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La mossa israeliana di accatastare terreni adiacenti ad al-Aqsa provoca timori che intenda impossessarsene

Redazione di MEE

27 giugno 2022 – Middle East Eye

Associazioni per i diritti umani affermano che ci sono voci secondo cui il governo israeliano potrebbe cercare di registrare l’area a sud della moschea di Al-Aqsa come terra dello Stato.

Lunedì alcune associazioni per i diritti umani hanno messo in guardia che la decisione del governo israeliano di iniziare la procedura per la registrazione della proprietà dei terreni adiacenti alla moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata rischia di consentire un’appropriazione che avrebbe “gravi conseguenze di ampia portata”.

La scorsa settimana il ministero della Giustizia ha iniziato il “procedimento di definizione dell’attribuzione fondiaria” nella zona di Abu Thor così come del sito dei palazzi omayyadi [dinastia araba insediata a Damasco tra il 661 e il 750 d.C., ndt.] adiacenti al muro meridionale della moschea di Al-Aqsa.

L’operazoine sta facendo ricorso a un fondo governativo destinato a “ridurre le diseguaglianze socio-economiche” e a “creare un futuro migliore” per i palestinesi della città.

Tuttavia, secondo un comunicato congiunto delle associazioni israeliane per i diritti umani Ir Amim e Bimkom visionato da Middle East Eye, questo fondo è stato largamente utilizzato per registrare al catasto terreni per le colonie illegali e in ultima istanza porterà a un’ulteriore spoliazione dei palestinesi.

Le ONG con sede a Gerusalemme affermano che ci sono voci secondo cui il governo israeliano starebbe cercando di registrare la zona a sud della Moschea di Al-Aqsa come terra dello Stato.

“(Il procedimento) potrebbe portare a conseguenze disastrose per centinaia di case palestinesi ad Abu Thor, mentre l’altro potrebbe provocare una grave accentuazione delle tensioni a causa della sua ubicazione estremamente sensibile nelle immediate vicinanze di Al-Aqsa,” afferma il comunicato congiunto.

Secondo i media palestinesi lunedì Sheikh Najeh Bakirat, vicedirettore del waqf [ente benefico religioso, ndt.] islamico di Gerusalemme, ha detto che modificare la proprietà dei palazzi omayyadi non è lecito e viola la Convenzione di Ginevra.

Il controllo israeliano su Gerusalemme est, compresa la Città Vecchia, viola una serie di principi delle leggi internazionali che stabiliscono che una potenza occupante non ha la sovranità sui territori occupati e non può apportarvi alcun cambiamento permanente.

A Gerusalemme est quasi il 90% dei terreni non è registrato, in quanto nel 1967, in seguito all’occupazione della città, le autorità israeliane interruppero gli accatastamenti.

Nel 2018 il governo ha iniziato per la prima volta a promuovere “la definizione della procedura della proprietà fondiaria”.

Tuttavia nel 2020, dopo un anno di monitoraggio del procedimento, secondo Ir Amim esso è stato utilizzato come strumento per “impossessarsi di altra terra a Gerusalemme est, portando a un’espansione delle colonie israeliane e ulteriore spoliazione dei palestinesi.”

Espulsione di massa

L’area a sud della moschea di Al-Aqsa è particolarmente sensibile a causa dei continui interventi nella zona del governo israeliano e dei coloni che potrebbero sostituire gli abitanti palestinesi con parchi turistici a tema biblico.

Secondo il Silwan Lands Defence Committee [Commissione per la Difesa della Terra di Silwan] nel quartiere di Silwan, a sud di Al-Aqsa, sono stati emessi contro palestinesi più di 7.820 ordini di demolizione, sia amministrativi che giudiziari, mettendo a rischio di espulsione migliaia di persone.

La zona è anche luogo di lavori archeologici di scavo del governo, che secondo i palestinesi minacciano le fondamenta della moschea di Al-Aqsa. Dalla fine degli anni ’70 il governo israeliano ha portato avanti scavi sotto la Città Vecchia e il quartiere palestinese di Silwan, a sud della moschea di Al-Aqsa, alla ricerca della Città di David, antica di tremila anni. È la presunta capitale di Re David, il biblico padre fondatore della nazione ebraica.

Ad oggi Israele ha investito almeno 40 milioni di shekel (circa 11 milioni di €) nell’iniziativa portata avanti dall’Autorità Israeliana per le Antichità (IAA) e finanziata dall’organizzazione dei coloni Ir David Foundation [Fondazione di Re David], comunemente nota come Elad.

L’associazione dei coloni è anche titolare del parco nazionale della Città di David, di cui ha preso il controllo dopo un accordo raggiunto nel 2002 con l’Autorità Israeliana per la Natura e i Parchi.

Il parco nazionale per la città antica è stato trasformato in una grande attrazione turistica, con centinaia di migliaia di visitatori all’anno.

I palazzi omayyadi (noti agli israeliani come il Parco Archeologico Ophel) sono situati tra la Città di David e le mura meridionali della moschea di Al-Aqsa.

“Ci sono seri timori che lo Stato stia promuovendo la definizione dei titoli di proprietà nel sito dei palazzi omayyadi/Ophel per consentire la presa di possesso israeliana di questo terreno attraverso la registrazione formale come terra dello Stato, favorendo nel contempo gruppi di coloni appoggiati dallo Stato nell’aggressivo tentativo di conquistare il controllo di questi luoghi molto sensibili,” affermano Ir Amim e Bimkom.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Palestinese ucciso dopo essere stato pugnalato al cuore da un colono israeliano

Shatha Hammad

21 giugno 2022 – Middle East Eye

Ali Hassan Harb, 27 anni, è stato accoltellato al cuore vicino al villaggio palestinese di Iskaka, afferma il Ministero della Salute

Il Ministero della Salute palestinese riferisce che un palestinese è stato ucciso martedì dopo essere stato pugnalato al cuore da un colono israeliano.

Ali Hassan Harb, 27 anni, è stato dichiarato morto quando è arrivato all’ospedale Martyr Yasser Arafat di Salfit, nella Cisgiordania occupata, ha detto il Ministero della Salute.

Lo zio della vittima, Naim Harb, presente sulla scena dell’incidente quando è avvenuto, dichiara a Middle East Eye che la famiglia ha ricevuto una telefonata secondo cui un gruppo di coloni stava attaccando la terra della famiglia, che è adiacente all’insediamento israeliano di Ariel e che stavano distruggendo un capanno di legno che la famiglia vi aveva costruito.

Harb ha aggiunto che la famiglia e un certo numero di abitanti del villaggio – circa 10, tra cui Ali – si sono precipitati su quel terreno per difenderlo.

I coloni se ne sono andati quando li hanno visti avvicinarsi, ma sono tornati pochi istanti dopo accompagnati da membri della sicurezza dell’insediamento, che hanno iniziato a sparare in aria. Con loro è arrivato anche un soldato israeliano.

“Lo scontro all’inizio era leggero. Abbiamo cercato di mantenere le distanze e di non avvicinarci troppo a loro. Abbiamo cercato di controllarci”.

I coloni hanno quindi ripreso i loro attacchi, aggredendo gli uomini palestinesi prima che improvvisamente uno dei coloni si avvicinasse ad Ali e lo pugnalasse direttamente al cuore.

Naim conferma che l’esercito israeliano ha trattenuto Ali per circa mezz’ora e ha impedito alla famiglia di trasportarlo in ospedale, provocandone la morte.

Aggiunge a MEE: “Tutto ciò è successo sotto la protezione dell’esercito israeliano e degli agenti della sicurezza dell’insediamento, che hanno assistito all’assalto dei coloni e non li hanno fermati”, ha detto a MEE.

“I coloni e l’esercito sono una macchina per uccidere diretta contro noi palestinesi”.

Gli uliveti della famiglia Harb, parte dei quali sono stati confiscati, sono adiacenti al recinto dell’insediamento di Ariel. Naim ha sottolineato che la famiglia ha lavorato su quella terra per anni e ancora la gestisce come principale fonte di reddito.

Aggiunge che Ali era un tecnico elettrico che aveva terminato i suoi studi alla Al-Quds University tre anni fa. Aveva un lavoro come tecnico ma lavorava ancora nella terra di famiglia quando aveva tempo.

“Questa è una terra che abbiamo ereditato di nonno in padre. La lavoriamo e la custodiamo costantemente e la difendiamo e la nostra presenza su di essa oggi è il segno dell’appartenenza a questa terra”.

Riafferma che le azioni dei coloni hanno costituito una pericolosa escalation contro i palestinesi di Iskaka: “Quello che speriamo oggi è di unirci come palestinesi contro l’occupazione israeliana e di schierarci con la resistenza e di affrontare i coloni che hanno versato il nostro sangue e rubato le vite dei nostri giovani”.

“Teppisti assetati di sangue.

Hanan Ashrawi, ex membro del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ha condannato l’omicidio, affermando su Twitter che mentre Harb è stato accoltellato, le guardie armate dell’insediamento israeliano di Ariel hanno sparato ai palestinesi che cercavano di raggiungerlo

Ashrawi ha definito i coloni che hanno accoltellato Harb “teppisti assetati di sangue”.

La violenza dei coloni in Cisgiordania ha visto un aumento “allarmante” dal 2021, secondo gli esperti delle Nazioni Unite.

Nel 2021 sono stati registrati circa 370 attacchi di coloni che hanno causato danni alla proprietà e altri 126 attacchi hanno causato vittime.

Finora quest’anno sono state documentate più di 541 ferite ai palestinesi causate dai coloni. La violenza perpetrata dai coloni include l’uso di munizioni vere, aggressioni fisiche, attacchi incendiari e lo sradicamento degli ulivi.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Germania: il vandalismo razzista alla vigilia di Documenta 15 innervosisce gli artisti palestinesi

Hebh Jamal

14 giugno 2022 – Middle East Eye

Atti di vandalismo razzista contro l’esposizione palestinese getta un’ombra sull’imminente evento artistico quinquennale.

La più grande esposizione di arte contemporanea al mondo, Documenta 15, aprirà la prossima settimana in un contesto di polemiche politiche, dopo atti di vandalismo razzisti che hanno preso di mira l’esposizione palestinese, innervosendo gli artisti alla vigilia di questo evento molto atteso che si svolge ogni cinque anni nella città tedesca di Cassel.

A fine maggio individui non identificati hanno fatto irruzione nello spazio espositivo del collettivo artistico palestinese ‘The Question of Funding’ [il problema dei finanziamenti], hanno imbrattato i muri con il contenuto di un estintore ed hanno scritto su decine di superfici “187” (codice utilizzato negli Stati Uniti come minaccia di morte con riferimento al codice penale della California) e “Peralta”.

Gli organizzatori dell’evento ritengono che “Peralta” si riferisca alla politica fascista spagnola Isabelle Peralta, che si è vista negare l’ingresso in Germania a causa delle sue opinioni neonaziste.

Questo attacco era chiaramente mirato, poiché gli assalitori hanno vandalizzato solo i piani che ospitano il collettivo ‘The Question of Funding’ “, ha dichiarato a Middle East Eye Lara Khalidi, artista e operatrice culturale palestinese. “Potrebbe trattarsi di una minaccia di morte e adesso tutti gli artisti hanno molta paura di portare avanti l’esposizione.”

Secondo Lara Khalidi questa minaccia arriva dopo parecchi mesi di campagna di diffamazione e incitamento all’odio sulla stampa tedesca.

Il sostegno al BDS, motivo di repressione

Un’organizzazione locale contro l’antisemitismo, ‘Budnis gegen Antisemitismus Kassel’ [Alleanza contro l’Antisemitismo Kassel], accusa questa quinta edizione di Documenta di coinvolgere degli “attivisti anti-Israele”, di “violare le severe leggi tedesche contro l’antisemitismo” e di sostenere il movimento palestinese Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS).

In Germania un sostegno anche solo formale al BDS può essere motivo di repressione. Nel 2019 il Bundestag (il parlamento tedesco) ha approvato una risoluzione che definisce il movimento BDS antisemita.

Limitando il loro accesso ai fondi e agli spazi pubblici, questa risoluzione offre alle istituzioni statali e all’associazione filo-israeliana tutta la discrezionalità per attaccare le organizzazioni, gli artisti, gli accademici palestinesi e anche semplici individui.

Il commissario tedesco alla lotta contro l’antisemitismo Felix Klein si è unito alle critiche all’esposizione affermando che poiché “nessun artista israeliano è stato invitato, se ne deduce chiaramente che gli artisti israeliani devono essere boicottati.”

Lara Khalidi e alcuni suoi colleghi sono stati accusati di essere simpatizzanti nazisti perché hanno ricoperto posizioni direttive all’interno del centro culturale Khalil Sakakini, un’importante organizzazione senza scopo di lucro culturale e artistica di Ramallah, nella Cisgiordania occupata.

L’organizzazione locale contro l’antisemitismo afferma che Khalil Sakakini, insegnante palestinese progressista, era un antisemita in base a citazioni false e fuori contesto di Wikipedia, mentre Lara Khalidi e altri artisti palestinesi sono accusati di antisemitismo per associazione [a Sakakini, ndt.].

Questa vicenda dimostra chiaramente come la “lotta contro l’antisemitismo” sia diventata un’espressione pratica di xenofobia e razzismo puri e semplici”, spiega a MEE Michael Sappir, giornalista israeliano che vive in Germania.

Se il tipo di affermazioni usate per costruire l’accusa di antisemitismo contro gli artisti – in particolare in rapporto a Sakakini – fosse preso sul serio e considerato in buona fede, molti tedeschi famosi, affiliati ad organizzazioni con legami nazisti sarebbero coinvolti molto più gravemente.

Ma questo tipo di accuse poco chiare è una copertura pratica nel contesto tedesco di lotta ostentata contro l’antisemitismo per dare una patina di legittimità e di importanza agli attacchi contro gli stranieri, e sicuramente in particolare contro i palestinesi.”

Conseguenza dell’autocensura

Il centro culturale Khalil Sakakini in un comunicato deplora che le accuse “trite e ritrite” di antisemitismo siano sempre più utilizzate in Germania nei confronti di chi si esprime contro l’occupazione e l’oppressione dei palestinesi da parte di Israele.

Un’accusa usata come mezzo per ridurre al silenzio i suoi detrattori e come strumento di intimidazione. Questo attacco continuo si è ingigantito, passando dall’incitamento all’odio sui media ad un attacco diretto”, prosegue il comunicato.

Il teorico culturale Sami Khatib ritiene che in Germania il razzismo anti-palestinese “sistematico”si dissimuli sotto una facciata di intervento umanitario.

Questo dipende dal fatto che la comunità internazionale si vede nel ruolo di salvatore per scongiurare ‘il male del passato’ nel presente e nel futuro”, dichiara Sami Khatib.

Anche l’occasione di trovare una corretta definizione di antisemitismo e di discutere apertamente delle accuse degli organizzatori viene posta sotto la lente di ingrandimento.

L’annullamento di una tavola rotonda organizzata da Documenta per affrontare le questioni legate all’antisemitismo, al razzismo e all’islamofobia sarebbe dovuto a una lettera di Josef Schuster, presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, inviata a Claudia Roth, Ministra della Cultura e delle Comunicazioni. 

Schuster vi criticava il “pregiudizio evidente” di Documenta, insinuando che la tavola rotonda fosse di parte e non prevedesse interventi a favore di Israele. Questa lettera sottolineava la necessità “di una chiara presa di posizione e di una risoluta azione politica ad ogni livello politico, artistico, culturale e sociale” per combattere l’antisemitismo.

Come conseguenza dell’autocensura dei partecipanti in seguito alle reazioni, questa tavola rotonda è stata annullata. 

L’istituto ha ritenuto che fosse meglio organizzare un dibattito pubblico su ciò che significa antisemitismo. Invece si è stati accusati di essere di parte, anche se la tavola rotonda includeva partecipanti israeliani”, lamenta Lara Khalidi.

Il collettivo di artisti indonesiani Ruangrupa, responsabile di questa quinta edizione di Documenta, ha risposto alle accuse di antisemitismo con una lettera aperta.

Quando ogni critica allo Stato israeliano viene demonizzata e associata all’antisemitismo, bisogna aspettarsi che tale demonizzazione sia contestata. Questa contestazione viene principalmente da chi per primo è colpito dagli attacchi israeliani ai diritti umani”, si legge in questa lettera.

La cultura tedesca che associa l’antisionismo e persino il non-sionismo all’antisemitismo esclude i palestinesi e gli ebrei non sionisti dalla lotta contro l’antisemitismo, li diffama e li riduce al silenzio etichettandoli come antisemiti.”

L’elemento più inquietante in tutto ciò resta tuttavia l’origine di queste voci di antisemitismo.

Artisti ed attivisti sostengono che l’associazione all’origine di tutte queste voci e accuse di fatto non è altro che un blog gestito da una sola persona associata ad un gruppo dissidente di estrema sinistra chiamato Antideutsche (movimento anti-tedesco).

Per gli attivisti i grandi media tedeschi hanno ripreso questa informazione pubblicata dal blog senza nemmeno verificare queste accuse, che secondo loro sono piene di stereotipi razzisti e falsi.

La cosa più triste in tutto questo”, dice Lara Khalidi, “è che queste accuse senza fondamento sono state riprese da media nazionali seri, che hanno rilanciato gli appelli all’annullamento di Documenta se non fosse stato risolto il problema dell’antisemitismo.”

Una posizione forte e chiara”

I media hanno chiuso gli occhi sul fatto che si tratta dell’iniziativa di una sola persona, che posta regolarmente su Facebook dei contenuti islamofobi. Invece hanno ripreso come fatti reali le sue storie inventate, meditabonde e anche immaginarie”, ribadisce Lara Khalidi.

Ormai, a meno di una settimana dall’avvio dell’esposizione artistica tanto attesa, che si svolgerà dal 18 giugno al 25 settembre, gli artisti e gli organizzatori mostrano nervosismo.

Anche se Documenta ha reagito al vandalismo e alle minacce sporgendo denuncia e rafforzando la sicurezza sui luoghi, molti ritengono che la sua reazione e il suo comunicato ufficiale non siano sufficienti.

Il collettivo di artisti ha pubblicato un proprio comunicato definendo questo vandalismo un attacco razzista, mentre il comunicato stampa di Documenta prende semplicemente atto che si tratta di minacce “con motivazioni politiche”, senza menzionare che il bersaglio erano gli artisti palestinesi e senza qualificare questo atto come crimine di odio.

MEE ha sollecitato l’ufficio stampa di Documenta relativamente alla scelta dei termini, ma non ha ricevuto alcuna risposta. 

Il fatto è che, per cominciare, non sono neanche capaci di definire (questo attacco) per quello che è. Il problema riguardo alla maggior parte delle risposte agli attacchi razzisti da parte di Documenta 15, a prescindere dalla loro buona volontà, è che contribuiscono a questa mancanza di chiarezza”, lamenta con MEE Edwin Nasr, operatore culturale e giornalista che vive ad Amsterdam.

Firas Shehadeh, artista palestinese che vive a Vienna, spiega a MEE che il tentativo di Documenta di presentare l’attacco come un incidente isolato “svia l’attenzione dal fatto che si tratta di un attacco razzista.”

Aggiunge che Documenta ha pubblicato questo comunicato solo in seguito alla pressione esercitata dalla solidarietà palestinese e internazionale.

Tuttavia, ha aggiunto, questo comunicato non fa che ripetere il discorso anti-palestinese. “Non hanno nemmeno nominato la vittima – la Palestina o i palestinesi” ribadisce. “Al contrario, questo comunicato serve a nascondere il loro fallimento nel proteggere gli artisti invitati che volevano solamente contribuire al panorama artistico contemporaneo internazionale.”

Documenta è un ente finanziato da fondi pubblici. Secondo Lara Khalidi questo lo rende soggetto all’autocensura, cosa che limita la sua capacità di esprimersi sulla questione per timore di venire privato dei finanziamenti.

Non c’è alcun dubbio che, se si trattasse di un ente del tutto diverso, si definirebbe tutto questo un crimine di odio”, assicura.

Per garantire la sicurezza degli artisti ed attivisti palestinesi e filopalestinesi non vogliamo solo misure di sicurezza e un maggior numero di poliziotti, ma una posizione forte e chiara che lo denunci per quello che è: razzismo antipalestinese.”

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Le forze israeliane uccidono una giornalista palestinese vicino ad un campo profughi nella Cisgiordania

Redazione di Middle East Eye

Mercoledì 1 giugno 2022 – Middle East Eye

La famiglia di Ghufran Harun Warasneh di 31 anni afferma che lei si stava dirigendo verso la sede di una rete multimediale locale dove aveva cominciato un nuovo lavoro quando è stata colpita da un soldato israeliano.

Mercoledì nella città di Hebron, nella Cisgiordania occupata, le forze di sicurezza israeliane hanno colpito a morte una giornalista palestinese mentre si stava recando nella sede di un media locale dove aveva cominciato un nuovo lavoro.

Il ministero della sanità palestinese ha affermato che Ghufran Harun Warasneh, di 31 anni, è stata colpita al torace vicino al campo profughi di al-Arroub e dichiarata morta successivamente in ospedale.

Un testimone anonimo ha affermato all’agenzia palestinese di notizie Wafa che Warasneh stava camminando verso la strada principale quando due soldati che presidiavano un checkpoint militare le hanno chiesto di avvicinarsi prima che uno di loro la colpisse.

L’esercito israeliano ha affermato in una dichiarazione che “un aggressore armato di coltello si è diretto verso un soldato che stava facendo gli ordinari controlli di sicurezza sulla Route 60. I soldati hanno risposto sparando”.

La Mezzaluna rossa palestinese ha affermato che le forze di sicurezza israeliane presenti sulla scena hanno impedito ai suoi medici di raggiungere Warasneh per 20 minuti prima che riuscissero a trasferirla all’ospedale al-Ahli di Hebron.

Warasneh aveva iniziato a lavorare con l’agenzia locale di notizie Dream questa settimana e si suppone che mercoledì fosse al suo terzo giorno del nuovo lavoro.

Laureata alla scuola di giornalismo della università di Hebron, Warasneh aveva lavorato con alcune agenzie locali prima di passare alla Dream.

Sua madre ha riferito all’agenzia Wafa che Warasneh era stata precedentemente arrestata e detenuta per tre mesi per il suo servizio su una manifestazione pro-Palestina a gennaio e la sua attrezzatura fotografica era stata distrutta.

La madre di Warasneh (che è rimasta anonima) ha riferito all’agenzia Wafa che “Ghufran ha lasciato la casa presto per arrivare al lavoro in orario.

Ma poco dopo abbiamo sentito che gli occupanti [le forze israeliane, ndt.] avevano colpito a morte una donna all’ingresso del campo, ma abbiamo saputo molto tempo dopo che era mia figlia

La notizia è stata scioccante.”

Obiettivo: giornaliste donne

La giornalista palestinese Merfat Sadiq ha detto a Middle East Eye che la morte di Ghufran è stata “dolorosa” e parte della intensificazione degli attacchi contro i giornalisti palestinesi nell’ultimo anno.

Sadiq ha detto che “sembra che in particolare le giornaliste donne siano considerate un obiettivo più facile, Abbiamo osservato questo due giorni fa con ripetuti attacchi contro giornaliste donne che stavano seguendo la marcia delle bandiere a Gerusalemme e a Nablus.

La giornalista Ranin Sawaftah è stata colpita direttamente con una raffica di gas lacrimogeni.

L’accusa di un tentativo di aggressione non è credibile, il soldato avrebbe potuto arrestarla o spaventarla. Lei era vicina a loro, tuttavia è stata colpita nella parte superiore del corpo come le immagini hanno mostrato. È stato un assassinio premeditato,” ha aggiunto.

Il ministero degli esteri palestinese ha condannato l’assassinio come una “esecuzione sul campo”.

Stava andando verso il luogo di lavoro e lì non c’erano incidenti né pericoli per i colpevoli [della sua uccisione, ndt.]”, ha affermato in un comunicato.

Finora quest’anno le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso più di 50 palestinesi nella Cisgiordania occupata, inclusa la famosa giornalista Shireen Abu Akleh.

Venerdì le forze israeliane hanno colpito a morte un quindicenne palestinese vicino Betlemme, dopo uno scontro scoppiato tra gli abitanti di al-Khader e i soldati che hanno preso d’assalto la città per “mettere in sicurezza un incrocio vicino alla colonia illegale di Efrat”, secondo i media israeliani.

Ghonaim è il quindicesimo adolescente palestinese ucciso dal fuoco israeliano quest’anno.

Due giorni prima Gaith Yamin, di 16 anni, è stato ucciso dai soldati israeliani mentre proteggevano l’arrivo dei coloni israeliani alla tomba di Giuseppe, nei sobborghi di Nablus, città della Cisgiordania, un sito venerato da musulmani ed ebrei e un continuo luogo di conflitto tra palestinesi e israeliani.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Israele sta di nuovo usando i palestinesi come scudi umani

Robert Inlakesh

31 maggio 2022 – MiddleEastEye

Comune strategia militare israeliana in passato, nel 2005 la pratica è stata resa illegale alla luce del diritto internazionale. Eppure sempre più testimonianze dimostrano come Israele stia di nuovo facendo impunemente uso di scudi umani

Il 13 maggio una ragazza palestinese di 16 anni di nome Ahed Mohammad Rida Mereb è rimasta traumatizzata per essere stata usata dai soldati israeliani come scudo umano, secondo il rapporto di Defense for Children International Palestine (DCIP).

Mereb ha detto che durante l’incidente – avvenuto durante un raid israeliano nel quartiere al-Hadaf di Jenin – “Uno di loro [i soldati israeliani] mi ha ordinato in arabo attraverso un finestrino del mezzo militare: ‘Resta dove sei e non muoverti. Sei una terrorista. Stai ferma finché non dirai addio a tuo fratello'”.

Ha aggiunto: “Tremavo e piangevo e gridavo ai soldati di spostarrmi perché i proiettili mi passavano sopra la testa”.

Una settimana dopo le forze israeliane sono state nuovamente accusate di applicare la stessa tattica quando è comparsa una fotografia di soldati che usano un palestinese come scudo umano.

Per quanto scioccanti siano questi rapporti, non costituiscono una gran sorpresa per la maggior parte dei palestinesi i quali sanno, insieme a coloro che vi prestano attenzione da tempo, che usare scudi umani palestinesi è sempre stata normale pratica dell’esercito israeliano.

Secondo B’Tselem, la principale organizzazione israeliana per i diritti umani, l’esercito israeliano ha usato la tattica degli scudi umani sin da quando nel 1967 ha occupato la Cisgiordania, Gerusalemme est e la Striscia di Gaza.

“Procedura del vicino”

Nonostante frequenti affermazioni israeliane su combattenti palestinesi che userebbero i propri civili come scudi umani – segnatamente durante i conflitti tra Gaza e Israele – non ci sono prove che questo accada davvero.

Invece, sono i soldati israeliani ad aver impiegato tale strategia sui campi di battaglia in quella che è nota in Israele come la famigerata “procedura del vicino”, un modo gentile per definire la prassi dell’esercito israeliano di usare scudi umani.

Fino al 2005, l’uso di palestinesi come scudi umani da parte dei soldati israeliani era una pratica militare normale per l’esercito israeliano, legittima secondo la legge israeliana.

L’Alta Corte israeliana ha vietato la pratica solo dopo una battaglia legale durata tre anni promossa da sette gruppi israeliani e palestinesi per i diritti umani, che l’hanno contestata come violazione alle Convenzioni di Ginevra.

Pochi mesi dopo l’avvio del contenzioso legale, nel maggio 2002 il diciannovenne palestinese Nidal Abu Mukhsan è stato ucciso mentre veniva usato come scudo umano. La morte di Mukhsan, responsabilità di Israele secondo i gruppi per i diritti umani, ha dato alla causa contro la politica israeliana degli scudi umani la spinta che mancava.

Quando Israele alla fine ha messo fuori legge la pratica, l’esercito israeliano ha protestato, e l’allora ministro della Difesa israeliano, Shaul Mofaz, è comparso in tribunale portando argomenti per abrogare il divieto.

Il Ministero della Difesa israeliano ha specificamente sostenuto l’eventualità di esercitare questo metodo all’interno della Cisgiordania occupata, nonostante sia stata giudicata una violazione del diritto internazionale.

Da quando l’uso di scudi umani è stato bandito, l’esercito israeliano ha tentato più volte di appellarsi alla sentenza, sostenendo che esso fornisce una protezione essenziale ai soldati.

L’esercito israeliano accusa sistematicamente Hamas di usare scudi umani a Gaza, ma allo stesso tempo usa la stessa tattica e sostiene persino che dovrebbe tornare ad essere legale. Ex soldati israeliani, parlando all’associazione israeliana Breaking the Silence [ONG israeliana che dal 2004 permette ai militari israeliani di raccontare le loro esperienze nei Territori Occupati, ndtr.], hanno testimoniato di aver usato scudi umani anche dopo che la pratica era stata bandita.

Innumerevoli testimonianze

Nonostante le abbondanti prove che le forze israeliane abbiano continuato a usare i palestinesi come scudi umani anche dopo che la pratica è stata bandita, pochissimi soldati israeliani sono finiti in tribunale per le loro azioni.

L’ultima volta che dei soldati israeliani sono stati puniti per aver usato un palestinese come scudo umano è stato nel 2010, per un atto commesso durante l’incursione israeliana a Gaza del 2008-2009.

B’Tselem ha riassunto così l’accusa: “I due soldati in questione avevano ordinato a un bambino di nove anni, sotto la minaccia di una pistola, di aprire una borsa che sospettavano nascondesse dell’esplosivo. Nonostante la gravità della loro condotta – mettere a rischio un bambino – i due sono stati condannati a tre mesi con la condizionale e retrocessi da sergente maggiore a soldato semplice circa due anni dopo l’incidente. Nessuno dei loro ufficiali in comando è stato processato”.

Il numero di casi di uso israeliano di scudi umani registrato dai gruppi per i diritti umani, sia internazionali che nazionali, è in continua crescita.

Che questa pratica riemerga, soprattutto dopo l’uccisione della giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh, dovrebbe rappresentare un punto di svolta e far capire al mondo intero chi sta veramente usando gli scudi umani.

Nessun organismo o organizzazione internazionale attendibile ha mai segnalato una consuetudine secondo cui i palestinesi usino la propria gente come scudi umani.

Invece l’esercito israeliano per decenni ha letteralmente inserito la tattica nei propri manuali – e i soldati israeliani continuano tutt’ora a impiegare tali metodi anche dopo che sono stati ufficialmente messi fuori legge.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Robert Inlakesh è un analista politico, giornalista e documentarista. Ha lavorato e vissuto nei territori palestinesi occupati e pubblicato su The New Arab, RT, Mint Press, MEMO, Quds News, TRT e l’edizione inglese di Al-Mayadeen.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Per gli israeliani è impossibile vedere un futuro

Gideon Levy

23 maggio 2022-Middle East Eye

Una società non può andare lontano con la testa nella sabbia e sicuramente non sarà in grado di far fronte alle sfide concrete che deve affrontare

Se c’è una cosa che manca completamente nell’agenda pubblica in Israele è una visione a lungo termine. Israele non guarda avanti, nemmeno di mezza generazione.

I bambini sono importanti in Israele e il tempo e l’energia a loro dedicati di solito superano largamente ciò che è normale in gran parte delle altre società, eppure nessuno parla di ciò che attende loro o i loro futuri figli.

Non c’è un solo israeliano, nemmeno uno, che sappia dove sia diretto il suo Paese.

Chiedi a qualsiasi israeliano o a qualunque politico, giornalista o scienziato, del centro, di destra o di sinistra: dove si sta andando? Come sarà il tuo Paese tra 20 anni? O 50? Non riescono nemmeno a immaginare come potrebbe essere tra 10 anni. Pochi israeliani potrebbero dire persino dove vorrebbero che il loro paese andasse, a parte slogan vuoti su pace, sicurezza e prosperità.

Domanda inquietante

Anche molto significativa è l’unica domanda che sorge sul lungo termine: Israele esisterà ancora tra 20 o 50 anni? Solo questo sentirai chiedere in Israele sul futuro. E poi l’altra domanda: ci sarà mai la pace? – che una o due generazioni fa era onnipresente, non è più all’ordine del giorno e quasi mai viene posta.

Ci sono pochissimi posti in cui le persone si chiedono se il loro paese esisterà o meno tra qualche decennio. La gente non se lo chiede in Germania o Albania, o in Togo o in Ciad. Questa domanda potrebbe non essere pertinente nemmeno per Israele: una potenza regionale potentemente armata, straordinariamente ben piazzata nel contesto internazionale, con tali abilità tecnologiche e prosperità, beniamina dell’Occidente…

Eppure pensate a come tanti israeliani continuino a porsi questa domanda, ultimamente più che mai. Notate gli incredibili sforzi che gli israeliani fanno per ottenere un secondo passaporto per sé stessi e per i loro figli: qualsiasi passaporto! Che sia portoghese o lituano, l’importante è avere qualche opzione oltre al passaporto israeliano, come se un passaporto israeliano fosse una specie di permesso temporaneo prossimo alla data di scadenza, come se non fosse possibile rinnovarlo per sempre.

 Tutto ciò suggerisce che l’abitudine israeliana di nascondere la testa sotto la sabbia riguardo al futuro del proprio Paese mascheri una paura radicata, e forse molto realistica, su ciò che il futuro potrebbe riservare. Gli israeliani hanno paura del futuro del loro Paese. Si vantano della potenza e delle capacità del loro Paese, una nazione giusta, un popolo eletto, una luce per le nazioni; sono estremamente vanagloriosi del loro esercito, delle proprie abilità, mentre allo stesso tempo una paura primordiale rode loro le viscere.

Il futuro del loro paese gli è oscuro, avvolto nella nebbia. A loro piace parlare in termini religiosi di eternità, di “una Gerusalemme unita per l’eternità” e “l’eterna promessa di Dio a Israele”, mentre in fondo non hanno idea di cosa accadrà al loro Paese domani o, al più tardi, dopodomani.

L’autoinganno non fornisce risposte

Il gioco si chiama repressione, negazione, auto-illusione in scala sconosciuta a qualsiasi altra società possa venire in mente. Proprio come per la maggior parte degli israeliani non esiste l’occupazione, e sicuramente non c’è apartheid, nonostante la montagna di prove sia sempre più alta, così, per la maggior parte degli israeliani, il domani non è una cosa reale. In Israele il domani non è una cosa reale in termini di ambiente o cambiamento climatico; il domani non è una cosa reale in merito ai rapporti con l’altra Nazione che vive accanto a noi con il nostro ginocchio sulla gola.

Provate a chiedere agli israeliani come sarà un giorno qui con una maggioranza palestinese tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo, e nel migliore dei casi non otterrai altro che una scrollata di spalle. Dove sta andando tutto questo? Vivremo per sempre con le armi? Ne vale la pena?

Quello che scoprirete – pensate! – è che gli israeliani non si sono sinora mai posti questa domanda e peraltro nessuno gliel’ha mai chiesto. La loro espressione vi dirà che non hanno mai sentito una domanda così strana. In ogni caso non ci sarà risposta. Gli israeliani non hanno risposta.

Questa situazione è molto malsana, ovviamente. Una società non può andare lontano con la testa sepolta nella sabbia e sicuramente non sarà in grado di far fronte alle sfide che deve affrontare nella realtà. L’occupazione, che più di ogni cosa è ciò che definisce Israele oggi, presenta molte sfide – con le quali Israele rifiuta di fare i conti. Cosa accadrà con l’occupazione? Dove porterà le due società, occupante e occupata, israeliana e palestinese? Può l’occupazione andare avanti per sempre?

Fino a poco tempo fa ero convinto che l’occupazione non potesse durare per sempre. La storia ci ha insegnato che un popolo che lotta per essere libero di solito vince e che i regimi marci, come l’occupazione militare del popolo palestinese da parte di Israele, collassano su se stessi sgretolandosi dall’interno a causa della decadenza che inevitabilmente li pervade. Ma mentre l’occupazione israeliana si trascina e la sua fine si allontana continuamente, dei dubbi stanno lacerando la mia un tempo ferma convinzione che presto sarebbe sicuramente accaduto qualcosa che avrebbe fatto cadere l’occupazione, come un albero che sembra robusto ma all’interno è marcio.

Il caso più spaventoso è quello dell’America e dei nativi americani, storia di una conquista diventata permanente, con i conquistati ammassati in riserve dove hanno indipendenza e autodeterminazione solo in teoria e i loro diritti come cittadini vengono ignorati.

Occupazione senza fine

In altre parole, ci sono per davvero occupazioni che vanno avanti all’infinito, sfidando la statistica e tutte le previsioni, persistendo e durando fino a quando il popolo conquistato smette di essere una nazione e diventa una curiosità antropologica che vive nella sua gabbia in una riserva. Questo accade quando l’occupazione è particolarmente potente e i vinti sono particolarmente deboli e il mondo perde interesse per il loro destino. Un futuro del genere ora incombe sui palestinesi. Si trovano nel momento più pericoloso dalla Nakba nel 1948.

Divisi, isolati, privi di una leadership forte, sanguinanti ai margini della strada, stanno perdendo lentamente il loro bene più prezioso: la solidarietà che hanno suscitato in tutto il mondo, soprattutto nel sud del mondo.

Yasser Arafat era un’icona globale; non c’era posto sulla terra in cui il suo nome non fosse noto. Nessun leader palestinese oggi nemmeno gli si avvicina. Peggio ancora, la causa palestinese sta gradualmente scomparendo dall’agenda mondiale poiché questa ruota su questioni urgenti come la migrazione, l’ambiente e la guerra in Ucraina. Il mondo è stanco dei palestinesi, il mondo arabo si è stancato di loro molto tempo fa e gli israeliani non si sono mai interessati a loro. Ciò potrebbe ancora cambiare, ma le tendenze attuali sono profondamente scoraggianti.

Un’altra Nakba sul modello del 1948 non sembra un’opzione realistica per Israele al momento attuale; la seconda è una Nakba continua, insidiosa e strisciante ma senza drammi eclatanti. C’è certamente qualcuno in Israele che si trastulla con l’idea che dietro il paravento di una qualche guerra futura, Israele potrebbe “finire il lavoro” completato solo in parte nel 1948. Voci minacciose in questa chiave hanno risuonato più forte ultimamente, ma rimangono una minoranza nel discorso pubblico israeliano.

Continuare con gli insediamenti? Perchè no?. Alla maggior parte degli israeliani semplicemente non importa. Non sono mai stati negli insediamenti, non ci andranno mai e non gli importa proprio nulla se Evyatar viene evacuato oppure no.

La lotta si è spostata da tempo sul fronte internazionale. Il passaggio cruciale verrà solo da lì, come è successo in Sud Africa. Ma una parte del mondo ha semplicemente perso interesse, e il resto si aggrappa alla formula della soluzione a due Stati come se fosse sancita da un editto religioso. Eppure, la maggior parte dei decisori sa già che la soluzione dei due Stati è morta da tempo, se mai in effetti è stata viva e vegeta.

La strada è l’uguaglianza

L’unica via d’uscita da questa impasse sconfortante è creare un nuovo discorso, un discorso di diritti e di uguaglianza. Le persone devono smettere di ripetere gli slogan degli anni passati e abbracciare una nuova visione. Per la comunità internazionale, questo dovrebbe essere ovvio; per gli israeliani e, in misura minore, i palestinesi, l’idea è rivoluzionaria, spaventosa ed estremamente dolorosa.

Uguaglianza. Pari diritti dal fiume al mare. Una persona, un voto. Così semplice eppure così rivoluzionario. Questo percorso richiede un distacco dal sionismo e il rifiuto della supremazia ebraica, di abbandonare interamente l’autodeterminazione di entrambi i popoli, ma rappresenta l’unico raggio di speranza.

In Israele fino a pochi anni fa questa idea era considerata sovversiva e illegittima, un tradimento. È ancora vista così, ma con relativamente meno vigore. È diventata esprimibile. Ora spetta alle società civili occidentali e poi ai politici abbracciare il cambiamento. La maggior parte di loro sa già che questa è l’unica soluzione rimasta, ma ha paura ad ammetterlo per non perdere la formula magica di una continua occupazione israeliana fornita dall’ormai morta soluzione dei due Stati.

Il presente è profondamente scoraggiante, il futuro non è da meno. E tuttavia persistere nel pensare che si possa ancora sperare in qualcosa, che si possa ancora intraprendere qualche azione è della massima importanza. La cosa peggiore che potrebbe accadere in questa parte del mondo sarebbe che tutti perdessero interesse per ciò che accade qui e si rassegnassero alla realtà attuale. Questo non deve succedere.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




L’uccisione di Shireen Abu Akleh: come i media occidentali hanno ripetuto a pappagallo la propaganda israeliana

Abir Kopty

13 maggio 2022 – Middle East Eye

Invece di confidare nelle dichiarazioni dei testimoni oculari palestinesi, i giornalisti occidentali hanno ripreso le argomentazioni di Israele

Questa settimana noi palestinesi siamo rimasti tutti scioccati nel commemorare l’uccisione della celebre giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh. Ma nel nostro cordoglio siamo obbligati a testimoniare come ancora una volta i mezzi di comunicazione occidentali ci stiano deludendo.

Quando un palestinese viene ucciso da forze israeliane il fatto è sempre descritto in termini passivi. Moriamo sempre per conto nostro, nessuno ci uccide. A volte moriamo come danni collaterali in “scontri”, senza che venga descritto il contesto, come sia scoppiato lo scontro o la sproporzione delle forze in gioco.

Poi scatta l’automatica adozione del punto di vista israeliano, che è sempre manipolatorio. La strategia israeliana è negare immediatamente ogni responsabilità, poi mettere in dubbio i testimoni palestinesi, ponendo le basi per l’affermazione che ci sono “due versioni” della vicenda. Quindi i media lo ripetono in modo acritico.

Il giorno in cui Abu Akleh è stata giustiziata ho ascoltato per un paio d’ore il BBC World Service [servizio della televisione pubblica britannica sulle notizie internazionali, ndt.]. L’inviato ha ripetuto la versione israeliana secondo cui è stata uccisa dal fuoco palestinese, poi ha notato che i palestinesi hanno detto che è stata uccisa dal fuoco israeliano. Il servizio ha anche incluso l’affermazione di Israele secondo cui ha chiesto all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) di condurre un’inchiesta congiunta, ma che l’offerta è stata respinta. Inizialmente l’ANP ha negato di essere stata contattata dalle autorità israeliane, ma i media hanno continuato a riportare le affermazioni israeliane.

La maggior parte dei media internazionali ha adottato la stessa impostazione, quasi come se avessero scritto i loro articoli in collaborazione su un documento Google condiviso.

Tuttavia, mentre si sono assicurati di diffondere per intero la versione israeliana, i media occidentali non hanno dato la stessa importanza alla versione palestinese. Giovedì l’ANP ha spiegato perché ha rifiutato di partecipare a un’indagine insieme a Israele, cercando invece di esaminare la questione in modo indipendente. I palestinesi hanno tutte le ragioni di diffidare di Israele, che abitualmente utilizza queste inchieste per insabbiare i casi – ma i media occidentali non sembrano preoccupati di questo contesto fondamentale.

Scavare più in profondità

L’informazione distorta è continuata persino durante il funerale di Abu Akleh. Dopo che forze israeliane hanno attaccato i palestinesi in lutto, con immagini dal vivo che mostravano un’aggressione deliberata e non provocata, i principali mezzi di comunicazione hanno scritto falsamente che sono scoppiati “scontri” o che “si è scatenata la violenza”.

In effetti la maggior parte dei mezzi di informazione occidentali attinge a un copione standardizzato. Invece di scavare più in profondità per trovare la verità e per sfidare le affermazioni israeliane, gli inviati aiutano Israele ad avvolgere i fatti nell’ambiguità. E non importa quello che ne consegue: anche se l’articolo successivo include una riga sulla reazione palestinese, la prima impressione è già stata data.

Nel caso di Abu Akleh ci voleva poco per respingere la versione israeliana dei fatti. Era accompagnata da molti altri giornalisti le cui testimonianze coincidono. Dicono tutti la stessa cosa: Abu Akleh è stata presa di mira da un cecchino israeliano. Sfortunatamente sembra che le parole dei giornalisti palestinesi non siano sufficientemente credibili per i media occidentali.

Le testimonianze di giornalisti come Shatha Hanaysha, che stava vicino ad Abu Akleh quando è morta, di Ali al-Samoudi, anche lui colpito e ferito nell’incidente, e di Mujahid al-Saadi, un altro testimone dell’uccisione, non sono accettate senza ulteriori conferme da parte di gruppi israeliani per i diritti umani come B’Tselem o fonti giornalistiche come Haaretz.

Persino allora, quando i media occidentali non possono più evitare di evidenziare le menzogne israeliane, possono aggiungere ai loro articoli qualche riga qua e là, ma quando la correttezza di questi articoli è fondamentale, nelle ore immediatamente successive a questo tipo di avvenimenti, gli inviati di solito si attengono alla propaganda israeliana. A sua volta questa rimane impressa nelle menti dei loro lettori e telespettatori.

Quando si tratta della guerra tra Russia e Ucraina non vediamo le stesse esitazioni ad attribuire la responsabilità a chi le ha. Quando dei giornalisti vengono uccisi in Ucraina i servizi dei media occidentali citano immediatamente i bombardamenti russi. Le fonti e i giornalisti ucraini sono considerati di per sé sufficientemente credibili da essere citati, e una risposta russa non è necessaria, né lo sono le richieste di un’inchiesta per determinare chi ne è stato responsabile.

Questo doppio standard evidenzia la complicità dei media occidentali nel nascondere i crimini israeliani. Porvi fine non richiederebbe molto, solo che i mezzi di comunicazione internazionali trattassero i palestinesi, compresi i giornalisti, con il rispetto che si sono meritati.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Shireen Abu Akleh: le forze israeliane aggrediscono il corteo funebre che accompagnava la bara prima dell’inumazione.

Huthifa Fayyad, Latifeh Abdellatif , Lubna Masarwa

venerdì 13 maggio 2022 – Middle East Eye

Nonostante l’aggressione da parte delle forze israeliane, in migliaia hanno sfilato nella Città Vecchia di Gerusalemme per dire addio alla giornalista palestinese

Questo venerdì le forze israeliano hanno lanciato granate assordanti e aggredito i palestinesi che accompagnavano la bara della giornalista assassinata Shireen Abu Akleh all’esterno dell’ospedale di Gerusalemme, prima del suo servizio funebre e della sua inumazione nella Città Vecchia.

Alcuni palestinesi in lutto hanno insistito per portare il suo feretro sulle spalle dall’ospedale francese Saint-Louis alla Chiesa cattolica romana della Città Vecchia, prima di trasportarla al luogo dell’inumazione, il cimitero del monte Sion.

Prima che potessero lasciare la cinta dell’ospedale le forze israeliane li hanno aggrediti, spinti indietro e hanno fatto irruzione nel cortile.

Secondo fonti palestinesi almeno 14 persone sono state arrestate e 33 ferite dalla repressione israeliana.

Una ripresa in diretta di Al Jazeera ha colto il momento in cui i palestinesi in lutto hanno quasi lasciato cadere il feretro sotto gli attacchi delle forze israeliane.

Givera al-Budeiri, una collega di lunga data e amica intima di Abu Akleh ha descritto dal vivo in diretta la violenta repressione contro i partecipanti al funerale riuniti fuori dall’ospedale.

“Forze dell’occupazione stanno attaccando l’ospedale. Ora stanno sparando proiettili. Stiamo parlando di un ospedale, non di una zona di conflitto,” ha affermato, addolorata e trattenendo le lacrime.

“Persino nella sua morte Shireen ha denunciato le azioni delle forze di occupazione,” ha detto un altro giornalista di Al Jazeera.

Qualche istante dopo gli israeliani li hanno obbligati a mettere la bara su un’automobile e hanno permesso loro di lasciare l’ospedale, purché non in corteo. Decine di persone all’ospedale volevano unirsi alla processione e gli è stato impedito.

Quando il feretro è finalmente arrivato alla chiesa cattolica romana decine di altre persone stavano aspettando di assistere al servizio funebre per Shireen Abu Akleh.

Un degno tributo”

Venerdì migliaia di palestinesi musulmani e cristiani di Gerusalemme e della comunità palestinese in Israele, anche di Haifa e Nazareth, sono arrivati per rendere omaggio alla nota giornalista nella chiesa della Città Vecchia.

“Una Nazione unita, alza le tue mani e la tua voce,” hanno scandito i palestinesi prima del servizio funebre. “Musulmani e cristiani, fate sentire la vostra voce insieme.”

Anche molti dei colleghi e amici giornalisti di Abu Akleh erano presenti al funerale.

La stimata giornalista era nota e molto rispettata dai telespettatori del mondo arabo, soprattutto in Palestina, dove la sua morte ha avuto risonanza tra personalità di tutto lo spettro politico e sociale.

La sua uccisione, gli attacchi contro altri giornalisti e la repressione contro il suo corteo funebre hanno unito i palestinesi in quello che è stato descritto come un raro momento di unità nazionale. Nella Città Vecchia di Gerusalemme sono stati dedicati ad Abu Akleh servizi funebri, con bandiere palestinesi che sventolavano.

“Guardo queste scene del funerale di Shireen e si tratta sia di una commemorazione della sua vita che anche di una grande rabbia per il modo in cui è stata uccisa,” ha detto a Middle East Eye l’avvocatessa palestinese Diana Buttu.

“Shireen ha toccato ogni casa palestinese. Ogni casa araba. Ha portato la Palestina al mondo arabo e attraverso di lei il mondo ha compreso cosa significhi essere palestinesi,” ha aggiunto Buttu.

“Vedere queste migliaia di persone in un omaggio così degno di Shireen. Era veramente una persona che ha fatto del suo meglio per garantire che le nostre storie venissero ascoltate e non posso dire quanto io sia orgogliosa di dire che era mia amica.”

Dopo la messa di suffragio una grande folla ha portato la bara di Abu Akleh a 300 metri dalla chiesa fino al cimitero del monte Sion, con poliziotti pesantemente armati schierati nella Città Vecchia.

Forze speciali israeliane si sono ammassate fuori dalla chiesa, arrestando e aggredendo molte persone che sventolavano le bandiere palestinesi.

Tuttavia migliaia di palestinesi decisi a dare un addio degno ad Abu Akleh hanno sfilato lungo la stretta via che porta al cimitero.

Una croce di fiori, portata davanti alla bara da una folla di musulmani e cristiani, alla fine è arrivata alla tomba.

Lì, in un momento straordinario, rappresentanti delle varie denominazioni cristiane di Gerusalemme hanno fatto suonare insieme le campane delle chiese, un gesto di unità raramente visto nella storia della città.

Coperta da una bandiera palestinese, che le autorità israeliane hanno vietato ai sostenitori di portare, alla fine il feretro di Abu Akleh è stato calato nella terra in un appezzamento vicino ai suoi genitori.

Restrizioni israeliane prima del funerale

Poco prima del funerale le forze israeliane hanno imposto un certo numero di restrizioni. I palestinesi vi hanno visto un tentativo di ostacolare il rito e di limitare il numero di persone presenti.

Hanno vietato le bandiere palestinesi durante il funerale e imposto il divieto di manifesti e canti di canzoni nazionaliste.

Giovedì notte il fratello di Abu Akleh è stato convocato per essere interrogato, un’iniziativa che molti hanno visto come un tentativo di fare pressione sulla famiglia e ostacolare la cerimonia del venerdì.

Secondo fonti locali giovedì forze israeliane hanno fatto irruzione nella casa di Abu Akleh, cercando di togliere una bandiera palestinese che era stata innalzata in suo onore.

Da quando è stata uccisa le forze israeliane hanno mantenuto una massiccia presenza poliziesca a Gerusalemme. Nonostante le restrizioni e la pesante repressione, migliaia di palestinesi hanno giurato di riunirsi per il servizio funebre e di sfilare accanto alla sua bara fino alla sepoltura.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele: tre persone uccise durante un attacco in una città ultraortodossa

Redazione di MEE

5 maggio 2022 – Middle East Eye

In corso un’intensa caccia all’uomo per catturare i due sospettati che hanno attaccato gli israeliani mentre il Paese festeggia il Giorno dell’Indipendenza.

Almeno tre persone sono state uccise giovedì in una città ultraortodossa nel centro di Israele nel corso di un attacco mentre il Paese festeggiava il Giorno dell’Indipendenza.

È in corso un’intensa caccia all’uomo per trovare i due sospettati di 19 e 20 anni.

Magen David Adom, la Croce Rossa israeliana, ha detto che l’attentato ha causato 7 vittime: tre morti, due feriti in condizioni critiche, uno grave e uno con ferite lievi.

Secondo i media israeliani uno degli aggressori ha usato un’arma da fuoco e l’altro un’ascia o un grosso coltello. Middle East Eye non è riuscita a verificare in modo indipendente le dichiarazioni.

Video postati sui social mostrano ambulanze che accorrono sulla scena dell’attacco e personale medico che presta soccorso ai feriti.

L’attacco avvenuto a Elad, una città ultraortodossa a circa 30 km a est di Tel Aviv, arriva dopo una serie di aggressioni mortali nelle ultime settimane.

Un totale di 14 israeliani è stato ucciso da marzo in quattro sparatorie e accoltellamenti. Tutti i cinque assalitori, palestinesi provenienti da Cisgiordania e Israele, sono stati in seguito uccisi.

Sono almeno 50 i palestinesi uccisi fino ad ora quest’anno dall’esercito israeliano in Cisgiordania.

L’attacco di giovedì è avvenuto a pochi giorni dal primo anniversario dell’offensiva militare israeliana su larga scala contro l’assediata Striscia di Gaza.

Il picco di violenza si è registrato lo scorso maggio quando Israele aveva tentato di espellere alcune famiglie palestinesi da Sheikh Jarrah, un quartiere nella Gerusalemme Est occupata, per far posto a coloni israeliani.

Questo causò proteste diffuse nella Cisgiordania occupata e nella comunità palestinese in Israele che portò a 11 giorni di bombardamenti israeliani contro Gaza.

Secondo le Nazioni Unite l’operazione militare israeliana uccise 256 palestinesi, inclusi 66 minori. In Israele i razzi lanciati da Gaza uccisero 13 persone.

(traduzione di Mirella Alessio)




Un video mostra che politici israeliani hanno fatto pressioni sulla polizia per chiudere il caso dell’uccisione di Hassouna

Redazione Middle East Eye

1 maggio 2022 – Middel East Eye

Un centro legale fa appello contro il fatto che non si sia intrapreso nessun provvedimento contro i cinque ebrei israeliani sospettati a causa di un’indagine “inadeguata”.

Nel suo appello contro la decisione di archiviare il caso contro cinque sospettati ebrei, il centro legale Adalah ha affermato che sono state esercitate pressioni sulla polizia israeliana che ha svolto una “lacunosa” indagine relativa all’uccisione lo scorso anno di Moussa Hassouna, un cittadino palestinese di Israele.

Adalah, il Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele, ha presentato ricorso per conto della famiglia Hassouna dopo che un procuratore distrettuale ha archiviato la causa contro cinque ebrei israeliani sospettati per l’omicidio nell’ottobre 2021.

Hassouna, un cittadino palestinese di Israele di 31 anni, è stato ucciso nella città mista di Lod, conosciuta anche come Lydd, durante scontri tra palestinesi e attivisti israeliani di estrema destra, occorsi il 10 maggio dello scorso anno. Le violenze sono scoppiate quando si sono create tensioni in Israele e nei territori palestinesi occupati in seguito ad attacchi israeliani alla Moschea di Al-Aqsa e nel quartiere Sheikh Jarrah a Gerusalemme est.

Nell’appello inoltrato al Procuratore di Stato Amit Isman, Adalah ha sostenuto che, in base a prove investigative, la polizia ha condotto un’indagine “negligente” e “carente” con l’intento di chiudere il caso contro i sospettati di destra.

Il centro legale ha anche reperito nella documentazione dell’inchiesta un filmato che segnalava che sono state esercitate pressioni sull’indagine.

Il video ed altri materiali ritrovati nella documentazione investigativa da Adalah suggeriscono anche che nel corso dell’indagine importanti dirigenti politici hanno fatto pressioni illecite sulla polizia”, ha affermato Adalah in un comunicato stampa pubblicato sabato.

Adalah ha detto di aver anche inviato una lettera al procuratore generale Gali Baharav-Miara in cui si chiede che venga avviata una rapida indagine sulle interferenze da parte di personaggi politici.

L’ultima delle mie priorità’

Nel video del 12 maggio 2021 pubblicato da Adalah un inquirente dice che il capo di un laboratorio di armamenti si è rifiutato di analizzare le armi usate dai sospettati e avrebbe detto: “l Le analisi in questo caso sono l’ultima delle mie priorità”.

Un altro inquirente gli risponde: “Davvero? Che lo dica al ministro che telefona ogni 10 minuti per controllare a che punto sono le indagini.”

In un tweet dello stesso giorno l’allora ministro della Pubblica Sicurezza, Amir Ohana, ha chiesto il rilascio dei sospettati, affermando che erano cittadini rispettosi della legge che avevano agito per autodifesa.

Il legale di Adalah, Nareman Shehadeh-Zoabi, ha detto che “il comportamento delle autorità responsabili di applicare la legge e dei dirigenti politici, in questo caso, dimostra che questi gruppi di vigilanti avevano il loro pieno appoggio e venivano addirittura considerati come ‘forze aggiuntive’ per le autorità.”

Nel suo appello Adalah ha richiesto che il procuratore di Stato riapra l’indagine che, afferma, è stata condotta in modo inadeguato.

Sostiene che la polizia non ha adottato misure investigative indispensabili relativamente all’interrogatorio dei sospettati, all’analisi balistica, alla raccolta e all’esame delle prove, all’analisi della scena del crimine e alla raccolta delle testimonianze.

Nell’ottobre dello scorso anno l’ufficio del procuratore distrettuale centrale di Israele ha detto che stava per archiviare l’indagine sull’uccisione di Hassouna a causa della mancanza di prove e delle affermazioni dei sospettati che sostenevano di aver sparato per “autodifesa”.

Secondo Adalah la polizia si è basata esclusivamente sulle affermazioni di ebrei israeliani per stabilire la sequenza degli eventi e non ha acquisito le deposizioni di nessuno dei testimoni palestinesi.

Questa ingiusta decisione conferisce legittimità ai crimini delle milizie terroriste ebraiche e le incoraggia ad uccidere e far violenza agli arabi sotto la protezione degli apparati dello Stato”, ha affermato un comitato popolare palestinese di Lod in una dichiarazione in seguito alla chiusura dell’indagine.

Khaled Zabarqa, un avvocato membro del comitato, al momento ha detto a Middle East Eye che la decisione di archiviare il caso ha sconvolto la famiglia di Hassouna e l’ha fatta sentire “come se il loro figlio fosse stato ucciso un’altra volta”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)