Le forze armate israeliane hanno ucciso cinque palestinesi durante incursioni nei pressi di Jenin e Gerusalemme.

Shatha Hammad ,Lubna Masarwa

26 Settembre 2021,Middle East Eye

Secondo le notizie Israele trattiene i corpi di quattro dei palestinesi uccisi dopo l’operazione nel corso della quale due soldati israeliani sono stati gravemente feriti.

Domenica le forze armate israeliane hanno ucciso almeno cinque palestinesi durante raid militari nella Cisgiordania occupata vicino alla città di Jenin e a nord-ovest di Gerusalemme

Il quotidiano israeliano Haaretz ha scritto che durante i raid sono rimasti gravemente feriti due soldati israeliani un ufficiale e un soldato dell’unità Dovdovan [reparto che agisce sotto copertura in abiti civili travestendosi da palestinesi ndt].

Secondo quanto riferito, raid israeliani con scontri a fuoco hanno avuto luogo a Burqin, Qabatiya, Kafr Dan, Biddu e Beit Anan.

Tre dei cinque palestinesi, tutti di Biddu, sono stati uccisi nel villaggio di Beit Anan.

Gli uomini sono stati identificati dalle loro famiglie come Ahmad Zahran, Mahmoud Hmaidan e Zakariya Badwan.

Uno sciopero generale di un giorno è stato dichiarato domenica a Beit Anan e Biddu per protestare contro queste morti.

Le forze armate israeliane hanno anche ucciso almeno due palestinesi vicino a Jenin.

Dalle notizie raccolte si apprende che Israele trattiene quattro corpi dei palestinesi uccisi, i tre di Beit Anan e uno di quelli vicino a Jenin.

Appello per l’unità

Funzionari locali hanno detto che una delle persone uccise vicino a Jenin era un palestinese di 22 anni chiamato Osama Sobh del villaggio di Burqin, a sud-ovest della città di Jenin.

Muhammad al-Sabah, il sindaco di Burqin, ha detto a MEE che Sobh è deceduto per le ferite riportate dopo essere stato portato all’ospedale di Jenin. È stato sepolto a Burqin più tardi domenica.  

Sabah ha anche dichiarato che l’esercito israeliano ha ferito altri sei palestinesi che sono stati portati all’ospedale

Il gruppo armato Jihad Islamica ha dichiarato che Sobh era un membro dell’ala militare del gruppo, le Brigate al-Quds.

“Chiediamo a tutte le fazioni di agire insieme e in cooperazione con le Brigate al-Quds per combattere il nemico sionista”, si legge in seguito nella dichiarazione. 

Immagini pubblicate online mostrano soldati israeliani che portano via un cadavere da Beit Anan.

“Inseguito da settimane”

Il portavoce dell’esercito israeliano Amnon Scheffler ha affermato che tutte le vittime erano combattenti di Hamas.

Il primo ministro israeliano Naftali Bennett, in viaggio verso le Nazioni Unite a New York, ha affermato che le truppe israeliane hanno agito in Cisgiordania contro i combattenti di Hamas “che stavano per sferrare attacchi nell’immediato”.

Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) Mahmoud Abbas ha condannato le uccisioni e ha affermato che “l’uccisione di cinque palestinesi nell’area di Gerusalemme e Jenin è un efferato crimine commesso da Israele”.

Ma, secondo Quds.net, la famiglia di Zahran ha accusato l’ANP di aver aiutato l’operazione dell’esercito israeliano che ha ucciso il loro parente. 

“L’Autorità Palestinese è quella che ci ha mandato gli israeliani”, ha detto la madre di Zahran, che ha sottolineato che le forze israeliane lo stavano inseguendo da settimane e hanno interrogato e arrestato membri della famiglia prima di ucciderlo.

Incursioni alle prime ore del mattino.

Il sindaco di Beit Anan, Muhammad Ragheb Rabie, ha detto a MEE che le truppe dell’unità mobile dell’esercito israeliano hanno preso d’assalto il villaggio intorno alle 3 del mattino e si sono poi dirette verso l’area di Ein Ajab, nel nord-ovest di Gerusalemme.

“Potevamo sentire i suoni dei combattimenti da quest’area, che è una zona industriale che contiene allevamenti di pollame e frantoi”, ha detto Rabie.

Ha detto che l’esercito israeliano è stato visto trasportare le vittime durante il suo ritiro.

Ha aggiunto che nell’area si potevano vedere sangue e residui del raid dell’esercito israeliano e ha sottolineato che gli israeliani avevano impedito ai residenti di entrare e uscire dal villaggio.

Sabah [il sindaco di Burqin, vedi sopra ndt] ha detto che le forze dell’esercito israeliano hanno preso d’assalto anche Burqin alle 3 del mattino e hanno circondato la casa di Muhammad al-Zareini, un abitante del villaggio.

“Le forze israeliane hanno sparato all’impazzata sulla casa di Muhammad al-Zareini, dove vivevano sua moglie e i suoi figli, prima di ritirarsi alle 7 del mattino dopo averlo arrestato”, ha detto Sabah.

“Le forze di occupazione irrompono continuamente con violenza nel mio villaggio e, quando lo fanno, gli israeliani spesso sparano proiettili veri contro le case e i civili della zona”.

Il mese scorso, l’esercito israeliano ha ucciso quattro palestinesi nel campo profughi di Jenin durante un’operazione che ha portato a scontri armati.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




L’Autorità Nazionale Palestinese sta perdendo il controllo sulla Cisgiordania

Lubna Masarwa, Dania Akkad

30 agosto 2021 – Middle East Eye

Mesi di crescente repressione e di arresti portano a interrogarsi sul suo imminente collasso persino i sostenitori dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Il 23 agosto, vedendo che le forze di sicurezza arrestavano circa una trentina di manifestanti che esigevano risposte riguardo alla morte di Nizar Banat, un oppositore di Mahmoud Abbas deceduto dopo un’irruzione di agenti della sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) in casa sua, un membro dell’ANP si è ricordato di quello che era avvenuto in Egitto quarant’anni fa.

“Ciò mi ricorda gli ultimi giorni di (Anwar) Sadat,” ha confidato a Middle East Eye, a condizione di rimanere anonimo per una questione di sicurezza personale. Nelle settimane che nel 1981 precedettero l’assassinio del presidente egiziano, Sadat aveva fatto arrestare 1.600 egiziani di ogni orientamento politico. “Avevano cominciato ad arrestare tutti quanti, come giornalisti e scrittori, e chiunque si ribellasse a Sadat.”

I suoi membri e alcuni osservatori affermano che la fragilità dell’ANP è al centro dell’attenzione da mesi. Ciò è iniziato in aprile, quando il presidente Mahmoud Abbas ha rinviato le elezioni politiche. In maggio l’ANP è rimasta ai margini quando Israele ha bombardato Gaza.

Durante l’estate l’ANP ha reagito con l’arresto di decine di attivisti alle manifestazioni che criticavano le sue iniziative, e persino quelle in solidarietà con i palestinesi di Gaza, rimanendo nel contempo in silenzio mentre le forze di sicurezza israeliane uccidevano una quarantina di palestinesi nella Cisgiordania occupata.

Per gli attivisti e il membro dell’ANP gli arresti dello scorso fine settimana sono l’ultimo segnale in ordine di tempo dell’indebolimento dell’ANP, il che li porta a chiedersi se non stia per perdere il controllo della Cisgiordania.

Sul piano politico sono finiti”

Qualche ora dopo le dimostrazioni, cui hanno partecipato studenti universitari, registi e poeti, durante una veglia di protesta contro gli arresti le forze dell’ordine dell’ANP hanno arrestato un altro manifestante, Khader Adnan, celebre per i suoi scioperi della fame senza uguali durante le sue varie incarcerazioni in detenzione amministrativa nelle prigioni israeliane.

Fadi Quran, difensore dei diritti umani ed esperto di diritto internazionale che era tra gli arrestati, ha detto di essere stato interrogato sulla ragione per la quale ha distribuito bandiere palestinesi e, durante un’udienza, ha chiesto al giudice di condannarlo per essere il primo palestinese sanzionato per il possesso della bandiera nazionale.

L’assurdità della situazione e l’inasprimento dell’ANP di fronte alle critiche portano molti a chiedersi se si tratti di un ultimo attacco disperato: “Ci sono tutti gli elementi per un collasso dell’Autorità Nazionale Palestinese,” afferma Jamal Juma’a, direttore della campagna Stop the Wall [Stop al muro, ndtr.], con sede a Ramallah.

“Sul piano politico sono finiti. Come progetto nazionale, sono finiti. Aggiungi a questo la corruzione generalizzata e ci sono tutte le condizioni per un crollo dell’ANP.” Da parte sua il membro dell’ANP afferma: “Non posso dire se l’Autorità Nazionale Palestinese collasserà a breve, ma sicuramente attraversa una crisi profonda e non sono sicuro di sapere dove questo porterà.”

Jenin è un buon punto di partenza per vedere a cosa potrebbe assomigliare un’ANP che perde il controllo della Cisgiordania.

Negli ultimi due mesi ci sono state parecchie sparatorie nel campo profughi di Jenin tra giovani abitanti armati e le forze di sicurezza israeliane che fanno regolarmente irruzione nel campo.

Dopo due incidenti a luglio e agosto, durante i quali le forze di sicurezza israeliane hanno ferito due palestinesi a Jenin, la scorsa settimana hanno ucciso quattro palestinesi quando un’irruzione nel campo si è trasformata in uno scontro a fuoco.

In risposta il primo ministro palestinese Mohammed Shtayyeh ha criticato le forze israeliane e chiesto all’ONU e alle organizzazioni internazionali di fornire una protezione al popolo palestinese.

Ma Shatha Hamaysha, giornalista freelance di Jenin che collabora con MEE, racconta che la sparatoria della scorsa settimana era stata scatenata dai maldestri tentativi dell’ANP di cercare di controllare la situazione a Jenin.

Secondo lei l’ANP ha proposto di fare da intermediaria tra gli israeliani e i giovani combattenti armati e poco prima dello scontro a fuoco ha arrestato parecchi abitanti che avevano rifiutato di adeguarsi a questo piano.

Quelli che hanno combattuto respingono l’ingerenza dell’ANP, soprattutto alcuni giovani che recentemente si sono uniti ai combattenti a causa della frustrazione provocata dall’ANP.

Precisa che l’ANP ha cercato di risolvere la situazione a Jenin “a modo suo”, diffondendo l’immagine secondo cui controlla la situazione, ma la realtà in città è molto diversa. “A Jenin l’Autorità ha perso la sua presenza sociale e tenta in vari modi di controllare la sicurezza, di imporre l’ordine e di ripristinare la calma,” afferma Hamaysha.

Un’opinione pubblica che non ha più paura

Precisa comunque che si continua a gettare benzina sul fuoco. La settimana scorsa le forze israeliane hanno messo in atto esercitazioni militari nei posti di controllo che circondano Jenin “per inviare un velato messaggio a Jenin e ai suoi giovani.”

A livello locale queste esercitazioni sono considerate come vane dimostrazioni di forza. Per il membro dell’ANP l’incapacità delle forze di sicurezza a proteggere gli abitanti dagli israeliani o di controllare i gruppi armati nel campo profughi è un chiaro segnale. “L’ANP è sempre molto debole. Non può entrare in un luogo come Jenin,” sostiene. Quello che succede a Jenin si estenderà? È la domanda che molti si pongono in Cisgiordania.

MEE ha chiesto all’ANP se ha fatto da intermediaria tra i giovani armati e gli israeliani; se ha arrestato persone ricercate dagli israeliani; se ha svolto attività prima della sparatoria della settimana scorsa e se ha perso il controllo di Jenin. Al momento della pubblicazione [di questo articolo] l’ANP non aveva ancora risposto.

Altro segnale che indica che all’ANP sfugge il controllo sono le persone che sono state arrestate. Non si tratta di sostenitori di Hamas, bersaglio abituale dell’ANP, ma di attivisti laici, persino di alcuni che fino a poco tempo fa sostenevano l’ANP.

Mazin Qumsiyya, docente di biologia alle università di Betlemme e Bir Zeit e attivista politico, era tra i manifestanti di Ramallah. Durante le proteste sono stati arrestati 17 suoi amici, racconta.

Secondo lui questi arresti riflettono un’ANP che non sa cosa deve fare, perché le sue solite strategie sono inefficaci con un’opinione pubblica che non ha più paura.

“Pensavano che quella di Nizar Banat sarebbe diventata una storia vecchia, ma non è stato così. Si sta allargando,” sostiene. “La gente non sta zitta e reagisce sempre di più.”

“Penso che ci si avvii verso il collasso dell’ANP, in particolare riguardo alla sicurezza. Le persone non hanno più paura dell’ANP. Nemmeno quelli che vengono arrestati hanno paura. Quando si supera l’ostacolo della paura tutto è possibile.”

Hani al-Masri, direttore generale di Masarat (Centro Palestinese di Ricerche Politiche e di Studi Strategici) a Ramallah, afferma che il recente comportamento dell’ANP è il riflesso di un’istituzione che reprime perché non sa che altro fare dopo aver perso il sostegno popolare.

“L’Autorità Nazionale Palestinese si è trovata impreparata dopo aver perso le fonti di legittimità interne: legittimità rivoluzionaria, legittimità della resistenza e del consenso nazionale, legittimità delle urne e legittimità dei risultati raggiunti,” elenca.

“Non le restano che le fonti di legittimità esterne: legittimità del potere e della sicurezza. Dopo il fallimento del suo progetto politico, non ne ha adottato uno nuovo.”

Continua: “Ha abbandonato la direzione del suo popolo in tutte le manifestazioni dell’Intifada di Gerusalemme ed ha l’impressione che gli avvenimenti l’abbiano sopraffatta. Ha voluto prendere l’iniziativa arrestando più di 120 persone dal maggio scorso, per inviare un messaggio forte: nessuno, qualunque sia la sua età, può sfuggire agli arresti.”

Un peso per il popolo palestinese

Un sondaggio dei primi di giugno del Palestinian Center for Policy and Survey Research [Centro Palestinese per la Politica e la Ricerca] e della fondazione Konrad-Adenauer appena dopo il rinvio delle elezioni da parte di Abbas mostra che più del 56% dei palestinesi ritiene che l’ANP sia un peso per il popolo palestinese.

Secondo il membro dell’ANP non è nell’interesse degli Stati Uniti o degli israeliani lasciare che l’ANP collassi. Ma dice di prevedere un periodo molto confuso per l’organizzazione, divorata da lotte intestine.

“La sostituzione di Abu Mazen (Mahmoud Abbas) è fonte di conflitti, ma ci sono anche diatribe riguardanti gli incarichi ministeriali,” afferma questa fonte. “Oggi Fatah [principale organizzazione dell’ANP, ndtr.] è disunito. Ci sono divisioni e molti non sono d’accordo con quello che succede sul terreno, in particolare con gli arresti.”

Nel frattempo, avverte, in Cisgiordania circolano dappertutto armi sulle quali l’ANP non ha alcun controllo.

Come Qumsiyya, Juma’a è convinto che i palestinesi abbiano bisogno di un’alternativa politica forte per sostituire l’ANP, di alternative prima di metterla seriamente in discussione.

“Succede di tutto e l’ANP arresta dei palestinesi. Ma dove sono le fazioni politiche? Cosa fanno per porvi termine?” si interroga Juma’a.

“L’Olp deve agire e intervenire. Le fazioni politiche nell’ANP devono dare le dimissioni [dagli incarichi governativi, ndtr.] invece di servire da copertura.”

Secondo Qumsiyya il problema è che i palestinesi pensano di non avere che due possibilità davanti a sé: Hamas o Abbas.

“Ma non è vero. Abbiamo numerose scelte. Molti gruppi si presentavano alle elezioni e in uno di essi c’era lo stesso Nizar Banat. Non faceva parte né di Fatah né di Hamas,” continua.

“La gente vuole un cambiamento profondo, non solo superficiale. Vuole che Abu Mazen e tutto il suo sistema spariscano.”

Tra i manifestanti arrestati il 23 agosto si preparano già piani per nuove dimostrazioni.

Dopo essere stato liberato, sulla sua pagina Facebook il regista Mohammed Alatar ha ringraziato le persone che hanno inviato messaggi di solidarietà al momento del suo arresto.

“Di fatto mi vergogno, perché in Palestina eravamo soliti festeggiare quando eravamo (liberati) dalle prigioni dell’occupazione. Ormai festeggiamo l’uscita dalle nostre stesse prigioni,” scrive.

“Spero che presto tutto questo caos finisca e che ci concentriamo di nuovo sulla nostra fondamentale missione, che consiste nel sbarazzarci dall’occupazione ed essere liberi.”

Poi invita le persone a tornare in piazza Manara a Ramallah, teatro degli arresti di sabato, per una nuova manifestazione.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




L’ANP ha sempre avuto lo scopo di “uccidere” la causa palestinese

Somdeep Sen

6 ago 2021 – Al Jazeera

La morte di Nizar Banat per mano delle forze di sicurezza dell’ANP non è stata un’anomalia.

La morte del 24 giugno di Nizar Banat, un deciso oppositore dell’ANP, per mano delle forze di sicurezza di quest’ultima ha scatenato settimane di proteste e critiche internazionali. Ciò è avvenuto sulla scia di proteste senza precedenti contro il sequestro di case palestinesi da parte dei coloni israeliani a Gerusalemme est e di una brutale guerra israeliana a Gaza.

I palestinesi che hanno protestato per la morte di Banat considerano il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas complice delle azioni dell’occupazione israeliana e chiedono la caduta del suo governo.

In una recente intervista con The Media Line, il ministro per gli Affari Civili dell’Autorità Nazionale Palestinese, Hussein al-Sheikh, si è scusato con la famiglia di Banat a nome del presidente Abbas. Ha inoltre spiegato: “Forse si è verificato un errore durante l’azione delle forze dell’ordine. Anche se [Banat] era ricercato o voleva comparire per ottenere giustizia, non c’è nulla che possa giustificare questa vicenda”. Tuttavia, di fronte alle continue critiche, l’ANP ha anche cancellato l’articolo 22 del “Codice di condotta” per i dipendenti pubblici che garantisce la “libertà di espressione”.

L’ANP guidata da Mahmoud Abbas ha una lunga e ben documentata storia di brutale repressione degli attivisti dell’opposizione. Ma la crisi di legittimità che l’ANP sta affrontando non è solo il risultato dell’autoritarismo di Abbas.

Questa crisi è un’eredità duratura degli Accordi di Oslo che hanno istituito l’Autorità Palestinese non come uno strumento del movimento nazionale palestinese, ma come un meccanismo istituzionale appositamente costruito per circoscrivere qualsiasi forma di attivismo palestinese che miri a contrastare l’occupazione israeliana. I palestinesi che protestano stanno sfidando sempre più l’ANP e la soluzione dei due Stati per la quale, apparentemente, si batte.

Lo scopo dell’ANP è garantire la sicurezza di Israele

Che l’ANP non si sarebbe preoccupata del movimento nazionale palestinese era già evidente nelle “lettere di mutuo riconoscimento” scambiate dal presidente dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) e leader di Fatah Yasser Arafat e dal primo ministro israeliano Yitzhak Rabin il 9 settembre 1993.

Nella sua lettera Arafat riconosceva il diritto di Israele a “esistere in pace e sicurezza”, dichiarava che l’OLP avrebbe rinunciato alla violenza e si assumeva la responsabilità di prevenire attacchi violenti contro Israele e punire i trasgressori dell’accordo.

Nella sua risposta, Rabin non riconosceva la richiesta palestinese di uno Stato o della sovranità. Invece accettava l’OLP solo come “rappresentante del popolo palestinese” e concordava di iniziare i negoziati.

Gli Accordi di Oslo hanno poi stabilito l’ANP e il Consiglio Legislativo Palestinese (PLC) come un meccanismo provvisorio per l’autogoverno. Ma il processo di Oslo ha fatto ben poco per realizzare la formazione di uno Stato sovrano palestinese, poiché la confisca della terra, l’espansione del movimento delle colonie e la successiva frammentazione dei territori palestinesi occupati sono continuate nel corso del periodo provvisorio. E dal fallimento del vertice di Camp David, seguito dalla Seconda Intifada nel 2000, Israele ha solo consolidato ulteriormente il suo controllo militare sui territori occupati.

Con la dura occupazione israeliana in atto, il mandato di governo dell’ANP oggi è in gran parte limitato all’esecuzione di quanto contenuto nell’articolo 8 degli accordi di Oslo, in cui si afferma che l’ANP deve mantenere “l’ordine pubblico e la sicurezza interna” attraverso “un forte apparato di polizia”. Ciò ha portato ad assegnare la quota maggiore del bilancio nazionale alle forze di sicurezza dell’ANP. Inoltre il settore della sicurezza impiega quasi la metà del personale della pubblica amministrazione.

Questo apparato poliziesco è stato poi utilizzato per fornire una forte cooperazione nel campo della sicurezza con Israele. Le forze di sicurezza dell’ANP ostacolano e reprimono regolarmente l’attivismo palestinese che prende di mira la presenza militare e le colonie israeliane in Cisgiordania. L’ANP è anche impegnata nello scambio di informazioni con le autorità israeliane e contrasta preventivamente gli attacchi palestinesi progettati in aree e situazioni in cui l’esercito israeliano non è in grado di operare.

Esiste anche una “politica di arresti da porta girevole”: i palestinesi vengono arrestati dall’esercito israeliano subito dopo il loro rilascio dalle carceri dell’ANP, o viceversa. Questo sistema a due livelli di arresto e detenzione, che spesso comporta la tortura dei prigionieri in custodia, ha lo scopo di scoraggiare le attività di resistenza dei palestinesi contro Israele.

Riflettendo sulla peculiarità di questa cooperazione, un attivista mi ha detto: “È proprio frustrante… Stiamo combattendo gli israeliani, ma l’ANP e Fatah lavorano con loro e li aiutano. Ironia della sorte, il mio attivismo è contro Israele, ma sono stato picchiato più volte dall’Autorità Nazionale Palestinese [che dagli israeliani, ndt.]”

Il rivoluzionario è diventato il burocrate

Dietro la condotta dell’Autorità Nazionale Palestinese c’è anche una generazione di funzionari di Fatah che hanno abbandonato la loro posizione rivoluzionaria nel corso del processo di Oslo.

La rinuncia alla violenza di Arafat nel 1993 fu il più notevole allontanamento dall’ethos rivoluzionario della lotta nazionale palestinese. Nel 1974 Arafat intervenne alle Nazioni Unite come il simbolo iconico della lotta di liberazione palestinese e dichiarò di essere arrivato portando sia “un ramoscello d’ulivo che il fucile di un combattente per la libertà”. Quindi implorò la comunità internazionale di “non lasciare che il ramoscello d’ulivo mi cada di mano”. Eppure, meno di due decenni dopo, aveva di fatto criminalizzato la lotta armata palestinese.

La sua trasformazione ha ispirato altri, come uno stretto collaboratore e fedele membro di Fatah che intervistai nel 2012. Parlando dell’ala militare della fazione islamista Hamas, sua rivale, e della risposta di quest’ultima all’operazione “Pilastro di Difesa” di Israele contro Gaza, mi disse: “Guarda, ero molto vicino ad Arafat. Sono stato addestrato per diventare un combattente. Ero con Arafat in Libano a combattere gli israeliani durante la guerra civile. Ho visto come stava soffrendo. Gli israeliani lo cercavano casa per casa. Dormiva in una casa per 20 minuti e poi lo trasportavamo nella casa successiva. Ma abbiamo combattuto perché stavamo lottando per essere rispettati”.

Tuttavia, non era favorevole alle operazioni militari di Hamas. Invece mi spiegò: “Adesso le cose sono cambiate. Con Oslo, il nostro leader ci ha detto che era ora che il combattente palestinese si togliesse la tuta mimetica e si mettesse giacca e cravatta. Mi sono tolto l’uniforme militare e ho lavorato per costruire il mio Paese. Sono diventato un ufficiale di polizia e ho lavorato a lungo, addestrando i poliziotti dell’Autorità Nazionale Palestinese”.

La percezione che “le cose sono cambiate” era evidente anche nelle mie conversazioni con i leader di Fatah nella Striscia di Gaza governata da Hamas nel 2013. Uno di questi importanti membri di Fatah, seduto nel soggiorno della sua casa nel leggendario campo profughi di Jabalia, mi disse: “Guarda le notizie. Queste persone [Hamas] non possono gestire il governo. Non fanno altro che parlare di muqawama [resistenza]. Guarda lo stato di Gaza a causa di questo”.

Naturalmente, Abbas personifica il completamento di questa trasformazione del rivoluzionario palestinese. Arafat è stato spesso visto coprirsi la testa con la kefiah palestinese, uno storico simbolo della lotta nazionale palestinese e della rivendicazione militante delle terre palestinesi nella loro interezza. A confronto il suo successore ha poche credenziali militari. A volte Abbas indossa simbolicamente la kefiah al collo e parla la lingua del nazionalismo. Ma raramente affronta l’occupazione. Al contrario, mantiene una cooperazione in materia di sicurezza con Israele ed è principalmente interessato a mantenere un residuo istituzionale degli accordi di Oslo, nonostante il processo di Oslo abbia fallito per quanto riguarda lo Stato palestinese.

L’autoritarismo dell’ANP è finanziato dai donatori internazionali

In sostanza Abbas e l’ANP sono stati in grado di sostenere il loro sistema di “governo” perché i donatori internazionali, che continuano a finanziare gli stipendi del settore pubblico, gli sforzi di rafforzamento delle istituzioni e la riforma del settore della sicurezza nei territori occupati, vedono la costituzione di istituzioni statali come un mezzo di costruzione della pace.

L’ANP gode di un controllo civile e militare minimo nei Territori Occupati ed è in gran parte vincolata alla volubile volontà dell’occupazione militare israeliana. Tuttavia, donatori come l’Unione Europea – che nel 2020 ha contribuito con 85 milioni di euro a stipendi e pensioni del settore pubblico – continuano a fornire all’Autorità Nazionale Palestinese i mezzi finanziari per agire in termini statali come un modo per disincentivare uno scontro militare e garantire la sicurezza di Israele.

Il risultato è che la fazione al potere, Fatah, è in grado di porsi come sinonimo di politica ufficiale e legittima. Ciò è in parte dovuto al fatto che, avendo ufficialmente rinunciato alla lotta armata contro Israele, gli è stato concesso il sostegno politico e materiale degli interlocutori a livello internazionale in quanto partner negoziale accettabile.

Più significativamente, però, attraverso il ben finanziato apparato di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese, i suoi dirigenti hanno i mezzi per sorvegliare la popolazione palestinese e determinare le uniche forme legittime e concesse di attivismo politico.

Donatori come gli Stati Uniti – che hanno lavorato per rafforzare la leadership di Abbas contro Hamas – sostengono che questo mandato consente all’ANP di essere garante di sicurezza, stabilità e pace. Ma come è evidente nella risposta dell’ANP alle proteste in corso, ciò dà solo a una fazione, di fronte a livelli di opposizione senza precedenti, le risorse per sopprimere i suoi critici con il pretesto di mantenere la legge e l’ordine.

Un cambio di leadership potrebbe non risolvere la crisi

Edward Said si rammaricò amaramente per la firma degli Accordi di Oslo in quanto simbolo della “capitolazione palestinese”. Anche i palestinesi che protestano contro la morte di Nizar Banat considerano la condotta dell’ANP una continuazione della capitolazione della lotta nazionale palestinese.

Finora ci sono poche prove che dimostrino che Abbas sia disposto a rinunciare al suo ruolo alla guida dell’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania. Tuttavia, nell’improbabile scenario in cui l’attuale crisi costringesse alla fine a un cambio di leadership, il nuovo governo sarebbe ancora vincolato dall’assetto istituzionale dell’ANP e dalle priorità politiche dei donatori.

Un cambiamento di paradigma potrebbe aver luogo solo se una nuova leadership fosse in grado di riproporre l’ANP – con il sostegno politico e finanziario della comunità dei donatori – come un’istituzione che opera in accordo con il movimento nazionale palestinese.

Le opinioni espresse in questo articolo sono proprie dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Somdeep Sen è professore associato di Studi sullo Sviluppo Internazionale alla Roskilde University in Danimarca. È l’autore di Decolonizing Palestine: Hamas between the Anticolonial and the Postcolonial [Decolonizzare la Palestina: Hamas tra l’anticoloniale e il post-coloniale] (Cornell University Press, 2020)

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Intervista a Khaled Meshaal: l’alto dirigente sostiene che ora è Hamas a guidare la lotta palestinese

David Hearst

25 maggio 2021 – MIDDLE EAST EYE

Parlando a MEE Meshaal chiede a tutti i palestinesi di unirsi in una “rivolta totale” contro l’occupazione israeliana

Hamas è ora alla guida del popolo palestinese perché il ruolo principale di una leadership durante l’occupazione è condurre i palestinesi verso la libertà e la liberazione, ha detto a Middle East Eye Khaled Meshaal, capo dell’organizzazione nella diaspora.

Nella prima intervista in inglese del gruppo militante dal momento del cessate il fuoco con Israele di venerdì scorso, Meshaal invita ad una rivolta totale in “tutte le località” del territorio storico della Palestina: Gerusalemme e la Città Vecchia, la Cisgiordania e l’interno dello stesso Israele.

L’anziano dirigente, alla guida dell’ufficio politico di Hamas fino al 2017, afferma inoltre che il movimento sarebbe pronto a discutere con gli Stati Uniti.

Dice che è strano che l’amministrazione del presidente Joe Biden continui a parlare con i talebani, che hanno combattuto attivamente le truppe statunitensi in Afghanistan per quasi due decenni, e si rifiuti di parlare con Hamas, che non è impegnata a combattere gli Stati Uniti ma dal 1997 è ritenuta da Washington un’organizzazione terroristica.

In un messaggio diretto a Biden Meshaal ha aggiunto: Non vi consideriamo nostri nemici, anche se ci opponiamo a molte delle vostre politiche di parte a favore di Israele e contro i nostri interessi arabi e islamici. Ma non vi combattiamo. Quindi siamo pronti a comunicare con qualsiasi partito senza condizioni.”

Ma avverte che Hamas non sarebbe disposta a cambiare la sua posizione su Israele. “Non importa quanto tempo ci vorrà, questo è il mio messaggio a Biden, agli Stati Uniti e a tutti gli Stati occidentali che continuano a inserire Hamas nelle liste del terrorismo. Dico loro: non importa quanto tempo ci vorrà, Hamas non soccomberà alle vostre condizioni “

Meshaal sostiene che i Paesi arabi che hanno normalizzato le relazioni con Israele non solo hanno pugnalato alle spalle i palestinesi, ma hanno anche danneggiato i loro interessi rischiando di provocare una rivolta popolare.

“Ciò che sperano di ottenere da Israele è un’illusione e una fantasia”, avverte Meshaal. “Anche se non si vergognano, hanno prospettive molto limitate perché l’opinione pubblica sarà contro di loro”.

Hamas ha verificato un aumento del sostegno popolare in Palestina in seguito della sua decisione di lanciare razzi contro Israele in risposta alle aggressioni israeliane alla moschea di al-Aqsa e ai residenti di Sheikh Jarrah.

Tale sostegno viene da aree al di fuori del suo controllo tradizionale dove i suoi membri sono stati sottoposti a ripetuti arresti, ma dalla Cisgiordania e tra i cittadini palestinesi di Israele.

Alla domanda se ritenga che Mahmoud Abbas possegga ancora una qualche autorevolezza come presidente palestinese dopo l’ultimo round di combattimenti, Meshaal ha risposto: Non escludiamo nessuno e non disconosciamo il ruolo di nessuno.

Tuttavia, indubbiamente tutti hanno notato che le credenziali di Hamas e il suo status nella leadership palestinese si sono rafforzati poichè ha guidato la lotta nelle ultime fasi e specialmente in quella attuale”.

Per la prima volta in molti anni le bandiere di Hamas sono state viste sventolare accanto a quelle di Fatah in manifestazioni e proteste a Nablus, e venerdì un imam che si era rifiutato di menzionare Gaza nel suo sermone settimanale ad al-Aqsa è stato costretto a lasciare la moschea a causa della rabbia dei fedeli.

A Gerusalemme e a Umm al Fahm, nel nord di Israele, i manifestanti hanno gridato il nome di Mohamed ad-Deif, il capo dell’ala militare di Hamas, le Brigate al-Qassam, che Israele ha cercato di uccidere durante il recente conflitto.

Meshaal afferma che la funzione primaria della leadership in queste condizioni sia la lotta e la resistenza, e la guida dei palestinesi verso la libertà e la liberazione.

Le elezioni non sono l’unica opzione

Solo poche settimane prima che scoppiassero i combattimenti, Hamas era propenso a contestare le elezioni insieme a Fatah e ad altre fazioni palestinesi prima che le stesse fossero rinviate da Abbas.

Meshaal sostiene che Hamas ha fiducia in se stesso e che sia comunque pronto a presentarsi al ballottaggio, ma che le elezioni non rappresentino l’unica opzione.

Hamas non ha paura di proporsi alla sua gente tramite le urne. Forse altri hanno paura”, ha detto, con un’evidente stoccata ad Abbas.

Ma ha proseguito: Eppure, ancora una volta, le elezioni sono l’unica opzione? È l’unico strumento del sistema di riconciliazione ed in grado di rimettere ordine in casa palestinese? No.”

Meshaal afferma che i palestinesi sono un unico popolo con un’unica causa e invita ad una “rivolta totale in tutti i luoghi”.

A Gerusalemme, dove incombe la minaccia su al-Aqsa, su Sheikh Jarrah, sulla Città Vecchia e su tutta Gerusalemme; in Cisgiordania, dove sono presenti l’occupazione, gli insediamenti coloniali, la scissione dei legami e la confisca di terre; e nella Palestina del 1948, dove vige la discriminazione razziale, i tentativi di espellere e bandire il nostro popolo coll’uso di norme giuridiche; anche la resistenza di Gaza; fino alla diaspora. Tutti sono partecipi della responsabilità della liberazione”.

Mentre Meshaal parlava, i coloni israeliani, sostenuti dalla polizia, prendevano ancora una volta d’assalto al Aqsa.

Alla domanda su cosa abbia indotto Hamas a lanciare nuovamente razzi, Meshaal ha affermato che il cessate il fuoco non era condizionato solo alla cessazione degli attacchi israeliani a Gaza, ma alla fine delle incursioni delle forze di sicurezza israeliane ad al-Aqsa e alla fine dello sfollamento degli abitanti palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah e di Gerusalemme Est.

La battaglia è scoppiata per questi motivi. A tali condizioni cesserà iI lancio da Gaza dei razzi della resistenza”, ha detto.

Tuttavia ha proseguito affermando come ogni area sotto occupazione possa scegliere la propria forma di resistenza.

“Non esiste una formula che vada bene per tutti e nello stesso momento.”

Israele “sta pagando un prezzo”

Meshaal sostiene che l’ultimo conflitto abbia evidenziato il ruolo dei palestinesi che vivono all’interno dei confini della Palestina del 1948.

“Hanno inviato il messaggio che siamo del tutto parte di questo popolo e che vengono in aiuto di al-Aqsa, del quartiere di Sheikh Jarrah e di Gaza proprio come fa ogni altro palestinese che viene in aiuto dell’altro fratello”, dice.

Aggiunge che Israele stia anche pagando il prezzo delle politiche razziste e delle violazioni dei diritti dei suoi cittadini palestinesi, tanto da mettere a nudo la “fragilità” del suo Stato.

È diventato evidente a tutte le comunità palestinesi, arabe e islamiche e alle persone libere di tutto il mondo che Israele sta contando i suoi giorni e che questa occupazione, gli insediamenti, il colonialismo, non hanno futuro nella regione”.

MEE ha chiesto a Meshaal di spiegare in che modo Hamas sia passato da una posizione di contestazione delle elezioni, anche mentre centinaia dei suoi membri venivano arrestati in Cisgiordania, al lancio dei razzi.

In quel momento c’era un acceso dibattito all’interno di Hamas sull’opportunità di contestare le elezioni, dal momento che non sarebbe stato in grado di agire liberamente come partito politico. Alla fine le elezioni sono state rinviate, molti credono annullate, da Abbas che ha usato come scusa il rifiuto di Israele di consentire ai gerosolimitani di votare.

Meshaal ha confermato che c’è stato un “dibattito interno” sull’opportunità di candidarsi alle elezioni in Cisgiordania. Ma ha insistito sul fatto che il principio riguardante la sua candidatura alle elezioni non fosse in discussione.

Spiegando il passaggio dalle urne ai razzi, Meshaal dice che la decisione di annullare le elezioni abbia creato “rabbia e frustrazione” e un senso di stupore: “Perché questo passo?”

Poi sono arrivate le violenze ad al-Aqsa contro fedeli e manifestanti e la minaccia di sfollamento degli abitanti dalle loro case a Sheikh Jarrah.

Accusa Israele di aver iniziato l’aggressione. Afferma che Hamas aveva avvertito Israele, in modo che Israele non fosse sorpreso dal lancio di razzi.

“Quando hanno assalito la moschea di al-Aqsa alla fine del Ramadan la resistenza è stata costretta a rispondere … e la battaglia è iniziata”, prosegue Meshaal.

Sostiene che non c’è contraddizione tra impegnarsi nella battaglia politica attraverso elezioni e alleanze sostenendo la causa e mobilitandosi in suo favore nei forum internazionali, e impegnarsi in combattimenti. Le due battaglie sono collegate fra loro“.

Alla domanda su chi abbia preso la decisione di lanciare i razzi, Meshaal risponde che il movimento ha un’unica leadership, ma ogni singola parte prende le sue decisioni personali.

“Quando la dirigenza di al-Qassam prende una decisione su come portare avanti la lotta decide in conformità con la strategia e l’orientamento comune del movimento. Lo stesso vale per coloro che lavorano nel campo della mobilitazione di massa o delle relazioni politiche. Queste sono decisioni complesse prese di volta in volta durante i percorsi di lavoro. Derivano dalla risoluzione stabilita a livello centrale dalla leadership del movimento”.

Reciprocità di interessi” con l’Egitto

Meshaal riserva parole gentili per l’Egitto, nonostante il presidente Abdel Fatteh el-Sisi abbia organizzato un colpo di stato militare contro il presidente eletto Mohamed Morsi sostenuto dai Fratelli Musulmani e abbia massacrato i suoi sostenitori a Rabaa, oltre ad aver rafforzato l’assedio di Gaza distruggendo i tunnel di Hamas e la parte egiziana del valico di confine di Rafah.

Meshaal dice che il ruolo dell’Egitto negli affari palestinesi è fondamentale, anche se ci sono stati disaccordi.

La reciprocità degli interessi richiede che entrambe le parti lavorino insieme e possano prevedere dei ruoli sui quali concordare e collaborare nonostante le differenti opinioni, come lei ha detto, sulla questione della Fratellanza o altro”.

“Noi di Hamas, sebbene siamo una parte essenziale della Fratellanza, costituiamo un movimento di resistenza e non interferiamo negli affari degli altri, trattando con i Paesi islamici, e con gli altri, in base alla nostra causa e ai relativi interessi, senza interferenze reciproche negli affari di ognuno.

“Pertanto, accogliamo con favore il ruolo egiziano così come accogliamo con favore i ruoli di tutti gli Stati arabi e islamici o di qualsiasi Paese del mondo fintanto che sia inteso a servire il nostro popolo fermando l’aggressione contro di esso e assecondando la sua determinazione”.

Il leader anziano di Hamas ha affermato che gli stati arabi hanno la responsabilità di elaborare una nuova strategia per recuperare la Palestina, Gerusalemme e al-Aqsa e porre fine all’occupazione.

Credo che tutti abbiano capito l’inutilità dei negoziati, l’inutilità del processo di pace e degli accordi di pace con Israele e l’inutilità della normalizzazione. Coloro che avevano visto Israele come parte naturale della regione si sono sbagliati. Alcuni pensavano di poter trarre vantaggio da Israele nel confronto con i loro diversi nemici.

“Tutti sono ormai certi che Israele costituisca il vero nemico della regione e che Israele sia un’entità fragile e che possiamo sconfiggerlo invece di lamentarci delle sue politiche”.

Sostiene che l’Egitto sia scontento delle politiche israeliane nei confronti della Diga del Rinascimento in Etiopia, che il Cairo vede come una minaccia alla sicurezza nazionale. Di certo l’Egitto è scontento delle notizie sui presunti piani israeliani di scavare un canale navigabile alternativo al Canale di Suez.

“Pertanto, invece di sentirci impotenti riguardo alle violazioni e ai piani di Israele, questa è un’opportunità … la resistenza in Palestina e questa grande rivolta del nostro popolo sta dicendo agli arabi, ‘Gente, siamo una sola Ummah [termine arabo che designa la comunità dei fedeli dell’Islam, ndtr.], abbiamo gli stessi interessi, quindi partiamo da questo risultato.’

“Combattiamo un’unica battaglia, non solo per salvare e rivendicare la Palestina, ma anche per proteggere l’intera Ummah”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele sceglie la violenza

Haggai Matar

10 maggio 2021- +972 magazine

Dalla repressione a Sheikh Jarrah al bombardamento di Gaza, il governo israeliano ha scelto di incrementare la sua brutalità nei confronti dei palestinesi.

L’acuirsi della violenza degli ultimi giorni in Israele-Palestina è principalmente il risultato di una serie di scelte fatte dal governo israeliano. Mentre tale violenza è tutt’altro che inedita nella nostra regione ed è intrinseca alle pluridecennali politiche oppressive di Israele, ci sono scelte che in ultima analisi sono utili agli interessi del primo ministro Benjamin Netanyahu, che sta lottando disperatamente per salvare la sua carriera politica ed evitare la possibilità di finire in carcere.

Le scelte pericolose sono di fatto cominciate con l’inizio del mese santo musulmano del Ramadan, quando le autorità israeliane hanno preso l’incomprensibile decisione di collocare nuovi posti di controllo provvisori all’ingresso della Porta di Damasco, nella Città Vecchia di Gerusalemme. Poi hanno attaccato i palestinesi che si erano riuniti lì per festeggiare la rottura del digiuno quotidiano con amici e famiglie. Ci sono volute due settimane di violenza poliziesca e la risoluta risposta da parte dei manifestanti palestinesi perché la polizia si ritirasse.

Nel contempo la ripresa delle manifestazioni settimanali e delle veglie quotidiane nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme est per protestare contro l’espulsione forzata di famiglie palestinesi ha visto la polizia fare uso di una forza brutale contro gli abitanti e i dimostranti. Come ha informato Oren Ziv di +972, la polizia è andata accentuando la violenza in un quartiere che è diventato un importante simbolo della spoliazione dei palestinesi.

A Sheikh Jarrah Israele sta cercando di restituire ad ebrei terreni che si sostiene siano stati in precedenza di proprietà di ebrei prima del 1948. Così facendo sta espellendo famiglie palestinesi che prima del 1948 [anno di nascita di Israele, ndtr.] erano proprietarie di terreni in quello che è diventato Israele, senza consentire loro di rivendicare la terra che hanno perso durante la Nakba [la Catastrofe, ossia la pulizia etnica subita dai palestinesi dal 1947 al 1948, ndtr.]. È difficile trovare una forma più palese di discriminazione razzista.

Negli ultimi anni lanci di pietre e scontri attorno alla moschea di Al-Aqsa nel periodo del Ramadan sono diventati frequenti. Spesso finiscono subito dopo essere iniziati, con la polizia che decide di lasciare che le proteste si esauriscano da sole. Questa volta la polizia ha optato per una violenza esagerata, ferendo negli ultimi giorni oltre 300 palestinesi sulla Spianata delle Moschee/Monte del Tempio. Ciò include un certo numero di giornalisti, tra cui Faiz Abu Rmeleh, membro del collettivo Activestills [gruppo di fotogiornalisti impegnati nella controinformazione su Israele/Palestina, ndtr.] e collega di +972, a cui hanno sparato con proiettili di acciaio ricoperti di gomma e picchiato dalla polizia.

Ma la violenza poliziesca non si è fermata lì: alcuni reparti sono entrati nella moschea di Al-Aqsa ed hanno lanciato granate stordenti contro i palestinesi che vi si trovavano. Il valore simbolico di poliziotti armati che calpestano tappeti da preghiera e aggrediscono fedeli in uno dei luoghi più sacri per l’Islam e durante il suo mese più santo è risultato evidente a tutti e non avrebbe potuto avvenire senza che qualcuno prendesse deliberatamente la decisione di intraprendere un’iniziativa così estrema.

Quando i cittadini palestinesi di Israele hanno organizzato autobus per andare a pregare nella [moschea di] Al-Aqsa e per proteggerla, le autorità hanno risposto chiudendo le strade 1 e 443. Così facendo hanno impedito a migliaia di musulmani che stavano digiunando di andare a Gerusalemme per esercitare la libertà di culto, lanciando granate assordanti contro quelli che hanno iniziato a marciare nonostante gli ordini della polizia. Essa ha spiegato la sua decisione affermando di voler impedire che 20 potenziali “istigatori” raggiungessero la capitale. Persino importanti giornalisti israeliani, che spesso sono lieti di ripetere pedissequamente la narrazione ufficiale del governo, hanno messo in dubbio la validità di queste affermazioni.

Come se non bastasse, lo scorso mese estremisti di estrema destra dell’organizzazione razzista Lehava sono comparsi a Sheikh Jarrah, alla Porta di Damasco e nel centro di Gerusalemme. Sono stati appoggiati dal deputato kahanista [seguace del rabbino razzista Meir Kahane, ndtr.] Ben-Gvir e dal vicesindaco di Gerusalemme Aryeh King, che la scorsa settimana ha pubblicamente augurato la morte a un importante attivista palestinese a Sheikh Jarrah.

Due settimane dopo gli eventi di Sheikh Jarrah e alla Porta di Damasco, il presidente [palestinese, ndtr.] Mahmoud Abbas ha annunciato la cancellazione delle elezioni palestinesi. La ragione ufficiale è stata la decisione israeliana di impedire ai palestinesi gerosolimitani di parteciparvi, in violazione degli Accordi di Oslo. Però la decisione era chiaramente destinata a favorire gli interessi di Abbas e, come hanno sostenuto molti attivisti politici palestinesi, era ancora possibile e forse persino necessario tenere le elezioni indipendentemente dall’esclusione di Gerusalemme.

Benché questa sia una questione tra palestinesi, Israele avrebbe potuto annunciare di star agendo in base agli obblighi previsti dal contesto di Oslo, rispettare i principi democratici e consentire ai palestinesi di Gerusalemme di votare. Ha scelto di non farlo e prima dell’annuncio di Abbas la polizia ha arrestato in città dei palestinesi che appoggiavano le elezioni e cercavano di organizzarle. Anche questa è stata un’escalation nel modo di agire di Israele.

Lunedì, durante la tristemente nota “Marcia della Bandiera” israeliana del Giorno di Gerusalemme, miliziani di Hamas hanno lanciato razzi verso Gerusalemme. Israele ha scelto di rispondere ai razzi attaccando Gaza, uccidendo a quanto si dice almeno 20 persone, tra cui 9 bambini. Il governo ha annunciato che l’operazione militare durerà “giorni, non ore”. Netanyahu ha aggiunto che farà “pagare un prezzo molto alto” a Gaza. Anche questa è stata una scelta.

Troppo poco, troppo tardi

Ovviamente quello a cui stiamo assistendo non è solo il risultato della condotta unilaterale di Israele. Il lancio di razzi contro civili da parte di Hamas, com’è successo oggi a Gerusalemme, nel Naqab/Negev occidentale e nelle città attorno a Gaza, è un crimine di guerra. Inoltre lo scorso mese video pubblicati su TikTok hanno mostrato palestinesi che maltrattano e aggrediscono ebrei ultraortodossi. Militanti palestinesi hanno anche messo in atto alcuni attacchi con armi da fuoco contro civili e soldati israeliani in Cisgiordania, uccidendo la scorsa settimana il diciannovenne Yehuda Guetta. Negli ultimi giorni palloni incendiari sono stati lanciati in Israele da Gaza, bruciando campi nel sud. Però è chiaro che niente di tutto ciò è comparabile con l’enorme forza e brutalità del più potente esercito della regione, come dimostra ancora una volta il bilancio dei morti.

Quasi allo stesso tempo in Cisgiordania, nei pressi dell’incrocio di Gush Etzion [prima colonia israeliana nei territori occupati, ndtr.], i soldati hanno ucciso Fahima al-Hroub, a causa di una cultura criminale che consente ai soldati e alla polizia israeliani di uccidere impunemente palestinesi con problemi mentali [la vittima era una donna sessantenne con gravi problemi di depressione, ndtr.].

Inoltre nei giorni che hanno portato all’attacco contro Gaza, Israele (e in particolare lo Shin Bet [intelligence interna di Israele, ndtr.]) si è sempre più preoccupato di quanto stava avvenendo e ha iniziato a cercare di ridurre il danno. Netanyahu ha chiesto a Ben Gvir di smantellare un “ufficio” provvisorio che aveva costruito a Sheikh Jarrah e di andarsene dal quartiere. L’udienza della Corte Suprema sull’espulsione delle famiglie è stata rinviata su richiesta del procuratore generale. Nel Giorno di Gerusalemme il Monte del Tempio è stato chiuso agli ebrei e all’ultimo minuto il governo ha bloccato il suo piano di consentire alla famigerata Marcia della Bandiera di attraversare la Porta di Damasco e i quartieri arabi. Tutti questi passi sono stati presentati come un modo per allentare la tensione.

Ma è stato troppo poco e troppo tardi. La decisione di lunedì sera del governo di bombardare Gaza ha compromesso totalmente ogni tentativo che sosteneva di aver fatto per porre rapidamente fine alla violenza a Gerusalemme.

Ovviamente questi sono solo gli sviluppi delle ultime settimane. La situazione dell’assedio di Gaza che dura da 14 anni, di un regime militare costruito su sistemi giudiziari separati per ebrei e palestinesi, della spoliazione e dell’ingegneria demografica a Gerusalemme, delle sistematiche discriminazioni contro i cittadini palestinesi di Israele e di esilio forzato dei rifugiati palestinesi, spiega tutto quello che stiamo vedendo succedere adesso. Il tentativo durato anni da parte di Netanyahu di “gestire il conflitto” può aver cancellato queste ingiustizie dalla coscienza dell’opinione pubblica israeliana, ma esse rimangono la situazione quotidiana per milioni di palestinesi, e alimentano attivamente quello che avviene attualmente.

Una lotta per la vita

La reazione israeliana al lancio di razzi di Hamas è stata immediata. I principali mezzi di comunicazione e i politici israeliani, compresi quelli che sperano di sostituire Netanyahu, hanno ripetuto a pappagallo la ben nota linea di partito. “Israele deve agire in modo risoluto e forte e ristabilire la deterrenza,” ha dichiarato Yair Lapid, che recentemente è stato scelto per cercare di mettere insieme un governo e che è stato appoggiato dal partito Laburista [di centro, ndtr.], dal Meretz [sinistra sionista, ndtr.] e dalla maggioranza della Lista Unita [coalizione di partiti arabo-israeliani di sinistra, ndtr.]. L’ex dirigente del Likud Gideon Sa’ar [di destra, ndtr.] e Naftali Bennett di Yamina [La Destra, partito di estrema destra dei coloni, ndtr.], che potrebbe benissimo essere il prossimo primo ministro, si sono entrambi uniti a Lapid nel chiedere attacchi più pesanti contro Gaza, senza alcuna riflessione sulle azioni israeliane che ci hanno portato a questo punto.

D’altra parte il partito islamista Ra’am [arabo-israeliano di destra, ndtr.], che ha affermato di sostenere Lapid e Bennett per la formazione di un governo, in seguito all’escalation da parte di Israele ha sospeso i colloqui per una coalizione. Né Ra’am né la Lista Unita potrebbero appoggiare la formazione di un governo con politici che chiedono attivamente un incremento degli attacchi contro Gaza.

Nel novembre 2019, quando per la prima volta è nata l’idea di formare un’alleanza di centro destra con la Lista Unita, Netanyahu ha utilizzato Gaza come ragione assoluta per l’impossibilità di formare un simile governo. Ora, pochi giorni prima che Lapid e Bennett annuncino la formazione di un nuovo governo per spodestare Netanyahu, gli eventi di Gaza stanno facendo direttamente il gioco del primo ministro in carica.

Netanyahu ha pianificato e orchestrato questa escalation? Non c’è ovviamente nessun modo per dimostrare una cosa simile. Ci sono le sue impronte digitali su questi sviluppi? Dato che il primo ministro è responsabile delle varie iniziative delle autorità sotto il suo comando, la risposta è indubbiamente sì. Tutto quello che è successo in quest’ultimo mese, con livelli di violenza inediti da anni, lo ha aiutato nel tentativo di evitare di essere spodestato? Assolutamente sì.

L’incremento della violenza costituisce un avvertimento che non possiamo abbandonare la lotta contro l’occupazione e l’apartheid e che sostituire Netanyahu con un altro uomo di destra non risolverà le questioni fondamentali che influenzano ogni aspetto delle nostre vite su questa terra. Ci troviamo in una terribile trappola, ma è la trappola della situazione colonialista di Israele. Non c’è altro modo per andare avanti se non una lotta per l’uguaglianza e la libertà per tutti gli abitanti di questa terra. Non è niente meno che una lotta per la vita stessa.

Haggai Matar è un giornalista israeliano pluripremiato e un attivista politico, oltre ad essere direttore esecutivo di “+972 – Promozione del giornalismo dei cittadini”, l’associazione no-profit che pubblica +972 Magazine.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Un golpe”: le fazioni palestinesi criticano il rinvio delle elezioni politiche

Al Jazeera e agenzie

30 aprile 2021 – Al Jazeera

Hamas afferma che la decisione del presidente Abbas “è un golpe contro il percorso verso la collaborazione politica e il consenso”.

Il movimento palestinese Hamas, che governa la Striscia di Gaza assediata, ha duramente criticato la decisione del presidente Mahmoud Abbas di rimandare le elezioni politiche previste il 22 maggio.

Giovedì notte il presidente Abbas ha annunciato il rinvio facendo riferimento al rifiuto israeliano di permettere che si tengano le elezioni a Gerusalemme est. Ha tuttavia sottolineato che una volta che Israele consenta di votare a Gerusalemme, le elezioni si terranno “entro una settimana”.

Abbiamo accolto con rammarico la decisione di Fatah (il partito) e dell’Autorità Nazionale Palestinese espressa dal loro presidente, Mahmoud Abbas, di interrompere le elezioni palestinesi,” ha affermato in un comunicato l’organizzazione Hamas.

Essa afferma di ritenere totalmente responsabili l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e Fatah del rinvio e delle sue ripercussioni, considerando questo passo “un golpe contro il cammino verso la collaborazione nazionale e il consenso.”

Il comunicato afferma che Hamas ha boicottato l’incontro [che ha preceduto la decisione di rinviare il voto, ndtr.], in quanto “sapeva già che l’ANP e Fatah stavano andando verso l’annullamento delle elezioni per calcoli diversi, non riguardanti Gerusalemme.” Anche il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, respingendo la decisione, ha chiesto l’osservanza degli accordi nazionali per tenere le elezioni, aggiungendo che cercherà in ogni modo di ribaltare la decisione di rimandare il voto. V

Anche il commissario dell’Unione Europea per la politica estera Josep Borrell ha condannato la decisione di rinviare il voto a lungo atteso.

La decisione di rimandare le previste elezioni palestinesi, comprese quelle legislative fissate originariamente per il 22 maggio, è molto deludente,” ha detto Borrell in un comunicato.

Incoraggiamo vivamente tutti gli attori palestinesi a riprendere gli sforzi basandosi sui colloqui fruttuosi tra le fazioni durante i mesi scorsi. Dovrebbe essere fissata senza indugio una nuova data per le elezioni.”

Il ritardo rischia di accentuare le tensioni  in una società palestinese politicamente divisa.

All’inizio di questa settimana il quotidiano “Al-Quds”, noto per essere vicino all’ANP, ha rivelato che Abbas è stato sottoposto a pressioni da parte araba e statunitense perché rinviasse il voto. Ha affermato che le pressioni erano dovute alla probabilità che Hamas vincesse le elezioni.

Proteste

Parlando con Al Jazeera prima della decisione, alcuni palestinesi nella Cisgiordania occupata hanno detto che se il governo palestinese avesse voluto realmente andare al voto avrebbe trovato una soluzione. “È facile trovare delle scuse,” ha detto un negoziante palestinese.

Dopo la decisione di Abbas, centinaia di palestinesi arrabbiati si sono riuniti nella città centrale di Ramallah e nella Striscia di Gaza per condannare la mossa.

C’è un’intera generazione di giovani che non sa cosa siano le elezioni,” ha detto all’agenzia di notizie AFP Tariq Khudairi, un manifestante di Ramallah. “Questa generazione ha il diritto di eleggere i propri dirigenti.”

Guadagnare tempo

Chi critica Abbas lo accusa di aver utilizzato la questione di Gerusalemme per guadagnare tempo in quanto le prospettive politiche di Fatah erano peggiorate.

Hamas è vista come meglio organizzata di Fatah e con buone prospettive di conquistare terreno in Cisgiordania.

Alcuni osservatori hanno anche visto il problema di Gerusalemme come un possibile pretesto per l’annullamento, perché una vittoria della profondamente divisa Fatah di Abbas è considerata incerta.

In recenti sondaggi, due terzi degli interpellati hanno manifestato scontento nei confronti del presidente. Abbas ha anche affrontato l’opposizione da parte di gruppi scissionisti di Fatah, tra cui uno guidato da Nasser al-Kidwa, nipote del leggendario leader palestinese Yasser Arafat, e un altro dal potente ex-capo dei servizi di sicurezza di Fatah, in esilio, Mohammed Dahlan.

Controsenso”

Durante le ultime elezioni palestinesi, gli abitanti di Gerusalemme est hanno votato nei dintorni della città e migliaia l’hanno fatto via posta, un’iniziativa simbolica accettata da Israele.

Questa settimana il ministero degli Esteri israeliano ha affermato che le elezioni sono una “questione interna dei palestinesi e che Israele non ha intenzione di interferire con esse o di impedirle.”

Ma non ha fatto alcun commento riguardo al voto a Gerusalemme, la città che descrive come sua “capitale indivisibile” e dove ora vieta ogni attività politica dei palestinesi.

Abbas ha detto ai dirigenti dell’OLP di aver ricevuto un messaggio da Israele in cui si dice di non poter dare indicazioni sulla questione di Gerusalemme perché lo Stato ebraico attualmente non ha un governo.

Lo stesso Israele è impantanato nella sua peggiore crisi politica di sempre, senza aver ancora formato un governo in seguito alle inconcludenti elezioni del 23 marzo.

Veto” israeliano

Parlando con alcuni inviati prima dell’annuncio di venerdì, la giornalista palestinese Nadia Harhash, critica con Abbas, ha detto che utilizzare Gerusalemme per giustificare un rinvio “non è affatto una mossa astuta per l’ANP.”

Harhash, candidata alle elezioni con una fazione contraria ad Abbas, ha sostenuto che ciò concede a Israele il potere di veto de facto sul diritto di voto dei palestinesi.

Anche Hamas ha affermato che un ritardo rappresenta una resa al “veto dell’occupazione israeliana.” Le elezioni sono state in parte viste come un tentativo unitario da parte di Hamas e Fatah per rafforzare la fiducia a livello internazionale sulla capacità di governo dei palestinesi prima della possibile ripresa dell’attività diplomatica guidata dagli USA con il presidente Joe Biden, dopo quattro anni di Donald Trump, che hanno visto Washington appoggiare obiettivi fondamentali di Israele.

Alcuni analisti hanno affermato che Abbas sperava che le elezioni consentissero a Fatah e Hamas di continuare a condividere il potere, ma si è sentito minacciato dall’emergere di forti fazioni scissioniste e dal sorgere di nuovi gruppi critici nei confronti della sua leadership.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Ingerenze straniere nelle elezioni palestinesi

Adnan Abu Amer

21 Marzo 2021 Al-Jazeera

Mentre i palestinesi iniziano il conto alla rovescia per le loro elezioni legislative e presidenziali rispettivamente in maggio e luglio, sembra crescere l’interesse tra soggetti stranieri nel manipolare il loro esito. Questo ha iniziato a preoccupare la leadership palestinese.

Il 16 febbraio il general maggiore Jibril Rajoub, segretario generale del Comitato Centrale di Fatah, ha dichiarato alla televisione palestinese che alcuni Paesi arabi hanno cercato di interferire pesantemente nelle elezioni palestinesi e nei colloqui di riconciliazione tra Fatah e Hamas.

Tre giorni dopo Bassam al-Salhi, segretario generale del Partito del Popolo Palestinese e membro del Comitato Esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), in un’intervista sul sito web Arabi21 ha detto: “Molti Paesi invieranno ingenti quantità di denaro perché vogliono influenzare il Consiglio Legislativo. Siamo di fronte ad interferenze da parte di molti Paesi, arabi e stranieri.”

Benché questi dirigenti palestinesi non abbiano fatto i nomi dei soggetti stranieri a cui si riferiscono, sembra che siano preoccupati soprattutto per le pressioni di Egitto, Giordania e Emirati Arabi Uniti (EAU). Tutti loro hanno parecchie poste in gioco nelle elezioni e preconizzano determinati risultati in linea con i loro interessi regionali e interni.

Interessi stranieri

Non è un segreto che indire le elezioni da parte del presidente (dell’ANP) Mahmoud Abbas non è stata una decisione volontaria o dovuta a iniziative arabe, ma il risultato di pressioni americane ed europee. L’Unione Europea ha persino minacciato di interrompere il supporto finanziario che fornisce a Ramallah se fossero state cancellate le elezioni. Sia Bruxelles che Washington vogliono che l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) riconquisti legittimità prima di procedere con le loro trattative con i palestinesi. Le elezioni sono anche appoggiate da altri due importanti attori regionali: la Turchia e il Qatar.

Tuttavia l’annuncio delle votazioni non è stato ben accolto da alcune capitali arabe, soprattutto Il Cairo e Amman. Entrambe temono il ripetersi delle elezioni del 2006, quando Hamas riportò una netta vittoria a Gaza, che condusse ad un conflitto armato con Fatah. Se ciò accadesse di nuovo, potrebbe avere un effetto destabilizzante sugli affari interni sia dell’Egitto che della Giordania.

In particolare il regime egiziano considera Hamas un ramo della Fratellanza Musulmana, che ha cercato di sradicare fin dal colpo di Stato contro il presidente Mohamed Morsi nel 2013. Una vittoria potrebbe rendere Hamas più sordo alle pressioni del Cairo, dal momento che otterrebbe una legittimazione elettorale. Potrebbe anche ridare vigore alla Fratellanza (Musulmana) in Egitto.

Anche la Giordania teme un rafforzamento di Hamas, ma è preoccupata anche da una possibile instabilità post-elettorale, che potrebbe provocare agitazioni all’interno della vasta popolazione palestinese che vi abita.

Gli Emirati Arabi Uniti mostrano altresì un serio interesse nelle elezioni palestinesi. Guidando l’azione della normalizzazione araba con Israele, hanno tentato di strappare la questione palestinese ai suoi sponsor tradizionali – Egitto e Giordania – per rinsaldare ulteriormente le relazioni con Israele ed assicurarsi l’appoggio USA.

Neanche Israele è stato felice all’annuncio delle nuove elezioni palestinesi. Anche se i suoi propri cittadini sono stati chiamati a quattro elezioni in due anni, Israele preferisce che i palestinesi non vadano affatto alle urne perché vuole mantenere lo status quo. Israele vuole che Abbas resti al potere e continui a collaborare con i servizi di sicurezza israeliani, consentendo ad Israele di espandere costantemente l’occupazione e l’apartheid. Perciò chiunque formi il governo israeliano dopo le elezioni del 23 marzo probabilmente auspicherà una vittoria di Fatah (specialmente della componente vicina a Abbas) e cercherà di indebolire Hamas.

Le forze israeliane hanno già cercato di intimidire i membri di Hamas in Cisgiordania, arrestando alcuni loro leader e attaccandone altri per scoraggiarli dal partecipare alle elezioni.

Diplomazia della pressione

La prima avvisaglia che le elezioni palestinesi non sarebbero state una questione interna è giunta il 17 gennaio, meno di 48 ore dopo che Abbas ha emesso il decreto presidenziale con l’annuncio della data delle elezioni, con i capi dell’intelligence egiziana e giordana, Abbas Kamel e Ahmed Hosni, arrivati a Ramallah.

Ho saputo da fonti palestinesi informate su questa prima visita che Kamel e Hosni hanno discusso con Abbas i dettagli procedurali delle elezioni, compresa la situazione politica di Fatah, che ha affrontato divisioni interne e potrebbe andare incontro a defezioni prima del voto.

Attualmente non vi è accordo all’interno del partito riguardo alla rielezione di Abbas e c’è la possibilità che emergano degli sfidanti. C’è un ormai crescente sostegno alla candidatura di Marwan Barghouti, un leader di Fatah che sta scontando diversi ergastoli in un carcere israeliano.

Inoltre all’interno di Fatah non c’è accordo nemmeno sui candidati al Consiglio Legislativo. Al momento si stanno predisponendo diverse liste elettorali che cercheranno di attrarre l’elettorato tradizionale di Fatah: una della cerchia di Abbas; una di Nasser al-Qudwa, nipote del defunto leader palestinese Yasser Arafat; e una di Mohammed Dahlan, ex capo della sicurezza di Gaza, espulso da Fatah nel 2011.

Questi disaccordi all’interno di Fatah prima delle elezioni sicuramente favoriranno Hamas, che è riuscito a garantire una coesione interna e avrà gioco facile nello sconfiggere il suo indebolito e diviso antagonista.

E’ per questo motivo che Egitto e Giordania vogliono assicurarsi che Fatah abbia una lista elettorale unica ed un candidato condiviso per l’elezione presidenziale. Ed è per la stessa ragione che stanno facendo pressione su Abbas perché si riconcili con Dahlan.

L’ex dirigente di Fatah è stato uno stretto alleato degli EAU, che negli ultimi dieci anni lo hanno appoggiato, sponsorizzato e sostenuto in tutti i modi. Alcuni osservatori ritengono che Abu Dhabi abbia formato Dahlan come futuro capo dell’Autorità Nazionale Palestinese. Ciò ha provocato molta ansia ad Abbas, che finora ha rifiutato di riammettere Dahlan nel partito.

Dahlan ed i suoi sostenitori non fanno mistero dell’appoggio politico, mediatico e finanziario che ricevono dagli Emirati per poter rientrare nella politica palestinese. Questo appoggio li ha messi in grado di creare alleanze con forze politiche palestinesi, compresi personalità di Fatah scontente di Abbas.

Hamas, contrario al ritorno di membri della fazione di Dahlan nella Striscia di Gaza a causa del loro ruolo nel conflitto armato del 2007, alla fine ha accettato di lasciarli tornare dopo aver ricevuto pressioni dall’Egitto. Questo ha permesso a Dahlan di annunciare diversi progetti umanitari per i palestinesi, compresa la distribuzione di vaccini anti Covid, senza coordinarsi con l’Autorità Nazionale Palestinese.

Lo scopo finale di tutte queste attività è assicurare che qualunque nuova leadership palestinese venga eletta sarà facilmente influenzabile da quelle potenze straniere e spinta ad accettare qualunque nuova richiesta proverrà da Israele. Ciascuno di questi attori vuole giocare un ruolo importante nella questione palestinese, sperando di ingraziarsi gli USA e ottenere il loro appoggio.

Ma ciò che faranno queste ingerenze sarà minare il processo democratico in Palestina e sabotare ancora una volta l’autorità del volere del suo popolo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Adnan Abu Amer

Il dott. Adnan Abu Amer è capo del Dipartimento di Scienze Politiche all’università Ummah di Gaza. E’ ricercatore a tempo parziale presso molti centri di ricerca palestinesi ed arabi e scrive periodicamente per Al Jazeera, The New Arabic e The Monitor. Ha scritto più di 20 libri sul conflitto arabo-israeliano, sulla resistenza palestinese e su Hamas.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il 2021 offre alla Palestina un’opportunità di reagire

Ramzy Baroud

5 gennaio 2021 – Middle East Monitor


Un anno fa il 2020 è iniziato con un’indiscutibile spinta da parte americana a trasformare la sua nuova visione politica in azioni decisive. Il 28 gennaio il cosiddetto “Accordo del secolo” è stato dichiarato una vera dottrina politica. Molto velocemente ha preso piede un nuovo lessico politico. Il “processo di pace”, che ha dominato il linguaggio di Washington per parecchi decenni, è apparso un antico ricordo. Poiché l’Autorità Nazionale Palestinese, anch’essa per decenni, ha improntato la propria strategia all’accondiscendenza verso le richieste e le aspettative degli USA, il cambiamento a Washington le ha lasciato ben poche scelte.
Gli ultimi dodici mesi entreranno nella storia come l’anno in cui si è chiuso il “processo di pace” israelo-palestinese sponsorizzato dall’America. Se il 2021 non ribalterà l’enorme cambiamento negli atteggiamenti e negli obbiettivi degli Stati Uniti in Palestina, Israele e Medio Oriente, offrirà però ai palestinesi l’opportunità di pensare al di fuori degli schemi legati all’America.

Il primo febbraio dello scorso anno il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ha dichiarato che avrebbe annullato tutti i rapporti diplomatici con Israele e gli USA. A ciò ha fatto seguito in maggio l’annuncio che la leadership palestinese stava cancellando tutti gli accordi con Israele, inclusi quelli sulla sicurezza. Tuttavia, mentre questa decisione avrebbe dovuto avere lo scopo di placare la rabbia dei palestinesi, non ha avuto effetti concreti e comunque è durata poco.

Il 17 novembre l’ANP ha annunciato di aver ripristinato tutti i rapporti per le questioni civili e sulla sicurezza con Israele, vanificando i nuovi colloqui sull’unità tra Fatah e Hamas. I colloqui erano iniziati a luglio e, a differenza di precedenti incontri, le due principali fazioni palestinesi sembravano unite su una serie di concetti politici, primo fra tutti il rigetto dell’“Accordo del secolo” e dei piani israeliani di annettere larga parte dei territori occupati.

In ultima analisi l’ANP, che del resto non ha mai goduto di molta credibilità tra i palestinesi, ha perso tutta la fiducia che ancora vantava tra i suoi rivali. Abbas è sembrato utilizzare i colloqui sull’unità come mezzo per avvertire Washington e Tel Aviv che politicamente aveva ancora in mano alcune carte.

Tuttavia, se in passato la leadership palestinese è riuscita a giocare la tattica attendista che fin dalla sua nascita nel 1994 le garantiva il flusso di denaro estero, quella strategia sta arrivando ora alla sua fine. Le priorità degli USA in Medio Oriente sono ovviamente cambiate e persino gli alleati europei dell’ANP difficilmente considerano come una priorità Abbas e la sua autorità. Un’Unione Europea indebolita dall’uscita del Regno Unito e dal devastante impatto economico della pandemia da Covid-19 ha relegato la Palestina in fondo agli interessi dell’Occidente.

Se il 2021 dovrà portare qualche cambiamento positivo nelle prospettive della lotta dei palestinesi per la libertà, devono essere introdotte nuove strategie. Il ragionamento dovrebbe rivolgersi completamente verso un panorama politico totalmente nuovo.

Per prima cosa deve essere ridefinita l’unificazione palestinese in modo che non si limiti ad una mera intesa politica tra i rivali Hamas e Fatah, ognuno motivato dai propri programmi e dall’autoconservazione. L’unificazione dovrebbe arrivare ad includere un dialogo nazionale che riguardi tutti i palestinesi – in Israele, nei territori occupati e anche nella diaspora – che dovrebbe avere un ruolo nella formazione in una nuova visione del proprio Paese che sia palestinese invece che settaria.

Questa nuova visione dovrebbe essere sviluppata ed articolata in modo da sostituire logori luoghi comuni, dogmi e velleitarismi. Una soluzione a due Stati, per esempio, è semplicemente irraggiungibile, non solo perché Israele e USA hanno fatto il possibile per affossarla, ma perché, anche se realizzata, non soddisferebbe le minime aspettative in termini di legittimazione dei diritti dei palestinesi.

In uno scenario a due Stati i palestinesi rimarrebbero frammentati geograficamente e politicamente e ben difficilmente potrebbe essere attuata una realistica ed equa applicazione del diritto al ritorno. Un “unico Stato democratico” in Palestina ed Israele forse non può risolvere tutte le ingiustizie del passato, ma è il passaggio più significativo per poter immaginare un possibile e sicuramente miglior futuro per tutte le persone che vivono tra il fiume [Giordano, ndtr.] e il mare [Mediterraneo, ndtr.].

Inoltre dovrebbe cessare l’ossessiva fiducia in Washington come unica parte in grado di mediare tra Israele e la Palestina. Non solo gli USA, attraverso il generoso e continuo appoggio militare e politico a Israele, hanno dimostrato la loro inaffidabilità, ma si sono anche rivelati un grave ostacolo sulla via della libertà e della liberazione palestinese.

Spetta alla leadership palestinese capire che gli equilibri dei poteri globali stanno fondamentalmente cambiando e che USA ed Israele non sono più i soli ad avere l’egemonia nel Medio Oriente. È ora che i palestinesi diversifichino le proprie scelte, rafforzino i rapporti con le potenze asiatiche emergenti e si alleino con i Paesi sudamericani e africani per ribaltare la totale dipendenza politica ed economica dagli USA e dai loro alleati.

Cosa ancor più importante, benché la resistenza popolare in Palestina si sia costantemente espressa sotto varie forme, deve ancora essere messa in grado di costituire un’adeguata base di resistenza che si possa trasformare in capitale politico. Lo scorso anno è iniziato con l’interruzione delle manifestazioni della ‘Grande Marcia del Ritorno’ a Gaza, che ha visto decine di migliaia di palestinesi unirsi in una storica dimostrazione di unità. Tuttavia i palestinesi nella Cisgiordania occupata stanno disperatamente cercando di districarsi tra due fonti di controllo sovrapposte: l’occupazione israeliana e l’ANP. Questo si è dimostrato un danno, in quanto marginalizza il popolo palestinese e gli impedisce di giocare un ruolo fondamentale nel delineare la propria lotta. La resistenza popolare deve costituire la spina dorsale di qualunque autentica prospettiva di liberazione.

Infine, perché la nuova narrazione politica palestinese si imponga a livello internazionale, deve essere sostenuta da un movimento di solidarietà globale, che si allinei ad una visione palestinese unitaria, promuovendo i diritti dei palestinesi a livello locale, statale e nazionale. Il duro attacco di USA e Israele al Movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) è una prova del successo di questa tattica nel modificare la narrazione su Palestina e Israele. Eppure, seppure ormai esista una solida base di solidarietà verso la Palestina in tutto il mondo, questo movimento non dovrebbe puntare solo su ambiti accademici e circoli intellettuali: dovrebbe lavorare per coinvolgere la gente comune, dovunque essa sia.

È vero che il 2020 è stato un anno devastante per la Palestina, ma un’analisi più rigorosa ci può portare a vederlo come prodromo di un’opportunità sulla quale può essere costruita una nuova prospettiva politica complessiva palestinese. L’anno 2021 offre alla Palestina un’opportunità per reagire.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Hanan Ashrawi smentisce l’affermazione secondo cui si è dimessa per la collusione tra PA e Israele

Ali Abunimah

9 dicembre 2020 – Electronic Intifada

Hanan Ashrawi ha messo a tacere le informazioni secondo cui si è dimessa dal Comitato Esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina per protestare contro la ripresa esplicita dell’Autorità Nazionale Palestinese del “coordinamento della sicurezza” con l’esercito di occupazione israeliano il mese scorso.

All’inizio di questa settimana i media, che citano fonti anonime, hanno affermato che Ashrawi si è dimessa perché si oppone alla collaborazione per la sicurezza con Israele.

Mercoledì, tuttavia, l’OLP ha pubblicato una traduzione in inglese della lettera di Ashrawi, in cui presenta le sue dimissioni al leader dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas, seguita da una sua dichiarazione.

Nella lettera del 26 novembre Ashrawi dice ad Abbas che “con la presente metto a tua disposizione le mie dimissioni, in attesa che tu le accetti entro la fine di quest’anno”.

La lettera offre solo ragioni vaghe e generiche di questa decisione.

“Il problema in questo momento non è una decisione personale o professionale”, scrive Ashrawi. “Piuttosto, ha a che fare con la situazione attuale e il futuro della Palestina, e con la necessità del ricambio di autorità e responsabilità”.

Non fa alcun accenno al “coordinamento per la sicurezza”, la politica in base alla quale le forze dell’ANP aiutano e spalleggiano l’esercito e le agenzie di intelligence israeliani nella repressione della resistenza palestinese all’occupazione israeliana.

“Ingannevole e irresponsabile”

Nella dichiarazione che accompagna la lettera, Ashrawi afferma di aver incontrato Abbas il 24 novembre per una “discussione schietta e amichevole in cui l’ho informato della mia decisione di dimettermi dal Comitato Esecutivo a partire dalla fine dell’anno”.

Ashrawi aggiunge di aver chiesto di mantenere segrete le sue dimissioni “fino a quando non saranno concluse tutte le misure necessarie”, anche se non specifica che tipo di misure per le dimissioni richiederebbe più di un mese.

Ashrawi dice di essere stata in contatto con Abbas in seguito alle notizie dei media sulle sue dimissioni e di aver acconsentito alla divulgazione ufficiale della sua lettera.

Era evidentemente arrabbiata per la fuga di notizie che affermavano erroneamente che stava protestando contro la rinnovata collaborazione dell’Autorità Nazionale Palestinese con l’esercito israeliano.

“Purtroppo la notizia delle mie dimissioni è trapelata da ‘fonti autorevoli’ in modo fuorviante e irresponsabile, il che ha portato a congetture e voci,” afferma.

Ashrawi dice che Abbas ha rinviato la decisione sull’accoglimento delle sue dimissioni, aggiungendo che, quanto a lei, le considera “in vigore”. (Aggiornamento: mercoledì sera Abbas ha accettato le dimissioni di Ashrawi.)

Il suo comunicato sollecita la “riforma” dell’OLP e chiede “rinnovamento e rinvigorimento” del sistema politico palestinese “con l’inclusione di giovani, donne e altri professionisti qualificati.”

Tuttavia non è chiaro perché Ashrawi abbia scelto questo momento per dimettersi, dato che da decenni la caratteristica distintiva dell’OLP è stata l’esclusione antidemocratica del popolo palestinese dal processo decisionale.

Statura internazionale

Il Comitato Esecutivo dell’OLP, ufficialmente il più alto organo esecutivo dei palestinesi, è scelto dal Consiglio nazionale palestinese, un organo legislativo non eletto che si riunisce raramente ed è di fatto controllato da Abbas e dai suoi fedeli.

Ashrawi è stata nominata nel Comitato esecutivo dell’OLP nel 2009 e di nuovo nel 2018, anno in cui Abbas l’ha messa a capo del dipartimento di “diplomazia pubblica” dell’OLP.

Ashrawi ha acquisito importanza internazionale come portavoce della delegazione palestinese alla conferenza di Madrid del 1991, che ha avviato il cosiddetto processo di pace.

In precedenza docente alla Birzeit University, Ashrawi ha mantenuto una notevole reputazione internazionale come sostenitrice della causa palestinese – un ruolo in contraddizione con il fatto che lei è stata parte integrante del regime di occupazione permanente e apartheid cementato dagli accordi di Oslo firmati dall’OLP e da Israele all’inizio degli anni ’90.

Ashrawi è stata eletta nel Consiglio Legislativo dell’Autorità Nazionale Palestinese nel 1996.

Dal 1996 al 1998 è stata ministra dell’Istruzione Superiore dell’Autorità Nazionale Palestinese sotto Yasser Arafat, ma si è dimessa per quello che ha definito il modo improprio in cui sono state gestite le accuse di corruzione.

Nel 2006, Ashrawi ha partecipato alle elezioni legislative palestinesi con la lista “Terza Via” insieme a Salam Fayyad.

Anche se il loro partito ha ottenuto solo il 2,41% dei voti, Abbas ha nominato primo ministro Fayyad dopo che elementi allineati con Abbas sostenuti dagli Stati Uniti hanno organizzato un colpo di stato contro i vincitori delle elezioni, la lista “Cambiamento e Riforma” di Hamas.

Quel colpo di stato è riuscito in Cisgiordania ma è fallito a Gaza, da cui nel 2007 sono state espulse le milizie palestinesi sostenute dagli Stati Uniti, lasciando il controllo del governo interno di Gaza ad Hamas.

Dimissioni ripetute

L’ultima mossa di Ashrawi è destinata a essere vista con un certo scetticismo poiché si inserisce in un lungo schema tra gli alti funzionari dell’OLP che si potrebbe definire “dimissioni a porte girevoli”.

Una persona che si è “dimessa” in innumerevoli occasioni è stato Saeb Erekat, il negoziatore di lunga data dell’OLP morto il mese scorso.

Anche Abbas si è dimesso o ha minacciato di farlo in numerose occasioni.

Mercoledì, in un video a commento delle sue dimissioni, Ashrawi afferma: “La verità è che, come tutti sanno, non ho mai chiesto una posizione ufficiale né alcun privilegio.”

Ciò è del tutto coerente con il linguaggio che Ashrawi usò 25 anni fa nel suo libro This Side of Peace [Questo lato della pace], in cui afferma: “Personalmente non aspiro a una posizione e non mi sono impegnata per ottenere potere o benefici. Non voglio niente … non voglio nessun posto ufficiale.”

Eppure dal 1991 Ashrawi ha accettato ripetutamente incarichi ufficiali.

Il professore della Columbia University Joseph Massad fu uno dei primi ad osservare questa tendenza.

In un saggio del 1997 (ripubblicato nel suo libro del 2006 The Persistence of the Palestinian Question [La persistenza della questione palestinese]), Massad indica un certo numero di intellettuali palestinesi, tra cui Ashrawi ed Erekat, che “prima di Oslo minacciavano di dimettersi dalle loro posizioni per protestare contro le concessioni dell’OLP”, ma in seguito hanno continuato a ricoprire incarichi ministeriali nell’ANP.

Negli anni ’90 Ashrawi dichiarò ripetutamente che non avrebbe accettato alcun incarico ufficiale, insistendo in un’occasione sul fatto che il suo rifiuto era “una questione di coscienza e convinzione”.

“Tuttavia la sua successiva accettazione di una posizione ministeriale, “osserva Massad in modo caustico, “dimostra le tendenze mutevoli che la sua coscienza e convinzione subiscono continuamente”.

Resta da vedere se queste saranno le dimissioni definitive di Ashrawi.

Ma, come attestano i precedenti di importanti politici palestinesi, raramente c’è stato un rapporto tra le dimissioni e l’effettiva rinuncia al potere o ai suoi inganni e alle sue trappole.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Lunga vita al (defunto) processo di pace”: Abbas dà la priorità ai rapporti con gli USA rispetto all’unità nazionale palestinese

Ramzy Baroud

9 dicembre 2020 – Palestine Chronicle

Nessuno più del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas pare entusiasta dell’elezione di Joe Biden come prossimo presidente degli Stati Uniti. Quando sembrava persa ogni speranza e Abbas si era ritrovato alla disperata ricerca di riconoscimento politico e finanziamenti, Biden è arrivato come un prode cavaliere su un cavallo bianco e ha trascinato in salvo il leader palestinese.

Abbas è stato uno dei primi leader mondiali a congratularsi con il presidente democratico eletto per la sua vittoria. Mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyhua ha ritardato il suo comunicato di congratulazioni nella speranza che alla fine Donald Trump fosse in grado di ribaltare il risultato, Abbas non si è fatto illusioni. Considerando l’umiliazione subita dall’Autorità Nazionale Palestinese per mano dell’amministrazione Trump, Abbas non aveva niente da perdere. Per lui Biden, nonostante il suo lungo innamoramento con Israele, rappresentava ancora un barlume di speranza. Ma si può riportare indietro la ruota della storia? Nonostante il fatto che l’amministrazione Biden abbia messo in chiaro che non annullerà nessuna delle iniziative prese dall’uscente amministrazione Trump a favore di Israele, Abbas rimane fiducioso che almeno il “processo di pace” possa essere ripreso.

Questa potrebbe essere vista come una dicotomia impossibile perché, come può un “processo di pace” dare pace se tutte le componenti di una pace giusta sono già state tolte di mezzo?

È ovvio che non ci può essere alcuna vera pace se il governo USA insiste sul riconoscimento di tutta Gerusalemme come capitale “eterna” di Israele. Non ci può essere pace se gli USA continuano a finanziare illegali colonie ebraiche, foraggiare l’apartheid israeliano, negare i diritti dei rifugiati palestinesi, far finta di non vedere l’annessione di fatto in corso nella Palestina occupata e riconoscere come parte di Israele le Alture del Golan siriane illegalmente occupate, ed è probabile che ognuna di queste iniziative rimanga immutata anche sotto l’amministrazione Biden.

È improbabile che il “processo di pace” possa portare a un qualche tipo di pace giusta e sostenibile in futuro, quando ha già fallito negli ultimi 30 anni.

Eppure, nonostante le numerose lezioni del passato, Abbas ha deciso di nuovo di scommettere sul futuro del suo popolo e di mettere a repentaglio la sua lotta per la libertà e una pace giusta. Abbas non solo sta montando una campagna che coinvolge gli Stati arabi, ossia la Giordania e l’Egitto, per resuscitare gli “accordi di pace”, sta anche rimangiandosi tutte le promesse e decisioni di cancellare gli accordi di Oslo e di porre fine al “coordinamento per la sicurezza” con Israele. Così facendo Abbas ha tradito i colloqui per l’unità nazionale tra il suo partito, Fatah, e Hamas.

I colloqui per l’unità tra i gruppi palestinesi rivali sembravano aver preso una seria svolta lo scorso luglio, quando i principali partiti politici palestinesi hanno emesso un comunicato congiunto in cui dichiaravano la loro intenzione di sconfiggere l’“accordo del secolo” di Trump. Il linguaggio usato in quel comunicato ricordava il discorso rivoluzionario di questi gruppi durante la Prima e la Seconda Intifada (rivolta), di per sé un indicatore che Fatah si era finalmente riorientato riguardo alle priorità nazionali e allontanato dal discorso politico “moderato” forgiato dal “processo di pace” sostenuto dagli USA.

Persino quanti si sono stancati e sono diventati cinici riguardo ai trucchetti di Abbas e dei gruppi palestinesi si chiedevano se questa volta sarebbe stato diverso, se i palestinesi avrebbero finalmente trovato un accordo su una serie di principi con cui avrebbero espresso ed incanalato la loro lotta per la libertà. Paradossalmente i quattro anni di presidenza Trump sono stati la cosa migliore che sia avvenuta per la lotta nazionale palestinese. La sua amministrazione è stata uno stridente e indiscutibile promemoria che gli USA non sono, e non sono mai stati, “un leale mediatore per la pace” e che i palestinesi non possono orientare la propria agenda politica per soddisfare le richieste di USA e Israele e ottenere legittimazione politica e appoggio economico.

Con il taglio dei finanziamenti USA all’Autorità Nazionale Palestinese nell’agosto 2018, seguito dalla chiusura della missione diplomatica palestinese a Washington, Trump ha liberato i palestinesi dai tormenti di un’impossibile equazione politica. Senza la proverbiale carota americana, la dirigenza palestinese ha avuto la rara opportunità di riorganizzare la casa palestinese a beneficio del popolo palestinese.

Ahimé, questi sforzi hanno avuto vita breve. Dopo molteplici incontri e videoconferenze tra Fatah, Hamas e altre delegazioni che rappresentavano i gruppi palestinesi, il 17 novembre Abbas ha dichiarato la ripresa del “coordinamento per la sicurezza” tra la sua autorità e Israele. Ciò è stato seguito il 2 dicembre dall’annuncio israeliano della consegna di oltre un miliardo di dollari dei fondi palestinesi illegalmente trattenuti da Israele come forma di pressione politica.

Ciò riporta l’unità palestinese al punto di partenza. Ormai Abbas trova totalmente inutili i colloqui per l’unità con i suoi rivali palestinesi. Dato che Fatah domina l’Autorità Nazionale Palestinese, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e il Consiglio Nazionale Palestinese (CNP), dare spazio o condividere il potere con altre fazioni palestinesi sembra autolesionista. Ora che Abbas è rassicurato del fatto che l’amministrazione Biden gli concederà, ancora una volta, il titolo di “partner per la pace”, alleato degli USA e moderato, il leader palestinese non trova più necessario cercare l’approvazione dei palestinesi. Poiché non ci può essere una via di mezzo tra adeguarsi a un piano di USA e Israele e rivendicare un progetto nazionale palestinese, il dirigente palestinese ha optato per il primo e, senza esitazione, ha abbandonato il secondo.

Mentre è vero che Biden non soddisferà mai nessuna delle richieste del popolo palestinese né annullerà nessuno dei passi sbagliati del suo predecessore, Abbas può ancora beneficiare di quello che vede come uno stravolgimento della politica estera USA, non a favore della causa palestinese ma personalmente di Abbas, un dirigente non eletto il cui principale successo è stato appoggiare lo status quo imposto dagli USA e tener tranquillo il popolo palestinese il più a lungo possibile.

Benché in molteplici occasioni il “processo di pace” sia stato dichiarato “morto”, Abbas sta ora cercando disperatamente di risuscitarlo, non perché lui, o qualunque palestinese sensato, creda che la pace sia a portata di mano, ma a causa del rapporto esistenziale tra l’ANP e il suo schema politico sponsorizzato dagli USA. Mentre la maggior parte dei palestinesi non ha niente da guadagnare da ciò, qualche palestinese ha accumulato benessere, potere e prestigio in quantità. Secondo tale cricca questa è l’unica causa per cui vale la pena lottare.

Ramzy Baroud è giornalista e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo lavoro è “These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons” [Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e resistenza nelle prigioni israeliane] (Clarity Press). Baroud è ricercatore non residente presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA) e anche presso il Centro Afro-Mediorientale (AMEC).

(Traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)