione palestinese.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Fantasie di controllo [Prima parte]

Tom Stevenson

Hamas: La ricerca del potere

di Beverley Milton-Edwards e Stephen Farrell.

Politica, 331 pp., £17.99, giugno 2024, 978 1 5095 6493 4

London Review of Books, Vol. 47 No. 2 · 6 febbraio 2025

La storia di Hamas è incomprensibile senza un riferimento alla straordinaria vita del suo fondatore, Ahmed Yassin. Nacque nel 1936, l’anno della Grande Rivolta contro gli inglesi, e la sua vita seguì una traiettoria per molti versi analoga a quella della Palestina stessa. Nel 1948 il suo villaggio natale, vicino ad Ashkelon, fu ripulito etnicamente dalle forze israeliane e la sua famiglia fu costretta a trasferirsi a Gaza, dove rimase paralizzato in un incidente infantile. Divenne un mullah ribelle e un carismatico predicatore della liberazione nazionale. Quando non teneva sermoni alla moschea di al-Abbas a Gaza City Yassin dirigeva un’organizzazione religiosa rivolta a fornire quei servizi sociali che l’occupazione israeliana trascurava o distruggeva. Ma la vita sotto l’occupazione lo portò a concludere che la logica di Gaza era quella della lotta, non quella di alleviare le difficoltà. Fu arrestato per la prima volta da Israele nel 1984, quando le forze di sicurezza dello Stato scoprirono che la sua organizzazione di beneficenza stava accumulando armi. Fondò Harakat al-Muqawamah al-Islamiyyah, il Movimento di Resistenza Islamico, o Hamas, dopo essere stato rilasciato nel 1985 in cambio di alcuni soldati israeliani catturati.

La riunione fondativa di Hamas si tenne nella casa di Yassin a Gaza nel 1987, all’inizio della prima intifada. Vi parteciparono professori, medici, ingegneri e aspiranti rivoluzionari che conservavano il ricordo del 1936 e le ferite del 1967. Invece dell’irraggiungibile accordo politico con Israele cercato da Yasser Arafat e dall’OLP gli strumenti di Hamas sarebbero stati la bomba e il coltello. Dopo la prima intifada Yassin fu nuovamente arrestato, condannato all’ergastolo e tenuto in isolamento per lunghi periodi. Non fu liberato fino al 1997 (come conseguenza del tentativo di assassinio di Khalid Mishal, capo dell’ufficio politico di Hamas ad Amman, da parte di Israele), molto tempo dopo l’accordo di Oslo, che fu visto da Hamas e da molti altri come una capitolazione.* Al momento del suo rilascio Yassin era più conosciuto di qualsiasi altra figura politica palestinese, a parte lo stesso Arafat. A Gaza ricevette un’accoglienza da eroe. Ma anni di prigionia avevano lasciato il segno. Costretto su una sedia a rotelle e quasi cieco, sarebbe rimasto il leader spirituale di Hamas, ma la sua effettiva capacità di leadership era limitata. Le sue infermità non lo protessero: nel 2004 fu assassinato a Gaza City da un elicottero da combattimento israeliano.

Dopo la morte di Yassin Hamas ha avuto tre generazioni di leader. Il successore naturale fu Abdel Aziz al-Rantisi, un medico a cui le autorità israeliane impedirono di esercitare la professione e che si dedicò invece a promuovere l’attività politica tra i professionisti del settore medico. Nato all’inizio della Nakba, Rantisi era più giovane di Yassin di dieci anni e aveva presenziato alla fondazione del movimento. Ma il suo mandato durò solo un mese, prima che anche lui venisse assassinato. Mishal, nato nell’anno della crisi di Suez [1956, ndt.], fu il primo leader di Hamas a vivere, per precauzione, fuori dai territori occupati. Da Amman, Doha e Damasco condusse Hamas a una clamorosa vittoria alle elezioni palestinesi del 2006. Nel 2017 gli succedettero Ismail Haniyeh e Yahya Sinwar, entrambi nati a Gaza nel 1962. Haniyeh visse per la maggior parte della sua vita in una modesta casa ad Al-Shati, nel nord di Gaza. Quando assunse la carica di capo dell’ufficio politico di Hamas seguì l’esempio di Mishal e si trasferì a Doha, lasciando Sinwar a gestire gli affari all’interno della striscia. Lo scorso luglio Haniyeh è stato assassinato a Teheran, probabilmente da una bomba fatta esplodere a distanza. Tre mesi dopo Sinwar è stato ucciso da un carro armato israeliano nel sud di Gaza, a meno di cinque miglia dal luogo in cui era nato.

Nonostante tutto il successo di Israele nell’uccidere i leader di Hamas, molto poco ne ha avuto nel fermare la diffusione del movimento. In parte perché non esiste un solo Hamas, ce ne sono tre. C’è il movimento politico, plasmato dall’ideologia religiosa e impegnato a porre fine all’occupazione israeliana della Palestina attraverso la lotta armata. È stato fondato da un uomo (Yassin) in un luogo particolare (Gaza) e in un momento particolare (la fine degli anni ’80). Ha una gerarchia e una politica interna. Ha una storia. Poi c’è l’Hamas presente nelle menti dell’establishment politico e di sicurezza israeliano. Questo è un Hamas immaginario, ma l’immaginazione è guidata dalla conoscenza: questo Hamas è odiato ma anche rispettato a malincuore. C’è anche un terzo Hamas, che esiste solo nelle dichiarazioni pubbliche dei politici israeliani e, cosa fondamentale, in Occidente. Questa non è tanto un’organizzazione quanto un esempio di primordiale ferocia mediorientale, uno dei tanti nemici caricaturali dell’Occidente. È un Hamas senza storia, che è saltato fuori già completamente formato.

Israele ha preferito combattere l’Hamas di sua creazione piuttosto che l’Hamas noto agli studiosi seri, sebbene per molti anni lo studio fondamentale del movimento sia stato condotto da due israeliani in The Palestinian Hamas di Shaul Mishal e Avraham Sela, pubblicato nel 2000. Mishal e Sela hanno descritto un movimento sociale con radici profonde tra “la gente comune”. Intellettualmente, Hamas ha attinto dai principali pensatori politici religiosi della tradizione riformista islamica: Rachid Ghannouchi in Tunisia e Hassan al-Turabi in Sudan. Non era una banda di criminali ma una forza politica e sociale ben organizzata. Ha diviso la Striscia di Gaza e la Cisgiordania in distretti e sottodistretti, suddividendoli ulteriormente in unità locali guidate da membri del movimento. Ha esercitato una pressione implacabile per imporre norme religiose conservatrici, con l’obiettivo di una resistenza pura, e quindi forte, epurata da scettici e oppositori compresi i sostenitori di Fatah, il partito più potente all’interno dell’OLP. La presenza di Hamas a tutti i livelli della società, a provvedere all’assistenza sociale e medica oltre che all’educazione religiosa, ha garantito un livello basilare di sostegno.

L’attrattiva di Hamas nasceva da una combinazione di ideologia e pragmatismo politico. Mentre l’OLP arrancava verso un’accettazione della spartizione, iscritta negli Accordi di Oslo, Hamas rimase impegnata, almeno in linea di principio, nella liberazione dell’intera Palestina storica. Il suo statuto originario, pubblicato nell’agosto 1988, sosteneva obiettivi politici molto simili a quelli dell’OLP, ma espressi in un linguaggio esplicitamente religioso, consolidato da un antisemitismo. Tuttavia Mishal e Sela sostenevano che, nonostante un’immagine di organizzazione fondamentalista dogmatica, Hamas era in effetti impeccabilmente pragmatica. I suoi documenti interni erano caratterizzati dal “realismo politico”. Poteva essere comunitaria e riformista quando il momento lo richiedeva e passare ad una ribellione violenta quando si presentava l’opportunità. I ​​suoi metodi erano “violenza controllata, coesistenza negoziata e processo decisionale strategico”. Hamas non era un movimento di liberazione nazionale laico: la sua definizione di vittoria era una Palestina restituita al dominio islamico e palestinese. Ma si comprendeva che tale obiettivo fosse lontano. Il movimento lavorava per promuovere un conservatorismo religioso dal basso attraverso i suoi progetti sociali. Spesso inquadrava questioni politiche usando riferimenti religiosi: in particolare decisioni politiche non ortodosse o controverse venivano giustificate con il ricorso ad un linguaggio religioso. Ma molto poco di Hamas trovava spiegazione in uno zelo religioso. La principale funzione pratica della sua religiosità, sostengono Mishal e Sela, era quella di stimolare una mobilitazione tra tutte le classi.

L’ala armata di Hamas, le Brigate Al-Qassam, venne fondata nel 1991. Ma per il primo decennio della sua esistenza la realtà era piuttosto diversa dall’immagine di militanti col parapendio a cui è ora associata. Quadri scarsamente armati trascorrevano la maggior parte del loro tempo a spostarsi tra la campagna e gli appartamenti delle loro madri. Se erano fortunati avevano accesso ad alcune mitragliatrici rubate (per lo più Uzi e Carl-Gustaf m/45), ma poco di più. Israele sperava che l’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania avrebbe fornito un facsimile di autogoverno e uno sbocco sicuro ma inefficace alle richieste di liberazione palestinesi. Ma le carenze dell’ANP continuavano a motivare la richiesta di forme di lotta più attive, di cui Hamas si appropriava. Nel 1994 condusse il suo primo attentato suicida all’interno di Israele dopo il massacro di 29 palestinesi da parte di un estremista ebreo di estrema destra nella Grotta dei Patriarchi a Hebron. Una volta che i tunnel di Rafah entrarono in funzione negli anni 2000 gli armamenti di Hamas migliorarono e l’organizzazione iniziò a produrre in loco esplosivi e munizioni. Sotto la supervisione di Adnan al-Ghoul, Yahya Ayyash e Mohammed Deif, questa divenne alla fine un’importante industria che sfornava lanciarazzi “Yassin” e missili “Qassam”.

Hamas fu fondata per perseguire la resistenza armata contro l’occupazione, ma nella pratica il confronto violento è sempre stato in attrito con il calcolo politico. Per trovare un equilibrio il movimento ricorse al concetto religioso di sabr, o “pazienza”. Lo scoppio della seconda intifada, in risposta ai falliti colloqui di pace a Camp David nel 2000 e alla provocatoria visita di Ariel Sharon al Monte del Tempio, colse di sorpresa Hamas. La leadership reagì intensificando gli attentati suicidi, ma si trovava a seguire gli eventi piuttosto che guidarli. Il movimento era stato fondato sul rifiuto della partizione e dell’accordo politico con Israele. Ma in pratica la sua leadership stava accettando l’idea di due Stati sulla base dei confini del 1967. Nel giugno 2003 Ismail Abu Shanab, un membro fondatore di Hamas, sostenne un accordo a due Stati (due mesi dopo fu assassinato da un attacco missilistico di un elicottero Apache israeliano). Nel 2006 Ismail Haniyeh chiese [la nascita di] “uno Stato palestinese sovrano che comprendesse la Cisgiordania e la Striscia di Gaza con capitale a Gerusalemme Est”. Gli sforzi fallimentari degli Stati Uniti in Medio Oriente dopo l’11 settembre crearono dilemmi anche per Hamas. Nel corso della seconda intifada condannò gli attacchi di al-Qaeda, ridusse le sue operazioni militari contro Israele e offrì un cessate il fuoco unilaterale. Al contrario, Israele riuscì a trasformare con successo l’occupazione in un altro campo di battaglia nella guerra globale al terrore. Negli Stati Uniti Hamas divenne rapidamente assimilato all’asse del male (gli attentatori suicidi non erano stati d’aiuto) e fu associato ad al-Qaida.

La seconda intifada, tra il 2000 e il 2005, costò la vita a gran parte dei vertici di Hamas, tra cui Yassin, Rantisi e Salah Shehadeh, il primo leader delle Brigate Qassam, che fu assassinato in un attacco aereo insieme ad altre quattordici persone, tra cui sette minori. Eppure ad appena un anno dalla fine dell’intifada Hamas aveva preso parte ad elezioni regolari vincendole e stava rimodellando le sue relazioni con l’Autorità Nazionale Palestinese. Con il suo quartier generale politico all’estero, fu sottoposto all’accusa che i suoi leader fossero al riparo dalle realtà della vita a Gaza. Ma una leadership remota aveva dei vantaggi pratici. Dai suoi uffici a Doha e Damasco Mishal coltivò migliori relazioni con l’Iran, che si era allontanato dall’OLP negli anni ’80 e aveva tagliato i legami con essa dopo Oslo. Ancora più di Mishal incarnava la nuova strategia di sensibilizzazione internazionale il vicepresidente del movimento, Mousa Abu Marzouk, che aveva vissuto per un po’ negli Stati Uniti (per un certo periodo l’attività editoriale di Hamas è stata condotta principalmente a Dallas).

La vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi colse quasi tutti di sorpresa. L’intelligence israeliana era convinta che Fatah avrebbe vinto. Il Dipartimento di Stato americano sotto Condoleezza Rice era d’accordo. La morte di Arafat aveva indebolito l’OLP e la lussuosa condotta di vita dei suoi leader tornati dall’estero dopo Oslo l’aveva screditata. Ma questa era ben lontana dall’essere la storia completa. Nel 2009 la giornalista italiana Paola Caridi pubblicò un prezioso resoconto sulla corsa alle elezioni, Hamas: dalla Resistenza al Regime [Ed. Feltrinelli, ndt.]. Esordiva riflettendo sul motivo per cui Hamas avesse ottenuto un sostegno così forte tra i palestinesi comuni. Il movimento si era impegnato in una campagna elettorale tradizionale e il suo slogan, “Cambiamento e Riforma”, era conciliante. Ma Caridi sosteneva che il voto non fosse semplicemente “una protesta contro la corruzione, il clientelismo e l’inefficienza di Fatah”. Hamas aveva vinto perché “ha fornito un’alternativa ai laici considerata più che semplicemente plausibile”.

La risposta degli Stati Uniti e di Israele alla vittoria di Hamas fu molto dura. Abu Marzouk scrisse un articolo sul Washington Post in cui faceva appello alla “lunga tradizione americana di sostenere i diritti degli oppressi all’autodeterminazione”. Il ministro degli Esteri di Hamas, Mahmoud al-Zahar, scrisse a Kofi Annan. Non cambiò nulla. Quando Hamas tentò di formare un governo di coalizione con Fatah gli Stati Uniti glielo impedirono. Un blocco tra Stati Uniti e Israele causò presto carenze di pane a Gaza. Gli Stati Uniti applicarono sanzioni nel tentativo di costringere il presidente Mahmoud Abbas, che riceveva regolarmente Condoleezza Rice a Ramallah, a indire nuove elezioni. Nel frattempo la CIA stava lavorando direttamente con le forze di sicurezza di Fatah guidate da Mohammed Dahlan, all’epoca un segreto di Pulcinella nei territori occupati. La conseguenza fu una guerra civile tra Fatah e Hamas che si concluse nel giugno 2007 quando le forze di Hamas occuparono l’edificio di sicurezza e intelligence di Fatah a Gaza City, noto come “Ship”. Ciò fece sì che Hamas rimanesse escluso in Cisgiordania ma tenesse il controllo esclusivo di Gaza.

I ministeri grossomodo funzionavano, la spazzatura veniva raccolta e l’accesso a Internet era stato stabilito. I ritratti di Arafat furono sostituiti con le insegne di Hamas. L’ex insediamento israeliano di Neve Dekalim fu trasformato in un campo di addestramento. Il blocco era un problema più difficile da risolvere. I confini di Gaza furono sigillati, il suo spazio aereo controllato e presto sarebbe stato sotto costante attacco. In risposta alla cattura da parte di Hamas del soldato israeliano Gilad Shalit nel giugno 2006 (Shalit sarebbe stato poi scambiato con detenuti palestinesi), Israele aveva distrutto la centrale elettrica di Gaza. Gli ospedali spesso dovevano essere alimentati da generatori di emergenza e talvolta avevano elettricità solo per poche ore al giorno. Il primo grande attacco di Israele a Gaza, l’operazione Piombo Fuso, fu lanciato il 27 dicembre 2008. Iniziò con massicci bombardamenti aerei e causò 1400 morti e 46.000 case distrutte. Ci sarebbe stato un attacco di questo tipo, anche se non sempre di tale portata, ogni due anni fino all’ottobre 2023. La principale risposta difensiva di Hamas fu quella di estendere la rete di tunnel per alleviare il blocco e fornire riparo dagli attacchi aerei, la mossa che chiunque farebbe se fosse messo a capo di una Gaza assediata.

Per Israele e i suoi sostenitori Hamas, come l’OLP, è sempre stata un’organizzazione terroristica, in base alla logica secondo cui qualsiasi violenza commessa dai palestinesi giustifica ogni violenza da parte di Israele mentre nessuna violenza commessa da Israele giustifica quella da parte dei palestinesi. Nel 2016, sul suo sito web ufficiale, sotto il titolo un po’ aziendale “Informazioni sul movimento: chi siamo”, Hamas ha affermato di essere “un movimento di liberazione nazionale con un’ideologia islamica moderata” che “limita la sua lotta e il suo lavoro alla causa palestinese”. Vale la pena di tenere in considerazione l’autodescrizione, in particolare se viene regolarmente trascurata. Ma l’autodescrizione è necessariamente parziale. Dire che Hamas è semplicemente il campione zelante di una lotta giusta contro una brutale occupazione militare ed esercita il diritto legale alla resistenza armata significa tralasciare molti elementi.

Hamas è stata fondata come organizzazione militante clandestina. Nel governare Gaza si è trovata di fronte a una dinamica essenzialmente diversa da qualsiasi cosa avesse sperimentato prima. Lo studio più significativo su quel periodo di Hamas è stato Hamas Contained [Hamas sotto controllo, ndt.] di Tareq Baconi, pubblicato nel 2018. Baconi ha preso di mira la condanna categorica e infondata del movimento, che sosteneva fosse solo un altro modo per “rendere accettabile la demonizzazione e la sofferenza di milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza”. Qualunque cosa fosse, Hamas, come l’OLP negli anni ’60 e ’70, era la fazione palestinese “più rappresentativa della nozione di resistenza armata contro Israele”. Fin dall’inizio aveva cercato di presentarsi più come un’espressione formalizzata di resistenza che come un partito politico tradizionale. Di conseguenza anche per i palestinesi che non gradivano che Hamas fosse al governo la lotta armata che incarnava rimaneva un motivo di orgoglio.

Il lavoro di Baconi è basato su uno studio rigoroso delle principali pubblicazioni di Hamas, la rivista Al-Resalah, pubblicata a Gaza City e distribuita localmente, e Filastin al-Muslima, l’organo intellettuale del movimento. La sua analisi ha colto ciò che molti altri avevano tralasciato, vale a dire cosa è successo al movimento tra le elezioni del 2006 e il 2023. All’interno dell’establishment della sicurezza israeliano da tempo si riteneva che una Gaza governata da Hamas fosse una variabile prevedibile. Hamas poteva essere facilmente etichettata come un’organizzazione terroristica, esponendo così l’intera Gaza alla condanna internazionale. Tuttavia, di fronte alle responsabilità di governo Hamas si trovò a dover limitare le proprie operazioni armate contro Israele. Il lancio di razzi era per lo più limitato a rispondere a gravi violazioni israeliane. Il potere che gli era stato conferito ha iniziato a sembrare più un vincolo alla lotta che una sua promozione. Una Gaza gestita da Hamas costituiva una risorsa per Israele, come ha affermato Netanyahu nel 2019?

C’erano segnali che Hamas si fosse reso conto di essere stato messo all’angolo. Quando la giunta di Abdel Fattah el-Sisi in Egitto attaccò il sistema di contrabbando dal Sinai attraverso i tunnel nell’inverno del 2013-14 Hamas decise di resuscitare gli sforzi di riconciliazione con Fatah. Ma il governo di unità formato nel giugno 2014 si rivelò di breve durata a causa di un altro importante attacco israeliano a Gaza, l’operazione Margine Protettivo. Nell’estate del 2014 in 51 giorni di bombardamenti furono uccisi 2220 palestinesi (alcune delle armi utilizzate furono fornite dalla Gran Bretagna). Hamas aveva voluto condividere il peso della responsabilità amministrativa per Gaza e Israele e i suoi sostenitori si erano rifiutati di permetterlo. Alla base di tutto questo c’era un modello consueto, osserva Baconi, “per cui le provocazioni israeliane, spesso dopo la firma di accordi di unità palestinese, innescano opportunità per Israele di rivendicare l’autodifesa e lanciare attacchi impressionanti contro Gaza”. Hamas era stata in grado di prendere il potere a Gaza perché Israele non era riuscito a circoscrivere la politica palestinese entro i confini dettati dal trattato di Oslo. Ma alla fine Hamas è stata utile alla più ampia strategia di occupazione israeliana. “Attraverso un duplice processo di controllo e pacificazione”, scrive Baconi, Hamas è stata “forzatamente trasformata in poco più che un’autorità amministrativa nella Striscia di Gaza, per molti versi simile all’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania”. Non ci sarebbe stato alcun ritorno alla strategia degli attentati suicidi della seconda intifada. Hamas sembrava essere stata cooptata.

Eppure c’era una domanda senza risposta: per quanto tempo Gaza poteva rimanere sotto controllo? Quando nel 2017 Haniyeh e Sinwar presero il comando, i primi segnali furono di un’ulteriore pacificazione. Quell’anno Hamas pubblicò il suo nuovo patto, che eliminava l’antisemitismo del suo statuto fondativo e riconosceva ufficialmente la possibilità di un accordo sui confini del 1967. In sostanza già da un decennio Hamas aveva accettato la possibilità di una soluzione a due Stati, ma averlo messo per iscritto era un’altra cosa. Sinwar aveva una reputazione di spietatezza (negli anni ’80 era stato incaricato da Yassin di gestire il controspionaggio nella parte meridionale di Gaza), ma ora si appellava personalmente a Netanyahu per una “nuova fase”. Nel 2018, invece di una ripresa generale delle ostilità, Hamas optò per la disobbedienza civile, la Grande Marcia del Ritorno, con manifestazioni in gran parte pacifiche tenute ogni venerdì lungo la barriera di confine con Israele. Israele rispose uccidendo centinaia di dimostranti e ferendone migliaia. Mohammed Deif, capo delle Brigate Qassam, propose una reazione armata; Sinwar lo scavalcò.

* Adam Shatz ha scritto del complotto per uccidere Mishal sul London Review of Books del 14 maggio 2009

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Una imponente banca dati di prove, compilata da uno storico, documenta i crimini di guerra israeliani a Gaza

Nir Hasson

5 dicembre 2024 – Haaretz

Una donna con un bambino colpita mentre sventola una bandiera bianca ■ Ragazze ridotte alla fame morte stritolate mentre fanno la coda per il pane ■ Un sessantaduenne ammanettato investito, a quanto pare, da un carrarmato ■ Un attacco aereo prende di mira persone che cercano di aiutare un ragazzino ferito ■ Una banca dati di migliaia di video, foto, testimonianze, rapporti e indagini documenta gli orrori commessi da Israele a Gaza

La nota 379 del documento molto esteso e attentamente analizzato che lo storico Lee Mordechai ha redatto contiene il link a un video. Le immagini mostrano un grosso cane che rosicchia qualcosa tra gli arbusti. “Guarda guarda, ha preso il terrorista, il terrorista se n’è andato, andato in entrambi i sensi,” dice il soldato che ha filmato il cane che mangia un corpo umano. Dopo qualche secondo il soldato alza la cinepresa e aggiunge: “Ma che splendida vista, che splendido tramonto. Un sole rosso sta tramontando sulla Striscia di Gaza. Decisamente un bel tramonto.”

Il rapporto che il dottor Mordechai ha raccolto in rete, “Bearing Witness to the Israel-Gaza War” [Testimoniare la guerra tra Israele e Gaza. Link: https://witnessing-the-gaza-war.com/wp-content/uploads/2024/12/Bearing-witness-to-the-Israel-Gaza-War-v6.5.5-5.12.24.pdf], costituisce la documentazione più metodica e dettagliata in ebraico (c’è anche una traduzione in inglese) dei crimini di guerra che Israele sta perpetrando a Gaza. È uno scioccante atto d’accusa che comprende migliaia di voci riguardanti la guerra, le azioni del governo, dei media, dell’esercito israeliano e della società israeliana in generale. La traduzione in inglese della settima, e finora ultima, versione del testo, è lunga 124 pagine e contiene oltre 1.400 note riguardanti migliaia di fonti, comprese testimonianze dirette, riprese video, materiale investigativo, articoli e fotografie.

Per esempio ci sono link a testi e altre testimonianze che descrivono azioni attribuite ai soldati israeliani che sono stati visti “sparare contro civili che sventolavano una bandiera bianca, oltraggiare persone, prigionieri e cadaveri, danneggiare o distruggere allegramente case, strutture di vario genere e istituzioni, luoghi religiosi e saccheggiare beni privati, così come sparare a casaccio con le loro armi, colpire animali domestici, distruggere beni privati, bruciando libri all’interno di biblioteche, deturpare simboli palestinesi e islamici (bruciando anche il Corano e trasformando moschee in mense).”

Un link porta i lettori al video di un soldato a Gaza che sventola un grande cartello preso dal negozio di un barbiere nella città di Yehud, nella zona centrale di Israele, con corpi sparsi lì attorno. Altri link sono tratti da riprese di soldati schierati a Gaza che leggono il Libro di Ester, come si è soliti fare il giorno di Purim, ma ogni volta che viene proferito il nome dell’empio Aman invece di scuotere i tradizionali strumenti che fanno molto rumore, sparano un colpo di mortaio. Si vede un soldato che obbliga prigionieri legati e con gli occhi bendati a salutare le loro famiglie e dirgli che vogliono essere suoi schiavi. Vengono fotografati soldati che si sono impossessati di molti soldi saccheggiati da case di gazawi. Si vede un bulldozer dell’esercito che distrugge una grande quantità di pacchi di cibo di un’agenzia umanitaria. Un soldato canta il motivetto per bambini “Il prossimo anno bruceremo la scuola”, mentre dietro si vede una scuola in fiamme. E ci sono parecchi video di soldati che indossano indumenti intimi femminili che hanno depredato.

La nota 379 compare in una sezione intitolata “Disumanizzazione nell’esercito israeliano” inclusa nel capitolo chiamato “Il discorso israeliano e la disumanizzazione dei palestinesi”. Esso contiene centinaia di esempi del comportamento crudele dimostrato dalla società e dalle istituzioni statali israeliane rispetto alla sofferenza degli abitanti di Gaza, dal primo ministro che parla di Amalek ai dati riguardanti le 18.000 esortazioni di israeliani sulle reti sociali perché la Striscia venga rasa al suolo, dai medici israeliani che esprimono appoggio al bombardamento di ospedali a Gaza al comico che scherza sulla morte dei palestinesi, e include un coro di bambini che cantano dolcemente “Entro un anno avremo annichilito tutti e poi torneremo ad arare i nostri campi,” sulla melodia della canzone iconica del periodo della guerra d’Indipendenza [nel 1947-49, quando più di 700.000 palestinesi vennero cacciati, ndt.] “Shir Hare’ut” (Canzone di Cameratismo).

I link di “Bearing Witness to the Israel-Gaza War” riguardano anche crudi video di corpi sparsi in giro in ogni possibile stato: persone schiacciate sotto le macerie, pozze di sangue e urla di persone che hanno perso in un attimo tutta la propria famiglia. Ci sono oggetti che attestano l’uccisione di disabili, umiliazioni e aggressioni sessuali, l’incendio di case, fame imposta, spari a casaccio, saccheggi, vilipendio di cadaveri e molto altro.

Anche se non tutte le testimonianze possono essere provate, il quadro che ne emerge è quello di un esercito che nel migliore dei casi ha perso il controllo di molte unità, i cui soldati fanno tutto quello che vogliono, e nel peggiore dei casi sta consentendo al proprio personale di commettere i crimini di guerra più atroci che si possano immaginare.

Mordechai cita prove delle peggiori condizioni che la guerra ha imposto ai gazawi. Un medico che ha amputato la gamba di un nipote su un tavolo da cucina, senza anestesia e usando un coltello da cucina. Gente che mangia carne di cavallo ed erba, o beve acqua marina per alleviare la fame. Donne obbligate a partorire in un’aula scolastica piena di gente. Medici impotenti che assistono alla morte di persone ferite perché non c’è modo di aiutarle. Donne affamate spinte nella calca in coda fuori da una panetteria: secondo il rapporto, nell’incidente due ragazze di 13 e 17 anni e una donna di 50 sono morte schiacciate.

Secondo “Bearing Witness” a gennaio nei campi profughi della Striscia “ci sono stati in media un gabinetto ogni 220 persone e una doccia ogni 4.500. Un numero significativo di organizzazioni mediche e sanitarie ha informato che le malattie infettive e i disturbi della pelle si sono diffusi tra un gran numero di gazawi.”

Sempre più minori

Lee Mordechai, 42 anni, ex-ufficiale del genio militare da combattimento dell’IDF [l’esercito israeliano, ndt.], attualmente è professore associato di storia presso l’Università Ebraica di Gerusalemme, specializzato in disastri naturali e provocati dall’uomo in epoca antica e medievale. Ha scritto dell’epidemia del VI secolo nel periodo giustinianeo e dell’inverno provocato da un vulcano [esploso in Islanda e che provocò per 10 anni un crollo delle temperature, ndt.] che colpì l’emisfero nord nel 536 d.C. Ha affrontato l’argomento del disastro a Gaza dal punto di vista di uno storico accademico, con una prosa asciutta e pochi aggettivi, avvalendosi della maggiore diversità possibile di fonti primarie. La sua scrittura è priva di interpretazioni e aperta a verifiche e revisioni. Ed è proprio per questo che gli aspetti riflessi dal suo testo sono così assolutamente terrificanti.

Ho sentito che non avrei potuto continuare a vivere nella mia bolla, che stiamo parlando di reati gravissimi e che quello che sta succedendo è semplicemente troppo grande e contraddice i valori in cui sono stato educato qui,” afferma Mordechai. “Non ho intenzione di scontrarmi con la gente né di litigare. Ho scritto il documento in modo che diventi pubblico, in modo che tra altri sei mesi o un anno o cinque anni o 10 o 100, la gente sia in grado di tornare indietro e vedere che cosa si sapeva, questo era quello che si poteva sapere, fin dallo scorso gennaio, o marzo, e che quelli di noi che non lo sapevano hanno scelto di non saperlo.”

Il mio ruolo di storico,” continua, “è dare voce a quelli che non possono far sentire la propria voce, che siano eunuchi nell’XI secolo o bambini di Gaza. Ho cercato deliberatamente di non fare appello alle emozioni delle persone e non uso parole che possano essere discutibili o poco chiare. Non parlo di terroristi o di sionismo o di antisemitismo. Cerco di utilizzare un linguaggio più freddo e asciutto possibile e di attenermi ai fatti per come li conosco.”

Quando è scoppiata la guerra Mordechai stava passando l’anno sabbatico a Princeton. Il 7 ottobre in Israele era già pomeriggio, quando lui si è svegliato. Nel giro di poche ore ha capito che c’era una disparità tra quello che l’opinione pubblica israeliana stava vedendo e la realtà. Questa consapevolezza è derivata da un sistema alternativo di ricevere informazioni che ha creato per sé nove anni fa.

Nel 2014, durante l’operazione Margine Protettivo (contro Gaza), sono tornato dai miei studi di dottorato negli Stati Uniti e da ricerche condotte nei Balcani. Allora ho percepito che in Israele non c’era un dialogo aperto, tutti stavano dicendo le stesse cose. Così ho fatto uno sforzo consapevole di accedere a fonti di informazione alternative, (basate su) media, blog, reti sociali straniere. É simile anche al mio lavoro come storico, alla ricerca di fonti primarie. Così mi sono creato una specie di sistema personale per capire quello che stava succedendo nel mondo. Il 7 ottobre ho attivato il sistema e ho capito abbastanza in fretta che l’opinione pubblica israeliana stava sperimentando un ritardo di ore, Ynet [sito israeliano di notizie, ndt.] ha trasmesso un notiziario secondo cui era possibile che fossero stati presi degli ostaggi, ma io avevo già visto immagini di rapimenti. Ciò ha creato una dissonanza tra quello che veniva detto sulla realtà della situazione e la realtà effettiva, e questa sensazione si è intensificata.”

In effetti la disparità tra quello che Mordechai ha scoperto e le informazioni che comparivano sui media israeliani e su quelli stranieri non ha fatto che crescere: “La storia più clamorosa all’inizio della guerra è stata quella dei 40 neonati israeliani decapitati il 7 ottobre. Quella storia ha provocato un sacco di titoli nei media internazionali, ma quando lo confronti con la lista (ufficiale della Previdenza Sociale) degli uccisi ti rendi conto molto in fretta che non è mai avvenuta.”

Mordechai ha iniziato a seguire reportage da Gaza sulle reti sociali e sui media internazionali: “Fin dall’inizio ho avuto un flusso di immagini di distruzione e sofferenza, e ti rendi conto che ci sono due mondi separati che non stanno comunicando tra loro. Mi ci sono voluti alcuni mesi per scoprire quale fosse il mio ruolo. A dicembre il Sudafrica ha presentato la sua denuncia formale contro Israele per genocidio in 84 pagine dettagliate con molteplici riferimenti alle fonti su cui si poteva fare un controllo incrociato.

Non penso che tutto potesse essere accettato come prova,” aggiunge, “ma ti ci devi confrontare, vedere su cosa è basato, prendere in considerazione le sue implicazioni. Fin dall’inizio della guerra volevo tornare in Israele per fare lavoro volontario a favore di una associazione della società civile, ma per ragioni familiari non ho potuto. Ho deciso di utilizzare il tempo libero che ho avuto durante l’anno sabbatico a Princeton per cercare di mettere al corrente il pubblico israeliano che si informa solo sui media locali.”

Il 9 gennaio ha pubblicato la prima versione di “Bearing Witness” lunga solo 8 pagine. Il numero degli uccisi nella Striscia, secondo il ministero della Sanità di Gaza, ufficialmente noto come il ministero palestinese della Sanità – Gaza, allora era di 23.210. “Non credo che qualunque cosa ci sia scritto qui porterà a cambiare politica o a convincere molte persone,” ha scritto all’inizio di quel documento. “Semmai l’ho scritto pubblicamente come storico e cittadino israeliano per mettere a verbale la mia posizione personale riguardo all’orribile situazione attuale a Gaza, mentre gli avvenimenti sono in corso. Scrivo come individuo, in parte a causa del disperante silenzio generale riguardo a questo argomento da parte di molte istituzioni accademiche locali, soprattutto quelle nella posizione di fare commenti, anche se alcuni miei colleghi ne hanno coraggiosamente parlato.”

Da allora Mordechai ha passato molte centinaia di ore a raccogliere informazioni e a scrivere, continuando ad aggiornare il documento che compare sul sito che ha creato. Da quando si è imbarcato in questo progetto ha migliorato il modo in cui lavora: compila meticolosamente articoli da diverse fonti su una pagina Excel da cui, dopo un ulteriore controllo, seleziona i punti che verranno menzionati nel testo. Utilizza una vasta gamma di fonti: immagini riprese da civili, articoli di media, rapporti delle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali, reti sociali, blog e via di seguito.

Pur riconoscendo che alcune delle fonti non rispettano standard giornalistici o etici corretti, Mordechai difende la credibilità della sua documentazione: “Non è che io copio e incollo qualunque cosa con cui se ne esca qualcun altro. D’altra parte è chiaro che c’è una discrepanza tra quello che esiste e quello che noi avremmo effettivamente voglia di vedere: vorremmo che ogni incidente nella Striscia venisse esaminato correttamente da due organizzazioni internazionali indipendenti e autonome, ma questo non avverrà.

Quindi io controllo chi sta informando, se è stato colto a mentire, se c’è qualche associazione o blogger che diffonde informazioni che posso dimostrare siano scorrette, e in quel caso smetto di utilizzarli e li cancello. Attribuisco un grande peso alle fonti neutrali, come organizzazioni per i diritti umani e l’ONU, e faccio una specie di sintesi tra fonti per vedere se (l’informazione) è coerente. Lavoro anche in modo molto aperto e invito chiunque voglia a controllarmi. Sarò molto contento di vedere che mi sono sbagliato riguardo a quello che scrivo, ma non succede. Finora ho dovuto fare pochissime correzioni.”

Una lettura accurata del rapporto di Mordechai aiuta a disperdere la nebbia che ha avvolto gli israeliani da quando è scoppiata la guerra. Un esempio significativo è il numero di vittime: la guerra del 7 ottobre è la prima in cui Israele non fa alcuno sforzo per conteggiare il numero dei morti dall’altra parte. In assenza di altre fonti molte persone in tutto il mondo – governi stranieri, mezzi di informazione, organizzazioni internazionali – si basano su quanto riporta il ministero palestinese della Sanità – Gaza, che si ritiene sia decisamente attendibile. Israele cerca di negare i dati del ministero. I mezzi di informazione locali di solito notano che la fonte di tali dati è “il ministero della Sanità di Hamas”.

Tuttavia pochi israeliani sanno che non solo l’esercito ma anche il governo israeliano non hanno dati propri, numeri alternativi relativi alle vittime, ma che autorevoli fonti israeliane, in mancanza di altri dati, finiscono effettivamente per confermare quelli pubblicati dal ministero di Gaza. Quanto autorevoli?

Lo stesso Benjamin Netanyahu. Il 10 marzo, per esempio, il primo ministro ha affermato in un’intervista che Israele ha ucciso 13.000 miliziani di Hamas e ha stimato che per ognuno di loro sono stati uccisi 1,5 civili. In altre parole, fino a quel momento tra le 26.000 e 32.500 persone erano state uccise nella Striscia. Quel giorno il ministero palestinese aveva pubblicato la cifra di 31.112 morti a Gaza, all’interno del margine citato da Netanyahu. Alla fine del mese Netanyahu ha parlato di 28.000 morti, circa 4.600 in meno rispetto ai dati ufficiali palestinesi. Alla fine di aprile il Wall Street Journal ha citato una stima di alti ufficiali dell’esercito israeliano secondo cui il numero di morti era approssimativamente di 36.000, più del numero pubblicato in quel momento dal ministero palestinese.

Mordechai: “É come se, da parte israeliana, stiano scegliendo di non occuparsi dei numeri, benché Israele potrebbe presumibilmente farlo: la tecnologia esiste e Israele controlla l’anagrafe palestinese. Il sistema della difesa ha anche immagini facciali, potrebbe fare un controllo incrociato e trovare che qualcuno che potrebbe essere stato dichiarato morto ha attraversato un posto di controllo. Forza, fammi vedere! Dammi la prova e cambierò il mio approccio. Mi complicherò la vita, ma sarò molto meno sconvolto.

Penso che dobbiamo chiedere a noi stessi quale “livello” di prove è richiesto perché cambiamo le nostre opinioni riguardo al numero di palestinesi che sono stati uccisi. Questa è la domanda che ognuno di noi deve fare a sé stesso – forse per te le prove che cito non sono sufficienti – perché ci dev’essere una sorta di livello realistico nell’accumulazione di prove arrivati al quale accetteremo il numero come affidabile.

Per me,” spiega, “questo punto è arrivato molto tempo fa. E dopo che uno ha fatto il lavoro sporco e capisce un po’ meglio i dati, la questione comincia ad essere non quanti palestinesi sono morti, ma perché e come l’opinione pubblica israeliana continui a dubitare di questi numeri dopo più di un anno di ostilità e contro ogni evidenza.”

Nel suo rapporto cita i dati del ministero palestinese che riportano, tra i morti da quando è scoppiata la guerra fino allo scorso giugno, 273 dipendenti dell’ONU e di organizzazioni di soccorso, 100 professori, 243 atleti, 489 lavoratori della sanità (compresi 55 medici specialisti), 710 bambini con meno di un anno e quattro nati prematuri morti dopo che l’esercito ha obbligato l’infermiere che se ne prendeva cura a lasciare l’ospedale. L’infermiere si occupava di cinque prematuri e ha deciso di salvarne uno che sembrava avere più possibilità di sopravvivere. I corpi in decomposizione degli altri quattro sono stati trovati nelle incubatrici due settimane dopo.

Nel testo di Mordechai la nota che riguarda questi neonati non fa riferimento a un tweet di un gazawi o di un blog filo-palestinese, ma a un’inchiesta del Washington Post. Gli israeliani che potrebbero mettere in discussione “Bearing Witness to the Israel-Gaza War” in quanto si basa su reti sociali o su informazioni non verificate devono riconoscere che si fonda anche su decine di inchieste di praticamente tutti i principali mezzi di informazioni occidentali. Numerosi mezzi di informazione hanno esaminato incidenti a Gaza utilizzando standard giornalistici rigorosi, e ne hanno ricavato prove di atrocità. Un’inchiesta della CNN ha confermato l’accusa palestinese riguardo al “massacro della farina”, in cui il primo marzo circa 150 palestinesi che erano arrivati per prendere cibo da un convoglio di aiuti sono stati uccisi. L’esercito israeliano ha dichiarato che erano state la ressa e la fuga precipitosa degli stessi gazawi ad ucciderli, non gli spari di avvertimento dei soldati che si trovavano in zona. Alla fine l’inchiesta della CNN, basata su attente analisi della documentazione e su 22 interviste a testimoni oculari, ha scoperto che la maggioranza delle vittime in effetti è stata causata dagli spari.

Il New York Times, ABC, CNN, la BBC, organizzazioni internazionali e l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem hanno pubblicato i risultati delle loro inchieste su casi di torture, maltrattamenti, stupri e altre atrocità perpetrati contro detenuti palestinesi nella base di Sde Teiman dell’esercito israeliano nel Negev e in altre strutture. Amnesty International ha esaminato quattro incidenti in cui non c’erano obiettivi militari o giustificazioni per un attacco, in cui le forze dell’IDF hanno ucciso un totale di 95 civili.

Un’inchiesta a fine marzo di Yaniv Kubovich su Haaretz ha mostrato che l’IDF ha creato “zone di uccisione” in cui molti civili sono stati colpiti dopo aver attraversato una linea immaginaria delimitata da un comandante sul campo: i morti sono stati definiti terroristi dopo morti. La BBC ha messo in dubbio la stima dell’IDF sul numero di terroristi che le sue forze hanno ucciso in generale; la CNN ha ampiamente informato su un incidente in cui è stata spazzata via un’intera famiglia; la NBC ha indagato su un attacco contro civili nelle cosiddette zone umanitarie; il Wall Street Journal ha verificato che l’IDF si stava basando sui rapporti delle vittime a Gaza pubblicati dal ministero palestinese della Sanità; l’AP ha sostenuto in un rapporto dettagliato che l’IDF ha presentato solo una prova affidabile che mostra che Hamas stesse operando nei sotterranei di un ospedale, nel tunnel scoperto nel cortile dell’ospedale Shifa; il New Yorker e il Telegraph hanno pubblicato i risultati di approfondite indagini su casi che coinvolgono minori i cui arti hanno dovuto essere amputati, e c’è molto altro, tutto citato in “Bearing Witness”.

Non vi è incluso un rapporto pubblicato proprio questa settimana dal ministero palestinese della Sanità – Gaza in cui si afferma che dal 7 ottobre 1.140 famiglie sono state totalmente cancellate dall’anagrafe, molto probabilmente vittime di bombardamenti aerei.

Mordechai cita numerosi elementi relativi alle regole d’ingaggio lassiste dell’IDF nella Striscia di Gaza. Un video mostra un gruppetto di rifugiati con in testa una donna che tiene il figlio con una mano e una bandiera bianca nell’altra; si vede che viene colpita, probabilmente da un cecchino, e cade a terra mentre il figlio lascia la sua mano e fugge per salvarsi. Un altro incidente, ampiamente riportato a fine ottobre, mostra il tredicenne Mohammed Salem che invoca aiuto dopo essere stato ferito in un attacco aereo. Quando delle persone si avvicinano per aiutarlo vengono prese di mira da un altro attacco simile. Salem e un altro ragazzino sono stati uccisi e oltre 20 persone ferite.

Mordechai riconosce che guardare le testimonianze visive della guerra ha indurito il suo cuore, oggi può vedere persino le scene più atroci. “Quando (anni fa) sono stati postati i video dell’ISIS, non li ho guardati. Ma qui ho sentito che era mio dovere, perché questo viene fatto in mio nome, quindi lo devo vedere per comunicare quello che ho visto. Quello che è importante è la quantità, sono minori e di nuovo minori e ancora una volta minori.”

Alla domanda di quale delle migliaia di immagini, che si tratti di video o foto, di morti, feriti o persone che soffrono, ha avuto un maggiore impatto su di lui, Mordechai ci pensa e cita una foto del corpo di un uomo che in seguito è stato identificato come Jamal Hamdi Hassan Ashour. Ashour, 62 anni, sarebbe stato investito da un carrarmato a marzo, il suo corpo straziato fino a renderlo irriconoscibile. Secondo fonti palestinesi una fascetta di plastica su una delle sue mani dimostra il fatto che in precedenza era stato arrestato. L’immagine è stata postata su un canale israeliano di Telegram con la didascalia “Ti piacerà!”

In vita mia non avevo mai visto niente di simile,” dice Mordechai ad Haaretz. “Ma peggio ancora è il fatto che l’immagine è stata condivisa da soldati in un gruppo Telegram israeliano ed ha avuto reazioni molto favorevoli.” Oltre alle informazioni su Ashour, “Bearing Witness” fornisce link a immagini di un certo numero di altri corpi le cui condizioni suggeriscono che sono stati travolti da blindati. In un caso, secondo un rapporto palestinese, le vittime erano una madre con il figlio.

Un caso citato solo in una nota testimonia di questioni relative ai metodi di Mordechai e ai dilemmi che deve affrontare. Alla fine di marzo Al Jazeera ha pubblicato un’intervista a una donna arrivata all’ospedale Shifa di Gaza e ha detto che i soldati dell’IDF avevano stuprato donne. Poco dopo la famiglia della donna ha negato le accuse che lei aveva fatto e Al Jazeera ha eliminato il reportage, ma molte persone continuano ad avere dubbi.

In base alla mia metodologia dopo la cancellazione da parte di Al Jazeera questo non è credibile e non è successo,” dice Mordechai. “Ma mi chiedo anche: forse sto contribuendo a far tacere quella donna? E non per rispettare la verità, ma in nome dell’onore suo e della sua famiglia. É giusto? Non lo è, ma in fondo sono un essere umano e devo decidere. Quindi in una nota ho spiegato che era la denuncia di una donna e ho aggiunto (che era) ‘quasi sicuramente falsa’ per esprimere le mie riserve.

Non garantisco che ogni testimonianza sia completamente attendibile. Di fatto nessuno sa esattamente cosa stia succedendo a Gaza, non i media internazionali, sicuramente non gli israeliani e neppure l’IDF. In ‘’Bearing Witness’ sostengo che mettere a tacere le voci da Gaza – le limitazioni all’informazione che escono da lì – è parte del metodo di lavoro che rende possibile la guerra. Io sostengo le sintesi che sto usando e spero di sbagliarmi. Ma dal lato israeliano non c’è niente. Sto parlando di prove – voglio delle prove!”

Un caso descritto nel documento, anche se per molti israeliani sarà difficile da credere, riguarda l’uso da parte dell’IDF di un drone che emette suoni di un neonato che piange per stabilire dove si trovano civili e forse farli uscire dal loro rifugio. Nel video a cui fa riferimento il link che fornisce Mordechai si sente piangere e si possono vedere le luci di un drone.

Sappiamo che ci sono droni con altoparlanti, forse qualche soldato annoiato ha deciso di farlo come scherzo ed è percepito dai palestinesi come orribile,” afferma. “Ma è davvero così inverosimile che qualche soldato, invece di essere filmato con mutandine e reggiseno o di dedicare l’esplosione di una strada a sua moglie, farebbe qualcosa del genere? Potrebbe essere un’invenzione, ma è compatibile con quello che sto vedendo.” Questa settimana Al Jazeera ha mandato in onda un’inchiesta sui cosiddetti droni che piangono e ha sostenuto che il loro uso è stato confermato da vari testimoni oculari che hanno tutti raccontato la stessa storia.

Possiamo ancora discutere di testimonianze aneddotiche di questo genere, ma è difficile farlo di fronte a montagne di testimonianze più attendibili,” nota Mordechai. “Per esempio decine di medici americani che hanno fatto lavoro volontario a Gaza hanno riportato che praticamente ogni giorno vedono minori colpiti alla testa. Come lo si può spiegare? Stiamo cercando di spiegarlo o ce ne stiamo occupando?”

Uno dei picchi della brutalità dell’esercito israeliano a Gaza è risultato evidente durante il secondo grande attacco contro l’ospedale Shifa a metà marzo, aggiunge lo storico. In effetti gli dedica un capitolo a parte. L’IDF ha sostenuto che l’ospedale all’epoca era un centro di attività di Hamas e che durante il raid c’erano stati scontri a fuoco, dopodiché 90 aderenti ad Hamas, alcuni di alto rango, erano stati arrestati.

Tuttavia l’occupazione dello Shifa da parte dell’IDF è durata circa due settimane. In quel periodo, secondo fonti palestinesi, l’ospedale è diventato una zona di assassinii e torture. A quanto pare 240 pazienti e personale medico sono stati rinchiusi in uno degli edifici per una settimana senza cibo. Medici sul posto hanno raccontato che almeno 22 pazienti sono morti. Un certo numero di testimoni, tra cui personale dell’ospedale, hanno descritto esecuzioni. Un video girato da un soldato mostra detenuti legati e bendati seduti in un corridoio, con la faccia rivolta verso il muro. Secondo le fonti dopo che l’IDF si è ritirato dall’ospedale nel cortile sono stati trovati decine di corpi. Ci sono vari video che documentano l’esumazione dei corpi, alcuni dei quali mutilati, altri sepolti sotto le macerie o a terra in grandi pozze di sangue rappreso. Una corda era legata attorno al braccio di uno degli uomini uccisi, il che probabilmente dimostra che è stato legato prima di essere ucciso.

Un altro picco di brutalità è stato raggiunto durante gli ultimi due mesi nell’operazione militare ancora in corso nella zona settentrionale della Striscia, iniziata il 5 ottobre. L’IDF ha tagliato fuori Jabalya, Beit Lahia e Beit Hanoun da Gaza City e agli abitanti è stato ordinato di andarsene. Molti lo hanno fatto, ma molte migliaia sono rimaste nella zona assediata.

In quella fase l’esercito ha lanciato quella che l’ex capo di stato maggiore dell’IDF ed ex ministro della Difesa Moshe Ya’alon ha definito questa settimana “pulizia etnica” della zona: alle associazioni di assistenza è stato vietato di entrarvi, l’ultimo magazzino di farina è stato incendiato, le ultime due panetterie chiuse e sono state proibite persino le attività di squadre della protezione civile che portano via le vittime. La fornitura di acqua è stata interrotta, le ambulanze sono state manomesse e gli ospedali attaccati.

Ma i principali sforzi dell’esercito si sono concentrati sugli attacchi aerei. Quasi ogni giorno i palestinesi hanno raccontato di decine di vittime quando edifici residenziali e scuole, diventati campi profughi, sono stati bombardati. Il rapporto di Mordechai cita decine di racconti ben documentati riguardanti bombardamenti, famiglie che hanno raccolto i corpi dei propri cari tra le rovine, inumazioni in grandi tombe comuni, persone ferite coperte di polvere, adulti e bambini scioccati, persone che gridano con parti del corpo sparse attorno a loro, e via di seguito.

In un video del 20 ottobre si vedono due bambini estratti dalle macerie. Il primo sembra stordito, gli occhi gonfi e totalmente coperto di sangue e polvere. Vicino a lui viene estratto un corpo senza vita, che sembra di una ragazza.

Da parte sua nelle ultime due settimane Haaretz ha inviato domande all’unità del portavoce dell’IDF riguardo a circa 30 incidenti, la maggior parte dei quali a Gaza, in cui sono stati uccisi molti civili. L’unità ha risposto che ne ha classificato la maggioranza come eventi insoliti e sono stati deferiti allo stato maggiore per ulteriori indagini.

Mordechai rifiuta categoricamente l’affermazione che si sente dire comunemente dagli israeliani secondo cui quanto sta avvenendo a Gaza non è così terribile se confrontato con altre guerre. “Bearing Witness” mostra, per esempio, che a Gaza sono stati uccisi più minorenni di quelli uccisi in tutte le guerre nel mondo nei tre anni prima di quella del 7 ottobre. Già nel primo mese di guerra il numero dei minori uccisi era 10 volte maggiore di quello della guerra in Ucraina nel corso di un anno.

A Gaza sono stati uccisi più giornalisti che in tutta la Seconda Guerra Mondiale. Secondo un’inchiesta pubblicata da Yuval Avraham sul sito Sicha Mekomit (Local Call) [versione in ebraico del sito in inglese +972 magazine, ndt.] riguardo ai sistemi di intelligenza artificiale utilizzati nelle campagne di bombardamenti dell’IDF a Gaza, è stata data l’autorizzazione di uccidere fino a 300 civili per assassinare alte cariche di Hamas. In confronto documenti rivelano che per l’esercito americano quel dato era di un decimo – 30 civili – nel caso di un assassino di livello molto maggiore di Yahya Sinwar [defunto leader di Hamas, ndt.]: Osama Bin-Laden.

Un’inchiesta del Wall Street Journal afferma che nei primi tre mesi della guerra Israele ha lanciato più bombe su Gaza di quante sono state sganciate dagli Stati Uniti in Iraq in sei anni. Lo scorso anno nelle carceri israeliane sono morti 48 prigionieri rispetto ai 9 a Guantanamo in tutti i suoi 20 anni di esistenza. I dati sono eloquenti anche riguardo alle cifre delle vittime in guerre di altri Paesi: la coalizione delle forze in Iraq ha ucciso 11.516 civili in cinque anni e 46.319 civili sono stati uccisi in 20 anni nella guerra in Afghanistan. Secondo le stime più modeste dal 7 ottobre 2023 circa 30.000 civili sono stati uccisi nella Striscia.

Il rapporto di Mordechai riflette non solo gli orrori che avvengono a Gaza ma anche l’indifferenza di Israele riguardo ad essi: “All’inizio c’è stato un tentativo di giustificare l’invasione dell’ospedale Shifa, oggi non c’è neppure più questa pretesa, si attaccano ospedali e non c’è neppure una discussione pubblica. Non ci occupiamo in alcun modo delle implicazioni di queste operazioni. Apri i social media e sei inondato dalla disumanizzazione. Che cosa ci sta facendo? Sono cresciuto in una società con un’etica totalmente diversa. C’erano sempre mele marce, ma guarda il caso dell’autobus 300 (un avvenimento del 1984, in cui agenti dello Shin Bet sul campo giustiziarono due arabi che avevano dirottato un autobus) e guarda dove siamo arrivati. Per me è importante svelare, è importante che queste cose saltino fuori. Questa è la mia forma di resistenza.”

Un oscuro segreto

Nella versione più recente di “Bearing Witness” Mordechai ha aggiunto un’appendice che spiega perché, secondo lui, le azioni di Israele a Gaza costituiscono un genocidio, un argomento che espone nella nostra conversazione: “Dobbiamo distinguere il modo in cui noi come israeliani pensiamo al genocidio – camere a gas, campi di sterminio e Seconda Guerra Mondiale – dal modello apparso nella Convenzione sulla Prevenzione e la Punizione del Crimine di Genocidio (1948)” spiega. “Non ci devono essere campi di sterminio perché venga considerato un genocidio. Si riduce tutto alla commissione di atti, uccisioni, ma non solo, (ci sono) anche persone ferite, rapimento di minori e persino anche solo tentativi di impedire le nascite tra una particolare categoria di persone. Ciò che tutte queste azioni hanno in comune è la distruzione deliberata di un gruppo.

Le persone con cui parlo in genere non discutono delle azioni intraprese, ma delle intenzioni. Diranno che non ci sono documenti che dimostrino che Netanyahu o (il capo di stato maggiore dell’IDF) Herzl Halevi abbiano ordinato un genocidio. Ma ci sono dichiarazioni e testimonianze. Moltissime. Il Sudafrica ha presentato un documento di 120 pagine che contiene un gran numero di testimonianze che dimostrano l’intenzione.”

Il giornalista Yunes Tirawi ha raccolto dichiarazioni sul genocidio e la pulizia etnica dalle reti sociali di più di 100 persone che sono in rapporto con l’IDF, a quanto pare ufficiali della riserva. “Cosa ne facciamo di tutto questo? Dal mio punto di vista i fatti parlano chiaro. Vedo una linea diretta tra queste dichiarazioni, l’assenza del tentativo di fare i conti con queste dichiarazioni e la situazione sul terreno che corrisponde alle dichiarazioni.”

La versione in inglese di “Bearing Witness” fa riferimento ad articoli di sei importanti personalità israeliane che hanno già affermato che a loro parere Israele sta perpetrando un genocidio: l’esperto di Olocausto e genocidio Omer Bartov; il ricercatore sull’Olocausto Daniel Blatman (che ha scritto che quello che Israele sta facendo a Gaza è una via di mezzo tra la pulizia etnica e il genocidio); lo storico Amos Goldberg; lo studioso di Olocausto Raz Segal; l’esperto di diritto internazionale Itamar Mann; lo storico Adam Raz.

La definizione è meno importante,” afferma Mordechai. “Quello che importa sono i fatti. Supponiamo che tra qualche anno la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia dichiari che non è genocidio ma quasi genocidio. Ciò lo rende migliore? Ciò attesta una vittoria morale di Israele? Voglio vivere in un posto che perpetra un ‘quasi genocidio’? Il dibattito sul termine attira l’attenzione, ma le cose succedono in un modo o nell’altro, che raggiungano quel livello o meno. Alla fine dobbiamo chiederci come fermarlo e come risponderemo ai nostri figli quando ci chiederanno cosa abbiamo fatto durante la guerra. Dobbiamo agire.”

Ma la definizione è importante. Tu stai dicendo agli israeliani: “Guardate, state vivendo nella Berlino del 1941.” Qual era l’imperativo morale per la gente che viveva nella Berlino di allora? Cosa si presume faccia un cittadino quando il suo Stato commette un genocidio?

Una posizione morale comporta sempre un costo. Se non c’è alcun costo è semplicemente una posizione accettata, nella norma. Il valore di una cosa per una persona è espresso dal prezzo che è disposta a pagare per essa. D’altra parte mi rendo conto che la gente ha anche altri motivi e necessità – guadagnarsi da vivere, conservare i rapporti con la famiglia – ognuno deve prendere le proprie decisioni. Dal mio punto di vista quello che faccio è parlare e continuare a farlo, che la gente ascolti o meno. Ciò porta via molto tempo e forza mentale, ma sono arrivato alla conclusione che è la cosa più utile che io possa fare.”

Prima che ce ne andiamo Mordechai mi manda un ultimo link. Non riguarda testimonianze di atrocità a Gaza, ma una breve storia della defunta scrittrice americana Ursula K. Le Guin, “Quelli che se ne vanno da Omelas.” La storia riguarda la città di Omelas, dove la gente è bellissima e felice e la sua vita è interessante e gioiosa. Ma da adulti gli abitanti di Omelas imparano gradatamente l’oscuro segreto della loro città: la loro felicità dipende dalla sofferenza di un bambino obbligato a rimanere in una lurida stanza sottoterra e a loro non è consentito consolarlo o assisterlo. “E’ l’esistenza del bambino e la loro consapevolezza della sua esistenza che rende possibile la grandezza della loro architettura, l’intensità della loro musica, la profondità della loro scienza. È a causa del bambino che sono così gentili con i bambini,” scrive Le Guin.

La maggioranza degli abitanti di Omelas continua a vivere con questa consapevolezza, ma ogni tanto uno di loro va a trovare il bambino e non ritorna, ma invece comincia a camminare e lascia la città. La storia finisce così: “Camminano andando avanti nell’oscurità e non tornano indietro. Il posto verso cui si dirigono è un luogo ancor meno immaginabile per la maggioranza di noi della città della gioia. Non posso descriverlo. È possibile che non esista. Ma sembra che sappiano dove stanno andando.”

L’ufficio del portavoce dell’IDF ha risposto che l’esercito israeliano “opera solo contro obiettivi militari e adotta una serie di precauzioni per evitare danni a non-combattenti, anche inviando avvertimenti alla cittadinanza. Riguardo agli arresti, ogni sospetto di violazione degli ordini o delle leggi internazionali viene indagato ed esaminato. In generale se c’è il sospetto di un comportamento inappropriato, di possibile natura penale, da parte di un soldato viene aperta un’indagine dalla Divisione per le Inchieste Penali della Polizia Militare.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)