“Troppo affamato per pensare, troppo debole per stare seduto dritto. La concentrazione scivola via”: la vita di un docente universitario a Gaza

Ahmed Kamal Junina,

19 agosto 2025, The Guardian

È difficile tenere la mente lucida quando il corpo è gracile e disidratato, ma la solidarietà è insegnare agli studenti affamati che i loro pensieri continuano a essere importanti.

Devo ammetterlo: scrivo questo testo mentre sto morendo di fame, troppo affamato per pensare con lucidità, troppo debole per stare seduto a lungo senza afflosciarmi. Non me ne vergogno perché l’inedia mi è inflitta deliberatamente. Rifiuto la fame che provo anche mentre mi sta consumando. Non posso sopravvivere in altro modo.

Dal 2 marzo 2025 Israele ha imposto il blocco totale a Gaza. Gli aiuti che riescono a entrare o a essere distribuiti, cibo, medicine, carburante, sono pochissimi. I mercati sono vuoti e i panifici, le mense comunitarie e le stazioni di rifornimento sono chiuse.

Il 27 luglio l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato 74 decessi per “malnutrizione” a Gaza quest’anno, 63 dei quali a luglio. Tra i morti ci sono 25 bambini, di cui 24 sotto i cinque anni. La fame sta dilagando in modo incontrollabile, quasi impossibile da fermare.

Un rigagnolo di aiuti è stato lanciato dal cielo. L’organizzazione umanitaria Medici senza frontiere ha chiamato questi lanci “notoriamente inefficaci e pericolosi”. I punti di distribuzione della Gaza Humanitarian Foundation, sostenuta dagli Stati Uniti e da Israele, sono stati denunciati come “trappole mortali”, e l’ONU ha avvertito che si tratta di un sistema che viola i principi umanitari ed è costato più vite di quante ne abbia salvato.

La carestia non è più una minaccia, è già qui. Alcuni giorni ho i crampi per la fame mentre provo a rivedere anche un solo paragrafo. Le mie dita sono secche e doloranti, inaridite dalla mancanza di liquidi. La fame è assordante. Leggo, ma la fame mi urla nelle orecchie. Scrivo, ma la fame mi azzanna lo stomaco ad ogni tasto che batto.

E quando cerco di calmarmi, di pensare ai modesti piaceri della quiete ronzante dei droni, la mia mente vaga: in quale tana di coniglio sarei precipitato se fossi in una biblioteca? Cosa non farei per un caffè tra un articolo e l’altro. Per un panino tra una frase e l’altra. Per uno spuntino mentre sfoglio pigramente l’ultimo numero di TESOL Quarterly [rivista di didattica della lingua inglese, N.d.T.].

Mi chiedo: come posso tenere la mente lucida quando il mio corpo è diventato così magro e disidratato?

La fame inizia con un brontolio e si diffonde rapidamente. Le gambe mi sorreggono a malapena mentre cerco di raggiungere l’Internet cafè più vicino. Una volta lì, cerco di stare al passo con il lavoro e gli impegni, ricaricare i miei dispositivi elettronici e collegarmi brevemente con il mondo esterno. Ma con una pesante borsa per il computer in spalla non mi sembra di fare una breve camminata ma un viaggio attraverso il deserto.

Alcuni giorni la sopravvivenza dipende da una singola bustina di Plumpy’Nut, una pasta nutritiva a base di arachidi che di solito viene distribuita gratuitamente nelle zone colpite dalla carestia, ma che qui è venduto a circa 3 dollari e mezzo, un prezzo che molti non possono più permettersi. Chi è più fortunato può riuscire a comprare alcuni biscotti arricchiti di vitamine a prezzi esorbitanti.

Ma il problema non è solo pagare per mangiare. È prima di tutto avere accesso ai soldi. Dato che tutte le banche di Gaza sono danneggiate e non esiste più nessun bancomat funzionante, i contanti sono diventati sia scarsi che necessari. I pagamenti elettronici non sono comuni qui, tutti gli acquisti si fanno in contanti.

Dopo quasi due anni di guerra le banconote sono strappate e logore, e spesso i negozi non le accettano. Prelevare denaro dal proprio conto può significare essere taglieggiati, perché il cambio di valuta informale al di fuori dei consueti canali bancari può costare fino al 50% di commissioni.

Tutto ciò è in netto contrasto con lo spirito di Gaza, nota per la sua generosità, in cui i vicini si si sono sempre presi cura l’uno dell’altro e dove, come molti di noi ricordano, non è mai successo che qualcuno andasse a letto affamato se qualcun altro aveva cibo da condividere.

Questo spirito non è scomparso. Le persone condividono ancora qual poco che hanno. Ma la carenza di mezzi di sostentamento ha raggiunto livelli così elevati che anche le mani più generose sono spesso vuote. Le famiglie vanno a letto affamate e si svegliano affamate.

Un giorno in particolare avevo lavorato senza fermarmi, resistendo all’annebbiamento mentale e alla spossatezza. Quando sono riuscito a raggiungere le scale del mio appartamento mi reggevo a malapena in piedi. Il livello di zuccheri nel sangue era precipitato. Sono crollato nel momento in cui sono arrivato in camera da letto. Mi hanno portato d’urgenza dal medico più vicino che mi ha somministrato una flebo per stabilizzarmi.

La mattina seguente ero di nuovo al lavoro. Non perché stessi meglio, ma perché sentivo che non potevo permettermi di fermarmi. Dovevo condurre e trascrivere delle interviste, assistere degli studenti, inviare dei messaggi. La necessità di portare testimonianza era più forte del bisogno di riposarmi.

Non è questione di ego, ma di rifiutarsi di scomparire. Di resistere alla lenta cancellazione portata dalla guerra e dalla carestia. Di continuare a credere che i nostri pensieri e il nostro lavoro continuano, anche quando devono avvenire tra le macerie. A Gaza, essere un accademico oggi significa rifiutare di essere ridotto a una statistica.

Ci sono giorni in cui andare avanti sembra impossibile. Il corpo semplicemente si rifiuta. Leggere mi dà le vertigini. La concentrazione scivola via. Insegnare diventa una battaglia per dire cose che abbiano un qualche senso.

E oltre al logorio fisico c’è un’altra erosione: quella dell’identità. Come studiosi e persone di cultura ci è richiesto di stimolare il pensiero libero e non dogmatico nei nostri studenti, ma quando la realtà di tutti i giorni è la fame, il dolore e il trasferimento forzato, iniziamo a chiederci se ancora siamo in grado di adempiere a questo compito.

Cosa significa essere uno studioso quando vengono meno le condizioni richieste per pensare, insegnare e creare? Cosa significa libertà accademica quando la libertà intellettuale, politica e pedagogica è limitata dall’assedio? Cosa significa aiutare i giovani a sviluppare il pensiero critico quando noi stessi dobbiamo lottare per reggerci in piedi? Sono questioni che si pongono non come preoccupazioni astratte ma come tensioni vissute. Ma dobbiamo andare avanti, perché fermarci vorrebbe dire rinunciare al poco che ancora siamo in grado di fare.

Mi trovo spesso a dover fare una scelta difficile in classe: evitare di discutere della crisi, per timore di traumatizzare nuovamente i miei studenti, o prenderla di petto, per aprire uno spazio di riflessione collettiva. Sono entrambi percorsi erti di insidie, ma animati dalla stessa speranza: che l’istruzione serva non solo a informare ma anche a liberare, aiutando gli studenti a credere che le loro voci hanno ancora valore.

Il lavoro continua. Progetti di ricerca, verifiche dello stato di avanzamento, seminari online, lezioni registrate, corsi di aggiornamento, anche se spesso si devono sospendere. Questa è la nostra realtà. Eppure, continuiamo a esserci, ad andare a lezione, a scrivere progetti, a fare conferenze, a partecipare a convegni, a pubblicare. Non perché siamo forti o coraggiosi, ma perché crediamo al potere trasformativo dell’istruzione. E perché fermarsi vorrebbe dire arrendersi al silenzio.

Tuttavia, la verità più elementare rimane difficile da dire a voce alta: abbiamo fame. Non per un caso fortuito, ma premeditatamente. Da quand’è che non si può più chiamare una cosa con il proprio nome? Da giorni le lenticchie spezzate sono il mio unico pasto. Trovare farina è una caccia al tesoro.

E se riusciamo a trovare gli ingredienti, cuocere il pane in un forno all’aperto è estenuante, sia fisicamente che emotivamente. Bruciamo il legno dei mobili rotti per fare il pane. Usiamo i quaderni degli appunti e la carta da riciclo come combustibile, oppure dobbiamo comprare la legna solo per terminare la cottura. Non si tratta solo di fame, ma di essere costretti a lottare per sopravvivere in silenzio.

Accendere un fuoco è una sfida formidabile. Non ci sono più fiammiferi. È quasi impossibile sostituire gli accendini, e quando se ne trova uno può avere un prezzo proibitivo.

Chi ancora ha un accendino funzionante lo ricarica con cura con piccoli quantitativi di gas. In molti casi i vicini condividono un’unica fiamma, che passa di famiglia in famiglia, un atto tranquillo di solidarietà e di spirito di resistenza.

E quindi continuiamo a documentare. Non per eroismo, ma per rimanere presenti. Perché dietro ogni relazione, ogni nota a piè di pagina, ogni lezione c’è una verità più profonda: a Gaza si produce ancora conoscenza. Persino ora. Soprattutto ora.

Cosa significa la solidarietà quando alcuni di noi devono pensare, insegnare e lavorare mentre muoiono di fame? Cosa significa inclusione quando l’accesso al cibo, all’acqua e alla sicurezza determina chi può partecipare?

Questo non è un appello alla carità. È un invito di affrontare una verità scomoda: la solidarietà non significa nulla se non nomina e chiama in causa i sistemi che escludono le persone mentre lottano per sopravvivere sotto assedio, occupazione e privazioni intenzionali.

La vera solidarietà significa porre delle domande difficili: chi può parlare? Chi può essere ascoltato? Chi può continuare a imparare e a immaginare un futuro quando cadono le bombe e la fame morde?

La solidarietà significa cambiare il modo in cui il mondo lavora con chi sta affrontando una crisi: adattare le scadenze, esentare dai pagamenti, aprire l’accesso a libri e riviste, e dare spazio alle voci provenienti da Gaza e oltre, non come vittime ma come partner alla pari. Significa comprendere che il dolore, la fame e le infrastrutture distrutte non sono “disagi” sul lavoro, sono le nostre attuali condizioni di vita.

Produrre conoscenza in un contesto di carestia significa riflettere attraverso il dolore. Insegnare a studenti che non hanno mangiato e dire loro che la loro voce conta. Continuare a dire che, contro ogni previsione, Gaza pensa ancora, si interroga ancora, crea ancora.

Questo, di per sé, è un atto di resistenza.

  • Ahmed Kamal Junina è professore associato di linguistica applicata e direttore del dipartimento di lingua inglese all’università Al-Aqsa di Gaza, e membro del Centro per la ricerca comparativa e internazionale nell’istruzione dell’Università di Bristol.

[traduzione di Federico Zanettin]




Una dottoressa americana è stata a Gaza e ha visto l’orrore da vicino. Cinque casi che la tormentano

Nir Hasson

29 maggio 2025 – Haaretz

Le stragi causate dai raid aerei, la fame, le deportazioni da una zona all’altra: la crudeltà di Israele sta raggiungendo nuovi livelli. La dottoressa Mimi Syed, una dottoressa americana che si è offerta volontaria per aiutare gli abitanti di Gaza, ora racconta alcune loro storie.

Siamo entrati in una fase terrificante. Secondo organizzazioni umanitarie la carestia nella Striscia di Gaza è ormai acuta. Da quando Israele ha iniziato a bloccare l’ingresso di cibo non meno di 10.000 bambini sono sprofondati in stati di malnutrizione che necessitano trattamento.

Il Primo Ministro ha annunciato la ripresa degli aiuti, ma ciò che sta arrivando è “il minimo del minimo”, come ha affermato il Gabinetto di Sicurezza. In effetti, il responsabile degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite ha definito gli aiuti “una goccia nell’oceano rispetto a ciò di cui c’è urgente bisogno”.

Oltre alla fame l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani sottolinea i “ripetuti attacchi alle tende degli sfollati” e “la distruzione metodica di interi quartieri”.

La distruzione avviene di pari passo con le espulsioni di massa all’interno della Striscia. Nelle ultime settimane quasi un terzo degli abitanti di Gaza ha dovuto lasciare il luogo in cui viveva. Ora l’intera popolazione si sta accalcando in appena un quinto dell’enclave.

Anche il sistema sanitario è stato distrutto. L’esercito israeliano sta prendendo di mira con maggiore intensità ospedali e ambulatori (28 attacchi in una settimana), dove, a suo dire, sarebbe presente Hamas. Non consente l’ingresso di molti farmaci e attrezzature di base e ostacola l’evacuazione di moltitudini di feriti e malati per cure mediche all’estero.

Un Palestinese porta il corpo di un bambino ucciso il 26 maggio 2025. Foto: AFP/OMAR AL-QATTAA

In questo modo l’esercito, oltre ad uccidere, sta provocando ulteriori cause di decesso. Senza cure, persino infezioni e tumori facilmente rimovibili hanno un esito mortale.

E gli attacchi continuano quotidianamente. Questa settimana in un attacco ad una scuola sono state uccise trentuno persone, tra cui 18 bambini e sei donne.

“Ho avuto tanta paura”, ha detto Hanin al-Wadiya, una bambina fuggita dalle fiamme con ustioni sul viso. “Ero sotto le coperte e improvvisamente il fuoco mi ha investita. Mi sono alzata per cercare mamma e papà, ma non li ho trovati.” Tutta la sua famiglia è morta.

Il pianto di un bambino ferito ricoverato all’ospedale Al Awda il 29 maggio 2025.Foto: AFP/EYAD BABA

“Penso che tutto questo sia reso possibile dalla paura, dal razzismo e dalla disumanizzazione”, afferma la dottoressa Mimi Syed, medico d’urgenza americana che l’anno scorso ha svolto due turni di volontariato a Gaza. “Se non li consideri esseri umani, puoi fargli qualsiasi cosa”.

Sembra che questa settimana l’asticella del “fargli qualsiasi cosa” sia stata sollevata di una tacca. Sempre più civili, compresi molti bambini, vengono uccisi attraverso la carestia e gli sfollamenti forzati.

Lunedì le Forze di Difesa Israeliane [IDF] e il servizio di sicurezza Shin Bet hanno rilasciato una dichiarazione sull’attacco alla scuola Fahmi Al-Jarjawi a Gaza City. La terminologia è familiare: gli obiettivi erano ” terroristi chiave” in un “centro di comando e controllo”. Anche questa volta “sono state adottate numerose misure per ridurre il rischio di danni ai civili”.

L’attacco è iniziato verso l’una di notte. Hanin al-Wadiya, una bambina di 4 anni che alloggiava nella scuola sfollata con la sua famiglia, si è svegliata mentre le fiamme la circondavano e sua sorella urlava “Mamma, mamma!” come si vede nelle immagini del disastro.

“Ho sentito Mimi [la sorella di Hanin] chiamare la mamma, ma non riuscivo a trovarla. Ho anche gridato ‘mamma, mamma’. Sono uscita e ho iniziato a piangere”, ha raccontato Hanin in ospedale, con gli occhi gonfi e chiusi, metà del viso ed entrambe le mani coperte di ustioni. Sua madre, suo padre e sua sorella sono morti nell’incendio insieme ad altre 30 persone.

Ricoverato in un altro ospedale nel sud di Gaza c’è Adam al-Najjar, l’unico sopravvissuto di 10 fratelli la cui casa è stata attaccata due giorni prima dell’attacco alla scuola. Sua madre è uscita illesa, suo padre è rimasto gravemente ferito.

Anche in questo caso le IDF hanno affermato di aver fatto tutto il possibile; anzi, hanno rimproverato la famiglia per non essersi allontanata nonostante l’ordine di evacuazione emesso dalla divisione in lingua araba dell’Unità Portavoce delle IDF.

Ma l’ultimo ordine di evacuazione non includeva l’area in cui si trovava la casa della famiglia. Solo nell’ordine precedente, di un mese e mezzo prima, era stata ingiunta l’evacuazione da quell’area.

Gli ordini non hanno una data di scadenza e non c’è alcun segnale di cessato allarme, quindi i cittadini di Gaza devono indovinare se il pericolo è passato, e molti corrono il rischio. Non hanno scelta: i cittadini di Gaza hanno sempre meno spazio in cui muoversi; oltre l’80% dell’enclave è sotto il diretto controllo israeliano o sotto ordine di evacuazione.

Questi ordini mappe con aree contrassegnate in rosso e pubblicate su X e Telegram sono la manifestazione geografica della politica israeliana a Gaza. Lunedì il portavoce delle IDF ha emesso un altro ordine di evacuazione, uno dei più importanti della guerra: il 43% di Gaza è stato contrassegnato in rosso, con la dicitura “Zona di combattimento pericolosa”.

Nei due mesi e mezzo trascorsi da quando Israele ha violato il cessate il fuoco di due mesi oltre 630.000 persone sono state sradicate.

I ripetuti spostamenti stanno spingendo gli abitanti di Gaza sull’orlo della sopravvivenza. È molto difficile trovare cibo e beni di prima necessità come acqua pulita, un sistema fognario funzionante, un alloggio e assistenza medica. Due milioni di persone vengono spinte in un’area sempre più ristretta, dove vivono tra le macerie o in tende che si distruggono rapidamente.

I bambini non vanno a scuola da quasi due anni. L’affollamento, il caldo, la mancanza di acqua corrente o di un sistema fognario funzionante, insieme alla sistematica distruzione del sistema sanitario, stanno aumentando notevolmente il rischio di malattie ed epidemie.

La logica brutale di questa politica è nascosta in uno degli obiettivi ufficiali della guerra: “concentrare e spostare la popolazione”.

A Gaza è soprattutto la fame a fare da padrona. La scorsa settimana, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato la ripresa degli aiuti alla Striscia, ma sono stati ripresi con parsimonia. Ogni giorno solo poche decine di camion entrano dal valico di Kerem Shalom. Moltitudini di bambini continuano a stare in piedi per ore con una pentola vuota nella speranza di ricevere del cibo.

Martedì una grande folla ha preso d’assalto il centro di distribuzione alimentare creato da Israele. Migliaia di persone correvano tra le dune spingendosi contro le recinzioni e imploravano del cibo dagli uomini armati della sicurezza americana. (Per gli americani, si tratta di 1.100 dollari per una giornata di lavoro.)

“Non credo che gli israeliani lo vogliano. Non vogliono che tutto questo accada in loro nome”, dice Syed. “Penso che la cosa più importante che ho imparato a Gaza è che è impossibile ignorare la verità. Dopo aver visto cosa sta succedendo lì diventa molto semplice distinguere tra il bene e il male.”

Come puntualizza: “Oltre il 50% della popolazione di Gaza è composta da bambini. Il governo degli Stati Uniti sta finanziando una guerra illegale contro i bambini. Quasi tutte le agenzie umanitarie mondiali hanno definito ciò che sta accadendo a Gaza un crimine di guerra, eppure gli Stati Uniti continuano a fornire armi per commettere questi crimini.

“Mentre sono comodamente seduta a casa mia a scrivere la storia di Sami [un bambino di Gaza], mi viene in mente che questi crimini deliberati e atroci vengono ancora commessi contro bambini come Sami. Quando finirà? Quando il governo degli Stati Uniti si mostrerà per quello che una volta pensavo fosse? Non siamo stati noi a impedire alla Germania di sterminare così tante vite innocenti? Non dovremmo essere i “buoni”?

Syed ha svolto i suoi due periodi di volontariato a Gaza lo scorso agosto e a dicembre. In entrambi i casi ha constatato la morte di decine di bambini. Ha visto otto bambini morti per ipotermia in inverno, una bambina di 9 anni deceduta perché era impossibile ottenere farmaci standard per l’epilessia e una bambina di 9 mesi morta per aver bevuto acqua contaminata.

Ora, rientrata negli Stati Uniti, Syed afferma di essere ancora in contatto con i medici di Gaza: “Mi dicono che non c’è cibo. Per la prima volta li sento dire: ‘Moriremo tutti e il mondo non sta facendo nulla per salvarci'”.

Da quando è tornata negli Stati Uniti, Syed ha raccontato a chiunque volesse ascoltarla cosa sta succedendo a Gaza. Non risparmia ai suoi ascoltatori descrizioni grafiche accompagnate da foto. Di seguito sono riportate alcune delle tristi storie a cui ha assistito; la dottoressa Syed ha già raccontato parte della sua testimonianza da Gaza in altre testate giornalistiche in lingua inglese.

Sami di 8 anni portato in braccio dal fratello più grande all’ospedale Al Aqsa il 14 dicembre 2024.Foto: Moiz Salhi / AFP

Sami, 8 anni, è stato portato in braccio dal fratello maggiore. I due sono arrivati ​​all’ospedale Al-Aqsa, nel centro di Gaza, su un carretto trainato da un asino pochi minuti dopo che i frammenti di missile avevano lacerato il volto di Sami.

Giornalisti e curiosi si sono accalcati intorno a Sami e gli hanno scattato una foto; indossava una maglia a strisce rosse e bianche. La parte ferita del viso era nascosta alle telecamere, appoggiata sulla spalla del fratello.

“Sami aveva una ferita da esplosione al viso che gli aveva lacerato la maggior parte delle strutture vitali”, racconta Syed. “La ferita comprendeva bocca, naso e palpebre. Il resto del corpo era in buone condizioni, a parte un paio di ferite più lievi. Quando è arrivato in sala rianimazione è stato adagiato sul lettino senza altri adulti in vista. Era coperto da una giacca insanguinata.

Mentre giaceva davanti a me gorgogliando e soffocando con il suo stesso sangue gli ho aspirato la bocca e il naso per rimuovere eventuali ostruzioni nelle vie respiratorie. In seguito ad un leggero movimento del suo viso mi sono resa conto che aveva la mandibola completamente disarticolata e strappata via, appesa solo a un piccolo lembo di pelle. C’erano ustioni e schegge su tutto il viso e il collo.

Mentre mi occupavo di lui si è verificato un altro incidente con un elevato numero di feriti, con pazienti ancora più gravi. Sono stata costretta a spostare il piccolo Sami a terra per far spazio agli altri feriti.

Mentre lo stendevo sul pavimento sono arrivati la madre e lo zio, che urlavano per la disperazione. Sua madre si è gettata immediatamente a terra e ha iniziato a pregare Dio che suo figlio fosse risparmiato. Mi ha guardata dritto negli occhi e ha afferrata con forza la mia mano, implorandomi di fare tutto il possibile per salvarlo.

Ho annuito… ma sapevo nel mio intimo che non potevo fare una promessa del genere. Date le sue condizioni, sapevo che sarebbe stato un miracolo se si fosse salvato. Sono riuscita a stabilizzarlo temporaneamente, così da poterlo trasportare alla TAC funzionante più vicina.

Ma la TAC non si trovava all’ospedale di Al-Aqsa, bensì all’ospedale Yaffa, a pochi minuti di auto. In base alle norme di sicurezza del Ministero della Salute palestinese ai volontari stranieri era vietato l’accesso all’ospedale Yaffa, che all’epoca si trovava vicino alle postazioni militari israeliane.

Ho scelto di salire comunque sull’ambulanza per mantenere pervie le vie respiratorie e assicurarmi che arrivasse alla TAC in sicurezza”, racconta Syed. “Nella stessa ambulanza veniva trasportata per un esame diagnostico un’altra donna, tra la vita e la morte.

Respirava attraverso un tubo ed era accompagnata dal figlio adolescente che le teneva la mano. L’ambulanza ha attraversato macerie e folle di persone per strada”

Sami è stato sottoposto a una TAC ed è stato riportato ad Al-Aqsa per un intervento di ricostruzione facciale. “Il giorno dopo, stavo camminando per l’ospedale quando qualcuno mi ha afferrato il braccio.

Era la madre di Sami”, racconta Syed.

“Era seduta su un letto d’ospedale, nell’angolo di un corridoio anch’esso pieno di pazienti a terra o su brandine. Ho guardato il letto e c’era il piccolo Sami con i punti di sutura. Riusciva a malapena ad aprire la bocca per bere da una cannuccia e continuava a piangere di dolore ogni volta che si muoveva”.

Lo scorso ottobre sul New York Times è stata pubblicata una foto di una radiografia: ​​Mira, una bambina di 4 anni, aveva un proiettile conficcato in testa. È diventata un simbolo della guerra, mentre l’immagine è diventata una delle più controverse dei quasi 20 mesi di combattimenti.

Il New York Times ha pubblicato nella sezione opinioni altre tre foto di radiografie; facevano parte di un articolo firmato da 65 medici, infermieri e paramedici che si erano offerti volontari a Gaza. Questi operatori sanitari affermavano che Israele stava deliberatamente sparando ai bambini, e il Times ha ricevuto una serie di lettere che sostenevano che la notizia fosse falsa.

Il 15 ottobre la direttrice editoriale del Times, Kathleen Kingsbury, ha pubblicato una risposta: il giornale si era assicurato che tutti i medici e gli infermieri avessero lavorato a Gaza. Le immagini della TAC erano state inviate a esperti indipendenti in ferite da arma da fuoco, radiologia e traumatologia pediatrica, che ne hanno corroborato l’autenticità. Inoltre, i metadati digitali delle immagini sono stati confrontati con le foto dei bambini.

Secondo Kingsbury il Times possedeva foto che corroboravano le immagini della TAC, ma erano “troppo raccapriccianti per essere pubblicate”. Ha concluso: “Sosteniamo questo report e la ricerca su cui si basa. Qualsiasi insinuazione che le immagini siano inventate è semplicemente falsa”.

I genitori di Mira hanno raccontato ad Al Jazeera di essersi svegliati presto quel giorno di agosto nella loro tenda nella zona umanitaria di Muwasi, perché le loro figlie erano emozionate per il compleanno della sorella maggiore di Mira. Improvvisamente è scoppiata una sparatoria.

Mira è entrata nella tenda con il viso coperto di sangue e una ferita aperta sopra la fronte. Suo padre l’ha portata all’ospedale Nasser di Khan Yunis, nel sud della Striscia.

In base al crudele triage che si è reso necessario a Gaza, dopo le stragi di massa le persone con ferite cerebrali non vengono curate. La regola è che nel caso di penetrazione intracranica di proiettili o di esposizione di materia cerebrale non ha senso lottare per la vita del paziente a causa della carenza di neurochirurghi, attrezzature e materiali sanitari.

Syed avrebbe dovuto lasciare che Mira morisse. “Ho iniziato a visitarla”, racconta. “Uno dei medici mi ha detto: ‘Non perdere tempo’. Ma sentivo che si muoveva ancora; reagiva al dolore questo mi ha fatto pensare che dovevo provarci.”

La foto della radiografia del proiettile conficcato nella testa di Mira ,una bambina di 4 anni pubblicata dal New York Times. Ospedale Nasser 25 Agosto 2024.

Così ha inserito dei tubi per aiutare Mira a respirare ed è riuscita a stabilizzarla. Mira è stata sottoposta a un intervento chirurgico al cervello, il proiettile è stato rimosso e la sua vita è stata salvata.

Syed è rimasta in contatto con i genitori della ragazza e di recente ha ricevuto un video emozionante: Mira camminava e parlava. “L’ultima volta che l’ho vista apriva a malapena gli occhi”, racconta Syed.

Ma come gli altri pazienti sopravvissuti, Mira è sempre in pericolo. Ha bisogno di cure costanti per ridurre la pressione alla testa, soffre di debolezza al lato sinistro e deve assumere farmaci.

A gennaio la tenda della famiglia è stata colpita nel corso di un attacco e la madre di Mira ha perso un braccio. “Hanno fame, non hanno farmaci e non hanno un posto sicuro”, dice Syed, che sta cercando di aiutare la famiglia a lasciare Gaza per necessità di cure mediche.

Syed ha portato la foto della radiografia a Washington e si è confrontata con dei senatori per cercare di convincerli a smettere di sostenere Israele. “Ho incontrato scetticismo sull’autenticità della foto”, dice.

“Ma l’ho toccata, le mie mani l’hanno curata, l’ho salvata. Mettere in dubbio tutto questo mi ha davvero spezzato il cuore. Mi è stato chiesto perché Israele prendesse di mira i bambini, ma questo è normale se si vuole distruggere il futuro.”

Shaban è morto a causa della guerra. Non è stato colpito da una scheggia o da un proiettile, ma dalla distruzione delle reti fognarie e idriche di Gaza. Era nato nel dicembre del 2022. A due anni, nel bel mezzo della guerra, si è ammalato e la sua pelle è diventata giallastra. “Aveva la stessa età del mio figlio più piccolo, eppure sembrava tanto piccolo per la sua età. Il bianco degli occhi emanava un bagliore arancione fosforescente, la sua pelle aveva il colore intenso del Tang”, dice Syed, riferendosi alla bevanda in polvere. “Giaceva immobile, respirava con affanno, aveva l’addome gonfio. Ogni movimento gli causava dolore”.

Shaban soffriva di insufficienza epatica causata dall’epatite A. “Negli Stati Uniti e in ogni Paese avanzato, è molto difficile contrarre l’epatite, e anche se succede è abbastanza semplice da curare. A Gaza, non avevamo modo di aiutarlo”, racconta Syed.

La madre di Shaban ha mostrato a Syed le foto del bambino scattate un anno prima. “Quando la madre ha condiviso una foto di suo figlio di appena un anno fa, raggiante di salute e felicità, mi sono sentita sommergere da un’ondata di tristezza”, dice Syed. Il bambino aveva bisogno di un trapianto di fegato, ma anche in questo caso la famiglia non aveva ricevuto il permesso da Israele per lasciare Gaza per l’intervento.

Syed ha fotografato la madre mentre lasciava l’ospedale con il figlio. “Non riesco a liberarmi dall’immagine della madre che portava in braccio il suo bambino, il suo corpicino aggrappato a lei, entrambi avvolti nella disperazione”, dice.

“La sofferenza di questo bambino mi tormenta in modi che le parole non possono esprimere. Il medico che è in me sa che quel bambino è morto quel giorno, poco dopo essere stato dimesso dall’ospedale, ma la madre che è in me non vuole accettare la realtà.

Fatma, 29 anni, è arrivata in ospedale con tre bambini piccoli, tutti sotto i 7 anni. Non era stata ferita dalle bombe, ma sanguinava copiosamente da un seno.

“I suoi figli sedevano in silenzio al suo fianco, con i volti segnati dalla paura”, racconta Syed. “Ho cercato nella borsa con i guanti insanguinati, e ho tirato fuori qualche palloncino per distrarli. I loro volti si sono illuminati mentre dimenticavano per un attimo l’orrore che li circondava.”

Si è scoperto che la madre soffriva di un tumore al seno in stadio molto avanzato. “Mi sono trovata di fronte a una scena che, nonostante la mia esperienza in zone svantaggiate, non avevo mai visto: una massa mammaria così grande e deturpante che era chiaramente la causa della sua abbondante emorragia”, dice Syed.

La zia della paziente, che accompagnava lei e i suoi figli, ha raccontato che i medici avevano scoperto il nodulo, all’epoca delle dimensioni di un’oliva, sette mesi prima, all’inizio della guerra.

Le era stato prescritto un intervento chirurgico e la chemioterapia, ma a causa della guerra e della distruzione del sistema sanitario non ha potuto curarsi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva approvato la sua evacuazione per motivi sanitari, ma la sua richiesta è stata respinta da Israele, oppure i permessi hanno impiegato troppo tempo per arrivare.

“Era evidente che il suo cancro era curabile”, dice Syed. “In qualsiasi altro Paese, o persino a Gaza prima del 7 ottobre, avrebbe ricevuto cure e sarebbe guarita. Ma ora non potevamo fare nulla. Non avevamo le scorte di sangue per stabilizzarla ed era preferibile riservare le risorse chirurgiche necessarie per la riduzione del tumore a pazienti con maggiori speranze di guarigione.

“Sarebbe morta presto con i suoi figli accanto. Questa madre non avrebbe mai visto i suoi figli crescere, non avrebbe mai visto sua figlia laurearsi o suo figlio diventare un uomo. L’ingiustizia di tutto ciò bruciava dentro di me, un fuoco che non si sarebbe mai spento.”

Alla fine Fatma è stata trasferita in un altro ospedale. Quando Syed ha chiamato per avere notizie, le è stato detto che Fatma era morta quel giorno.

Nelle conversazioni con i medici che hanno curato civili a Gaza si parla sempre dei primi minuti dopo una strage di massa. Le descrizioni sono le stesse.

Pochi minuti dopo l’attacco missilistico o la bomba i pronto soccorso e le unità di terapia intensiva diventano una scena da film dell’orrore. Le urla di dolore si fondono con le grida di angoscia delle persone che scoprono la morte di una persona cara.

I letti, le barelle e poi il pavimento si riempiono di feriti, mentre tra di loro si formano pozze di sangue. E i medici devono ripetutamente prendere decisioni crudeli: chi scartare perché con nessuna prospettiva di sopravvivenza o perché richiede l’utilizzo di risorse in grado di salvare altre persone con più possibilità di successo.

Syed è tornata a Gaza il 4 dicembre dopo il precedente periodo di volontariato in agosto. “Il viaggio è stato straziante, con strade dissestate e bambini che camminavano da soli, tale da risvegliare un familiare senso di angoscia nello stomaco”, racconta. Dopo un’ora di macchina siamo arrivati all’ospedale Nasser. La disposizione degli alloggi era rimasta invariata: angusti letti a castello e l’onnipresente odore di fogna proveniente dal bagno.

Mentre iniziavo a disfare i bagagli una forte esplosione ha scosso l’edificio. Ho subito capito che questo attacco aereo era più vicino del solito. Le urla echeggiavano mentre la gente correva verso l’ospedale. Conoscendo fin troppo bene la procedura, mi sono precipitata verso il reparto di traumatologia.

Mentre indossavo con difficoltà i miei guanti già strappati, ho visto che due bambini piccoli venivano portati di corsa. Le loro famiglie li hanno sdraiati sul pavimento dato che non c’erano letti disponibili. Prima ancora di toccarli ho capito che non erano più in vita. Mi ha travolto un senso di totale impotenza.

“Poi è arrivata una bambina di 8 anni di nome Alaa, la stessa età di mia figlia. Suo padre mi ha spiegato che stava giocando davanti alla loro tenda quando in seguito ad un attacco aereo delle schegge sono penetrate nel suo cranio. Era gravemente ferita, il suo corpo si muoveva a malapena e la materia cerebrale era esposta. Secondo il protocollo era da considerare irrecuperabile.

Ma quando ho visto la disperazione negli occhi di suo padre non sono riuscita a stare a guardare. Ho preso dalla mia borsa il laringoscopio che avevo dovuto far passare di nascosto dall’esercito israeliano e ho assicurato la pervietà delle vie respiratorie, poi l’abbiamo portata di corsa in sala operatoria.

Pochi giorni dopo sono stata trasferita in un altro ospedale e ho perso traccia dei progressi di Alaa. Suo padre aveva promesso aggiornamenti, ma temevo il peggio. Una sera, verso la fine del mio soggiorno di un mese, ho ricevuto un messaggio con due video.

“Il primo video mostrava Alaa seduta mentre leggeva un libro con una benda attorno alla testa. Nel secondo la si vedeva camminare, leggermente instabile ma autonoma. Si è fermata al centro dell’inquadratura e ha detto: ‘Shokran doktora, anam khair’ Grazie, dottoressa, sto bene.”

Ma Alaa ha bisogno di un intervento chirurgico per la protezione del cervello, un’operazione che non può essere eseguita a Gaza. Come per altri casi, è in attesa di essere evacuata dalla Striscia.

“Negli Stati Uniti abbiamo la possibilità di intervenire in diversi modi e salvare vite umane”, dice Syed. “A Gaza anche se salvi una vita non è detto che ci sia veramente riuscito.

“Alaa potrebbe morire domani. Il suo cervello è esposto. Se domani inciampa tra le macerie o contrae un’infezione, morirà. Tutto è così incerto. La sensazione che si prova è di non fare molto, di non portare alcun cambiamento.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)

Vedi video della relazione del dr. Feroze Sidhwa al Consiglio di Sicurezza dell’ONU 




L’ONU avverte che 14.000 bambini potrebbero morire se gli aiuti non dovessero entrare a Gaza in 48 ore

Redazione di MEMO

20 maggio 2025 – Middle East Monitor

Il responsabile del settore umanitario dell’ONU Tom Fletcher ha affermato oggi alla BBC che circa 14.000 bambini potrebbero morire a Gaza in 48 ore se gli aiuti non dovessero raggiungerli in tempo.

Sebbene Israele abbia detto che avrebbe permesso [l’ingresso] degli “aiuti di base” a Gaza, solo cinque camion sono entrati ieri nell’enclave, due dei quali trasportavano sudari per aiutare a seppellire i palestinesi uccisi dalle bombe israeliane. Altri erano [entrati] a Gaza, ma sono stati bloccati delle forze di occupazione e non hanno raggiunto i palestinesi. Questa è stata la prima consegna di aiuti dal 2 marzo, quando Israele ha completamente sigillato l’enclave.

Questa, ha spiegato Fletcher, è una “goccia nell’oceano” e totalmente inadeguata per la popolazione di oltre 2,3 milioni e per la quale non è stato permesso l’ingresso di alcun aiuto da 80 giorni.

Tonnellate di cibo sono bloccate al confine [di Gaza]” da Israele, ha affermato ieri Tedros Adhanom Ghebreyesus, il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Questo avviene solo qualche settimana dopo che l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi (UNRWA) ha avvisato che centinaia di migliaia di palestinesi mangiano un solo pasto al giorno ogni due o tre giorni a causa del devastante blocco israeliano.

In una intervista alla TV Al-Ghad il portavoce dell’UNRWA Adnan Abu Hasna ha affermato che “più di 66.000 minori a Gaza stanno soffrendo una grave malnutrizione.”

Secondo l’ONU Gaza ha bisogno di almeno 500 camion di aiuti al giorno per soddisfare i bisogni di base della popolazione.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Guerra a Gaza: un bambino palestinese muore di fame e malnutrizione a Gaza

Nadda Osman

4 marzo 2024 – Middle Est Eye

Yazan al-Kafarna, un bambino di 10 anni affetto da paralisi cerebrale infantile, è morto all’ospedale al-Najjar a Rafah per le conseguenze della malnutrizione

Un bambino di Gaza, identificato come Yazan al-Kafarna, è stato uno degli ultimi a morire di fame e malnutrizione nell’enclave assediata dall’inizio della guerra il 7 ottobre.

Secondo quanto riportato dai media locali Kafarna è morto all’ospedale al-Najjar di Rafah lunedì, portando il numero totale di bambini morti per malnutrizione a 16 da ottobre.

Immagini e video di Kafarna diffusi dal 2 marzo lo mostrano disteso in un letto di ospedale con le guance scavate.

In un video suo padre mostra una foto del figlio, in evidenti condizioni di salute, risalente a prima della guerra.

Prima della guerra stava bene, poteva usufruire di tutto il cibo e le cure mediche di cui aveva bisogno. Quando è iniziata la guerra tutto è stato interrotto…questo è successo perché gli è mancato il nutrimento e il cibo necessario”, ha detto, aggiungendo che la foto di suo figlio era stata scattata solo una settimana prima dell’inizio della guerra.

La famiglia di Kafarna è stata sfollata da Beit Hanoun a (nord-est di) Gaza a Rafah nel sud.

In un’intervista i familiari hanno detto a Al Jazeera in versione araba che Kafarna è arrivato a un punto in cui sopravviveva con solo qualche boccone di pane.

Viveva dei pezzi di pane che trovavamo con molta difficoltà e compravamo a costi altissimi. Se non riuscivamo a trovare del cibo gli davamo dello zucchero perché potesse restare in vita. La ragione principale per cui ha raggiunto uno stadio in cui sembra uno scheletro è la mancanza di cibo”, ha detto Mohammed al-Kafarna, un membro della famiglia.

Secondo Kafarna Yazan è arrivato a un punto in cui aveva bisogno di cibo e di nutrienti specifici perché si mantenesse in vita dopo aver perso così tanto peso corporeo, tuttavia la famiglia non poteva procurarsi ciò di cui necessitava.

Yazan era affetto da paralisi cerebrale infantile fin dalla nascita, il che significa che aveva dovuto seguire una dieta speciale e assumere integratori alimentari. Tuttavia la famiglia ha detto che dall’inizio della guerra non aveva avuto più accesso a queste cose.

I giornalisti a Gaza hanno documentato la morte di altri bambini a causa di malnutrizione e fame.

La guerra della fame’

Hossam Shabat, un giornalista di Gaza, ha detto che una bambina è morta per mancanza di latte, mentre un’altra, Heba Ziadeh, è morta all’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza per disidratazione e malnutrizione.

La scorsa settimana il portavoce del Ministero della Sanità di Gaza, Ashraf al-Qudra, ha affermato che “l’occupazione israeliana sta conducendo una nuova guerra contro gli abitanti di Gaza, la guerra della fame”, aggiungendo che il numero delle persone che muoiono di fame e malnutrizione è in crescita, soprattutto tra i bambini.

Ha spiegato che il sistema sanitario nel nord di Gaza ora è del tutto incapace di soddisfare le necessità del territorio assediato, soprattutto dopo che l’ospedale Kamal Adwan è stato occupato dalle forze israeliane. 

Gaza è sull’orlo della carestia, ha avvertito a fine febbraio il capo dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA).

L’ultima volta che l’Unrwa è stata in grado di fornire aiuti alimentari nel nord di Gaza è stata il 23 gennaio”, ha scritto Philippe Lazzarini sui social media.

Almeno 500.000 persone stanno affrontando la carestia mentre quasi l’intera popolazione di Gaza, 2.3 milioni di persone, sta patendo una grave penuria di alimenti, come mostrano i dati dell’ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari.

A fine febbraio almeno due neonati sono morti per malnutrizione e disidratazione a Gaza.

Le organizzazioni di aiuti hanno avvertito che il blocco di cibo e acqua verso l’enclave palestinese può configurare un crimine contro l’umanità.

Randa Ghazy dell’ONG Save the Children ha affermato che Gaza sta subendo “il peggior livello al mondo di malnutrizione”.

Le donne incinte non ricevono il nutrimento e le cure di cui necessitano, il che le rende più vulnerabili alle malattie e al crescente rischio di morte durante il parto”, ha detto a Middle East Eye.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




La malnutrizione affligge Gaza

Isra Saleh el-Namey 

27 agosto 2020 – Electronic Intifada 

Muhammad Abu Amra ha il diabete e non può permettersi le cure: avrebbe bisogno di due iniezioni di insulina al giorno, ognuna a circa 6 euro. Il suo debito con due farmacie cresce in continuazione.

Muhammad vive con la famiglia a Deir al-Balah, cittadina situata nel centro della Striscia di Gaza. La casa è in pessime condizioni, con buchi nei muri e sul soffitto.

Durante l’estate il caldo è stato insopportabile, i suoi cinque bambini hanno subito molte punture di zanzare. Mi sento impotente e senza speranza,” dice Muhammad, 33 anni. “Ho sempre più responsabilità, ma a causa della mia salute, non riesco a occuparmene. E la situazione economica della mia famiglia è molto grave.”

Muhammad, disoccupato, e la moglie Mansoura hanno pochi soldi per comprare da mangiare.

Alle volte devo prendere cose essenziali, pannolini, fazzolettini, sale e zucchero e lo devo fare a credito,” dice Mansoura a cui è stato proibito l’ingresso in un supermercato fino a quando non salderà il suo debito di circa 170 euro.

La maggior parte dei pasti che preparo per i bambini si basa sulle verdure più economiche che riesco a trovare, patate e melanzane,” aggiunge Mansoura.

Mangiamo carne rossa o pollo solo ogni sei mesi. I nostri bambini non bevono latte, sono veramente preoccupata che, a lungo andare, ciò danneggerà la loro salute.”

Ogni tre o quattro mesi la famiglia Abu Amra riceve un pacco con farina, riso e olio per cucinare dall’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite che fornisce aiuto ai rifugiati palestinesi.

Secondo Mansoura il contenuto del pacco dura a malapena un mese

La varietà scarseggia

A Gaza la malnutrizione è un problema serio denunciato da uno studio recente dell’agenzia del Programma alimentare mondiale che ha rilevato che l’86% dei bambini con meno di 5 anni che vive vicino al confine fra Gaza e Israele non ha una dieta minimamente accettabile.

A Gaza, secondo il Programma alimentare mondiale, il 28% delle donne durante l’allattamento ha dei livelli troppo bassi di ferro nel sangue.

In una loro precedente relazione e anche secondo altri gruppi che forniscono aiuti si è rilevato che gli abitanti hanno reagito alla difficile situazione economica riducendo la varietà del cibo.

Secondo le Nazioni Unite più del 68% dei due milioni di abitanti soffre di insicurezza alimentare, definita come la condizione di non avere accesso o non avere i soldi per comprare il cibo necessario per condurre una vita sana ed attiva.

La malnutrizione è stata una delle conseguenze del rigido blocco imposto da Israele. Attivisti per i diritti umani hanno documentato che nel 2008 Israele ha elaborato un piano con lo scopo di ridurre la quantità di cibo disponibile a Gaza.

Aziza al-Kahlout, la portavoce del ministero per gli affari sociali a Gaza, ha detto che negli ultimi mesi i problemi sono peggiorati. Le restrizioni imposte a causa della pandemia hanno portato a un aumento della disoccupazione.

Molti hanno perso la loro fonte di reddito, gli autisti che non hanno più passeggeri, gli operai delle fabbriche e di altre attività che sono state chiuse” dice al-Kahlout. “Tutti questi e le loro famiglie hanno urgentemente bisogno di aiuti in questi momenti difficili.”

Poiché le autorità di Gaza hanno problemi finanziari, è necessario un maggiore supporto da parte di donatori internazionali “per impedire alla situazione umanitaria di peggiorare,” conclude al-Kahlout.

Secondo la Federazione Generale Sindacale palestinese almeno 50 fabbriche hanno chiuso e si sono persi circa 4000 posti di lavoro.

I poveri diventano sempre più poveri

Mahmoud al-Lili ha una bancarella di snack nel campo profughi di Maghazi e prima della pandemia guadagnava un po’ più di 4 € al giorno.

Adesso il ventiseienne talvolta non guadagna nemmeno un euro: le attività sono crollate dall’inizio dell’anno, quando le autorità hanno imposto le restrizioni.

Vivo in una piccola casa con genitori, sorelle e fratello sposato,” dice al-Lili. “Faccio del mio meglio per guadagnare qualche soldo così qualche volta c’è qualcosa per la cena. Siamo una famiglia povera, ma la crisi ci ha resi ancora più poveri.”

Samir al-Sayid, 56 anni, ha vari problemi di salute, inclusa la pressione alta. La sua famiglia di 9 persone vive in una casa di due stanze nel campo profughi di Bureij.

Non lavoro e non posso occuparmi della mia famiglia,” dice Samir. “Per vivere facciamo affidamento principalmente sugli aiuti umanitari.”

I pacchi dell’UNRWA sono essenziali per la sua famiglia.

Quando ne riceviamo uno, pianifico attentamente su come sfruttarlo al meglio e farlo durare il più possibile,” dice Siham, la moglie di Samir. “Non posso comprare gli ingredienti per preparare la maggior parte dei piatti che i nostri bambini vorrebbero. Cucinare per la mia famiglia è un constante incubo.”

Isra Saleh el-Namey è una giornalista di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




I bambini di Gaza vivono in un inferno: Uno psicologo racconta di dilaganti abusi sessuali, droghe e disperazione.

Ayelett Shani

11 novembre, 2017, Haaretz

Mohammed Mansour, che tratta le vittime di violenza sessuale a Gaza, descrive l’incubo distopico che vivono i palestinesi.

Conversazione con: Mohammed Mansour, 49 anni, vive a Mash’had, città della Galilea; psicologo, volontario a Gaza con Medici per i diritti umani-Israele.

Dove: un caffè a Jaffa.

Quando: domenica, 8 del mattino.

Per più di un decennio hai visitato spesso la Striscia di Gaza come volontario che fornisce assistenza psicologica.

Sono un esperto in trattamento di traumi e, più specificamente, di bambini che hanno subito violenza sessuale o che mostrano comportamenti sessuali violenti. Come parte dell’assistenza umanitaria fornita, tratto i bambini e formo i professionisti per fornire terapia del trauma. Entro ed esco da Gaza, sotto gli auspici della ONG nonprofit Medici per i Diritti Umani-Israele, ogni due o tre mesi. Negli anni ’90 ho anche vissuto lì per un anno e mezzo mentre stavo conducendo una ricerca.

Quindi conosci bene anche Gaza pre-embargo.

Ovviamente.

E mi sembra di capire che dalla tua ultima visita, circa un mese fa, hai la sensazione che qualcosa è cambiato. Intravedi una nuova tendenza.

Sì. In questa visita ho incontrato un gran numero di casi di abusi sessuali tra i bambini. Questo è un fenomeno che è sempre esistito, ma in questa visita, e anche nella visita precedente, in agosto, ha improvvisamente raggiunto dimensioni molto più grandi. È diventato assolutamente enorme. Più di un terzo dei bambini che ho visto nel campo [rifugiati] di Jabalya hanno riferito di essere stati vittime di abusi sessuali. Bambini da 5 a 13 anni.

Cosa intendi con “abuso sessuale”?

Tutto dall’essere toccato allo stupro.

Chi sono i responsabili?

Adulti e altri bambini della stessa età o più anziani, o qualcuno in famiglia. Genitori, fratelli, zii. In un caso che ho visto, la madre di una bambina di 12 anni con disabilità mentale mi ha detto che la ragazza stava avendo un comportamento molto irritabile. Ogni volta che avvicinavo la mia mano al suo viso lei sussultava bruscamente, sembrava davvero spaventata. Ho chiesto alla madre se fosse sempre stata così, e lei ha risposto di si. Le ho chiesto di lasciare la stanza e ho parlato con la ragazza. Mi ha detto che suo padre la stava abusando. Non ha detto “abusare”, naturalmente; ha riferito che dorme con lei. E’ stato davvero scioccante, anche per me, e sono abituato a simili storie. Ho provato un brivido lungo tutto il corpo quando ne ha parlato.

Cosa le hai detto?

Che a un padre è proibito toccare la propria figlia. Ho cercato di insegnarle a difendersi. So che probabilmente non servirà.

E non puoi dirlo alla madre.

No. Questo metterebbe soltanto la ragazza a rischio ancora maggiore, se la gente sapesse che lo ha raccontato. In generale, quando i bambini sono maltrattati all’interno della famiglia, la madre sa e tace. Credo che anche questa madre lo sapesse. A proposito, questo è il trauma più grave per il bambino: non l’abuso, ma il tradimento della madre.

Una cospirazione del silenzio. È ancora più complesso in una società così conservatrice, in cui tutto ciò che riguarda il sesso è un tabù.

Il conservatorismo si trova anche tra i professionisti della salute mentale. Non parlano di sessualità, di abusi sessuali. Se uno dei miei colleghi incontra dei bambini vittime di abusi sessuali, tace.

Spaventoso.

Quel silenzio, da parte dei membri della professione, è il secondo tradimento.

E la conclusione è che i bambini che hanno subito abusi sessuali non hanno un posto dove rivolgersi, nessuno con cui parlare.

Nessuno.

Conoscete il tasso di abuso sessuale di bambini a Gaza?

No. Non esiste una ricerca sistematica. Ma i bambini che vivono in condizioni di abbandono sono più vulnerabili agli abusi sessuali. Povertà e trauma vanno di pari passo.

Una volta ho incontrato un terapeuta che lavora con prostituite. Mi ha detto che gli aggressori sanno chi scegliere. Sanno quale ragazza non ha nessuno che la aspetta a casa.

Giusto. Gli aggressori sono abili nell’individuare chi possono abusare e da questo punto di vista i bambini di Gaza sono davvero vulnerabili. Quasi ogni famiglia ha 14 o 15 bambini e vivono in condizioni di estrema povertà. La maggior parte delle persone non lavora, e chi lo fa guadagna pochi soldi – lo stipendio medio è di 1.000 shekel al mese [$ 285]. Mentalmente e fisicamente, i genitori non sono davvero in grado di sostenere i propri figli. Sono immersi nella loro stessa depressione, il loro trauma. E la maggior parte degli abitanti di Gaza soffre di depressione e trauma, non possono soddisfare nemmeno i bisogni più elementari dei propri figli.

C’è fame.

Decisamente. Ho visto la fame. Visito case misere e deserte. Il frigorifero è spento anche durante le ore in cui hanno energia elettrica, perché non c’è niente dentro. I bambini mi dicono che mangiano una volta al giorno; alcuni mangiano una volta ogni due giorni. Un neurologo che lavora con noi, Rafik Masalha, ha fatto uno studio sulla nutrizione. Un bambino nella Striscia di Gaza consuma carne in media una volta al mese e pollo una volta alla settimana, e stiamo parlando di un pollo per una famiglia di 15 bambini.

La legge palestinese prevede la pena di morte per violenza sui minori. Ci sono stati dei precedenti: persone sono state giustiziate.

La pena di morte prevista dalla legge si applica agli abusi al di fuori della famiglia. In caso di abuso all’interno della famiglia, spetta alla vittima provarlo. Nessun bambino oserà parlare di abusi del genere. Un bambino di 6 anni che la madre abusa sessualmente, o una ragazza che viene abusata dal padre e dai suoi fratelli, non li denuncerà – soprattutto perché molti bambini che sono abusati sessualmente non sanno che stanno subendo un abuso. Non sanno che questo è ciò che sta accadendo a loro. Non lo sanno e nemmeno fanno il tentativo di capire di cosa si tratta.

Che dire degli attacchi di bambini contro altri bambini?

Per i bambini che subiscono abusi sessuali c’è un elemento nell’abuso che è piacevole. I bambini che subiscono abusi sessuali prolungati, senza che nessuno lavori con loro sul loro trauma, negano e reprimono il dolore, e si concentrano sulla parte piacevole. Un bambino del genere è incline a danni ancora maggiori, e portato a danneggiare altri bambini.

La vittima diventa il violentatore.

Un bambino abusato sessualmente è sotto il dominio totale del molestatore, il cui interesse principale è come dominare. Abusare di altri bambini è il modo migliore per ripristinare il controllo su se stesso.

Chi ti parla di queste violenze? Le vittime o gli aggressori?

Gli aggressori. Non la chiamano assolutamente aggressione. Mi dicono cosa fanno agli altri bambini. La prima cosa che faccio è spiegare loro che [loro stessi] hanno subito degli abusi e che ciò che stanno facendo agli altri bambini è abuso.

Stiamo parlando di abusi da parte di adolescenti maschi contro altri adolescenti maschi, o da ragazzi contro ragazzi?

Sì.

Sono omosessuali?

No.

Allora perché?

Perché è più semplice socialmente. Se un ragazzo assalta una ragazza e lei lo dice a qualcuno, egli sarà ucciso. Si sistemeranno i conti con lui nel vicinato.

Tutto quello che mi hai detto finora è spaventoso di per sé, ma il pensiero che essi forse trovano consolazione nel violentare altri è semplicemente insopportabile.

Sì. Alcuni di loro vi trovano consolazione, piacere, liberazione. Non lo percepiscono come uno stupro, ed è molto difficile trattarli e raggiungere la radice del loro trauma – sia perché hanno subito diversi traumi, sia perché il trauma è in corso. Il primo passo nel trattare le persone ferite dalla violenza e dall’abbandono è rimuoverle dalla situazione di violenza e abbandono. A Gaza è impossibile. Il trauma non finisce e non finirà. Adulti e bambini vivono in un dolore terribile, stanno solo cercando come evadere. Vediamo anche un numero crescente di tossicodipendenti.

A cosa sono dipendenti?

La dipendenza più diffusa oggi tra uomini e giovani a Gaza è il tramadol. In realtà è un farmaco da prescrizione per il dolore muscolare.

È un oppiaceo?

Sì. Uno degli effetti collaterali del tramadolo – è considerato un effetto apparentemente positivo – è che prolunga la durata di un’erezione e aumenta il desiderio sessuale sia negli uomini che nelle donne. Il tramadol che arriva a Gaza è fabbricato in Cina e attraversa l’Egitto. In Egitto subisce una sorta di manipolazione. Non so esattamente cosa fanno lì, cosa aggiungono, ma il tramadol nella Striscia di Gaza non è lo stesso tramadol che la gente prende in Israele. C’è qualcos’altro. Causa forte dipendenza e influenza il comportamento.

Probabilmente aggiungono un’anfetamina.

Sì, una delle anfetamine. Qualcosa con un effetto che assomiglia a quello della cocaina. Lo so perché ho preso il tramadol per alcuni mesi e non ho avuto questi effetti collaterali. E quando ho smesso di prenderlo non sentivo il bisogno di riprenderlo.

Ma tu affermi che la versione di Gaza crea dipendenza.

Molto. Non possono farcela senza di esso. Ed è molto popolare. Nel 2014 un pacchetto di tramadol costava 20 shekel [circa $ 5]. Oggi sono 20 shekel per una compressa.

Gli ospedali di Gaza non hanno medicine essenziali. Come fanno ad avere il tramadol? E come può la gente pagare per questo?

Non è considerato una medicina, ma una droga. Ci sono spacciatori a Gaza e se vengono catturati vanno in prigione. Una gran quantità di hashish è entrata a Gaza dall’Egitto fino alla chiusura dei tunnel; oggi, senza tunnel, non c’è hashish. Le persone stanno cercando qualcos’altro. Non so come faccia a entrare e come riescano a ottenere i soldi, ma i numeri parlano da soli: secondo uno studio condotto a Gaza, il 41% dei tossicodipendenti è dipendente dal tramadol.

E questo, di conseguenza, aumenta la percentuale di aggressioni sessuali.

Certamente. Giovani non sposati che non riescono a trovare nessun altro sfogo all’accresciuto desiderio, aggrediscono bambini e altri giovani. Gli uomini sposati cercano costantemente sesso e legami sessuali, ne parlano in continuazione. Anche davanti ai loro bambini. Parlano di quante volte fanno sesso, con quante donne, sui loro rapporti con le donne.

Relazioni extraconiugali? Tradimenti? A Gaza?

Sì, certo, sempre.

Stai descrivendo una società che è conservatrice in superficie e nel caos totale dentro.

“Caos”: questa è la parola.

Una vita di disperazione

Tutte le convenzioni sociali sono crollate. Anomia.

Non ci sono convenzioni sociali e oltre a ciò c’è una tremenda disperazione. Tutti quelli che incontro lì sono disperati. Salgo su un taxi e l’autista mi parla della sua sensazione di disperazione, di come sta usando il tramadol. Entro in un ristorante dove pranzo sempre, i camerieri siedono con me al tavolo e mi raccontano della loro disperazione. Visito un ospedale psichiatrico e arrivano subito gli psichiatri e gli psicologi e vogliono parlarmi dei loro problemi personali, prima di iniziare a parlare di questioni professionali. Tutti sono disperati. Non possono godersi nulla.

Non c’è da stupirsi se il sesso diventa un’ossessione. È forse l’unico godimento disponibile. L’unica vitalità che possono provare.

Penso che si impegnino nel sesso non per divertimento ma come valvola di sfogo. Per loro, la sessualità è connessa alla speranza. Con tutta la morte e i simboli di morte da cui sono circondati, questa è la vita. È impossibile capire veramente cosa stia succedendo a Gaza, impossibile capire cosa stia realmente succedendo nella psiche delle persone. Persino io, che ho a che fare con la salute mentale, non riesco davvero a capire cosa pensano e sentono.

È come la trama di un libro o di un film distopico, o come uno spaventoso esperimento sociale. Una società totalmente isolata che vive in condizioni orribili, senza energia elettrica, tra rovine, sotto un governo dittatoriale. Cosa tiene unita questa società?

Niente. Sono alle prese con una lotta interna. Un tempo ciò che li univa era la sensazione di essere tutti sulla stessa barca: tutti soffrivano del blocco [imposto da Israele], dagli attacchi israeliani. C’era un senso di destino condiviso. Quello non esiste più. Si incolpano l’un l’altro per la situazione, litigano, si arrabbiano; è davvero il caos. L’unica cosa che si può dire sia un fattore organizzativo è il regime.

Quindi il regime dispotico di Gaza è l’ultima barriera al collasso totale? Questo è il blocco?

Sfortunatamente sì. Se non esistesse, ci sarebbe il crimine, e solo il crimine, in continuazione.

Che tipo di persona è prodotta da una società come questa?

Un malato, nella mente.

Tutti?

Tutti a Gaza sono malati nella mente. Quando le persone sono malate nella mente il risultato può essere un serio disturbo psichico. Persone con disturbi che non sono trattati – e non sono trattati – sono capaci di tutto.

È una società in cui tutto è permesso?

Tutto è permesso e tutto è proibito. Posso fare tutto ciò che voglio, purché le persone non sappiano cosa sto facendo.

È come un pensiero criminale: tutto è permesso e l’unica cosa importante è non farsi prendere.

Sì. Sai, avere relazioni extraconiugali è proibito. È assolutamente proibito, per legge, che un uomo e una donna siano visti insieme la sera se non sono sposati. Potrebbero finire in prigione, persino essere uccisi per quello. Tuttavia sentono di essere autorizzati a intrattenere relazioni sessuali finché gli altri non lo sanno. Semplicemente non deve essere conosciuto. Questo è ciò che è più importante nella Striscia di Gaza oggi.

Quindi sono rapporti tra complici.

Sì.

Non ci sono amicizie? Tutte le relazioni sono governate da interessi particolari?

Ognuno per sé. Lo vedo anche tra i miei colleghi. C’era solidarietà a Gaza, era una società molto coesa, con legami interpersonali sani e forti. In questi giorni le persone sono indifferenti anche ai loro migliori amici. Sentono di dover badare a se stessi e solo a se stessi. Quando una persona non ha nulla da mangiare, non può collegarsi con qualcuno che non può aiutarlo, anche se l’altro si trova nella stessa situazione. È diverso, ad esempio, dai rifugiati siriani con cui lavoro in Grecia. I rifugiati stanno solo cercando ciò che hanno in comune, vogliono stare insieme. Dieci anni fa, era così anche a Gaza. Oggi tutto questo è scomparso. Anche all’interno della famiglia non c’è aiuto reciproco. Stiamo assistendo a un tremendo, rapido crollo della società a Gaza. Potrebbe persino finire in guerra civile. Ci sono faide tra hamulot [clan] a Gaza e quelle fratture non potranno che diventare più severe.

Qual è la conclusione filosofica? Che in condizioni come questa la moralità interna scompare, si perde la propria umanità?

Le persone perdono la loro umanità. Ovviamente. C’è uno psicanalista italiano, un mio amico, Franco Dimasio, che sostiene che la vita all’interno di una lotta per la sopravvivenza ci fa perdere la nostra umanità.

Che cosa intende con il termine “umanità”?

La capacità di vedere l’altro, il suo dolore. Sarà molto difficile ripristinare l’umanità a Gaza perché sono tutti presi dalla loro sopravvivenza, sono concentrati su loro stessi. Non vedono l’altro. Essi stessi hanno perso il controllo sui propri sentimenti, il loro intero comportamento è diventato una forma di recitazione.

In altre parole, esprimono i loro sentimenti e i loro impulsi minacciosi e repressi attraverso il loro comportamento. Ciò significa comportamento aggressivo, per la maggior parte.

L’aggressività è molto presente. Le persone inveiscono costantemente l’una con l’altra. Per strada, sulle vie. A Shujaiyeh [un quartiere della città di Gaza] ho visto un’enorme lite tra hamulot, perché qualcuno aveva messo un sacco di spazzatura accanto alla porta del vicino – l’intero quartiere era eccitato. Lo vedo anche nel mio lavoro con psicologi e psichiatri nei corsi di formazione che offro. Sono sbalordito da come si comportano l’uno con l’altro. Diciamo che se qualcuno interrompe un altro o è in ritardo, immediatamente esplode in un linguaggio volgare. Con i bambini prende la forma di lotta. Tutti i bambini a Gaza hanno ferite dai colpi che danno e ricevono.

Un ragazzo a Jabalya mi ha spiegato che è violento perché viene colpito continuamente, dai suoi fratelli, dai suoi amici, dai vicini. “Quando mi vedono debole, mi colpiscono”, ha detto. “Se mi vedessero essere forte non mi colpirebbero”. Se faccio del male agli altri, sono forte. Questa è la spettacolo che è in atto. Nel mercato di Gaza scoppia una lite ogni 10 minuti, urla e colpi, la polizia arriva in pochi secondi e inizia a colpire tutti. Il che, ovviamente, è più o meno lo stesso: stanno recitando anche loro.

Inferno.

Gaza è un inferno. Penso alle bellissime spiagge di Gaza negli anni ’90. Oggi, quando inizi ad avvicinarti, senti l’odore delle fogne e vedi i cumuli di spazzatura. Nella visita più recente, una sera andai a fare una passeggiata sulla spiaggia e vidi due bambini seduti accanto a un falò, in mezzo alle pile di spazzatura. Quando ho iniziato a parlare con loro, uno di loro si è spaventato e voleva scappare. Ho dato loro 50 shekel [$ 14]. Sono stati lì a guardare la banconota. Sbalorditi. Non potevano credere di avere 50 shekel nelle loro mani. All’improvviso entrambi hanno iniziato a correre. Pochi minuti dopo, li ho visti da lontano, circondato da dozzine di altri bambini, mostrando loro la banconota, e anche gli altri bambini erano sbigottiti. Hanno chiesto loro dove erano le persone che distribuiscono i soldi? Ho pianto quando l’ho visto. Piango molto a Gaza.

È comprensibile. Come fai a sopportare gli orrori che vedi? Come si fa a tornare alla routine in Israele dopo tutto questo?

Faccio fronte a una grande quantità di dolore. O, più precisamente, cerco di far fronte a una grande quantità di dolore. I miei pensieri sono costantemente sia qua che là. Ho due bambini. Quando passo il tempo con loro ho dei flashback di bambini della stessa età di Gaza. Immagini. Voci. Contatti. E anche i corpi che ho visto. Ho visto molti corpi di bambini nelle guerre. Queste visioni mi ritornano ogni volta che qualcosa fa scattare il ricordo di qualcuno o qualcosa a Gaza.

Quindi sei anche tu in post-trauma.

Chiunque lavori con persone del genere è gravato da un post-trauma. Io investo moltissimo sforzo emotivo nel far fronte a ciò, nell’elaborare quello cui sono sottoposto. Lavoro molto la mia terra – coltivo olive, mi occupo delle api.

Credi ancora nella bontà umana?

Credo che anche le persone che subiscono traumi gravi posseggano la forza interiore per continuare a vivere, e vivere una vita migliore di quella che avevano. Se perdessi questa speranza, non potrei continuare a lavorare. Se non nutrissi la speranza che i rifugiati in Grecia possano essere riabilitati, non lavorerei con loro. Se non nutrissi la speranza che la situazione a Gaza migliorerà e che le persone abbiano la forza di cambiarla, non sarei in grado di andare avanti. Ogni volta che entro a Gaza provo quel dolore, dico a me stesso: non torno più indietro, e dopo, quando sono all’uscita, al posto di controllo di Erez, sto già programmando di tornare indietro.

(Traduzione di Angelo Stefanini)




Dietro allo sciopero della fame dei palestinesi ci sono inenarrabili vicende di sofferenza

Drssa Inas Abbad

Giovedì 27 aprile 2017 Middle East Eye

L’ inedita iniziativa non è solo un tentativo di migliorare le condizioni di detenzione, ma anche un appello a favore dei più elementari diritti umani e delle condizioni di detenzione nelle prigioni israeliane.

La reazione israeliana allo sciopero della fame dei prigionieri palestinesi iniziato il 17 aprile è stata senza precedenti.

Lo sciopero della fame, che coinvolge più di 1.500 prigionieri palestinesi, intende evidenziare l’iniquità delle pratiche penitenziarie di Israele e chiedere un miglior trattamento dei detenuti, ma è stato accolto con richieste di condanne a morte dei prigionieri che vi partecipano.

Le reazioni hanno oltrepassato la pericolosità e il razzismo, compresi i commenti fatti dal membro della Knesset [il parlamento israeliano, net.] Oren Hazan, che ha affermato: “Non c’è nessuno problema, neppure se tutti i prigionieri dovessero morire in seguito allo sciopero. Dopotutto le prigioni sono sovrappopolate mentre sulla terra c’è posto per tutti i loro cadaveri.”

Ci sono anche state le dichiarazioni fatte dal ministro della Difesa Avigdor Lieberman che, oltre a chiedere la loro condanna a morte, ha detto che i prigionieri che vi partecipano dovrebbero essere lasciati morire di fame.

In altri commenti i detenuti sono stati descritti come insetti velenosi che dovrebbero essere sterminati con il gas e per i quali dovrebbero essere istituiti campi di sterminio.

Quattro giorni dopo l’inizio dello sciopero, coloni israeliani hanno organizzato grigliate nei pressi della prigione di Ofer per provocare i detenuti, che a quel punto erano arrivati senza cibo o bevande per il tempo corrispondente a 12 pasti.

Solidarietà araba

Lo sciopero della fame è iniziato con la speranza di conquistare col tempo la solidarietà di tutte le fazioni palestinesi e delle forze nazionali e popolari.

Speravamo anche che, poco dopo, si sarebbe trasformato in un movimento di solidarietà araba, forse anche internazionale, con la causa dei prigionieri e con le loro richieste, esercitando pressione su Israele e obbligandolo ad accogliere le richieste legittime e relative ai diritti umani dei detenuti.

Scioperi della fame di massa possono avere un impatto molto maggiore di quelli di singoli individui. Inoltre non sono meno pericolosi e difficili se proseguono per troppo tempo, proprio come gli scioperi individuali.

Dopo circa una settimana di sciopero della fame, il corpo di un detenuto inizia a debilitarsi dopo che il suo peso si è ridotto di almeno cinque chili. Non bisogna dimenticarlo: nell’attuale sciopero tra i partecipanti vi sono minorenni, donne, anziani e malati.

I prigionieri in sciopero della fame soffrono più per i dolori che per la fame: mal di testa, dolori alle articolazioni, tremito e immobilità sono solo alcuni dei sintomi. La maggior parte degli scioperanti soffre di molti altri disturbi, come osteomalacia [fragilità ossea che provoca dolori muscolari, ndt.], cancro, reumatismi, difficoltà respiratorie, asma e altri disturbi che sono la conseguenza delle dure condizioni detentive, comprese torture e malnutrizione. In questi casi questi prigionieri necessitano di speciali trattamenti medici che vengono loro regolarmente negati.

In base ai rapporti pubblicati dal “Club dei Prigionieri Politici”, dal Dipartimento per gli Affari e la Libertà dei Prigionieri Politici e dall’Ufficio Statistico Centrale palestinese, ci sono 5.600 prigionieri politici nelle carceri israeliane, comprese 57 donne di cui 13 minorenni. Dopo 15 anni di prigione, il 16 aprile 2017 la detenuta con la più lunga carcerazione, Lina al-Jarbouni, è stata rilasciata dalle autorità israeliane.

E’ importante sapere che ci sono ancora 200 palestinesi che sono in prigione da prima della firma dell’accordo di pace israelo-palestinese (gli accordi di Oslo) nel 1993.

Alcuni dei detenuti sono stati in carcere più a lungo di qualunque altro prigioniero al mondo. Sono: Karim Younis e Maher Younis, detenuti dal gennaio 1984, così come Nael al-Barghouthi, che ha scontato 36 anni di carcere, 34 dei quali ininterrotti. E’ stato riarrestato nel 2014 poco dopo il suo rilascio. E’ stato uno dei prigionieri liberati come parte dell’accordo di scambio di prigionieri per il soldato israeliano GIlad Shalit.

Trattamento inumano

Lo sciopero della fame dei prigionieri politici non dovrebbe essere visto come un tentativo di migliorare le condizioni carcerarie. Non è affatto vero che i prigionieri vogliono solo avere migliori condizioni, come se accettassero di rimanere incarcerati così a lungo se queste condizioni rispettassero gli standard del XXI° secolo.

Di fatto, i prigionieri politici ricevono i trattamenti più inumani. Nelle prigioni delloccupazione sono ora presenti circa 500 detenuti politici che non sono mai stati imputati di niente. Sono attualmente trattenuti per un tempo che va dai tre ai sei mesi che sono sempre rinnovabili, ma alcuni sono detenuti da anni senza nessuna imputazione.

Ai prigionieri politici vengono in genere negate cure e regolari esami medici. In conseguenza di una tale negligenza, 13 persone – che sono considerate “martiri”- sono state vinte dalla malattia e sono morte in carcere. Ce ne sono altre oggi con urgente necessità di cure che sono state loro negate per anni.

Ai parenti sono state negate anche seconde visite della Croce Rossa. Le visite dei familiari attraverso la Croce Rossa sono state ridotte a una ogni quattro settimane. Tuttavia da quando è iniziato lo sciopero della fame, persino agli avvocati è stato vietato visitare i detenuti politici, a cui erano già state negate tutte le visite dei familiari come misura arbitraria presa contro di loro per lo sciopero della fame.

Molti detenuti politici sono stati posti in isolamento nelle prigioni di Al-Jalamah e Ilan nella regione di Beer Sheba e in altri luoghi. I loro beni personali sono stati requisiti, sono stati privati dei loro vestiti e hanno subito continui maltrattamenti nella forma di trasferimenti arbitrari tra una prigione e l’altra e di costanti perquisizioni nelle loro celle durante le quali sono stati percossi.

Alcuni di loro hanno perso uno o entrambi i genitori senza avere la possibilità di dare loro l’estremo saluto, come Mahmoud Abu Surur. Altri sono diventati padri mentre erano in carcere e non hanno potuto godere delle gioie della paternità, che è un diritto umano fondamentale, come Andan Muraghah e molti altri. Altri ancora non conoscono i loro nipoti, se non attraverso qualche fotografia che è consentito introdurre in prigione circa ogni mese.

Alcuni prigionieri sono confinati nelle celle del carcere e gli sono negate visite per molte settimane, forse anche mesi, come nel caso di Walid Maragah. Alcuni di quelli che provengono dalla Cisgiordania, come Nasir Abu Surur e Hasam Shahin e decine di altri, non possono ricevere visite perché alle famiglie viene negato il permesso di entrare in Israele, e quindi non possono andare a trovarli.

E a molti parenti le visite sono vietate perché si da il caso che essi stessi siano ex-detenuti politici. Agli ex-prigionieri politici spesso viene vietato visitare i loro figli o fratelli che sono incarcerati come detenuti politici.

Diritti umani fondamentali

I detenuti possono essere puniti negando loro l’accesso all’educazione e alla lettura. Solo di rado ad alcuni prigionieri è consentito continuare il loro percorso formativo durante la detenzione. Molti continuano queste attività di nascosto, il che implica molto tempo e molte sofferenze. Fanno uso di qualunque aiuto siano in grado di offrire le loro famiglie ed i loro compagni di detenzione, come nel caso di Marwan Barghouthi, Karm Younis, Walid Maraqah e Muhammad Abbad, che hanno titoli accademici che consentono loro di rendere questo servizio agli altri prigionieri.

E’ molto difficile far entrare libri, che i funzionari del carcere controllano attentamente e ne vietano molti. L’educazione dovrebbe essere un diritto umano garantito da ogni convenzione internazionale e dai diritti umani, ma non nelle prigioni di Israele.

I telefoni sono proibiti. Anche i messaggi scritti sono limitati e attentamente controllati. A volte prima di essere consegnati i messaggi tardano molte settimane, anche mesi. Alcuni non raggiungono mai i loro destinatari.

E alcuni dei detenuti politici in carcere da più tempo non sanno niente delle reti sociali, di internet e dei computer. Non hanno mai sentito parlare degli smartphone. Ad altri è stato rifiutato di telefonare ai propri genitori in punto di morte.

Questo è stato il caso di Muhammad, che ha perso suo padre, il professor Abd Al-Rahman Abbad. Il 25 maggio 2015 sua madre, al ritorno dalla visita in carcere, ha scoperto che il marito, da anni malato di cancro, era deceduto. La sua malattia gli ha impedito di fare visita a suo figlio per molti mesi prima della morte.

Richieste legittime

Di conseguenza, possiamo notare che le richieste dei prigionieri politici in sciopero della fame sono legittime e rispondenti ai diritti umani. Non sosterremo mai che le loro richieste legittimino la loro detenzione o che implichino che accettano la loro pluriennale incarcerazione.

Alcuni di loro sono già stati in carcere per più di metà della loro vita, come nel caso di Muhammad Abbad, Karim Younis, Maher Younis, Nael Barghouthi, Nasir Abu Surur e Muhammad Abu Surur, e la lista potrebbe continuare.

La domanda è: lo sciopero continuerà finché sarà ripristinata la dignità? O Israele farà ricorso all’alimentazione forzata come fece nel 1980 con i detenuti in sciopero della fame nel campo di detenzione di Nafha, nel deserto?

La dottoressa Inas Abad è una ricercatrice in scienze politiche, docente ed attivista politica di Gerusalemme est. Suo fratello, negli ultimi 16 anni detenuto in una prigione israeliana, è uno dei dirigenti dello sciopero della fame.

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)