“La guerra non è finita”: le bombe inesplose nella Striscia di Gaza

Maha Hussaini, Frank Andrews

25 settembre 2021 – Middle East Eye

A causa dei residui bellici inesplosi delle bombe israeliane molti abitanti di Gaza “rivivono la battaglia ogni giorno”

Molte settimane dopo la fine dell’ultimo bombardamento israeliano sulla Striscia di Gaza, il 9 giugno, Ahmed al-Dahdouh di 16 anni è andato a cercare il suo fratellino Obaida a casa di suo zio a al-Zeitun, un quartiere orientale di Gaza.

Obaida, di 9 anni, si è rivolto a suo fratello mentre ritornavano attraverso il giardino ombroso della loro casa: “Ho trovato delle schegge di bomba”.

Ahmed ha visto che teneva qualcosa in mano.

Gli ho chiesto che cosa fosse e lui l’ha gettata per terra”, racconta Ahmed a Middle East Eye. È esplosa.

Obaida ha fatto qualche passo con aria smarrita, prima di cadere. “L’ho seguito”, prosegue Ahmed, “poi entrambi abbiamo perso conoscenza.”

E’ stato verso le 18 che il loro padre, Salahuddin, ha sentito l’esplosione.

Ha trovato Ahmed che tentava di tamponare con la mano una ferita che suo fratello aveva sul collo. Salahuddin l’ha toccata e ha sentito un sottile pezzo di metallo che gli è rimasto in mano.

La ferita era molto profonda. Quando ho cercato di tamponarla, ci sono entrate tre dita”, dice Salahuddin

Poco dopo un medico dell’ospedale al-Shifa ha operato Obaida per cercare di salvargli la vita.

Anche Ahmed è stato operato. L’esplosione aveva frantumato delle ossa e dei vasi sanguigni nel suo dito mignolo, che ha dovuto essere amputato. Porta sempre una benda e ha delle piastre di platino nella mano.

In terapia intensiva in un altro reparto dell’ospedale, mentre due dei suoi zii aspettavano nell’entrata, Obaida ha smesso di respirare alle 3.

Correvo da uno all’altro dei miei figli, ma sapevo che la situazione di Obaida era senza speranza – che era in stato di morte cerebrale”, racconta Salahuddin.

I medici gli hanno spiegato che il detonatore inesploso di una bomba aveva ucciso suo figlio. Hanno individuato le schegge nel suo collo e nella colonna vertebrale.

Salahuddin ha le lacrime agli occhi mentre ricorda il suo ultimo pranzo con Obaida prima dell’esplosione: avevano mangiato riso al latte per dessert.

Gli ho detto di darmene un po’”, racconta Salahuddin, con la voce rotta dall’emozione. Obaida ha risposto: “Ci sono un sacco di altri piatti. Quello è il mio.”

Poi “gli ho chiesto di restare con me, ma lui mi ha detto che voleva andare giù da suo fratello Ahmed”, ricorda Salahuddin.

Non lo dimenticheremo. Fin da quando era piccolo sorrideva sempre. Anche quando lo si rimproverava, lui sorrideva.”

Sepolte sotto le macerie

Non tutte le bombe esplodono completamente al momento dell’impatto. I raid aerei si lasciano dietro dei detriti esplosivi, a volte bombe intatte, nelle strade, sepolte sotto le macerie o gli edifici.

Munizioni inesplose, anche vecchie di molti decenni, possono esplodere all’improvviso se le si sposta.

Se incidenti come quello che ha ucciso Obaida al-Dahdouh sono relativamente rari, i residui esplosivi delle bombe sganciate da Israele costituiscono una grave minaccia per l’esistenza dei gazawi nell’enclave assediata.

Negli ultimi tre anni la Striscia di Gaza ha registrato circa un incidente al mese causato da residui esplosovi di guerra”, dice a Middle East Eye Suhair Zakkout, portavoce del Comitato Internazionale della Croce Rossa a Gaza.

Secondo l’ONU 41 persone sarebbero state uccise e 296 ferite da questi residui tra il 2009 e il 2020.

Le munizioni inesplose disseminate nella Striscia di Gaza dopo ogni bombardamento israeliano hanno altre gravi conseguenze. Alcuni abitanti devono abbandonare le proprie case e scuole, non possono più guadagnarsi da vivere e hanno persistenti problemi psicologici.

Secondo ‘Euro-Med Human Rights Monitor’, a maggio, nell’arco di 11 giorni, quando i razzi lanciati da gruppi di miliziani (tra cui Hamas) da Gaza verso Israele hanno ucciso 13 persone, Israele ha scatenato 2.750 attacchi aerei e 2.300 granate contro la Striscia di Gaza, uccidendo 248 palestinesi, di cui 66 bambini. Entrambe le parti sono suscettibili di aver commesso crimini di guerra.

La squadra di sminatori del Ministero dell’Interno di Gaza non ha tenuto il conto del numero di residui esplosivi rinvenuti dopo l’offensiva di maggio.

Tuttavia lo sminatore Mohamed Miqdad ha dichiarato a MEE che dall’inizio dell’ultimo bombardamento l’unità ha svolto 1.170 missioni allo scopo di eliminare gli ordigni inesplosi e controllare le case alla ricerca di resti esplosivi.

D’altra parte, gli sminatori hanno identificato 16 bombe inesplose tuttora profondamente sepolte sotto le case, i terreni e i negozi in tutta la Striscia di Gaza.

A giugno l’ONU ha stimato che il 30% delle macerie provocate dall’offensiva, pari a circa 110.000 tonnellate, era stato portato via. Le rovine che non sono ancora state ispezionate restano molto pericolose, soprattutto per i bambini che giocano e per gli adulti che cercano di recuperare i propri effetti personali.

Vestigia di guerra

Il 12 maggio verso le 8 gli agenti di intelligence israeliana hanno chiamato Saadallah Dahman, di 62 anni, e sua moglie nella loro casa del campo profughi di Jabaliya nel nord di Gaza, per informarli che il loro edificio stava per essere bombardato.

Ci hanno detto che avevamo dieci minuti di tempo e che gli aerei da guerra erano già sopra la casa”, racconta Dahman a MEE.

Una bomba Mark-84 di 925 chili ha demolito il lato sinistro dell’edificio. Una seconda si è abbattuta sui cinque piani del lato destro per poi sprofondare di parecchi metri nel suolo senza esplodere.

Dopo mesi si trova ancora nel terreno.

Le sei famiglie dell’immobile – 36 persone, di cui 22 bambini – sono tuttora sfollate. La maggior parte affitta delle case nelle vicinanze.

Nessuna organizzazione tiene il conto di quanti gazawi tra le migliaia ancora sfollate dall’offensiva di maggio non possono rientrare nelle loro case a causa di munizioni inesplose. Lo stesso accade per i dati relativi alle scuole tuttora chiuse a causa di questi ordigni.

Comunque gli sminatori hanno informato MEE che quattro scuole gestite dall’Ufficio di Soccorso e Lavoro delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi in Medio Oriente (UNRWA) sono state chiuse definitivamente a causa delle bombe sepolte in profondità nel loro terreno. Il portavoce dell’UNRWA non ha risposto alle nostre domande.

Queste bombe sono molto più difficili da eliminare.

Bombe interrate in profondità

Il Servizio di Azione Antimine delle Nazioni Unite (UNMAS) coadiuva le autorità di Gaza nello smaltimento delle bombe interrate in profondità. Queste si incuneano profondamente nel suolo (una volta Mohamed Miqdad ne ha vista una a 18 metri sotto terra) e a volte occorrono parecchie settimane per localizzarle, disinnescarle e poi estrarle da terra ed eliminarle. Le 16 bombe tuttora disseminate nell’enclave dopo il bombardamento sono tutte interrate in profondità.

Un buon numero di esse sono probabilmente delle Mark-84 (MK-84), un tipo di bomba molto utilizzata da Israele durante la più recente offensiva, nonostante comporti un rischio elevato di danni collaterali.

Un video dell’UNMAS girato a Gaza nel 2017 mostra il servizio antimine dell’ONU impegnato a creare una specie di galleria mineraria per accedere ad una MK-82 (più piccola). Gli sminatori, che devono infilarsi sotto terra per disinnescare una bomba prima di poterla estrarre, hanno a volte bisogno di ossigeno e i tunnel possono cedere.

Tuttavia lasciare le bombe nel suolo non è un’alternativa praticabile.

Anzitutto perché potrebbero esplodere. Se qualcuno costruisce su un terreno e tocca accidentalmente una bomba profondamente interrata, ciò potrebbe distruggere un intero quartiere.

Inoltre, se le voragini lasciate dove sono (i crateri possono essere larghi 15 metri) non vengono riempite, “le persone e i veicoli possono facilmente cadervi dentro”, spiega Miqdad, della squadra di sminamento.

Più difficile da quantificare, ma non meno urgente: l’impatto psicologico provocato dal fatto di sapere che sotto la superficie si nasconde una bomba.

Bilancio psicologico

A maggio, il giorno prima dell’entrata in vigore del cessate il fuoco, una Mark-84 sganciata dagli israeliani ha squarciato il tetto della casa di Ramzi Abu Hadayed a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza e si è schiantata in una stanza. Secondo la famiglia l’aviazione israeliana non aveva dato alcun preavviso. L’esercito israeliano non ha voluto rispondere alle domande relative a questo incidente.

Gli sminatori riferiscono che durante la caduta il detonatore della bomba si è rotto ed è esploso separatamente, lasciando intatto il resto del missile.

Grazie al cielo il razzo non è esploso”, ha detto la suocera di Abu Hadayed, visibilmente scossa, in un’intervista che è circolata su Facebook.

Quando la bomba è caduta i cinque bambini della famiglia si trovavano al piano terra.

Abbiamo sentito l’esplosione e la gente ha detto che il missile non era esploso. Siamo andati a vedere e abbiamo trovato il missile sul letto”, racconta. “Quando l’ha visto mia figlia è svenuta”

Secondo lo psichiatra Yasser Abu Jamei, che dirige il programma di salute mentale di Gaza (GCMHP) gli oltre due milioni di abitanti di Gaza sono stati probabilmente tutti traumatizzati dai bombardamenti israeliani nel corso degli anni.

Tutti hanno visto un bombardamento o ne hanno constatato gli effetti – gli edifici distrutti nei vari quartieri”, dice a MEE.

Per riprendersi dal trauma la persona colpita deve convincersi che il fatto traumatico è passato, che non succederà più e di essere assolutamente al sicuro”.

Ma a Gaza le persone non hanno questo livello di sicurezza perché rivivono in continuazione gli eventi traumatici.”

Per esempio, i droni israeliani li sorvolano costantemente.

Un altro esempio: le bombe inesplose. Se esplodono, si tratterà di un altro evento traumatico…E se non esplodono, resteranno dentro le case e gli abitanti sapranno che sono là e quindi non si sentiranno mai al sicuro.”

Secondo i dati pubblicati dall’UNMAS prima dell’ultima offensiva di maggio, l’anno scorso 1,9 milioni di gazawi presentavano un aumentato rischio di esposizione ai residui esplosivi di guerra.

Alcuni tuttavia diventano insensibili al pericolo. Dopo i recenti bombardamenti sono stati fotografati dei bambini seduti su bombe inesplose, spesso alla presenza di adulti, nonostante i gravi rischi.

Altri hanno l’impressione di non avere altra scelta che rischiare una possibile esplosione.

Mezzi di sussistenza perduti

Per esempio, parecchi raccoglitori di metallo di Gaza vivono in condizioni talmente difficili che non hanno altra scelta se non continuare.

Secondo l’UNMAS fanno parte delle categorie professionali ad alto rischio, come anche gli agricoltori, che possono capitare sopra residuati esplosivi appena sotto la superficie del loro terreno – cosa che può risultare anche tossica.

Altri non possono affatto lavorare a causa di questi ordigni sparsi sul terreno.

Il primo giorno dell’ultima offensiva israeliana, il 10 maggio, Taha Shurrab ha chiuso il suo negozio di abbigliamento femminile, situato sui due primi piani di un immobile residenziale in un affollato mercato di Khan Younis, al sud di Gaza.

Dieci giorni dopo un abitante del piano superiore del negozio gli ha telefonato: gli israeliani hanno dato loro 15 minuti per evacuare l’edificio.

Ho deciso di restare a casa”, confida il commerciante di 44 anni. “Non volevo vedere la mia merce e i miei soldi bruciare davanti a me. Gestivo questo negozio insieme ai miei fratelli dall’età di 15 anni.”

Quella sera, due ore dopo l’attacco, gli sminatori lo hanno chiamato chiedendogli di farli entrare [nel negozio]. Cercavano una bomba inesplosa.

Quando sono entrati e hanno visto i resti e i buchi nel soffitto e nel pavimento, hanno confermato che la bomba era ancora sette o otto metri nel sottosuolo”, racconta.

Shurrab non è autorizzato a riaprire il suo negozio fino a che il missile non sarà stato rimosso. Ha dato dei vestiti ad altri commercianti da vendere, ma non ha ancora abbastanza denaro per pagare l’affitto.

Dire questo mi rattrista. Sono un commerciante conosciuto, non un mendicante.”

Muhammed al-Hindi, uno dei proprietari dell’immobile, possiede sei negozi e dieci appartamenti, che ospitavano una cinquantina di persone, attualmente sfollate.

Quasi tutti i giorni i nostri vicini ci chiamano per sapere quando la bomba sarà rimossa. Hanno paura, soprattutto perché la zona è molto popolata”, precisa.

Nonostante il pericolo, le autorità non possono interdire l’intera zona: migliaia di persone frequentano il mercato ogni giorno.

I commercianti intorno a noi continuano a venire ad aprire le loro bancarelle tutti i giorni. Effettivamente, cos’altro possono fare?”, si chiede al-Hindi.

Decenni di residui bellici

Gli sminatori a volte si imbattono in bombe inesplose di attacchi israeliani che risalgono a molti anni prima, anche parecchi decenni.

La guerra del 2014 da sola ha lasciato 7.000 residui esplosivi.

Lo scorso aprile gli sminatori hanno trovato una bomba al fosforo bianco che risale all’offensiva del 2009. L’utilizzo di tali bombe in zone civili costituisce un crimine di guerra.

Il Ministero dell’Interno di Gaza conserva tuttora dai 50 ai 60 di tali ordigni in cisterne d’acqua (il fosforo bianco reagisce all’ossigeno) in un deposito in una zona disabitata di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, dove secondo le autorità non viene minacciata in alcun modo la sicurezza degli abitanti. Se esse non se ne sono ancora sbarazzate è a causa della mancanza di fondi e di competenze tecniche.

Secondo Mohamed Miqdad gli abitanti della Striscia di Gaza – soprattutto gli agricoltori delle zone adiacenti alla frontiera con Israele – trovano a volte dei missili inesplosi conficcati nel terreno.

Tre anni fa a Khan Younis abbiamo eliminato delle mine degli egiziani negli anni ‘70”, spiega a MEE riferendosi a quella che gli arabi chiamano la “guerra di ottobre” e gli israeliani “la guerra del Kippur”.

Queste bombe presentano un minor rischio di esplodere dopo dieci giorni dal loro sganciamento, dice, perché la loro batteria di riserva si esaurisce. Ma gli “ordigni esplosivi non hanno una precisa data di scadenza, possono durare 150 anni.”

Nel 2019 due persone sono morte quando una bomba della seconda guerra mondiale è esplosa in un garage in Polonia.

Mancanza di attrezzature

Quando vengono chiamati gli sminatori, questi portano gli ordigni in un sito di stoccaggio provvisorio e procedono ad una esplosione controllata.

Il loro lavoro quotidiano in genere non costa molto, ma implica tempo e può essere rischioso.

Quattro sminatori sono stati uccisi nell’agosto 2014 quando la bomba israeliana sulla quale stavano lavorando è esplosa. Anche due passanti sono rimasti uccisi, come pure due giornalisti: Simone Camilli (italiano) e Ali Abu Afash (palestinese).

Miqdad spiega che la sua squadra è carente di materiale, “in particolare bulldozer, attrezzature di protezione e veicoli per il trasporto di esplosivi”.

La squadra non ha attrezzature specifiche, indumenti di protezione, caschi di sicurezza e neanche robot per un controllo a distanza”, elenca. “Manca anche il materiale per scavare. L’occupazione israeliana vieta l’importazione di questi beni.”

Noi attualmente utilizziamo veicoli normali per trasportare le bombe inesplose e ciò costituisce un rischio enorme per la squadra e per gli abitanti.”

In un video girato a maggio si può vedere la bomba Mark-84 che ha colpito la casa di Abu Hadayed a Khan Younis senza esplodere mentre viene caricata con una gru sul pianale di un camion.

Ma dopotutto che cosa possiamo fare?”, si chiede Miqdad. “È un lavoro umanitario. Noi operiamo per evitare morti e feriti.”

Gli sminatori hanno confermato di avere eliminato anche dei residui esplosivi di razzi lanciati dai miliziani palestinesi che non avevano raggiunto il bersaglio.

Il posto sbagliato”

Secondo l’ONG britannica ‘Action on Armed Violence’ [Azione contro la Violenza Armata] (AOAV), le bombe moderne utilizzate nei conflitti mancano il bersaglio circa il 5% delle volte, a seconda di diversi fattori, in particolare il loro stoccaggio e la loro fabbricazione. Solo l’esercito israeliano sa qual è esattamente il tasso di bombe inesplose. Il suo portavoce non ha risposto ad una domanda a questo proposito.

Tuttavia la MK-84, la bomba più vista dagli sminatori durante l’offensiva di maggio, potrebbe avere un tasso di mancata esplosione molto più alto.

In un’intervista del 2016 Dani Peretz, vice presidente per la progettazione nelle Israeli Military Industries [Industrie Militari Israeliane, che ormai fanno parte della Elbit Systems, una delle principali industrie belliche israeliane, ndtr.], ha ammesso che le MK-84 modificate con Joint Direct Attack Munitions (o JDAM) teleguidati non erano esplose per circa il 40% delle volte durante la guerra del Libano del 2006. Questi JDAM sono congegni sviluppati dagli americani che consentono di guidare le bombe con GPS e sono utilizzati dalle forze israeliane.

L’attrezzatura “modifica il comportamento delle MK-84”, ha spiegato.

Questo significa che in certi casi “la bomba ha raggiunto il suo bersaglio, ma…ha colpito il posto sbagliato” e oltretutto “il detonatore si è staccato dalla bomba e questa non è esplosa.”

Di conseguenza la società ha sviluppato una nuova bomba, la MPR-500, che colpisce e distrugge il 95% dei suoi bersagli – molto più della MK-84, efficace solo al 60% – e che è molto meno a rischio di causare danni collaterali.

Gli sminatori ci hanno detto di non aver trovato prove di utilizzo di MPR-500 a maggio, diversamente dal 2012 e 2014, benché le forze israeliane avessero confermato che queste ultime facevano parte del loro arsenale.

Il fatto che Israele sembri aver deliberatamente sganciato bombe imprevedibili e difettose su Gaza solleva molte domande riguardo alla proporzionalità del suo ultimo bombardamento, considerando soprattutto che ha a disposizione armi descritte come più precise.

Se l’esercito israeliano ha deciso di utilizzare bombe meno precise e maggiormente a rischio di malfunzionamento, ciò dimostra un disprezzo della possibilità di evitare vittime civili”, dichiara a MEE Murray Jones, un ricercatore dell’AOAV.

Rivivere la battaglia”

La famiglia al-Rantissi, la cui casa ad ovest di Gaza è stata colpita da bombe israeliane verso le 4 del 18 maggio senza preavviso, continua ad essere sfollata a causa di un missile inesploso tuttora conficcato sotto l’edificio.

Dopo l’attacco due membri della famiglia, un’adolescente di 14 anni e un giovane di 27, presentano sintomi da stress post-traumatico.

Affittiamo una casa vicino alla nostra in attesa che il missile sia rimosso, ma non ci troviamo bene qui e abbiamo l’impressione di essere dei senzatetto. Preferiremmo vivere sopra il missile piuttosto che subire questo sfollamento”, confida a MEE Muhammed al-Rantissi.

Gli esperti stranieri di esplosivi che sono venuti a vedere la bomba ci hanno detto che avrebbero scavato a mano un buco per rimuoverla perché in casi come questo non possono utilizzare attrezzature pesanti.

Abbiamo fretta che venga rimosso. Ma è come le promesse di ricostruzione di Gaza, tutto viene sempre rimandato a più tardi e non succede niente”, aggiunge.

Finché il missile rimane nella nostra casa la guerra non è finita, riviviamo la battaglia ogni giorno.”

Rakan Abed El Rahman e Hossan Sarhan di Middle East Eye hanno contribuito a questo reportage.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Al-Aqsa: decine di coloni israeliani prendono d’assalto la moschea dopo le festività ebraiche

Redazione di MEE

5 ottobre 2021 Middle East Eye

Circa 70 ebrei sono entrati nella moschea attraverso il lato occidentale del complesso, con un’iniziativa considerata “provocatoria” dai palestinesi.

Martedì decine di coloni israeliani hanno preso d’assalto la moschea di al-Aqsa nella città vecchia di Gerusalemme est occupata, un’iniziativa considerata “provocatoria” dai palestinesi.

I media locali hanno riferito che circa 70 coloni sono entrati ad al-Aqsa attraverso la Porta del Marocco, sul lato occidentale del complesso, controllato dalle autorità israeliane dall’inizio dell’occupazione di Gerusalemme Est e della Cisgiordania nel 1967.

L’Islamic Waqf di Gerusalemme [l’istituzione islamica incaricata di gestire la Spianata delle Moschee ed altri luoghi sacri a Gerusalemme est, ndtr.] ha ripetutamente descritto i tour dei coloni come “provocatori” e ha affermato che i fedeli e le guardie palestinesi della moschea di al-Aqsa sono a disagio per la presenza di polizia e coloni israeliani nel luogo sacro musulmano.

Secondo un rapporto di monitoraggio dell’Agenzia nazionale palestinese (Wafa) [agenzia di stampa ufficiale dell’ANP, ndtr.], in settembre circa 6.117 coloni israeliani hanno fatto irruzione nel complesso durante le festività ebraiche di Rosh Hashanah, Yom Kippur e Sukkot.

Nonostante un accordo congiunto di lunga data tra Israele e Giordania, gli attivisti israeliani di estrema destra hanno ripetutamente fatto pressioni per una maggiore presenza ebraica ad al-Aqsa.

Alcuni attivisti israeliani di destra si sono dichiarati a favore della distruzione del complesso della Moschea di al-Aqsa per far posto a un Terzo Tempio.

Ma altri vogliono impadronirsi dell’area orientale del complesso, nota come Porta al-Rahmeh [della Compassione, ndtr.], per trasformarla in un luogo di preghiera esclusivamente ebraico, a cui si accederebbe da un’antica porta nelle mura orientali della Città Vecchia.

I musulmani e i cristiani palestinesi non cercano di pregare nella nella piazza del Muro del Pianto, il luogo più sacro dell’ebraismo, a est della moschea di Al-Aqsa. E in ogni caso per accedere al sito devono passare attraverso un rigoroso controllo di sicurezza.

Sotto attacco

La moschea di al-Aqsa è stata un luogo centrale delle violenze di maggio. Le forze israeliane hanno preso d’assalto il sito nel mese di Ramadan e hanno aggredito i fedeli palestinesi, sparando proiettili ricoperti di gomma e gas lacrimogeni.

Al culmine dell’epidemia di Covid-19, all’inizio del 2020, il complesso è stato chiuso del tutto per 69 giorni, ed ha riaperto finalmente il 31 maggio. Durante la chiusura le autorità israeliane hanno invece permesso ai coloni di visitare il sito ed entrarvi.

I coloni sostenuti dalle forze israeliane irrompono regolarmente nella moschea di al-Aqsa per recarsi alla Cupola della Roccia, una moschea costruita nel VII secolo dal califfato omayyade sul monte Moriah [il luogo in cui Abramo avrebbe dovuto sacrificare Isacco, ndtr.], e lì pregare.

Israele ha occupato Gerusalemme Est durante la guerra arabo-israeliana del 1967. Ha annesso l’intera città nel 1980, con una mossa non riconosciuta dalla maggioranza della comunità internazionale.

La Città Vecchia di Gerusalemme e il complesso di al-Aqsa rimangono i punti più delicati del conflitto israelo-palestinese.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Le forze armate israeliane hanno ucciso cinque palestinesi durante incursioni nei pressi di Jenin e Gerusalemme.

Shatha Hammad ,Lubna Masarwa

26 Settembre 2021,Middle East Eye

Secondo le notizie Israele trattiene i corpi di quattro dei palestinesi uccisi dopo l’operazione nel corso della quale due soldati israeliani sono stati gravemente feriti.

Domenica le forze armate israeliane hanno ucciso almeno cinque palestinesi durante raid militari nella Cisgiordania occupata vicino alla città di Jenin e a nord-ovest di Gerusalemme

Il quotidiano israeliano Haaretz ha scritto che durante i raid sono rimasti gravemente feriti due soldati israeliani un ufficiale e un soldato dell’unità Dovdovan [reparto che agisce sotto copertura in abiti civili travestendosi da palestinesi ndt].

Secondo quanto riferito, raid israeliani con scontri a fuoco hanno avuto luogo a Burqin, Qabatiya, Kafr Dan, Biddu e Beit Anan.

Tre dei cinque palestinesi, tutti di Biddu, sono stati uccisi nel villaggio di Beit Anan.

Gli uomini sono stati identificati dalle loro famiglie come Ahmad Zahran, Mahmoud Hmaidan e Zakariya Badwan.

Uno sciopero generale di un giorno è stato dichiarato domenica a Beit Anan e Biddu per protestare contro queste morti.

Le forze armate israeliane hanno anche ucciso almeno due palestinesi vicino a Jenin.

Dalle notizie raccolte si apprende che Israele trattiene quattro corpi dei palestinesi uccisi, i tre di Beit Anan e uno di quelli vicino a Jenin.

Appello per l’unità

Funzionari locali hanno detto che una delle persone uccise vicino a Jenin era un palestinese di 22 anni chiamato Osama Sobh del villaggio di Burqin, a sud-ovest della città di Jenin.

Muhammad al-Sabah, il sindaco di Burqin, ha detto a MEE che Sobh è deceduto per le ferite riportate dopo essere stato portato all’ospedale di Jenin. È stato sepolto a Burqin più tardi domenica.  

Sabah ha anche dichiarato che l’esercito israeliano ha ferito altri sei palestinesi che sono stati portati all’ospedale

Il gruppo armato Jihad Islamica ha dichiarato che Sobh era un membro dell’ala militare del gruppo, le Brigate al-Quds.

“Chiediamo a tutte le fazioni di agire insieme e in cooperazione con le Brigate al-Quds per combattere il nemico sionista”, si legge in seguito nella dichiarazione. 

Immagini pubblicate online mostrano soldati israeliani che portano via un cadavere da Beit Anan.

“Inseguito da settimane”

Il portavoce dell’esercito israeliano Amnon Scheffler ha affermato che tutte le vittime erano combattenti di Hamas.

Il primo ministro israeliano Naftali Bennett, in viaggio verso le Nazioni Unite a New York, ha affermato che le truppe israeliane hanno agito in Cisgiordania contro i combattenti di Hamas “che stavano per sferrare attacchi nell’immediato”.

Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) Mahmoud Abbas ha condannato le uccisioni e ha affermato che “l’uccisione di cinque palestinesi nell’area di Gerusalemme e Jenin è un efferato crimine commesso da Israele”.

Ma, secondo Quds.net, la famiglia di Zahran ha accusato l’ANP di aver aiutato l’operazione dell’esercito israeliano che ha ucciso il loro parente. 

“L’Autorità Palestinese è quella che ci ha mandato gli israeliani”, ha detto la madre di Zahran, che ha sottolineato che le forze israeliane lo stavano inseguendo da settimane e hanno interrogato e arrestato membri della famiglia prima di ucciderlo.

Incursioni alle prime ore del mattino.

Il sindaco di Beit Anan, Muhammad Ragheb Rabie, ha detto a MEE che le truppe dell’unità mobile dell’esercito israeliano hanno preso d’assalto il villaggio intorno alle 3 del mattino e si sono poi dirette verso l’area di Ein Ajab, nel nord-ovest di Gerusalemme.

“Potevamo sentire i suoni dei combattimenti da quest’area, che è una zona industriale che contiene allevamenti di pollame e frantoi”, ha detto Rabie.

Ha detto che l’esercito israeliano è stato visto trasportare le vittime durante il suo ritiro.

Ha aggiunto che nell’area si potevano vedere sangue e residui del raid dell’esercito israeliano e ha sottolineato che gli israeliani avevano impedito ai residenti di entrare e uscire dal villaggio.

Sabah [il sindaco di Burqin, vedi sopra ndt] ha detto che le forze dell’esercito israeliano hanno preso d’assalto anche Burqin alle 3 del mattino e hanno circondato la casa di Muhammad al-Zareini, un abitante del villaggio.

“Le forze israeliane hanno sparato all’impazzata sulla casa di Muhammad al-Zareini, dove vivevano sua moglie e i suoi figli, prima di ritirarsi alle 7 del mattino dopo averlo arrestato”, ha detto Sabah.

“Le forze di occupazione irrompono continuamente con violenza nel mio villaggio e, quando lo fanno, gli israeliani spesso sparano proiettili veri contro le case e i civili della zona”.

Il mese scorso, l’esercito israeliano ha ucciso quattro palestinesi nel campo profughi di Jenin durante un’operazione che ha portato a scontri armati.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il congresso del Partito Laburista vota il sostegno a sanzioni contro Israele per il “crimine di apartheid”

Joe Gill

27 settembre 2021 Middle East Eye

La mozione sfida la leadership di Keir Starmer riconoscendo che Israele ha messo in atto un sistema di apartheid e chiedendo la cessazione del commercio di armi con Israele.

 

Lunedì è stata una giornata disastrosa per Keir Starmer: durante il congresso del partito i delegati hanno fatto approvare una provocatoria mozione sulla Palestina e un membro del governo ombra si è dimesso con una durissima dichiarazione che stigmatizza la leadership di Starmer.

Il congresso del partito laburista ha sostenuto una mozione che sollecita il partito a sostenere sanzioni contro Israele per le sue azioni illegali ai sensi del diritto internazionale, a bloccare il commercio di armi del Regno Unito con Israele e a cessare gli scambi commerciali con le colonie illegali sui territori palestinesi occupati.

Il voto imbarazza Starmer, che ha trascurato la questione palestinese da quando è subentrato a Jeremy Corbyn, da sempre sostenitore delle richieste palestinesi di porre fine all’occupazione militare e agli abusi israeliani.

Subito dopo l’approvazione della mozione, la ministra ombra laburista degli Esteri, Lisa Nandy, l’ha disconosciuta dichiarando a Jewish News [quotidiano gratuito ebraico che ha sede a Londra, ndtr]: “Non possiamo sostenere questa mozione.”

Ha condannato la posizione pro-palestinese del congresso dicendo: “E’ nostro dovere nei confronti dei popoli di Israele e Palestina adottare un approccio equo ed equilibrato che riconosca che la pace è possibile solo se viene garantita la sicurezza di Israele accanto ad uno Stato palestinese sovrano ed autosufficiente.”

In seguito, con il grave gesto delle proprie dimissioni nel corso del congresso, il ministro ombra per l’impiego Andy McDonald ha dichiarato che Starmer ha tradito l’impegno di unire il partito sulla base di politiche socialiste preso al momento della sua elezione alla guida del partito.

McDonald ha spiegato che si dimetteva perché aveva ricevuto istruzioni da parte dell’ufficio di Starmer di opporsi ad un salario minimo nazionale di 20 dollari (15 sterline) e un’indennità di malattia obbligatoria pari al salario di sussistenza.

Nella lettera di dimissioni McDonald, che aveva già occupato posizioni di rilievo nel gruppo parlamentare del partito a guida Corbyn, scrive: “Dopo 18 mesi sotto la tua guida il nostro movimento è sempre più diviso e i giuramenti che avevi fatto agli iscritti non vengono onorati.”

Parlando poi in serata ad una riunione collaterale del partito , dove è stato accolto con entusiasmo, McDonald ha dichiarato che il partito deve “dire la verità su ciò che non ha funzionato [nella società] e avere coraggio su come porvi rimedio, ”ma che Starmer si è rifiutato di farlo in qualità di leader.

Ha quindi aggiunto: “Avevo detto con chiarezza a Keir che anche se non lo avevo votato né sostenuto, visto che pensavo che avrebbe vinto, lo avrei aiutato a portare avanti i dieci impegni che aveva assunto.” Ma gli impegni politici presi da Starmer sono stati annacquati.

La mozione sulla Palestina

La mozione sulla Palestina fa riferimento a recenti rapporti sui diritti umani che evidenziano “in modo inequivocabile” che Israele si è macchiata di apartheid, riconosciuto come crimine dall’ONU, come dimostrato dall’organizzazione israeliana per i diritti B’tselem e da Human Rights Watch.

La mozione sostiene la società civile palestinese nella sua richiesta di “misure efficaci” contro la costruzione delle colonie, rivendica la fine dell’occupazione della Cisgiordania e del blocco di Gaza, e sostiene il diritto dei palestinesi a ritornare alle proprie case.

La mozione, proposta dalla sezione giovanile del partito laburista, è passata senza difficoltà dopo una breve discussione presto interrotta dagli organizzatori del congresso e non trasmessa in diretta ai delegati.

Parlando contro la mozione, il parlamentare Steve McCabe, presidente di Labour Friends of Israel [gruppo parlamentare che cerca di rafforzare i legami tra il partito laburista britannico e quello israeliano,ndtr], ha dichiarato “questa mozione eterogenea è troppo gridata, troppo arrabbiata, troppo faziosa e non si concentra per niente sulla ricerca della pace.”

Il voto non è vincolante per la dirigenza laburista, ma dimostra che la base del partito è tuttora orientata a sostenere i diritti dei palestinesi e a porre fine alla complicità britannica nell’occupazione israeliana dei territori palestinesi.

La UK Palestine Solidarity Campaign [Campagna di solidarietà con la Palestina, ndtr] ha avuto parole di plauso: “approvata storica mozione sulla Palestina al congresso del 2021 del partito laburista che prende atto che Israele pratica l’apartheid e richiede severe sanzioni.”

Le azioni militari di Israele di maggio contro Gaza, con centinaia di morti, hanno provocato grandi proteste nel Regno Unito, portando 200.000 persone in piazza per la più grande dimostrazione a sostegno della Palestina mai vista in Gran Bretagna.

Da quando è stato eletto alla guida del partito lo scorso anno, il leader laburista Keir Starmer ha decisamente abbandonato la posizione del suo predecessore Jeremy Corbyn, da sempre a sostegno della causa palestinese, dichiarando di “sostenere incondizionatamente il sionismo”.

I membri palestinesi del partito laburista hanno denunciato che la dirigenza non li ha sostenuti e ha trasformato il partito in un ambiente ostile per chi difende i diritti umani dei palestinesi.

Un gruppo di autorevoli palestinesi ha scritto diverse volte a Starmer senza ricevere alcuna risposta dal capo del partito laburista.

Atallah Said, ex presidente dell’Associazione Arabo-britannica e fondatore di Arab Labour [l’associazione promuove la causa laburista fra le comunità arabe in Gran Bretagna, ndtr] ha dichiarato all’Independent lo scorso maggio: “ignorare le molte lettere di autorevoli membri della comunità palestinese britannica significa che questa comunità è sgradita all’interno del partito.

Il leader sta praticamente trattando l’intera comunità come reietti e si rifiuta non solo di incontrarci, ma persino di risponderci. Questo va di pari passo con l’allarmante cambio di rotta del partito laburista nel suo approccio alla questione del razzismo e con il suo dietrofront nei confronti della Palestina.”

Martedì scorso, nel corso di un collegamento video con un evento collaterale del partito laburista, l’attivista di Hebron Issa Amro ha sostenuto che la mozione sulla Palestina è stata una grande vittoria.

Che cosa è accaduto nel partito laburista? Che cosa non si è fatto per distruggere il punto di vista palestinese all’interno del partito laburista – [ma] ieri abbiamo vinto. Amiamo Jeremy Corbyn, ma ce l’abbiamo fatta senza di lui, con i nostri sostenitori all’interno del partito laburista.”

traduzione dall’inglese di Stefania Fusero

Testo della mozione approvata dal Partito Laburista britannico nella Conferenza Annuale di Brighton 2021

27/09/2021

La Conferenza condanna la Nakba in corso in Palestina, la violenza militarizzata di Israele che attacca la moschea di Al Aqsa, gli sfollamenti forzati da Sheikh Jarrah e l’assalto mortale a Gaza.

Insieme all’annessione de facto della terra palestinese mediante la costruzione accelerata di insediamenti e alle dichiarazioni dell’intenzione di Israele di procedere con l’annessione, è sempre più chiaro che Israele è intenzionato a eliminare qualsiasi prospettiva di autodeterminazione palestinese.

La Conferenza prende atto della mozione del Congresso TUC 2020 che descrive la costruzione e l’annessione di tali insediamenti come “un altro passo significativo” verso il crimine di apartheid delle Nazioni Unite e invita il movimento sindacale europeo e internazionale a unirsi alla campagna internazionale per fermare l’annessione e porre fine all’apartheid.

La Conferenza prende atto anche degli inequivocabili rapporti del 2021 di B’Tselem e Human Rights Watch che concludono che Israele sta praticando il crimine di apartheid come definito dalle Nazioni Unite.

La Conferenza accoglie con favore la decisione della Corte penale internazionale di avviare un’inchiesta sugli abusi commessi nei Territori palestinesi occupati dal 2014.

La Conferenza decide che è necessaria un’azione ora a causa delle continue azioni illegali di Israele e che i laburisti dovrebbero aderire a una politica etica su tutto il commercio del Regno Unito con Israele, compreso il blocco a qualsiasi commercio di armi utilizzato per violare i diritti umani palestinesi e il commercio con insediamenti israeliani illegali.

La Conferenza decide di sostenere “misure efficaci” comprese sanzioni, come richiesto dalla società civile palestinese, contro le azioni del governo israeliano che sono illegali secondo il diritto internazionale; in particolare per garantire che Israele fermi la costruzione di insediamenti, annulli qualsiasi annessione, ponga fine all’occupazione della Cisgiordania, al blocco di Gaza, faccia cadere il Muro e rispetti il ​​diritto del popolo palestinese, sancito dal diritto internazionale, al ritorno alle loro case.

La Conferenza decide che il Partito Laburista deve stare dalla parte giusta della storia e rispettare queste risoluzioni nella sua politica, comunicazione e strategia politica.

Traduzione di Angelo Stefanini

 




Facebook mi ha bloccata per aver chiamato eroe l’evaso da Gilboa Zakaria Zubeidi

Orly Noy

14 Settembre 2021 – Middle East Eye

Il mio appoggio pubblico ad uno dei prigionieri evasi ha provocato clamore tra gli israeliani. Il mio crimine? L’ho chiamato eroe e ho detto che capisco perché i palestinesi facciano ricorso alla lotta violenta

Entro un’ora dal mio post su Facebook relativo a Zakaria Zubeidi, uno dei sei prigionieri palestinesi che recentemente sono evasi dal carcere di Gilboa e uno dei quattro in seguito catturati, Facebook mi ha bloccata per tre giorni per aver violato le sue “linee guida della comunità”.

Non sono stata particolarmente sorpresa. Sapevo che molti israeliani avrebbero immediatamente segnalato il post e sarebbero riusciti a farlo cancellare. Il motivo è che io insisto nel considerare Zubeidi ed i suoi compagni dei combattenti per la libertà e non dei terroristi. Ed insisto nel delineare il contesto del tragico ed eroico percorso della vita di Zubeidi.

Tale contesto è descritto limpidamente in ‘I ragazzi di Arna’, il film del 2003 di Juliano Mer-Khamis sul lavoro di sua madre, Arna Mer-Khamis, e sul suo progetto del Freedom Theatre (Teatro della Libertà) degli anni ’90 per i ragazzi del campo profughi di Jenin.

I giovani partecipanti al progetto ci vengono presentati come ragazzi sorridenti che si trasformano gradualmente in combattenti determinati, molti dei quali sono stati alla fine uccisi. Uno dei ragazzi di Arna è Zakaria Zubeidi, che ha in seguito raggiunto lo status di super ricercato dalle forze di sicurezza israeliane ed è considerato dall’opinione pubblica israeliana come il perfetto terrorista.

Nel post rimosso da Facebook ho definito Zubeidi un eroe. Non solo perché ha lottato per la libertà del suo popolo, ma anche perché ogni palestinese che sopravvive all’occupazione e insiste nel continuare a vivere è un eroe – anche se non ha mai lanciato neanche una pietra.

La famiglia di Zubeidi ha donato parte della propria casa per le prove del Freedom Theatre. Sua madre e suo fratello sono stati in seguito uccisi dall’esercito israeliano e lui infine ha preso le armi per combattere per la libertà. Noi, il pubblico israeliano, siamo quelli (così ho scritto) che dovrebbero rendere conto della trasformazione compiuta da Zubeidi, uno di quei ragazzini sorridenti del film.

Stupore e indignazione

Ovviamente ciò è estremamente improbabile. Il pubblico israeliano rifiuta drasticamente di riconoscere il contesto della lotta palestinese e si stupisce quando qualcuno osa anche solo parlarne. Questo stupore ha improntato la risposta israeliana quando è uscita la notizia dell’evasione dei sei prigionieri da Gilboa: in qualche modo ci hanno ingannati, ma come? Noi siamo così bravi e così forti – noi siamo invincibili!

Lo stupore e l’indignazione sono tipici della reazione israeliana ogni volta che i palestinesi riescono ad ottenere una vittoria contro il regime israeliano ed il suo sofisticato, potente, articolato sistema di oppressione. La straordinaria e riuscita azione palestinese provoca una meravigliata protesta da parte degli israeliani del genere: ‘non fanno un gioco corretto’.

Dal punto di vista israeliano le regole di questo gioco stabiliscono che la nostra parte è quella che conquista, schiaccia, umilia, espelle, esilia, arresta, incarcera, preme il grilletto ed uccide. Il loro ruolo (dei palestinesi, ndtr.) è di essere sconfitti, schiacciati, espulsi, incarcerati e di morire. Che cosa gli dà il diritto di violare questa equivalenza tra ebraismo e democrazia?

E’come se Golia dovesse vedere il mondo come lo vedeva Davide ed insistesse nel considerarsi una vittima, anche quando infierisce sul debole e ignora il diritto internazionale. Per esempio, imprigionare un abitante dei territori occupati al di fuori di quei territori è una violazione del diritto internazionale. L’incarcerazione di Zubeidi e dei suoi amici a Gilboa è stata essa stessa illegittima e un crimine di guerra.

Quando sei un Golia che si percepisce come un Davide, sei cieco rispetto all’eroismo di coloro che stai calpestando, quelli che impugnano una fionda contro il tuo immenso potere. Né puoi comprendere il terribile prezzo che pagano per essersi comportati così – come i ragazzi del Freedom Theatre di Jenin, la maggior parte dei quali hanno pagato con la vita.

Yusuf per esempio era un ragazzo del Freedom Theatre. Durante la seconda Intifada, dopo che una granata ha colpito un’aula della scuola, Yusuf si è trovato a portare in braccio una ragazzina che è morta dopo pochi minuti. I suoi amici dicono che quell’esperienza lo ha completamente cambiato. Ha smesso di sorridere, di ridere, è diventato apatico. Poi, pur essendo del tutto ateo, si è unito alla Jihad islamica, ha imbracciato le armi, è andato con un amico a Hadera nel centro di Israele ed ha aperto il fuoco, uccidendo quattro persone e ferendone 30. In risposta la polizia ha ucciso sia Yusuf che il suo compagno.

Non mi arrenderò mai’

Poi c’è Ashraf, nel film un dolce ragazzo e nel gruppo teatrale un attore importante. In una scena, dopo che l’esercito israeliano ha distrutto la casa della famiglia del suo vicino Alaa, Ashraf fruga tra le macerie per recuperare qualcuna delle cose del suo amico. Scatto in avanti e si sente Alaa che descrive come Ashraf in seguito sia morto combattendo contro le forze israeliane nella battaglia di Jenin nel 2002. Residenti armati hanno preso posizione nell’edificio che un tempo ospitava il teatro ed è là che è morto Ashraf.

O prendiamo Alaa, che da bambino ha visto distruggere la casa della sua famiglia. Vediamo un Alaa cresciuto, che spiega che lui non sarebbe mai stato catturato perché sarebbe “diventato libero o sepolto nella sua tomba”. Nella scena seguente vediamo il suo cadavere bruciato all’ospedale, circondato da amici e parenti in lutto, dopo che è stato colpito dalle forze armate israeliane nel novembre 2002, due settimane dopo la nascita del suo primo figlio.

E poi c’è lo stesso Zubeidi. “Non mi arrenderò mai”, dice nel film ai suoi amici. “Mai!” Ed effettivamente non lo ha mai fatto. E’stato catturato da un poliziotto armato fino ai denti alle dipendenze di un vile e codardo regime le cui incessanti e sadiche violenze sono attribuite a “necessità di sicurezza” e in cui la persecuzione di questi combattenti per la libertà è chiamata “eroismo”.

Perciò sì, per quanto incredibile possa essere per gli israeliani, un giorno la gente rinchiusa in un ghetto dove una morte lenta ha migliaia di facce tenterà di insorgere e rischierà la vita per farlo. Uno delle migliaia di prigionieri del ghetto potrebbe addirittura uccidere uno dei suoi carcerieri. E sì, il popolo i cui conquistatori lo incarcerano per anni in una prigione più materiale del ghetto potrebbe tentare di scappare ed una su decine di migliaia di persone potrebbe farcela. Sì, compresi quelli che hanno scelto la violenza.

Ricerca interiore

Perché qui c’è un’altra sorpresa: viviamo in una realtà molto violenta che, benché abbia due lati, non è affatto simmetrica. La violenza di una delle parti ha il fine di opprimere, di schiacciare, di sradicare, di stabilire la superiorità, mentre la violenza dell’altra parte è una ricerca di liberazione. Ecco come persino azioni che non dovrebbero mai avvenire diventano parte della lotta per la libertà.

Alla fine di questa settimana milioni di ebrei osserveranno il giorno più sacro dell’anno ebraico, lo Yom Kippur: un giorno di esame di coscienza e di ricerca interiore. Nella tradizione ebraica le nostre preghiere durante lo Yom Kippur ci permettono di ottenere il perdono per i peccati contro Dio, ma non per quelli che abbiamo commesso contro altri esseri umani. Solo le vittime stesse possono perdonarci per quelli.

In questo Yom Kippur dovremmo inginocchiarci di fronte ai milioni di palestinesi che abbiamo oppresso per decenni e domandare loro perdono dal profondo dei nostri cuori, mentre ci pentiamo sinceramente dei peccati che abbiamo commesso contro di loro. Come negli anni passati, tuttavia, non succederà nemmeno in questo Yom Kippur. L’esibizione di forza degli ebrei ha sostituito la loro moralità 73 anni fa.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Orly Noy è una giornalista e un’attivista politica che vive a Gerusalemme.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele cattura quattro dei sei palestinesi scappati dal carcere di Gilboa.

Redazione di MEE

10 settembre 2021 – Middle East Eye

Forze israeliane hanno messo in atto una massiccia caccia all’uomo in seguito all’audace fuga dei prigionieri palestinesi dalla prigione di massima sicurezza lunedì scorso.

Media palestinesi e israeliani hanno informato che le forze israeliane hanno catturato quattro dei sei carcerati palestinesi che hanno fatto una rocambolesca evasione dal carcere di massima sicurezza di Gilboa all’inizio della settimana.

Dopo l’evasione di lunedì l’esercito israeliano ha inviato molti soldati nella Cisgiordania occupata e condotto una massiccia caccia all’uomo seguita dalla repressione contro i prigionieri palestinesi nelle sue prigioni, in quella che è stata vista dalle fazioni palestinesi e dalle associazioni per i diritti umani come una “punizione collettiva”.

La polizia israeliana afferma che Zakaria Zubeidi, ex- comandante di spicco delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa di Fatah, e Mohamed Qassem Ardah sono stati arrestati nei pressi della cittadina palestinese di Shibli–Umm al-Ghanam ore dopo che nel quartiere Jabal al-Qafzeh della città di Nazareth erano stati arrestati Mahmoud Abdullah Ardah e Yaqoub Mahmoud Qadri. 

Zubeidi e Mohamed Ardah sono stati trovati nascosti in un parcheggio per camion nei pressi di Nazareth.

Sabato gli avvocati dei quattro prigionieri hanno affermato che non gli è stato concesso di vedere i propri clienti e che l’intelligence israeliana continua a negare loro informazioni su di essi.

“Il nostro gruppo di avvocati sta facendo grandi e ininterrotti tentativi per verificare il destino dei quattro prigionieri che sono stati riarrestati dalle forze di occupazione, sapere quali siano le loro condizioni e dove siano detenuti,” ha affermato in un comunicato la Commissione Palestinese per le Questioni dei Detenuti. 

Uno degli avvocati, Khaled Mahajna, ha detto in un’intervista che il team legale intende sottoporre una richiesta urgente alla corte distrettuale di Lod per chiedere un incontro con i propri clienti.

“Finora non siamo riusciti a ottenere informazioni sulle loro condizioni di salute, fisiche e psicologiche,” ha affermato Mahajna.

In seguito alla fuga di lunedì dal carcere di massima sicurezza di Gilboa, le autorità israeliane hanno arrestato membri delle famiglie dei prigionieri, con quello che l’Associazione dei Prigionieri Palestinesi ha definito un tentativo di fare pressione sui fuggiaschi perché si costituissero.

Le autorità israeliane hanno lanciato una caccia all’uomo e intensificato la propria presenza militare in Cisgiordania, installando posti di controllo all’ingresso di città palestinesi, comprese Nablus, Jenin, Tulkarem e Qalqilya, dove personale della sicurezza pensa che i prigionieri potrebbero essere scappati.

La prigione di Gilboa si trova a 4 km a nord della Cisgiordania e a 14 km a ovest del confine israeliano con la Giordania. Giovedì funzionari giordani hanno smentito informazioni dei media secondo cui gli evasi sono entrati nel loro territorio.

Appello per uno sciopero generale

Sabato Fatah ha condannato la cattura dei quattro prigionieri, affermando che ciò non minerà la determinazione dei palestinesi e dei prigionieri palestinesi nella lotta contro l’occupazione israeliana.

“La brutale aggressione e il nuovo arresto di Zubeidi e dei suoi compagni da parte dell’esercito di occupazione e delle forze della sicurezza è una violazione delle leggi internazionali, che impongono che i detenuti debbano essere protetti e non maltrattati,” afferma in un comunicato. “Il governo israeliano è totalmente responsabile di ogni offesa inflitta alle vite dei nostri eroici detenuti.”

Nel contempo l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ha affermato che in base alle leggi internazionali i detenuti palestinesi sono considerati prigionieri di guerra ed ha chiesto alla comunità internazionale di garantirne la sicurezza e di porre fine alle condizioni inumane nelle prigioni israeliane.

Secondo l’agenzia di notizie ufficiale palestinese Wafa, sabato mattina le forze israeliane hanno lanciato gas lacrimogeni e granate stordenti per disperdere un gruppo di studenti palestinesi che sfilavano in corteo verso l’ingresso settentrionale di Betlemme per protestare contro la cattura dei quattro prigionieri.

Attivisti e fazioni palestinesi hanno chiesto uno sciopero generale in Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme e Israele in solidarietà con i prigionieri catturati. Attivisti hanno anche chiesto che sabato pomeriggio ci siano cortei di massa in tutti i Territori Palestinesi.

Repressione israeliana

Dopo l’evasione il Servizio Carcerario Israeliano (IPS) ha scatenato un giro di vite contro i prigionieri palestinesi, riducendo il tempo all’aperto a un’ora al giorno, chiudendo la mensa delle prigioni e riducendo il numero di carcerati che possono accedere ai cortili delle prigioni. Israele ha anche vietato le visite dei familiari per i detenuti palestinesi.

Le restrizioni hanno portato a un’accentuazione delle tensioni nelle carceri di Gilboa, Megiddo, Rimon e Ketziot, in Israele. L’IPS ha anche iniziato a spostare centinaia di detenuti legati alla Jihad Islamica.

Nella prigione di Ketziot, che si trova nella regione del Negev, nel sud di Israele, prigionieri palestinesi hanno dato fuoco a sette celle per protestare contro un’irruzione da parte di unità speciali e di soldati israeliani della vicina base militare.

Nel frattempo venerdì palestinesi hanno protestato in varie città della Cisgiordania occupata, a Gerusalemme est e nella Striscia di Gaza assediata in solidarietà con i prigionieri nelle carceri israeliane. Dopo la fine delle preghiere del venerdì, le forze israeliane hanno fatto irruzione nel complesso della moschea di al-Aqsa e hanno disperso un sit-in di protesta in solidarietà con i prigionieri, arrestando un giovane.

Alle porte del complesso, dopo essere stato gravemente ferito dal fuoco israeliano, è stato ucciso Hazem al-Jolani, medico del quartiere di Shuafat, a Gerusalemme est.

Secondo immagini diffuse sulle reti sociali, in seguito all’incidente le forze israeliane hanno chiuso la Porta dei Leoni di al-Aqsa e hanno fatto irruzione nella casa di Jolani a Shuafat.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Evasione dal carcere israeliano: i sei prigionieri palestinesi fuggiti dalla prigione di Gilboa

Redazione MEE

6 settembre 2021 – Middle East Eye

La fuga è stata descritta come “un grave fallimento della sicurezza e dell’intelligence” dalla polizia israeliana.

La fuga di sei prigionieri palestinesi dalla prigione israeliana di massima sicurezza di Gilboa è stata descritta come “un grave fallimento della sicurezza e dell’intelligence” dalla polizia israeliana.

Lunedì l’agenzia di intelligence israeliana Shin Bet ha affermato che i sei palestinesi si sono coordinati con persone fuori dalla prigione usando un telefono cellulare introdotto di nascosto e sono fuggiti con successo dalla prigione attraverso un tunnel. Avevano un’auto che li aspettava pronta per la fuga.

Arik Yaacov, comandante del settore nord dell’Israel Prison Service (IPS) [Servizio Penitenziario Israeliano, ndtr.], ha detto che pare che i fuggitivi abbiano aperto un buco nel pavimento del bagno della cella per accedere ai passaggi scavati durante la costruzione della prigione.

Il portavoce nazionale della polizia, Eli Levy, ha affermato a Radio Kan che la ricerca dei fuggitivi è in corso, si ritiene che stiano tendando di raggiungere la vicina Cisgiordania, il territorio occupato dove l’Autorità Nazionale Palestinese esercita una forma limitata di autogoverno, o il confine con la Giordania.

Il servizio penitenziario israeliano ha affermato che i sei prigionieri stavano scontando la pena insieme nella cella n. 5, sezione 2, della prigione di Gilboa, sottolineando che tre di loro avevano cercato di fuggire in passato.

A seguito delle notizie sull’evasione, la Commissione per gli affari dei prigionieri e degli ex detenuti dell’Autorità Nazionale Palestinese ha invitato i gruppi per i diritti umani e le ONG internazionali, in particolare il Comitato internazionale della Croce Rossa, a visitare immediatamente la prigione di Gilboa e rendere pubblico il destino di oltre 400 prigionieri che, secondo quanto appreso, sono stati trasferiti in luoghi sconosciuti dopo l’evasione di lunedì.

La Commissione ha avvertito che qualsiasi ritorsione contro i sei evasi, se catturati dalle autorità israeliane, “potrebbe portare a una vera esplosione dentro e fuori le carceri”.

“La fuga deriva dall’ingiustizia israeliana imposta ai nostri prigionieri maschi e femmine nelle carceri dell’occupante”, ha aggiunto, sottolineando che i prigionieri sono regolarmente sottoposti a condizioni di detenzione che ne mettono in pericolo la vita.

L’Associazione dei Prigionieri Palestinesi ha reso note le informazioni sui sei prigionieri evasi, come riportate di seguito:

Zakaria Zubeidi

Zubeidi, 46 anni, originario del campo di Jenin, è una nota figura della resistenza palestinese. È l’ex comandante delle Brigate dei martiri di al-Aqsa, un apparato militare affiliato al movimento Fatah. Era in carcere dal 2019 con l’accusa di aver svolto attività armate contro Israele, anni dopo aver accettato di deporre le armi nel 2007.

Mahmoud Abdullah Ardah

Ardah, 46 anni, è di Jenin. Secondo il gruppo armato palestinese Brigate al-Quds è stato il leader del piano di fuga dalla prigione di Gilboa. Era detenuto dal 1996 e condannato all’ergastolo con l’accusa di essere un membro delle Brigate al-Quds e di coinvolgimento nell’uccisione di soldati israeliani. Secondo quanto appreso, cercò di fuggire nel 2014 dalla prigione di Shata scavando un tunnel, ma il suo piano non ebbe successo.

Mohamed Qassem Ardah

Ardah, 39 anni, è di Jenin. Era detenuto dal 2002 e condannato all’ergastolo con l’accusa di appartenenza alle brigate al-Quds e di coinvolgimento nell’uccisione di soldati israeliani.

Yaqoub Mahmoud Qadri

Qadri, 49 anni, viene da Bir al-Basha, Jenin. Era detenuto dal 2003 e condannato all’ergastolo con l’accusa di appartenere alle Brigate al-Quds e di aver ucciso un colono israeliano. Nel 2014, lui e un certo numero di altri prigionieri, tra cui Mahmoud Abdullah Ardah, cercarono di fuggire dalla prigione di Shata attraverso un tunnel, ma il tentativo non ebbe successo

Ayham Nayef Kamamji

Kamamji, 35 anni, è di Kafr Dan. Era detenuto dal 2006 e condannato all’ergastolo con l’accusa di aver ucciso un colono israeliano e di aver partecipato ad altre attività armate contro obiettivi israeliani.

Munadil Yaqoub Nfeiat

Nfeiat, 26 anni, viene da Ya’bad, a sud-ovest di Jenin, ed era in prigione senza accuse dal 2019.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




‘La natura ha parlato’: un incendio boschivo riaccende il sogno palestinese del ritorno

Johnny Mansour

28 agosto 2021 – Middle East Eye

Un enorme incendio vicino a Gerusalemme ha distrutto i pini provenienti dall’Europa piantati dai sionisti, rivelando i terrazzamenti e le antiche fattorie palestinesi che li avevano ricoperti

Durante la seconda settimana di agosto circa 20.000 dunam [2.000 ettari] di terra sulle montagne di Gerusalemme sono stati avvolti dalle fiamme. 

È stata una gravissima calamità naturale. Ma nessuno si aspettava quello che si sarebbe visto dopo che sono stati spenti. O piuttosto, nessuno aveva immaginato quello che avrebbero rivelato. 

Domate le fiamme, il paesaggio ha presentato una visione tremenda, specialmente agli occhi dei palestinesi. Gli incendi hanno infatti svelato i resti di antichi villaggi palestinesi e dei terrazzamenti agricoli realizzati dai loro antenati che avevano permesso loro di coltivare e piantare olivi e vigneti lungo i declivi montani. 

Su queste montagne, che costituiscono il paesaggio naturale sul lato occidentale di Gerusalemme, correva la strada che collegava la Città Santa a Giaffa, il suo porto storico. Questo passaggio attraverso le montagne era usato dai pellegrini che provenivano dall’Europa e dal Nord-Africa per visitare i siti sacri al cristianesimo. Essi non avevano altra scelta se non attraversare valli, dirupi e le cime dei monti. Con il passare dei secoli centinaia di migliaia di pellegrini, invasori e turisti hanno calcato questi sentieri.

I terrazzamenti costruiti dai contadini palestinesi hanno un pregio: la loro solidità. Secondo gli archeologi risalgono a oltre 600 anni fa, ma io credo che siano persino più antichi.

Lavorare con la natura

Il duro lavoro dei contadini palestinesi è visibile sulla superficie della terra. Molti studi hanno provato che essi hanno sempre investito nella terra, indipendentemente dal suo aspetto, anche nei territori montani che sono molto difficili da coltivare. 

Alcune fotografie prese prima della Nakba (Catastrofe) del 1948, quando i palestinesi furono cacciati dalle milizie ebraiche, o che risalgono persino alla seconda metà del diciannovesimo, mostrano che olivi e viti erano le due colture più comuni in queste zone. 

Queste piante mantengono l’umidità del suolo e offrono una risorsa economica alla gente del posto. Gli olivi, in particolare, aiutano a prevenire l’erosione e insieme alle viti possono anche creare una barriera naturale contro gli incendi perché le loro foglie trattengono l’umidità e necessitano di poca acqua. Nel sud della Francia alcune strade nei boschi sono fiancheggiate da vigneti che fungono da protezione contro gli incendi. I contadini palestinesi che li hanno piantati sapevano come lavorare in collaborazione con la natura, come trattarla con attenzione e rispetto. È una relazione che si è stabilita nel corso dei secoli.

Ma che cosa ha fatto l’occupazione sionista? Dopo la Nakba e la forzata espulsione di buona parte della popolazione, inclusa la pulizia etnica di ogni villaggio, paese e città lungo la strada Giaffa-Gerusalemme, per coprire e cancellare quello che le mani dei contadini palestinesi avevano creato, i sionisti cominciarono a piantare in vaste zone di queste montagne i pini europei, una specie non nativa e molto infiammabile.

Specialmente nella regione montuosa di Gerusalemme è stato cancellato tutto quello che è palestinese, con i suoi 10.000 anni di storia, in nome di qualsiasi cosa che evocasse il sionismo e l’ebraicità del luogo. Il risultato della mentalità colonialista europea è stato il trasferimento di “luoghi” europei in Palestina, in modo che ai coloni fosse ricordato quello che si erano lasciati alle spalle.

Il processo di occultamento mirava a negare l’esistenza dei villaggi palestinesi. E il processo di cancellazione dei loro tratti distintivi mirava a cancellarne l’esistenza dalla storia.

Va notato che gli abitanti dei villaggi che hanno modellato la vita sulle montagne di Gerusalemme e che sono stati espulsi dall’esercito israeliano vivono vicino a Gerusalemme stessa, in comunità e in campi profughi, come Qalandiya, Shu’fat e altri.

Pinete simili si trovano in altre località a celare cittadine e fattorie palestinesi demolite da Israele nel 1948. Anche organizzazioni internazionali israeliane e sioniste hanno piantato pini europei sui terreni dei villaggi di Maaloul, vicino a Nazareth, Sohmata, nei pressi del confine Palestina-Libano, e quelli di Faridiya, Kafr Anan, al-Samoui, sulla strada Akka-Safad, e altri. Ora sono nascosti e non si possono vedere a occhio nudo. 

Enorme significato

Ai villaggi è stato persino cambiato il nome. Per esempio, Suba è diventato “Tsuba”, Beit Mahsir è diventato “Beit Meir”, Kasla è ora “Ksalon”, “Shoresh” invece di Saris, ecc. 

Anche se i palestinesi non sono ancora riusciti a risolvere il loro conflitto con gli occupanti, la natura ha ora parlato nel modo che ha ritenuto più appropriato. Gli incendi hanno rivelato un aspetto lampante degli elementi ben pianificati e realizzati del progetto sionista.

Per i palestinesi la scoperta dei terrazzamenti sulle montagne afferma che la loro narrazione secondo cui c’era vita su questa terra, che i palestinesi stessi erano i più attivi in questa vita e che gli israeliani li hanno espulsi in modo da prenderne il posto.

E anche solo per questo i terrazzamenti hanno un enorme significato. Essi affermano che la questione non è chiusa, la terra aspetta il ritorno dei suoi figli che saprebbero trattarla nel modo giusto. 

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Johnny Mansour è uno storico e ricercatore, vive ad Haifa. È inoltre docente di storia e scienze politiche e autore di vari testi, tra cui: “The Military Institution in Israel”, [Le istituzioni militari in Israele] “Israeli colonisation” [La colonizzazione israeliana], “The Hijaz Railway” [La ferrovia di Hijaz] e “The Other Israel: A Look from the Inside” [L’altro Israele: uno sguardo dall’interno].

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




‘Sola e ammanettata’: una madre palestinese ha paura di partorire all’interno della prigione israeliana

Shatha Hammad

Kufr Nimah, Cisgiordania occupata

27 agosto 2021 – Middle East Eye

Incinta e affetta da complicanze, Anhar al-Deek afferma che sarebbe più sicuro se suo figlio potesse rimanere nel suo grembo

***Il 3 settembre Anhar al-Deek è stata liberata su cauzione di 40.000 shekel pari a 10.500 euro e posta agli arresti domiciliari. Leggi la notizia dopo questo articolo.

Anhar al-Deek, 25 anni, si sta avvicinando alla data del parto, ma a differenza della maggior parte delle madri, Anhar teme la nascita di suo figlio. Sente che è più sicuro che lui rimanga nel suo grembo che dietro le sbarre della prigione israeliana in cui è detenuta, dove non prova altro che paura e ansia.

L’esercito israeliano ha arrestato Anhar l’8 marzo nel villaggio di Kufr Nima, a ovest della città di Ramallah, mentre si trovava nei terreni agricoli della sua famiglia.

Gli agenti l’hanno accusata di un tentato accoltellamento. I tribunali israeliani non hanno emesso una sentenza in risposta all’appello della sua famiglia per il rilascio, ignorando il fatto che è incinta e soffre di complicanze.

Anhar è riuscita a far uscire una lettera rivolta alla sua famiglia attraverso un’altra detenuta recentemente rilasciata. Esprimendo la sua paura di affrontare le fasi del parto lontano dalla sua famiglia, ha scritto: “Cosa devo fare se sono nata lontano da voi e sono stata ammanettata mentre stavo per partorire?

“Sapete quanto è [difficile] un parto cesareo… Immaginatelo in prigione, sola e in manette”.

La madre di Anhar, Aisha di 57 anni, trascorre intanto il suo tempo a prendersi cura di sua nipote di un anno e mezzo, Julia.

“Si sveglia di notte chiamando sua madre e non la trova vicino a lei”, ha detto Aisha.

“Ciò che mi addolora di più è che a volte mi chiama ‘mamma’, o chiama ‘mamma’ qualsiasi donna della famiglia”.

Picchiata durante la gravidanza

In occasione dell’arresto di Anhar Aisha ha riferito a MEE che sua figlia era uscita per una passeggiata nel terreno di famiglia sulla collina Raysan e che soffriva di depressione a causa della gravidanza.

Un gruppo di soldati israeliani l’ha aggredita e l’ha accusata di aver tentato di accoltellarli.

“Anhar ci ha detto che durante l’arresto l’hanno picchiata duramente, nonostante gridasse che era incinta, ma a loro non importava”, continua Aisha.

Immediatamente dopo il suo arresto Anhar è stata portata nella prigione di HaSharon, dove per un mese è stata sottoposta ad interrogatori e messa in isolamento.

Anhar ha detto ai suoi avvocati di essere stata tenuta in condizioni durissime e sottoposta a lunghe ore di interrogatorio, senza alcuna considerazione per il suo stato fisico e psicologico.

“Anhar è stata sottoposta per un mese a pesanti torture, dopodiché è stata trasferita nella prigione di Damon, dove le prigioniere vivono in condizioni difficili”, sostiene Aisha, aggiungendo che Anhar non può dormire a causa della mancanza di un materasso decente.

Dice che sua figlia soffre di forti dolori al bacino e ai piedi, oltre che di stanchezza generale.

Isolamento

Durante la sua prima gravidanza – con Julia – Aisha non aveva mai lasciato sola la figlia Anhar, soprattutto nel corso dell’ultimo mese. Le era rimasta accanto durante il parto e si è occupata di lei costantemente.

Questa volta, tuttavia, Aisha vive nella paura e nell’ansia per il fatto di non poter fare nulla per sua figlia.

Nella sua lettera Anhar ci ha comunicato che non sapeva come si sarebbe svegliata dopo il parto senza al proprio fianco sua madre e suo marito”, continua Aisha.

“Pensa anche molto a come sarà incatenata al letto”.

L’amministrazione carceraria israeliana ha informato Anhar che dopo il parto lei e il suo bambino saranno posti in isolamento come precauzione contro la trasmissione del coronavirus ad altri dopo il ritorno dall’ospedale.

Mi preoccupa molto che le altre prigioniere non potranno occuparsi di Anhar. Lei e suo figlio staranno soli in cella,” afferma Aisha.

Un modello”

Nel 1972, la prigioniera palestinese Zakiya Shammout ha dato per prima alla luce un figlio in una prigione israeliana.

Anhar chiamerà suo figlio “Alaa”. Sarà il nono bambino palestinese a subire la stessa sorte.

In un breve servizio l’agenzia di stampa ufficiale palestinese Wafa ha documentato le esperienze di sette detenute che hanno partorito in carcere, scoprendo che tutte avevano sofferto, in particolare perché durante il travaglio e il parto le braccia e le gambe erano incatenate al letto.

La sorella di Anhar, Amna, ha detto a MEE che il massimo che ha potuto fare per sua sorella è stato organizzare campagne sui social media e contattare le organizzazioni per i diritti umani e gli organi di informazione per attirare l’attenzione sul caso di sua sorella.

“Oggi ci poniamo molte domande sul ruolo delle organizzazioni di donne e dei difensori dei diritti umani nel sostenere le donne palestinesi di fronte agli attacchi israeliani, alle persecuzioni e alle grandi ingiustizie a cui sono soggette”, dice Amna.

“Anhar è oggi un modello non della sofferenza delle prigioniere, ma della sofferenza delle donne palestinesi”.

Amna afferma che la sua più grande paura per Anhar deriva dagli attacchi di depressione di cui soffre e dalla probabilità che subisca ulteriori traumi dopo il parto, una situazione che verrebbe esasperata dalle condizioni carcerarie.

Messaggi vocali

Dal momento del suo arresto ad Anhar è stata concessa solo una visita dei familiari, del marito, mentre sua madre e sua sorella non hanno potuto vederla per quasi sei mesi, da quando è stata arrestata.

Le viene anche impedito di parlare con la sua famiglia al telefono. La madre di Anhar afferma che l’esercito israeliano ha anche ritirato al marito di Anhar il permesso di lavoro per l’accesso alle aree occupate dal 1948 [cioè in Israele, ndtr.], come ulteriore punizione per la famiglia.

“Fino ad ora non ho potuto vederla e ho sentito la sua voce solo una volta, ma le inviamo dei messaggi vocali sulla sua bambina Julia attraverso una delle stazioni radio locali che lei può ascoltare”, aggiunge Aisha.

Anhar ci ha detto di smettere di lasciare che Julia si rivolga a lei alla radio; non riesce a capire che sua figlia sta crescendo, lontana da lei”.

Secondo il Palestine Prisoners Club [ONG che monitora e sostiene i prigionieri politici palestinesi, ndtr.] Anhar è una delle 11 madri palestinesi imprigionate nelle carceri israeliane, su un totale di 40 detenute. La maggioranza si trova nella prigione di Damon in condizioni durissime e vergognose.

In un comunicato l‘organizzazione ha dichiarato che quando l’amministrazione carceraria israeliana consente ai bambini di andarle a trovare viene loro impedito di abbracciare le loro madri, una situazione che è peggiorata con la diffusione del Covid-19 e la mancanza di visite regolari da parte dei familiari.

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Prigioniera incinta trasferita agli arresti domiciliari con un’ammenda di 40.000 shekel

3 settembre 2021 – IMEMC News

Secondo quanto riportato da Quds News Network [Rete di notizie Quds; la QNN è una delle principali agenzie d’informazione nei territori palestinesi occupati, ndtr.] giovedì il tribunale militare israeliano di Ofer ha deciso di rilasciare Anhar ad-Deek, 25 anni, la donna palestinese al nono mese di gestazione, dopo una permanenza di sei mesi in una prigione israeliana.

Giovedì la Commissione palestinese per gli affari dei detenuti ed ex detenuti [organo operativo del ministero per gli affari dei detenuti dell’Autorità Nazionale Palestinese, ndtr.] ha annunciato che le autorità di occupazione hanno rilasciato ad-Deek assegnandole gli arresti domiciliari e una ammenda di 40.000 shekel (10.500 euro).

Ad-Deek, sposata e madre di un bambino, della città di Kafr Ni’ma, all’interno del governatorato di Ramallah nella Cisgiordania centrale occupata, è stata arrestata dalle forze israeliane l’8 marzo, Giornata internazionale della donna, a seguito di quello che le autorità hanno affermato essere un presunto tentativo di accoltellamento.

Organizzazioni a difesa dei diritti umani hanno organizzato campagne per chiedere alle autorità di occupazione di rilasciare immediatamente la detenuta incinta.

Sulla base di notizie correlate le autorità carcerarie hanno rilasciato anche un’altra donna palestinese, Ayat Mahfouth, dopo averla tenuta in prigione per cinque anni.

Secondo Addameer [ONG palestinese che monitorizza il trattamento dei prigionieri palestinesi e fornisce assistenza legale, ndtr.] Le donne palestinesi incinte non sono sfuggite agli arresti di massa di civili palestinesi sotto il regime di occupazione israeliano illegale. Tra il 2003 e il 2008 Addameer ha documentato quattro casi di detenute palestinesi costrette a partorire mentre si trovavano nelle carceri israeliane; tutte loro hanno ricevuto cure prenatali e postnatali molto scarse o inesistenti.

Poiché l’incarcerazione di donne incinte comporta un rischio elevato non solo per la donna stessa ma anche per gli esiti del parto e per la successiva crescita e sviluppo del neonato, i loro casi sono estremamente preoccupanti. Le donne incinte nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani non godono di alcun trattamento preferenziale in termini di dieta, spazio vitale o trasferimenti negli ospedali”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Beita è un modello di resistenza palestinese contro Israele

Shatha Hammad

31 agosto 2021- Middle East Eye

Questa cittadina, situata in posizione strategica in Cisgiordania, da molto tempo fa gola ai coloni israeliani, ma i suoi abitanti si rifiutano fermamente di rinunciare alle proprie terre, nonostante le ripetute tragedie patite.

Alaa Dweikat è cresciuta giocando a nascondino con il papà, Imad, e quattro tra fratelli e sorelle. La piccola palestinese di nove anni non si sarebbe mai aspettata che il gioco diventasse realtà.

Imad, 38 anni, adesso è scomparso per sempre dalle loro vite, ucciso dall’ esercito israeliano a Beita, nella Cisgiordania occupata. Il 6 agosto, mentre la famiglia aspettava che arrivasse a casa per pranzo, è invece squillato il telefono. Imad era stato ucciso dai soldati israeliani in uno scontro con gli abitanti di Beita che protestavano a Jabal Sbeih, a sud di Nablus.

Lui è uno dei sette palestinesi, fra cui due adolescenti, uccisi da maggio, quando è stata lanciata una campagna di proteste contro una colonia israeliana illegale alla periferia della cittadina. Tre erano padri di famiglia e lasciano circa quindici figli.

I palestinesi di Beita protestano in modo pacifico contro l’espansione israeliana. Sono stati accolti da pallottole vere e gas lacrimogeni che hanno causato decine di feriti, molti colpiti alle gambe.

Arresti di massa hanno portato oltre 30 palestinesi della cittadina ad essere rinchiusi in carceri israeliane.

Quello che una volta era un tranquillo villaggio cisgiordano è diventato l’epicentro della resistenza palestinese.

Accolto da pallottole

Alaa, la figlia maggiore di Imad, dice che sogna di lavorare su un’ambulanza, così potrà evitare la morte delle persone, come è capitato a suo papà.

Ogni giorno penso di chiedere alla mamma quando nostro padre tornerà a casa dal lavoro, ma poi mi ricordo che è morto e che non tornerà mai più,” dice Alaa a Middle East Eye. “È molto dura. Mi manca ogni giorno.” 

Imad, come molti dei giovani di Beita, andava a Jabal Sbeih ogni venerdì per partecipare alle popolari attività pacifiche per difendere la loro terra dall’occupazione dei coloni. 

È stato colpito da “una pallottola in pieno petto ed è morto sul colpo”, dice a MEE suo fratello Bilal. “Imad stava partecipando come gli altri ad attività pacifiche e non a una guerra. Non c’è nessun motivo per cui i cecchini israeliani sparino pallottole vere.”

Dalla sua uccisione, Fathiya, la mamma di Imad, 77 anni, non riesce più a dormire. Qualche volta riesce ad assopirsi per qualche ora, ma poi si sveglia di botto e si siede sulla soglia in attesa dell’impossibile ritorno di Imad. 

Lo vedo dappertutto. Non riesco a smettere di attendere il suo ritorno, anche se gli ho detto addio e so che è morto. Viviamo con un dolore che durerà per sempre,” dice a MEE, cullando il figlio di Imad di tre mesi. 

Famiglie che vivono lo stesso dolore  

Said Dweikat siede davanti a casa sua affacciata su Beita e beve un caffè. Stormi di uccelli volteggiano in cielo.

La città sembra calma, ma i suoi abitanti hanno subito violenze quotidiane. Ogni casa è legata con qualcuno che è stato ucciso durante le manifestazioni. Inoltre molti abitanti sono ancora curati per le ferite riportate e molte case hanno subito raid frequenti e arresti.

Qui ogni giorno c’è una famiglia che si aspetta che uno dei suoi figli sia ucciso, ferito o arrestato dall’esercito israeliano. Ciascuno di noi dice: ‘Adesso tocca a me’,” racconta Said a MEE. 

Di solito Said prendeva il caffè con il fratello, Shadi. Ma Shadi è stato ammazzato il 27 luglio, non mentre protestava, ma mentre lavorava come volontario per il comune di Beita e apriva le pompe dell’acqua all’ingresso della città. Gli israeliani sostengono che fosse armato con una barra di metallo, in realtà erano i suoi attrezzi da idraulico.

Lascia cinque figli.

“I suoi bambini ci chiedono dov’è il loro papà; noi diciamo che è in paradiso. E loro rispondono: ‘Non vogliamo il paradiso, vogliamo un padre’. Non riesco più a rispondere alle loro domande, è molto doloroso,” dice Said, con le lacrime che gli scorrono sulle guance. 

L’intera cittadina è sconvolta dall’uccisione di Shadi, dice Said. Dato che era un idraulico era andato praticamente in tutte le case di Beita.

E come se la sua morte non fosse già abbastanza tragica, l’esercito israeliano, dopo averlo ammazzato, ha trattenuto il suo corpo per due settimane, aggiungendo altro dolore e rabbia al dolore che già provavano.

“Ogni ora penso a come farò a passare l’ora successiva senza Shadi, come vivrò la mia vita senza di lui,” dice Said. 

Rubare Jabal Sbeih 

Per Beita la storia recente, fatta di violenza e resistenza, è cominciata il 2 maggio, quando gli abitanti hanno notato delle lucine in cima a Jabal Sbeih.

Dei coloni, accompagnati dall’esercito, stavano costruendo un avamposto illegale senza che ci fosse stata prima alcuna comunicazione di confisca della terra.

Non è la prima volta che Israele cerca di prendere il controllo della collina. Nel 1978, con l’apertura dell’autostrada 60 per le colonie, l’esercito israeliano ci aveva costruito un avamposto militare, costringendo i proprietari palestinesi a rivolgersi ai tribunali israeliani per recuperare le proprie terre, cosa che erano riusciti a fare nel 1994.

L’avamposto militare è stato smantellato, poi ricostruito durante la Seconda Intifada del 2000-2005 e poi di nuovo smantellato. 

Huthayfa Budair, che possiede delle terre sulla collina, dice che quattro anni fa gli abitanti hanno cominciato a notare l’avanzata dei coloni nella zona, attirati dalla sua posizione strategica.

C’è stata un’insurrezione popolare con la partecipazione di tutti gli abitanti e siamo riusciti a cacciare i coloni dalla zona,” dice Huthayfa. 

Nonostante ciò quest’anno i coloni sono ritornati a Beita. In soli sei giorni hanno installato 40 roulotte e asfaltato una strada che porta alla collina, battezzando l’avamposto “Givat Eviatar”.

Il 9 giugno l’esercito israeliano ha cominciato a smantellare l’avamposto, sostenendo che era stato costruito durante una situazione tesa a livello di sicurezza e senza previa regolarizzazione. Comunque, poco dopo l’esercito si è appropriato dell’avamposto e ha dichiarato Jabal Sbeih zona militare, impedendo ai palestinesi di ritornare alle proprie terre.

È emerso che i coloni hanno stretto un accordo con il governo in base al quale lascerebbero le loro roulotte sulla collina in modo che l’esercito se ne prenda cura fino a quando la terra non sarà dichiarata proprietà dello Stato di Israele e a quel punto potranno ritornare.

Huthayfa ha i documenti che certificano la sua proprietà di cinque dunam [0,5 ettari, N.d.T.] a Jabal Sbeih. Altre cinque famiglie di Beita sono riuscite a fornire i documenti di proprietà, come anche alcune famiglie dei vicini villaggi di Qabalan e Yatma.

Nonostante ciò, il 15 agosto la Corte Suprema israeliana si è rifiutata di accettare un ricorso contro l’avamposto presentato dai proprietari, una decisione condannata come prematura dal Jerusalem Center for Legal Aid and Human Rights [Centro per l’Assistenza Legale e i Diritti Umani di Gerusalemme] (JLAC), che l’aveva presentato a nome dei palestinesi.

La Corte Suprema ha rinviato la sentenza sulla legalità dell’avamposto e sull’accordo dei coloni con il governo fino a quando la zona non sarà ispezionata e si prenderà una decisione finale che la dichiari “terra statale”. Essa sostiene che i proprietari hanno il diritto di presentare immediatamente appello se la zona sarà dichiarata “terra statale”, ma secondo lo JLAC la petizione non verrà esaminata fino a quando non si prenderà una decisione sullo status giuridico del territorio.

Anzi, lo JLAC sostiene che la Corte Suprema ha già deciso sugli appelli con “totale negligenza”, e ignorato “abusi lampanti commessi dai coloni sulle terre su cui non hanno alcun diritto, il che indica che i tribunali non hanno alcun problema legale ad aggirare le leggi”.

Resistenza creativa

Negli ultimi mesi i giovani di Beita hanno sviluppato modi creativi per resistere ai coloni e alle pallottole dell’esercito israeliano, tramite una campagna che chiamano “stato di confusione”.

È una combinazione di metodi tradizionali di resistenza, come lanciare pietre e bruciare pneumatici, e tattiche nuove come l’uso di laser, altoparlanti e rumori che sembrano esplosioni.

I manifestanti e quanti partecipano alla protezione delle terre dall’espansione dei coloni si sono organizzati in gruppi che a turno agiscono giorno e notte, ognuno con una missione specifica. La zona è costantemente monitorata e gli abitanti di Beita vi si recano regolarmente. 

Ogni venerdì noi giovani ci portiamo le fionde mentre gli anziani hanno le bandiere palestinesi. Usiamo anche pneumatici incendiati, fuochi d’artificio e palloni,” ha detto a MEE un venticinquenne parlando in condizioni di anonimato.

Noi monitoriamo i giornali israeliani sulle reti sociali e osserviamo le reazioni dei coloni. Abbiamo scoperto che siamo riusciti a metterli sotto pressione e a costringerli a lasciare la colonia – neppure loro si sentono al sicuro, circondati da un costante rifiuto popolare alla loro presenza.” 

Noi vogliamo conservare Beita e le sue terre. Siamo riusciti a cacciarli dalla montagna parecchie volte. Questa sarà l’ultima, non ritorneranno più,” aggiunge. 

Una volta che le famiglie recupereranno le loro terre, dice, l’intera cittadina festeggerà. “Sarà come un matrimonio nazionale.” 

Un altro attivista, anche lui parlando a condizione di anonimato per paura di rappresaglie israeliane, dice a MEE: “Siamo qui tutto il tempo per salvaguardare l’approccio dei nostri antenati alla conservazione delle nostre terre e per prevenire attacchi o confische ad ogni costo, anche della nostra vita e libertà.”

Beita è nota per la sua resistenza e, nel corso degli anni, è stata costretta ad affrontare parecchie volte l’esercito israeliano a causa della sua posizione geografica affacciata sulla strada fra Nablus e Gerico. 

Beita ha sempre combattuto a sostegno di Gaza e dei prigionieri (palestinesi) ed è contraria a ogni azione intrapresa da Israele in Cisgiordania. Noi sacrifichiamo martiri, feriti e prigionieri e ciò non ci spaventa né ci impedisce di continuare,” dice l’attivista.

Beita non conosce la calma. È sempre in fiamme e se l’esercito israeliano evita di compiere dei raid è perché sa che li pagherebbe a caro prezzo.”

Anche se i coloni se ne sono andati da Jabal Sbeih, il confronto continua, seppure in tono minore.

Gli abitanti hanno giurato di non ritirarsi fino a quando non saranno rientrati in possesso dell’intera collina.

“Anche se l’avamposto sarà smantellato e noi saremo ritornati a Jabal Sbeih, Beita non smetterà la sua lotta finché non si sarà riottenuta tutta la Palestina,” dice l’attivista. “Noi speriamo che l’esperienza di Beita si diffonda in tutti i villaggi palestinesi che quotidianamente fronteggiano la costruzione di colonie.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)