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Eyad Hallaq: il lutto impossibile

Gideon Levy

17 luglio 2020 – Chronique de Palestine

La madre di Eyad Hallaq dorme nel letto di suo figlio morto. Suo padre rifiuta di mangiare. Hanno un messaggio per la polizia israeliana….

Un mese dopo l’assassinio di Eyad Hallaq, un giovane palestinese autistico, la sua famiglia è ancora paralizzata dal dolore e prega perché l’agente della polizia di frontiera che lo ha ucciso paghi per il suo crimine.

L’erba verde nel piccolo cortile fuori dalla casa è ingiallita e secca. Anche le piante in vaso sono appassite, dopo essere rimaste senza acqua per un mese. Prima, Eyad le innaffiava tutti i giorni in estate, ma ora non c’è più nessuno che se ne occupi. Rana, la madre in lutto, non smette di guardare sul suo telefonino un piccolo filmato di suo figlio, in piedi in giardino con in mano un tubo di irrigazione, un leggero sorriso sulle labbra.

Il suo sorriso è più accentuato in un altro filmato, in cui lo si vede preparare il fatteh – un piatto di hummus con carne e pinoli – per i suoi genitori. Aveva imparato a cucinarlo nel centro per persone disabili Elwyn El Quds, che frequentava nella città vecchia di Gerusalemme, poco prima di venire ucciso.

Guardate che figlio ho avuto”, dice Rana guardando la sua foto.

Suo marito Khairy è cambiato in modo impressionante da quando lo abbiamo incontrato nella tenda del lutto il giorno dopo l’assassinio del figlio. È molto dimagrito, emaciato e pallido. Fuma due pacchetti di sigarette al giorno; Rana quasi tre. Quasi non mangia, Rana non cucina. La loro vita si è brutalmente fermata.

Era il 30 maggio poco dopo le 6,30 del mattino, quando la loro vita è stata irrimediabilmente distrutta. Due agenti della polizia di frontiera (israeliana) – un ufficiale e una nuova recluta – hanno sparato sul loro figlio mentre lui si trascinava a terra sul pavimento di un locale per i rifiuti vicino alla via Dolorosa nella città vecchia, con l’assistente che se ne occupava che accanto a lui gridava invano: “É un disabile, è un disabile!”.

Per Rana e Khairy Hallaq il figlio autistico di 32 anni era la pupilla dei loro occhi. Hanno anche due figlie, Joanna e Diana, entrambe insegnanti. Ma Eyad, il figlio disabile, era tutto per loro.

C’è un solo figlio maschio, non ne abbiamo altri”, ci dice Rana in ebraico. “È la mia seconda anima. Eyad ed io siamo da tempo una sola anima, da molti anni.”

Dopo la sua morte lei dorme nel letto di Eyad ed esce raramente dalla sua stanzetta; a volte indossa anche i suoi vestiti. Quando le abbiamo fatto visita in questa settimana ci ha ricevuti dicendo: “Non posso fare niente – riesco solo a stendermi sul suo letto e guardare le sue foto, i suoi vestiti e la sua stanza e ricordare la sua vita.”

Poi, con le mani tremanti, ci mostra nuovamente delle fotografie di lui; questa volta lo si vede mentre tiene due piante tra le braccia. Le aveva piantate durante l’isolamento dovuto al coronavirus, quando è stato costretto a rimanere a casa, nel quartiere di Wadi Joz a Gerusalemme est.

Ora, dice Rana, “le piante sono morte”.

I genitori vivono dolorosamente una presenza che è rimasta intatta. Un’atmosfera di profondo dolore senza lacrime scende sul salone della famiglia, i cui muri adesso sono tappezzati di foto del figlio e del fratello deceduto. Sul divano c’è una foto di Eyad accanto ad una di George Floyd [afroamericano ucciso la stessa settimana dalla polizia di Minneapolis, ndtr.].

George Floyd è stato ucciso perché era nero ed Eyad perché palestinese”, dice il padre. “Ma guardate la differenza tra la reazione negli Stati Uniti e in Israele,” aggiunge sua moglie.

Effettivamente enormi ondate di proteste hanno attraversato l’America dopo l’assassinio di Floyd a Minneapolis, mentre in Israele vi è stata la solita indifferenza, benché segnata da qualche accento di rammarico per lo sparo mortale, perché la vittima era autistica. Qui non vi è stata alcuna protesta e non si è riscontrata nessuna opinione in qualche modo diffusa, secondo cui l’uccisione di Eyad è stata il risultato di una politica deliberata, e non una “disgrazia”.

Poiché Eyad era scrupoloso riguardo all’ordine e alla pulizia, la famiglia non osa spostare niente nella sua stanza. Sul letto rimane da un mese lo stesso copriletto, le bottiglie del dopobarba e altri prodotti di toilette sono sullo scaffale accanto, i suoi vestiti sono piegati con cura nell’armadio e anche il barattolo di caramelle Smiley che gli piacevano è pieno. Un caricabatterie per il cellulare posato a caso su un tavolo attira l’attenzione del padre che lo rimette subito a posto. “Se lui lo avesse visto qui si sarebbe molto arrabbiato,” dice Khairy.

E di nuovo, un silenzio opprimente.

Tutto quel che vogliamo adesso è stare tranquilli”, dicono i genitori. Passano la maggior parte delle loro giornate stesi a letto con lo sguardo fisso, non vedono quasi nessuno e accendono la televisione solo quando vengono a trovarli i nipoti. Diana arriva con i quattro figli ogni pomeriggio per cercare di tirarli su di morale, ma presto ripiombano nel loro dolore.

Il poco cibo che mangiano viene ordinato in un ristorante. Rana non riesce ad entrare in cucina, dove Eyad si esercitava a preparare i piatti che aveva imparato nei corsi di cucina a Elwyn. Tutte le sere cucinava il piatto che aveva imparato nella giornata.

Il personale del centro era impressionato dalle sue capacità e progettava di farlo assumere come aiuto cuoco in un hotel o un ristorante della città.

Khairy da parte sua non lavora da anni, da quando è stato ferito in un incidente sul lavoro in una fabbrica di marmo. Ora fa fatica a salire le scale che conducono alla tomba appena costruita di suo figlio al cimitero di Bab al-Zahara, dietro all’ufficio postale di via Saladin a Gerusalemme est.

Rana dice che se potesse si trasferirebbe al cimitero. È andata quattro o cinque volte sulla tomba di Eyad, dove è già stata eretta una lapide.

Tuttavia la coppia non riesce a decidersi a visitare il luogo, appena all’interno della Porta dei Leoni, dove lui è stato ucciso. Khairy, che era solito andare ogni settimana a pregare alla moschea Al-Aqsa, non ci va più, perché il percorso passa dal luogo dell’omicidio. Anche Rana ha molto timore a recarvisi.

Come si può guardare il posto dove hanno ammazzato vostro figlio? Ho paura che laggiù la polizia mi uccida,” dice. “Hanno persino ucciso Eyad, che era un ragazzo tranquillo…”

Qualche giorno fa gli amici del centro Elwyn sono venuti a deporre delle foglie di palma in sua memoria nel luogo del suo assassinio, ma la polizia li ha subito cacciati ed ha tolto le foglie di palma. Eyad non avrà evidentemente alcuna commemorazione, neanche improvvisata.

La polizia ha restituito ai genitori il telefono portatile del ragazzo, dopo averne cancellato tutto il contenuto. Khairy e Rana dicono che Eyad amava filmare il suo tragitto tra la scuola e la casa per mostrare loro le immagini quando tornava. Ha forse filmato anche il suo ultimo percorso verso la scuola?

Martedì Nir Hasson e Josh Breiner, del quotidiano Haaretz, hanno riferito che l’unità investigativa del Ministero della Giustizia non aveva filmati dell’incidente di una telecamera di sicurezza, anche se ci sono almeno sette telecamere nei paraggi – di cui due nel locale della spazzatura dove è avvenuto l’assassinio.

Intanto il principale sospettato è stato liberato ed è stato interrogato dalla polizia una sola volta.

Khairy: “Non ci sono telecamere, non ci sono immagini. Perché? Che cosa posso dire? Avete visto che la settimana scorsa sono state pubblicate tutte le immagini del posto di controllo di Abu Dis nell’arco di un’ora?”, chiede, riferendosi al [presunto] tentativo di investire un’agente di polizia di frontiera ad un blocco militare all’esterno di Gerusalemme.

Lunedì scorso erano trenta giorni dalla tragedia incorsa agli Hallaq. La loro casa in via Yakut al-Hamwai, che durante i quattro giorni del lutto era invasa dai visitatori, era vuota quando siamo arrivati insieme ad Amer ‘Aruri, un ricercatore sul campo dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem. Amer ‘Aruri aveva consegnato la testimonianza dell’assistente di Elwyn, Warda Abu Hadid, che si trovava accanto a Eyad quando la polizia lo ha ucciso.

Rana e Khairy ci hanno detto di essere stati molto toccati dalle manifestazioni di solidarietà e di dolore di migliaia di persone in tutto il mondo, tra cui le condoglianze da parte di numerosi israeliani. Sono stati profondamente emozionati dalla reazione di altri genitori di bambini autistici.

Sottolineano che non hanno niente a che fare con l’espulsione dalla tenda del lutto del militante del Monte del Tempio ed ex membro del Likud, deputato Yehuda Glick, ma hanno detto loro che stava per farsi dei selfie, il che era scioccante.

Centinaia di israeliani sono venuti a condividere il loro dolore, dicono. La sera in cui Glick, che era venuto a presentare le condoglianze, è stato espulso da un gruppo di giovani palestinesi, sono arrivate decine di poliziotti a perquisire la loro casa. Era la seconda perquisizione, quattro giorni dopo la prima, il giorno stesso dell’omicidio.

A parte questo, gli Hallaq non hanno ricevuto la minima informazione da parte della polizia riguardo all’uccisione del loro figlio.

Altre immagini: Eyad a scuola è chinato su una grande pentola di zuppa, mentre pela delle carote – uno dei rari momenti in cui si può scorgere un raggio di felicità passare sul suo viso. “Riposa in pace, angelo mio”, hanno scritto dei ragazzi disabili della città araba israeliana di Taibeh, che hanno portato ai genitori una sua foto ingrandita. L’illustratrice israeliana Einat Magal Smoly ha inviato loro un quadro di Eyad con il suo nome in arabo ed ebraico, insieme ad una lettera di condoglianze.

Rana e Khairy dicono di non essere interessati ad un risarcimento economico, ciò che vogliono è che i poliziotti responsabili vengano giudicati. Parecchi avvocati, tra cui l’avvocato specializzato nella difesa dei diritti umani Michael Sfard, si sono offerti di aiutarli.

Questi avvocati sono otto, ma noi sappiamo che non accadrà niente anche se ce ne fossero cinque o sei in più,” dice Khairy. “Non credo che il poliziotto andrà in prigione. Se avesse pensato che sarebbe andato in prigione, non avrebbe fatto una cosa del genere. Credetemi.”

Gli chiediamo che cosa vorrebbe che succedesse. Ride amaramente. “Israele è un Paese che rispetta le leggi, no? Israele è una democrazia, no? Aspettiamo di vedere. Io aspetto di vedere la legge dello Stato di Israele. Che sia esattamente la stessa che se fosse accaduto il contrario: se Eyad fosse stato un ebreo ucciso da un arabo, ci sarebbe già stato un processo. Noi non chiediamo indennizzi. Tutto ciò che vogliamo è che questo non accada a nessun altro.”

Rana dice che vuole inviare un messaggio alla polizia e all’esercito israeliani: “Prendetevi tempo prima di usare le vostre armi…” Mostra nuovamente dei video, con Eyad che si lava i denti, che fa ginnastica, che si confonde nel contare da 1 a 15.

Un video realizzato dal ‘Monitoraggio euro-mediterraneo dei diritti umani’ mostra l’ultima ora della sua vita. Eccolo che cammina sulla via Dolorosa di Gesù, mascherina anti coronavirus sul viso, guanti sulle mani [il fatto che portasse i guanti secondo gli agenti che l’hanno ucciso lo rendevano sospetto, ndtr.]. Qui si vedono i poliziotti che lo inseguono e là sono sopra di lui nel locale della spazzatura, per ucciderlo.

Non ci sono parole…” gli diciamo.

Ce ne sono tantissime”, ci risponde Rana.

Gideon Levy, nato nel 1955 a Tel Aviv, è un giornalista israeliano e membro della direzione di Haaretz. Vive nei territori palestinesi occupati.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




‘Un regime illegittimo’: un’importante organizzazione per i diritti umani svela i miti israeliani e riconosce l’esistenza dell’apartheid

Amjad Iraqi

9 luglio 2020 – +972 Magazine

Nel corso di un’intervista approfondita, Michael Sfard, avvocato per i diritti umani, spiega cosa abbia portato Yesh Din ad accusare Israele del crimine di apartheid in Cisgiordania

Vent’anni fa, quando Michael Sfard era un promettente avvocato per i diritti umani, si era energicamente opposto alla parola “apartheid” per descrivere il dominio militare di Israele su Cisgiordania e Striscia di Gaza. Sebbene fosse un critico feroce dell’occupazione che ha dedicato la carriera a difendere i diritti dei palestinesi, aveva detto a se stesso che “le parole contano,” e che l’occupazione, seppure profondamente ingiusta, era una struttura solo temporanea che poteva essere ribaltata con il contributo del diritto

Anni dopo, Sfard — ora un famoso avvocato — ha radicalmente cambiato opinione.

In quello che potrebbe passare alla storia come un momento significativo del dibattito pubblico israeliano, giovedì Yesh Din [“C’è la legge”, associazione israeliana che intende difendere i diritti dei palestinesi nei territori occupati, ndtr.], un’ONG per i diritti umani,   ha diffuso un dettagliato parere legale, stilato principalmente da Sfard, consulente legale dell’organizzazione, che afferma che l’occupazione della Cisgiordania da parte di Israele, che dura da 53 anni, costituisce un “regime di apartheid.”

Esaminandone lo sviluppo, dal dominio della minoranza bianca in Sudafrica alla sua definizione contenuta nello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, si asserisce che Israele sta commettendo il crimine internazionale di apartheid tramite “oppressione e dominazione sistematiche” di un gruppo su un altro nel territorio “con l’intenzione di mantenere quel regime.”

Yesh Din avrebbe detto fino ad ora che alcune politiche specifiche sono illegali o persino che sono crimini di guerra, ma adesso stiamo dicendo che il regime è illegittimo,” ha detto Sfard in un’intervista esclusiva a +972. Egli sostiene che lo scopo del parere giuridico “è di cambiare il dibattito interno in Israele e di non parlare più della nostra presenza in Cisgiordania come di un’occupazione temporanea, ma come di un crimine illegale.”

Anche se l’analisi si concentra principalmente sulla Cisgiordania, Yesh Din sottolinea che con ciò non esclude affatto la tesi secondo cui “il crimine di apartheid sia commesso solo in Cisgiordania. Che il regime israeliano nel suo complesso sia un regime di apartheid. Che Israele sia uno Stato in cui vige l’apartheid.”

Questo cambiamento radicale è rappresentativo di un’opinione che sta crescendo fra gli ebrei-israeliani critici di quello che i palestinesi hanno da tempo diagnosticato a proposito della loro oppressione. Sebbene la recente spinta del governo israeliano verso un’annessione formale abbia consolidato la discussione internazionale circa l’apartheid israeliano, Sfard dice che il parere legale fa parte di un processo più lungo per riconoscere che “la bestia che stiamo affrontando deve essere descritta per quello che è,” a prescindere dall’annessione.

L’intervista è stata modificata e abbreviata per renderla più chiara.

Cominciamo con delle domande ovvie: Perché adesso? Qual è stato il processo mentale che ha portato al parere giuridico?

Le mie riflessioni personali sull’argomento sono cominciate alcuni anni fa quando sono andato a New York per scrivere il mio libro [The Wall and the Gate: Israel, Palestine and the Legal Battle for Human Rights,  Metropolitan Books, 2018, ndtr.]. Una delle cose con cui mi trovavo alle prese era la sensazione che il paradigma di “occupazione” non potesse sostenere tutto il peso della realtà sul terreno. Anche se ovviamente esiste un’occupazione, e il concetto legale di occupazione belligerante spiega alcune delle cose che vediamo, c’è molto di più che non spiega.

Yesh Din opera in Cisgiordania da 15 anni e ha imparato a conoscere molto profondamente le caratteristiche del governo in quella zona in tutte le sue sfaccettature — il quadro giuridico, le politiche, le pratiche, le cose fatte ma non dette.

La nostra sensazione era che ci fosse bisogno di dare un nome alla ‘bestia’ che ci troviamo di fronte, che deve essere descritta per quello che è. L’apartheid come concetto giuridico è, per ragioni ovvie, la prima scelta, sebbene ci sia voluto un po’ prima che avessimo tempo e risorse per condurre l’analisi. Questa è una discussione che noi non abbiamo né iniziato né finito, ma è una voce in più che si spera dica cose che arricchiranno la discussione.

Personalmente, io ho sentito per la prima volta il concetto di “apartheid” in riferimento alla presenza israeliana in Cisgiordania, e al conflitto in generale, nei primi anni del 2000 durante la Seconda Intifada e la costruzione del muro di separazione. Devo dire che la mia reazione iniziale è stata di totale opposizione all’uso della parola — non ogni omicidio è un genocidio e non ogni discriminazione istituzionale è apartheid.

Ma nel mio intimo non ero così sicuro di me: l’attrazione verso l’uso del concetto mi tormentava. Così ho iniziato a studiare l’apartheid nei suoi diversi aspetti, incluso quello legale, e a visitare il Sudafrica. 

Yesh Din sembra avere un approccio diverso da quello dell’ONG B’Tselem: nel 2016, B’Tselem ha dichiarato che avrebbe smesso di sporgere denunce alle autorità militari israeliane perché facesse delle indagini, il che sembra dare loro una parziale maggiore libertà nell’essere più espliciti circa la natura dell’occupazione.

Anche se Yesh Din accetta molte delle critiche di B’Tselem, voi avete ancora dei procedimenti pendenti in tribunali israeliani e non interromperete le vostre azioni legali. Che influsso ha la posizione di Yesh Din riguardo all’apartheid sul vostro lavoro legale? Vi aspettate delle conseguenze da parte delle autorità, inclusi i tribunali?

Le autorità israeliane non hanno bisogno che noi diciamo cose radicali per dare il via a delle ritorsioni contro di noi — è qualcosa che viene fatto anche quando noi abbassiamo i toni. Anzi io ho la sensazione che sia vero il contrario: noi stiamo dicendo quella che pensiamo sia la verità in modo ragionato con una relazione esauriente. Si può essere d’accordo o no, ma presenta le argomentazioni e costruisce il caso basandosi sui dati, i precedenti e l’analisi giuridica.

Se alcune parti del sistema giudiziario si offenderanno ci sarà almeno un po’ di rispetto per il modo professionale in cui conduciamo la nostra lotta. Io non penso che un singolo caso legale (presentato da Yesh Din) sarà danneggiato dal fatto che noi stiamo dicendo cose che sono sgradevoli da sentire. Se ci sono funzionari e giudici le cui decisioni ne saranno influenzate, si tratterà di critiche secondarie. Quindi ciò non ci preoccupa affatto.

Non dimentichiamo che questo non è un rapporto sulla magistratura o sui giudici, ma sul sistema che si è creato durante gli anni. La “musica” del rapporto è che noi [israeliani] siamo tutti responsabili dell’apartheid, che io sono responsabile. Questa è una sfumatura importante. Non lo sto guardando dal di fuori, e tutte le mie controparti nell’ufficio del Procuratore Generale, nel Ministero della Giustizia o fra i giudici sanno che questa è la mia identità e coloro che sono onesti la rispetteranno.

Detto ciò, stiamo discutendo di qualcosa che ha enormi implicazioni. Fino ad ora, Yesh Din ha detto che politiche specifiche sono illegali o persino che sono crimini di guerra, ma ora noi parliamo di un regime che è illegittimo.

E così la domanda che ci si ritorce contro è questa: cosa fare se è un regime di apartheid? Continuare a stare all’“opposizione” — qualcuno che si oppone alle politiche del regime — o diventare “dissidenti” — qualcuno che si oppone al regime stesso? E seguire il cammino della “giustizia” che il regime illegittimo ci offre?

Per rispondere devo ricorrere ai miei “antenati” in Sudafrica. Gli avvocati nel regime di apartheid in Sudafrica non smisero mai di andare in tribunale perché i neri chiedevano loro di andarci. La decisione di andare in tribunale o di boicottarlo non sta a me, ma ai palestinesi. Fino a quando i palestinesi vogliono che noi li rappresentiamo, noi non abbiamo il diritto di rifiutare basandoci sull’affermazione che “noi ne sappiamo di più.”

Va certamente bene ammettere che gli avvocati e le ONG non possono guidare la lotta. Detto ciò, c’è ancora un dilemma davanti a cui si trovano persino le organizzazioni palestinesi, cioè che talvolta possono sentirsi colpevoli per aver detto ai clienti palestinesi che hanno una possibilità, seppure piccola, di vincere.

Come trova il confine fra l’identificare l’occupazione come un regime di apartheid, e perciò senza aspettarsi di ottenere nulla di quello che spera, e tuttavia andare avanti?

Niente ha cambiato le prospettive di vittoria o successo (che sono due cose diverse) da quando ho scritto la relazione. Era lo stesso regime anche prima. Nei miei rapporti con i clienti, io cerco di essere chiaro suIla montagna che stiamo scalando e quello che ci si può, o non può, aspettare.

Allo stesso tempo, si deve riconoscere il fatto che i palestinesi non vanno via dal tribunale completamente a mani vuote. I tribunali sono un’istituzione in cui i palestinesi talvolta ottengono risarcimenti — di solito non con decisioni favolose, ma piuttosto nel processo che li trasforma da individui completamente trasparenti e senza importanza in soggetti di un contenzioso. Solo quando “si rivolgono a un avvocato” e vanno in tribunale diventano “qualcuno” (agli occhi delle autorità).

Ci sono anche delle vittorie, come nel recente caso sollevato a proposito della Legge per la Regolarizzazione (che cerca di legalizzare tantissimi insediamenti israeliani e “avamposti” e annullata lo scorso mese dalla Corte Suprema).

Avevamo un grosso dilemma quando alcuni anni fa abbiamo presentato la denuncia. C’erano delle persone che ci hanno detto: “Non presentate alcuna petizione… lasciate che il governo ne paghi le conseguenze.” Ma secondo me c’erano decine di migliaia di persone che stavano per perdere le loro terre e volevano che noi li rappresentassimo. Così, avendo una possibilità di vincere per loro, non ho detto di no per ottenere un vantaggio ipotetico. E per come va il mondo oggi, mi chiedo quale contromossa avrebbe tirato fuori il governo per mettere in pratica la Legge per la Regolarizzazione.

Dopo la nostra conclusione che questo è un regime di apartheid non sarà più “tutto come prima”. L’analisi sull’apartheid finirà nelle nostre memorie giudiziarie e cause. È nostra intenzione cambiare il dibattito interno israeliano e non parlare più della nostra presenza in Cisgiordania come di un’occupazione temporanea, ma piuttosto di un crimine di illegittimità.

Questo rispecchia il dibattito sull’uso della “legge dell’oppressore,” un dibattito che anche i sudafricani hanno avuto. Quali altre lezioni ha ricavato dagli avvocati sudafricani su come sfidare l’apartheid?

Noi (in Israele-Palestina) siamo in una posizione peggiore rispetto al movimento anti-apartheid in Sudafrica.

Primo, noi qui abbiamo due movimenti separati per porre fine all’apartheid in Israele: uno israeliano, l’altro palestinese. In Sudafrica c’era un movimento ed era guidato dagli oppressi. Questo è un grosso problema, perché gli israeliani hanno più potere, più privilegi, più diritti e sono molto meno vulnerabili rispetto ai palestinesi.

Secondo, c’è la posizione internazionale israeliana rispetto a quella del Sudafrica. Ma negli ultimi dieci anni abbiamo visto quasi una rivoluzione nella società civile internazionale a proposito del conflitto. Persino negli Stati Uniti, persino nella comunità ebraica americana si può vedere questo cambiamento. La nostra relazione e la nostra campagna di sensibilizzazione mirano ad accelerare questo cambiamento, per contribuire a far capire alla comunità internazionale che deve far pressione su Israele per fermare l’apartheid.

Per anni molti avvocati, ONG e attivisti palestinesi hanno offerto un’ampia analisi, professionale e legale, accusando Israele del crimine di apartheid, inclusa la recente denuncia alla Corte Penale Internazionale.

Tuttavia è probabile che l’opinione di Yesh Din riceverà molta più attenzione perché questa è un’organizzazione israeliana e forse verrà presa più seriamente nei circoli che contano all’estero. Ai palestinesi potrebbe sembrare provocatorio perché, anche se noi siamo spesso felici che escano tali rapporti, c’è anche una strana sensazione quando si vede che il nostro lavoro è valutato in modo così diverso.

Lei prima ha parlato di un suo rifiuto iniziale per il termine apartheid: pensa che sia lo stesso per altri avvocati e organizzazioni ebraico-israeliane? Perché pensa che ci sia voluto così tanto ad essere d’accordo con quello che molti palestinesi hanno detto?

Si tratta di negazionismo. Ma è anche importante notare che noi israeliani viviamo in condizioni di totale lavaggio del cervello a causa del dibattito, dei leader e dei media. E mentre noi (israeliani di sinistra) mettiamo in discussione molte cose e abbiamo una nostra identità in quanto critici, siamo pur sempre nati in questo contesto.

Io stesso sono nato a Gerusalemme Ovest nel 1972 e l’ebraico è la mia lingua madre. Sono cresciuto con il sistema scolastico israeliano e sono andato sotto le armi fino a quando non sono diventato un refusenik [chi rifiuta di prestare servizio nei territori occupati, ndtr.]. Ho assorbito il punto di vista israeliano per tutta la mia vita e cosi hanno fatto i miei amici e colleghi.

Noi siamo stati accecati dalla narrazione israeliana e c’è voluto del tempo per renderci conto che gli argomenti che ogni israeliano ripete — come “noi non vogliamo controllare i palestinesi,” o “noi vogliamo che siano padroni del proprio destino,” o “noi faremo un accordo quando avremo una controparte nei negoziati” — sono tutte menzogne. Il mito particolarmente potente durante gli anni di Oslo era che gli israeliani volevano porre fine al “dominio non voluto” sui palestinesi. Ci vuole del tempo per rendersi conto che non è vero — che questo fa tutto parte di un’impresa di dominazione, e per interiorizzare la nostra supremazia.

Anche la sinistra israeliana, per quanto piccola, è cambiata, in parte perché oggi include molti palestinesi. Alle superiori io ero un attivista di sinistra, ma non ho mai lavorato al fianco dei palestinesi, neppure con i palestinesi (cittadini) israeliani.

Oggi non è possibile lavorare su questo tema senza i palestinesi. La loro comprensione del conflitto ha arricchito noi attivisti ebrei, inclusi quelli di gruppi come Yesh Din e B’Tselem. Io non vedrò mai la realtà come la vedete voi, posso solo cercare di capire meglio cosa vedete voi, e viceversa.

La relazione non esclude la possibilità di identificare l’apartheid in altre parti della realtà dello Stato di Israele. Eppure, ciò afferma che i regimi in Cisgiordania e dentro Israele possono ancora essere visti come distinti, e forse in un “processo di unificazione.”

Comunque, le basi dell’occupazione non derivano solo dalle leggi principali di Israele, ma erano state presenti fin dall’inizio dentro lo Stato in quanto governo militare imposto ai cittadini palestinesi di Israele dal 1948 al 1966. Quindi il regime del ’67 può essere considerato separato da quello del ’48 o ne è piuttosto un’estensione o una continuazione?

Quando ho cominciato a studiare il crimine di apartheid a livello internazionale, mi ha immediatamente colpito che sia un crimine di regime. Ma il diritto internazionale non definisce cosa sia un regime, per cui ci si deve rivolgere ad altre discipline per scoprirlo.

Con mio grande stupore, “regime” è una nozione dotata di flessibilità. È la totalità delle autorità pubbliche che hanno poteri, leggi e regolamenti normativi, politiche, prassi, e così via. Guardando ad una certa area geografica con lenti diverse e usando decisioni diverse, si possono trovare regimi diversi.

Per esempio, possiamo guardare a tutta la zona fra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo con una bassa risoluzione e vedere che c’è un potere politico che crea e porta avanti le proprie decisioni. Ma si può anche guardarlo con un’alta risoluzione, e scoprire che, all’interno di quel territorio, ci sono nuclei distinti di autorità, politiche e pratiche pubbliche nelle diverse zone.

Quando si guarda con una lente di ingrandimento l’occupazione militare in Cisgiordania è un regime distinto. Non esclude un’analisi diversa da un punto di osservazione posto più in alto, ma ci sono complessità (dentro Israele) che non si trovano in Cisgiordania.

Per esempio, il regime può essere classificato come di apartheid quando il gruppo inferiore ha il diritto politico di votare e di candidarsi al governo (come i cittadini palestinesi in Israele)? Io penso che si possa se quei diritti sono completamente diluiti e resi privi di significato. Non so se in Israele sono tali, ma in merito ci sono molte opinioni legittime.

Noi di Yesh Din abbiamo fatto la scelta di concentrarci sulla Cisgiordania come nostra area di competenza e di cui ci occupiamo. Ma per noi è importante dire che ciò non esclude altre analisi che possono essere condotte in parallelo. Noi ci rendiamo conto che c’è un costo o rischio guardando solo a un segmento della politica israeliana, quindi il nostro modo di affrontare quel rischio è di riconoscerlo e dirlo con chiarezza.

C’è una sezione del documento che dice: “sebbene l’origine [dell’apartheid] sia storicamente connessa al regime razzista in Sudafrica, ora è un concetto legale indipendente con una sua propria vita che può esistere senza essere basato su un’ideologia razzista.”

Devo confessare che, leggendolo, il mio primo pensiero è stato che, almeno non intenzionalmente, si dissociasse l’obiettivo politico della supremazia ebraica — o per essere franchi, del sionismo — dalle strutture istituzionali israeliane. Può chiarire la riflessione che sta dietro quella affermazione?

Uno dei problemi che ho incontrato quando ho sottoposto le mie idee a degli israeliani è che l’apartheid, per quelli che sanno cos’è, è visto come parte di un’ideologia razzista come quella dei nazisti: che alcuni hanno tratti biologici o genetici che scientificamente li rendono inferiori agli altri.

Dato che la Convenzione contro l‘apartheid e lo Statuto di Roma definiscono l’apartheid usando le parole “gruppi razziali,” l’interpretazione è controintuitiva. Non si tratta dell’assunzione biologica di razza, ma piutttosto di gruppi sociali e politici in cui membri di una certa Nazione hanno privilegi come gruppo.

Non stavo cercando di dire che non c’è un’ideologia di supremazia che mette il principio di preferenza ebraica al di sopra di quello dei palestinesi; naturalmente c’è una cosa simile (e il rapporto lo menziona ). Quello che volevo dire era che non si tratta della stessa argomentazione scientifica che una razza è migliore di un’altra.

In conclusione, si può commettere il crimine di apartheid indipendentemente da quale sia la motivazione. L’apartheid, per esempio, potrebbe essere economico — l’intero progetto potrebbe riguardare il profitto e continuerebbe ad essere apartheid. Nel nostro caso, noi abbiamo un conflitto nazionale. In altri posti potrebbe trattarsi di etnia, casta o altro; non deve essere per forza basato su un’ideologia razzista.

Sembra che lei stia cercando di universalizzare ulteriormente il quadro dell’apartheid.

Certamente. Ai sensi del diritto internazionale il divieto di apartheid costituisce il valore fondamentale che il mondo ha adottato dopo la seconda guerra mondiale: noi condividiamo un’umanità e un regime che viola in maniera diretta e sistematica quel principio affermando che ci sono alcuni che hanno più diritti di altri — questa è la cosa che si sta cercando prevenire.

Il diritto e le convenzioni internazionali che identificano il crimine di apartheid e le sue caratteristiche in Israele-Palestina esistono da decenni. Ma a differenza del Sudafrica, il mondo sembra fare un’eccezione con Israele sull’apartheid. Perché dovrebbe fare eccezione e dove pensate che il dibattito debba andare per porvi fine?

Primo, sono passati solo 70 anni dal più grande crimine mai commesso contro l’umanità. Io sono il nipote di sopravvissuti all’Olocausto. C’è una riluttanza, comprensibile, ma inaccettabile, a confrontarsi con questo crimine da parte delle “vittime per eccellenza.” 

Si può vedere come le potenze europee camminino sulle uova quando si tratta di Israele, e Israele è riuscito a mobilitare nel mondo occidentale questo senso di colpa collettivo e giustificato a proprio favore. Se c’è una lezione da imparare dalla storia del genocidio e dell’antisemitismo, è che non si dovrebbe restare in silenzio davanti al male e alla persecuzione di comunità.

Secondo, Israele è visto, tavolta correttamente, in pericolo esistenziale dato che i suoi vicini cercano di distruggerlo. Anche se queste dichiarazioni hanno pochissimo significato o sono solo propaganda, e anche se Israele è la maggiore potenza in Medio Oriente alleata con una superpotenza, queste affermazioni danno a Israele molto spazio di manovra. C’è anche la questione della posizione di Israele quale avamposto dell’America in Medio Oriente. Ma penso che tutto ciò stia cambiando.

Per il dopo, come ho già detto, io ci vado molto attento con le parole. “Apartheid” è una parola che ha molto peso e non la userei con leggerezza. Se questa accusa sarà qualcosa da discutere più seriamente — non come una parolaccia ma come qualcosa di valido — nel caso in cui ci si confronti con un regime di apartheid, l’obbligo in ogni Paese è di porvi fine.

Ciò è molto diverso dall’occupazione. Per esempio, l’Europa ha raggiunto la conclusione che si deve attenere a una politica di differenziazione per garantire che non un centesimo dei suoi soldi vada alle colonie. Se si arriva alla conclusione che Israele è un regime di apartheid, ciò avrà un enorme impatto su quello che è obbligata a fare per legge, non solo rifiutando di assistere quel regime, ma di fare pressioni affinché esso finisca.

In conclusione la gente dovrebbe chiedersi qual è lo scopo finale delle politiche di Israele. Vent’anni fa la maggior parte della gente avrebbe detto che era di avere due Stati — ma oggi non sono sicuro della loro risposta. E se neanche uno Stato democratico binationale è la risposta, allora non c’è via alternativa all’apartheid.

In pratica affermando che non ci sia una soluzione si accetta automaticamente l’apartheid.

Giusto. Quando ho cominciato a scrivere il documento, a prova delle sue intentioni di perpetuare la dominazione avevo solo le azioni di Israele sul terreno. Per 50 anni il governo di Israele ha detto la “cosa giusta” — che l’occupazione è temporanea fino a che gli accordi di pace non sostituiranno gli accordi di cessate il fuoco.

Ma poi il divario fra le dichiarazioni di Israele e le sue azioni è scomparso. Con le loro stesse parole i governanti israeliani hanno distrutto il proprio alibi — un pessimo alibi che comunque non riusciva a nascondere le loro azioni. Oggi il mio lavoro è molto più facile.

Amjad Iraqi è redattore e autore di +972 magazine. È anche analista politico di Al-Shabaka e in precedenza è stato un coordinatore della difesa di “Adalah” [Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele, ndtr.]. È un cittadino palestinese di Israele, attualmente residente ad Haifa.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)