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Le pressioni di Israele nel controllare il discorso globale hanno contaminato il mondo della medicina

Ghada Karmi

Giovedì 8 novembre 2018, Middle East Eye

Infiltrarsi in ogni ambito della vita pubblica nel tentativo di controllare il discorso globale può certamente fare da scudo temporaneamente ai crimini di Israele – ma a lungo termine non farà che smascherare la malvagità di Israele.

Nel febbrile clima di paura riguardo all’antisemitismo che attualmente avvince la Gran Bretagna, forse non sorprende che l’infezione si sia ormai propagata a settori improbabili, compresa la professione medica.

Forse il principale esempio della ‘longa manus’ filoisraeliana all’interno del mondo della medicina è stata la pubblica umiliazione di Richerd Horton, il direttore di una delle più antiche e prestigiose riviste mediche al mondo, ‘ Lancet’. Sotto la guida di Horton la rivista ha sviluppato un’imponente copertura della sanità mondiale, mettendo in luce l’impatto dei conflitti politici e dell’ingiustizia.

Il caso di Richard Horton

Sulla base di questa impostazione etica, e colpito dalla terribile situazione dei palestinesi, nel 2010 Horton ha fondato l’Alleanza Lancet per la Salute Palestinese, un partenariato con professionisti della sanità che lavorano nei territori occupati. Questo ha fornito una valida tribuna per la ricerca e la pratica in ambito medico palestinese, migliorando drasticamente la copertura delle problematiche sanitarie che colpiscono la popolazione sotto occupazione israeliana.

Nell’estate 2014, mentre era in corso il peggior attacco israeliano contro Gaza, Lancet pubblicò una “lettera aperta a favore del popolo di Gaza”, dai toni molto forti. Venne firmata da 24 medici di diversi Paesi e descriveva nel dettaglio le strazianti conseguenze a livello medico della guerra di Israele su civili innocenti, quali armi venivano usate ed i vari tipi di aggressioni.

Si definivano senza ambiguità le atrocità commesse contro l’indifesa popolazione di Gaza come crimini di guerra.

La lettera provocò una tempesta di proteste da parte dei difensori di Israele. Venne pubblicata una lettera firmata da 500 medici, compresi cinque premi Nobel, cui seguì una grave minaccia da parte di 396 professori di boicottare l’editore di Lancet, Reed Elsevier. Vi furono richieste di cacciare Horton; lui fu bombardato da mail di odio, minacciato ed accusato di antisemitismo; la sua fotografia fu postata accanto alle immagini di nazisti; sua moglie e sua figlia subirono molestie.

Mettere a tacere le critiche

Inizialmente egli tenne testa a questo assalto, rifiutando di ritrattare la lettera o di scusarsi. Tuttavia gli attacchi contro di lui e contro Lancet erano così gravi che nell’ottobre 2014 accettò un invito da parte dell’ospedale israeliano Rambam, dove alla fine cedette alle pressioni. Esprimendo il suo profondo rammarico per aver pubblicato la lettera aperta, promise di pubblicare una ritrattazione.

Il suo pentimento non è finito lì. Nel maggio 2017 Horton ha compiuto il passo senza precedenti di dedicare un intero numero del giornale al sistema sanitario israeliano, e da allora è stato attento a mostrarsi rispettoso ed amichevole nei confronti di Israele.

Certo, nulla nella lettera aperta su Gaza che ha correttamente pubblicato durante la guerra era falso o esagerato; casomai, la situazione di Gaza oggi è ancor più spaventosa. L’autore di questa devastazione è quello stesso Israele i cui amici hanno attaccato Horton così ferocemente non molto tempo fa, e che con tanta sofferenza egli ha dovuto placare.

Le linee rosse di Israele

Horton non è l’unico obbiettivo di questa caccia alle streghe in ambito medico. Secondo recenti notizie, la Scuola di Medicina Tropicale di Liverpool, che il mese scorso aveva invitato la collega britannica Baronessa Jenny Tonge a parlare ad un convegno sulla salute materna, ha improvvisamente ritirato l’invito. Avrebbe dovuto partecipare ad un gruppo di lavoro di esperti sulla diseguaglianza nella sanità nel mondo in via di sviluppo, dove lei ha ampiamente lavorato in diverse missioni ufficiali.

Janet Hemingway, la direttrice della scuola, ha spiegato che si sono sentiti obbligati ad agire a causa di un presunto “sentimento antisemita” e di “riscontri esterni” da parte di partecipanti al convegno. Erano presumibilmente preoccupati che la sua partecipazione contravvenisse all’ “etica organizzativa” della scuola e che avrebbe stornato l’attenzione dalla questione dell’ineguaglianza nella cura della maternità al problema dell’antisemitismo.

Prima della sua carriera parlamentare, Tonge ha esercitato la professione medica ed è stata membro della Facoltà di Ostetricia e Ginecologia del Royal College per la Pianificazione Familiare e la Salute Riproduttiva . Ha ripreso quel ruolo quando è entrata in politica come portavoce per la sanità del partito liberaldemocratico e più di recente come presidente del Gruppo Parlamentare interpartitico del Regno Unito sulla popolazione, lo sviluppo e la salute riproduttiva.

Ma presto ha incontrato l’opposizione degli amici di Israele. Nel 2004, quando era deputata liberaldemocratica, Tonge ricorda che il suo intervento su “Un punto di vista liberale sulla salute” presso la Società Medica di Londra fu annullato a causa delle accuse di essere simpatizzante dei palestinesi e di criticare Israele.  

Come personaggio politico, oggi Tonge è disprezzata da Israele e dai suoi amici per il suo presunto antisemitismo nell’esprimere opinioni problematiche, come la sua osservazione che i recenti assassinii di fedeli ebrei a Pittsburgh potrebbero essere in relazione ai maltrattamenti di Israele contro i palestinesi. Attaccare Tonge a livello politico è una cosa, ma gli amici di Israele adesso stanno premendo per renderla oggetto di disprezzo anche come professionista della salute – dando il messaggio che, se si oltrepassano le linee rosse di Israele, si viene esclusi da ogni settore della vita pubblica.

La caccia alle streghe in ambito medico

Analogamente, Derek Summerfield, importante psichiatra britannico e esplicito critico della politica israeliana, nel 2007 è stato costretto a disdire la propria partecipazione ad un importante incontro medico organizzato dalla ‘Royal Society of Medicine’ dalle pressioni di membri filoisraeliani.

I suoi tentativi di indagare il ruolo di medici israeliani nella supervisione della tortura ai prigionieri palestinesi si erano scontrati con un continuo ostruzionismo.

Intanto l’Unione Europea ha ricevuto pressioni perché raccomandasse a tutti i suoi Stati membri ed istituzioni di adottare la definizione di antisemitismo dell’Alleanza Internazionale in Ricordo dell’Olocausto, che deliberatamente fa coincidere le critiche ad Israele con l’antisemitismo ed ha già influenzato la libertà di parola.

Nel maggio scorso Israele si è spinto oltre, chiedendo all’UE di sospendere i finanziamenti alle Ong che sostengono il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS). 

Lo scopo di questi sforzi è mettere a tacere le critiche alla politica israeliana. Ma Israele dovrebbe stare attento a ciò che intende fare. Infiltrare ogni ambito della vita pubblica nel tentativo di controllare il discorso globale può certamente fare da scudo temporaneamente ai crimini di Israele – ma a lungo termine non farà che destare un diffuso senso di risentimento e ostilità.

Ghada Karmi è una dottoressa palestinese, accademica e scrittrice.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Il comitato dell’OLP vota la sospensione del riconoscimento dello Stato di Israele

MEE staff

Lunedì 29 ottobre 2018, Middel East Eye

Il comitato centrale dell’OLP ha votato per sospendere tutti gli impegni presi con “le autorità occupanti”, fino a che Israele non riconoscerà lo Stato palestinese.

Il comitato centrale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina ha annunciato la sospensione del riconoscimento dello Stato di Israele.

Nella sua decisione, resa nota lunedì sera dopo una riunione, l’OLP ha detto che annullerà tutti i suoi impegni verso le “autorità occupanti” fino a che Israele non riconoscerà uno Stato palestinese entro i confini del 1967 con Gerusalemme est come capitale.

Questo comprende la cooperazione per la sicurezza e gli accordi commerciali stabiliti tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese.

Se le decisioni del comitato centrale non sono vincolanti, rappresentano però una raccomandazione all’ANP sulle future decisioni politiche. Il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas era presente alla riunione.

Nel 2015 il comitato centrale aveva già chiesto la fine del coordinamento per la sicurezza con Israele.

Ha incaricato Abbas e il Comitato Esecutivo dell’OLP di dar seguito alle decisioni di lunedì.

Il comitato ha anche esplicitamente disapprovato il processo di pace condotto da Donald Trump ed il suo piano di “accordo del secolo” per porre fine al conflitto.

L’agenzia di notizie ufficiale palestinese Wafa ha riferito che “il comitato ha apprezzato gli sforzi del presidente (Abbas)… per insistere nel rifiuto dell’accordo del secolo e nel contrastarlo con tutti i mezzi disponibili per farlo fallire, come anche nel ritenere l’amministrazione USA partner del governo israeliano di occupazione e parte del problema, non la soluzione”.

Il Consiglio inoltre ha attaccato Hamas, che controlla la Striscia di Gaza, accusandolo di non aver rispettato il suo impegno e l’accordo di unificazione firmato nell’ottobre dell’anno scorso.

Abbas è sembrato appoggiare le decisioni di lunedì, dicendo che è arrivato il momento di mettere in atto le precedenti misure approvate dal comitato centrale.

Secondo una dichiarazione pubblicata da Wafa, Abbas ha chiamato i palestinesi ad unirsi dietro all’OLP come “unico legittimo rappresentante” del popolo palestinese.

Di fronte alla crescente pressione da parte di Washington per porre fine all’assistenza pubblica dell’Autorità Nazionale Palestinese alle famiglie dei prigionieri e delle persone uccise dalle forze israeliane, Abbas ha detto: “Gli stanziamenti per le famiglie dei martiri e dei feriti costituiscono una linea rossa: non possiamo negoziare riguardo ai loro diritti.”(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Il ministero afferma che tre giovani palestinesi sono stati uccisi dagli attacchi aerei su Gaza

MEE e agenzie

Domenica 28 ottobre 2018, Middle East Eye

Tre ragazzini palestinesi di 13 e 14 anni uccisi domenica quando aerei israeliani hanno sparato su di loro

Il ministero della Salute dell’enclave assediata ha affermato che tre giovanissimi palestinesi sono stati uccisi domenica in un attacco aereo israeliano contro la Striscia di Gaza.

Il ministero della Salute di Gaza ha detto che equipe della Mezzaluna Rossa palestinese hanno trasportato al complesso ospedaliero Nasser i corpi dei tre dalla zona orientale tra Khan Younis e Deir al- Balah.

Il ministero ha identificato i ragazzini come Khaled Bassam Saeed, 14 anni; Abdul Hamid Abu Zaher e Mohammed Ibrahim al-Sattari, entrambi di 13 anni.

Secondo l’AFP [agenzia di stampa francese, ndtr.] l’esercito israeliano ha sostenuto che uno dei suoi aerei ha sparato contro un gruppo di palestinesi nei pressi della barriera che separa Gaza e Israele.

Poco fa tre palestinesi si sono avvicinati alla barriera di sicurezza nel sud della Striscia di Gaza, cercando di danneggiarla, e sembravano intenti a piazzare un ordigno esplosivo improvvisato nei pressi di essa,” afferma un comunicato.

In risposta, un aereo dell’esercito israeliano ha sparato verso di loro,” ha aggiunto.

Le tensioni sono state molto forti lungo la frontiera tra Israele e Gaza da quando i palestinesi, in marzo, hanno iniziato una serie di proteste lungo la barriera di sicurezza.

Più di 200 palestinesi sono stati uccisi ed almeno 10.000 feriti dalle forze israeliane da quando il 30 marzo è iniziata la “Grande Marcia del Ritorno”. Nello stesso periodo un soldato israeliano è stato ucciso durante le violenze.

Dal 2008 Israele e i combattenti palestinesi di Gaza, governata da Hamas, hanno combattuto tre guerre.

Nei mesi successivi all’inizio delle proteste ci sono stati parecchi scontri militari, che hanno provocato il timore di una nuova guerra tra le due parti.

L’ultimo è avvenuto quando venerdì e sabato combattenti palestinesi hanno lanciato decine di razzi nel sud di Israele, che ha risposto con pesanti incursioni aeree.

Nelle prime ore di sabato l’esercito israeliano ha portato una serie di attacchi aerei contro Gaza, nella più violenta offensiva contro il territorio costiero palestinese dall’estate.

Il notiziario israeliano Ynet ha informato che l’esercito israeliano ha lanciato almeno 87 raid aerei, affermando che si trattava di una risposta ai 34 razzi sparati dall’enclave contro il sud di Israele.

La Jihad islamica ha rivendicato la responsabilità dei razzi, sostenendo in un comunicato che si trattava di una rappresaglia per l’uccisione da parte dell’esercito israeliano di cinque manifestanti palestinesi venerdì.

La violenza è terminata dopo che la Jihad islamica ha detto che avrebbe accettato una tregua negoziata attraverso l’Egitto.

Sabato circa 200 abitanti israeliani di comunità sul confine di Gaza hanno protestato a Tel Aviv contro le politiche del governo, chiedendo una risposta più decisa contro Gaza.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Le forze israeliane lanciano 87 attacchi aerei notturni contro la Striscia di Gaza

MEE staff

Sabato 27 ottobre 2018,Middle East Eye

La Jihad islamica, che ha lanciato razzi su Israele dopo l’uccisione di cinque palestinesi, dice che è stato raggiunto un cessate il fuoco in seguito alla più grande offensiva su Gaza da agosto.

Nelle prime ore di sabato l’esercito israeliano ha condotto una serie di attacchi aerei in tutta la Striscia di Gaza assediata, nell’offensiva più pesante sul territorio costiero palestinese dall’estate.

La rete israeliana di notizie Ynet ha informato che l’esercito israeliano ha lanciato almeno 87 attacchi aerei, affermando che si trattava della risposta a circa 34 razzi sparati dall’enclave verso il sud di Israele.

La Jihad islamica ha rivendicato la responsabilità per i razzi, sostenendo in una dichiarazione che si è trattato della rappresaglia per l’uccisione da parte dell’esercito israeliano di cinque manifestanti palestinesi venerdì.

La resistenza non accetterà la formula imposta dal nemico basata sulle uccisioni da parte loro e il silenzio da parte nostra”, ha dichiarato il gruppo [islamico].

Dopo questi scontri, sabato mattina l’ufficio stampa della Jihad islamica ha annunciato di aver accettato una mediazione dell’Egitto per un cessate il fuoco con Israele.

Gente del luogo ha detto a Middle East Eye che un edificio di quattro piani nel centro di Gaza City, che è stato ridotto in macerie nella notte, ospitava enti di assistenza e centri di ricerca. Intanto il ministero della Sanità di Gaza ha detto che gli attacchi aerei hanno preso di mira il perimetro dell’ospedale indonesiano a Beit Lahiya nel nord della Striscia, provocando danni materiali all’edificio.

Il ministero non ha subito dato conto di vittime o di feriti palestinesi per gli attacchi aerei. I media israeliani hanno detto che durante i lanci di razzi erano state lievemente ferite sei persone.

Dall’inizio della Grande Marcia del Ritorno del 30 marzo sono stati uccisi più di 200 palestinesi e ne sono stati feriti almeno 10.000 dalle forze israeliane.

Nello stesso periodo è stato ucciso un soldato israeliano.

Migliaia di manifestanti palestinesi sono scesi in strada per 31 settimane per denunciare il blocco della Striscia di Gaza e chiedere il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi nelle loro case, da cui loro e le loro famiglie furono scacciati durante la creazione dello Stato di Israele.

L’ultima serie di attacchi aerei è avvenuta mentre dirigenti israeliani di alto livello nelle ultime settimane hanno intensificato gli appelli ad un “grave colpo” contro Gaza e il ministro della Difesa Avigdor Lieberman non ha escluso “un conflitto su larga scala”.

Israele mantiene un pesante assedio alla Striscia di Gaza, che chi lo critica afferma rappresenti una punizione collettiva dei due milioni di abitanti dell’impoverita enclave.

Anche l’Egitto sostiene il blocco, ponendo restrizioni all’entrata e all’uscita da Gaza attraverso il suo confine.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Israele rimanda l’evacuazione del villaggio palestinese di Khan al Ahmar in Cisgiordania

MEE e agenzie

sabato 20 ottobre 2018,Middle East Eye

Il governo israeliano ha affermato di averlo sospeso per portare a termine trattative e proposte ricevute da varie fonti

Sabato Israele ha detto che l’evacuazione forzata del villaggio di Khan al-Ahmar nella Cisgiordania occupata sarà rimandata fino a data da destinarsi.

Personale dell’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu hanno detto ad Haaretz che il governo lo ha sospeso per portare a termine trattative e proposte ricevute da varie fonti

Haaretz sostiene che negli scorsi giorni le forze di sicurezza hanno detto di essere pronte ad evacuare il villaggio ed essere in attesa di istruzioni per farlo.

Regavim”, una Ong israeliana a favore dei coloni che dall’inizio ha spinto il progetto per l’espulsione dei beduini, ha emesso un comunicato in cui lamenta la decisione e la definisce una capitolazione di fronte all’Autorità Nazionale Palestinese.

Walid Assaf, capo del Comitato Nazionale di Resistenza al Muro e alle Colonie, parlando in una conferenza stampa nella tenda di protesta del villaggio ha detto: “Non ci fidiamo della decisione israeliana di congelare la demolizione di Khan al Ahmar e continueremo a protestare per proteggere la zona.”

Il 5 settembre l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha respinto una petizione presentata dagli abitanti del villaggio, aprendo la strada all’espulsione della comunità e alla sua totale demolizione.

Khan al-Ahmar si trova nella Cisgiordania occupata nei pressi della Route 1, che collega Gerusalemme est occupata alla valle del Giordano. Il villaggio è situato vicino alla colonia israeliana illegale di Kfar Adumim.

Gli abitanti di Khan al-Ahmar sono della tribù Jahalin, una famiglia [allargata] beduina espulsa dal deserto del Naqab – detto anche Negev – durante la guerra arabo-israeliana del 1948. Allora i Jahalin si insediarono sul versante orientale di Gerusalemme.

La comunità di Khan al-Ahmar comprende circa 35 famiglie le cui case e scuole precarie, per lo più fatte di lamiera ondulata e legno, sono state demolite dall’esercito israeliano molte volte negli scorsi anni.

Haaretz dice che il villaggio è stato costruito su terreni dello Stato e le sue case sono state edificate senza permesso.

In un comunicato dopo la sentenza della corte il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem ha affermato che “i palestinesi non possono costruire legalmente e sono esclusi dai meccanismi decisionali che definiscono le loro vite. Il sistema di pianificazione è inteso esclusivamente a beneficio dei coloni (israeliani). Questa sentenza dimostra ancora una volta che chi si trova sotto occupazione non può ottenere giustizia nei tribunali dell’occupante.”

In luglio Israele ha affermato di prevedere di ricollocare i 180 residenti di Khan al-Ahmar in una zona a circa 12 km di distanza, nei pressi del villaggio palestinese di Abu Dis. Ma il nuovo luogo è vicino a una discarica e i difensori dei diritti umani sostengono che un trasferimento forzato degli abitanti violerebbe le leggi internazionali che riguardano territori occupati.

Haaretz ha rilevato che i giudici della Corte Hanan Melcer, Yitzhak Amit e Anat Baron hanno affermato che il maggior problema in questo caso non è se si possa effettuare l’espulsione, ma dove verrebbero trasferiti gli abitanti.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Israele uccide sette palestinesi durante le proteste della Marcia del Ritorno di Gaza

Redazione di Middle East Eye

Venerdì 12 ottobre 2018, Middle East Eye

Due minori tra quelli uccisi nell’enclave assediata, e 140 persone , tra cui 45 bambini, 8 donne e 2 paramedici, feriti da proiettili veri

Il ministero della Sanità di Gaza ha affermato che le forze israeliane hanno ucciso sette palestinesi durante le proteste nella zona orientale della Striscia di Gaza nei pressi della barriera militare che separa da Israele il territorio palestinese assediato.

Ashraf Al-Qudra, portavoce del ministero della Sanità di Gaza, ha detto ai giornalisti che venerdì sei palestinesi sono stati uccisi e altri 112 sono stati feriti quando soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro manifestanti nella zona orientale della Striscia di Gaza.

Migliaia di palestinesi si sono uniti alle manifestazioni come parte delle proteste della Marcia del Ritorno che è iniziata il 30 marzo per chiedere la fine del blocco israeliano, durato undici anni, e il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi alle loro città d’origine in quello che ora è Israele.

Oudra ha affermato che quattro palestinesi – Ahmad al-Taweel, 27 anni, Mohamed Ismail, di 29, Ahmad Abu Ne’eim, di 17, e Abdullah al-Daghma, di 25 – sono stati uccisi a est del campo di rifugiati di al-Bureij, nella zona centrale della Striscia di Gaza.

Ha detto che Tamer Abu Ermanah, 27 anni, è stato colpito a morte dai soldati israeliani a est della città di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza.

Ha sostenuto che soldati israeliani hanno sparato e ucciso anche Afifi Mahmoud Afifi, 18 anni, nella zona orientale di Gaza City.

Venerdì sera il ministero della Sanità di Gaza ha affermato che un settimo palestinese era stato ucciso. Il suo nome è Mohammed Abbas.

Il ministero della Salute afferma che 192 manifestanti palestinesi sono rimasti feriti. Di questi 140 persone – compresi 45 minori, otto donne e due infermieri – sono stati colpiti da proiettili veri.

Un fotografo di Middle East Eye a Gaza ha aggiunto che tre giovani palestinesi si sono avvicinati alla barriera militare israeliana, l’hanno attraversata e si sono scazzottati con cecchini israeliani situati a ovest della barriera.

L’esercito israeliano sostiene che circa 14.000 “rivoltosi e manifestanti” si sono riuniti in vari luoghi lungo il confine. In un comunicato l’esercito ha detto che le truppe “hanno individuato un certo numero di assalitori che si sono arrampicati sulla rete di sicurezza nel sud della Striscia di Gaza.”

Ha affermato che hanno collocato un “ordigno esplosivo” che è scoppiato e “ha dato fuoco alla barriera.”

L’esercito israeliano ha detto che in seguito gli uomini si sono avvicinati a un posto di frontiera israeliano e sono stati colpiti. “Gli assalitori sono stati uccisi,” ha sostenuto, senza dire quante persone sono state colpite.

Haaretz” [giornale israeliano di centro sinistra, ndtr.] ha informato che venerdì, in risposta alle proteste, il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman ha annunciato la sospensione della fornitura di combustibile a Gaza.

Il principale valico di frontiera per fornire combustibile a Gaza è stato chiuso da Israele per settimane in due diverse occasioni in luglio e in agosto.

Chi critica questa strategia la descrive come una punizione collettiva per i palestinesi.

Lo scorso mese il Qatar ha accettato di pagare per la fornitura di combustibile per far funzionare l’unica centrale elettrica della Striscia assediata.

Dall’inizio delle proteste il 30 marzo il fuoco israeliano ha ucciso a Gaza almeno 203 palestinesi. La maggior parte dei palestinesi è stata uccisa durante manifestazioni sul confine, benché altri siano morti per attacchi aerei e colpi sparati da carri armati.

Da quando le proteste sono iniziate è rimasto ucciso un soldato israeliano.

(Traduzione di Amedeo Rossi)

 




Giudice USA blocca una legge contro il boicottaggio in Arizona

Ali Harb

venerdì 28 settembre 2018, Middle East Eye

Più di 20 Stati hanno approvato leggi contro il BDS, ma in gennaio una normativa simile è stata sospesa da un giudice nel Kansas.

Giovedì un giudice statunitense ha sospeso una legge dell’Arizona che vieta allo Stato di mantenere rapporti con collaboratori esterni che boicottano Israele.

La sentenza è stata il secondo colpo alle leggi contro il boicottaggio a livello statale, dopo che in gennaio un giudice aveva bloccato una norma simile in Kansas.

Mikkel Jordahl, un avvocato che gestisce un proprio ufficio legale e ha un contratto con lo Stato come legale dei detenuti, lo scorso anno ha fatto causa all’Arizona rifiutandosi di firmare una dichiarazione in cui diceva di non essere impegnato nel boicottaggio di Israele.

Giovedì la giudice Diane Humetewa ha sentenziato a favore di Jordahl, imponendo un provvedimento inibitorio sulla legge, che secondo lei viola il diritto costituzionale a “boicottaggi politici collettivi”.

Humetewa ha affermato che chiedere a chi ha un contratto con lo Stato di dichiarare che non boicotta Israele “lede il carattere significativo dei boicottaggi politici collettivi, congelando la possibilità del querelante di unirsi alla più complessiva richiesta di un cambiamento politico.”

Jordahl aveva detto di essere stato indotto al boicottaggio di imprese che appoggiano l’occupazione israeliana dei territori palestinesi dalla campagna “Peace Not Walls” [Pace Non Muri] della Chiesa luterana evangelica in America.

Citando una serie di precedenti, Humetewa ha sentenziato che i boicottaggi politici che intendono raggiungere un fine comune riguardano la libertà di parola.

Una restrizione della possibilità di un singolo di partecipare a un appello collettivo per opporsi a Israele indiscutibilmente rappresenta un limite per imprese che desiderano impegnarsi in un simile boicottaggio ad esprimersi, come garantito [dalla legge],” ha scritto la giudice. “Il tipo di azione collettiva presa di mira dalla legge riguarda specificamente i diritti di riunione e associazione di cui gli americani e i cittadini dell’Arizona usufruiscono ‘per promuovere cambiamenti politici, sociali ed economici.’”

Jordahl ha affermato che le politiche dello Stato devono essere valutate in base alla Costituzione USA, che concede una totale protezione alla libertà di parola.

Non penso che i nostri legislatori abbiano il diritto di derogare dai diritti del nostro Primo Emendamento,” ha detto a Middle East Eye.

L’Arizona ha approvato la sua legge contro il boicottaggio nel 2016. Jordahl dice di aver firmato controvoglia la dichiarazione quell’anno. Ma dopo un viaggio in Israele e nei territori palestinesi ha rifiutato di acconsentire alla dichiarazione contro il boicottaggio per rinnovare il suo contratto.

Quando sono tornato e mi è stato chiesto di firmare di nuovo questa certificazione, semplicemente non l’avrei potuto fare perché per me sarebbe stata una vergogna,” ha detto l’avvocato. “Non ha niente a che fare con i miei contratti locali. Ma qui lo Stato dell’Arizona mi sta obbligando a dire come non posso spendere il mio denaro. Semplicemente non voglio sostenere affari che traggano profitto dall’occupazione in Cisgiordania. Spetta me [deciderlo], non a loro.”

L’“Unione Americana per le Libertà Civili” [Ong Usa che si occupa di diritti civili e individuali, ndtr.], che ha appoggiato Jordahl nel contenzioso, ha accolto favorevolmente la sentenza di Humetewa.

I boicottaggi politici sono una forma di protesta non violenta difesa dalla Costituzione,” ha detto giovedì in un comunicato Kathy Brody, responsabile giuridica dell’ACLU in Arizona. “La sentenza di oggi sostiene il concetto che il governo non ha il diritto di dire alle persone – neanche a quelle contrattate dallo Stato – quali cause possano o non possano appoggiare.”

Più di 20 Stati USA hanno approvato leggi che limitano il boicottaggio di Israele nel tentativo di lottare contro il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS).

Chi critica queste leggi dice che i governi degli Stati stanno cercando di mettere a tacere il dibattito sulla Palestina, violando la libertà di espressione e la costituzione USA.

L’avvocato dell’ACLU Brian Hauss ha detto che la decisione dell’Arizona dovrebbe mandare un “messaggio forte” ai legislatori in tutti gli USA.

Il diritto al boicottaggio è vivo e vegeto negli Stati Uniti e i governi degli Stati non dovrebbero cercare di utilizzare i propri mezzi finanziari nei confronti di chi ha contratti con lo Stato per impedire la libertà di parola,” ha detto Hauss in un comunicato.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Un “accordo tra gentiluomini”: come Israele ha ottenuto quello che voleva a Oslo

Jonathan Cook

14 settembre 2018,Midddle East Eye

Venticinque anni dopo, alcuni analisti ritengono che Oslo non sia stato un fallimento: in realtà l’accordo ha offerto ad Israele una formula per bloccare la nascita di uno Stato palestinese e rafforzare la sua occupazione.

Questa settimana non ci sono state commemorazioni per ricordare la firma del primo accordo di Oslo a Washington 25 anni fa. Si tratta di nozze d’argento per le quali non ci sono festeggiamenti pubblici, né tazze commemorative, né monete coniate appositamente.

I palestinesi hanno praticamente ignorato questo anniversario storico, mentre la commemorazione di Israele non è stata altro che una manciata di tristi articoli sulla stampa israeliana su quello che è andato storto.

L’avvenimento più importante è il documentario “I diari di Oslo” (“Al cuore degli accordi di Oslo”), trasmesso dalla televisione israeliana e la cui diffusione è prevista questa settimana negli Stati Uniti. Ripercorre gli avvenimenti riguardanti la creazione degli accordi di pace, firmati dal dirigente palestinese Yasser Arafat e dal primo ministro israeliano Yitzhak Rabin a Washington il 13 settembre 1993.

Secondo la maggior parte degli osservatori l’euforia causata dal processo di pace iniziato dalla Norvegia un quarto di secolo fa sembra ormai del tutto superata. Il ritiro per fasi dai territori palestinesi occupati promesso da Israele è rimasto fermo ad uno stadio iniziale.

E i poteri dell’Autorità Nazionale Palestinese, futuro governo palestinese creato da Oslo, non sono mai andati oltre la gestione dell’assistenza sanitaria e la raccolta della spazzatura nelle zone palestinesi densamente popolate, garantendo al contempo il coordinamento con Israele in materia di sicurezza.

Tutti gli sforzi attuali per trarre una lezione da questi sviluppi sono giunti alla stessa conclusione: Oslo fu un’occasione mancata per la pace, gli accordi non sono mai stati correttamente applicati e i negoziati sono stati spazzati via dagli estremisti palestinesi ed israeliani.

Una riorganizzazione dell’occupazione

 

Tuttavia gli analisti interpellati da Middle East Eye adottano un punto di vista molto diverso.

È errato pensare che Oslo sia fallito o cercare di identificare il momento in cui il processo di Oslo è morto”, sostiene Diana Buttu, avvocatessa palestinese ed ex-consigliera dell’Autorità Nazionale Palestinese. “Oslo non è mai morto. Continua a fare oggi esattamente quello per cui è stato creato.”

Michel Warschawski, attivista israeliano per la pace che ha sviluppato stretti legami con i dirigenti palestinesi nel corso degli anni di Oslo, concorda totalmente.

Quasi tutti quelli che conoscevo all’epoca ed io stesso siamo rimasti sedotti dal battage mediatico che annunciava che l’occupazione sarebbe ben presto finita. Ma in realtà Oslo stava per riorganizzare l’occupazione, non per farla terminare. Ha creato una nuova divisione del lavoro.

A Rabin non importava sapere se i palestinesi avrebbero ottenuto una sovranità simbolica – una bandiera e forse persino un seggio all’ONU.

Ma Israele era determinato a continuare a controllare le frontiere, le risorse dei palestinesi, la loro economia. Oslo ha cambiato la divisione del lavoro, subappaltando ai palestinesi stessi la parte difficile della sicurezza di Israele.”

Gli accordi sono stati firmati all’indomani di parecchi anni di rivolta palestinese nei territori occupati – la prima Intifada – che si sono rivelati costosi per Israele, sia in termini di vittime che di denaro.

Grazie ad Oslo, le forze di sicurezza palestinesi si sono messe a pattugliare le strade delle città palestinesi, sotto la supervisione e in stretto coordinamento con l’esercito israeliano. Quanto al conto, è stato pagato dall’Europa e da Washington.

In un’intervista rilasciata la settimana scorsa al giornale [israeliano di centro sinistra, ndtr.] “Haaretz”, Joel Singer, l’avvocato del governo israeliano che ha contribuito alla stesura degli accordi, ha ammesso la stessa cosa. Rabin, ha dichiarato, “pensava che, se fossero stati i palestinesi a combattere Hamas, ciò avrebbe rafforzato la sicurezza (israeliana).”

Come ha fatto notare l’ex primo ministro israeliano, l’occupazione non sarebbe più stata considerata responsabile davanti ai “cuori sensibili” della Corte Suprema israeliana e della comunità attiva a favore dei diritti dell’uomo in Israele.

Non un vero Stato

Secondo Buttu, anche l’ipotesi largamente diffusa secondo la quale Oslo avrebbe dato come risultato uno Stato palestinese era errata.

L’avvocatessa rileva che da nessuna parte negli accordi veniva menzionata l’occupazione, uno Stato palestinese o la libertà per i palestinesi. E non venne presa nessuna misura contro le illegali colonie di insediamento di Israele – il principale ostacolo alla creazione di uno Stato palestinese.

Invece l’obiettivo dichiarato del processo di Oslo era l’applicazione di due risoluzioni delle Nazioni Unite [rimaste] in sospeso – la 242 e la 338. La prima riguardava il ritiro dell’esercito israeliano dai ‘territori’ occupati durante la guerra del 1967, mentre la seconda esortava a negoziati che portassero a una ‘pace giusta e durevole’.

Ho parlato con Arafat e con Mahmoud Abbas (suo successore alla presidenza palestinese) a questo proposito,” spiega Buttu. “Essi pensavano che un linguaggio più esplicito riguardo allo Stato palestinese e all’indipendenza non sarebbe mai stato approvato dalla coalizione di Rabin.

Dunque Arafat ha trattato le risoluzioni 242 e 338 come parole in codice. I dirigenti palestinesi hanno definito Oslo ‘un accordo tra gentiluomini’. Il loro approccio andava oltre l’ingenuità: era sconsiderato. Si sono comportati come dilettanti.”

Secondo Asad Ghanem, professore di scienze politiche all’università di Haifa ed esperto del nazionalismo palestinese, fin dall’inizio i dirigenti palestinesi erano coscienti che Israele non offriva un vero Stato.

Nelle sue memorie Ahmed Qoreï (uno dei principali architetti di Oslo per quanto riguarda i palestinesi) ha ammesso il suo stupore quando ha cominciato ad incontrare il gruppo di negoziatori israeliani”, spiega Ghanem.

Uri Savir (il capo negoziatore israeliano) ha dichiarato con tutta franchezza che Israele non era favorevole a uno Stato palestinese e che proponevano qualcosa di meno. L’atteggiamento degli israeliani era ‘prendere o lasciare’.”

Simpatia verso i coloni

Tutti gli analisti concordano che fin dall’inizio era del tutto evidente una mancanza di buona fede da parte d’Israele, in particolare per quanto riguardava la questione delle colonie.

Così, invece di bloccare o d’invertire l’espansione delle colonie durante il presunto periodo di transizione di cinque anni previsto dall’accordo, Oslo ha permesso alla popolazione di coloni di crescere a un ritmo notevolmente accelerato.

L’incremento quasi del doppio del numero di coloni in Cisgiordania e a Gaza per raggiungere i 200.000 alla fine degli anni ’90 è stato spiegato in un’intervista del 2003 da Alan Baker, consigliere giuridico del ministero israeliano degli Affari Esteri dopo il 1996 e lui stesso colono.

La maggior parte delle colonie è stata presentata all’opinione pubblica israeliana come dei ‘blocchi’ israeliani, fuori del controllo della neonata Autorità Nazionale Palestinese. Con la firma degli accordi, ha dichiarato Baker, “noi non siamo più una potenza occupante, ma siamo presenti nei territori con il loro (dei palestinesi) consenso e in base al risultato dei negoziati.”

Recenti interviste realizzate da “Haaretz” a dirigenti dei coloni lasciano ugualmente trasparire la simpatia ideologica tra il governo cosiddetto di sinistra di Rabin e il movimento dei coloni.

Israel Harel, che all’epoca dirigeva il Consiglio Yesha, l’organismo dirigente dei coloni, ha giudicato Rabin “molto disponibile”. Ha sottolineato che Zeev Hever, un altro leader dei coloni, aveva lavorato con i responsabili della pianificazione dell’esercito israeliano quando crearono una ‘carta di Oslo’ tagliando la Cisgiordania in diverse aree di controllo.

In merito alle colonie che, secondo la maggior parte degli osservatori, sarebbero state smantellate in base agli accordi, Harel ha constatato: “Quando (Hever) è stato accusato (da altri coloni) di collaborazionismo, ha risposto che ci aveva salvati da un disastro. Loro (l’esercito israeliano) hanno segnato le zone che avrebbero potuto isolare dalle colonie e farle scomparire.

L’avvocato israeliano di Oslo, Joel Singer, ha confermato la reticenza dei dirigenti israeliani ad affrontare il problema delle colonie.

Ci siamo battuti con i palestinesi, per ordine di Rabin e di (Shimon) Peres, contro un congelamento delle colonie,” ha dichiarato ad “Haaretz”. “Fu un grave errore consentire alle colonie di continuare ad espandersi.”

Il rifiuto di Rabin ad agire

Neve Gordon, professore di scienze politiche all’università Ben Gurion, nel sud di Israele, spiega che la prova fondamentale della volontà di Rabin di occuparsi delle colonie si è presentata meno di un anno dopo il processo di Oslo, quando Baruch Goldstein, un colono, ha ucciso e ferito più di 150 musulmani palestinesi durante una preghiera nella città palestinese di Hebron.

Ciò forniva a Rabin l’occasione per espellere i 400 coloni estremisti che si trovavano nel centro di Hebron,” ha detto Gordon a MEE. Ma non lo fece. Gli permise di restare.”

La mancata risposta di Israele alimentò ‘come rappresaglia’ una campagna di attentati suicidi organizzati da Hamas, attentati che a loro volta vennero utilizzati da Israele per giustificare il suo rifiuto di ritirarsi dalla maggior parte dei territori occupati.

Warschawski afferma che Rabin avrebbe potuto smantellare le colonie se avesse agito rapidamente. “I coloni erano in ritirata all’inizio di Oslo, ma egli non agì contro di loro.”

Dopo l’assassinio di Rabin alla fine del 1995 da parte di un ebreo israeliano contrario a Oslo, il suo successore Shimon Peres, anche lui considerato l’architetto del processo di Oslo, secondo Warschawski cambiò tattica: “Peres preferì mettere l’accento sulla riconciliazione interna (tra israeliani) invece che sulla riconciliazione con i palestinesi. Dopo di che il discorso religioso dei coloni estremisti diventò dominante.”

Ciò diede luogo qualche mese più tardi al trionfo elettorale della destra sotto l’egida di Benjamin Netanyahu.

Il differenziale demografico

Gordon sostiene che, per quanto Netanyahu avesse fatto una violenta campagna elettorale contro gli accordi di Oslo, questi ultimi si rivelarono perfetti per il genere di politica di rifiuto che egli coltivava.

Dietro la facciata di vaghe promesse in merito a uno Stato palestinese, secondo il docente universitario “Israele poté rafforzare il progetto di colonizzazione. Le statistiche mostrano che quando ci sono dei negoziati, la crescita demografica della popolazione delle colonie in Cisgiordania aumenta. I coloni crescono rapidamente. E quando c’è un’intifada, le cose rallentano.

Dunque Oslo era ideale per il progetto israeliano di colonizzazione.”

E ciò non è semplicemente dovuto al fatto che, sotto la pressione di Oslo, i coloni religiosi si affrettarono ad ‘appropriarsi delle colline’, come lo presentò Ariel Sharon, celebre generale diventato più tardi primo ministro. Gordon fa riferimento a una strategia del governo, consistente nel reclutare dei coloni di un tipo nuovo nel corso dei primi anni successivi ad Oslo.

All’inizio degli anni ’90, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, Sharon e altri responsabili tentarono di sistemare dei nuovi immigrati russofoni nelle grandi colonie come quella di Ariel, nel centro della Cisgiordania. “Il problema era che molti russi avevano un solo figlio,” spiega Gordon.

Così, al loro posto, Israele iniziò a spostare degli ultraortodossi nei territori occupati. Questi ebrei fondamentalisti che fanno parte della comunità più povera di Israele hanno in genere sette o otto figli. Cercavano disperatamente delle soluzioni abitative, sottolinea Gordon, e il governo non esitò a mettere in opera degli incentivi per attirarli in due nuove colonie ultraortodosse, Modiin Illit e Beitar Illit.

In seguito a questo fatto,” continua Gordon, “Israele non ebbe più bisogno di reclutare molti nuovi coloni. Bastava solo guadagnare tempo con il processo di Oslo e la popolazione dei coloni si sarebbe sviluppata da sola.

Gli ultraortodossi diventarono la principale arma demografica di Israele. In Cisgiordania, i coloni ebrei hanno in genere due figli in più rispetto ai palestinesi – questo differenziale demografico ha un impatto enorme nel corso degli anni.”

Dipendenza palestinese

Secondo Diana Buttu un altro fattore mostra che Israele non ha mai voluto che gli accordi di Oslo dessero luogo a uno Stato palestinese. Poco prima di Oslo, a partire dal 1991, Israele introdusse delle restrizioni alla circolazione dei palestinesi molto più rigide, soprattutto un sistema di permessi sempre più perfezionato.

Gli spostamenti da Gaza verso la Cisgiordania diventarono impossibili se non in caso di necessità,” spiega. “Non erano più un diritto.”

Questo processo, rileva il professor Ghanem, si è radicato nel corso dell’ultimo quarto di secolo e alla fine ha dato come risultato una completa separazione fisica e ideologica tra Gaza e la Cisgiordania, ormai governate rispettivamente da Hamas e dal Fatah di Abbas.

Come ha osservato Gordon, le disposizioni economiche di Oslo, rette dal Protocollo di Parigi del 1995, hanno privato i palestinesi anche della loro autonomia finanziaria.

I palestinesi non hanno ottenuto una moneta propria, hanno dovuto utilizzare lo shekel israeliano. Anche un’unione doganale ha relegato i palestinesi in un mercato dipendente dai prodotti israeliani e ha permesso a Israele di percepire dei diritti doganali per conto dell’Autorità Nazionale Palestinese. Il rifiuto di trasferire questo denaro è una minaccia che Israele brandisce regolarmente contro i palestinesi.”

Secondo gli analisti, i dirigenti palestinesi che, come Arafat, furono autorizzati dal processo di Oslo a ritornare dal loro esilio in Tunisia – a volte indicati come ‘stranieri’ – ignoravano totalmente la situazione sul terreno.

Neve Gordon, che all’epoca dirigeva la sezione israeliana di “Medici per i diritti umani”, si ricorda di aver incontrato al Cairo dei giovani americani e canadesi di origine palestinese per discutere di accordi ulteriori in materia di salute di cui sarebbe stata responsabile l’Autorità Nazionale Palestinese.

Erano colti e brillanti, ma ignoravano quello che succedeva sul terreno. Non avevano alcuna idea di quello che era necessario esigere da Israele,” afferma.

Invece Israele aveva degli esperti che conoscevano profondamente la situazione.”

Warschawski ha ricordi simili. All’epoca accompagnò un palestinese di alto rango appena arrivato da Tunisi per una visita alle colonie. Seduto in macchina, il responsabile rimase a bocca aperta durante tutto il percorso.

Conoscevano dei dati, ma non sapevano fino a che punto le colonie fossero radicate ed integrate nella società israeliana,” spiega. “Fu in quel momento che cominciarono a capire per la prima volta la logica delle colonie e a rendersi conto delle reali intenzioni di Israele.”

Attirati in una trappola

Warschawski osserva che l’unica persona del suo ambiente che aveva rifiutato fin dall’inizio il battage pubblicitario riguardo agli accordi di Oslo era Matti Peled, un generale diventato attivista pacifista che conosceva bene Rabin.

Quando ci incontrammo per discutere degli accordi di Oslo, Matti ci prese in giro. Disse che non ci sarebbe stato alcun Oslo, non ci sarebbe stato nessun processo che avrebbe portato alla pace.”

Secondo Ghanem, i dirigenti palestinesi finirono per rendersi conto di essere stati attirati in una trappola.

Non potevano procedere verso la formazione di uno Stato perché Israele gli sbarrava la strada,” spiega. “Ma allo stesso modo non potevano neppure rinunciare al processo di pace. Non osarono smantellare l’Autorità Nazionale Palestinese e quindi Israele prese il controllo della politica palestinese.

Se se ne va Abbas, qualcun altro prenderà il suo posto alla testa dell’Autorità Nazionale Palestinese e il suo ruolo continuerà.”

Perché i dirigenti palestinesi entrarono nel processo di Oslo senza prendere maggiori precauzioni?

Secondo Diana Buttu Arafat, come gli altri dirigente dell’OLP che vivevano in esilio a Tunisi, aveva motivi per sentirsi in pericolo all’idea di stare fuori dalla Palestina, una questione che sperava di veder risolvere con Oslo.

Voleva rimettere piede in Palestina,” sostiene. “Si sentiva gravemente minacciato dai dirigenti ‘dall’interno’, anche se gli erano fedeli. La prima Intifada aveva dimostrato la loro capacità di guidare una rivolta e di mobilitare il popolo senza di lui.

Aveva anche un grande bisogno di un riconoscimento internazionale e di legittimità.”

Una guerra di trincea

Secondo Gordon, Arafat pensava di poter ottenere alla fine delle concessioni da Israele.

La vedeva come una guerra di trincea. Una volta nella Palestina storica, avrebbe avanzato da trincea a trincea.”

Warschawski nota che Arafat e altri dirigenti palestinesi gli dissero che pensavano di poter esercitare un’influenza importante su Israele.

Pensavano che Israele avrebbe posto fine all’occupazione in cambio di una normalizzazione dei rapporti con il mondo arabo. Arafat si considerava come il ponte che avrebbe portato a Israele il riconoscimento che esso desiderava. La sua posizione era che Rabin avrebbe dovuto baciargli la mano in cambio di un successo così grande.

Aveva torto.”

Gordon fa riferimento al discorso iniziale sui vantaggi economici di Oslo, secondo cui si pensava che la pace avrebbe aperto il commercio di Israele con il mondo arabo trasformando Gaza nella Singapore del Medio Oriente.

Questo ‘dividendo della pace’ è stato tuttavia contrastato da un ‘dividendo della guerra’ altrettanto attraente.

Ancora prima dell’11 settembre, l’esperienza di Israele nei campi della sicurezza e della tecnologia si era dimostrata redditizia. Israele capì che c’era parecchio denaro da guadagnare nella lotta contro il terrorismo.”

In realtà Israele è riuscito a trarre vantaggio dal dividendo della pace come da quello della guerra.

Diana Buttu ha rilevato che più di 30 Paesi, tra cui il Marocco e l’Oman, avevano sviluppato rapporti diplomatici o economici con Israele in seguito agli accordi di Oslo. Gli Stati arabi rinunciarono alla loro politica di boicottaggio e di opposizione alla normalizzazione e le grandi compagnie straniere smisero di temere di essere penalizzate dal mondo arabo se avessero commerciato con Israele.

Il trattato di pace (del 1994) tra Israele e la Giordania non avrebbe mai potuto essere concluso senza Oslo,” sottolinea.

Invece di denunce chiare contro l’occupazione, i palestinesi si sono ritrovati di fronte al vocabolario dei negoziati e dei compromessi per la pace.

I palestinesi sono diventati un problema di carattere umanitario, chiedono l’elemosina al mondo arabo perché l’Autorità Nazionale Palestinese possa aiutare a mantenere l’occupazione invece di guidare la resistenza.

Grazie a Oslo, Israele ha normalizzato i suoi rapporti nella regione, mentre paradossalmente i palestinesi sono diventati un corpo estraneo.”

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Tre palestinesi uccisi dalle forze israeliane a Gaza

Mee e agenzie

Venerdì 14 settembre 2018, Middle East Eye

Le truppe israeliane colpiscono a morte un ragazzino di 12 anni a est di Jabalia nel nord della Striscia di Gaza

Fonti mediche palestinesi dell’enclave assediata hanno informato che venerdì tre palestinesi, compreso un dodicenne, sono stati colpiti a morte e più di 248 sono rimasti feriti dalle forze israeliane a Gaza.

Ashraf al-Qedra, portavoce del ministero della Salute di Gaza, ha affermato che venerdì il ragazzino è stato colpito alla testa ed ucciso a est di Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza.

L’agenzia di notizie AFP ha informato che una fonte medica lo ha identificato come Shadi Abdel-Al.

Era solito andare ogni venerdì alle marce come migliaia di altre persone. Questo venerdì il suo destino era di morire come un martire,” ha detto il padre del ragazzino, Abdel-Aziz Abdel-Al, all’agenzia di notizie Reuter.

Un altro palestinese, il ventottenne Hashem Hassan, ha detto di aver visto Abdel-Al colpito a 70 metri dalla barriera [tra la Striscia di Gaza e Israele, ndtr.]: “Ha tirato qualche pietra, che è volata solo a qualche metro di distanza. Non rappresentava nessun pericolo.”

Il ministero ha detto che anche due ventunenni, Hani Afana e Mohammed Shaqqura, sono stati uccisi in due diversi incidenti nei pressi di Khan Yunis e di Al-Bureij.

Una fonte della sicurezza di Gaza ha affermato che un carro armato israeliano ha colpito anche un posto di vedetta di Hamas a est di Gaza City.

Da quando il 30 marzo sono iniziate le proteste settimanali della “Grande Marcia del Ritorno”, 177 palestinesi sono stati uccisi dai soldati israeliani.

L’esercito israeliano ha detto che circa 12.000 manifestanti si sono riuniti nelle proteste del venerdì. Più di 248 persone sarebbero state ferite. Sei dei feriti sarebbero in condizioni critiche.

Un giornalista presente sul posto ha affermato che le truppe israeliane hanno pesantemente sparato contro i manifestanti e che c’era molto fumo nero dei lacrimogeni.

La campagna di protesta chiede la fine del blocco israeliano contro Gaza durato 11 anni e il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi alle terre da cui le loro famiglie fuggirono durante la fondazione dello Stato di Israele.

Israele mantiene un durissimo blocco della Striscia di Gaza, che secondo chi lo critica rappresenta una punizione collettiva contro i due milioni di abitanti dell’impoverita Striscia.

La strategia di Israele contro i manifestanti ha suscitato la condanna internazionale.

Ma Washington ha appoggiato il suo alleato accusando Hamas di organizzare la mobilitazione di massa, un’affermazione smentita dal gruppo e dagli organizzatori delle proteste.

L’ONU e i mediatori egiziani hanno cercato di raggiungere un accordo per rendere tranquilla [la situazione a] Gaza, in cui nell’ultimo decennio Israele ha condotto tre guerre. I tentativi di mediazione sono stati complicati dalla rivalità di Hamas con il presidente palestinese Mahmoud Abbas, che ha ridotto i finanziamenti a Gaza.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Khan al-Ahmar: decine di arresti e di feriti nelle proteste contro la demolizione

Redazione di MEE

venerdì 14 settembre 2018,  Middle East Eye

Manifestanti palestinesi ed internazionali hanno cercato di evitare che i bulldozer israeliani ammassassero mucchi di terra per bloccare la strada verso il villaggio.

Venerdì l’esercito israeliano ha arrestato decine di manifestanti palestinesi e un attivista franco-statunitense durante una protesta a Khan al-Ahmar, un villaggio nella Cisgiordania occupata che, nonostante l’indignazione internazionale, si prevede che nei prossimi giorni venga demolito.

Frank Romano, con doppia cittadinanza francese e statunitense, sarebbe rimasto ferito prima del suo arresto insieme a molti altri, dopo che i soldati israeliani hanno usato la forza per reprimere la protesta contro la demolizione del villaggio.

Ex-avvocato, Romano è autore di “Love and Terror in the Middle East” [“Amore e terrore in Medio Oriente”, che racconta delle sue attività di pacifista in Israele/Palestina] e, secondo un profilo in rete, attualmente lavora come docente all’università Paris Ouest [Parigi Ovest] Nanterre La Défense.

La protesta è scoppiata dopo le preghiere del venerdì, quando l’esercito israeliano ha tentato di bloccare le vie di accesso a Khan al-Ahmar con mucchi di terra, lasciando libera solo una strada nel villaggio e impedendo agli attivisti di raggiungerlo.

Video e foto circolate sulle reti sociali mostrano dimostranti in piedi davanti a un bulldozer, controllati dall’esercito israeliano, mentre altre ritraggono soldati che picchiano e trascinano manifestanti e abitanti di Khan al-Ahmar e allontanano giornalisti.

Demolire Khan al-Ahmar

Khan al-Ahmar si trova nella parte centrale della Cisgiordania occupata nei pressi della Route 1, che collega Gerusalemme est occupata alla valle del Giordano.

Il villaggio sorge nei pressi della colonia israeliana illegale di Kfar Adumim, e da molto tempo è stato sottoposto a pressioni israeliane che chiedono che la comunità venga espulsa dalla zona.

La scorsa settimana l’Alta Corte di Giustizia [israeliana] ha respinto un ricorso presentato dagli abitanti di Khan al-Ahmar per bloccare la demolizione, creando le premesse per la deportazione della comunità e la distruzione dell’intero villaggio in qualunque momento dopo il 12 settembre.

Questa settimana Saeb Erekat, segretario generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), ha affermato che è stata presentata una denuncia alla Corte Penale Internazionale (CPI) riguardo alla demolizione prevista, invitando il procuratore generale della CPI a incontrare gli abitanti prima dell’espulsione decisa dalla Corte [israeliana].

Ci auguriamo che un’inchiesta giudiziaria ufficiale possa essere aperta al più presto possibile,” ha detto Erekat.

Gli abitanti di Khan al-Ahmar fanno parte della tribù Jahalin, una famiglia allargata beduina espulsa dal deserto del Naqab – noto anche come Negev – durante la guerra arabo-israeliana del 1948. All’epoca i Jahalin si insediarono sul versante orientale di Gerusalemme.

La comunità di Khan al-Ahmar comprende circa 35 famiglie le cui baracche e scuole, per lo più fatte di lamiera ondulata e legno, negli ultimi anni sono state demolite varie volte dall’esercito israeliano.

Israele intende distruggere il villaggio come parte del cosiddetto piano E1, che prevede la costruzione di centinaia di insediamenti abitativi per unire a Gerusalemme est le colonie Kfar Adumim e Maale Adumim nell’area C della Cisgiordania, controllata da Israele.

Se attuato integralmente, secondo chi lo critica il piano E1 dividerebbe di fatto la Cisgiordania in due parti, isolando Gerusalemme est dalle comunità palestinesi in Cisgiordania e obbligando i palestinesi a fare deviazioni ancora più lunghe per viaggiare da un posto all’altro, mentre le colonie illegali sarebbero in grado di espandersi.

In luglio fonti ufficiali israeliane hanno detto che prevedono di ricollocare i 180 residenti di Khan al-Ahmar in una zona a circa 12 km di distanza, nei pressi del villaggio palestinese di Abu Dis.

Ma il nuovo luogo è vicino a una discarica, e i difensori dei diritti umani affermano che una deportazione forzata degli abitanti violerebbe le leggi internazionali riguardanti i territori occupati.

(traduzione di Amedeo Rossi)