A Gaza acqua contaminata e malnutrizione causano la diffusione del morbo di Guillain-Barré

Redazione

5 agosto 2025 – The Palestine Chronicle

Il Dott. Munir al-Bursh afferma che Gaza rischia una mortalità di massa a causa di malattie e fame, mentre i casi di morbo di Guillain-Barré aumentano e gli aiuti medici rimangono bloccati.

Il Dott. Munir al-Bursh, Direttore Generale del Ministero della Salute palestinese nella Striscia di Gaza, ha avvertito che l’acqua contaminata è la causa principale della recente diffusione della sindrome di Guillain-Barré (GBS) nell’enclave assediata, sottolineando che attualmente a Gaza non è disponibile alcun trattamento per la malattia.

Parlando ad Al-Jazeera al-Bursh ha spiegato che la malattia, che spesso esordisce con perdita improvvisa del controllo muscolare a partire dalle gambe per poi diffondersi verso le parti superiori, colpisce in particolare i bambini.

Finora sono stati documentati almeno 95 casi, di cui 45 bambini. Le persone colpite presentano un grave deterioramento neurologico, comprese difficoltà respiratorie, che possono degenerare in condizioni letali.

Lunedì il Ministero della Salute ha segnalato tre decessi per GBS. Ha attribuito la diffusione della malattia a infezioni atipiche e al peggioramento della malnutrizione acuta nel contesto del blocco e del conflitto in corso.

Il Ministero ha avvertito che la malattia potrebbe propagarsi rapidamente a causa del deterioramento delle infrastrutture sanitarie di Gaza e della mancanza di cure mediche.

Al-Bursh ha affermato che in seguito all’insorgenza della GBS nella popolazione il Ministero aveva precedentemente allertato l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ha descritto una situazione di “mortalità su larga scala”, derivante sia dai bombardamenti israeliani che dagli attacchi ai civili nei punti di distribuzione degli aiuti.

Ha sottolineato il grave sovraffollamento a Gaza, osservando che la popolazione è ora concentrata solo nel 18% del territorio della Striscia, con circa 40.000 persone per chilometro quadrato, condizioni che accelerano la trasmissione di malattie infettive.

Secondo al-Bursh dall’inizio della guerra sono stati uccisi più di 18.000 bambini, mentre le malattie continuano a devastare i più piccoli e vulnerabili di Gaza. Oltre alla GBS, ha segnalato 1.116 casi di meningite nel 2025, insieme a diffuse insorgenze di malattie respiratorie e altre malattie infettive.

Ha avvertito che la crisi sanitaria potrebbe diventare ancora più catastrofica se la guerra e il blocco dovessero continuare, data la crescita del numero di bambini affetti da malnutrizione acuta e la totale mancanza di accesso al latte e altri beni essenziali. Gli individui vulnerabili, tra cui bambini e malati cronici, sono i primi a essere colpiti dalla fame, che ora si sta diffondendo alla popolazione adulta.

Al-Bursh ha affermato che Gaza si sta avvicinando alla quinta fase della carestia – uno stadio che contempla carestia di massa e mortalità estesa – a causa dell’assedio in corso e del rifiuto dell’occupazione israeliana di consentire l’ingresso nella Striscia di aiuti umanitari e beni alimentari essenziali.

Lunedì il Ministero della Salute ha confermato altri cinque decessi dovuti a carestia e malnutrizione, che portano il numero totale di vittime legate alla fame a 180, di cui 93 bambini.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Oltre 160 medici di Gaza detenuti nelle prigioni israeliane fra segnalazioni di torture

Annie Kelly, Hoda Osman e Farah Jallad

25 febbraio 2025 The Guardian

Medici anziani affermano di aver subito abusi fisici per mesi, e l’ONU chiede il rilascio di coloro che sono ancora detenuti

Si ritiene che almeno 160 operatori sanitari di Gaza, tra cui più di 20 dottori, siano ancora all’interno delle strutture di detenzione israeliane, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha espresso profonda preoccupazione per il loro benessere e la loro sicurezza.

Healthcare Workers Watch (HWW, Osservatorio sugli operatori sanitari), una ONG medica palestinese, ha detto che è stata confermata la detenzione di 162 membri del personale medico nelle prigioni israeliane, tra cui alcuni dei medici più anziani di Gaza, e che altri 24 sono scomparsi dopo essere stati prelevati dagli ospedali durante il conflitto.

Muath Alser, direttore di HWW, ha affermato che la detenzione di un gran numero di dottori, infermieri, paramedici e altri operatori sanitari di Gaza è illegale ai sensi del diritto internazionale e sta aumentando le sofferenze dei civili negando loro cure e competenza medica.

“Il fatto che Israele prenda così di mira il personale sanitario sta avendo un impatto devastante sul provvedere assistenza sanitaria ai palestinesi, con sofferenze estese, innumerevoli morti evitabili e l’effettiva soppressione di intere specialità mediche”, ha affermato Alser.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) afferma di aver verificato che dall’inizio della guerra 297 operatori sanitari di Gaza sono stati arrestati dall’esercito israeliano, ma l’Organizzazione non aveva dati aggiornati su quanti siano stati rilasciati o siano rimasti in detenzione.

HWW afferma che i suoi dati dimostrano un numero leggermente più alto e di aver verificato che l’esercito israeliano ha imprigionato 339 operatori sanitari di Gaza.

L’OMS ha affermato di essere “profondamente preoccupata per il benessere e la sicurezza degli operatori sanitari palestinesi in detenzione israeliana” a seguito di segnalazioni secondo cui i detenuti nelle strutture carcerarie israeliane sarebbero regolarmente sottoposti a violenza e maltrattamenti.

L’avvocato che rappresenta il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, il cui arresto a dicembre da parte delle forze israeliane aveva scatenato una condanna internazionale, ha di recente affermato che gli era stato permesso solo ora per la prima volta di vedere Abu Safiya detenuto nella prigione di Ofer a Ramallah e che gli ha raccontato di essere stato torturato, picchiato e che gli erano state negate le cure mediche. Il Guardian e l’Arab Reporters for Investigative Journalism (ARIJ) hanno ascoltato anche la testimonianza dettagliata di sette medici anziani che hanno affermato di essere stati prelevati da ospedali, ambulanze e posti di blocco a Gaza, trasferiti illegalmente oltre confine in strutture carcerarie gestite da Israele e sottoposti a mesi di torture, percosse, fame e trattamenti disumani prima di essere rilasciati senza accuse.

“Francamente, per quanto racconti ciò che ho vissuto in detenzione, è solo una frazione di ciò che è realmente accaduto”, ha detto il dottor Mohammed Abu Selmia, direttore dell’ospedale al-Shifa, che è stato detenuto per sette mesi nelle prigioni israeliane prima di essere rilasciato senza accuse. “Sto parlando di manganellate, percosse con il calcio dei fucili e aggressioni con i cani. C’era poco o niente cibo, niente igiene personale, niente sapone nelle celle, niente acqua, niente servizi igienici, niente carta igienica… Ho visto lì persone che morivano… Sono stato picchiato così duramente che non potevo stare in piedi o camminare. Non passava giorno senza torture”. In una dichiarazione al Guardian, il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS, ha condannato la attuale detenzione di personale medico da parte di Israele e ha detto di essere profondamente preoccupato per il loro benessere.

L’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UN OHCHR) ha affermato che Israele deve rilasciare immediatamente anche il personale medico trattenuto arbitrariamente e “porre fine a tutte le pratiche che si concludono con sparizioni forzate, torture e altri maltrattamenti”.

L’UN OHCHR ha precedentemente affermato che “è evidente” che la detenzione di un gran numero di operatori sanitari da parte dell’esercito israeliano ha contribuito al collasso del sistema sanitario a Gaza. Ajith Sunghay, capo dell’ufficio per i territori palestinesi occupati presso l’UN OHCHR, ha affermato: “I responsabili di crimini ai sensi del diritto internazionale devono essere chiamati a risponderne”.

In base alle convenzioni di Ginevra (l’insieme di leggi internazionali che regolano la condotta delle parti in conflitto) i medici devono essere protetti, non presi di mira o attaccati durante il conflitto e deve essere loro consentito di continuare a fornire assistenza medica a coloro che ne hanno bisogno.

Tedros ha affermato: “Gli operatori sanitari, le strutture in cui lavorano e i pazienti di cui si prendono cura… non devono mai essere bersagli. Infatti, secondo il diritto umanitario internazionale, dovrebbero essere attivamente protetti”.

È noto che due dei medici più anziani di Gaza, il dottor Iyad al-Rantisi, consulente ostetrico e ginecologo presso l’ospedale Kamal Adwan, e il dottor Adnan al-Bursh, capo del reparto ortopedico dell’ospedale al-Shifa, sono morti in detenzione.

In passato, Israele ha difeso le sue operazioni militari sul sistema sanitario di Gaza sostenendo che gli ospedali venivano utilizzati da Hamas come centri di comando militare e che gli operatori sanitari detenuti erano sospettati. Secondo il diritto internazionale, le strutture sanitarie possono perdere il loro status di protezione e diventare obiettivi militari se vengono utilizzate per atti che siano “dannosi per il nemico”.

Volker Türk, alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha affermato che fino ad oggi Israele non è riuscito a comprovare le sue accuse.

Il Guardian ha sottoposto tutte le accuse dei dottori relative alla loro detenzione alle Forze di difesa israeliane (IDF), che non hanno risposto sui singoli casi ma hanno fornito una dichiarazione generale in cui affermavano di “operare per ripristinare la sicurezza dei cittadini di Israele, riportare a casa gli ostaggi e raggiungere gli obiettivi della guerra operando secondo il diritto internazionale. Durante i combattimenti nella Striscia di Gaza sono stati arrestati i sospetti di attività terroristiche. I sospettati in questione sono stati portati in Israele per ulteriore detenzione e interrogatori. Coloro che non sono coinvolti in attività terroristiche vengono rilasciati nella Striscia di Gaza il prima possibile”.

L’IDF ha affermato di fornire a ogni detenuto indumenti adatti, un materasso, cibo e bevande regolari e accesso alle cure mediche. Ha anche affermato che l’ammanettamento dei detenuti avviene in conformità con le politiche dell’IDF. Ha affermato di essere a conoscenza di incidenti in cui i detenuti sono morti in detenzione e che vengono condotte indagini per ciascuna di queste morti.

“L’IDF agisce in conformità con il diritto israeliano e internazionale al fine di proteggere i diritti dei detenuti trattenuti nelle strutture di detenzione e interrogatorio”, ha affermato.

I resoconti dei medici sono simili a quelli di altri ex detenuti palestinesi che descrivono abusi e torture sistematici nel periodo in detenzione israeliana.

All’inizio di questo mese un soldato israeliano è stato condannato a sette mesi di prigione per abusi sui detenuti, la prima condanna del genere in Israele.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Attacchi israeliani all’ospedale Kamal Adwan e a un edificio di Nuseirat nel nord di Gaza

Redazione Al Jazeera

7 dicembre 2024-Al Jazeera

Il bombardamento arriva mentre il sistema sanitario di Gaza sta crollando per i ripetuti attacchi dell’esercito israeliano.

Secondo l’ospedale Al-Awda Israele ha ucciso almeno 26 persone e ne ha ferite più di 60, tra cui bambini e donne, in un attacco aereo su una casa nel campo profughi di Nuseirat nella Striscia di Gaza centrale.

Il raid è avvenuto nelle prime ore della sera di venerdì e “ha danneggiato diverse case vicine”, ha detto all’agenzia di stampa AFP il portavoce dell’agenzia di difesa civile Mahmoud Basal.

L’esercito israeliano ha effettuato diversi attacchi mortali nel corso della giornata mentre assediava l’ospedale Kamal Adwan a Beit Lahiya e l’area circostante nel nord di Gaza.

Uno di questi attacchi, ripreso in un video in una clip autenticata dall’unità di verifica Sanad di Al Jazeera, ha visto le forze israeliane aprire il fuoco su un’ambulanza della Mezzaluna Rossa palestinese.

Attacco a un ospedale

Secondo il dott. Eid Sabbah, direttore dei servizi infermieristici dell’ospedale, venerdì le forze israeliane hanno ucciso circa 30 persone quando hanno preso d’assalto l’ospedale Kamal Adwan sotto la copertura di un pesante fuoco di artiglieria e attacchi aerei.

Sabbah ha affermato che: “Persone che non conoscevamo sono state mandate all’interno dell’ospedale, indossavano uniformi diverse e erano dotate di armi e altoparlanti. Hanno ordinato al [direttore dell’ospedale] dott. Hussam Abu Safia e ai suoi colleghi…di evacuare l’ospedale, compresi pazienti e personale medico. Hanno chiesto loro di evacuare verso i carri armati. Questa operazione ha portato all’uccisione di 30 persone all’interno dell’ospedale, compresi quattro membri dello staff. Sono stati presi di mira e uccisi”.

I resoconti dei testimoni suggeriscono anche che l’esercito israeliano abbia utilizzato droni per colpire i palestinesi all’interno dell’ospedale.

Le strutture mediche, il loro personale e i loro veicoli sono protetti dalla Convenzione di Ginevra.

Intrappolare persone spaventate

Il medico norvegese Mads Gilbert, che ha lavorato a lungo come chirurgo d’urgenza in tutta Gaza, ha detto di credere che l’esercito israeliano stia usando la struttura medica come una “trappola”.

“Questo è successo ripetutamente. Le forze israeliane … attaccano i dintorni, poi quando le persone corrono in ospedale per chiedere aiuto attaccano l'”ospedale”, ha detto Gilbert.

Sembra quindi che l’esercito israeliano stia usando Kamal Adwan come una trappola per catturare o uccidere coloro che vuole”.

Venerdì il Ministero della Salute palestinese a Gaza ha accusato l’esercito israeliano di aver commesso un crimine di guerra a Kamal Adwan. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha detto che le forze israeliane hanno bombardato la struttura apparentemente senza avvisare il suo personale.

Per giustificare le sue azioni Israele afferma che i combattenti di Hamas stanno usando edifici civili, tra cui ospedali e scuole, come copertura operativa durante i 14 mesi di guerra a Gaza.

Hamas lo ha negato e ha accusato Israele di bombardamenti e aggressioni indiscriminate. Il Ministero della Salute palestinese ha affermato che i tre principali ospedali nel nord dell’enclave sono a malapena funzionanti e sono stati sottoposti a ripetuti attacchi da quando a ottobre Israele ha inviato i carri armati a Beit Lahiya e nelle vicine Beit Hanoon e Jabalia.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




I medici trafugati di Gaza

Kavitha Chekuru

24 maggio 2024 – The Intercept

Centinaia di medici palestinesi sono scomparsi nelle carceri durante la detenzione israeliana

Sono due mesi che Osaid Alser non ha più notizie di suo cugino, Khaled Al Serr, un chirurgo dell’ospedale Nasser della città di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza.

Prima della fine di marzo erano in regolare contatto, per quanto almeno potessero consentirlo le infrastrutture disastrate della comunicazione. Al Serr aveva creato un gruppo WhatsApp di telemedicina in cui lui e Osaid, un chirurgo residente negli Stati Uniti, reclutavano medici dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dall’Europa per dare consigli ai loro oramai esausti colleghi di Gaza.

Mi ha riportato il caso di una ferita da arma da fuoco in una settantenne”, ha detto Osaid riferendosi ad Al Serr. La ferita era alla testa. E in quel momento mancava proprio un neurochirurgo”.

Condivideva questi casi e chiedeva aiuto”, continua Osaid. “Era come chiedere ‘C’è qualche neurochirurgo che può aiutarmi? Come posso risolvere questo problema?’”

Secondo Osaid, Al Serr costituiva uno strumento naturale di condivisione per la conoscenza medica attraverso la chat di gruppo. “Voleva sempre dare una mano, gli è sempre piaciuto usare le mani per cercare di risolvere un problema e avere un risultato immediato”.

A febbraio lesercito israeliano ha invaso lospedale Nasser. Lattacco ha lasciato lospedale svuotato, un ulteriore centro sanitario distrutto nel complesso di un sistema sanitario devastato da uno schiacciante carico di lavoro e da un implacabile attacco militare da parte di Israele.

Tuttavia Al Serr ha mantenuto un certo ottimismo. Il suo ultimo post su Instagram è stato caricato a metà marzo, un breve video che mostrava l’esterno dell’ospedale il giorno prima, con sottotitolato un messaggio di esultanza:

Finalmente!! Dopo più di un mese di interruzione dell’energia il nostro personale è stato in grado di riparare il generatore e riportare l’elettricità all’ospedale Nasser. Nelle ultime due settimane stiamo cercando di pulire i reparti e prepararli per la riapertura.

Sei giorni dopo, il 24 marzo, le forze israeliane hanno nuovamente fatto irruzione nell’ospedale. Qualche giorno prima Osaid aveva chiesto se Al Serr stesse bene. Non è mai arrivata alcuna risposta. È stato il loro ultimo scambio.

I suoi parenti credono che Khaled Al Serr, insieme ai superstiti del personale dellospedale già in declino, sia stato fatto prigioniero da Israele.

Già a novembre erano emerse notizie di medici detenuti e scomparsi nel nord di Gaza. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, almeno 214 membri del personale medico di Gaza sono stati arrestati dall’esercito israeliano. Allinizio di maggio, la detenzione e la presunta tortura del personale medico di Gaza avevano fatto notizia quando le autorità israeliane hanno annunciato la morte di Adnan Al-Bursh, un noto chirurgo e capo del reparto di ortopedia dellospedale Al-Shifa. Dopo essere stato preso in custodia a dicembre i funzionari hanno riferito che Al-Bursh era morto ad aprile mentre si trovava nella prigione di Ofer, una struttura di detenzione israeliana nella Cisgiordania occupata.

Il caso del dott. Adnan solleva serie preoccupazioni sulla possibilità che sia morto in seguito alle torture per mano delle autorità israeliane. La sua morte richiede unindagine internazionale indipendente”, ha dichiarato la settimana scorsa Tlaleng Mofokeng, relatrice speciale delle Nazioni Unite sul diritto alla salute. Luccisione e la detenzione di operatori sanitari non è un metodo di guerra legale. Hanno un ruolo legittimo ed essenziale nel prendersi cura delle persone malate e ferite durante i periodi di conflitto”.

Secondo il Ministero della Sanità Al-Bursh è uno degli almeno 493 operatori sanitari palestinesi uccisi a Gaza dal 7 ottobre. L’esercito israeliano ha sistematicamente preso di mira gli ospedali dal nord al sud della Striscia sostenendo che Hamas opererebbe nelle strutture. Il personale medico degli ospedali di Gaza ha ripetutamente smentito tale affermazione. Questa settimana le forze israeliane hanno lanciato nuovi attacchi contro gli ospedali Kamal Adwan e Al-Awda nel nord, con notizie di personale medico arrestato mercoledì e giovedì all’ospedale Al Awda.

Mentre verso la fine dellanno le truppe di terra si facevano strada nel sud di Gaza gli attacchi agli ospedali nella città meridionale di Khan Younis aumentavano. A febbraio, durante l’assedio dell’ospedale Nasser da parte dellesercito israeliano Al Serr era lunico chirurgo generale presente.

“È un medico molto scrupoloso”, ha detto di Al Serr Ahmed Moghrabi, un chirurgo plastico che in precedenza ha lavorato all’ospedale Nasser.

Entrambi i medici pubblicavano spesso sui social media i casi raccapriccianti da cui era sommerso l’ospedale Nasser, soprattutto perché gli attacchi alla struttura aumentavano e la copertura mediatica internazionale era scarsa.

Ho visto bambini e donne fatti a pezzi”, ha detto Moghrabi a The Intercept, spiegando il motivo per cui ha iniziato a postare sui social media. “Volevo mostrare al mondo cosa sta succedendo sul campo.”

L’ultima volta che ha visto Al Serr è stato a febbraio. Loro” – lesercito israeliano- “ha circondato lospedale e siamo rimasti intrappolati”, ricorda Moghrabi. E lospedale è rimasto sotto assedio per tre settimane. Non potevamo nemmeno spostarci da un edificio all’altro. Non potevamo dare un’occhiata sbirciare dalle finestre. Altrimenti i cecchini avrebbero potuto spararci”.

Moghrabi ha lasciato l’ospedale a metà febbraio, durante la prima invasione. “Abbiamo evacuato a mezzanotte”, riferisce. Lesercito ha istituito un posto di blocco non lontano dal cancello dellospedale. Hanno controllato davvero tutti. Hanno arrestato il mio infermiere ed è rimasto in carcere due mesi”.

Per quanto riguarda Al Serr, Osaid dice che suo cugino se n’è andato poco dopo l’evacuazione di febbraio per andare a Rafah e verificare le condizioni dei genitori, ma che è tornato all’ospedale Nasser per aiutare a riaprirlo e curare i pazienti.

Dallattacco allospedale di fine marzo non si hanno quasi più notizie di Al Serr. Le uniche briciole di informazione sono state più allarmanti che rassicuranti. La prima è stata una connessione di Al Serr al suo WhatsApp a metà aprile. “È stato attivo online l’ultima volta il 12 aprile”, afferma Osaid, “il che, a mio avviso, mi dice che gli hanno confiscato il telefono e che quindi hanno avuto anche accesso al suo contenuto.”

Poi, pochi giorni dopo, il 17 aprile, il quotidiano Al Mayadeen ha rilasciato unintervista con un palestinese che si è identificato come Ahmed Abu Aqel, che ha affermato di essere stato arrestato e rilasciato da Israele. Moghrabi ha detto a The Intercept che Abu Aqel ha lavorato in precedenza come infermiere presso l’ospedale Nasser.

Vestito con una felpa grigia e pantaloni di una tuta, un abbigliamento comune tra i detenuti palestinesi rilasciati, Abu Aqel ha detto di avere un messaggio da parte dei medici detenuti dell’ospedale Nasser.

Sono sottoposti a percosse, uccisioni e torture quotidiane”, ha detto Abu Aqel. C’è un messaggio in particolare da parte di un medico, il dottor Nahed Abu Taimah, direttore della chirurgia presso il Nasser Medical Complex. La sua situazione è molto difficile e sta soffrendo in circostanze molto difficili e tragiche. Ha bisogno di cure, di essere visitato dalla Croce Rossa e rilasciato urgentemente”.

“Un mio collega era tenuto accanto a me”, riferisce Abu Aqel. Il suo nome era Khaled. Davanti a me gli hanno strappato tutta la barba con delle pinze. La sua barba è stata strappata. Questa è una delle centinaia [di situazioni] di cui sono a conoscenza.”

Osaid ritiene che si riferisca a Khaled Al Serr.

Anche se Abu Aqel non ha detto dove è stato trattenuto – dove potrebbe trovarsi ancora Al Serr – Osaid pensa che probabilmente si tratti di Sde Teiman, una base militare e centro di detenzione nel deserto israeliano del Negev. Ci sono state numerose denunce di abusi, torture e decessi di detenuti a Sde Teiman.

In una dichiarazione a The Intercept ricevuta dopo la pubblicazione di questo articolo un portavoce dellesercito israeliano non ha risposto a domande specifiche sugli operatori sanitari in detenzione, ma ha negato qualsiasi situazione diffusa di abusi nei confronti dei palestinesi sotto custodia. “Il maltrattamento dei detenuti durante il loro periodo di detenzione o durante gli interrogatori viola i valori dell’esercito israeliano e contravviene agli ordini ed è quindi assolutamente proibito”, ha detto il portavoce. “I reclami concreti riguardanti comportamenti inappropriati vengono inoltrati alle autorità competenti per le valutazioni.”

A parte la testimonianza poco circostanziata di Abu Aqel e un segnale su WhatsApp, non ci sono state informazioni o aggiornamenti su dove si trovi Al Serr o sulle sue condizioni.

Spezza il cuore non sapere nulla dei tuoi cari”, dice Osaid. Non sappiamo se è vivo o no. Non sappiamo se sta bene o no”.

Quei palestinesi abbastanza fortunati da essere stati rilasciati dalla prigionia offrono scorci strazianti su ciò che accade allinterno dei centri di detenzione israeliani.

A dicembre Khaled Hamouda, un altro chirurgo, stava lavorando all’ospedale Kamal Adwan, nel nord di Gaza. Un mese prima era stato sfollato dall’ospedale indonesiano, dove esercitava abitualmente. A Kamal Adwan Hamouda era anche un paziente, in cura per le ferite riportate in un attacco aereo sulla sua casa di famiglia a Beit Lahia. La moglie, la figlia, il padre e un fratello, tra gli altri parenti, erano rimasti uccisi nell’attacco.

Dopo circa 10 giorni dallattacco le forze israeliane hanno ordinato sia al personale medico che ai civili rifugiati nellospedale Kamal Adwan di andarsene. Hamouda ha riferito che all’amministrazione dell’ospedale è stato detto che le persone avrebbero potuto andarsene recandosi in un altro ospedale senza essere arrestate.

Non è quello che è successo. Hamouda e alcuni suoi colleghi sono stati invece presi in custodia dai militari israeliani.

“Quando hanno attaccato l’ospedale hanno chiesto a tutti gli uomini e i giovani di età superiore ai 15 anni e al di sotto dei 55 anni di tenere la carta d’identità e di uscire dall’ospedale”, afferma Hamouda. I loro occhi sono stati bendati e sono stati portati ammanettati in un altro luogo, anche se Hamouda non sa bene dove.

Subito dopo la loro cattura hanno cominciato a diffondersi sui social media le immagini di decine di detenuti trattenuti dai soldati israeliani nel nord di Gaza. In una foto un gruppo di uomini sta a torso nudo in primo piano mentre un soldato sembra scattare loro delle foto. Non è passato molto tempo prima che delle persone identificassero Hamouda tra quegli uomini.

“Era il giorno in cui ci hanno prelevato dall’ospedale Kamal Adwan e ci hanno chiesto di guardare verso la macchina fotografica”, ricorda Hamouda. “È lunica prova che sono stato fatto prigioniero in quel giorno. Nessuno ha saputo cosa ci fosse successo finché questa foto non è arrivata ai media.

Hamouda dice che in seguito è stato portato a Sde Teiman, dove lui e altri detenuti sono stati costretti a rimanere in ginocchio. Se non lo facevano, venivano puniti. “Gli hanno ordinato di stare con la mano sopra la testa per circa tre o quattro ore”, racconta a proposito di uno dei prigionieri.

“Purtroppo, quando hanno saputo che ero medico e chirurgo generale, mi hanno trattato peggio”, ricorda. Mi hanno aggredito e mi hanno picchiato alla schiena e alla testa”. Hamouda dice che i soldati volevano sapere se aveva informazioni sugli israeliani tenuti prigionieri a Gaza, ma lui non ne sapeva nulla.

Mentre era detenuto ha visto anche una persona della comunità medica da lui conosciuta: il dottor Adnan Al-Bursh. Hanno portato il dottor Adnan verso le 2 o le 3 del mattino. È stato trattato in modo orribile. Soffriva”, riferisce Hamouda. Mi ha detto: Khaled, mi hanno picchiato. Mi hanno aggredito violentemente.’” Hamouda riferisce che Al-Bursh gli ha anche detto di avere una costola fratturata. Hamouda è riuscito a procurargli medicine e cibo ma, due giorni dopo, il medico ferito è stato portato via.

Hamouda ricorda che, nonostante le sue condizioni e le dure circostanze della prigionia, Al-Bursh gli ha fornito delle informazioni: “Tua madre si trova all’ospedale Al-Awda e sta bene, l’ho curata”. Hamouda è stato riconoscente per il messaggio: Questa informazione è stata molto, molto preziosa per me perché non sapevo nulla della mia famiglia, in particolare di mia madre. Allora lho abbracciato, gli ho baciato la testa e lho ringraziato perché era lunica speranza che una volta uscito l’avrei ritrovata”.

Dopo tre settimane Hamouda è stato rilasciato. Riferisce a The Intercept che lui e altri detenuti sono stati portati al valico di frontiera di Kerem Shalom nel sud e alla fine sono andati a Rafah. I suoi figli sopravvissuti e sua madre erano ancora nel nord e sarebbero passati due mesi prima che potessero riunirsi. Si considera fortunato perché è stato rilasciato.

“Tutti i miei colleghi medici che sono stati arrestati con me, dopo o prima di me sono stati tenuti lì per circa tre o quattro o cinque mesi”, ha detto. “Alcuni sono ancora prigionieri.”

A Gaza i medici erano fondamentali anche prima della guerra, soprattutto nelle circostanze legate al continuo ripetersi delle restrizioni al confine e degli attacchi militari israeliani.

Ogni due o tre anni”, dice Hamouda, rimaniamo intrappolati in una qualche guerra o attacco da parte dellesercito israeliano. Quindi il nostro lavoro è importante per le persone che ne sono colpite”.

Anche il padre di Hamouda era stato medico e voleva che suo figlio seguisse le sue orme. Mi ha consigliato di diventare un medico”, ha detto Hamouda, perché questo va a beneficio per le persone”.

Soddisfare la necessità di prendersi cura delle persone, ritiene Hamouda, è il motivo per cui gli operatori sanitari sono diventati dei bersagli così comuni in questa guerra. Non è una coincidenza”, dice. Attaccano intenzionalmente le case di chi è in grado di curare i feriti in modo da riuscire a modificare qualcosa nella situazione del nord”.

Queste considerazioni sono condivise da Osaid, che afferma che suo cugino Al Serr sarebbe stato d’accordo: sono diventati medici per aiutare le persone. Con la quota di omicidi in corso da un po’ abbiamo sempre bisogno di chirurghi per riparare le ferite traumatiche che le persone subiscono”, sostiene Osaid. E quindi per me, nel crescere a Gaza, il desiderio di aiutare e curare le persone ferite [è stata] una reazione naturale ”.

I post di Al Serr su Instagram mostrano principalmente come abbia documentato la marea degli spaventosi casi che gli sono arrivati ​​davanti: un flusso costante di civili fatti a pezzi da schegge e proiettili, punteggiato da attacchi ripetuti e crescenti allospedale Nasser. Uno dei suoi ultimi post, però, offre un barlume di speranza: due bambini nati il ​​giorno dell’invasione dell’ospedale, a febbraio.

Per il suo post successivo Al Serr si è avventurato fuori dallospedale, a ricordare come la guerra non abbia lasciato indenne nessuno a Gaza. Era un breve video del suo quartiere, con le case e gli edifici trasformati in cumuli di macerie e il percorso verso la sua casa sepolto lì sotto.

Ha sempre voluto metter su una famiglia”, dice Osaid di suo cugino, avere figli, costruirsi una vita e vivere in pace”.

Dopo due mesi di assenza di notizie da Al Serr quel capitolo della sua vita sembra una possibilità sempre più lontana.

È stato molto coraggioso. Stava facendo il suo lavoro. Il nostro lavoro come chirurghi non è solo curare le ferite e ripararle, ma anche difendere i nostri pazienti. Quindi lui li stava difendendo.

“Spero davvero che stia bene.”

Aggiornamento: 27 maggio 2024

Questo articolo è stato aggiornato per includere una dichiarazione dell’esercito israeliano ricevuta dopo la pubblicazione.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Gaza entra nella seconda settimana di isolamento tra le difficoltà per il controllo dell’epidemia

DALLA REDAZIONE DI Mondoweiss

4 SETTEMBRE 2020 Mondoweiss

Gli ultimi dati:

32.817 palestinesi sono risultati positivi per COVID-19; 24.445 in Cisgiordania; 697 a Gaza; 7.675 a Gerusalemme Est; 192 morti

126.419 israeliani sono risultati positivi per COVID-19; 993 morti;

mercoledì Israele ha registrato il maggior numero di nuovi casi con 3.074 persone risultate positive

Per la seconda settimana di seguito la maggior parte della Striscia di Gaza resta sotto isolamento mentre le autorità sanitarie, nel tentativo di rallentare la diffusione del coronavirus, si affrettano ad incrementare rapidamente i test e impongono ai palestinesi di restare nelle loro case. La scorsa settimana l’intera Striscia di Gaza è stata isolata, quando sono stati scoperti i primi casi di trasmissione all’interno della comunità. Questa settimana gli isolamenti sono stati limitati a 19 focolai.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità nel suo ultimo rapporto sulla situazione ha fatto una descrizione del coprifuoco a più livelli di Gaza, riferendo che a nord non c’è “nessun movimento tranne che per motivi di emergenza fino a nuovo avviso”, e nel centro e nel sud le persone sono costrette nelle loro case durante la notte tra le 20:00 e le 8:00.

Allo stesso tempo i test, che erano circa 18.000 la scorsa settimana, sono aumentati nel corso della settimana successiva, quando l’OMS, in collaborazione con l’Agenzia austriaca per lo sviluppo, ha consegnato altri 50 kit di test, sufficienti per sottoporre a screening quasi 5.000 persone, e ulteriori 4.000 tamponi. Dal 24 agosto più di 7.000 persone sono state sottoposte al test e quasi 500 sono risultate positive.

Nello stesso momento in cui venivano emessi gli ordini di isolamento a Gaza è stato interrotto il servizio idrico, lasciando molti palestinesi in quarantena nelle loro case con circa quattro ore di elettricità al giorno e senza acqua dal rubinetto. Torniamo un po’ indietro per fare chiarezza:

In concomitanza con la pandemia c’è stata un’escalation tra Hamas e Israele che ha avuto poca copertura mediatica. I palestinesi di Gaza hanno rilasciato dei palloncini che trasportavano dispositivi incendiari e lanciato razzi su Israele, e Israele ha sferrato quasi ogni notte attacchi aerei contro Gaza. Nel contesto di queste ostilità Israele ha fermato il trasferimento di carburante, il che ha fatto interrompere il funzionamento dell’unica centrale elettrica di Gaza. Ciò ha di punto in bianco lasciato i palestinesi in una crisi energetica che poi è sfociata in una crisi idrica.

A Gaza il servizio idrico comunale dipende dal flusso costante di energia verso gli impianti di desalinizzazione al fine di depurare l’acqua che viene pompata da pozzi che attingono da una falda acquifera. L’intera operazione collassa se manca la corrente.

Per una famiglia l’interruzione si è rivelata fatale.

Omar al-Hazeen ha usato delle candele per illuminare la sua casa nel campo profughi di al-Nuseirat, nella parte centrale della striscia di Gaza. Mercoledì è scoppiato un incendio nella camera da letto condivisa da tre dei suoi figli che sono rimasti tragicamente uccisi nell’incendio.

Niente elettricità, niente acqua, l’isolamento priva i più poveri di Gaza del sostentamento essenziale

Tareq S. Hajjaj ha riportato sul nostro sito le conseguenze devastanti parlando con le famiglie del quartiere di Shujaiyeh, nel nord-est di Gaza.

Abbiamo sentito e visto i pericoli di questa pandemia, ma restare a casa costituisce un ulteriore pericolo mortale. Potremmo morire di fame, ha detto Baker Mousa, 52 anni, ad Hajjaj che lo ha intervistato davanti alla sua casa, dove il soggiorno è stato trasformato in un piccolo negozio di alimentari. “Giorni fa ho dovuto bussare alla porta del mio vicino per prendere dell’acqua.”

Hajjaj ha scoperto che a Shujaiyeh molte persone, essendo loro impedito di lasciare le loro case a causa delle misure di isolamento e restando bloccate in casa con i rubinetti asciutti, hanno dovuto fare la difficile scelta di acquistare l’acqua al posto del cibo.

Hajjaj racconta:

Majeda al-Zaalan, 49 anni, siede al tavolo della sua cucina con i suoi tre figli adolescenti e organizza le loro razioni per la giornata. Divide una singola porzione di pane e formaggio da condividere in quattro. Successivamente fa le razioni dell’acqua, dando a ciascuno tre litri al giorno per uso personale. Nel corso dell’ultima settimana ha fatto il bucato per la casa una volta e a ciascuno è stata concessa una doccia.

Afferma: “In questi tempi l’acqua è la cosa più preziosa e deve esserci in ogni casa ma sfortunatamente di solito non l’abbiamo per nulla”.

Al – Zaalan prosegue: ‘La famiglia viveva con una piccola entrata del mio figlio maggiore Ahmed, che vendeva boccette di profumo in una strada principale. Ma da lunedì nessuno di noi ha attraversato la porta per uscire”. Ora la sua unica fonte di reddito proviene da una sovvenzione dell’organizzazione benefica britannica Oxfam International che le fornisce la modesta cifra di 30 euro al mese.

“Ho solo la mia famiglia – prosegue – e non ho intenzione di perdere nessuno di loro.”

Cosa ha portato all’epidemia?

Il dottor Yasser Jamei, responsabile del Gaza Community Mental Health Program, il più grande istituto palestinese della Striscia di Gaza per la salute mentale, ha raccontato come i funzionari siano venuti a conoscenza della diffusione inosservata del coronavirus abbastanza per caso.

Jamei riporta una sinossi dal tracciamento dei contatti,

lunedì 24 agosto 2020 drammatiche notizie per la popolazione nella Striscia di Gaza. Quel giorno, l’ospedale Makassed di Gerusalemme ha informato le autorità sanitarie che una donna di Gaza che era presente all’ospedale è risultata positiva al COVID-19. La donna era lì per fare compagnia alla figlia malata che aveva ricevuto un permesso per uscire da Gaza per motivi umanitari. Erano arrivate a Gerusalemme sei giorni prima. Il ministero della salute di Gaza ha contattato la famiglia della donna che vive nel campo profughi di Maghazi, nella parte centrale della Striscia, e ha sottoposto al test i suoi familiari. Quattro di loro sono risultati positivi, di cui uno è proprietario di un supermercato. Un altro lavora in una scuola.

Poco prima di lasciare Gaza, la donna risultata positiva a Gerusalemme aveva partecipato a un matrimonio. Le grandi feste erano state vietate, ma poche settimane prima [della sua partenza, ndtr.] le autorità locali hanno adottato misure diverse al fine di allentare le restrizioni. Ciò era stato giustificato dal fatto che Gaza veniva considerata libera da COVID. Le moschee sono state riaperte. Sono state permesse le riunioni e nella prima settimana di agosto gli studenti sono rientrati a scuola”.

Subire la pandemia sotto l’occupazione

Per buona parte dell’estate abbiamo riferito dello sbalorditivo aumento del numero di nuovi casi giornalieri in Cisgiordania, dove si è verificata una seconda ondata più virulenta del coronavirus. L’OMS riferisce che, soltanto in agosto, il numero totale di coloro che sono risultati positivi in tutti i territori palestinesi occupati è raddoppiato da 15.201 a 31.929. La maggior parte dell’incremento interessa la Cisgiordania.

Questa settimana la corrispondente di Mondoweiss, Yumna Patel, ha pubblicato un secondo video della sua serie in cinque parti che racconta come i palestinesi stanno subendo la pandemia sotto l’occupazione. La sua ultima puntata ci porta al villaggio di al-Walaja, nei pressi di Betlemme, che si trova nell’Area C della Cisgiordania [area sotto esclusivo controllo israeliano, ndtr.], e osserva che “all’Autorità Nazionale Palestinese è stato qui impedito di portare aiuto con interventi di contenimento” e che il governo israeliano “non ha fornito nulla” ai palestinesi “in termini di test, trattamento o contenimento del coronavirus”.

Patel riferisce:

Immagina di essere lasciato a difenderti da solo contro il coronavirus mentre la tua casa è minacciata di demolizione e la tua famiglia vive sotto l’occupazione militare.

Questa è la realtà per i palestinesi che vivono nel villaggio di Al-Walaja, annidato tra le colline di Betlemme e Gerusalemme, nel sud della Cisgiordania occupata”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)