Cosa c’è dietro la crescente offensiva israeliana contro il sistema sanitario della Cisgiordania?

Ghada Majadli

24 agosto 2026 – + 972 Magazine

Nel tentativo di cacciare i palestinesi dalle loro terre Israele prende di mira le infrastrutture che garantiscono la sopravvivenza e le istituzioni da tempo legate alla lotta anticoloniale

Da oltre due mesi uno dei medici palestinesi più stimati della Cisgiordania languisce in una prigione israeliana. Il 21 giugno, prima dell’alba, i soldati israeliani hanno arrestato il dottor Mazen Rantisi nella sua abitazione nel quartiere di Al-Tireh a Ramallah.

Conosciuto come il “medico dei poveri”, Rantisi ha dedicato decine di anni alla cura delle comunità palestinesi a basso reddito ed emarginate, un servizio diventato ancora più essenziale negli ultimi anni, dato che il blocco dei finanziamenti all’Autorità Palestinese da parte di Israele ha ridotto significativamente l’accesso all’assistenza sanitaria pubblica. Come molti prigionieri palestinesi Rantisi ha subito durante la detenzione atti di negligenza medica e abusi fisici, suscitando diffusa preoccupazione tra le organizzazioni palestinesi sanitarie e della società civile.

Rantisi è anche presidente del consiglio di amministrazione dei Comitati per il Lavoro Sanitario (Health Work Committees – HWC), il che rende il suo arresto e la detenzione tuttora in corso particolarmente gravi. Fondata negli anni ’80, l’organizzazione HWC è nata da una rete di comitati di base e popolari che si proponevano di fornire servizi essenziali al di fuori delle strutture controllate dall’occupazione israeliana.

Lassistenza sanitaria era al centro di questa forma di resistenza popolare: le cliniche dei comitati si concentravano in particolare nelle comunità rurali e svantaggiate, dove laccesso alle cure era limitato e le politiche israeliane di de-sviluppo avevano reso le infrastrutture essenziali cronicamente vulnerabili.

Questo modello considerava l’assistenza sanitaria molto più di una semplice erogazione di servizi. Al contrario, l’HWC apparteneva a un movimento più ampio rivolto a costruire istituzioni palestinesi indipendenti, attraverso le quali le comunità potessero sostenersi e, in ultima analisi, gettare le basi per una liberazione politica, come mezzo per resistere al dominio coloniale.

Questa storia è particolarmente rilevante oggi, dato che Israele prende di mira proprio il settore sanitario palestinese. Il mese scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha documentato 37 attacchi contro istituzioni sanitarie in Cisgiordania, tra cui assalti a strutture sanitarie e ambulanze, blocchi all’accesso alle strutture, episodi di uso della forza e arresti o detenzioni di operatori sanitari e pazienti. Questo dato dimostra un forte incremento rispetto agli otto casi registrati a giugno e alla media mensile di 10 nei primi sei mesi del 2026.

I posti di blocco israeliani, le barriere militari e le restrizioni al transito delle ambulanze hanno continuato a impedire l’accesso alle cure e a ostacolare i trattamenti. Human Rights Watch ha documentato casi in cui le forze israeliane hanno bloccato o ritardato l’arrivo delle ambulanze presso pazienti o ospedali: ritardi che, come riportato di recente da +972, in alcuni casi hanno contribuito al decesso di pazienti.

Rantisi non è l’unico medico palestinese ad essere stato preso di mira personalmente. Il 18 agosto le forze israeliane hanno arrestato l’oncologa palestinese Dima Muhammad Amin Barakat nella sua casa di Ramallah. Mentre era sotto custodia israeliana la dottoressa Barakat ha avuto un infarto ed è stata ricoverata in ospedale, dove è stata sottoposta a cateterismo cardiaco. Successivamente è stata ricondotta in regime di detenzione nel Complesso Russo di Gerusalemme [insieme di edifici e strutture di proprietà della Chiesa ortodossa russa situati nella Città Vecchia di Gerusalemme, ndt.], con i segni delle manette ancora visibili sui polsi. Un giudice ha prorogato la sua detenzione di altri cinque giorni.

Gli attacchi di Israele contro il settore sanitario palestinese si verificano mentre la Cisgiordania sta vivendo una delle più grandi ondate di pulizia etnica dalla Nakba. Dal gennaio 2023 quasi 127 comunità palestinesi sono state parzialmente o totalmente sfollate, coinvolgendo oltre 6.390 persone. Dopo aver sfollato numerose comunità palestinesi nell’Area C della Cisgiordania (che, in base agli Accordi di Oslo, è sotto il pieno controllo militare israeliano), i coloni israeliani stanno ora puntando gli occhi sulle Aree B e A [la prima sotto controllo amministrativo palestinese e militare israeliano e la seconda sotto totale controllo palestinese, ndt.].

Queste pressioni si manifestano parallelamente all’accelerazione dell’espansione degli insediamenti coloniali e a quella che organizzazioni per i diritti umani e analisti hanno definito l’annessione di fatto della Cisgiordania da parte di Israele. L’assistenza sanitaria è tra i settori che subiscono un progressivo deterioramento. Per le comunità rurali ed emarginate – sempre più isolate dai servizi essenziali a causa di checkpoint, barriere stradali e violenze da parte dei coloni – la perdita dell’accesso alle cure mediche può rendere un’esistenza già precaria quasi insostenibile.

L’assistenza sanitaria come forma di resistenza popolare

L’HWC è stata a lungo nel mirino delle autorità israeliane. Nel 2020 Israele ha messo al bando l’organizzazione, dichiarandola un “fronte terrorista”. Tale designazione rientrava in una più ampia repressione contro le organizzazioni della società civile palestinese, attive nei settori dell’assistenza sanitaria, dei diritti umani, dello sviluppo agricolo e dell’organizzazione comunitaria.

Ma la storia dell’HWC, inserita nel più ampio contesto della lotta anticoloniale palestinese, aiuta a spiegare perché gli attacchi a tali istituzioni abbiano conseguenze che trascendono le organizzazioni stesse. I comitati popolari da cui è nata l’HWC si sono formati proprio perché i palestinesi che vivevano sotto il regime militare avevano bisogno di istituzioni in grado di sostenere la vita comunitaria senza legami con quelle controllate dalla potenza occupante.

L’infrastruttura sviluppata negli anni ’70 e ’80 comprendeva gruppi di lavoro in ambito sanitario e femminile, comitati agricoli e di volontariato, sindacati e organizzazioni studentesche. Durante la Prima Intifada i comitati popolari operavano nei villaggi, nei campi profughi e nei quartieri urbani, organizzando assistenza sanitaria, distribuzione di cibo, istruzione alternativa e agricoltura, soprattutto durante i coprifuoco e i blocchi militari.

Nel 1988 Israele dichiarò illegali i comitati popolari, con pene detentive fino a 10 anni per chi ne faceva parte. Fu proprio la loro capacità di sostenere la vita quotidiana e di costruire forme di organizzazione collettiva indipendente a renderli bersaglio della repressione israeliana, e uno dei motivi per cui Israele continua ancora oggi a perseguitare la società civile palestinese.

Indebolire l’HWC e istituzioni simili mina quindi non solo l’accesso dei palestinesi ai servizi essenziali ma anche la loro capacità di organizzazione civica, fondamento stesso della sovranità.

Nelle comunità che devono affrontare lo sfollamento e la sempre più pressante occupazione da parte dei coloni tali effetti si sommano. Un villaggio privato di assistenza sanitaria affidabile, acqua, istruzione e libertà di movimento diventa progressivamente più difficile da abitare. Il deterioramento di questi servizi può accelerare lo stesso processo di frammentazione e sfollamento già alimentato dalla violenza dei coloni, dalle espropriazioni terriere e dalle restrizioni militari.

In questo contesto l’arresto di Rantisi è rilevante non solo perché è un medico di spicco. In qualità di responsabile di un’organizzazione radicata in quarant’anni di assistenza sanitaria di base palestinese egli rappresenta una tradizione che considera la salute inseparabile dalle condizioni politiche, economiche e sociali che plasmano la vita palestinese.

Oltre a fornire servizi medici alle comunità trascurate dall’occupazione i comitati sanitari hanno contestato un modello di assistenza fondato su centralizzazione e medicalizzazione, ponendo l’accento su prevenzione, assistenza sanitaria di base, partecipazione della comunità e bisogni specifici dei gruppi emarginati. Secondo questa tradizione l’assistenza era quindi sia un mezzo per sostenere le comunità palestinesi sia parte di un più ampio progetto di emancipazione volto a contrastare le condizioni che, in primo luogo, ne minano la salute.

Un precedente a Gaza

Per quanto scioccanti, gli arresti del dottor Rantisi e della dottoressa Barakat non sono del tutto una sorpresa. Quattordici medici palestinesi di Gaza continuano a essere detenuti senza accusa nelle carceri israeliane, tra cui il dottor Hussam Abu Safiya, ex direttore dell’ospedale Kamal Adwan, arrestato da Israele nel dicembre 2024.

Gaza chiarisce che la distruzione dell’assistenza sanitaria significa eliminare le condizioni necessarie alla sopravvivenza collettiva, un passaggio chiave nel genocidio perpetrato da Israele.

Per quasi tre anni le forze israeliane hanno sistematicamente distrutto ospedali, ucciso e detenuto operatori sanitari palestinesi, sottoponendoli a torture, e hanno gravemente limitato l’ingresso di aiuti umanitari, forniture mediche e altri beni essenziali per quasi 2 milioni di palestinesi assediati. Per questo motivo il Sudafrica, nella sua richiesta alla Corte Internazionale di Giustizia ai sensi della Convenzione sul Genocidio, ha citato specificamente gli attacchi israeliani contro gli ospedali.

L’entità della distruzione in Cisgiordania è, ovviamente, diversa. Ma gli attacchi e il blocco dell’assistenza sanitaria palestinese in quella zona non sono una novità, e la recente intensificazione si sta verificando di pari passo con l’accelerazione dell’espansione degli insediamenti coloniali e gli sfollamenti di massa.

Gli attacchi al sistema sanitario in Cisgiordania devono quindi essere considerati alla stessa stregua di quelli a Gaza. Entrambi seguono la stessa logica politica, secondo cui la distruzione dellassistenza sanitaria è direttamente collegata al più ampio progetto israeliano di allontanare i palestinesi dalla loro terra.

Ghada Majadli è una ricercatrice e dottoranda con sede a Londra, nonché analista politica presso Al-Shabaka [ONG palestinese transnazionale focalizzata sullanalisi delle politiche palestinesi e sulla difesa dei diritti umani, ndt.]. I suoi lavori sono stati pubblicati su riviste accademiche e presentati da media internazionali.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele chiude alcune ong e uccide un palestinese nella Cisgiordania occupata

Zena Al Tahhan

18 agosto 2022 – Al Jazeera

Forze israeliane colpiscono a morte un palestinese a Nablus e chiudono gli uffici di sette organizzazioni della società civile.

Ramallah, Cisgiordania occupata – L’esercito israeliano ha chiuso varie organizzazioni della società civile palestinese in Cisgiordania poche ore dopo che un palestinese era stato colpito a morte durante scontri armati scoppiati in seguito a un’incursione israeliana nella città di Nablus, a nord della Cisgiordania occupata.

Secondo Wafa, l’agenzia di notizie ufficiale [palestinese, ndt.], il giovane ucciso giovedì è stato identificato come il ventenne Waseem Nasr Khalifa, del campo profughi di Balata nella periferia della città di Nablus.

L’esercito afferma che le forze israeliane hanno fatto irruzione a Nablus poco dopo mezzanotte per garantire l’ingresso di coloni ebrei nel sito sensibile della [presunta, ndt.] Tomba di Giuseppe, a est di Nablus.

Durante il raid sono scoppiati violenti scontri a fuoco con combattenti palestinesi. Almeno altri quattro palestinesi, tre dei quali pare siano in condizioni critiche, sono rimasti feriti con proiettili veri.

L’esercito israeliano ha affermato che Khalifa era armato e stava sparando ai soldati, un’affermazione negata dai palestinesi.

In un altro incidente, giovedì all’alba un consistente contingente militare israeliano ha fatto irruzione nella città di Ramallah, nella zona centrale della Cisgiordania occupata.

Le forze israeliane sono entrate negli uffici di sette associazioni della società civile e per i diritti umani e le hanno chiuse.

Sei di queste associazioni nell’ottobre 2021 sono state messe fuorilegge da Israele in quanto organizzazioni “terroriste” e accusate di legami con il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) [storico gruppo marxista della resistenza armata palestinese, ndt.].

Esse includono Addameer Prisoner Support and Human Rights Association [Associazione Addameer per il sostegno e i diritti umani dei prigionieri], Al-Haq per i diritti umani, the Union of Palestinian Women Committees (UPWC) [Unione dei Comitati delle Donne Palestinesi], the Union of Agricultural Work Committees (UAWC) [Unione dei Comitati del Lavoro Agricolo], the Bisan Center for Research and Development [Centro Bisan per la Ricerca e lo Sviluppo] e la sezione palestinese dell’associazione con sede a Ginevra Defence for Children International [Protezione Internazionale dei Minorenni].

La settima organizzazione in cui è avvenuta l’incursione è l’Union of Health Work Committees (UHWC) [Unione dei Comitati per la Salute Pubblica].

Gli uffici delle associazioni sono stati messi a soqquadro e le loro attrezzature sono state confiscate. Le porte sono state sigillate e vi è stato affisso un ordine militare israeliano che dichiara “illegali” le associazioni.

Mazen Rantisi, capo del comitato direttivo dell’UHWC, che dirige vari ospedali e decine di ambulatori in tutta la Cisgiordania occupata, ha affermato che le chiusure sono parte di una consolidata politica israeliana. “Hanno fatto irruzione nei nostri uffici all’alba, hanno sfondato le porte, preso documenti e computer, stiamo ancora verificando quello che è stato portato via. Hanno devastato i locali e hanno sigillato le porte con un saldatore,” racconta Rantisi ad Al Jazeera.

“Abbiamo trovato un documento scritto solo in ebraico affisso sulla porta in cui si dice che questa è un’associazione chiusa, dove non possiamo entrare, senza specificare per quanto tempo.”

La chiusura significa che in base alla legge militare israeliana è illegale che i dipendenti entrino nei loro uffici. “Lo scopo è ostacolare la società civile in modo che non possa svilupparsi, è parte della distruzione della società palestinese e per far sentire le persone sconfitte,” afferma Rantisi.

“Ciò avrà decisamente un impatto sui servizi che offriamo, ma troveremo il modo per continuare il nostro lavoro.”

Su Twitter l’associazione per i diritti dei detenuti Addameer ha affermato che l’esercito ha lasciato un’ordinanza che dichiara l’organizzazione “chiusa con la forza in nome della sicurezza nella regione e per combattere le infrastrutture del terrorismo.”

“Questo è un attacco sconvolgente contro il nostro necessario lavoro per i diritti umani,” afferma l’organizzazione.

Le associazioni portano avanti un lavoro critico per i diritti umani nella Cisgiordania occupata, anche fornendo aiuto legale ai detenuti, documentando le violazioni israeliane dei diritti umani, svolgendo attività di sostegno locale e internazionale e lavorando con la Corte Penale Internazionale (CPI) e le Nazioni Unite.

Le organizzazioni prese di mira hanno convocato per giovedì a mezzogiorno un presidio di fronte agli uffici di Al-Haq nel centro di Ramallah per protestare contro le incursioni e la chiusura dei loro uffici.

La definizione israeliana di queste organizzazioni [come gruppi terroristici, ndt.] nell’ottobre 2021 è stata ampiamente condannata dalla comunità internazionale e dalle associazioni per i diritti umani in quanto “ingiustificata” e “senza fondamento”.

Nessuna prova è stata trovata o fornita dal governo israeliano per sostenere le sue accuse riguardanti le sei organizzazioni.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)