Portare finalmente di fronte alla giustizia i criminali di guerra israeliani?

Dana Farraj, Asem Khalil

4 settembre 2020Chronique de Palestine

Le informazioni secondo cui Israele avrebbe stilato degli elenchi di responsabili che potrebbero essere arrestati se viaggiassero all’estero, nel caso in cui la Corte Penale Internazionale decidesse di indagare sui crimini di guerra in Palestina, mettono in evidenza il potere e le potenzialità della Corte. Gli analisti politici di Al-Shabaka Dana Farraj e Asem Khalil dissertano su tre indicatori chiave che confermano la seria possibilità di un intervento della CPI contro i presunti criminali di guerra.

In queste ultime settimane i media hanno parlato di elenchi segreti che Israele starebbe compilando, relativi a militari e agenti dei servizi di intelligence che potrebbero essere arrestati nel momento in cui si recassero all’estero, nel caso che la CPI [Corte Penale Internazionale, ndtr.] decidesse di indagare sui crimini di guerra nei territori palestinesi occupati (TPO) .

Infatti, nei cinque anni trascorsi da quando la procuratrice della CPI ha avviato l’esame preliminare sugli eventuali crimini di guerra nei TPO, l’esercito israeliano ha ucciso più di 700 palestinesi e ne ha feriti decine di migliaia.

Questi morti e questi feriti non sono incidenti isolati, ma fanno parte di una più ampia politica che mira a sopprimere la resistenza palestinese alla colonizzazione della terra. In conseguenza del furto delle terre da parte di Israele e delle sue colonie illegali e del trasferimento dei suoi cittadini nei TPO, le famiglie palestinesi sono state separate, sottoposte a detenzione arbitraria, poste in stato d’assedio e si sono viste negare, tra molti altri abusi, la libertà di movimento.

Si può quindi affermare che Israele è responsabile di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra, cosa che forse spiega perché essa [la CPI] non ha voluto indagare ulteriormente sulle denunce e le pratiche in suo possesso.

La CPI si fonda sul principio di complementarietà, il che significa che è autorizzata ad esercitare la propria competenza solo quando i sistemi giuridici nazionali non sono conformi alle norme internazionali. È tuttavia importante notare che ciò comprende le situazioni in cui questi sistemi asseriscono di agire, ma non vogliono e/o non possono attivare reali processi.

La persistente reticenza di Israele ad avviare procedimenti nazionali contro persone che si presume abbiano compiuto crimini di guerra e crimini contro l’umanità in Palestina apre quindi la seria possibilità di un intervento della CPI.

In questo articolo gli analisti politici di Al-Shabaka Dana Ferraj e Asem Khalil pongono in evidenza parecchi indicatori che dovrebbero portare l’Ufficio della Procuratrice (d’ora in poi citato come Ufficio o UdP) a questa conclusione. In particolare lo scritto si concentra su tre indicatori coerenti che fanno riferimento al quadro giuridico e politico approvato dall’Ufficio nel suo documento di politica generale del 2013 che riguarda gli esami preliminari.

Questi indicatori devono essere perciò presi in considerazione dall’Ufficio quando esamina la reticenza di Israele a indagare sui crimini e ad avviare azioni penali (1).

Il primo indicatore è il numero di denunce e di pratiche che sono state archiviate senza indagini degne di tal nome, indipendenti e imparziali. Il secondo riguarda le inchieste fittizie contro soldati di basso rango che proteggono in realtà i decisori politici contro le incriminazioni. Il terzo è il persistente rifiuto di Israele di rispettare il diritto internazionale umanitario e le leggi internazionali sui diritti umani.

Inoltre il dossier si occupa del ruolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per quanto riguarda la CPI.

Mancanza di indipendenza, di imparzialità o di volontà

Durante l’offensiva militare contro Gaza del 2014, che Israele ha chiamato “Operazione Margine Protettivo”, molti osservatori indipendenti, tra cui una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ed organizzazioni locali e internazionali di difesa dei diritti umani, hanno documentato numerosi attacchi illegali, tra cui evidenti crimini di guerra.

Alcuni si sono spinti oltre ed hanno denunciato “l’incapacità e il rifiuto” di Israele di chiamarne a rispondere “coloro che sono sospettati di aver commesso crimini contro civili palestinesi”, indagando in modo imparziale sui presunti crimini di guerra. (2)

Durante l’offensiva israeliana sono stati uccisi oltre 1500 civili palestinesi, sono stati danneggiati ospedali e altre infrastrutture civili e sono state distrutte le case di più di 100.000 persone.

La vastità di queste distruzioni probabilmente non sarà mai conosciuta perché Israele ha impedito agli investigatori internazionali di entrare nella Striscia di Gaza (come anche in Cisgiordania e in Israele). Perciò dopo l’attacco del 2014 gli inquirenti militari israeliani hanno incriminato solo 3 soldati.

Ancor prima, nel 2011, un rapporto della Federazione internazionale dei diritti umani [che rappresenta 164 organizzazioni nazionali di difesa dei diritti umani in oltre 100 paesi, ndtr.] aveva denunciato il rifiuto di Israele di avviare indagini indipendenti, efficaci, rapide ed imparziali sui presunti crimini di guerra nei TPO e l’aveva descritto come una sistematica negazione di giustizia per le vittime. E qualche anno dopo Amnesty International ha constatato che, nei casi in cui dei palestinesi sarebbero stati uccisi illegalmente dalle forze di sicurezza israeliane (sia in Israele che nei TPO), Israele non aveva aperto inchieste o aveva archiviato quelle in corso.

Infatti indagini su moltissimi casi e violazioni che coprono un lungo periodo di tempo sono state archiviate. In un caso particolarmente importante, nell’agosto 2018 gli inquirenti militari hanno deciso di chiudere i fascicoli sulle morti del “venerdì nero”, durante il quale a Rafah, nei quattro giorni nel corso dell’attacco a Gaza del 2014, sono stati uccisi più di 200 civili palestinesi. Di fatto, tra il 2001 e il 2008 sono state trasmesse all’Ispettorato delle Denunce dell’Agenzia per la Sicurezza israeliana più di 600 denunce di comportamenti scorretti, ma nessuna di esse ha portato ad un’indagine penale. Inoltre, secondo le osservazioni conclusive della Commissione delle Nazioni Unite contro la tortura, “su 550 esami di denunce di tortura avviati dall’ispettore dei servizi di sicurezza generale tra il 2002 e il 2007, solo 4 hanno portato a misure disciplinari e nessuno ad azioni penali.”

Nel febbraio 2019 è stata creata una Commissione d’inchiesta dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite incaricata di indagare sulle circostanze relative alle manifestazioni del 2018 nella Striscia di Gaza di commemorazione della Nakba. (3) Dopo che la Commissione ha criticato la mancanza di volontà di Israele ad avviare dei processi, il governo israeliano ha denunciato l’esistenza stessa della Commissione ed ha affermato che ciò forniva una prova ulteriore del partito preso contro Israele da parte del Consiglio. Ha quindi vietato ai membri dell’equipe di tre persone di recarsi in Israele o nella Striscia di Gaza. Il documento di orientamento dell’Ufficio della Procuratrice del 2013 sulle indagini preliminari osserva che questo tipo di risposta è prevedibile, dal momento che gli stessi funzionari che hanno contribuito a redigere e firmare i regolamenti sono gli stessi che sono responsabili in ultima istanza di decidere se essi devono essere oggetto di un’indagine e di incriminazioni.

Le esperte di diritto internazionale Valentina Azarova e Sharon Weill parlano anche di “legami tra i presunti autori [dei crimini, ndtr.] e le autorità competenti incaricate dell’indagine, delle incriminazioni e/o di giudicare i crimini.” Sottolineano che in Israele l’avvocato generale dell’esercito “esercita i tre poteri – legislativo (definire le regole di condotta dell’esercito), esecutivo (fornire consulenze giuridiche “in tempo reale” durante le operazioni militari) e quasi giudiziario (decidere sulle indagini e le incriminazioni).” Ciò consente di evitare che i decisori debbano essere chiamati a risponderne e di evitare la minaccia di un’inchiesta o di incriminazioni da parte della CPI. I tribunali israeliani diventano di fatto “l’esempio per eccellenza di un sistema giuridico che ‘non vuole o non può’ indagare e perseguire i crimini di guerra commessi sotto la propria giurisdizione nazionale.”

Indagini fittizie e poco credibili e protezione dei responsabili

Quando si verificano violazioni di diritti nei TPO soltanto i soldati di basso livello sono tenuti a renderne conto, ricevendo solo una lieve reprimenda. Per esempio, il soldato israeliano il cui assassinio di un palestinese ferito a Hebron nel 2018 è stato ripreso da una videocamera è stato ritenuto colpevole di omicidio volontario e condannato ad una pena di 18 mesi di prigione. La condanna è stata confermata in appello, ma il capo di stato maggiore militare israeliano in seguito l’ha ridotta a 14 mesi. Senza tener conto della clemenza della pena, questa sentenza non riconosce il carattere strutturale o sistematico della violenza che Israele infligge ai palestinesi. Come fa notare Thomas Obei Hansen a proposito dell’approccio complessivo dell’Ufficio della Procuratrice:

In certe situazioni l’Ufficio della Procuratrice ha osservato che, quando le prove indicano crimini sistematici, non basta che un limitato numero di responsabili diretti siano perseguiti e, su questa premessa, ha chiesto alla Camera [per gli esami preliminari, ndtr.] di autorizzare un’inchiesta.”

Anche quando l’Avvocatura Generale dell’esercito ha condotto un’inchiesta sull’offensiva militare del 2014, si è concentrata in particolare su ciò che ha descritto in modo errato come “episodi fuori dalle regole” che avevano provocato un centinaio di denunce. (4) Benché in seguito siano state aperte 19 inchieste penali contro soldati sospettati di aver violato le leggi di guerra, la loro portata è stata limitata ed è parsa essere concentrata esclusivamente su responsabili di basso rango.

Nada Kiswanson, una rappresentante di Al-Haq [organizzazione palestinese per i diritti umani, ndtr.], ha sottolineato: “Nei rarissimi casi in cui un soldato israeliano di grado minore è stato oggetto di un’inchiesta e di incriminazioni, la pena infine comminata non è stata adeguata alla gravità del comportamento criminale.” Tuttavia il rapporto della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite è andato oltre, rilevando che la questione principale non sta nella portata limitata o nelle carenze di queste inchieste individuali: al contrario, “è la politica in sé che può violare le leggi di guerra”. (5)

L’accento posto sugli autori dei crimini ai livelli più bassi della gerarchia dimostra che Israele non è disposto a riconoscere, e ancor meno ad affrontare, questa impostazione. Al contrario, si intende implicitamente che queste prassi giudiziarie garantiscano che le persone che presumibilmente hanno commesso crimini di guerra e contro l’umanità non siano sottoposte a vere indagini interne e siano inoltre al riparo da ogni responsabilità. Questo aspetto è nuovamente chiarito dall’osservazione di Al-Haq secondo cui il fatto che le indagini si limitino agli “incidenti eccezionali” impedisce di indagare sulle decisioni prese a livello politico ed impedisce anche di intraprendere misure nei confronti degli alti comandi militari e civili le cui azioni ed omissioni provocano crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Per esempio, l’inchiesta politica condotta dalla Commissione Turkel [commissione israeliana incaricata di indagare sul massacro della nave turca Mavi Marmara nel 2010, ndtr.] nei suoi due rapporti del 2011 e 2013 ha constatato che i sistemi di indagine delle forze di sicurezza israeliane appaiono inadeguati, ma ciò non ha comportato cambiamenti significativi e nulla indica che le raccomandazioni dei rapporti verranno attuate. (6)

Rifiuto di rispettare le norme del diritto internazionale umanitario e delle leggi internazionali sui diritti umani

Israele ha costantemente negato l’applicabilità del diritto internazionale umanitario in Cisgiordania. Non definisce nemmeno la situazione come territorio occupato, perseguendo invece l’impresa di colonizzazione e le violazioni dei diritti umani dei palestinesi. Molti organismi delle Nazioni Unite e altre organizzazioni hanno pubblicato rapporti che dimostrano il mancato rispetto da parte di Israele del diritto umanitario internazionale e delle leggi internazionali sui diritti umani, che sono applicabili nella situazione di occupazione. Il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia emesso nel 2004 [che ha condannato la costruzione del muro in Cisgiordania da parte di Israele, ndtr.] è particolarmente duro.

La Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, adottata il 23 dicembre 2016, ha riaffermato lo status di occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza ed ha esplicitamente condannato “la costruzione e l’espansione delle colonie, il trasferimento di coloni israeliani, la confisca delle terre, la demolizione di case e l’espulsione di civili palestinesi.” Ha rimarcato che tali azioni “violano il diritto internazionale umanitario e le relative risoluzioni.” In risposta, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha approvato la costruzione di nuove unità abitative in Cisgiordania e a Gerusalemme. La sua flagrante sfida al diritto internazionale ha portato alcuni analisti a suggerire che la Procuratrice potrebbe reagire trattando questa attività come crimine di guerra.

Israele nega che le sue attività di colonizzazione in Cisgiordania costituiscano un crimine di guerra, benché tali atti siano esplicitamente vietati dallo Statuto di Roma [costitutivo della CPI, ndtr.], in particolare il “trasferimento, diretto o indiretto, da parte della potenza occupante di una parte della propria popolazione civile nel territorio che occupa” (art. 8 (2)(b)(viii)), come anche, su larga scala, “la distruzione e l’appropriazione di beni, non giustificate da necessità militari ed eseguite in forma illecita ed arbitraria” (art.8 (2)(a)(iv)).

Netanyahu ha chiaramente fatto sapere che Israele continuerà ad agire come vuole, nonostante il fatto che i suoi atti violino la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949 ( a cui Israele ha aderito), come anche lo Statuto di Roma, di cui Israele è firmatario. Quest’ultimo fatto impone un “obbligo minimo di non contrastare l’oggetto e il fine del trattato”.

Per fare qualche esempio recente del modo in cui Israele continua a violare il diritto umanitario internazionale e le leggi internazionali sui diritti umani, tra agosto 2016 e settembre 2017 le autorità israeliane hanno confiscato e/o demolito 734 strutture appartenenti a palestinesi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, trasferendo 1029 persone, ed hanno perseguito i loro progetti di ricollocamento delle comunità di beduini e di altri contadini. Come citato precedentemente, il trasferimento forzato, l’appropriazione illecita, la distruzione di proprietà private e le demolizioni di case costituiscono crimini di guerra e violazioni dei diritti umani. Questi crimini fanno parte di una politica di punizione collettiva sistematica contro i palestinesi.

Il ruolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

Le agenzie delle Nazioni Unite e le organizzazioni internazionali possono prendere delle posizioni o redigere dei rapporti che incoraggiano la CPI ad aprire un’inchiesta o almeno a non sospendere un’inchiesta già in corso. Tuttavia l’art.16 dello Statuto di Roma stabilisce che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite può, a condizione che venga adottata una risoluzione in base al capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite con un voto favorevole di nove membri senza diritto di veto, rinviare un’inchiesta o delle incriminazioni per un periodo rinnovabile di 12 mesi. Questo fornisce al Consiglio di Sicurezza uno strumento per impedire le inchieste nei conflitti in cui sono coinvolti Stati potenti, tanto più che queste risoluzioni possono essere rinnovate ogni anno.

Anche se il Consiglio di Sicurezza non ha ancora utilizzato questo potere di rinvio, la sua sussistenza rappresenta una minaccia permanente all’obbligo di rendere conto, soprattutto alla luce della posizione degli Stati Uniti sulla questione palestinese. È tuttavia immaginabile che il Consiglio di Sicurezza possa giocare un ruolo positivo in altre circostanze, come ha fatto nei confronti dell’apartheid in Sudafrica: il 4 febbraio 1972 ha fatto ricorso al capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite in appoggio ad un embargo obbligatorio sulle armi destinate al regime sudafricano. Pur se molti esperti hanno sostenuto l’applicabilità del crimine di apartheid al contesto palestinese, in particolare un rapporto delle Nazioni Unite sull’apartheid israeliano contro il popolo palestinese, questo punto non compare all’ordine del giorno della CPI riguardante la Palestina.

Il potere di rinvio del Consiglio di Sicurezza deve essere considerato nel contesto della continua pressione degli Stati Uniti sulla CPI. Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo, per esempio, ha dichiarato che qualunque membro della CPI coinvolto in un’inchiesta penale riguardante israeliani avrà il divieto di ingresso negli Stati Uniti e potrebbe subire sanzioni finanziarie. È esattamente ciò che è già accaduto l’anno scorso al personale ufficiale della CPI che si occupava dell’apertura di un’inchiesta sulla questione dell’Afghanistan. Inoltre John Bolton, che è stato consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti fino al settembre 2019, ha parimenti affermato che gli Stati Uniti avrebbero utilizzato il Consiglio di Sicurezza dell’ONU per imporsi sulla CPI, e che avrebbero negoziato accordi bilaterali con gli Stati per impedire che dei cittadini americani siano portati davanti alla CPI. Gli attuali sforzi degli Stati Uniti per far fallire e delegittimare la CPI si inscrivono infatti in un attacco diretto contro l’indipendenza della Procura e del potere giudiziario.

Le prossime tappe per la Palestina e la CPI

Come dimostra questo dossier, è molto improbabile che Israele apra delle inchieste penali a livello nazionale. Nonostante la sua prolungata occupazione e la continua annessione de jure di territori nei TPO e le annessioni de facto della sua impresa di colonizzazione, e malgrado le tre offensive militari contro Gaza e molti altri crimini e violazioni del diritto umanitario internazionale e delle leggi internazionali sui diritti umani, Israele resta poco disponibile ad avviare delle indagini. Tuttavia un’inchiesta della CPI può utilizzare questa reticenza, che finora ha fatto il gioco di Israele, come un’opportunità per proseguire il suo lavoro. L’assenza di anche un solo atto di accusa per crimini di guerra ed il numero di morti civili che non sono oggetto di inchiesta dovrebbero essere presi in considerazione dalla CPI nella valutazione della complementarietà.

Inoltre, come sottolineato da Hanson, “le attività di colonizzazione non sono oggetto di alcuna inchiesta penale” in Israele e la decisione di indagare su questa tipologia di reati, contrariamente ad altri crimini rilevati, presenterebbe assai minori difficoltà per la procuratrice della CPI. È un fatto che dovrebbe essere ampiamente evidenziato dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e dalla società civile palestinese, accompagnato da appelli all’azione.

Al momento attuale la CPI è l’unico organo giudiziario indipendente in grado di porre fine all’impunità dei crimini passati e di impedire che ne vengano commessi in futuro. Tenuto conto dell’impunità delle violazioni documentate e generalizzate del diritto umanitario internazionale da parte di Israele, oltre all’obbligo di informare la commissione su gravi crimini internazionali, la Procura della CPI deve proseguire la sua inchiesta mostrando le prove dei crimini e identificando le persone da perseguire, nel quadro di procedure credibili ed efficaci.

Inoltre l’OLP e l’Autorità Nazionale Palestinese, come anche la società civile palestinese, dovrebbero fare tutto il possibile per porre sul tavolo la responsabilità israeliana per il crimine di apartheid, in modo da poterlo inserire all’ordine del giorno della CPI.

Note :

1) Si noti che l’ufficio della procuratrice dispone di altri indicatori per definire la questione della complementarietà, ma questo dossier si concentra sugli aspetti rilevanti per le argomentazioni degli autori.

2) Nel dicembre 2017 sono stati presentati alla procura della CPI da parte di Al-Haq e della PHRC, oltre che da due altre organizzazioni palestinesi per la difesa dei diritti dell’uomo, dei documenti che sollecitano la sua attenzione su 369 denunce penali relative all’offensiva del 2014 che erano state depositate all’ufficio dell’avvocatura generale militare israeliana. Queste organizzazioni hanno notato che la stragrande maggioranza di queste denunce non erano state prese in considerazione e che non era stato emesso alcun atto di accusa.

3) La Nakba (Catastrofe) è il modo in cui i palestinesi si riferiscono alla guerra del 1947-48, quando le forze sioniste obbligarono più di 700.000 palestinesi a lasciare le loro case, creando in questo modo lo Stato d’Israele.

4) La definizione « fuori dalle norme » implica che per quanto riguarda tutti il resto la campagna militare era « regolare » (cioè conforme alle norme e obbligazioni stabilite). Ciò punta chiaramente ad evitare le inchieste internazionali indipendenti.

5) Si veda il « Rapporto delle conclusioni dettagliate della Commissione d’inchiesta indipendente creata in applicazione della risoluzione S-21/1 del Consiglio dei Diritti dell’Uomo », p. 640-41.

6) Israele ha creato la commissione nel 2010 per indagare sull’incursione contro la flottilla di Gaza.

* Dana Farraj è ricercatrice di diritto e avvocatessa iscritta dal 2019 all’Ordine degli avvocati palestinesi. Ha ottenuto il master in diritto internazionale presso l’universita di Aix-Marsiglia e la laurea in diritto all’università di Birzeit. Le sue ricerche riguardano il diritto dei rifugiati, la legislazione sui diritti umani e il diritto penale internazionale.

* Asem Khalil, membro della redazione politica di Al-Shabaka, è docente di diritto pubblico e titolare della cattedra di diritto costituzionale e internazionale S.A. Shaikh Hamad Bin Khalifa Al-Thani all’università di Birzeit. Khalil ha conseguito un dottorato in diritto pubblico all’università di Friburgo, in Svizzera, un master in amministrazione pubblica alla Scuola Nazionale di Amministrazione, in Francia, e un dottorato in Utriusque Juris [sia in diritto civile che ecclesiastico, ndtr.] presso la Pontificia Università Lateranense, in Italia. E’ stato ricercatore invitato alla Scuola di Diritto dell’università di New York (2009-2010 e 2015-2016) e all’Istituto Max Planck in Germania (estate 2015).

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna




Vittoria in tribunale per i 3 di Humboldt e per la Palestina

Qassam Muaddi

24 agosto 2020  Quds News Network

Il movimento di solidarietà con la Palestina nel mondo sta crescendo. Così come la pressione esercitata contro di esso da gruppi di lobby ed organizzazioni pro-Israele; alcune sponsorizzate dallo stesso governo d’Israele.

In Europa, dove il movimento BDS ha affrontato gravi tentativi di delegittimazione, il movimento è stato al centro di un dibattito pubblico negli ultimi anni, soprattutto in Francia e in Germania, polarizzando le posizioni intorno alla questione palestinese.

La vittoria giudiziaria dei tre attivisti nei tribunali tedeschi, due settimane fa, ha segnato un precedente in questa storia. I tre di Humboldt – Ronnie Barkan, Stavit Sinai e Majed Abusalama – hanno affrontato un’accusa per aver protestato contro la visita dell’israeliana Aliza Lavie, membro della Knesset,  a Berlino nel 2017, e la Corte tedesca ha alla fine li ha assolti, condannando solo Sinai per accuse di lievissima entità.

Il caso è particolarmente importante in Germania, un paese che ha stretti legami con lo Stato di occupazione e il cui parlamento ha condannato il movimento BDS come forma di antisemitismo.

Il Network Quds News ha intervistato Majed Abusalama, che ha condiviso le sue opinioni sul caso Humboldt 3, così come alcuni dettagli del processo, che è diventato una storia a sé quando gli attivisti lo hanno usato per dar voce al loro messaggio.

Ha condiviso anche le sue opinioni e quelle dei suoi compagni sul rapporto tra la Germania e lo Stato di occupazione, la battaglia per la narrazione storica, e il ruolo del movimento di solidarietà con la Palestina in questo momento.

Qual è l’importanza della vostra vittoria per il movimento di solidarietà con la Palestina in Europa e nel mondo?

Dovremmo considerare che il nostro caso è avvenuto in un contesto molto complicato, in cui la lobby sionista cerca continuamente di far sembrare noi, il movimento di solidarietà con la Palestina, dei perdenti senza alcuna possibilità di vincere. Siamo stati in grado di dimostrare che non lo siamo. L’abbiamo fatto nell’ambiente più ostile, perché la Germania, come Stato, è smisuratamente complice dello Stato di apartheid di Israele.

I palestinesi in Germania costituiscono la più grande comunità palestinese in Europa, ma noi siamo soffocati. Il nostro diritto di protestare ed esprimerci ci è rubato, sempre intimiditi dalle accuse di antisemitismo, fatta sparire completamente ed esclusa la nostra narrativa palestinese.

Che cosa definisce esattamente come complicità tedesca con lo Stato di apartheid, e come lo spiega?

La Germania è in prima linea nel nascondere i crimini d’Israele contro l’umanità. Attraverso il suo ruolo guida nell’Unione Europea, lo Stato tedesco impone la soppressione del movimento di solidarietà con la Palestina e la sua condanna.

La Germania ha persino venduto sottomarini nucleari allo Stato dell’apartheid. In parte ciò deriva dal senso di colpa tedesco verso la Seconda Guerra Mondiale. Ma questo uso della colpevolezza, a mio parere, non si basa sui valori umani. Si tratta più che altro di un tentativo da parte dello Stato tedesco di costruire un atteggiamento di comodo nei confronti del passato della Germania, anche se è a scapito del discorso sui diritti umani del popolo palestinese.

Credo che questo atteggiamento, e ripulitura dell’apartheid israeliana e del crimine contro l’umanità che ne deriva, dicano molto di quanto questo Stato non abbia imparato la lezione della Seconda Guerra Mondiale. Questa lezione non riguarda la protezione di un gruppo specifico o di uno Stato, ma piuttosto la protezione dei diritti umani e dei valori umani. Questo è il motivo per cui diciamo che lo Stato tedesco ha fallito sul piano dell’umanità nella questione della Palestina.

Vede qualche evoluzione nella società tedesca rispetto alla posizione verso la causa palestinese?

Recenti sondaggi mostrano che un numero crescente di tedeschi è favorevole alla causa palestinese e direi piuttosto che la maggioranza sostiene la Palestina. Questo sostegno è aumentato dopo la seconda Intifada e l’assedio e l’aggressione continua a Gaza.

Inoltre, il pubblico tedesco non poteva restare cieco di fronte all’atteggiamento di Israele verso i diritti umani degli attivisti, come la deportazione del direttore locale in Palestina di Human Rights Watch, Omar Shakir, lo scorso novembre. Il flusso di informazioni libere grazie a Internet ha mostrato troppo perché i tedeschi rimanessero ciechi e indifferenti.

Come ha reagito il pubblico tedesco al vostro caso?

C’era una solidarietà schiacciante con noi, nel tribunale e fuori di esso. Abbiamo trasformato il nostro processo in un processo in cui eravamo gli accusatori, e siamo andati con un messaggio e il pubblico tedesco lo ha ricevuto. Poiché vogliamo che lo Stato dell’apartheid sia processato in un tribunale tedesco, abbiamo deciso di ricorrere al nostro stesso processo per farlo.

Ci siamo concentrati sul membro della knesset Aliza Lavie. Eravamo sotto processo per aver protestato contro la sua visita a Berlino nel 2017. Aliza Lavie è stata direttamente responsabile dell’attacco a Gaza nel 2014 perché ha partecipato nel prendere la decisione di quell’attacco, che ha ucciso oltre 2000 palestinesi, tra cui 500 bambini.

E’ anche la presidentessa della lobby anti-BDS, che promuove la repressione del BDS e di tutti gli attivisti palestinesi. La lobby sionista ha cercato di manipolare il caso, come al solito rigirando e fabbricando la verità sul fatto che saremmo violenti, ma questo non ha avuto successo. Era un tentativo di spostare l’attenzione nostra e del pubblico, ma ci siamo concentrati sul nostro messaggio politico e morale.

Ho detto al giudice che sono di Gaza e che Lavie aveva la responsabilità criminale dell’uccisione dei miei amici e della mia gente a casa, e che era a pochi metri da me. L’ho sfidato su come si sarebbe sentito al mio posto.

I miei compagni hanno anche sfidato Lavie direttamente e le hanno detto che è una criminale e che appartiene alla prigione della Corte Penale Internazionale. Quella era l’intera discussione durante il processo. Non abbiamo deviato da essa.

Com’è stato l’atteggiamento della corte nei confronti del vostro messaggio?

Non hanno trovato niente e siamo stati assolti. Ma hanno multato Sinai per la pena minima di 450 euro, perché ha bussato alla porta tre volte, chiedendo di chiedere i dettagli di qualcuno che l’aveva assalita quando eravamo stati tirati fuori. La decisione della corte è ridicola. Era solo un tentativo di salvare la faccia del tribunale difronte alla lobby sionista e a Israele, e dice quanto le istituzioni tedesche sono prigioniere della pressione di questa lobby, e persino complici dell’occupazione e dello Stato di apartheid.

Qualcuno potrebbe dire che è un’accusa dura per le istituzioni tedesche. Perché, secondo voi, sono complici?

Il parlamento tedesco dichiarò il movimento BDS antisemita contro il sistema giudiziario tedesco. In tutta la Germania, molti tribunali hanno dichiarato il movimento BDS una forma legittima di libertà di espressione e di protesta, ma il parlamento tedesco mantiene la sua accusa diffamatoria verso di noi, cosa che mostra che quella del BDS è solo una dichiarazione politica.

Ora c’è anche una decisione giuridica europea, dopo che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si è pronunciata a favore dei nostri compagni in Francia, anch’essi accusati di antisemitismo nei tribunali francesi. Questa complicità è politica ai massimi livelli.

Quali lezioni si possono trarre dal vostro caso?

Vogliamo chiarire che questa storia non riguarda noi personalmente. Questa è la storia della Palestina e della solidarietà globale con essa. La nostra vittoria è una vittoria per la lotta palestinese, che è lotta di tutti gli uomini e le donne di coscienza in tutto il mondo. In secondo luogo, vogliamo potenziare la nostra comunità, in Germania, in Europa, in tutto il mondo e in Palestina. Noi non siamo soli. Tutti quelli che si oppongono al colonialismo, alle violazioni dei diritti umani e all’apartheid nel mondo intero sono dalla parte della lotta palestinese.

Quale messaggio trasmette la vostra storia al popolo palestinese, nel momento in cui alcuni Stati arabi stanno normalizzando le loro relazioni con lo Stato di occupazione, specialmente dopo gli accordi di pace tra Israele e gli Emirati?

La narrazione di Israele è rimasta così a lungo perché molte persone non conoscevano la realtà della nostra causa, ma questa narrazione sionista sta cadendo a pezzi e Israele non può più nascondere il suo vero volto criminale e di apartheid. Questo è il momento giusto per il nostro popolo di diventare più autosufficiente e contare su se stesso nella lotta.

Sappiamo troppo bene che gli Stati cercheranno di normalizzare, ma noi possiamo contare sul movimento di base di persone coscienti nei paesi arabi e su tutte le persone di coscienza nel mondo per continuare a sfidare la normalizzazione, intensificando il BDS e tutte le forme di resistenza per ritenere Israele responsabile. La causa palestinese sarà sempre sul tavolo per esaminare la coscienza delle persone in tutto il mondo ed è un movimento di cittadinanza globale che la sostiene.

Ma siamo noi, palestinesi, a dover condurre questa lotta. Noi, il popolo palestinese, e la Palestina siamo al centro della nostra lotta.

Traduzione di Flavia Lepre

da Contropiano




Qual è il futuro della resistenza popolare palestinese a Gaza? Un colloquio con la giornalista Wafaa Aludaini

Ramzy Baroud e Romana Rubeo

2 giugno 2020 – Palestine Chronicle

Wafaa Aludaini è una testimone di molte delle recenti tragedie di Gaza ed anche della sua resistenza senza fine. Ha sperimentato la violenta occupazione israeliana, il successivo blocco dell’impoverita Striscia e varie guerre che hanno portato alla morte e al ferimento di decine di migliaia di palestinesi.

Ma nessuna delle guerre di Israele ha ha avuto un tale impatto sulla vita di Aludaini quanto il massacro del 2014 che Israele ha denominato “operazione Margine Protettivo”.

Tra le circa 18.000 case distrutte dalle bombe israeliane lo sono state anche una della famiglia di Wafaa e l’altra della famiglia di suo marito.

Durante i bombardamenti durati 51 giorni le infrastrutture di Gaza, già in rovina in seguito a precedenti guerre e a un lungo assedio, hanno subito un pesante colpo.

La perdita più insostituibile è stata quella di vite umane, in quanto 2.251 palestinesi sono stati uccisi e oltre 11.000 feriti, molti dei quali mutilati per sempre.

Tuttavia guerra e assedio hanno solo rafforzato la risolutezza di Wafaa in quanto si è impegnata ancor di più nell’informare da Gaza, sperando di svelare verità a lungo nascoste e sfidare la narrazione prevalente dei media e gli stereotipi più diffusi.

Durante la “Grande Marcia del Ritorno”, un movimento popolare iniziato il 30 marzo 2018, Wafaa si è unita ai manifestanti informando giornalmente dell’uccisione e del ferimento di giovani disarmati che accorrevano nei pressi della barriera che separa Gaza da Israele per chiedere la libertà e i propri diritti umani fondamentali.

Infuriati dai quotidiani slogan dei rifugiati di “Fine all’assedio” e “Palestina libera” e dall’insistenza risoluta sul loro “Diritto al Ritorno” ai villaggi d’origine in Palestina, che subirono la pulizia etnica durante la nascita violenta di Israele nel 1948, i cecchini israeliani hanno aperto il fuoco. Nei primi due anni della Marcia [del Ritorno] sarebbero stati uccisi oltre 300 palestinesi e migliaia feriti.

Aludaini era là durante tutta questa dura prova, informando su morti e feriti, consolando famiglie in lutto e partecipando anche a un momento storico, quando tutta Gaza si è sollevata e si è unita dietro a un unico canto di libertà.

Aludaini non è stata una tipica giornalista che corre dietro ad una storia nei pressi della barriera, in quanto è stata sia la storia che la narratrice.

Sono una giornalista, ma anche una rifugiata. I miei genitori furono espulsi dal loro villaggio in Palestina, che oggi è Israele,” afferma.

Non è facile essere giornalista a Gaza, perché ogni giorno rischi di essere uccisa, ferita o arrestata dalle forze di occupazione israeliane. Di fatto molti giornalisti sono stati uccisi dal fuoco israeliano in questo modo.”

Sul perché abbia scelto il giornalismo come professione benché abbia studiato letteratura inglese in un’università di Gaza, Aludaini sostiene che più ha compreso come i principali mezzi di informazione raccontano della Palestina più si è sentita frustrata dalla descrizione scorretta della Palestina e della lotta dei palestinesi.

I giornalisti che propongono la narrazione sulla Palestina nei principali media stanno in un certo modo aiutando l’occupazione israeliana a uccidere più persone innocenti in Palestina, e in particolare nella Striscia di Gaza. Stanno rafforzando la gente (gli israeliani) che ci espulse nel 1948, incoraggiandola a violare le leggi internazionali,” dice Aludaini.

Chiedo a loro di venire qui, in Palestina, a vedere con i propri occhi, a vedere il muro dell’apartheid, a vedere i checkpoint, a vedere quello che sta succedendo nelle carceri israeliane. Solo dopo che avranno visto con i propri occhi potranno dire la verità, perché i giornalisti dovrebbero dire la verità e stare dalla parte dell’umanità, indipendentemente dalla religione e di qualunque altra cosa.”

Allo stesso modo Aludaini sfida i “difensori dell’occupazione israeliana” a venire in Palestina e ad “ascoltare le persone a cui sono stati uccisi i figli; quelle che sono state espulse dalle proprie case. In ogni casa in Palestina c’è una storia di sofferenza, ma non troverai mai (queste storie) nei media più importanti.”

Riguardo alla Grande Marcia del Ritorno Aludaini afferma che è stata “una protesta popolare, in cui la gente di Gaza si è riunita presso la barriera di separazione tra Gaza e Israele” per manifestare varie forme di resistenza centrate soprattutto sulla resistenza culturale.

I manifestanti hanno portato avanti varie forme di “attività tradizionali, come ballare la dabka [ballo tipico palestinese, ndtr.], cantare vecchie canzoni, cucinare piatti palestinesi,” afferma Aludaini, notando che le scene più toccanti sono state quelle di “anziani palestinesi che portavano le chiavi delle case da cui vennero espulsi a forza nel 1948 durante la Nakba,” cioè la Grande Catastrofe.

Questa forma di resistenza popolare non è nuova per i palestinesi, in quanto essi hanno sempre usato tutti i mezzi a disposizione per lottare per i propri diritti, contro l’occupazione (militare israeliana), come le proteste settimanali (alla barriera di Gaza), o (l’atto simbolico di) lanciare pietre. Persino quando i gazawi hanno fatto ricorso alla resistenza armata la gente non ha mai smesso si mettere in atto anche forme di resistenza popolare.”

Ma questa è la fine della Marcia del Ritorno?

Aludaini dice che la Marcia non è finita, tuttavia la strategia verrà ridefinita per ridurre il numero di vittime.

Dopo circa tre anni di proteste l’Alto Comitato della Grande Marcia del Ritorno ha deciso di cambiare l’approccio delle proteste. D’ora in avanti le marce si terranno solo in occasioni nazionali invece che ogni settimana, perché Israele usa forze letali contro manifestanti pacifici e disarmati.”

Secondo Aludaini il ministero della Salute di Gaza, già in crisi per la mancanza di materiale sanitario, elettricità e acqua potabile, non può più sostenere la pressione di morti e feriti quotidiani.

La stessa Aludaini ha passato molte ore negli ospedali di Gaza, a intervistare e confortare i feriti. Ci ha detto di una madre di Gaza con quattro figli che ha partecipato ogni venerdì senza mai mancare alla Marcia. “Un giorno è stata colpita a una gamba, e faceva fatica a camminare. Ma il venerdì seguente è tornata alla barriera. Quando le ho chiesto perché fosse tornata nonostante la ferita mi ha detto: ‘Non permetterò mai agli israeliani di rubare la mia terra. Questa è la mia terra, questi sono i miei diritti e tornerò continuamente (a difenderli).’”

Per Aludaini è la resilienza di quelle persone apparentemente ordinarie che la ispira e le dà speranza.

Un’altra storia riguarda una diciannovenne che implorava continuamente i suoi genitori di unirsi alle proteste. Quando finalmente hanno ceduto, la giovane è stata colpita a un occhio da un cecchino. Aludaini e i suoi compagni sono corsi all’ospedale per dimostrare solidarietà alla manifestante che aveva perso un occhio per poi trovarla con il morale alto, più forte e determinata che mai.

Ci ha detto che appena avesse lasciato l’ospedale pensava di tornare alla barriera.”

Aludaina smentisce la “propaganda israeliana” secondo cui le sue guerre e la continua violenza a Gaza sono motivate dall’autodifesa. Se così fosse “perché Israele prende di mira la Cisgiordania, anch’essa sottoposta all’annessione e all’apartheid?” chiede.

(In genere) non c’è resistenza armata (in Cisgiordania), ma nonostante ciò (l’esercito israeliano di occupazione) continua ogni giorno ad uccidere persone.”

Aludaini, frustrata dalla scarsa importanza data agli studi mediatici nelle università di Gaza, è determinata a continuare il suo lavoro come giornalista e come attivista perché, quando i media non denunciano i crimini di Israele a Gaza, sono persone come Wafa Aludaini che fanno la differenza.

Ramzy Baroud è giornalista ed editore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è “Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle carceri israeliane” (Clarity Press, Atlanta). Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA), Istanbul Zaim University (IZU).

Romana Rubeo è una giornalista italiana e caporedattrice di The Palestine Chronicle. I suoi articoli sono apparsi su molti giornali online e riviste accademiche. Ha conseguito un Master in Lingue e letterature straniere ed è specializzata nella traduzione audiovisiva e giornalistica.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Euro-Med: l’acquisto da parte dell’UE di droni israeliani favorisce la violazione dei diritti umani nella Palestina occupata

Palestine Chronicle, WAFA [Agenziadi Stampa Palestinese], Social Media

5 maggio 2020 – Palestine Chronicle

LEuro-Mediterranean Human Rights Monitor [Monitoraggio Euromediterraneo dei Diritti Umani, organizzazione non governativa, ndtr.] (Euro-Med) con sede a Ginevra ha affermato oggi in un comunicato che i contratti per 59 milioni di euro stipulati dall’Unione Europea con industrie belliche israeliane per la fornitura di droni da guerra per la sorveglianza dei richiedenti asilo in mare sono immorali, di dubbia legittimità giuridica e favoriscono le violazioni di diritti umani nella Palestina occupata.

Secondo quanto riportato, i 59 milioni di euro dei recenti contratti dell’UE per i droni sono andati a due industrie belliche israeliane: Elbit Systems e Israel Aerospace Industries, IAI. L’Hermes 900 di Elbit è stato sperimentato sulla popolazione della Striscia di Gaza assediata nella guerra israeliana del 2014 contro Gaza, l’operazione Margine Protettivo.

Euro-Med ha affermato in una nota come questo investimento dimostri che l’UE sta investendo in attrezzature israeliane il cui “pregio” è stato dimostrato nel corso dell’oppressione del popolo palestinese e dell’occupazione del suo territorio. E ha aggiunto che questo acquisto di droni va visto precisamente come supporto e incentivo all’uso sperimentale di tecnologia militare da parte del regime repressivo israeliano.

“È scandaloso che l’UE acquisti droni dai produttori israeliani considerando i modi repressivi e illegali con cui sono stati usati nell’oppressione dei palestinesi, che vivono sotto occupazione da più di cinquant’anni”, ha affermato il prof. Richard Falk [ebreo americano, professore emerito di diritto internazionale a Princeton, ndtr.], presidente del consiglio di amministrazione di Euro-Med.

“È anche inaccettabile e disumano che l’UE utilizzi dei droni, indipendentemente da come se li è procurati, per violare i diritti fondamentali dei migranti che rischiano la vita in mare per cercare asilo in Europa”, ha aggiunto il prof. Falk.

L’UE dovrebbe scoraggiare le violazioni dei diritti umani a danno dei palestinesi astenendosi dall’acquistare materiale bellico israeliano utilizzato nei territori palestinesi occupati, ha affermato Euro-Med.

“Israele, Paese super-esperto nella manipolazione del termine ‘sicurezza’, è sul punto di beneficiare grandemente dai relativi sviluppi. Sta già sfruttando abilmente la mentalità europea ossessionata dalla sicurezza per ampliare il suo spazio nel mercato delle armi”, hanno scritto Ramzy Baroud e Romana Rubeo in un recente articolo.

“Israele è il settimo esportatore di armi al mondo e sta emergendo come leader nell’esportazione globale di droni aerei”, hanno aggiunto Baroud e Rubeo.

“Il marchio israeliano è particolarmente popolare perché la sua tecnologia è ‘sperimentata in combattimento’. In effetti, l’esercito israeliano ha avuto ampie opportunità di testare le sue diverse armi e dispositivi di sicurezza contro i civili palestinesi “.

(traduzione dallinglese di Luciana Galliano)




Un suicidio a Gaza

Sarah Helm

26 aprile 2020Chronique de Palestine

La morte di un giovane e talentuoso scrittore palestinese ha messo in luce un forte aumento del numero di suicidi.

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Nota redazionale : questo articolo è stato scritto nel maggio 2018, quindi quasi due anni fa. Riteniamo comunque interessante proporlo ai lettori in quanto rappresenta una intensa descrizione della situazione drammatica vissuta a Gaza, in particolare dai giovani, e dei problemi anche di carattere psichiatrico derivante dall’assedio israeliano, a cui negli ultimi tempi si è aggiunto il problema della pandemia da coronavirus, di cui naturalmente questo articolo non parla.

Una notte d’agosto 2017 Mohammed Younis, uno studente di 22 anni, quando è tornato a casa in un quartiere relativamente benestante di Gaza era agitato. Era depresso, ricorda sua madre, Asma. Ma non si è troppo preoccupata quando lui si è chiuso nella sua stanza.

Scrittore talentuoso i cui racconti, per molto tempo pubblicati sulla sua pagina Facebook, avevano conquistato un ampio pubblico, Mohammed stava per conseguire la laurea in farmacia e si era garantito un voto eccellente. Nei suoi scritti esprimeva il dolore e la disperazione della sua generazione. Solo i libri gli permettevano di evadere. Spesso si isolava per leggere e scrivere o per fare esercizio con il sacco da boxe.

La mattina seguente Mohammed non si è svegliato. Quando Asma, con l’aiuto di suo fratello Assad, ha forzato la porta della stanza, lo ha trovato morto. Si era soffocato.

La popolarità di Mohammed sulle reti sociali era tale che l’annuncio della sua morte ha suscitato un’ondata di choc, tristezza e ammirazione, a Gaza e al di fuori. “Era un combattente che aveva come armi solo le sue storie tristi”, si poteva leggere tra i numerosi commenti postati su Facebook. Ma questo cordoglio pubblico seguito alla morte di un giovane scrittore di talento segnalava che il suicidio di Mohammed non era che una tragedia in più in un territorio in cui migliaia di giovani abbreviano la propria esistenza. Era ormai impossibile negare una realtà sulla bocca di molti: la sofferenza provocata dall’assedio e la disperazione riguardo al futuro, soprattutto tra i giovani talenti gazawi, comportano una preoccupante recrudescenza dei suicidi.

I terribili eventi che si sono verificati la scorsa settimana nella zona cuscinetto di Gaza hanno attirato l’attenzione di tutto il mondo sulle sofferenze e la disperazione dei palestinesi di Gaza, quando decine di migliaia di persone hanno rischiato la vita per protestare contro il loro imprigionamento dietro le barriere e i muri di Gaza. Dall’inizio della Grande Marcia del Ritorno, una serie di manifestazioni che sono cominciate a fine marzo 2018, sono state uccise più di 100 persone, soprattutto per mano dei cecchini israeliani schierati dietro la barriera di recinzione.

Spesso si sarebbe detto che questi manifestanti si lanciassero letteralmente contro i proiettili israeliani. All’inizio delle proteste ho discusso della zona cuscinetto con dei ragazzi che hanno confidato che non gli importava di morire. “Noi moriamo a Gaza comunque. Possiamo ugualmente essere uccisi dai proiettili”, ha affermato un adolescente accanto alla frontiera vicino alla città di Khan Younis. Era con degli amici che la pensavano allo stesso modo; uno di loro era già stato colpito ad una gamba ed era in sedia a rotelle.

Se le cineprese di tutto il mondo si avventurassero un po’ più dentro a Gaza, nelle strade e dietro le porte delle case, vedrebbero la disperazione in quasi tutte le famiglie. Dopo dieci anni di assedio, i due milioni di abitanti di Gaza che vivono ammassati in una minuscola striscia di terra si ritrovano senza lavoro, con un’economia distrutta, privati del minimo indispensabile per vivere decentemente – elettricità o acqua corrente – e senza alcuna speranza di libertà né alcun indizio che la loro situazione possa cambiare. L’assedio spezza gli animi, spingendo i più vulnerabili al suicidio, in proporzioni mai viste prima.

Fino a poco tempo fa i suicidi erano rari, in parte a causa della resilienza dei palestinesi, acquisita nel corso di 70 anni di conflitto, e anche per via di sistemi di clan solidi, ma soprattutto perché darsi la morte è proibito nelle società musulmane tradizionali. È solo quando il suicidio diventa un atto di jihad [guerra santa, anche in senso spirituale, ndtr.] che i morti vengono considerati martiri destinati al paradiso, mentre gli altri vanno all’inferno.

In quasi 30 anni di reportage da Gaza, prima del 2016 non ho quasi mai sentito parlare di suicidi. All’inizio di quell’anno, nove anni dopo l’inizio dell’assedio, una chirurga ortopedica inglese che lavorava come volontaria all’ospedale al-Shifa di Gaza mi ha informato che lei e i suoi colleghi stavano constatando un certo numero di ferite inspiegabili, provocate secondo loro da cadute o da salti da edifici alti.

Alla fine del 2016 i suicidi erano diventati così frequenti che il fenomeno ha cominciato ad essere di dominio pubblico. I dati forniti dai giornalisti locali lasciano intendere che il numero dei suicidi nel 2016 è stato almeno tre volte superiore a quello del 2015. Ma secondo gli esperti sanitari di Gaza, se i numeri riportati dai media indicano senz’altro un sostanziale aumento, essi sottostimano ampiamente il tasso reale. I suicidi sono “mascherati” da cadute o altri incidenti e le false dichiarazioni e la censura sono moneta corrente, a causa della stigmatizzazione del suicidio.

Comunque dal 2016 Gaza ha anche conosciuto un’ondata di atti di immolazione durante i quali degli uomini si sono dati fuoco in pubblico.

Non assistevamo a questo genere di eventi catastrofici da dieci anni”, afferma il dottor Youssef Awadallah, psichiatra a Rafah, città situata al confine tra Gaza e l’Egitto. I professionisti della salute mentale e i parenti dei defunti accusano gli effetti dell’assedio che, secondo loro, è molto più dannoso per il benessere – mentale e fisico – della popolazione delle continue guerre. I medici di Gaza avvertono che il prolungato assedio del territorio ha provocato un’“epidemia” di problemi mentali di cui il crescente numero di suicidi non è che un aspetto – in particolare si riferiscono all’aumento dei casi di schizofrenia, di sindrome da stress post-traumatico, di tossicodipendenza e di depressione. Per la prima volta l’UNRWA, l’agenzia dell’ONU che si occupa dei rifugiati palestinesi, ha cominciato a verificare eventuali tendenze suicidarie in tutti i pazienti sottoposti a cure sanitarie primarie, in seguito a ciò che viene descritto come “un aumento senza precedenti” di decessi.

Uomini e donne di tutte le età e di tutti gli strati sociali sono vulnerabili alle pulsioni suicide, affermano alcuni medici di Gaza. In uno stesso giorno di marzo, una ragazzina di15 anni e un ragazzo di 16 si sono impiccati. Tra le vittime ci sono uomini disperati perché non possono sopperire alle necessità della famiglia, donne e bambini vittime di maltrattamenti, spesso in situazioni di povertà estrema e di sovraffollamento ed anche donne incinte che affermano di non voler mettere al mondo figli a Gaza. In aprile una donna incinta di sette mesi si è tagliata le vene.

Tra i maggiormente vulnerabili si trovano gli studenti più brillanti di Gaza, alcuni dei quali si sono suicidati appena prima o poco dopo aver conseguito il diploma. In marzo, mentre intervistavo a casa sua un uomo d’affari fallito, ho visto la fotografia di un uomo dall’aspetto intelligente, con gli occhiali, messa ben in evidenza – al punto che ho creduto che si trattasse di un “martire” ucciso durante un conflitto. Ma il suo ritratto non presentava nessuna delle iconografie simili ai poster dei martiri che si possono vedere dovunque a Gaza. Avevo un interprete con me e lui ha riconosciuto la foto: il figlio dell’uomo d’affari era uno dei suoi amici più brillanti all’università. “Si è impiccato, ha confidato l’uomo d’affari. Non vedeva futuro a Gaza.”

Qualche mese prima delle impressionanti scene di massacri che hanno accompagnato la Grande Marcia del Ritorno, la storia di Mohmmed Younis aveva particolarmente catturato l’attenzione. Non solo perché la sua scrittura, con le sue rappresentazioni creative della vita a metà dei gazawi, suscitava ammirazione, ma anche perché dopo la sua morte alcuni hanno iniziato a descriverlo come un martire. “È più che un martire”, ha affermato sua madre.

Secondo alcuni suoi amici ha combattuto il nemico con la penna ed è morto in quanto vittima dell’assedio. Alla sua morte, Mohammed è stato anche affettuosamente onorato per il suo coraggio ed i suoi scritti da parte di molti suoi fan sulle reti sociali e anche dal Ministro della Cultura palestinese Ehab Bseiso in un elogio funebre. Membro dell’Autorità Nazionale Palestinese laica al potere in Cisgiordania, Bseiso è parso lasciar intendere di considerare Mohammed come un martire, affermando che non aveva “bisogno di scusarsi per la sua precoce dipartita”. Le sue storie non saranno mai dimenticate, ha aggiunto: “Tu resterai uno dei giganti del nostro tempo, Mohammed.”

Ma questa discussione sul “martirio” di Mohammed ha diffuso la paura a Gaza, soprattutto tra i genitori che temono che i loro figli facciano lo stesso, se pensano di poter evitare l’inferno. “Vediamo i nostri figli a scuola e all’università impegnarsi duramente ed essere impazienti di entrare nel mondo, trovare un lavoro ed essere normali – poi più niente”, mi ha confidato il padre di due laureati. “Se il suicidio deve essere considerato una morte “nobile”, altri potrebbero intraprendere questa strada. È molto pericoloso.”

Forse lo stesso Mohammed si è chiesto se potesse essere considerato un martire. In “Il martire sconosciuto”, un racconto pubblicato postumo in una raccolta intitolata “Foglie d’Autunno”, parla di un corpo non identificato portato all’ospedale al-Shifa, dove delle famiglie cercano di identificarlo. “Mi riconosceranno?” si chiede il narratore.

Uno dei luoghi di lettura preferiti da Mohammed era il caffè del giardino dell’hotel Mama House, in un angolo tranquillo del quartiere alberato di Remal a Gaza. Mama House è da tempo uno degli hotel preferiti dai visitatori stranieri che spesso regalano dei libri alla sua biblioteca – un’altra attrattiva per Mohammed che, con l’assedio di Gaza, faticava a trovare libri per soddisfare la sua sete di lettura.

Quando studiava all’università al-Azhar che si trova nei pressi, si poteva scorgere Mohammed con il suo fisico alto e magro tra la folla di studenti che si riversavano nelle strade di Gaza dopo i corsi. Evitando le automobili, i cavalli e i carri, si allontanava dalla folla – a volte per andare nella farmacia dove lavorava a tempo parziale, o in un bar, spesso quello del Mama House. Ordinando un caffè, si sedeva in un angolo tranquillo, si accendeva una sigaretta, ricaricava il suo cellulare e cominciava a scrivere delle storie.

Con due ore di elettricità al giorno, collegare un apparecchio [alla rete elettrica] è un lusso a Gaza. Però Mama House dispone di un generatore, come la maggior parte dei luoghi che hanno una clientela di professionisti. Medici, giornalisti e insegnanti ci vanno per socializzare, fare un tiro di narghilè o guardare il Barcellona sul grande schermo.

Pochi studenti avevano i mezzi per poter andare al Mama House; figlio unico, Mohammed era “viziato” da sua madre, gli dicevano gli amici per prenderlo in giro. Ma i suoi amici, i suoi professori e i clienti della farmacia avevano tutti di lui l’immagine di “un bravo ragazzo, un ragazzo gentile” e di “un ragazzo triste”.

Alcuni hanno anche visto le cicatrici sui suoi polsi, segni di precedenti tentativi di suicidio. Le sue storie indicavano che era come tutti gli altri ragazzi di Gaza, in quanto descriveva i loro sentimenti con tanta eloquenza. In una di queste ha scritto: “Quando si vive in una casa che si ama e che non si lascia, non ci sono problemi, ma se si è rinchiusi in casa contro la propria volontà, ci si sente paralizzati e disperati.”

Ha scritto della propria tristezza. I suoi genitori hanno divorziato quando era un bambino e Mohammed si è sentito rifiutato dal padre. I suoi lettori potevano ben comprendere questo dolore, perché tutte le famiglie di Gaza sono spezzate: per la maggior parte hanno avuto dei membri uccisi nel conflitto e molte sono state separate da anni di esilio o smembrate dal carcere. Migliaia di palestinesi sono oggi rinchiusi nelle prigioni israeliane.

Gran parte dei lettori era femminile: le donne erano attratte dalla sua malinconia particolare. “Poteva scrivere dell’assurdità della vita di tutti noi – l’umiliazione come la tragedia. Sapeva che questo posto era sbagliato”, ha detto una ragazza che conosco, che è fuggita in Egitto attraverso i tunnel per ottenere una borsa di studio americana. “È normale”, ha detto ridendo.

È così”, lamenta Mustafa alAssar, un gazawi di 17 anni che vuole studiare diritto internazionale, cosa impossibile perché non ci sono corsi di questo tipo a Gaza e lui non può andarsene. “Ci si rende improvvisamente conto che non si può essere la persona che si vorrebbe, a Gaza. E non si può far vedere chi si è a nessuno fuori, perché non si può uscire. Dunque non si può essere la persona che si vuole essere.”

Mohammed non era arrabbiato: piuttosto, era caduto nel comune stato di disperazione. Non avrebbe mai lanciato pietre, non più della maggior parte dei suoi coetanei. “Perché farlo? Per farsi sparare addosso? A chi importerebbe?”, si chiederebbero.

L’eroe di Mohammed era Bassel al-Araj, un leader del movimento della gioventù in Cisgiordania, che promuoveva la protesta pacifica, portava in visita i suoi compagni in luoghi simbolici della resistenza palestinese e parlava loro della storia della resistenza. Come Mohammed, al-Araj era scrittore e farmacista. “Andava pazzo per al-Araj”, mi ha detto un amico di Mohammed.

Prima di tornare a casa, Mohammed andava a vedere i nuovi doni fatti alla biblioteca di Mama House, sfogliando ‘Una lunga strada verso la libertà’ di Nelson Mandela, o un volume usurato di Agatha Christie.

In mezzo ai titoli di romanzi polizieschi c’erano alcune opere meno letterarie: copie polverose di rapporti dell’ONU su Gaza. Se Mohammed ne avesse preso uno, avrebbe trovato un’analisi del 2002 su un’ondata di attentati suicidi con le bombe avvenuti nei mesi più sanguinosi della seconda Intifada. Secondo Eyd Sarraj, un carismatico psichiatra di Gaza che nel 1990 ha fondato il programma comunitario di salute mentale di Gaza, gli attentati suicidi proliferavano per via della sensazione che la disperazione non smetteva di peggiorare, il che produceva “una situazione di sofferenza in cui la vita non è diversa dalla morte.”

Da bambino adorava ascoltare delle storie”, racconta Asma, la madre di Mohammed, seduta nel salotto della casa di famiglia. Tra le case in fondo alla strada si poteva scorgere appena un lembo di mare a forma di triangolo. I suoi nonni gli raccontavano le storie più belle su Jura, un vecchio e prospero villaggio di pescatori dove la famiglia aveva vissuto per secoli.

Durante la guerra arabo-israeliana del 1948 che ha portato alla creazione dello Stato di Israele, la famiglia di Mohammed, come più di 750.000 altri palestinesi, è stata cacciata dalla sua casa e non è mai stata autorizzata a tornare. Il villaggio di Jura, da tempo distrutto da Israele, si trova oggi sotto l’enorme porto di Ashkelon, che si può vedere dalla spiaggia sottostante la casa di Mohammed.

Io gli parlavo dei nostri aranceti, della nostra festa, di quando io correvo e nuotavo tra le onde”, racconta Modalala, la nonna di 88 anni, che indossa un foulard giallo vivo. Asma è seduta accanto a lei, vestita di nero. Il nonno di Mohammed gli parlava del proprio padre, che è cresciuto quando la Palestina faceva ancora parte dell’impero ottomano – gli ha raccontato che era molto colto, lavorava alla corte del sultano e viaggiava all’estero. “Ha detto a Mohammed che voleva tornare al suo villaggio prima di morire, ma è morto a Gaza e questo ha molto rattristato Mohammed.” In seguito Mohammed ha scritto di Jura e di “un ragazzo dai capelli d’oro che faceva dei salti per arrivare alla finestra e vedere il mare.”

Penso che il fatto di ascoltare delle storie e più tardi scriverle fosse il suo modo di sopportare la tristezza”, afferma sua madre. Suo zio Assad, che ha contribuito alla sua educazione, aggiunge che era altrettanto bravo in matematica: “Gli piaceva risolvere i problemi. Ha sempre voluto fare le cose da sé, sperimentare.”

Nei primi anni della vita di Mohammed la Palestina viveva una grande esperienza. È nato nel 1994, quando si sono visti i primi frutti degli accordi di pace di Oslo. Questi, firmati in pompa magna nel 1993, intendevano porre fine progressivamente all’occupazione da parte di Israele delle terre conquistate nel 1967 – Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme est –, sulle quali i palestinesi avrebbero dovuto costruire una specie di Stato.

Ma Oslo non pose rimedio alle ingiustizie del 1948. È uno dei motivi per cui l’accordo non ricevette un’accoglienza unanimemente positiva, soprattutto a Gaza, dove si trova la maggior concentrazione di rifugiati del 1948. Quasi tutti erano agricoltori le cui terre e case furono confiscate da Israele durante la guerra o appena dopo, mentre i loro raccolti e altre proprietà furono depredati. I villaggi arabi furono ripopolati da immigrati ebrei o distrutti. Su due milioni di palestinesi che vivono oggi a Gaza, 1,3 milioni sono rifugiati o discendenti di coloro che fuggirono qui nel 1948, il cui diritto al ritorno è sancito dalla Risoluzione 194 delle Nazioni Unite.

Nonostante le sue lacune, Oslo offriva qualche speranza di pace. In gran parte per il bene della generazione successiva, l’accordo venne recepito anche a Gaza, dove sui muri apparvero delle colombe al posto dei ritratti dei martiri. Nel 1998 a Rafah, nel sud, dove viveva allora la famiglia di Mohammed, venne aperto un aeroporto con la cupola dorata, una meraviglia agli occhi di un bambino. Ma nel giro di tre anni le cupole vennero sepolte sotto le macerie, distrutte dalle bombe israeliane. Quando Mohammed aveva 5 anni l’esperienza di Oslo si stava sgretolando, perché si era concretizzata una parte minima dei cambiamenti promessi. Questo tradimento alimentò il sostegno all’organizzazione militante islamica di Hamas, rivale del movimento laico di Fatah, che aveva appoggiato Oslo.

Recandosi a piedi a scuola, Mohammed passava davanti ai manifesti di una nuova generazione di “martiri”. Si trattava di kamikaze, molti dei quali erano stati reclutati a Rafah, su ordine del fondatore e ideologo di Hamas Ahmed Yassin, nato a Jura come i nonni di Mohammed. Yassin sosteneva che i kamikaze sarebbero andati in paradiso. Ma quando Israele si vendicò, una gran parte di Rafah venne rasa al suolo.

Quando chiedo alla madre di Mohammed come spiega Gaza ad un bambino, lei risponde che non c’è niente da spiegare: “I bambini lo vedono da soli. I posti di controllo, i bombardamenti, le incursioni nelle case – imparano che è così per tutti noi.”

Nel 2004, quando aveva 10 anni, molti membri della generazione post-Oslo tiravano nuovamente le pietre, come avevano fatto i loro padri. Ma Mohammed preferiva i suoi studi alla strada. Nel 2005, con l’intensificarsi dell’attività militante di Hamas, Israele ritirò il suo esercito e i suoi coloni da Gaza e ridispiegò le sue forze ai confini, dove era in costruzione un muro di separazione perché il nemico fosse più difficile da vedere. C’erano droni in cielo e cannoniere al largo del mare.

Nel 2006, quando le speranze di pace continuavano a indebolirsi, Hamas vinse le elezioni legislative per un autogoverno limitato in Cisgiordania e a Gaza. I suoi avversari di Fatah rifiutarono di riconoscere la vittoria di Hamas, dando luogo ad una guerra civile tra Hamas e Fatah durante la quale vennero uccisi centinaia di palestinesi. Quando Hamas infine prese il potere nel 2007 – mentre Fatah restava al governo in Cisgiordania – Israele definì Gaza “un’ entità terrorista”. Nei mesi seguenti impose un assedio che devastò la già debole economia di Gaza. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea appoggiarono Israele con un boicottaggio politico di Hamas.

Gaza è ormai isolata dal mondo esterno mentre Israele blocca la circolazione delle persone, del carburante e dei viveri – tutto, tranne un minimo aiuto umanitario – attraverso le frontiere. Anche il valico a sud verso l’Egitto a Rafah venne chiuso quando il presidente egiziano Hosni Mubarak, anch’egli desideroso di arginare i radicali islamici, si alleò con Israele. E’ dentro questo soffocamento che Mohammed Younis, ancora adolescente, ha trovato la voce per raccontare al mondo che cosa sia la vita dietro muri di prigione sempre più alti.

Mohammed aveva 13 anni quando iniziò l’assedio. La sua famiglia lasciò Rafah, alla frontiera sud di Gaza, per sistemarsi a Gaza City, che sua madre riteneva più sicura e con maggiori alternative in termini di scelta della scuola per Mohammed, che leggeva e scriveva sempre di più. Il suo talento venne scoperto per la prima volta al Centro Qattan, un’organizzazione benefica per i ragazzi di Gaza, dove vinse il primo premio in un concorso di scrittura.

Molti dei suoi primi racconti evocano un luogo strano e sinistro, che lui nomina raramente, ma che riconosciamo come Gaza. In un racconto intitolato “Geografia” il narratore si descrive come un animale in gabbia, che “perlustra ogni centimetro delle frontiere di Gaza.” A volte compaiono dei fantasmi e lui si chiede se la morte li abbia liberati o se “anche la morte li abbia incatenati.”

Le voci narranti di Mohammed sono consapevoli di essere imprigionate non soltanto dai muri, ma anche dalla sorveglianza. In un racconto, delle spie israeliane con nomi di copertura come ‘Abu Saleh’ convincono adolescenti a tradire persone che verranno poi uccise. “Volete che io denunci mio fratello?”, chiede un ragazzo ad un agente israeliano che lo ha chiamato al telefonino. “Il telefono suona di nuovo, lo schermo non smette di lampeggiare. Viene voglia di gettarlo a terra perché si rompa in mille pezzi, ma non ci si può impedire di raccoglierlo.”

Un’altra voce narrante arriva ad un posto di controllo dove “cadono dal cielo ghigliottine”, un’immagine che evoca le bombe israeliane lanciate durante l’attacco militare del 2008-2009, che uccise 1.400 palestinesi. Fu probabilmente dopo questo attacco che i dirigenti di Hamas nella locale moschea chiesero a Mohammed di partecipare ad un seminario. Hamas ha sempre ottenuto un appoggio popolare grazie alla sua azione di assistenza, venendo in aiuto alle necessità e attraverso programmi sociali, come anche istituendo scuole e seminari.  

Da adolescente Mohammed non era particolarmente religioso, spiega sua madre. Ma credeva in dio e voleva saperne sempre di più su che cosa ciò significhi, sulla vita dopo la morte.” Un ragazzo con uno spirito così vivace e curioso doveva rappresentare una recluta ideale e la sua famiglia era nota ai dirigenti di Hamas. Oltre al suo fondatore, lo sceicco Yassin, anche la famiglia del dirigente politico di Hamas Ismail Haniyeh è originaria di Jura. Secondo un amico, il motivo principale per cui questi militanti volevano che Mohammed si unisse a loro era che lui era “intelligente e curioso”. “Volevano che diventasse uno di loro – uno dei loro eroi, costruttore di armi come Yahia Ayache.” Soprannominato ‘l’ingegnere’, Ayache fabbricava bombe per Hamas e venne assassinato da Israele nel 1996.

Mohammed un giorno tornava con la barba e diceva : ‘Sono di Hamas’, racconta suo zio Assad. Ma un altro giorno diceva: ‘Sono della Jihad islamica’. Stava solo sperimentando. Si faceva le sue idee per conto suo, poi le abbandonava.”

Parecchi abitanti di Gaza che avevano votato Hamas nel 2006 cominciarono presto ad avere dei dubbi. I lanci di razzi degli islamisti contro Israele erano sempre ampiamente approvati a Gaza, come anche la rete di tunnel che avevano costruito sotto il confine sud con l’Egitto e che ha consentito al commercio clandestino di attenuare i peggiori effetti del blocco.

Ciononostante, qualche anno dopo, per molti risultò evidente che gli odiosi attentati suicidi perpetrati durante la seconda Intifada, tra il 2000 e il 2005, avevano pregiudicato la causa palestinese. E sotto Hamas la vita a Gaza tornò rapidamente all’ oscurantismo culturale. Vennero imposti rigidi codici islamici, in particolare la chiusura di teatri e cinema, la privazione delle libertà per le donne conquistate a caro prezzo – l’uso del velo venne reso quasi obbligatorio – ed altre restrizioni sociali repressive. Per alcuni il governo di Hamas iniziò ad apparire come un assedio all’interno di un assedio.

Quando Mohammed si preparava all’università trovò la sua libertà nella lettura e nella scrittura. Imparò l’inglese da solo nella speranza di studiare letteratura inglese, e benché sua madre lo avesse convinto a studiare invece farmacia – essendo migliori le prospettive di lavoro – la letteratura rimase il suo primo amore.

Trovare dei libri era difficile; spesso il modo migliore era farli entrare clandestinamente attraverso i tunnel. “Era molto riservato riguardo ai suoi libri e li conservava nella sua stanza”, racconta Asma, che ci propone di farci vedere la stanza dove Mohammed passava il tempo e che lo ha visto morire.

Non è cambiato nulla dopo la sua morte”, dice Asma aprendo la porta di una cameretta con un letto e una scrivania sulla quale troneggiano trofei di scrittura che aveva vinto. Ci sono dei peluche su una sedia, un guantone da boxe. Asma prende dall’armadio una toga: ha presenziato alla cerimonia di consegna della laurea a Mohammed in vece sua, due mesi dopo la sua morte.

Quando apriamo un armadio a muro ne esce una cascata di libri. Ci sono dei romanzi – Dostoevskij, Dickens – e libri di filosofia – un’introduzione a Wittgenstein, Hegel, ‘La magia della realtà’ di Richard Dawkins. Tra i drammaturghi troviamo Euripide, Eugène Ionesco, Terence Rattigan e Arthur Miller. Si scorge la ‘Storia del sionismo’, posata sopra libri di Che Guevara e Charles Darwin. Per la maggior parte sono delle traduzioni in arabo, altre in inglese. Può darsi che Mohammed abbia letto ogni pagina di questa ampia raccolta, o forse gli piaceva semplicemente possederla, difficile saperlo. Resta comunque il fatto che, seduto tra queste quattro mura in compagnia di George Bernard Shaw, Sofocle e Mahmoud Darwish [il più importante poeta della letteratura palestinese, ndtr.], riusciva ad uscire dai muri di Gaza e a mettersi in contatto con un mondo più vasto.

Quando entra nella stanza sua nonna Modalala cominciamo a guardare i libri sull’altro scaffale, in particolare ‘Umiliati e offesi’ di Dostojevsky. Modalala prende una foto di suo nipote.

Torniamo nel salone illuminato dal sole, di fronte al mare, quando Asma inizia a pregare. Chiedo a Modalala perché secondo lei Mohammed si sia suicidato. “Non ci sono spiegazioni,  risponde. “Gli avevo detto: ‘Presto morirò’. E lui mi aveva risposto: ‘No, non farlo.’ Mi aveva confidato che voleva sposare una ragazza e io sapevo che era innamorato di lei. Quel giorno era gentile e bello. Gli avevo fatto da mangiare io, perché sua mamma stava digiunando. Gli avevo fatto un caffè, uno per me e uno per lui, avevo messo del miele nel suo e glielo avevo portato in camera. Lì si sentiva al sicuro.”

Vista da qui, anche la spiaggia di Gaza sembra un luogo sicuro per fare un picnic o organizzare una festa di matrimonio in un capanno dipinto e adornato con colori vivaci. Ma le cannoniere israeliane incrociano al largo delle coste e la sabbia di Gaza è imbevuta del sangue della famiglia Younis.

Mia nonna è stata uccisa proprio là, in groppa ad un asino”, racconta Modalala mostrando col dito la spiaggia dove da bambina lei e la sua famiglia vennero bersagliate dalle bombe israeliane mentre nel 1948 fuggivano da Jura verso il sud. Durante la guerra del 2014 quattro bambini di Gaza furono uccisi mentre giocavano sulla sabbia, non lontano di là.

La guerra del 2014 è stata la più devastante delle tre offensive israeliane che Mohammed ha conosciuto. Vennero uccisi più di 2.200 palestinesi ,di cui almeno 500 minori. Ormai lui scriveva sempre più di morti, riconoscendo a volte una certa sicurezza nella morte, e scriveva a proposito di “senso di perdita e di sicurezza, della fuga e della ricerca di un rifugio e della sopravvivenza nell’ annegamento, di semplici idee di suicidio”. Ma come molti altri, nello choc seguito al bombardamento, vide dei motivi di speranza.

La vastità delle distruzioni nel 2014 fu tale che il mondo iniziò a prestarvi attenzione. Gli avvocati palestinesi dei diritti umani speravano di poter perseguire Israele per crimini di guerra. Il Segretario Generale dell’ONU dell’epoca, Ban Ki-moon, dichiarò che l’assedio doveva cessare e che il mondo doveva pagare per la ricostruzione delle case, dei serbatoi e delle fabbriche di Gaza. Il popolo aveva già cominciato: vidi dei ragazzi arrampicarsi su muri di calcestruzzo pericolanti e riempire di pietre un carretto trainato da un asino. Dissodavano i loro frutteti per ripiantare alberi di clementine e ricostruivano la loro fabbrica di succhi bombardata.

Alla luce di questa attenzione mediatica mondiale, migliaia di apprendisti giornalisti di Gaza colsero l’occasione per diffondere al mondo esterno il loro racconto in diretta dalle macerie. Studenti che avevano ottenuto borse di studio in università straniere stavano agli angoli delle strade nella speranza di sapere se erano stati aperti i valichi per potersi affrettare a scappare e prendere il posto che spettava loro. Mohammed si iscrisse al centro culturale francese sperando di poter studiare letteratura a Parigi.

Ma un anno dopo le clementine erano morte e il proprietario della fabbrica di succhi sedeva accanto ad una scatola di cibo dell’ONU. Più dell’80% della popolazione dipende ormai dagli aiuti alimentari.

Dietro le porte chiuse, soprattutto laddove i bombardamenti del 2014 erano stati pesanti, vidi vite distrutte. Una giovane madre aprì un armadio di giochi colpito da una granata. Mi guardava mentre si rovesciavano dei pezzi rotti. Un giovane uomo stava seduto davanti ad uno schermo spento durante le lunghe ore senza elettricità. Ed il mondo aveva nuovamente voltato le spalle a Gaza.

Per la prima volta, dopo tutti questi anni di reportage da Gaza, incontrai ragazzini che chiedevano l’elemosina, sentii parlare di prostituzione e vidi tracce di tossicodipendenza e di violenze domestiche generalizzate, spesso in case dove in una stessa stanza vivevano fino a dieci persone. Dai bombardamenti del 2014 non sono state risistemate in altri alloggi. In mezzo a questa devastazione, ci sono prove che lo Stato islamico ottenga sempre maggior sostegno. Un gruppo di militanti islamici ha lanciò un ordigno esplosivo sul centro culturale francese dove studiava Mohammed.

I media internazionali si sono disinteressati della questione, a parte occasionali previsioni di una nuova Intifada. Quando ho chiesto a dei ragazzi del campo profughi di Jabaliya – dove è iniziata la prima Intifada – se questo fosse possibile, hanno fatto una gran risata, dicendo che il muro era più alto ed era stato prolungato fin sottoterra per bloccare i tunnel. Nessuno poteva più resistere. Ho chiesto se potesse apparire in Palestina un nuovo Mandela. “Se ci fosse, gli israeliani lo ucciderebbero”, ha risposto uno di loro.

Nel marzo 2017 l’eroe di Mohammed, Bassel al-Araj, scrittore e vecchio difensore della resistenza nonviolenta, è stato ucciso dalle truppe israeliane. È stato riconosciuto come “martire istruito”.

Sono tanti quelli che sono stati disgustati dall’incapacità dei dirigenti di Hamas e di Fatah di promuovere la causa palestinese, o almeno migliorare la vita dei comuni palestinesi – erano troppo occupati a litigare tra loro mentre l’assedio di Gaza si inaspriva. A proposito degli israeliani Mohammed ha scritto: “Almeno loro rispettano il proprio popolo, mentre noi, noi facciamo a pezzi il nostro. Ma loro ci hanno cacciati dalle nostre terre!” In uno dei suoi racconti, un ragazzo “lancia orgogliosamente una pietra contro un posto di controllo”, ma lascia perdere e torna a casa “per proseguire qui la sua eterna maledizione.”

Come i giovani tedeschi che sono morti scavalcando il muro di Berlino, i giovani palestinesi che sono morti cercando di fuggire in barca “tentavano di raggiungere delle città in cui la libertà è una scelta, non un regalo.”

Nella primavera ed estate del 2017 alcuni medici mi hanno riferito di altri suicidi camuffati da incidenti. I medici vedevano non soltanto persone che si buttavano giù dagli edifici, ma anche vittime di quelli che sembravano incidenti automobilistici deliberati e annegamenti che forse non erano accidentali. Pazienti che presentavano ferite da coltello dicevano di essere stati feriti nel corso di una “rissa”. Ho sentito testimoni parlare di individui disperati che erano entrati nella zona cuscinetto nella speranza di essere uccisi. Una ragazza che conosco mi spiega che si è fatta un’overdose perché non voleva sposarsi o crescere dei figli a Gaza.

Gli spiriti più resistenti vanno in pezzi. “Gli abitanti di Gaza vogliono vivere, ma non possono”, afferma il dottor Ghada al-Jadba, direttore dei servizi sanitari dell’UNRWA, l’agenzia dell’ONU che si occupa dei rifugiati palestinesi.

Youssef Awadallah, direttore del centro di salute mentale di Rafah, getta la testa all’indietro, fingendo di affogare. “Si soffoca. In realtà siamo in trappola, non in stato d’assedio”, butta lì, prima di battere le mani. “Come in Tom e Jerry”.

Ritiene che l’aumento del numero di suicidi si inserisca nel quadro di una crisi molto più vasta della salute mentale a Gaza. Secondo l’UNICEF circa 400.000 minori sono traumatizzati e necessitano di un sostegno psicosociale. La dipendenza dai farmaci, soprattutto da analgesici potenti, è diffusa. “Gli israeliani lo sanno”, dice Awadallah. “La guerra attuale mira a spezzare così la nostra resilienza, non la nostra resistenza.”

I servizi di salute mentale di Gaza, ancora precari, sono stati paralizzati dall’assedio. “L’altro giorno un uomo ha ucciso sua madre perché pensava che lo spiasse,” racconta Awadallah. “Un altro ha detto che gli israeliani gli avevano messo un dispositivo di sorveglianza nella testa. Ma noi che cosa possiamo fare? Non abbiamo né farmaci, né letti, né psichiatri.” Ricorda un altro caso in cui un uomo ha pugnalato i suoi figli prima di darsi fuoco: “Quando un uomo non può sopperire alle necessità della sua famiglia, soffre. Se arriva al punto di darsi fuoco, soffre talmente tanto che per lui non ha più importanza andare all’inferno.”

Allargando le mani, Awadallah spiega perché i giovani e i più intelligenti fanno parte degli individui più propensi a suicidarsi. “La distanza tra le loro aspirazioni e le reali possibilità è maggiore che per la maggior parte delle persone comuni e le aspettative nel futuro per cui si sono preparati ma che non potranno raggiungere diventano impossibili da sopportare.”

Durante l’estate del 2017 tutti a Gaza sembravano in attesa di qualcosa. I pazienti malati di cancro aspettavano di sapere se potessero partire per sottoporsi ad un intervento chirurgico d’urgenza “all’estero”. I luoghi per i matrimoni in riva al mare, dipinti con colori vivaci, aspettavano che le coppie avessero il denaro per sposarsi. Tutti aspettavano la corrente elettrica.

Raji Sourani, direttore del Centro palestinese per i diritti umani, aspettava di sapere se le accuse di crimini di guerra sarebbero state ascoltate, ma perdeva la speranza. “Nessuno parla dell’occupazione. Nessuno parla delle vittime che vivono sotto occupazione – è Israele che viene considerato la vittima e che bisogna proteggere contro di noi. È una situazione kafkiana”, ha affermato all’epoca.

Nella sua stanza, Mohammed aspettava dei nuovi libri. Nell’elenco c’erano ‘Il processo’ di Kafka e Amleto.

Mohammed parlava di suicidio. Tuttavia era chiaro che aveva ancora speranze, perché parlava anche di fidanzarsi. I fidanzamenti e i suicidi sembravano a volte andare in parallelo: il produttore tessile in fallimento il cui figlio si era impiccato mi ha confidato che quest’ultimo doveva sposarsi la settimana successiva. E Mohammed era sicuramente innamorato, afferma sua madre: “Si vedeva bene che lo era”. Ha scritto riguardo ad un matrimonio a Jura, una prosa impregnata di un senso di perdita sia per il suo vecchio villaggio che per il suo futuro matrimonio, forse perché non poteva più sopportare il dolore della “moltitudine di contraddizioni che esplodono nella testa.”

Nei suoi ultimi scritti Mohammed è attratto dal dolore degli altri, riscontrandolo laddove è più acuto o più nascosto. Parla di un padre la cui figlia sta morendo in un luogo lontano e il quale confida: “Il senso di impotenza adesso mi uccide ogni giorno”.

Si sofferma anche sull’umiliazione dei posti di controllo, dove un viaggiatore viene portato in “un posto segreto simile ad una cella di prigione, senza alcuna forma di vita (…) dove essi sono rinchiusi semplicemente perché sono palestinesi. Perché le capitali e gli aeroporti sono preclusi ai palestinesi?”

Uno degli ultimi scritti di Mohammed era una pièce teatrale intitolata ‘Fuga’. Poco prima della sua morte aveva fatto un ultimo tentativo di scappare. Sua madre spiega che era stato accettato per studiare letteratura alla prestigiosa università ebraica di Gerusalemme, ma aveva scoperto che a causa della politica israeliana poteva aspettarsi di vedersi rifiutare il permesso di uscire da Gaza.

Perciò Mohammed lottava contro la disperazione e “cercava la bellezza”, anche se aveva comunicato ai suoi lettori che ascoltava ‘Komm, suber Tod, komm selge Ruh’ (‘Vieni dolce morte, vieni felice riposo’) di Bach. Anche quando è entrato nella sua stanza l’ultima sera ed ha chiuso la porta a chiave, forse Mohammed non era sicuro di compiere quel gesto. La posizione del suo corpo ha indotto suo zio Assad a credere che Mohammed avesse cambiato idea all’ultimo istante, ma era troppo tardi.

Nelle settimane e nei mesi precedenti la morte di Mohammed la sua disperazione è stata probabilmente aggravata dalla presa di coscienza che i suoi scritti non avrebbero mai potuto cambiare niente: ai suoi occhi il discorso palestinese era gestito da stranieri. Il suo suicidio è avvenuto poco tempo prima che Donald Trump riconoscesse Gerusalemme come capitale di Israele e rimettesse in discussione il diritto dei rifugiati palestinesi al ritorno alle loro case.

Uno degli ultimi racconti di Mohammed si intitolava ‘La balena che ha bloccato la mia porta con la coda’. La voce narrante fa un sogno ricorrente nel quale delle balenottere lo vanno a trovare e tentano di suicidarsi. Si sveglia e si chiede perché le balene decidano di morire. Si risponde: “Sembra che le balene si suicidino quando perdono il senso dell’orientamento, quando non sanno più dove andare.”

Quando chiedo a Awadallah se considera Mohammed un martire, lui riflette un momento e sorride, spiegando che la disperazione di Mohammed gli ha provocato una grave malattia mentale e che è a causa di questa malattia che si è suicidato. A questo proposito, Awadallah spera che Allah si mostri benevolo verso Mohammed e gli permetta di andare in paradiso e non all’inferno.

Gli chiedo che cosa si sarebbe potuto fare per evitare il suicidio di Mohammed.

Niente,” risponde. “A parte nascere in un luogo diverso da Gaza.”

Questo articolo è stato modificato l’11 giugno 2018 per chiarire il riferimento all’impossibilità per Mohammed Younis di uscire da Gaza per studiare.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




La battaglia dell’acqua in Palestina (I parte)

Francesca Merz

24 marzo 2020 Nena News

Da sempre un punto centrale del conflitto arabo-israeliano, l’approvvigionamento idrico è una delle principali sfide che le autorità palestinesi in Cisgiordania e a Gaza devono affrontare. Una questione complessa dato che l’85% delle acque palestinesi è sotto il controllo israeliano

Il 22 marzo è stata la giornata dell’acqua, il 23 la Giornata mondiale del clima, l’intima connessione che lega il primo elemento con ciò che accadrà al nostro pianeta in futuro, è oramai nota, tanto che anche le Nazioni Unite si sono poste l’obiettivo di unificare il dibattito, esaltando l’interdipendenza tra questi due temi.

L’ufficio centrale palestinese di statistica, l’Autorità palestinese per l’acqua e l’Amministrazione generale sul clima palestinesi hanno rilasciato una dichiarazione stampa congiunta, venerdì, proprio in tal senso, con un messaggio univoco che mettesse in luce la correlazione tra queste due giornate “Acqua e cambiamenti climatici” appunto. 
L’obiettivo di unificare lo slogan per questi due giorni globali è arrivato, secondo la dichiarazione, proprio per sancire e sottolineare la grande interdipendenza tra acqua e clima, e con la volontà di coordinare gli sforzi di gestione dei due settori, per garantire la sostenibilità idrica e contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici, soprattutto perché entrambi sono essenziali per raggiungere obiettivi di sviluppo sostenibile e per ridurre disastri naturali in modo proattivo.

Secondo gli ultimi dati, il consumo medio pro capite di acqua per la popolazione ha raggiunto 87,3 litri al giorno di acqua in Palestina. Questo tasso ha raggiunto i 90,5 litri al giorno in Cisgiordania e un miglioramento rispetto agli anni precedenti grazie ai progetti idrici completati, che sono stati in grado di sviluppare le risorse disponibili e ridurre gli sprechi.
La quota pro capite a Gaza oggi ha raggiunto 83,1 litricon il rilevamento di una diminuzione di 5,2 litri rispetto allo scorso anno, a causa dell’aumento della popolazione. Con un ulteriore calcolo però a causa dell’ elevato tasso di inquinamento dell’acqua a Gaza, se si considerano solo le quantità di acqua idonee all’uso per gli esseri umani, la quota pro capite di acqua dolce raggiunge solo i 22,4 litri al giorno. Partendo proprio dalla differenza tra le singole quote tra i governatorati, ottenere un equilibrio nella distribuzione tra i centri abitati è una delle principali sfide che l’Autorità Palestinese deve affrontareVale la pena notare che il consumo medio di acqua palestinese per persona è ancora inferiore al minimo raccomandato a livello globale, il che non può non farci pensare al controllo israeliano di oltre l’85% delle risorse idriche palestinesi.

A Gaza, vedremo dopo il perchè, oltre il 97% della qualità dell’acqua pompata dal bacino costiero non soddisfa gli standard dell’OMS. 
In linea generale, secondo gli ultimi dati, il 77% dell’acqua disponibile proviene da acque sotterranee, ancora una volta il motivo principale dell’uso limitato delle acque superficiali è il controllo dell’occupazione israeliana sulle acque del fiume Giordano che impedisce anche ai palestinesi di usare l’acqua delle valli.
Secondo i dati del 2018, la Palestina ha iniziato a produrre quantità di acqua desalinizzata, che dovrebbe aumentare la percentuale di risorsa disponibile nei prossimi anni, con l’avvio di impianti di desalinizzazione specie a Gaza. Ad oggi, secondo quel principio di colonizzazione e dipendenza solidamente costruito dall’occupazione, il 22% dell’acqua disponibile in Palestina viene acquistata dalla compagnia idrica israeliana Mecorot, come sempre il controllo economico si cela sotto le sembianze di un libero mercato che toglie il diritto all’acqua e costringe un popolo a pagare per dei servizi dei quali non avrebbe bisogno se non fosse schiacciato da un colonialismo estremo, che vede proprio il controllo economico sulle risorse di base come sua prima arma.

Gli ultimi rapporti sui territori palestinesi, in relazione alla quantità di acqua piovana annuale e al potenziale aumento delle risorse idriche, ci dicono che, se da una parte piove di più, dall’altra lo fa in periodi dell’anno altamente circoscritti, con bombe d’acqua che non riescono ad aumentare le falde, e che, dall’altra, l’innalzamento della temperatura globale, porta ad una sempre più veloce evaporazione delle risorse, il cambiamento climatico è dunque un importante dato che andrà proprio ad intaccare in maniera forte le acque sotterranee e superficiali. Attualmente, l’Autorità per l’acqua e il Dipartimento sul clima, in collaborazione con un certo numero di autorità locali competenti, stanno implementando una serie di programmi volti a monitorare e valutare gli effetti dei cambiamenti climatici, pubblicando le relazioni necessarie a tale proposito, oltre a preparare i piani necessari per adattarsi agli effetti dei cambiamenti.

A Gaza, in particolare, la situazione è sempre più disastrosa, come certificato dalle stesse autorità israeliane. Il 3 giugno dello scorso anno ricercatori delle università israeliane di Tel Aviv e Ben Gurion hanno presentato un rapporto, commissionato dall’organizzazione ambientalista ‘EcoPeace Middle East’, in cui avvertono che “il deterioramento delle infrastrutture idriche, elettriche e fognarie nella Striscia di Gaza costituisce un sostanziale pericolo per le acque terrestri e marine, le spiagge e gli impianti di desalinizzazione di Israele”. Ma ciò che Israele ha identificato come un “problema di sicurezza nazionale” è in realtà un disastro causato da proprie responsabilità. Innumerevoli rapporti delle Nazioni Unite hanno infatti documentato dettagliatamente come e perché la principale causa del disastro sia l’occupazione israeliana. Il motivo per cui le acque reflue a Gaza vengono smaltite in questo modo definito dagli israeliani “irresponsabile” è che gli impianti per il trattamento delle acque non funzionano; sono stati colpiti nell’attacco israeliano alla Striscia del 2014 [operazione “Margine protettivo, ndtr.] e non sono mai stati ricostruiti perché l’assedio israeliano non consente di importare materiali da costruzione e pezzi di ricambio (vedi articolo sul Protocollo di Parigi).

Ma non solo a Gaza il tema dell’acqua è di profonda urgenza, anche in tutta la Cisgiordania, affollata da nuovi insediamenti israeliani, risulta chiarissima l’interconnessione tra la gestione dell’acqua da parte di Israele, e le innumerevoli questioni legate all’impatto ambientale che il colonialismo impone. Gli insediamenti israeliani incombono in numero sempre maggiore (dopo il piano Trump è stato dato il via libera alla costruzione di 122 nuovi insediamenti), producendo un flusso di liquami che scorre costantemente sotto di loro. Il terrificante impatto delle colonie sull’ambiente è visibile ovunque. Nelle valli Matwa e al-Atrash – situate nel distretto di Salfit della Cisgiordania occupata tra le città palestinesi di Ramallah e Nablus si raccolgono le acque reflue mal gestite da residenti palestinesi a Salfit e soprattutto da residenti israeliani nei vicini insediamenti illegali di Ariel e Barkan.

Secondo un rapporto del 2009 dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, i palestinesi che vivono in queste valli sono esposti a “acque reflue non trattate [che] contengono virus, batteri, parassiti e metalli pesanti e tossici [che] sono pericolosi per la salute umana e per gli animali”. Le acque reflue non trattate hanno un grave impatto sulla salute pubblica ma le sostanze chimiche riversate dalle fabbriche vicine rappresentano se possibile una minaccia ben peggiore. Secondo un report di B’Tselem del 2017, lo Stato di Israele stava sfruttando la terra palestinese per il trattamento di vari rifiuti creati non solo negli insediamenti illegali ma dall’interno della linea verde. Nel rapporto, si dice che le zone industriali dell’insediamento di Ariel e Barkan contengono due dei 14 impianti di trattamento dei rifiuti gestiti da Israele nella Cisgiordania occupata e nella Gerusalemme est.

Come si può immaginare, in un territorio composto da territori montuosi e aridi l’impatto di un’ agricoltura intensiva e aggressiva, e uno sviluppo industriale ai danni degli occupati, sono i fattori che fanno dell’acqua potabile, già di natura scarsa, una risorsa sempre più critica. Secondo l’Autorità Nazionale Palestinese, Israele possiede il controllo di quasi tutte le sorgenti e un terzo degli abitanti della West Bank riceve acqua a intermittenza. I dati sul consumo dell’acqua confermano ciò. Per i palestinesi, infatti, sono disponibili un quinto delle risorse idriche rispetto a quelle dei coloni. Entrambe le parti in causa attingono acqua dal bacino idrico delle montagne della West Bank.
Anche le altre due risorse della zona, il Mar di Galilea ed il bacino idrico costiero, sono condivise dalle due parti in causa che le sfruttano, vista l’aridità della zona, in maniera eccessiva. Tutti i bacini idrici si trovano dunque in territorio palestinese, e questo già ci dice molto di quanto “la guerra dell’acqua” sia risultata fondamentale sin dai tempi della nascita dello stato ebraico, come vedremo di seguito. Sempre B’Tselem, in un rapporto dichiara che oltre 215mila palestinesi in più di 150 villaggi non sono connessi alla rete idrica e che lo stato d’Israele alloca le risorse idriche in maniera discriminatoria.

L’esistenza di una doppia rete idrica nei territori occupati, una efficiente per gli insediamenti dei coloni e una priva della necessaria manutenzione da oltre 40 anni e con perdite di oltre l’11 per cento dell’acqua destinata ai palestinesi, sembra confermare l’ipotesi.

«Nei mesi estivi la Mekorot Israeli Water Company riduce i rifornimenti d’acqua alle aree palestinesi in maniera considerevole. – ha dichiarato al giornale israeliano Haaretz, Tashir Nasir Eldin, direttore generale dell’Autorità Palestinese per l’Acqua in Cisgiordania.

A Hebron, per esempio, i 300mila abitanti avrebbero bisogno di circa 25mila metri cubi d’acqua al giorno, ma dalla Mekorot ne arrivano solamente 5.500. Analogo discorso a Betlemme, dove i metri cubi necessari sarebbero 18mila, ma ne arrivano solamente 8mila.

Occorre a questo punto fare un passo indietro, per capire anche storicamente il grande valore che ha da sempre rivestito l’acqua all’interno di questi territori e del conflitto. Nel 1919, Chaim Weizman, alla testa dell’Organizzazione Sionista Mondiale, scrive al Primo Ministro inglese Lloyd George esprimendosi così « il futuro economico della Palestina, nel suo complesso, dipende dal suo approvvigionamento di acqua, per l’irrigazione e per la produzione di energia elettrica». Le frontiere che allora venivano richieste per la nascita dello Stato Ebraico, inglobavano, oltre alla Palestina, il Golan e i Monti Ermon in Siria, il sud del Libano e la riva est del Giordano, proprio per questo scopo. Nel 1941, David Ben Gurion dichiara «Noi dobbiamo ricordarci che, per pervenire al radicamento dello Stato ebraico, sarà necessario che le acque del Giordano e del Litani siano incluse all’interno delle nostre frontiere ». Inizia così una campagna massiccia tesa all’approvvigionamento di acque per il nuovo stato: già dal 1953, Israele comincia a deviare le acque del Lago di Tiberiade per irrigare il litorale e il Negev, portando alla attuale terrificante condizione del Lago, che descriverò a conclusione di questo articolo. Dal 1964 risulta attivo il National Water Carrier, (Trasporto dell’Acqua attraverso canalizzazioni), Siria e Giordania, preoccupate, intraprendono così la costruzione di dighe sullo Yarmouk e la deviazione del Baniyas, per riuscire a trattenere l’acqua a monte del Lago di Tiberiade e quindi impedire ad Israele di prelevare l’acqua dal Lago. Israele li accusa di essere aggressori e bombarda i lavori, fino allo scatenare la guerra dei Sei Giorni.

Con la guerra del 1967 Israele si accaparra anche parte delle risorse d’acqua di Gaza, della Cisgiordania e del Golan, sino ad arrivare al 1978, con l’invasione del Libano, dove si procede a deviare per pompaggio una parte del Litani, deviazione che rimane in atto fino al 2000, quando Hezbollah si è installata in questa regione. L’annessione del Golan, soprannominato il «castello dell’acqua », permette il controllo del bacino di alimentazione a monte del Giordano, e si traduce nell’espulsione della maggioranza della popolazione, circa 100.000 persone, cosa che, con un’unica mossa, permette ad Israele anche di recuperare l’acqua che non viene più consumata dai locali.




Choc, tradimento e paura: perché Gantz ha ucciso il suo partito per unirsi a Netanyahu

Lily Galili – TEL AVIV, Israele

venerdì 27 marzo 2020 – Middle East Eye

Giovane e con patologie sottese, “Blu e Bianco” fa parte del bilancio delle vittime del coronavirus

Se avete avuto difficoltà ad abituarvi all’idea di sentir dire “Benny Gantz, primo ministro israeliano”, rilassatevi. Ora potete ritornare tranquillamente a quello che conoscete già da 11 anni.

Bisogna ringraziare lo stesso Gantz di avervi reso più facile la situazione. Gli avvenimenti hanno preso una strana piega quando il capo del partito “Blu e Bianco” – incaricato di formare un governo e di togliere di mezzo Netanyahu – giovedì ha deciso di unirsi al suo grande rivale in un governo d’unità nazionale e di assumere il ruolo di ministro della Difesa sotto i suoi ordini.

Nell’attesa vi potete abituare a una carica temporanea – “Benny Gantz, presidente della Knesset” – un incarico che Gantz ormai occuperà finché i due politici non avranno concluso l’accordo tra loro non ancora firmato.

Si prevede che esso si baserà sulla rotazione e sulla parità: se mantiene la parola – cosa che fa di rado – Netanyahu darà le dimissioni a settembre [2021] e farà posto a Gantz come primo ministro.

Quello che ciò significa veramente è che Netanyahu, imputato di corruzione, rimarrà al suo posto e nel contempo sarà processato. È il vero accordo tra Gantz, descritto da Netanyahu come un ” cazzone” e un “pazzo” durante l’ultima campagna elettorale, e Netanyhau, definito da Gantz un “dittatore corrotto” e l'”Erdogan israeliano”, un termine realmente dispregiativo nel nostro vocabolario politico.

Vittima del virus

La politica israeliana ha una lunga storia di colpi di scena e di iniziative sorprendenti. Ma quest’ultimo sviluppo della situazione li supera tutti e la crisi del coronavirus in Israele è il pretesto perfetto.

“È quello di cui ha bisogno il Paese, e Israele passa al primo posto,” ripete Gantz in risposta, come se fosse un fatto clinicamente accertato che il virus abbia una conclamata paura dei governi d’unità nazionale.

Nei fatti è il partito che Gantz ha creato appena un anno e mezzo fa che sembra una vittima del coronavirus, giovane ma con gravi patologie sottese.

E’ deceduto giovedì pomeriggio, quando le altre due fazioni di Blu e Bianco – “Yesh Atid” [partito di centro destra, ndtr.] diretto da Yair Lapid e “Telem” [partito di destra, ndtr.], guidato da Moshe Yaalon, entrambi ministri di precedenti governi di Netanyahu e che lo conoscono meglio – hanno rifiutato di unirsi al nuovo governo che gli imponeva Gantz.

Come si sa, “Blu e Bianco” si è sciolto in un’ora. Lapid e Yaalon si terranno il nome e Gantz è di ritorno al suo partito originario, “Hosen L’Yisrael” [“Resilienza di Israele”, partito di centro destra, ndtr.] che ha 17 seggi alla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.]. Lapid sarà il capo dell’opposizione contro l’uomo politico che fino a giovedì era il suo alleato più vicino.

Giovedì sera, durante una conferenza stampa, Lapid non ha usato mezzi termini: “Gantz ha rubato i voti della gente che l’ha votato quando ha giurato di non stare in un governo di Netanyahu, ha ceduto a Bibi senza battersi.” Ed ha ragione.

Il deputato Ahmed Tibi, della “Lista Unita” [coalizione di tutti i partiti arabo-israeliani, ndtr.], che conta 15 deputati che hanno sostenuto Gantz come primo ministro, non ha tardato a coniare un nuovo termine. A colloquio con Middle East Eye qualche ora dopo la svolta drammatica degli avvenimenti, ha utilizzato la parola “gantzismo” per descrivere il comportamento del capo del partito.

“Lo abbiamo sostenuto per portare un cambiamento dopo anni di incitamento all’odio contro gli arabi da parte di Bibi. Solo il gantzismo può dimostrare che il blocco dei 59 [deputati] di Bibi è più grande di quello di 61 che Gantz ha costruito con il nostro sostegno,” assicura. “La pandemia di coronavirus è già sufficientemente grave. Utilizzare il coronavirus a fini politici è ancor peggio.”

In effetti sembra che Gantz abbia utilizzato il voto e il sostegno arabi come merce di scambio nel gioco politico. Ma i suoi elettori ebrei provano più o meno la stessa sensazione. Le parole “tradimento” e “traditore” sono le più popolari sulle reti sociali per descrivere l’abuso della loro fiducia da parte di Gantz.

Ministeri per il potere

Tuttavia, a dire la verità, non tutti gli israeliani provano la stessa cosa, neppure tutti quelli che hanno votato per lui. Per cominciare, “Blu e Bianco” era una strana creazione di sinistra-centro-destra.

La maggior parte dei suoi elettori di centro-destra ha approvato la sua decisione, perché è stata presa “per il bene di Israele”. I sostenitori dell’estrema destra non ne sono così contenti. Tutti i progetti d’annessione della Cisgiordania occupata – a cui “Blu e Bianco” in maggioranza si opponeva quando c’è stato l’annuncio dell'”accordo del secolo” di Trump – saranno rimandati.

In compenso gli elettori del Likud sono felici, perché potranno tenersi il loro caro primo ministro Netanyahu. I deputati e ministri che fanno parte del Likud sono meno entusiasti. Perderanno alcuni ministeri importanti già proposti a Gantz.

La principale perdita per Netanyahu non è il ministero degli Affari Esteri, che ormai sarà offerto a Gabi Ashkenazi, alleato di Gantz e promotore di questo governo d’unità. Finché Trump copre le spalle a Netanyahu, chi si preoccupa del resto dell’universo? No, per Netanyahu la prova dell’importanza di questo accordo di unità nazionale è il fatto che abbia abbandonato i due ministeri che gli erano più cari, cioè quelli della Giustizia e della Comunicazione.

Netanyahu è ossessionato dalla copertura mediatica di cui è oggetto e un ministro della Giustizia obbediente sarebbe sicuramente un vantaggio durante il suo processo. Rimanere in carica e comparire davanti al tribunale come primo ministro, come dovrebbe fare in maggio, avrebbero reso un ministro compiacente ancora più prezioso.

Allora perché, Gantz?

Ecco quello che spiega la vicenda dal lato di Netanyahu. Ma perché anche Gantz ha improvvisamente fatto quello che avrebbe potuto fare due turni di elezioni e sei miliardi di shekel (1,5 miliardi di euro) prima? Esistono numerose risposte a questa domanda, e quella vera è probabilmente una combinazione di tutte queste.

Una delle ragioni, non ancora espressa, è che non ha mai veramente voluto assumersi delle responsabilità di fronte alla gigantesca crisi del coronavirus e a quella finanziaria, gravissima, che ne seguirà. Gli manca la fiducia per farlo.

Una spiegazione più pratica risiede nei recenti sondaggi commissionati dal partito. Erano negativi. Il partito “Blu e Bianco” ha perso consenso, al contrario del Likud. Un quarto turno elettorale non era una possibilità, non solo a causa del coronavirus che imperversa, ma anche per timore dei risultati.

Secondo addetti ai lavori del defunto partito “Blu e Bianco”, contrariamente ad altri sondaggi, quelli che avevano visto mostravano che i loro elettori erano assolutamente contrari a un governo di minoranza sostenuto dalla “Lista Unita”.

Netanyahu è stato il primo a rendersi conto di questo stato d’animo. Quando alla “Lista Unita” è stata proposta la commissione parlamentare sulla protezione sociale, egli ha ritwittato un messaggio oltraggioso in cui sosteneva che i “sostenitori del terrorismo” sarebbero stati ormai responsabili delle famiglie in lutto, un messaggio che ha colto lo spirito di gran parte della società israeliana.

C’è una grande differenza tra le risposte che i progressisti danno ai sondaggisti riguardo al loro appoggio a favore della “Lista Unita” e l’idea di accettarla veramente. Sfortunatamente non è ancora il momento in Israele, una società che è sempre razzista, ed era piuttosto ingenuo vedere le cose in modo diverso riguardo a Gantz, un ex-capo di stato maggiore dell’esercito che ha lanciato la sua campagna politica pubblicando il numero dei palestinesi di cui ha provocato la morte a Gaza durante l’operazione “Margine Protettivo”.

Non è altrettanto razzista di Netanyahu, ma sarebbe sempre un passo troppo lungo per lui. Giunto il momento, non lo ha potuto fare. Così come il suo collaboratore, un altro ex-capo di stato maggiore dell’esercito, Gabi Ashkenazi. Quindi hanno preso la via più popolare.

Cosa succederà nel 2021?

La maggioranza degli israeliani in realtà è favorevole a un governo di unità. Stanchi di tre tornate elettorali in un anno, stremati dalla brutalità delle campagne e dall’asprezza dei responsabili politici e ormai terrorizzati dal coronavirus, preferiscono la tranquillità.

La democrazia può essere messa in pausa. Il membro della Knesset Yuli Edelstein, l’ex-presidente del parlamento che ha sfidato una decisione della Corte Suprema come nessuno aveva mai fatto in precedenza, può riprendere senza pericolo le sue alte funzioni. I manifestanti che sono scesi in strada nonostante il pericolo del coronavirus possono riporre le loro bandiere nere.

Tuttavia, se il governo di unità nazionale venisse un giorno reso ufficiale, rimane la domanda che tutti si pongono: Netanyahu darà veramente le dimissioni nel settembre 2021? Interpellato da MEE all’indomani del melodramma di giovedì scorso, Tzachi Hanegbi, ministro della Cooperazione regionale e membro del Likud [il partito di destra di Netanyahu, ndtr.] si è dimostrato ottimista.

“Diversamente da quello che riflette la sua immagine politica, quella di un uomo che evita le decisioni difficili e i conflitti, Gantz ha dato prova di leadership e di responsabilità accettando l’appello all’unità di Netanyahu,” ha affermato Hanegbi. “Nonostante il prezzo che ha dovuto pagare di tasca sua, l’alleanza Gantz-Netanyahu può essere fonte di fiducia e di cooperazione armonica per i prossimi tre anni.”

Il generale in pensione Amram Mitzna, che una volta dirigeva il partito Laburista e conosce bene Netanyahu, si è dimostrato molto meno entusiasta.

Interpellato da MEE ha affermato di provare un “senso di tradimento e di choc” in seguito agli avvenimenti.

“Ci sono delle circostanze attenuanti per Gantz, che non ha realmente alternative per formare un governo. Tuttavia stento a credere che Netanyahu rispetterà l’accordo concluso con Gantz. Spero solo che sarà molto impegnato dal suo processo.”

Ci saranno ulteriori sviluppi.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Razzisti israeliani uniti contro il razzismo

Ali Abunimah

13 febbraio 2020 – The Electronic Intifada

Una nuova associazione chiamata “Israelis Against Racism” [Israeliani contro il Razzismo] afferma di voler debellare le discriminazioni, ma il fondatore del gruppo è sottoposto a sanzioni USA per traffico di armi e alcuni membri hanno precedenti di fanatismo contro non-ebrei e persone di colore.

In gennaio l’organizzazione ha tenuto un seminario a Netanya, città israeliana sulla costa. In quell’occasione la vice-sindaca [di Netanya] Shiri Hagoel-Saidon ha dichiarato che “il razzismo è diventato la piaga del XXI secolo, profondamente radicato in noi come società, e colpisce ogni strato della popolazione.” Non avrebbe potuto avere più ragione: uno dei luoghi in cui il razzismo e la violenza razzista sono più profondamente inseriti è la stessa “Israelis Against Racism”.

L’associazione ha potenti sostenitori, alcuni coinvolti in gravissimi crimini di guerra ed altri con scioccanti precedenti di fanatismo.

Eppure ciò non impedisce a “Israelis Against Racism” di tenere un pranzo di gala all’inizio di questo mese con il presidente israeliano Reuven Rivlin nella sua residenza ufficiale.

Condannato per traffico di armi

Il fondatore dell’organizzazione, Israel Ziv, è un generale sottoposto a sanzioni dagli USA perché secondo il dipartimento del Tesoro di Washington ha venduto armi a entrambi i contendenti nella sanguinosa guerra civile del Sud Sudan.

Secondo le autorità statunitensi Ziv ha utilizzato un’azienda agricola “come copertura per la vendita di circa 150 milioni di dollari di armi al governo, compresi fucili, lanciagranate e razzi con lanciamento a spalla.”

Avrebbe anche “progettato di organizzare attacchi di mercenari contro campi petroliferi e infrastrutture del Sud Sudan, nel tentativo di creare problemi che solo la sua impresa e quelle ad essa legate avrebbero potuto risolvere.” In conseguenza del fatto di essere stato inserito dalle autorità statunitensi nella lista nera come trafficante d’armi, Ziv ha subito il congelamento dei suoi conti bancari in Israele.

Ha presentato ricorso a un tribunale distrettuale e poi alla Corte Suprema, ma inutilmente,” ha informato il giornale di Tel Aviv Haaretz lo scorso mese. “Ora sta facendo appello contro l’inserimento nella lista nera da parte delle autorità USA.”

Ziv ha sempre negato strenuamente di essere un trafficante d’armi. Fa anche di tutto per intimidire quanti raccontano delle sue attività.

Nel 2017 Ziv ha denunciato il giornalista David Sheen per averlo citato in un articolo pubblicato da The Electronic Intifada in cui venivano elencati i principali razzisti israeliani.

Ziv e Sheen sono arrivati ad un accordo dopo che Ziv non è riuscito a dimostrare alcuna inesattezza concreta nell’articolo.

Nota agenzia di pubbliche relazioni

La reputazione di Ziv ha subito un colpo particolarmente duro quando i media israeliani hanno rivelato come stesse cercando di escogitare un piano per migliorare l’immagine di Salva Kiir, presidente del Sud Sudan, dopo che l’ONU aveva scoperto che il governo di Kiir promuoveva lo stupro sistematico di donne e minori da parte dei suoi soldati.

Può essere che Ziv ora speri di migliorare la sua stessa immagine per niente impeccabile guidando un’organizzazione con il nobile obiettivo di porre fine al razzismo?

Potrebbe essere la copertura perfetta, soprattutto in quanto inizialmente si è concentrato sugli etiopi di Israele, una comunità africana che soffre una parte del peggiore razzismo del Paese.

Questa impressione è certamente rafforzata dal fatto che “Israelis Against Racism” è stata costituita con l’aiuto di Parsi-Zadok Kucik Triwaks, un’agenzia di pubbliche relazioni che ha tra i suoi clienti il ministero della Difesa israeliano.

Questa agenzia si pubblicizza come il “partner esclusivo” della nota azienda di Washington “Hill and Knowlton”, che ora si chiama “Hill+Knowlton Strategies”.

Hill e Knowlton una volta era definita parte della “lobby della tortura”, per la quantità di denaro che aveva guadagnato rappresentando violatori dei diritti umani in tutto il mondo.

L’agenzia è forse meglio – o peggio – ricordata per aver orchestrato false testimonianze al Congresso sui soldati iracheni che toglievano bambini kuwaitiani dalle incubatrici per conquistare l’appoggio dell’opinione pubblica al coinvolgimento USA nella guerra del Golfo del 1991.

Ma, se Ziv spera che un’organizzazione “antirazzista” ripulirà la sua immagine, ha scelto come sostenitori alcuni bizzarri personaggi.

Sostenuta da criminali di guerra

Secondo un documento di “Israelis Against Racism” visionato da The Electronic Intifada, l’associazione ha ottenuto il sostegno di alcuni membri di alto profilo dell’esercito israeliano implicati in crimini di guerra.

Il documento elenca “membri del forum in attività” di “Israeli Against Racism”, tra cui il generale Amir Eshel, ex- capo dell’aviazione israeliana.

Eshel è stato recentemente denunciato in Olanda, insieme all’ex-capo dell’esercito Benny Gantz, per aver ordinato un bombardamento a Gaza che uccise sei membri della famiglia del cittadino palestinese-olandese Ismail Ziada.

I membri della famiglia Ziada furono tra i più di 2.200 palestinesi uccisi – in grande maggioranza civili – durante l’attacco del 2014 contro Gaza guidato da Gantz ed Eshel.

I due generali sono sfuggiti alle loro responsabilità in quanto lo scorso mese i giudici olandesi hanno concesso l’immunità ai crimini di guerra israeliani commessi in veste “ufficiale”.

Un altro membro del forum è Doron Almog, che nel 2005 sfuggì all’arresto da parte della polizia britannica in seguito ad imputazioni per crimini di guerra rifiutandosi di sbarcare da un volo El Al [compagnia aerea israeliana, ndtr.] che era appena atterrato all’aeroporto di Heathrow da Tel Aviv.

Ad essi si è unito Amos Gilad, una presenza fissa dell’establishment militare israeliano che ha promosso alcune delle politiche più repressive contro i palestinesi che protestavano contro l’occupazione militare israeliana.

C’è anche il colonnello Lior Lotan, che ha proposto di rapire palestinesi da usare come merce di scambio nelle trattative per il rilascio di soldati israeliani. La presa di ostaggi, come proposta da Lotan, è un crimine di guerra. Tra i sostenitori citati nel sito web di “Israelis Against Racism” ci sono sindaci di molte città israeliane e presidenti di importanti imprese, comprese l’Israeli Discount Bank e l’Israeli Electric Corporation. Ad essi si è unito Eliezer Shkedi, che ha comandato l’aeronautica israeliana dal 2004 al 2008, un periodo che include l’attacco israeliano contro il Libano del 2006 durante il quale le forze israeliane hanno lanciato un milione di bombe a grappolo.

Gli attacchi indiscriminati di Israele contro il Libano uccisero 900 civili.

Possono i razzisti lottare contro il razzismo?

Forse tutto ciò non sarebbe così vergognoso se “Israelis Against Racism” stesse realmente per mettere in pratica politiche concrete per lottare contro le discriminazioni.

Ma la sua principale iniziativa è invitare le persone a firmare un impegno personale a non essere razziste, come se ciò servisse a cambiare pratiche istituzionali profondamente radicate che perpetuano gravissime diseguaglianze. L’ “Associazione degli ebrei etiopi” ha accolto l’iniziativa in modo tutt’altro che entusiastico, evidenziando che la lotta contro le discriminazioni deve “iniziare dal razzismo istituzionalizzato che si trova nei corridoi del governo, tra i parlamentari e nelle politiche.

Dato che la maggior parte di loro fa parte delle stesse istituzioni che guidano le politiche razziste nei confronti della comunità etiope,” ha aggiunto l’associazione, “è naturale che l’elenco di persone che partecipano a questa iniziativa sollevi dei sospetti.”

Questo punto è sottolineato dai trascorsi dei “membri del forum” di “Israelis Against Racism”, compreso l’ex leader dell’opposizione Isaac Herzog e l’ex-capo della polizia Roni Alsheikh.

Herzog, che ora guida l’Agenzia Ebraica di Israele, ha definito i matrimoni misti tra ebrei e non-ebrei una “piaga” che ha promesso di eliminare.

Alsheikh, nel contempo, ha affermato che è “naturale” per la polizia essere più sospettosa nei confronti degli etiopi. Un altro membro del forum è il giornalista etiope-israeliano Danny Adino Abebe. Una volta ha sostenuto senza alcuna prova che circa 1.000 donne ebree etiopi-israeliane erano state rapite e trattenute contro la loro volontà da richiedenti asilo africani non ebrei. Questa affermazione senza fondamento avrebbe indubbiamente alimentato le fiamme del già crescente razzismo contro gli africani maschi.

La cerimonia di lancio di “Israelis Against Racism” presso la casa del presidente ha coinvolto numerose figure di alto profilo che sono salite sul podio ed hanno firmato pubblicamente l’impegno. Tra questi l’ex vice-ministro dell’Educazione Avi Wortzman, membro del partito ultra anti-palestinese “Casa Ebraica”. Nel 2013 Wortzman e i suoi colleghi di partito appoggiarono il noto razzista Shmuel Eliyahu nel tentativo coronato da successo di essere nominato uno dei due rabbini-capi di Israele.

Non importava che Eliyahu avesse sollecitato Israele a massacrare oltre un milione di palestinesi come metodo per schiacciare la resistenza al suo dominio militare.

Ha anche giustificato lo stupro da parte dei soldati e ha chiesto che gli ebrei non vendano o affittino case agli arabi.

È evidente, anche se per niente sorprendente, che “Israelis Against Racism” ignori totalmente i palestinesi.

I palestinesi sono di gran lunga le vittime più duramente colpite dal razzismo di Stato israeliano, sia come cittadini di seconda classe, sia come sottoposti a una brutale occupazione in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, sia come rifugiati a cui è negato il diritto al ritorno solo perché non sono ebrei.

Ma questo è il tipo di razzismo che tende ad unire Israele.

Forse un nome più adatto per la nuova organizzazione di Israel Ziv, che evidenzierebbe la sua assurdità e il suo cinismo, dovrebbe essere “Israeli Racist Against Racism” [Razzisti Israeliani contro il Razzismo].

Ali Abunimah è direttore esecutivo di The Electronic Intifada.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Per Angela Merkel, «Israele uber alles !»

Iqbal Jassat

19 febbraio 2020Palestine Chronicle

Poco tempo dopo la sua visita in Sudafrica, il governo della Cancelliera tedesca Angela Merkel ha fatto un nuovo annuncio scioccante difendendo l’insieme delle azioni criminali di Israele e le sue gravi violazioni dei diritti umani.

La Germania ha preso la decisione vergognosa di minare il diritto internazionale contestando la competenza dell’Aja, affermando che la Corte Penale Internazionale (CPI) non ha il potere di indagare sui crimini di guerra di Israele contro i palestinesi.

In un’istanza depositata presso la CPI il governo Merkel ha chiesto di essere considerato « amicus curiae » (collaboratore non coinvolto nella causa giudiziaria) per impedire all’Aja di perseguire il regime di Netanyahu.

Dopo lunghi periodi di rinvii, a dicembre la procuratrice della CPI Fatou Bensouda ha finalmente annunciato che sussistono ragionevoli presupposti per indagare sulle azioni di Israele.

Ha tuttavia lasciato aperta una voragine che viene sfruttata da Israele e dai suoi alleati come la Germania. Bensouda ha chiesto all’Aja di pronunciarsi sulla questione della sua competenza, cosa che potrebbe inficiare e compromettere ogni possibilità di perseguire e punire i criminali di guerra del regime colonialista.

E questo nonostante che l’Ufficio della Procura abbia insistito sul fatto che Israele ha distrutto proprietà palestinesi, espulso con la forza palestinesi dalla Cisgiordania occupata e da Gerusalemme est. Bensouda ha anche incluso nel suo atto d’accusa crimini di guerra commessi nella Striscia di Gaza occupata durante l’operazione ‘Margine protettivo’ del 2014, oltre all’operazione israeliana di espulsione degli abitanti palestinesi del villaggio beduino di Khan al-Ahmar e alla costruzione di colonie in Cisgiordania.

La decisione poco accorta di Merkel di prendere le parti di Israele rafforza l’attacco di Netanyahu contro la CPI. In una recente intervista rilasciata ad una catena televisiva cristiana, il dirigente israeliano, che è stato incriminato per frode e corruzione [in Israele], ha falsamente affermato che la CPI sta conducendo un “attacco frontale” contro gli ebrei ed ha sfacciatamente invocato sanzioni contro l’Aja.

L’argomentazione della Germania nella sua istanza sembra un «copia e incolla» delle dichiarazioni di Israele, che sostiene che la competenza della CPI non si estende ai territori palestinesi occupati perché la Palestina non è uno Stato. Incredibilmente, in questo modo la Germania ignora il fatto che la Palestina è firmataria dello Statuto di Roma della CPI.

Non solo è disonesto da parte tedesca non rispettare i diritti della Palestina, ma, tentando di indurre in errore la CPI, il governo Merkel legittima settant’anni di disumanizzazione dei palestinesi da parte di Israele.

Mentre la vergognosa collusione di Merkel con Netanyahu da alcuni può essere vista come un colpo di fortuna per lui in un momento in cui rischia il carcere, per i palestinesi è chiaro che la Germania ha tradito la loro giusta e legittima causa per la giustizia. Come possono le famiglie dei martiri interpretare in altro modo l’istanza scioccante e ingiusta di Merkel, che sostiene che la CPI non ha nemmeno il potere di discutere se Israele ha commesso dei crimini di guerra?

Essendo la Germania uno dei principali membri del Tribunale dell’Aja, ha l’ingiustificato vantaggio di poter influenzare un risultato che nuocerà alle rivendicazioni di giustizia dei palestinesi. La decisione così spudorata di Merkel di schierarsi al fianco di Netanyahu è quindi un abuso di potere a causa della sua posizione privilegiata al momento delle udienze.

Gli ultimi rapporti indicano che, oltre alla Germania, Israele è attivamente impegnato nel reclutamento di diversi Paesi che appoggino la sua causa in quanto “rappresentanti non ufficiali”, poiché esso stesso ha deciso di non partecipare in modo da “evitare di dare legittimità” alla CPI.

L’Ungheria e la Repubblica Ceca, come anche l’Austria, l’Australia e il Canada si sono uniti per sostenere l’impunità di Israele.

Benché la Procuratrice Bensouda ritenga che la Palestina sia «sufficientemente uno Stato » perché all’Aja venga trasferita la giurisdizione penale sul suo territorio, la sua richiesta di verifica di questo punto di vista può far fallire l’inchiesta, essendoci una battaglia giuridica riguardo alla definizione di ciò che costituisca uno “Stato”. 

L’attacco contro la CPI – con gli appelli di Netanyahu a sottoscriverlo – arriva proprio dopo la pubblicazione da parte dell’ONU di un elenco di 112 imprese legate alle colonie illegali di Israele. E, nello stesso spirito contrario all’etica, il regime di apartheid ha attaccato il commissario delle Nazioni Unite definendolo partigiano e strumento del movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni).

Schierarsi dalla parte di Netanyahu per mascherare i suoi terribili crimini contro i palestinesi può consentire alla Merkel di evitare la collera di Israele, ma questo pone la Germania dalla parte sbagliata della storia – ancora una volta !

Anche se appare incongruo che la Germania ed una manciata di Paesi vogliano impedire l’esercizio della giustizia da parte dell’Aja – cosa che peraltro si sforzano di fare – è vero che, per quanto riguarda i palestinesi, il fatto di schierarsi a fianco di Israele permette a questo Stato delinquente di continuare a commettere crimini di guerra e violazioni del diritto umanitario internazionale.

Alcuni commentatori hanno sostenuto a giusto titolo che questa assurda difesa della sistematica condotta criminale di Israele possa rappresentare un colpo mortale per la CPI.

Il timore che viene espresso è che l’azione della Cancelliera Merkel sia miope, creando un buco nero legale nei territori palestinesi occupati che potrebbe comportare la distruzione di una CPI già fortemente screditata.

Israele spera che, distorcendo i fatti e sviando gli obbiettivi della CPI, ne uscirà indenne. Le sue speranze poggiano sulla Cancelliera Merkel in quanto principale dirigente europeo che può distogliere l’Aja dalle sue responsabilità impegnandola in una battaglia giuridica semantica priva di senso, come è la questione della “giurisdizione”, e contestando la ratifica da parte della Palestina dello Statuto di Roma.

Mentre i giuristi internazionali saranno impegnati (si fa per dire) nella discussione sui concetti giuridici, spetta a Paesi come il Sudafrica alzare la voce contro i diversivi giuridici.

Il silenzio a fronte di questo ostacolo giuridico inventato di sana pianta sarà interpretato come una rinuncia a far rispettare e a difendere i diritti umani dei palestinesi.

Iqbal Jassat è membro esecutivo di Media Rewiew Network, con sede in Sudafrica.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Le Nazioni Unite hanno previsto che Gaza sarebbe stata invivibile entro il 2020. Avevano ragione.

Tania Hary

31 dicembre 2019  + 972

Israele sta cercando di mantenere la “calma” a Gaza applicando nuove misure in modo da permettervi la sopravvivenza – senza consentire alle persone di vivere davvero.

Mentre i festaioli di tutto il mondo stanno facendo i nuovi propositi per il 2020, nella Striscia di Gaza è in corso un diverso tipo di valutazione, con i palestinesi che cercano di stabilire se o come sopravviveranno nei prossimi 10 anni. Nel 2012, le Nazioni Unite hanno pubblicato un rapporto il cui titolo poneva una domanda sconcertante: “Gaza nel 2020: un luogo vivibile?” Il rapporto ipotizzava che senza cambiamenti fondamentali e sforzi collettivi, la Striscia sarebbe diventata “invivibile” in soli otto anni.

Il rapporto è stato pubblicato pochi mesi prima della seconda delle tre operazioni militari israeliane che sarebbero state condotte a Gaza nel corso di sei anni. In seguito alla terza operazione, Protection Edge nel 2014, con il suo enorme tributo in vite umane e il vasto danno alle infrastrutture civili [Margine Protettivo è il nome della operazione militare effettuata dalle Forze Israeliane sulla Striscia di Gaza, iniziata l’8 luglio del 2014 e cessata il 26 agosto successivo che ebbe come esito la uccisione di migliaia di palestinesi tra cui moltissimi bambini e l’estesa devastazione di case e ospedali, ndtr.], i funzionari delle Nazioni Unite hanno successivamente avvertito che la Striscia sarebbe diventata davvero invivibile entro il 2018. Le previsioni del rapporto su Gaza 2020 non avevano preso in considerazione operazioni militari di tale portata.

Tuttavia, alla vigilia del 2020, le persone si chiedono che fine abbiano fatto le previsioni delle Nazioni Unite – come se allo scoccare della mezzanotte, lo spettro dell’invivibilità potesse o meno realizzarsi. Tuttavia, a detta di tutti, e secondo gli indicatori scelti dalle Nazioni Unite, la vita a Gaza è palesemente peggiore ora rispetto al 2012. Ad esempio, il tasso di disoccupazione è passato dal 29% di quando il rapporto è stato scritto al 45% di oggi, con un tasso di oltre il 60% tra i giovani palestinesi.

Purtroppo la capacità di produzione di energia elettrica nella Striscia è rimasta invariata negli ultimi otto anni, nonostante l’aumento della domanda essendo la popolazione cresciuta da 1,6 a quasi due milioni. La fornitura di energia elettrica è persino peggiorata, dal momento che le reti egiziane sono fuori servizio dall’inizio del 2018. L’energia è disponibile solo per mezza giornata – un miglioramento rispetto alcuni periodi, ma neanche minimamente concepibile per il 2020. L’acqua delle falde acquifere non è potabile al 96%, come previsto. Le famiglie spendono entrate preziose per l’acquisto di acqua potabile, che non sempre lo è. Dato che molte famiglie non possono permettersi di acquistare l’acqua, le malattie trasmesse attraverso l’acqua, specialmente tra i bambini, sono molto diffuse.

Israele, attraverso il controllo sui movimenti, ha svolto un ruolo centrale e intenzionale in questo declino. Ai cittadini israeliani viene detto che è “tutta colpa di Hamas”, il che può aiutarli a dormire meglio la notte, ma travisa la verità storica. Gaza è stata gradualmente tagliata fuori e isolata da parte di Israele nel corso dei decenni, e nel 2007, quando Hamas ha preso il potere nella Striscia, Israele ha sigillato il territorio in modo quasi ermetico.

I funzionari israeliani hanno fatto il calcolo – letteralmente – che esercitare pressioni avrebbe aiutato a raggiungere degli obiettivi politici a Gaza. Nei fatti, Israele ha limitato l’ingresso di cibo e, negli ultimi 12 anni, ha preso di mira settori dell’economia con politiche quali limiti arbitrari sulla pesca e sull’accesso ai terreni agricoli, sull’ingresso di energia per la produzione e sulla commercializzazione e l’esportazione di merci. Dopo diverse operazioni militari, tuttavia, alcuni funzionari israeliani hanno riconosciuto che il loro “obiettivo” era molto lontano. In particolare, successivamente a Margine Protettivo, molti hanno notato come il deterioramento della situazione umanitaria sul terreno fosse in realtà un ostacolo per Israele.

Il capo dell’intelligence dell’esercito ha persino citato il rapporto Gaza 2020 delle Nazioni Unite in un’audizione del Comitato della Knesset all’inizio del 2016, dicendo ai membri della Knesset che era necessario un intervento economico per contrastare la previsione delle Nazioni Unite che la Striscia sarebbe diventata invivibile entro il 2020. Egli definiva l’intervento economico come “il fattore di contenimento più importante”e affermava che senza un miglioramento delle condizioni sul terreno, Israele sarebbe stato il primo ad accusarne il contraccolpo. Questo tipo di logica fu condivisa tra i funzionari israeliani, dal ministero della difesa allo stesso primo ministro, anche se questi individui avevano attivamente sovrainteso a politiche progettate per fare esattamente il contrario.

Questa logica si è tradotta in modesti cambiamenti di politica. Nel 2012, il limite della pesca era di sole tre miglia nautiche dalla costa [cinque chilometri e mezzo], poi è salito a sei miglia nel 2015, e oggi a 15 miglia [circa 28 chilometri] in alcune zone. A differenza del 2012, quando nessuna merce era autorizzata ad uscire da Gaza per essere venduta nei mercati tradizionali in Cisgiordania e Israele, oggi una serie di merci può essere inviata in Cisgiordania e alcuni prodotti possono essere venduti anche in Israele. Nel 2012, una media di soli 22 camion di merci usciva da Gaza, mentre nel 2019 era più di 10 volte tanto, cioè 240 camion al mese. Nel 2012, l’ingresso dei materiali da costruzione era a malapena autorizzato alle organizzazioni internazionali, mentre oggi i materiali possono entrare per il settore privato nell’ambito del Meccanismo di Ricostruzione di Gaza [il GRM, Gaza Reconstruction Mechanism, è un temporaneo accordo tra Autorità Palestinese, Israele e le Nazioni Unite, stipulato nel 2014 al fine dichiarato di una ricostruzione della Striscia di Gaza dopo le distruzioni dovute all’operazione Margine Protettivo, ndtr.]

Tuttavia mentre questi micro cambiamenti hanno dato un po’ di sollievo ai palestinesi di Gaza, non hanno invertito il macro deterioramento della Striscia. Invece di tentare di trasformare la situazione, Israele e altri attori regionali sono semplicemente alla ricerca di nuove misure per raggiungere un “equilibrio” consentendo a Gaza di sopravvivere.

In linea con questo obiettivo, l’Egitto ha iniziato a gestire regolarmente l’attraversamento del valico di Rafah con Gaza nel 2018, dopo averlo tenuto per lo più chiuso per cinque anni. Il Qatar si è anche fatto avanti con un massiccio sostegno finanziario nel 2018 e nel 2019, pagando il carburante per la produzione di elettricità nell’unica centrale elettrica della Striscia, sostenendo progetti di costruzione e offrendo somme in contanti alle famiglie povere. Altri donatori – Paesi europei, Stati del Golfo e altri – hanno continuato a finanziare considerevolmente l’UNRWA e dozzine di altre organizzazioni internazionali e locali, fornendo aiuti essenziali e colmando le lacune causate dai tagli dei finanziamenti statunitensi.

È questo il grande sforzo previsto dalle Nazioni Unite per cambiare rotta e rendere vivibile Gaza? Lungi da ciò. È il minimo indispensabile per mantenere la testa delle persone appena a galla, senza un vero sviluppo economico, prospettive di crescita futura o un impegno sui diritti umani.

I cambiamenti della politica israeliana, l’aumento dei camion e gli aiuti in denaro sono andati tutti per mantenere le cose ad un livello sufficiente per evitare una forte diffusione di malattie e per calmare una potenziale rivolta da parte di coloro che hanno sete di acqua. Nessuno dovrebbe tirare un sospiro di sollievo, tuttavia, poiché una “quiete” non può cancellare la fame provata da migliaia di famiglie palestinesi che soffrono per l’insicurezza alimentare. E non maschera la disperazione dei giovani che fuggono dalla Striscia in cerca di una vita migliore.

È illusorio pensare che questa situazione sia gestibile. Nessuno dovrebbe dormire sonni tranquilli fino a quando non si verificherà un cambiamento significativo dell’approccio, tale che i civili non siano tenuti in ostaggio dalle azioni del loro governo di fatto e non siano trasformati in carne da macello per le campagne elettorali di politici israeliani sulla via del fallimento. Ci sono stati sforzi sostanziali da parte della comunità internazionale e persino alcuni cambiamenti politici da parte di Israele, ma non c’è mai stata una decisione di fondo da parte di Israele per consentire che a Gaza le persone vivano realmente, piuttosto che sopravvivere.

Gli esseri umani non sono macchine e molti degli indicatori che rendono la vita degna di essere vissuta non possono trovarsi in un rapporto delle Nazioni Unite. Sì, le persone hanno bisogno di acqua, elettricità, lavoro e assistenza sanitaria per cavarsela – ma che dire delle cose che sono più difficili da misurare? Il bisogno di libertà, la capacità di pianificare la propria vita, di essere fiduciosi sulle prospettive per i propri figli e di sentirsi al sicuro nella propria casa?

In tal senso il rapporto di Gaza 2020 e i funzionari israeliani che hanno cercato di seguirne le prescrizioni non sono stati all’altezza. Ma i funzionari delle Nazioni Unite che hanno avvertito che Gaza sarebbe diventata invivibile entro il 2018 avevano scoperto qualcosa. Nel 2018, i cancelli della disperazione a Gaza sono stati aperti mentre la gente si rendeva conto che il piano era quello di preservare il loro isolamento senza la prospettiva di una soluzione al conflitto. Attraverso le loro proteste nella Grande Marcia del Ritorno [i palestinesi della Striscia di Gaza hanno lanciato la Grande Marcia del Ritorno il 30 marzo 2018 per difendere il diritto dei rifugiati al ritorno e chiedere la fine del blocco di 13 anni sull’enclave costiera. Dall’inizio delle proteste le forze di occupazione israeliane hanno ucciso centinaia di palestinesi ferendone, anche in modo grave, migliaia, ndtr.], i giovani palestinesi di Gaza, la stragrande maggioranza della popolazione, hanno mostrato al mondo che non è solo di cibo e acqua che hanno necessità per sopravvivere. Hanno bisogno di libertà, dignità e speranza.

Tania Hary è il direttore esecutivo di Gisha, una ONG israeliana fondata nel 2005, il cui obiettivo è proteggere la libertà di movimento dei palestinesi, in particolare i residenti di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)