La chiusura del Santo Sepolcro da parte di Israele dimostra che nessuna fede è al sicuro dall’occupazione.

Ismail Patel

31 marzo 2026 – Middle East Eye

Concedere al Patriarca latino l’accesso alla chiesa non risolve il problema fondamentale di un sistema coloniale concepito per cancellare la presenza cristiana palestinese.

A Gerusalemme la Chiesa del Santo Sepolcro è al centro del culto cristiano. È il luogo in cui si commemora la crocifissione e la resurrezione.

Negare l’accesso a questo luogo non è un semplice atto amministrativo. È una violenta interruzione di legami religiosi ancestrali, un’imposizione coloniale che separa i cristiani palestinesi dal cuore della loro vita spirituale e comunitaria.

La perdita non è solo loro. Ogni atto di esclusione da uno spazio sacro è una lezione sull’occupazione israeliana in corso, un monito che la logica del dominio governa ancora Gerusalemme.

Israele ha chiuso la Chiesa del Santo Sepolcro il 28 febbraio, impedendo al cardinale Pierbattista Pizzaballa e a padre Francesco Ielpo, Custode di Terra Santa, di entrarvi la Domenica delle Palme.

Questo ha avuto un impatto notevole. Si ritiene che sia la prima volta in secoli che a figure di spicco della Chiesa sia stato impedito di partecipare alla Messa della Domenica delle Palme nel Santo Sepolcro. Il Patriarcato Latino ha definito la decisione “un grave precedente e una mancanza di rispetto per la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme”.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha revocato la decisione solo dopo aver ricevuto critiche da tutto il mondo, tra cui quelle di uno dei suoi più stretti alleati, Mike Huckabee, ambasciatore statunitense in Israele, il quale ha affermato che negare l’accesso alla chiesa al cardinale era “difficile da comprendere o giustificare”.

Lunedì, la polizia israeliana ha dichiarato di aver raggiunto un accordo con i leader cristiani per consentire “una preghiera limitata” all’interno della chiesa.

Architettura di controllo

Questa inversione di rotta non è una soluzione, ma una messinscena, una manovra per placare l’opinione pubblica internazionale mentre l’architettura coloniale di controllo rimane intatta.

La vera libertà di culto non può esistere sotto occupazione. La libertà esige lo smantellamento delle strutture che consentono a Israele di dettare l’accesso ai luoghi sacri di Gerusalemme. Le sole parole, senza la fine dell’occupazione, non fanno altro che perpetuare il danno, alimentando la violenza dell’esclusione e della cancellazione.

Il pretesto della “sicurezza” non giustifica la chiusura.

Il 12 marzo il Ministero degli Esteri israeliano ha affermato che un missile è caduto a poche centinaia di metri dalla Città Vecchia, vicino alla Moschea di al-Aqsa e alla Chiesa del Santo Sepolcro.

I funzionari israeliani hanno indicato la guerra contro l’Iran come motivo della chiusura dei luoghi sacri della Città Vecchia.

Tuttavia, la sicurezza non dovrebbe significare che il culto possa essere interrotto a capriccio delle autorità di occupazione. Le norme già limitavano gli assembramenti a 50 o 100 persone con accesso ai rifugi antiaerei, dimostrando che erano possibili precauzioni più mirate.

La chiusura totale della chiesa con il pretesto della “sicurezza” e l’ostruzionismo nei confronti del Patriarca latino sono state quindi una scelta politica, mascherata da gestione dell’emergenza.

Non si tratta di episodi isolati. Sono manifestazioni di un sistema coloniale concepito per cancellare la presenza palestinese autoctona nascondendosi dietro al linguaggio della neutralità amministrativa.

Questa non è sicurezza. È l’esercizio del potere che mira a normalizzare l’esclusione.

Il Santo Sepolcro è da tempo governato dallo Status Quo, un assetto di epoca ottomana. Era concepito per mantenere l’equilibrio tra le comunità cristiane attraverso la custodia condivisa.

La sua sospensione sotto il dominio israeliano non rafforza la sicurezza; al contrario, afferma il potere statale sugli spazi sacri e trasforma i luoghi di culto in campi di battaglia per il dominio e l’espropriazione.

Un gesto temporaneo.

Per i cristiani palestinesi, e per tutti gli altri palestinesi, questo non è un affronto isolato, ma il sintomo di un più ampio regime coloniale che controlla la libertà di movimento, il culto, l’istruzione e il diritto stesso di esistere a Gerusalemme.

A gennaio i leader delle chiese palestinesi hanno avvertito che la violenza dei coloni israeliani minaccia la presenza cristiana in Terra Santa.

L’anno scorso Israele ha imposto ripetute restrizioni all’accesso dei cristiani alle celebrazioni della Settimana Santa, mentre un rapporto del Consiglio Ecumenico delle Chiese ha rilevato che l’aumento della violenza, le difficoltà economiche e le restrizioni al culto minacciano le comunità cristiane in tutta la Terra Santa.

Questa realtà quotidiana non comporta solo la perdita di terra, ma anche la regolamentazione del tempo, dei rituali e della dignità. Si tratta di un attacco al tessuto stesso della vita palestinese.

L’inversione di rotta di Netanyahu è un gesto temporaneo e non risolve il problema fondamentale dell’occupazione illegale.

Concedere al patriarca il diritto di accesso alla Chiesa del Santo Sepolcro solo sotto pressione internazionale non è responsabilità. È gestione dell’immagine.

I cristiani palestinesi della Cisgiordania e di Gaza occupate rimangono esclusi da Gerusalemme e i loro spostamenti limitati da checkpoint ed espulsioni.

Il Santo Sepolcro rimane sotto occupazione. Senza smantellare l’ordine coloniale, tali tregue servono solo a deviare le critiche e a consolidare il controllo.

Libero accesso a tutte le fedi

Questa logica di esclusione non si limita ai luoghi cristiani. I fedeli musulmani, a cui è ancora vietato l’accesso alla moschea di Al-Aqsa, sono stati costretti a trascorrere gran parte del Ramadan e dell’Eid separati da uno dei loro luoghi più sacri.

Coloro che hanno osato pregare fuori dalle mura di Al-Aqsa sono stati dispersi violentemente dalle forze israeliane.

Gerusalemme è governata da un regime di eccezione, dove l’accesso ai luoghi sacri dipende dai capricci della potenza occupante.

Questa non è neutralità. È la gestione coloniale della fede, dove la sicurezza diventa il linguaggio del controllo.

La comunità internazionale deve andare oltre le suppliche ai leader israeliani di aprire i luoghi sacri. Ciò che serve è la garanzia di un accesso libero ed equo ai luoghi sacri per tutte le fedi.

L’apertura del Santo Sepolcro e la richiesta di riapertura della Moschea di Al-Aqsa non sono un favore, ma un imperativo legale, un passo verso il ripristino della dignità e l’affermazione della sovranità palestinese sul proprio patrimonio spirituale e materiale.

Se Gerusalemme vuole rimanere una città di fedi i suoi luoghi sacri devono essere liberati dalla morsa amministrativa dell’occupazione israeliana. Solo allora la città potrà incarnare la promessa di appartenenza condivisa e di giustizia.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

(Traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele intende controllare il sud del Libano e Smotrich auspica che il confine si sposti fino al fiume Litani

Mera Aladam

24 marzo 2026 – Middle East Eye

I ministri progettano piani per allargare la “zona di sicurezza” mentre gli attacchi si moltiplicano e cresce il timore di un’invasione

Martedì il Ministro della Difesa di Israele Israel Katz ha detto che l’esercito pianifica di “controllare” il sud del Libano, il giorno dopo che il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha auspicato che il confine venga riposizionato sul fiume Litani.

Katz ha detto che le centinaia di migliaia di civili libanesi costretti a fuggire dal sud non potranno ritornare fino a quando non sarà “garantita” la “sicurezza” per gli abitanti del nord di Israele. Ha aggiunto che Israele controllerà la “zona di sicurezza fino al Litani.”

Il principio è chiaro: dove ci sono terrorismo e missili non vi saranno case né abitanti e l’esercito stazionerà all’interno”, ha affermato.

Le sue considerazioni giungono alcuni giorni dopo aver affermato che all’esercito era stato ordinato di “distruggere tutti i ponti sul fiume Litani” e di “accelerare la demolizione delle case libanesi” vicino al confine.

Lunedì Smotrich ha detto che la guerra in Libano finirà con un “cambiamento radicale”, compresa la creazione di un “cordone di sicurezza sterile” molto all’interno del territorio libanese.

L’attuale guerra in Libano deve finire con un cambiamento radicale, dopo la sconfitta dell’organizzazione terrorista Hezbollah”, ha dichiarato alla Knesset, il parlamento israeliano.

Il Litani deve costituire il nostro nuovo confine con il Libano, come la ‘Linea Gialla’ a Gaza e la zona cuscinetto sul monte Hermon in Siria.”

Israele non ha mai definito formalmente i suoi confini con il Libano, la Siria, o i territori palestinesi: sono invece stati delineati dagli accordi di cessate il fuoco del 1949 e del 1967.

Nel 2024 le forze israeliane hanno occupato il monte Hermon in Siria in seguito alla caduta di Bashar al-Assad, con una mossa largamente considerata come una violazione del diritto internazionale. Lo strategico monte si trova vicino al confine siriano con il Libano.

La cosiddetta “Linea Gialla” a Gaza è un confine militare imposto unilateralmente da Israele all’interno della Striscia dopo il cessate il fuoco di ottobre mediato dagli USA e da allora si è allargato fino a comprendere più di metà del territorio.

Le dichiarazioni di Smotrich e Katz arrivano mentre Israele, secondo l’agenzia Axios, starebbe pianificando una massiccia invasione di terra del Libano e intenderebbe occupare tutto il territorio a sud del fiume Litani.

Il fiume si trova circa 30 km. a nord dell’attuale confine israelo-libanese e costituisce un collegamento cruciale tra il sud del Libano e il resto del Paese.

Durante il weekend le forze israeliane hanno distrutto ponti essenziali sul Litani e distrutto case vicino al confine sud, un’escalation che il presidente del Libano Joseph Aoun ha avvertito potrebbe essere il “preludio ad un’invasione di terra.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Guerra all’Iran: ecco i siti patrimonio dell’umanità devastati dagli attacchi statunitensi e israeliani

Rayhan Uddin

16 marzo 2026 – Middle East Eye

Da Isfahan a Teheran fino a Khorramabad gli attacchi israeliani e americani hanno danneggiato monumenti tra cui alcuni iscritti/inseriti/presenti nella lista UNESCO.

La storia dell’Iran è caratterizzata da conquiste, rinnovamenti culturali e maestria artigianale, tutti elementi visibili nei suoi straordinari siti storici.

Le iconiche cupole turchesi di Isfahan e gli interni fittamente decorati di moschee e palazzi in tutto il paese sono rinomati a livello internazionale.

Il patrimonio architettonico iraniano può essere suddiviso approssimativamente in due epoche. La prima è il periodo pre-islamico che comprende imperi iraniani come gli Achemenidi e i Sasanidi, mentre la seconda include una successione di imperi e Stati islamici a partire dal califfato Rashidun fino allo stato Qajar, all’inizio del XX secolo.

L’Iran vanta 29 siti riconosciuti come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, decimo tra i più numerosi al mondo. Ma nelle ultime due settimane e mezzo questi siti sono stati oggetto di attacchi da parte di Israele e degli Stati Uniti.

Da Isfahan a Teheran fino a Khorramabad, i raid israeliani e statunitensi hanno devastato monumenti iraniani tra cui diversi siti iscritti nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

Il protrarsi della guerra e l’aver stabilito un precedente fanno sì che altri siti del patrimonio siano a rischio: un funzionario iraniano ha definito gli attacchi una “dichiarazione di guerra a una civiltà”.

Middle East Eye elenca i siti che sono stati danneggiati finora.

Palazzo Golestan

Il 1° marzo, un giorno dopo l’inizio del conflitto, un attacco ha danneggiato il Palazzo Golestan, l’unico sito Patrimonio dell’Umanità UNESCO a Teheran.

Dalle immagini pubblicate dai media iraniani si vede che la deflagrazione di un missile esploso nelle vicinanze ha mandato in frantumi le finestre del palazzo e danneggiato gli iconici specchi e le vetrate del complesso.

Seyyed Ahmad Alavi, capo del comitato per il turismo e il patrimonio di Teheran, ha affermato che l’esplosione ha anche danneggiato le storiche porte Orsi e sollevato sezioni di asfalto all’interno del complesso.

Il Palazzo Golestan fu originariamente costruito nel XIV secolo durante il periodo safavide.

La maggior parte delle sue caratteristiche e le decorazioni attuali risalgono al XIX secolo, all’epoca Qajar, quando divenne la sede del governo della dinastia. I Qajar fecero di Teheran la capitale del paese nel 1786.

Oltre a un complesso di giardini circondato da un muro di cinta è composto da otto edifici palaziali la maggior parte dei quali ora adibita a musei.

Palazzo Chehel Sotoun

Una serie di importanti siti storici di Isfahan è stata danneggiata dagli attacchi israeliani e statunitensi, tra cui il Palazzo Chehel Sotoun (Quaranta Colonne).

Le immagini pubblicate dai media iraniani mostrano porte rotte, finestre in frantumi e detriti sparsi in tutto il palazzo.

Il sito, commissionato da Abbas I, lo scià safavide spesso noto come Abbas il Grande, è famoso per i suoi affreschi raffiguranti scene di battaglia e ricevimenti reali.

Un filmato online mostra una grande crepa al centro di un affresco del XVII secolo raffigurante lo scià safavide Tahmasp che dà il benvenuto al sovrano moghul Humayun in Iran.

I giardini del palazzo fanno parte di nove giardini storici in Iran che sono stati tutti iscritti nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

Palazzo Ali Qapu

Vicino a Chehel Sotoun anche il palazzo Ali Qapu ha subito danni.

I media locali hanno riferito che porte e finestre del complesso sono state distrutte.

Ali Qapu è iscritto nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO come parte di un insieme di siti nella piazza Naqsh-e Jahan a Isfahan.

Il palazzo fu inaugurato nel 1597.

L’edificio a sei piani presenta soffitti scolpiti con intarsi elaborati, oltre a numerosi dipinti e affreschi. 

Moschea Jameh

Anche una storica moschea di Isfahan è stata danneggiata. Un’esplosione il 9 marzo ha fatto crollare al suolo le piastrelle turchesi della Moschea Jameh, ha riportato il New York Times. Il quotidiano ha citato fotografie del ministero della cultura e del patrimonio iraniano, che mostravano colonne di fumo alzarsi dietro la moschea.

Gli attacchi statunitensi e israeliani all’interno dei confini della piazza Naqsh-e-Jahan, sito patrimonio mondiale dell’Unesco a Isfahan, hanno danneggiato la storica Moschea Jameh (Agenzia di stampa Tasnim)

Una moschea fu costruita per la prima volta sul sito alla fine dell’VIII secolo, durante l’era abbaside. Fu ricostruita un secolo dopo, con nuove aggiunte e ristrutturazioni nel corso di oltre un millennio. È considerata uno degli esempi più importanti di architettura persiana e islamica.

Recinto Reale (Dawlat Khaneh)

Oltre ai due palazzi e alla moschea storica, secondo quanto riferito, anche altri siti nel Recinto Reale, noto come Dawlat Khaneh, sono stati danneggiati. Secondo un giornale d’arte, citando i media locali, è stato danneggiato anche il padiglione Rakeb-Khaneh (Casa del Fantino) del XVII secolo. Anche Ashraf Hall, una struttura residenziale della corte safavide, è stata colpita. Così come Teymouri Hall, un edificio dell’era timuride che in seguito divenne il Museo di Storia Naturale dell’Iran.

Castello di Falak-ol-Aflak

Anche la cittadella di Falak-ol-Aflak, situata nella zona di Khorramabad, nella provincia del Lorestan, è stata danneggiata. Il sito risale al periodo sasanide (tra il III e il VII secolo).

Le autorità iraniane hanno dichiarato che l’8 marzo i raid aerei israeliani hanno colpito la zona circostante il castello situato su una collina.

Gli attacchi hanno preso di mira il Dipartimento per i Beni Culturali del Lorestan, distruggendo l’edificio.

Il castello di Falak-ol-Aflak, situato sulla cima di una collina a Khorramabad, nella provincia del Lorestan (Wikimedia/Flickr/Leoboudv)

L’esplosione ha danneggiato anche i musei di archeologia e antropologia del sito, ha affermato un funzionario locale, così come le caserme, gli edifici reggimentali e altre strutture della cittadella.

“Fortunatamente, la struttura principale del castello di Falak-ol-Aflak non ha subito danni”, ha dichiarato Ata Hassanpour, capo del Dipartimento per I Beni Culturali del Lorestan.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele è preda di un fervore messianico per una guerra biblica

Lubna Masarwa
5 marzo 2026 – Middle East Eye


Sostiene che i fanatici sono Hamas e Iran – ma lo stesso Israele si sta imbarcando sempre più in una crociata religiosa

Mi sono alzata alle 2 del mattino, confusa riguardo a se i rumori che stavo sentendo fossero sirene di un attacco aereo o una folla nelle sinagoghe vicine, che cantava e ballava nelle ultime ore di celebrazione della festa di Purim.

Mercoledì migliaia di ebrei israeliani sono scesi nelle strade di Gerusalemme sfidando le istruzioni della polizia e del Comando del Fronte Interno.

Dall’altra parte della città la   moschea di Al-Aqsa è stata chiusa per il quinto giorno nel bel mezzo del Ramadan con il pretesto che c’è in corso una guerra ed è troppo pericoloso consentire preghiere in pubblico.

Per un breve momento in Israele si è sviluppata un’atmosfera carnevalesca. La parlamentare della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] Limor Son Har-Melech si è mascherata da boia. Il suo partito è il principale sostenitore di una legge attualmente in fase di discussione alla Knesset che imporrebbe la pena di morte contro prigionieri palestinesi condannati per omicidio.

Era una festa o una guerra?

Etsiq, che lavora in un negozio di alimentari a Gerusalemme, ha una sua teoria sul perché il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia scelto questo momento per bombardare l’Iran: per riecheggiare l’uccisione di Haman dalla storia di Purim nel Libro di Ester, che viene letto durante la festa.

Durante l’impero degli Achemenidi Haman, un funzionario della corte del re di Persia, venne coinvolto in un piano per uccidere il popolo ebraico della regione e poi messo a morte per impiccagione dopo l’intervento di Mordechai.

Quando ho chiesto a Etsiq come se la stava cavando in mezzo a questa crisi, ha risposto: “Amiamo la guerra. E’ buona anche per la vendita di alimenti.”

Cambiare la narrazione

Etsiq non è affatto l’unico. Le reti sociali sono piene di immagini dell’ultimo leader iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, trasformato digitalmente nel cattivo Haman di oggi. Un’immagine lo rappresenta con le “orecchie di Haman”, un riferimento agli hamantaschen , i dolci triangolari [di pasta frolla e marmellata, ndt.] che tradizionalmente gli ebrei mangiano a Purim.

Anche molti siti ebraici di notizie si sono chiesti se la storia si stesse ripetendo. Avri Gilad, un importante personaggio televisivo di Channel 12 News, si è presentato nel suo programma del martedì vestito da pilota.

Gilad ha affermato che si stava scrivendo un nuovo capitolo del Libro di Ester: “E’ sorprendente che ciò avvenga dopo 2.000 anni ed è davvero la stessa cosa … tutta la vicenda che si chiude con una sorprendente importanza epocale.”

Poco a poco Israele sta cambiando la narrazione secondo cui esso esiste in conseguenza dell’Olocausto. Sta emergendo un nuovo linguaggio che utilizza vicende bibliche per giustificare la visione del Grande Israele.

Alla vigilia di Purim Netanyahu ha visitato a Beit Shemesh, fuori Gerusalemme, il sito di un attacco missilistico iraniano che ha ucciso nove israeliani.

In seguito ha postato su X (ex Twitter): “Leggiamo in questo brano settimanale della Torah: ‘Ricorda quello che ti ha fatto Amalek.’ Lo ricordiamo e agiamo.” Questo confronto con il nemico biblico del popolo ebraico è stato citato anche contro Hamas dopo l’attacco del 7 ottobre 2023.

Prima che arrivasse il premier uno degli abitanti della zona ha scoperto un tallit, uno scialle da preghiera ebraico, rimasto intatto dopo l’attacco missilistico. “Qui è bruciato tutto e solo il tallit e lo Yalkut Yosef [libro delle preghiere] non sono bruciati. E’ un miracolo, quindi preghiamo insieme,” ha detto l’abitante.

Anche ministri del governo hanno invocato una finalità religiosa nell’attacco all’Iran. Orit Strook, il ministro per gli Affari delle Colonie, ha detto in un’intervista radiofonica: “Quando il primo ministro mi ha chiamato… gli ho detto che era giusto che ciò stesse avvenendo a Shabbat Zachor, quando leggiamo della eliminazione di Amalek.” Netanyahu avrebbe risposto: “Questa volta non stiamo solo ricordando e leggendo, questa volta stiamo agendo.”

Confini superati

In una coalizione appoggiata dai partiti religiosi altri membri del governo di Netanyahu hanno manifestato opinioni simili.

Il parlamentare Machal Woldiger, del partito Sionismo Religioso [di estrema destra dei coloni, ndt.], ha detto ad un’emittente radiofonica israeliana: “Stiamo facendo la storia. Stiamo entrando nella Bibbia. Sono giorni speciali e santi per il popolo di Israele; tutto sta andando per il meglio.”

Questa narrazione secondo cui il popolo ebraico si sta vendicando del passato biblico è talmente forte che la stanno utilizzando anche i politici laici.

Yulia Malinovsky, parlamentare del partito dell’opposizione laica Yisrael Beiteinu [nazionalista di destra, che rappresenta gli immigrati russi, ndt.], ha reagito all’assassinio di Khamenei postando: “E’ stato eliminato l’Haman contemporaneo.”

E Yair Lapid, leader dell’opposizione, che è diventato un simbolo di secolarismo, ha appoggiato l’idea di una Grande Israele dicendo: “Il sionismo è basato sulla Bibbia. Il nostro mandato sulla Terra di Israele è biblico.”

Questa idea ha ottenuto un inquadramento intellettuale e politico. Eitan Lasri, un ex- consigliere di Netanyahu, ha detto sul sito in rete di Channel 14: “Ancora una volta lo Stato di Israele affronta una minaccia proveniente da quello stesso contesto storico, questa volta nella forma del regime iraniano.”

Lasri ha concluso: “La campagna di Purim… è una lotta tra il desiderio di distruggere e il diritto di vivere. Proprio come ai tempi di Mordechai ed Ester la minaccia si è trasformata in vittoria; quindi anche nella nostra generazione possiamo trasformare la minaccia in un’opportunità.”

Per 75 anni questa lotta è stata inquadrata come un conflitto per la terra, e come tale ha avuto dei parametri. Ha avuto una definizione e dei confini. E’ stata una lotta per liberare la terra palestinese dall’occupazione. La terra è negoziabile, la religione no. Ora questi confini sono stati superati. Se gli israeliani vogliono davvero trasformarla in una guerra di religione, devono pensare alle conseguenze. Dovrebbero prendere in considerazione le forze del mondo islamico che si potrebbero sollevare per opporsi a loro.

Ora i palestinesi non stanno lottando solo contro l’occupazione, ma contro un crescente fondamentalismo religioso messianico.

Israele cerca ancora di presentarsi all’opinione pubblica occidentale come una democrazia occidentale. Sostiene che i fanatici religiosi sono Hamas e l’Iran. Ma lo stesso Israele sta lottando sempre più una guerra di religione.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Lubna Masarwa è una giornalista e capo della redazione di Palestina e Israele di Middle East Eye con sede a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele chiude cinque organi di informazione palestinesi a Gerusalemme

Redazione MEE

24 febbraio 2026 – Middle East Eye

Rabbia per i continui tentativi di eliminare la documentazione dei crimini israeliani contro i palestinesi, soprattutto alla Moschea di Al-Aqsa

Israele ha chiuso cinque organi di informazione palestinesi che riportano notizie su Gerusalemme est occupata, stigmatizzandoli come “organizzazioni terroristiche”.

Secondo la radio dell’esercito israeliano domenica il Ministro della Difesa Israel Katz ha annunciato che le pubblicazioni Quds Plus, Maraj, Al-Maydan, Al Quds al-Asima e Asima Agency sarebbero state vietate.

Pare che la decisione sia stata presa dopo che lo Shin Bet, l’agenzia di sicurezza interna di Israele, ha detto che Hamas stava cercando di scatenare tensioni a Gerusalemme durante il mese di Ramadan, utilizzando siti web come “copertura per il movimento”.

Le autorità israeliane non hanno fornito alcuna ulteriore prova a sostegno delle accuse.

Commentatori hanno affermato che la decisione fa parte di un continuo tentativo di eliminare la documentazione delle violazioni israeliane alla Moschea Al-Aqsa di Gerusalemme, uno dei siti più sacri dell’islam.

Abdullah Marouf, professore di studi su Gerusalemme, ha scritto su X: “Questo significa una sola cosa: l’occupazione sta per attuare una mossa decisiva nei prossimi giorni e settimane a Gerusalemme e alla sacra Moschea di Al-Aqsa. Ecco perché sta mettendo a tacere preventivamente tutte le voci di informazione di Gerusalemme.

La Asima Agency ha detto di aver sospeso tutte le sue attività di informazione, “non per retrocedere dalle proprie posizioni o abbandonare la propria linea, ma per proteggere i corrispondenti e i giornalisti gerosolimitani dall’oppressione e dall’aggressione dell’occupazione”.

L’agenzia ha affermato di essere un organo di informazione da Gerusalemme indipendente e autofinanziato.

Gerusalemme resterà il nostro campo d’azione, la Moschea di Al-Aqsa la nostra causa e la libera espressione è un impegno che non si spegne col tempo”, ha dichiarato.

Secondo la radio dell’esercito israeliano definire le piattaforme di informazione “terroriste” in base alle leggi antiterrorismo permette alle autorità israeliane di chiuderle, di vietare i loro contenuti e bloccare tutte le loro attività digitali.

Soffocare le voci palestinesi indipendenti’

Alcuni giorni prima della decisione la giornalista palestinese Nisreen Salem Al-Abd è stata arrestata mentre svolgeva un reportage a Gerusalemme.

In seguito è stata rilasciata, secondo un avvocato, a condizione che sarebbe rimasta agli arresti domiciliari per 10 giorni, senza poter usare il suo telefonino o i suoi social media durante gli arresti e le è stato impedito di andare alla Moschea di Al-Aqsa per 180 giorni.

Il Forum dei media palestinesi ha condannato la decisione di censurare gli organi di informazione.

E’ un chiaro tentativo di soffocare le voci palestinesi indipendenti, stravolgere il loro ruolo di rendere nota la realtà di ciò che accade e mettere a tacere la loro narrazione verso il pubblico arabo e internazionale”, ha dichiarato.

Consideriamo la decisione una patente violazione della libertà di stampa e di espressione e una trasgressione degli standard internazionali che garantiscono la libertà del lavoro di informazione.”

Le autorità israeliane hanno vietato a migliaia di fedeli palestinesi di entrare alla Moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata per praticare la preghiera del primo venerdì di Ramadan la scorsa settimana, nonostante avessero i permessi precedentemente concessi.

La Moschea di Al-Aqsa è stata al centro della pluridecennale occupazione israeliana della Palestina.

Per i palestinesi e per i musulmani di tutto il mondo la moschea simbolizza la lotta per la libertà, l’identità e l’indipendenza. Per molti israeliani ultra nazionalisti essa è il luogo in cui sperano di vedere eretto il terzo tempio ebraico.

Per decenni è stata governata da un accordo internazionale che manteneva il suo status religioso come esclusivo sito islamico.

Ma dall’occupazione di Gerusalemme est nel 1967 Israele ha gradualmente compromesso tale status attraverso continue restrizioni all’accesso per musulmani e palestinesi, espandendo al contempo la presenza e il controllo degli ebrei.

Negli ultimi anni vi sono state frequenti incursioni di coloni accompagnati dalle forze israeliane, mentre ai funzionari della Waqf islamica (antica istituzione del diritto islamico, fondazione pia a scopo di beneficenza, ndtr.) è stato impedito di amministrare il complesso della Moschea di Al-Aqsa.

La scorsa settimana la polizia israeliana ha arrestato l’imam di Al-Aqsa nel cortile della moschea, con un’iniziativa che secondo i palestinesi minaccia ulteriormente la sacralità del sito durante il mese sacro del Ramadan.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




Durante una sparatoria in Cisgiordania forze dell’Autorità Palestinese hanno ucciso una bambina e un adolescente

Mera Aladam

16 febbraio 2026 – Middle East Eye

Un poliziotto ha ucciso due fratelli cercando di arrestare il loro padre ricercato dall’esercito israeliano.

Domenica forze dell’Autorità Palestinese hanno sparato e ucciso una bambina di tre anni e il suo fratello adolescente nella città di Tubas, nella Cisgiordania occupata.

Secondo media locali forze di sicurezza palestinesi hanno aperto il fuoco contro l’auto di Samer Samara, che pare fosse ricercato dall’esercito israeliano, mentre stava viaggiando con sua moglie e i figli. Suo figlio, il sedicenne Yazan, è rimasto ucciso sul colpo. La figlia di tre anni, Ronza, è deceduta in seguito per le gravissime ferite alla testa.

Samara è stato ferito alle gambe e in seguito arrestato dalle forze dell’AP. Le sue attuali condizioni rimangono sconosciute.

In seguito alle uccisioni sono scoppiate proteste contro l’ANP fuori dall’ospedale turco, che si trova nella città. Il Comitato delle Famiglie dei Detenuti Politici, che rappresenta le famiglie di palestinesi arbitrariamente detenuti dall’ANP, ha condannato gli omicidi, affermando che il “grave crimine” è parte di una politica sistematica indirizzata contro palestinesi ricercati da Israele, anche al prezzo di “versare sangue palestinese”.

Il Comitato ha affermato che le uccisioni segnano una “pericolosa deviazione”, accusando i servizi di sicurezza dell’ANP di rivolgere le proprie armi contro il loro stesso popolo invece di proteggerlo.

In un comunicato anche Hamas ha condannato l’incidente, affermando che l’attacco contro Samara e l’uccisione dei suoi figli “rappresenta una nuova macchia nera” sulle forze dell’ANP, che accusa di opprimere i palestinesi invece di garantirne la sicurezza.

Il movimento ha affermato che l’attacco riflette “pericolose politiche repressive” perseguite dall’ANP, in particolare in un momento che descrive come [caratterizzato da] una violenza israeliana senza precedenti in Cisgiordania. “Mettiamo in guardia dalle ripercussioni del fatto di continuare con questo pericoloso approccio al tessuto nazionale e consideriamo la dirigenza dell’Autorità Palestinese pienamente responsabile delle conseguenze di questi crimini,” ha aggiunto Hamas. “Il sangue del nostro popolo è una responsabilità di tutti noi e versarlo non può essere accettato per nessuna ragione.”

Ahmed Asaad, governatore di Tubas, ha descritto l’incidente come “sfortunato” e ha affermato che deve essere aperta un’inchiesta.

In seguito alla sparatoria l’ANP avrebbe inviato rinforzi supplementari di sicurezza nell’area. Anwar Rajab, portavoce delle forze di sicurezza dell’ANP, ha affermato che “mentre il sistema di sicurezza esprime il suo profondo rammarico per le vittime durante la missione, conferma che le circostanze dell’incidente sono ancora sotto indagine attenta e accurata.”

L’ANP affronta critiche

L’ANP deve affrontare crescenti critiche a causa del coordinamento per la sicurezza con Israele.

A dicembre un’organizzazione di base palestinese ha avvertito che le recenti decisioni politiche e amministrative dell’ANP rischiano di approfondire le divisioni interne in un momento che descrive come “una sfida esistenziale” che i palestinesi devono affrontare a Gaza, nella Cisgiordania occupata e nella diaspora.

“La dirigenza ufficiale (dell’ANP), sotto la pressione di Israele e dall’estero, continua a emanare decreti, misure e decisioni che contraddicono chiaramente la volontà popolare, sono prive di ogni consenso nazionale o popolare e approfondiscono ulteriormente le divisioni all’interno del campo palestinese,” ha affermato il forum.

L’associazione ha anche manifestato preoccupazione per la sospensione, all’inizio dell’anno, dei pagamenti alle famiglie di “martiri, palestinesi feriti e incarcerati” da parte dell’ANP.

Afferma che i pagamenti non erano misure di welfare discrezionali ma “un dovere nazionale, morale e popolare” radicato nella legge palestinese e un obbligo collettivo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Gli Epstein file: perché i mizrahim israeliani devono affrontare una battaglia esistenziale

Orly Noy

14 febbraio 2026 – Middle East Eye

I timori espressi da Ehud Barak riguardo a una maggioranza araba” dovrebbero allarmare non solo i palestinesi, ma anche gli ebrei che egli considera inferiori.

Alla luce dei legami di lunga data dell’ex primo ministro israeliano Ehud Barak con il trafficante di minori a fini sessuali Jeffrey Epstein – legami che sono continuati anche dopo la condanna penale di quest’ultimo – nessuno si aspettava che le registrazioni di Barak rivelate come parte dei file Epstein si concentrassero su argomenti virtuosi, come l’eliminazione della discriminazione contro le donne o la schiavitù dei bambini.

Eppure nessuno aveva previsto che ciò che sarebbe emerso da quelle registrazioni sarebbe sembrato quasi un programma di ingegneria razziale in Israele.

In una registrazione audio di oltre tre ore, che si ritiene risalga alla metà degli anni 2010, Barak esprime profonde perplessità sul futuro demografico di Israele, mettendo in guardia da uno Stato binazionale e, in ultima analisi, da uno Stato con una maggioranza araba”.

La prospettiva di una maggioranza araba, o solo dell’esistenza di Israele all’interno di una regione prevalentemente araba, sembra suscitare nel navigato politico laburista qualcosa che va oltre l’ansia, provocando disprezzo e repulsione.

Ma in realtà ciò non è così sorprendente. È stato proprio Barak a coniare l’espressione una villa nella giungla” per descrivere la posizione di Israele in Medio Oriente, utilizzandola in un discorso del 1996 quando era ministro degli Esteri.

È facile intuire cosa pensi Barak della regione. E, se il Medio Oriente è una giungla, allora è chiaro che non solo i suoi abitanti non ebrei, ma anche molti dei suoi comuni cittadini ebrei possono essere considerati inferiori rispetto ai proprietari della villa.

Le osservazioni di Barak nella registrazione di Epstein sono la sintesi di questa visione del mondo. Egli sostiene che i fondatori e i primi leader di Israele, ebrei ashkenaziti di origine europea, furono obbligati ad accogliere gli ebrei dei paesi arabi per salvarli”.

Ma ora, dice, è possibile essere selettivi e controllare la qualità in modo molto più efficace, molto più di quanto abbiano fatto i padri fondatori di Israele”. A tal fine, propone di privare l’establishment ortodosso del suo monopolio sulla conversione e di consentire conversioni di massa delle popolazioni giuste”. In altre parole, per le popolazioni bianche.

Equilibrio demografico

Come, secondo lui, ciò dovrebbe essere attuato nella pratica? Molto semplicemente: assorbendo un altro milione di russi, che altererebbero in modo permanente l’equilibrio demografico di Israele. Negli anni ’90, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, circa un milione di immigrati provenienti dal blocco si sono trasferiti in Israele.

Il vantaggio, secondo l’amico del trafficante di minori a scopo sessuale, è che tra quel milione ci sarebbero molte ragazze giovani e belle”.

Ascoltando questa conversazione è difficile non ricordare le scuse pubbliche pronunciate da Barak nel 1997, a nome del Partito Laburista, ai figli delle comunità mizrahi – ebrei immigrati in Israele dai paesi del Medio Oriente – per i torti subiti nei primi anni di vita dello Stato.

A quanto pare Barak crede che, in fondo, quelli che hanno subito un torto sono stati proprio i fondatori dello Stato, costretti ad accogliere tutti gli ebrei provenienti dalla giungla” circostante.

Ma Barak commette un doppio errore. Innanzitutto, invece di aver rappresentato una risposta al deterioramento della situazione degli ebrei mizrahi nei loro Paesi d’origine, Israele è stato piuttosto l’agente che ha accelerato tale deterioramento.

In secondo luogo, i fondatori di Israele e i predecessori ideologici di Barak non hanno esattamente accolto a braccia aperte gli ebrei provenienti dai Paesi arabi e musulmani. Alcuni immigrati mizrahi sono stati sottoposti a test selettivi prima di essere ritenuti degni di accoglienza.

L’iconico poeta israeliano Natan Alterman ha scritto di questo in La fuga dell’immigrato Danino”, che racconta la storia di un uomo emigrato dal Marocco in Israele poco dopo la fondazione dello Stato e costretto a correre durante una visita medica per determinare se fosse fisicamente idoneo ad entrare nel Paese; forse Barak conosce questa storia grazie alla struggente interpretazione di Habrera Hativeet [gruppo musicale israeliano specializzato in musica etnica, ndt.].

Razzismo ripugnante”

Ma non meno offensiva dei commenti sprezzanti di Barak è stata la gioia con cui esponenti della destra israeliana si sono avventati su questa registrazione, come se avessero trovato un grande tesoro.

Canale 14 [rete radiotelevisiva israeliana di estrema destra, ndt.] si è affrettato a trasmetterla con il titolo Razzismo ripugnante: larchivio Epstein rivela le registrazioni scioccanti di Ehud Barak”.

Barak è stato anche attaccato dai membri dello Shas, il partito ultraortodosso che è un pilastro fondamentale della coalizione del primo ministro Benjamin Netanyahu e che sostiene di parlare a nome di molti ebrei mizrahi. In un discorso furioso il membro dello Shas alla Knesset Yakov Margi ha definito Barak un razzista spregevole”.

Il leader dello Shas Aryeh Deri ha utilizzato la registrazione per denunciare i Kaplanisti” (manifestanti antigovernativi di sinistra) [dal nome della via in cui si svolgono le proteste, ndt.] e per ingraziarsi Netanyahu, il tutto in un unico tweet.

Ehud Barak, capo della tribù dei Kaplanistie dell’élite di sinistra, ha rivelato il suo piano razzista per cambiare la demografia di Israele”, ha scritto Deri. Se Netanyahu avesse pronunciato queste osservazioni razziste sugli ebrei di origine mediorientale avrebbe fatto notizia su tutti i telegiornali”.

Alcuni potrebbero vedere questo come un’indignazione selettiva da parte di Deri. Nel 2020 è rimasto in silenzio quando è stata pubblicata una registrazione del fidato consigliere di Netanyahu, Natan Eshel, che faceva osservazioni ampiamente condannate come razziste e discriminatorie nei confronti degli ebrei mizrahi.

Né ha parlato nel 2016 dopo che la moglie del primo ministro, Sara Netanyahu, è stata citata in giudizio, e condannata, da un ex domestico che l’aveva accusata di aver fatto commenti denigratori sulle sue origini marocchine.

Deri è rimasto nuovamente in silenzio nel 2017 dopo che Netanyahu ha risposto alle critiche del suo allora ministro delle Finanze, di origini libiche, suggerendo che il suo gene mizrahi aveva dato i numeri”. Il commento è stato ampiamente denunciato come razzista e Netanyahu è stato costretto a scusarsi.

Difendere la villa”

In realtà, da quando Barak ha coniato questa espressione, il leader israeliano che ha abbracciato con più entusiasmo la metafora della villa nella giungla” è stato proprio Netanyahu.

Durante una visita al confine giordano nel 2016 Netanyahu ha illustrato il suo progetto di una barriera di separazione dichiarando: Mi diranno: è questo che vuoi fare, difendere la villa? … La risposta è: sì, senza alcun dubbio. Nel contesto in cui viviamo, dobbiamo difenderci dalle bestie selvagge”.

Nonostante le differenze tra Netanyahu e Barak, essi condividono qualcosa di molto più profondo: un forte disprezzo sia per il territorio arabo in cui Israele si trova sia per molte delle persone che vi abitano.

Per Barak e coloro che condividono la sua politica il disgusto nei confronti dei mizrahim, che considerano inferiori, ha portato alla loro esclusione dai centri di potere e ricchezza. Al contrario, Netanyahu e i suoi alleati hanno coltivato con entusiasmo quella stessa immagine di inferiorità, violenza e barbarie per sfruttarla a proprio vantaggio.

In ultima analisi, i mizrahim sono rimasti popolo della giungla” agli occhi di entrambi gli schieramenti. Se la popolazione mizrahi in Israele apprezza la vita – la vita nel senso di un’esistenza umana significativa – allora deve interiorizzare definitivamente questa realtà.

Ciò è particolarmente urgente poiché la destra messianica, razzista e kahanista [seguagi del suprematismo ebraico del rabbino Kahane, ndt.] sta trascinando Israele nel baratro del fascismo, cercando al contempo di garantire che i mizrahim diventino il volto violento di quel fascismo.

Netanyahu e i suoi alleati inquadrano questo cambio di regime nel linguaggio pulito e asettico della legge e della giurisprudenza, sapendo bene che attivisti politici come Yoav Eliasi (meglio conosciuto come L’Ombra”) e Mordechai David metteranno a loro disposizione le loro risorse mizrahi”, conferendo a queste mosse la patina populista di cui hanno bisogno.

Un momento cruciale

Il fatto che segmenti così vasti del pubblico mizrahi in Israele si siano arruolati con tanto entusiasmo in un progetto volto a fortificare le mura di quella stessa villa nella giungla” all’interno della quale essi stessi saranno confinati in modo permanente in una posizione di inferiorità è una tragedia così profonda da provocare sia dolore che rabbia.

Coloro che hanno insegnato ai giovani mizrahim a gridare morte agli arabi”, per non parlare dell’uccisione degli arabi come atto patriottico, nutrono un profondo disprezzo per i loro antenati, che vivevano come nativi nel territorio arabo e che avrebbero reagito con orrore a tali grida di odio.

E chi saranno i sicari del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir [dell’estrema destra kahanista, ndt.] una volta approvata la sua legge sulla pena di morte contro i terroristi” palestinesi, se non proprio quei giovani mizrahi?

Fortificare le mura di una villa immaginaria non è – e non potrebbe mai essere – nell’interesse dei mizrahim.

Non c’è un solo punto dello spettro sionista che non sminuisca la nostra identità di discendenti di questa regione. I pionieri della lotta dei mizrahi, come le Pantere Nere israeliane [movimento di protesta composto da ebrei immigrati dai Paesi del Medio Oriente e del Maghreb, ndt.] e i ribelli di Wadi Salib [quartiere di Hebron che vide nel 1959 la sollevazione dei suoi abitanti, ebrei originari del Marocco, ndt.] lo hanno capito quasi intuitivamente.

Il nostro interesse era, e rimane, un’alleanza con i nostri fratelli e sorelle palestinesi nella lotta per abbattere le mura della struttura coloniale, a favore di uno spazio civico in cui la nostra identità non sia calpestata, umiliata e sfruttata a vantaggio di coloro che disprezzano la nostra stessa esistenza.

Da quando è iniziato il genocidio a Gaza il sionismo è passato da una fase grottesca a una cannibalistica. Il ruolo che assegna ai mizrahim in questa fase è la cosa più terribile che abbiamo mai vissuto.

È il momento di prestare nuova attenzione alle registrazioni di Barak, alle vanterie di Netanyahu, al cappio appuntato sul bavero di Ben Gvir e di decidere. Potrebbe non esserci più un altro momento simile.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Orly Noy è presidentessa di B’Tselem – Centro israeliano di informazione per i diritti umani nei territori occupati.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Epstein files: i media occidentali devono smettere di nascondere i rapporti con Israele

Mohamad Elmasry

9 febbraio 2026 – Middle East Eye

Con tutta l’informazione ossessiva riguardo ai rapporti politici dello sciagurato finanziere, i grandi media hanno quasi ignorato una delle vicende più importanti

Da quando alla fine del mese scorso sono stati resi pubblici milioni di documenti della saga di Jeffrey Epstein, i mezzi di informazione occidentali hanno fornito una copertura continua. Eppure, nonostante una estesa attenzione sui rapporti dello sciagurato finanziere con personaggi molto potenti, i suoi legami con circoli della politica e dell’intelligence di Israele sono stati in gran parte ignorati, costituendo una manifesta omissione.

Ricerche negli archivi di notizie in rete presentano migliaia di recenti articoli su giustificate questioni di interesse pubblico, mettendo in luce le vittime della violenza di Epstein e il presunto coinvolgimento di importanti personaggi e gruppi in questa violenza.

Tra gli altri importanti mezzi di informazione il New York Times, la PBS, la NBC e la CNN si sono basati sui documenti per pubblicare racconti dei rapporti di uomini potenti con Epstein.

Oltre a citare per nome figure del mondo degli affari, accademici e sportivi, buona parte degli articoli si sono concentrati su figure politiche come il presidente USA Donald Trump, l’ex-primo ministro norvegese Thorbjorn Jagland, il principe Andrea e il politico Peter Mandelson, entrambi britannici.

La copertura mediatica ha anche sottolineato i rapporti di Epstein con Paesi stranieri: la Reuter e il Washington Post hanno riportato i suoi presunti legami con la Russia. Altri articoli hanno documentato supposti rapporti con Norvegia e Slovacchia.

Ma, nonostante i legami di Epstein con Israele siano noti da mesi – un’inchiesta ancora in corso di Drop Site News [sito alternativo di notizie con sede negli USA, ndt.] suggerisce che Epstein abbia lavorato a stretto contatto con l’ex-primo ministro israeliano Ehud Barak e partecipato a iniziative collegate con l’intelligence israeliana – c’è stata una scarsa informazione dei principali media su questo aspetto.

Anche se siti come, tra gli altri, Middle East Eye, Al Jazeera, Mondoweiss e TRT World hanno dedicato un significativo spazio ai rapporti tra Epstein e Israele, sembra esserci un divario evidente rispetto ai principali media occidentali.

Omissione strategica

Ovviamente ci sono eccezioni, come l’intervista della CNN lo scorso novembre con Marjorie Taylor Greene, in cui l’allora parlamentare statunitense ha accennato ai presunti legami di Epstein con Israele. Ma la risposta della conduttrice della CNN Dana Bash è stata significativa: è parsa visibilmente infastidita e prontamente è passata all’argomento dell’antisemitismo.

Gli studi sul giornalismo sottolineano continuamente l’importanza delle omissioni. L’inclusione e l’esclusione di informazioni sono tra i principali meccanismi attraverso i quali gli operatori dei media creano significati.

Quindi perché sembra che i principali mezzi di informazione occidentali stiano facendo i salti mortali per eludere l’elefante israeliano nella stanza? Ciò coincide con domande più generali sul perché i media occidentali tendano a simpatizzare con la narrazione israeliana.

Alcuni mezzi di informazione, o almeno alcuni potenti editori e produttori, possono avere un interesse diretto a proteggere Israele. È anche possibile che direttori di notiziari temano le conseguenze del fatto di denigrare Israele o di essere percepiti come “antisemiti”.

Com’è noto gli studiosi John Mearsheimer e Stephen Walt hanno descritto il potere dei gruppi lobbystici filo-israeliani che hanno da sempre esercitato una notevole influenza sulla politica e l’informazione negli Stati Uniti contribuendo a generare una copertura favorevole [a Israele]. Spesso informare in modo critico su Israele scatena campagne di pressione da parte di questi gruppi.

In questo contesto le omissioni funzionano come una sorta di riduzione del rischio. I direttori dei giornali sanno che persino la percezione di scorrettezza nei confronti di Israele può scatenare accuse di antisemitismo.

Le istituzioni mediatiche agiscono all’interno di un clima sociopolitico più ampio. Dall’inizio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023 le università statunitensi e britanniche sono state attaccate per aver attivamente represso discorsi e proteste studentesche filo-palestinesi che criticavano Israele.

Nel 2024 un’università statunitense ha preso l’iniziativa fuori del comune di licenziare un docente di ruolo per un discorso di critica al sionismo, confermando quanto le critiche relative a Israele comportino un rischio professionale inusualmente alto, una situazione che i mezzi di informazione conoscono bene.

Momento decisivo

Da molto tempo i giornalisti occidentali devono stare molto attenti a come informano su Israele. Nel 2018 il collaboratore Marc Lamont Hill venne licenziato dalla CNN per essersi espresso a favore della liberazione dei palestinesi. Ma dopo il 7 ottobre, quando Hamas ha attaccato delle comunità israeliane e Israele ha scatenato il genocidio a Gaza, la suscettibilità si è accentuata.

Dall’inizio della violenza personaggi dei media hanno affrontato accese reazioni, compreso il licenziamento, per discorsi critici nei confronti delle azioni di Israele a Gaza. Il programma del giornalista Mehdi Hasan su MSNBC [canale televisivo via cavo statunitense, ndt.] è stato cancellato in seguito alle sue critiche a Israele.

Spesso pressioni dirette sono esercitate dai proprietari dei media che sono sempre più espliciti riguardo alla necessità di proteggere Israele che deve affrontare una disapprovazione internazionale senza precedenti. Gli uomini d’affari Larry e David Ellison [finanaziatori dell’esercito israeliano e di Netanyahu, ndt.] hanno strategicamente comprato mezzi di comunicazione, comprese le attività di TikTok negli USA e CBS News, nell’evidente tentativo di influenzare la narrazione su Israele.

TikTok, da quando è stato comprato, ha aggressivamente censurato contenuti filo-palestinesi e la CBS si è spostata su una posizione più apertamente filo-israeliana. Zvika Klein, direttore del Jerusalem Post [giornale israeliano in lingua inglese, ndt.], recentemente ha lodato la nuova caporedattrice della CBS, Bari Weiss, perché “sta facendo di più per Israele che molti di noi.”

Nel contempo i documenti Epstein hanno creato un’ossessione pubblica e ogni nuovo dettaglio provoca un putiferio di interesse, click, like e condivisioni. Attendibili organi di stampa indipendenti e podcast molto seguiti hanno abbondantemente informato sui legami di Epstein con Israele, quindi è improbabile che la questione scompaia dal dibattito pubblico. Alla fine i principali mezzi di informazione saranno obbligati a fare altrettanto, se non altro per conservare almeno una sembianza di credibilità.

Dopo tutto i destinatari delle notizie presto, se non già da ora, si chiederanno perché i giornalisti siano pronti ad informare in merito ai presunti rapporti di Epstein con Slovacchia e Norvegia ma ignorino i suoi legami con un fondamentale alleato dell’Occidente coinvolto in gravissimi conflitti con conseguenze di vasta portata.

Questo è un momento importante per gli organi di informazione occidentali, soprattutto statunitensi. Il giornalismo deriva la propria autorità dalla volontà di seguire avvenimenti scomodi che interessano all’opinione pubblica. Un crescente numero di osservatori in Nord America e in Europa già pensa che un doppio standard plasmi il modo in cui Israele è trattato nelle capitali occidentali.

I mezzi di comunicazione dovrebbero evitare di alimentare questo sospetto, soprattutto ora che la fiducia dell’opinione pubblica nei media è al livello più basso di sempre. Nell’attuale momento il più grande pericolo per i giornalisti non è di sbagliare a raccontare una vicenda, è di apparire disposti a non raccontarla affatto.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Mohamad Elmasry è docente di Studi sui Media all’Istituto di Studi Universitari di Doha.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Costretti a consegnare un figlio all’esercito israeliano in cambio di un altro; otto mesi dopo muore in prigione

Lubna Masarwa

2 febbraio 2026 – Middle East Eye

I palestinesi maltrattati nelle carceri israeliane muoiono in proporzioni senza precedenti per negligenza medica e i loro corpi non vengono restituiti alle famiglie

I genitori di Ahmad Tazaza sono tormentati dal dolore e dal senso di colpa per la morte del figlio, avvenuta lo scorso agosto nella famigerata prigione israeliana di Megiddo.

Quando lo hanno consegnato alle autorità israeliane nella Cisgiordania occupata nel gennaio 2025, Ahmad era un giovane di 20 anni in buona salute, senza precedenti clinici noti.

I suoi genitori affermano di non sapere ancora perché il loro figlio, il più giovane di tre fratelli, fosse ricercato. Ma le circostanze della sua detenzione non sono dissimili da quelle affrontate da migliaia di altri giovani palestinesi.

Ahmad è stato trattenuto in stato di detenzione amministrativa, una forma di detenzione arbitraria a tempo indeterminato senza accusa, processo o contatti con avvocati. Sulla base dei dati ufficiali del Servizio Penitenziario Israeliano, nel settembre 2025 erano 10.465 gli uomini palestinesi detenuti come “prigionieri di sicurezza”, di cui 7.425 provenienti dalla Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Per molti mesi la casa di Tazaza nella città di Qabatiya, nella Cisgiordania settentrionale, era stata ripetutamente presa di mira dalle forze di sicurezza israeliane che lo cercavano e la famiglia veniva molestata e minacciata.

“Hanno distrutto la casa e spaccato tutto”, ha raccontato a Middle East Eye Najah Abdul Qader, la madre di Ahmad.

“Non era a casa; lavorava al mercato e quella notte stava dormendo lì. Hanno preso suo fratello e suo padre. La mattina dopo li hanno rilasciati e hanno detto: ‘Vogliamo lui'”.

In una telefonata successiva, racconta Qader, un soldato israeliano aveva minacciato di bombardare la casa se Ahmad non si fosse consegnato. In un’occasione precedente era già riuscito a salvarsi per un pelo saltando fuori da un’auto mentre veniva schiacciata da un bulldozer israeliano.

Alla fine, non essendo riusciti a trovarlo, le forze israeliane sono arrivate e hanno arrestato suo fratello una seconda volta. Saeed Tazaza, il padre di Ahmad, ricorda con le lacrime agli occhi cosa è successo dopo.

“Ci hanno detto: ‘Non lo rilasceremo finché non ci porterete il vostro [altro] figlio’. Suo fratello è sposato e ha due figli. Così abbiamo detto ad Ahmad che volevamo vederlo. Lo abbiamo raggiunto e portato via con noi.”

Accompagnati dall’altro figlio, i genitori di Ahmad lo hanno consegnato al checkpoint di Salem, vicino a Jenin.

“Lo abbiamo consegnato”, afferma Qader. “Ci ha guardato e ho capito che non sarebbe tornato. Ho capito che non avrebbe fatto ritorno quando si è voltato prima di andar via.”

Mentre Ahmad scompariva i genitori si dicevano di avergli salvato la vita; che avrebbe trascorso un po’ di tempo in prigione e poi sarebbe stato rilasciato.

“Ho consegnato mio figlio perché avevo paura per lui. Avevo paura che morisse”, dice suo padre. “Siamo stati costretti e lo abbiamo consegnato. Cosa potevamo fare? Questo è il nostro destino.”

Aggiunge Qader: “Mi aveva detto: ‘Mamma, in prigione torturano la gente’. Gli ho risposto: ‘Lascia che ti torturino, ma non ucciderti, non spararti’. Oggi per strada sparano a persone che non hanno fatto nulla.

Ora me ne pento. L’ho consegnato alla morte con le mie stesse mani. Ho consegnato mio figlio al nemico. Ma la verità è che volevamo proteggerlo.”

Cure mediche negate

Secondo il rapporto post-mortem visionato da MEE Ahmad Tazaza è morto il 3 agosto 2025 a 21 anni nel carcere di Megiddo.

Il rapporto, datato 8 agosto, è stato redatto da un medico che lavora per Physicians for Human Rights Israel (PHRI), un’organizzazione per i diritti umani che, quando consentito dalle autorità israeliane, invia osservatori a monitorare le autopsie dei prigionieri palestinesi.

Vi si legge che al momento della detenzione Tazaza era in “buone condizioni di salute”.

Secondo i verbali della prigione aveva sofferto di diarrea e scabbia e qualche giorno prima di morire aveva lamentato mal di gola. Il 2 agosto è stato visitato dal medico di turno, che ha notato delle macchie di sangue sui pantaloni.

Il referto affermava: “Durante la visita il signor Tazaza ha chiesto di andare in bagno e in seguito è crollato a terra, perdendo conoscenza e funzioni vitali. Sono stati avviati tentativi di rianimazione, ma nonostante l’intubazione e la rianimazione cardiopolmonare, è stato dichiarato morto”.

Secondo il referto l’autopsia ha rivelato possibili indicatori di una grave patologia tumorale del sangue, come leucemia acuta o linfoma aggressivo. Non c’erano prove di “cause di morte improvvisa”, si leggeva.

Tuttavia, in assenza del corpo, che è ancora detenuto dalle autorità israeliane, i genitori di Ahmad contestano fermamente la versione sulla sua morte presentata dal referto dell’autopsia.

Durante gli otto mesi di detenzione non hanno potuto vedere Ahmad né parlargli, e si sono affidati principalmente alle notizie su di lui riferite da altri prigionieri dopo il loro rilascio.

Sono stati informati della sua morte da un ufficiale di collegamento del Comitato Internazionale della Croce Rossa, sebbene dal 7 ottobre 2023 il CICR non abbia più avuto accesso ai palestinesi nelle carceri israeliane.

I detenuti erano sottoposti a violenza e abusi frequenti, sistematici e organizzati”, tra cui violenze sessuali e aggressioni da parte di cani.

Le condizioni di vita sono state descritte come disumane”, con i prigionieri rinchiusi in celle sporche e sovraffollate, privati di cibo adeguato e di cure mediche, il che costituisce di per sé una forma di tortura, ha affermato B’Tselem. Degli 84 prigionieri della cui morte in prigione B’Tselem era a conoscenza, solo quattro corpi sono stati rilasciati.

Domenica il quotidiano israeliano Haaretz, citando i dati raccolti da Al-Quds Legal Aid and Human Rights Center (JLAC), un’organizzazione per i diritti dei palestinesi con sede a Ramallah, ha riferito che Israele trattiene al momento i corpi di almeno 776 palestinesi identificati e di 10 cittadini stranieri, compresi gli almeno 88 deceduti sotto custodia israeliana.

Ha affermato che i dati indicano che Israele sta trattenendo i corpi nell’ambito di una deliberata “politica di vendetta e per infliggere intenzionalmente sofferenza alle famiglie”.

A novembre il PHRI ha riferito che almeno 94 palestinesi sono morti nelle carceri israeliane tra ottobre 2023 e agosto 2025, nell’ambito di quella che ha descritto come una politica ufficiale contro i palestinesi detenuti che ha portato a un numero di decessi senza precedenti.

Ha affermato che il servizio carcerario e l’esercito israeliani hanno sistematicamente insabbiato le circostanze dei decessi dei prigionieri, omettendo inoltre di avvisare le famiglie, rifiutando la restituzione delle salme, ritardando le autopsie ed eseguendole senza la presenza di un medico nominato dai familiari.

Naji Abbas, referente del PHRI per i prigionieri e i detenuti ha dichiarato a MEE che da novembre il numero di decessi confermati è salito ad almeno 101,

specificando: “Nell’ultimo anno la causa principale è stata la negligenza medica.

Quando parliamo di negligenza medica non ci riferiamo all’accezione prebellica del termine, ovvero ritardi negli appuntamenti, cancellazioni o procrastinazione.

Stiamo parlando di una politica, a tutti gli effetti ufficiale, volta a impedire le cure mediche. Oggi il prigioniero o il detenuto palestinese non ha la possibilità di vedere un medico quando e dove ne ha bisogno. Questa possibilità non esiste.”

Anche degli ex detenuti hanno raccontato a MEE di come durante la detenzione siano state loro negate le cure per gravi patologie.

Muhammed Shalamesh è stato arrestato a 17 anni nel gennaio 2024 e ha trascorso i successivi due anni in prigione, in regime di detenzione amministrativa.

Durante quel periodo Shalamesh ha dichiarato di essere stato ripetutamente sottoposto a percosse e costretto ai lavori forzati per quattro mesi.

Ha anche detto di aver sofferto di dolori cronici sempre più forti perché gli è stata negata la cura per le ferite riportate quando fu colpito a fuoco dai soldati israeliani all’ingresso del campo profughi di Jenin nel giugno 2023.

Shalamesh solleva la felpa nera e la maglietta bianca per mostrare le cicatrici dei proiettili che lo hanno colpito al petto e all’addome. La maggior parte del dito medio della mano destra, dove è stato colpito da un terzo proiettile, è mancante.

“A poco a poco il dolore è aumentato, il dolore causato dalle ferite ha continuato a peggiorare. Ho continuato a soffrire finché non sono più riuscito a stare in piedi”, dice.

“Sono andato dal medico e gli ho detto che avevo bisogno di cure e che non riuscivo a dormire la notte. Mi ha risposto: ‘Sei venuto qui per morire, non per essere curato’.

“Gli ho chiesto: ‘Non mi vuoi curare?’. E lui ha risposto: ‘No. Se potessi ti ucciderei’.”

Le condizioni di Shalamesh hanno continuato a peggiorare. Dice di essere stato picchiato con manganelli di ferro all’interno del furgone durante il trasferimento al carcere del Negev.

Shalamesh racconta che alla fine gli sono stati somministrati antidolorifici, ma solo dopo un grave peggioramento delle sue condizioni e pochi giorni prima del suo rilascio e trasferimento all’ospedale penitenziario di Ramle.

Quando hanno visto che le mie condizioni erano peggiorate, hanno iniziato a curarmi, ma non era una cura adeguata. Hanno pensato che stavo per essere liberato e che le mie condizioni erano peggiorate al punto che avrei potuto morire in prigione”, dice.

Nonostante fossi ferito sono stato trattato come tutti gli altri. Ho visto persone morire in prigione per mancanza di cure, soprusi, percosse e assenza di assistenza medica. Avevo paura di morire da un momento allaltro per mancanza di cure”.

“Come nel 1800”

Ahmad Zaoul e sua moglie, Um Khalil Zaoul, stanno ancora aspettando delle risposte sulla morte del loro figlio ventiseienne, Sakhr Zaoul, avvenuta nel carcere di Ofer il 14 dicembre 2025.

Sakhr, la cui famiglia è originaria di Husan vicino a Betlemme, si trovava a Ofer da sole due settimane, essendo stato trasferito lì dal carcere di Etzion, dove era rimasto dal giorno del suo arresto a giugno.

Aveva già trascorso tre anni in prigione ed era classificato come detenuto di sicurezza, in detenzione amministrativa.

Prima del suo arresto Sakhr non aveva problemi di salute, ha detto suo padre, e stava progettando di aprire in proprio un ristorante.

Durante la detenzione facevamo affidamento su coloro che venivano rilasciati per avere sue notizie. Ci dicevano che stava bene ed era in buona salute. Ma nelle ultime due settimane non abbiamo ricevuto alcuna notizia”, riferisce a MEE.

Dopo la sua morte i genitori di Sakhr hanno appreso da ex detenuti che il figlio si era ammalato ma non aveva ricevuto assistenza medica.

Ci è stato detto che la sua condizione era caratterizzata da gonfiore, vomito di sangue e febbre alta”, dice Shmad Zaoul.

Il referto dell’autopsia di Sakhr riporta che al momento dell’arresto era “in buona salute” e che sei giorni prima della morte gli erano stati prescritti antibiotici.

All’1:00 del 14 dicembre, il personale medico del carcere è stato chiamato per soccorrerlo, ma poco dopo ha vomitato sangue ed è collassato. Alle 2:30 del mattino è stato dichiarato morto.

Il referto rileva che Sakhr era stato sottoposto a un intervento chirurgico al cuore da bambino e il decesso potrebbe essere stato causato da un’emottisi – un riversamento di sangue nei polmoni – causata da complicazioni legate all’operazione.

Ma il corpo di Sakhr non è stato restituito alla famiglia e i suoi genitori ritengono che la sua morte sia più probabilmente legata alla violenza inflitta ai detenuti e alle condizioni di vita nelle prigioni.

“Uccidono i nostri figli e poi cercano scuse, dicendo che forse era malato”, dice Um Khalil Zaoul.

“Mio figlio è stato operato a sei anni. È cresciuto, è stato imprigionato ed è stato picchiato mille volte. E ora dicono che è morto a causa di un’operazione subita a sei anni?

Se l’operazione lo ha danneggiato, allora liberatelo perché lo possa curare, mandare in ospedale, fatemelo sapere, non lasciate che mi svegli una mattina per scoprire di non avere più un figlio”.

Naji Abbas, del PHRI, osserva che i referti autoptici visionati dalle famiglie di Ahmad Tazaza e Sakhr Zaoul riportano risultati preliminari e che sono necessarie ulteriori indagini per determinare con maggiore certezza le cause della morte.

Pur riconoscendo che le loro conclusioni continueranno a essere contestate e messe in discussione fintanto che le autorità israeliane continueranno a trattenere i corpi, Abbas afferma che la morte di entrambi mette in luce la minaccia mortale rappresentata dalla negligenza medica deliberata/intenzionale nei confronti di tutti i prigionieri palestinesi.

Sostiene Abbas: “Questa politica, combinata con la fame e le aggressioni, mette a rischio tutti i 10.000 prigionieri. Oggi anche la più piccola infezione può portare alla morte. Questa realtà ci riporta al 1800. Persino un’infezione cutanea, entrando nel flusso sanguigno per via di una ferita, può portare all’arresto delle funzioni vitali”.

I vestiti di Ahmad Tazaza sono ancora appesi nell’armadio di casa, dice a MEE la madre Najah Abdul Qader, aggiungendo di aver vissuto dalla sua morte “giorni neri, ogni giorno. Mi addormento piangendo e mi sveglio piangendo. Se il pianto potesse riportarlo in vita piangerei giorno e notte”.

Senza un corpo da seppellire i genitori di Ahmad si aggrappano alla speranza che possa essere vivo, ripetendosi una storia che hanno sentito su un prigioniero ricomparso a Betlemme dopo essere stato precedentemente dato per morto.

“Voglio vederlo. Voglio vederlo anche se è morto”, dice Qadir.

“Dicono che sia morto, ma io non ci credo. Se Dio vorrà, verrà fuori che è ancora vivo. Voglio vederlo. Se è morto, seppellirlo con le proprie mani e sapere che ha una tomba pacifica il cuore.

“Perché lo tengono? Cosa vogliono da lui?”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Cos’è il “Consiglio per la Pace” di Trump e chi governerà Gaza?

Faisal Edroos

19 gennaio 2026 – Middle East Eye

Una potenziale alternativa alle Nazioni Unite guidata dagli Stati Uniti, il Consiglio e gli organismi che operano sotto di esso emarginano i palestinesi e rafforzano gli esponenti filo-israeliani.

In base ad una copia del suo Statuto visionata da Middle East Eye l’iniziativa “Consiglio per la Pace” del presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbe competere con le Nazioni Unite e mediare in altri conflitti globali.

L’organismo è stato originariamente concepito come parte dell’iniziativa di Trump volta alla creazione di un nuovo quadro di governance per la Striscia di Gaza devastata dalla guerra sulla scia del genocidio israeliano in corso da due anni.

Ma il testo del suo Statuto, che non menziona l’enclave palestinese, evoca un “organismo internazionale per la costruzione di una pace più agile ed efficace”, suggerendo che il suo ambito di azione potrebbe essere molto più ampio.

“Il Consiglio per la Pace è un’organizzazione internazionale che mira a promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti”, afferma lo Statuto.

“Una pace duratura richiede giudizio pragmatico, soluzioni di buon senso e il coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito”, aggiunge.

Lo Statuto conferisce a Trump ampi poteri in qualità di presidente del Consiglio per la Pace, consentendogli di nominare e rimuovere gli Stati membri, una decisione che può essere annullata solo da una maggioranza di due terzi dei membri.

Vi si legge che i paesi che aderiscono al consiglio ricopriranno un mandato limitato di tre anni, a meno che non contribuiscano con oltre un miliardo di dollari entro il primo anno di attività.

Da quando è stato presentato sono stati invitati ad aderire diversi capi di Stato e di governo e, secondo fonti di MEE, il primo tra questi è stato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

Il 18 gennaio Egitto, India, Pakistan e Arabia Saudita sono stati tra le decine di paesi che hanno dichiarato di essere stati invitati e di stare valutando la questione.

Tuttavia al 19 gennaio non era ancora chiaro se fosse stato invitato anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu [in realtà il 21 gennaio è stato comunicato il sì di Netanyahu all’adesione, ndt.].

Cos’è il comitato esecutivo costituente per Gaza?

Alla base della struttura gerarchica del Consiglio per la Pace si trova il comitato esecutivo costituente” per Gaza.

Il 16 gennaio la Casa Bianca ha presentato il comitato esecutivo costituente, un organismo che, a suo dire, guiderà la prossima fase di governance e ricostruzione nel territorio devastato dalla guerra.

La Casa Bianca ha affermato che il comitato esecutivo costituente, composto da sette membri, è formato da persone con “esperienza in diplomazia, sviluppo, infrastrutture e strategia economica”.

Ha specificato che ciascun membro del consiglio sarebbe stato responsabile di una serie di compiti fondamentali per la stabilizzazione di Gaza”, tra cui lo sviluppo delle capacità di governance, le relazioni regionali, la ricostruzione, l’attrazione di investimenti, i finanziamenti su larga scala e la mobilitazione di capitali”.

Tuttavia al 19 gennaio non era ancora chiaro chi sarebbe stato responsabile di quali priorità.

Nella sua dichiarazione la Casa Bianca ha anche annunciato la nomina di due controversi consiglieri senior che riferiranno al comitato e supervisioneranno “la strategia e le operazioni quotidiane”.

Ha inoltre nominato un Alto Rappresentante per Gaza, annunciato i membri di un Consiglio Esecutivo separato per Gaza e indicato il comandante della Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF), un organismo la cui composizione resta avvolta nell’incertezza da mesi.

Gli annunci hanno immediatamente attirato critiche da parte di analisti e organizzazioni per i diritti umani palestinesi, che hanno sottolineato come nessuno dei suoi membri più importanti sia palestinese e come quasi tutti i componenti siano strettamente legati a Israele.

Non c’è stata alcuna risposta immediata da parte di Hamas, che in precedenza aveva dichiarato di essere pronta ad abbandonare i suoi compiti di governo nell’enclave, come delineato nel piano di Trump di ottobre.

Tuttavia la Jihad Islamica, la seconda organizzazione più rappresentativa a Gaza, ha criticato la composizione del consiglio, affermando che le nomine “sono in linea con le direttive israeliane” e servono gli interessi di Israele.

Chi sono i sette membri del consiglio esecutivo fondatore?

Marco Rubio

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio è stato indicato come primo membro del comitato esecutivo fondatore.

Da sempre sostenitore di Israele, Rubio si è ripetutamente opposto all’imposizione di vincoli agli aiuti militari statunitensi al Paese.

Come senatore, Rubio ha sponsorizzato il Combating BDS Act per contrastare il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni che prendeva di mira Israele, sostenendo che boicottaggi e sanzioni discriminassero ingiustamente Israele e ne minassero la sicurezza e la posizione diplomatica.

All’indomani degli attacchi del 7 ottobre ha ripetutamente sostenuto gli attacchi israeliani a Gaza, definendo la guerra cruciale per la sicurezza di Israele.

Ha ripetutamente sostenuto che Hamas deve essere “sradicata” e ha respinto le indagini internazionali sulla condotta dell’esercito israeliano.

Dal momento della sua nomina a Segretario di Stato Rubio ha ribadito questa posizione, ma ha elogiato la prima fase dell’accordo di cessate il fuoco come il piano “migliore” e “unico”.

Jared Kushner

Jared Kushner, genero del presidente degli Stati Uniti, ha acquisito notorietà internazionale nel 2020 come uno degli artefici dell’ampiamente deriso “Accordo del Secolo” [piano di pace presentato da Donald Trump nel 2020 per risolvere il conflitto israelo-palestinese. Proponeva uno Stato palestinese limitato, Gerusalemme come capitale indivisa di Israele e il mantenimento delle colonie israeliane in Cisgiordania, ndt.].

Nonostante non avesse alcuna esperienza pregressa in politiche di governo o relazioni internazionali il suo controverso piano prevedeva l’annessione di ampie zone della Cisgiordania occupata e della Valle del Giordano in cambio del riconoscimento di uno Stato palestinese disarticolato, senza alcun controllo sui propri confini o spazio aereo.

Kushner si è scagliato contro i palestinesi quando hanno respinto il piano, definendoli “stupidi” e persino consigliando loro di “farsi una doccia fredda” e di valutarlo più attentamente.

L’anno scorso il piano ampiamente screditato di Trump di espellere con la forza i palestinesi e trasformare Gaza in una “riviera” di proprietà degli Stati Uniti riecheggiava quasi parola per parola i progetti precedentemente prospettati da Kushner per l’enclave.

Kushner ha lanciato per primo l’idea nel 2024 durante un discorso all’Università di Harvard, affermando che avrebbe “fatto del suo meglio per far evacuare la popolazione e poi ripulire la zona”.

“La proprietà costiera di Gaza potrebbe essere molto preziosa… se le persone si concentrassero sulla creazione di mezzi di sostentamento”, affermò all’epoca.

Secondo il piano ai palestinesi sarebbero stati pagati 5.000 dollari per lasciare la loro terra e Gaza sarebbe stata trasformata con la creazione di resort di lusso e isole artificiali.

Steve Witkoff

Steve Witkoff, un miliardario imprenditore immobiliare ebreo-americano, non aveva alcuna formazione diplomatica ufficiale prima di essere nominato inviato di Trump in Medio Oriente. Ma il 68enne ha ricevuto ampi elogi per aver portato a termine l’accordo di cessate il fuoco di ottobre.

Durante un incontro con i leader di Hamas a Sharm el-Sheikh, Witkoff ha condiviso nel corso dei negoziati con Khalil al-Hayya, alto dirigente dell’organizzazione palestinese, il dolore per la perdita del figlio a causa di un’overdose [Witkoff ha ricordato l’episodio, avvenuto nel 2011, nel formulare le condoglianze a Khalil al-Hayya per la morte del figlio, rimasto ucciso da un raid delle forze armate israeliane a Doha, ndt.].

All’inizio di questo mese Witkoff ha annunciato l’inizio della seconda fase del piano di Trump per porre fine alla guerra a Gaza, aggiungendo di aspettarsi che Hamas “rispettassei pienamente i suoi obblighi” previsti dall’accordo, altrimenti avrebbe dovuto affrontare “gravi conseguenze”.

Tony Blair

L’ex Primo Ministro britannico Tony Blair era stato a lungo indicato come potenziale membro del comitato che avrebbe supervisionato la situazione di Gaza nel dopoguerra, nonostante avesse trascinato il suo Paese nella disastrosa invasione e occupazione dell’Iraq del 2003.

A parte il suo ruolo nella guerra in Iraq, il suo mandato come inviato di pace in Medio Oriente non è riuscito a raggiungere una soluzione di pace duratura per Israele-Palestina ed è stato ampiamente criticato da entrambe le parti.

Dopo aver lasciato la carica, l’organizzazione di consulenza di Blair, il Tony Blair Institute (TBI), è stata oggetto di ampie critiche per aver fornito assistenza a una serie di governi autocratici, tra cui Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

L’istituto ha smentito le notizie secondo cui Blair avrebbe fornito consulenza al Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi nel 2014, dopo che il generale aveva deposto il primo leader democraticamente eletto del Paese, Mohamed Morsi.

Il TBI ha anche ricevuto denaro da un truffatore finanziario legato agli insediamenti illegali israeliani e a una rete islamofoba americana.

Da quando ha lasciato l’incarico Blair è stato anche sponsor onorario della filiale britannica del Jewish National Fund (JNF) di Israele, che ha dovuto affrontare pesanti critiche per le sue attività, tra cui la donazione di 1 milione di sterline (1,15 milioni di euro) a quella che è descritta come “la più grande milizia di Israele”, e la cancellazione della Palestina dalle sue mappe ufficiali.

Il TBI è stato più recentemente associato a un piano postbellico per Gaza, ampiamente disapprovato, che prevedeva la trasformazione della Striscia in un centro commerciale e lo sfollamento forzato dei palestinesi dall’enclave devastata dalla guerra.

Ajay Banga

Ajay Banga, presidente della Banca Mondiale, è uno dei due esperti finanziari che entrano a far parte del comitato esecutivo costituente.

Dopo aver iniziato la sua carriera presso Nestlé India, ha poi svolto un ruolo decisivo nel lancio dei franchising di fast food di PepsiCo, Pizza Hut e KFC in India, durante la liberalizzazione dell’economia del paese.

In seguito ha svolto il ruolo di consulente per diversi politici statunitensi, tra cui l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama, per essere poi nominato nel 2023 alla guida della Banca Mondiale dall’ex presidente degli Stati Uniti Joe Biden.

Nel 2024 Banga ha elogiato il Primo Ministro indiano Narendra Modi per quella che ha definito la costruzione di un solido rapporto con gli Stati Uniti.

Anni prima Banga aveva ricevuto il Padma Shri, una delle più alte onorificenze indiane, precedentemente conferita dal governo indiano a Jawaharlal Nehru.

Marc Rowan

L’imprenditore miliardario Marc Rowan è l’altro esperto finanziario che entrerà a far parte del consiglio direttivo

In qualità di amministratore delegato di Apollo Global Management, la sua società di investimento privato, è fortemente impegnato in attività commerciali in Israele.

La sua società ha precedentemente collaborato con aziende come Phoenix Holdings, ora nota come Phoenix Financial, che, secondo i dati consultati da Middle East Eye, nel marzo 2025 deteneva azioni di società accusate dalle Nazioni Unite di operare in insediamenti illegali nei territori palestinesi occupati.

In diverse interviste Rowan, 63 anni, si è definito un “orgoglioso sostenitore dello Stato di Israele” e ha definito Israele un “rifugio” per gli ebrei.

Attualmente è presidente del consiglio di amministrazione della UJA-Federation di New York, una delle più grandi organizzazioni filantropiche locali al mondo, che avrebbe inviato fondi a organizzazioni che sostengono le colonie israeliane.

Nell’ottobre 2023, diverse settimane dopo che la sua alma mater, l’Università della Pennsylvania, aveva organizzato un festival pro-palestinese, Rowan chiese le dimissioni del preside e del presidente del consiglio di amministrazione dell’università.

Nonostante l’evento si sia tenuto settimane prima degli attentati del 7 ottobre, entrambi i funzionari si sono poi dimessi.

Nel dicembre 2025, durante una raccolta fondi che raccolse circa 57 milioni di dollari per cause pro-Israele, Rowan ha accusato Zohran Mamdani, che si stava candidando a sindaco di New York, di essere un “nemico” degli ebrei .

Mamdani ha poi vinto la competizione con una vittoria schiacciante diventando sindaco di New York.

Robert Gabriel

Anche Robert Gabriel, relativamente sconosciuto, è stato nominato nel comitato esecutivo.

Gabriel è stato consulente politico nella prima campagna presidenziale di Trump e durante le rivolte del 6 gennaio scrisse un messaggio a una persona anonima, dicendo: “Sono sicuro che il POTUS [il Presidente degli Stati Uniti] sia entusiasta di questo“.

Secondo Politico Gabriel ha lavorato a stretto contatto con la responsabile dello staff Susie Wiles in qualità di “consigliere principale” e durante la campagna presidenziale del 2024 è stato il suo assistente.

Chi sono i consulenti senior nominati nel “Consiglio per la Pace“?

La Casa Bianca ha annunciato che sono stati nominati anche due consulenti senior per gestire la strategia e le operazioni quotidiane del Consiglio per la Pace: Aryeh Lightstone e Josh Gruenbaum.

Lightstone è stato consulente senior di David Friedman, un convinto difensore del movimento israeliano delle colonie illegali, quando questi era ambasciatore degli Stati Uniti in Israele tra il 2017 e il 2021.

È stato anche un ex direttore esecutivo di Shining Light, un’organizzazione statunitense per la raccolta fondi legata alla destra israeliana.

Secondo Haaretz Lightstone è stato anche profondamente coinvolto nella creazione della controversa Gaza Humanitarian Foundation.

Meno noto al grande pubblico è Gruenbaum, descritto dalla Casa Bianca come consulente senior responsabile del coordinamento operativo.

Tuttavia Gruenbaum è noto per aver collaborato con Kushner al piano “riviera” di Trump per Gaza.

Chi è l’Alto Rappresentante per Gaza?

La Casa Bianca ha anche annunciato che l’ex inviato delle Nazioni Unite Nikolay Mladenov è stato nominato Alto Rappresentante per Gaza e fungerà da collegamento chiave tra il Consiglio Esecutivo Costituente per Gaza e il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG), un comitato tecnico composto da funzionari palestinesi che dovrebbe gestire l’enclave.

Mladenov, che risiede negli Emirati Arabi Uniti, ha stretto buoni rapporti con Kushner quando quest’ultimo stava negoziando gli Accordi di Abramo del 2020, che hanno visto Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan normalizzare i rapporti con Israele, come precedentemente riferito a MEE da funzionari arabi e occidentali.

Kushner ha dichiarato al New York Times che l’amministrazione Trump ha dato fiducia al diplomatico bulgaro durante i negoziati e ha tenuto conto dei suoi commenti costruttivi”.

Cos’è il Consiglio Esecutivo per Gaza?

La Casa Bianca ha anche nominato un “Consiglio Esecutivo per Gaza” composto da 11 membri, incaricato di garantire il coordinamento regionale e internazionale.

Non è chiaro quali responsabilità avrebbero il consiglio o i suoi membri.

Secondo l’elenco pubblicato dalla Casa Bianca il consiglio include Blair, Kushner, Rowan e Witkoff, molte delle stesse figure presenti nel consiglio esecutivo.

Il Consiglio Esecutivo per Gaza comprenderebbe anche alti funzionari degli Stati della regione, tra cui il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, il diplomatico del Qatar Ali Al-Thawadi, il funzionario dell’intelligence egiziana Hassan Rashad e il ministro degli Emirati Arabi Uniti Reem al-Hashimy.

Anche Sigrid Kaag, politica olandese e coordinatrice delle Nazioni Unite a Gaza, è stata nominata per un ruolo.

Il canale israeliano Channel 12 ha riferito che anche l’imprenditore israelo-cipriota Yakir Gabay, che ha avuto stretti legami con Blair e Kushner, avrebbe fatto parte del consiglio.

Cos’è il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza?

Istituito a ottobre nell’ambito del piano di pace in 20 punti di Trump per Gaza.

Annunciato formalmente il 15 gennaio, i suoi membri devono ancora essere confermati ufficialmente, ma, secondo un elenco visionato da MEE, il comitato sarà guidato da Ali Shaath, ex viceministro palestinese per la pianificazione.

Parlando ai giornalisti il ​​18 gennaio Shaath ha affermato che l’organismo cercherà di ripristinare i servizi essenziali a Gaza e di coltivare una società “radicata nella pace”.

“Sotto la guida del Consiglio per la Pace, presieduto dal Presidente Donald J. Trump, e con il supporto e l’assistenza dell’Alto Rappresentante per Gaza, la nostra missione è quella di ricostruire la Striscia di Gaza non solo nelle infrastrutture, ma anche nello spirito”, ha affermato Shaath.

Ha aggiunto che il NCAG si concentrerà sul rafforzamento della sicurezza nell’enclave, di cui poco meno della metà è controllata da Hamas.

In seguito all’accordo di cessate il fuoco di ottobre Israele controlla almeno il 53% di Gaza occupando il territorio a est di un confine invisibile e in continua espansione noto come “Linea Gialla”.

Secondo l’elenco visionato da MEE gli altri membri dell’NCAG includono Omar Shamali, che supervisionerà le comunicazioni, Abdul Karim Ashour, incaricato dell’agricoltura, Aed Yaghi, responsabile del malandato sistema sanitario dell’enclave, e Aed Abu Ramadan, che guiderà l’industria e l’economia.

L’elenco indica inoltre che Jabr al-Daour si occuperà delle questioni relative all’istruzione, Bashir al-Rayes delle finanze, Ali Barhoum dell’acqua e dei comuni, Hanaa Tarzi dei soccorsi e della solidarietà e Adnan Salem Abu Warda della magistratura.

Precisa inoltre che Rami Tawfiq Helles si occuperà delle dotazioni e degli affari religiosi, Osama Hassan al-Saadawi supervisionerà l’edilizia abitativa e i lavori pubblici, mentre Samira Helles si occuperà dell’energia e dei trasporti.

Infine Sami Nasman, alto funzionario della sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese in pensione e critico di lunga data di Hamas, diventerà ministro della sicurezza.

Nel 2015 un tribunale di Gaza aveva condannato Nasman in contumacia a 15 anni di carcere per aver istigato al “caos” e presumibilmente orchestrato tentativi di assassinio contro i leader di Hamas.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)