Cannes: gli attori palestinesi protestano contro “la cancellazione culturale” della Palestina

Ci opponiamo ad ogni forma di repressione da parte del regime israeliano, che impedisce al popolo palestinese di vivere, esistere e creare”, hanno dichiarato i dodici attori principali del film ‘Let there be morning’.

MEE

12 luglio 2021- Middle East Eye

Gli attori palestinesi del lungometraggio Let there be morning [Che sia mattina] hanno boicottato il Festival di Cannes che si sta attualmente svolgendo per protestare contro “la cancellazione culturale” della Palestina.

Non possiamo ignorare la contraddizione della presentazione del film a Cannes con la dicitura ‘film israeliano’, mentre Israele continua a condurre da molti decenni la sua campagna coloniale di pulizia etnica, espulsioni e apartheid contro di noi, il popolo palestinese”, hanno dichiarato i dodici attori in una lettera indirizzata alla direzione del festival.

Noi resistiamo ad ogni forma di oppressione coloniale israeliana contro il diritto del popolo palestinese a vivere, esistere e creare”, proseguono gli attori Alex Bakri, Juna Suleiman, Ehab Elias Salameh, Salim Daw, Izabel Ramadan, Samer Bisharat, Yara Jarrar, Marwan Hamdan, Duraid Liddawi, Areen Saba, Adib Safadi e Sobhi Hosary, che denunciano “la cancellazione pregiudizievole che viene inflitta ai palestinesi” nel momento in cui il loro lavoro viene presentato sui media come “israeliano”.

Ogni volta che l’industria cinematografica ritiene che noi e il nostro lavoro ricadiamo sotto la dicitura etnico-nazionale di “israeliano”, viene per prima cosa perpetuata una realtà inaccettabile che assegna a noi, artisti palestinesi con cittadinanza israeliana, un’identità imposta dalla colonizzazione sionista per mantenere la continua oppressione dei palestinesi all’interno della Palestina storica, la negazione della nostra lingua, della nostra storia e della nostra identità,” hanno scritto in particolare gli attori.

Pretendere che noi restiamo inerti ed accettiamo questa etichetta (…) non soltanto normalizza l’apartheid, ma continua anche a consentire la negazione e il mascheramento della violenza e dei crimini inflitti ai palestinesi,” aggiungono.

Siamo uniti e facciamo appello alla comunità artistica ed internazionale perché amplifichino la voce dei palestinesi. Ci opponiamo ad ogni forma di repressione da parte del regime israeliano (che impedisce) al popolo palestinese di vivere, esistere e creare”, concludono gli attori.

Il regista del film, l’israeliano Eran Kolirin, ha condiviso sulla sua pagina Facebook la lettera dei suoi attori con questo messaggio: “Amo queste persone. Rispetto la loro decisione (anche se mi sarebbe piaciuto che fossero presenti per celebrare insieme a me il loro valore artistico) e sostengo la loro lotta. Grazie per le belle parole, bravissimi attori”.

Reazione indignata di un ministro israeliano

Let there be morning, tratto da un romanzo dello scrittore arabo israeliano Sayed Kashua, narra la storia di un cittadino palestinese di Israele costretto a riconciliarsi con la sua identità quando ritorna nel suo villaggio natale, che trova circondato da un muro.

Secondo il sito [israeliano] JForum, “fonti del Ministero della Cultura hanno confermato che il film è stato supportato dallo Stato di Israele”.

Chi ha chiesto un finanziamento allo Stato israeliano per fare film e utilizzare il suo denaro non dovrebbe vergognarsi di Israele. La libertà di espressione è importante, soprattutto per coloro che ne traggono profitto, l’opportunità di produrre in Israele, l’opportunità di ricevere un finanziamento dal nostro Paese”, ha reagito il ministro israeliano della Cultura e dello Sport, Hili Trooper [del partito centrista “Blue e Bianco”, ndtr.].

Il film è sostenuto dal Fondo cinematografico israeliano per la somma di due milioni di shekel (circa 500.000 euro) e da circa due milioni di shekel aggiuntivi da parte della Francia e della Germania (…). Di conseguenza al Festival di Cannes il film è registrato in catalogo come un film i cui Paesi di produzione sono Israele, la Germania e la Francia”, ha risposto il regista Eran Kolirin.

Il finanziamento israeliano, spiega ancora il regista, proviene anche dalle imposte che pagano quegli stessi attori, che in cambio “si vedono rifiutare il diritto di mostrare la loro identità palestinese, dato che lo Stato li costringe a salire sul palco e presentare la loro storia come ‘israeliana’”.

Eran Kilirin ha altresì denunciato “la paranoia del precedente governo (guidato da Benjamin Netanyahu), in cui il termine palestinese era bandito, espunto e taciuto”.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Sheikh Jarrah: le forze israeliane feriscono più di 20 palestinesi nella Gerusalemme est occupata

A cura della redazione di MEE

22 giugno 2021 – Middle East Eye

Le forze israeliane hanno riferito di aver usato nel quartiere granate stordenti, spray al peperoncino e proiettili ricoperti di gomma

Lunedì sera nella Gerusalemme est occupata più di 20 palestinesi sono stati feriti nel corso di un raid delle forze israeliane nel quartiere di Sheikh Jarrah.

Gli abitanti palestinesi di Sheikh Jarrah stanno affrontando delle espulsioni forzate finalizzate a consentire ai coloni israeliani la presa di possesso delle loro case.

L’area è diventata un fulcro di proteste e sit-in di solidarietà che raccolgono palestinesi e israeliani contrari all’occupazione e attivisti internazionali che sostengono gli abitanti di Sheikh Jarrah.

Lunedì la Mezzaluna Rossa Palestinese ha riferito che nella zona 21 persone avrebbero subito dei danni, 13 per aver inalato gas lacrimogeni, tre a causa dello spray al peperoncino e due per essere state colpite da proiettili di metallo ricoperti di gomma sparati dalle forze di polizia israeliane.

L’organizzazione ha aggiunto che due persone avrebbero riportato ferite a causa delle percosse, mentre un anziano sarebbe stato ricoverato in ospedale in seguito a un trauma cranico.

La Mezzaluna Rossa Palestinese ha affermato che i coloni di Sheikh Jarrah avrebbero lanciato pietre contro una delle loro ambulanze, mentre su un’altra le forze israeliane avrebbero spruzzato dell’acqua puzzolente.

Secondo Haaretz la polizia israeliana ha riferito che un colono avrebbe subito una ferita alla schiena in seguito al lancio di una pietra.

Saleh Diab, un attivista palestinese, ha detto all’agenzia di stampa ufficiale palestinese Wafa che a Sheikh Jarrah le forze di polizia israeliane, mentre sparavano granate stordenti e proiettili ricoperti di gomma, avrebbero arrestato due palestinesi e, nell’assalire le case delle famiglie al-Kurd e al-Qasem, alle prese con un’imminente un’espulsione, avrebbero aggredito gli abitanti con manganelli.

Arresti in Cisgiordania

Nel corso dei raid di lunedì sera e martedì mattina nella Cisgiordania occupata la polizia israeliana ha arrestato 35 palestinesi. Tali raid notturni in città e villaggi palestinesi vengono effettuati dalle forze israeliane e da unità sotto copertura quasi quotidianamente.

Secondo Wafa nel villaggio di Qarawat Bani Hassan, nel nord della Cisgiordania, sono stati arrestati 14 palestinesi, 12 dei quali appartenenti alla famiglia Marei.

Altri sette palestinesi sono stati arrestati a Jenin e due a Tulkarm, mentre nel quartiere di Silwan, a sud della moschea di al-Aqsa a Gerusalemme est, ne sono stati arrestati 10.

Gli arresti sono stati effettuati ​​lunedì quando i coloni israeliani hanno fatto irruzione nella moschea di al-Aqsa, affiancati dalla polizia israeliana.

I coloni sono entrati nel sito dalla Porta Marocchina, a est della Moschea di Al-Aqsa, che conduce alla piazza del Muro Occidentale, dove gli israeliani recitano le preghiere.

Il Jerusalem Islamic Waqf, l’istituzione religiosa palestinese che amministra il sito, ha affermato che i coloni avrebbero svolto le preghiere ebraiche di fronte alla porta di al-Rahmeh e alla moschea della Cupola della Roccia, e avrebbero ascoltato un sermone sul Terzo Tempio ebraico [detto anche Tempio di Ezechiele, descritto e profetizzato nel Libro di Ezechiele, ndtr.].

Nonostante il divieto di pregare lì, i coloni entrano regolarmente nella moschea di Al-Aqsa, con l’obiettivo di rafforzare la presenza ebraica sul sito, tanto che alcuni chiedono la distruzione della moschea della Cupola della Roccia per costruire un tempio ebraico al suo posto.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele-Palestina: pestaggi, arresti e grida di “morte agli arabi” durante la marcia dell’estrema destra nella Città Vecchia di Gerusalemme

Shady Giorgio da Gerusalemme

15 giugno 2021 – Middle East Eye

La polizia israeliana ha chiuso la simbolica Porta di Damasco e ha picchiato e arrestato i palestinesi nel corso del corteo per due volte posticipato

Martedì la polizia israeliana ha picchiato e arrestato dei palestinesi dopo aver chiuso la Porta di Damasco per far posto agli israeliani che si radunavano per l’inizio di una provocatoria marcia nazionalista attraverso la città vecchia della Gerusalemme est occupata.

La cosiddetta marcia della bandiera si è tenuta martedì dopo essere stata annullata nei giorni in cui le ripetute azioni repressive israeliane nella moschea di al-Aqsa e la minaccia di espulsione delle famiglie palestinesi stavano causando dei tumulti a Gerusalemme.

Prima della marcia, dopo aver chiuso alcune strade e la Porta di Damasco, la polizia israeliana ha arrestato a Gerusalemme dei palestinesi. I video pubblicati su Twitter mostrano agenti israeliani che picchiano un palestinese sui gradini della Porta di Damasco.

La Mezzaluna Rossa ha riferito che durante gli scontri con le forze dell’ordine israeliane nella zona della Città Vecchia sono rimaste ferite 27 persone, di cui tre a causa di proiettili d’acciaio ricoperti di gomma, uno dopo essere stato picchiato e un altro colpito da una granata stordente. Due persone sono state ricoverate.

Le autorità hanno picchiato i venditori che lavoravano nei negozi vicini alla Porta di Damasco e li hanno allontanati dalla Città Vecchia. L’area intorno alla Porta è stata isolata nel primo pomeriggio di martedì, fatta eccezione per i giornalisti, con diverse barriere erette per favorire il passaggio della marcia dei coloni.

Grida di “morte agli arabi”

All’inizio della marcia più di mille israeliani si sono radunati nella piazza della Porta di Damasco sventolando bandiere nazionali e cantando gli inni del movimento dei coloni.

I video pubblicati sui social media mostrano gli israeliani che sventolano bandiere e gridano “morte agli arabi”.

Alcuni di loro hanno issato sulle loro spalle Itamar Ben-Gvir, il parlamentare di estrema destra e alleato di Benjamin Netanyahu, e Bezalel Smotrich, leader della fazione Sionismo Religioso di estrema destra.

Prima della marcia le autorità israeliane hanno alzato il livello di allerta nel Paese, rinforzando lo schieramento di forze di polizia e di militari vicino alla Striscia di Gaza sotto assedio e nelle città israeliane con popolazione mista ebrea e palestinese.

Martedì pomeriggio sono stati lanciati da Gaza in Israele alcuni palloni incendiari e sono stati segnalati 20 incendi lungo il confine con Gaza.

Inoltre, in previsione di una possibile escalation a Gaza, le autorità israeliane hanno dirottato verso la “Rotta del Nord” i voli in entrata e in uscita da Israele.

La marcia si è svolta lungo le mura della Città Vecchia dalla Porta di Damasco alla Porta di Giaffa, prima di dirigersi verso il Muro Occidentale.

Contro manifestazioni palestinesi hanno avuto luogo a Gerusalemme e in città israeliane con un numero significativo di palestinesi, in seguito all’invito da parte di alcune organizzazioni palestinesi ad una “giornata della rabbia” in segno di denuncia contro la marcia dell’estrema destra.

Nella città di Gaza alcuni manifestanti hanno dato fuoco a immagini dell’ex leader Netanyahu e del suo successore appena nominato, il nazionalista ebreo favorevole al colonialismo ed informatico milionario Naftali Bennett.

Il primo test del nuovo governo

La Marcia della Bandiera si tiene solitamente in occasione del Giorno di Gerusalemme, che segna la conquista e la successiva occupazione di Gerusalemme Est da parte di Israele nella guerra mediorientale del 1967.

La marcia riunisce generalmente migliaia di giovani religiosi israeliani di estrema destra, che intonano slogan anti-palestinesi e sventolano bandiere israeliane mentre attraversano le stradine della Città Vecchia di Gerusalemme est.

Il percorso della Marcia della Bandiera, inizialmente programmata per il 10 maggio, è stato deviato dal luogo critico della Porta di Damasco in seguito alle proteste palestinesi contro la prevista espulsione forzata dei palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah e i violenti attacchi delle forze israeliane alla moschea di al-Aqsa.

Quel giorno la marcia è stata annullata in seguito al suono delle sirene quando Hamas ha lanciato da Gaza quattro razzi verso Gerusalemme dopo che Israele aveva ignorato il suo ultimatum che chiedeva il ritiro delle forze israeliane da al-Aqsa.

Nei successivi 11 giorni l’esercito israeliano e Hamas si sono impegnati in una guerra che avrebbe causato 248 morti a Gaza e 13 in Israele.

La marcia è stata successivamente riprogrammata per il 10 giugno, ma ancora una volta rinviata in seguito alla minaccia da parte di Hamas di una ripresa delle ostilità nel caso in cui avesse avuto luogo.

La nuova data per la marcia è stata stabilita l’8 giugno dal gabinetto dell’allora primo ministro Benjamin Netanyahu, che domenica è stato destituito dal parlamento israeliano dopo 12 anni trascorsi nella carica di primo ministro.

La Marcia della Bandiera sarà il primo test per il fragile governo di coalizione di Bennett, messo insieme dal centrista laico Yair Lapid, un ex presentatore televisivo, e comprendente otto partiti, che vanno da Yamina di Bennett, di estrema destra, al partito laburista di sinistra e a un partito islamista che rappresenta parte dei cittadini palestinesi di Israele.

Anche se Bennett è un membro di spicco dell’estrema destra israeliana, Netanyahu ha etichettato il nuovo governo come un “pericoloso” governo di “sinistra” e lo ha accusato di essere “la più grande frode elettorale nella storia” di Israele.

Una provocazione contro la nostra gente

I suprematisti ebrei, tra cui il deputato israeliano Itamar Ben-Gvir, hanno nel frattempo promesso di partecipare alla marcia indipendentemente da quanto ne potessero dire il nuovo governo – o i palestinesi.

“Arriverò oggi per partecipare alla parata della bandiera e sventolerò la bandiera israeliana”, ha scritto su Twitter martedì mattina. “Non abbiamo bisogno del permesso di Hamas o della Jihad islamica per marciare nella capitale di Israele”.

marcia come “una provocazione e un’aggressione che dovrà cessare contro il nostro popolo, Gerusalemme e la sua sacralità”.

Lunedì Shtayyeh ha twittato: “Mettiamo in guardia dalle pericolose ripercussioni che potrebbero derivare dall’intenzione della potenza occupante di consentire ai coloni israeliani estremisti di tenere domani la Marcia della Bandiera nella Gerusalemme occupata”.

Ad aprile i coloni israeliani avevano già marciato per le strade della Città Vecchia di Gerusalemme scandendo “morte agli arabi”, scatenando scontri tra palestinesi e polizia militare israeliana, la quale ha impedito ai primi di accedere alla piazza della Porta di Damasco.

L’inviato delle Nazioni Unite per la pace in Medio Oriente, Tor Wennesland, ha invitato “tutte le parti interessate ad agire in modo responsabile e ad evitare qualsiasi provocazione che potrebbe portare a un altro scontro”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’odio, la paura e il tradimento: l’eredità di Netanyahu

Richard Silverstein

Giovedì 3 giugno 2021 – Middle East Eye

Mentre il panorama politico è a pezzi, a Israele e ai suoi nuovi dirigenti si pone la seguente domanda: riusciranno a rimediare ai danni provocati da Netanyahu? O la sua influenza continuerà a incombere?

Mercoledì, dopo 12 anni di seguito come primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu è stato spodestato. In precedenza aveva già completato un mandato di tre anni. È il dirigente israeliano con la maggior longevità politica.

Non è ancora detta l’ultima parola, la Knesset non ha ancora confermato il nuovo governo e Netanyahu può ancora far cambiare idea ad alcuni membri di destra della coalizione di Yair Lapid [politico di centro incaricato di formare una maggioranza, ndtr.].

Negli ultimi anni si è avuta l’impressione che in Israele potesse succedere di tutto tranne la fine del regno di Netanyahu. Anche se è stato destituito, si sa già che si avrà ancora a che fare con lui. Ma a questo punto è interessante esaminare il suo regno, che non ha dato grandi risultati.

A livello nazionale ha diviso per governare meglio. Non soltanto ha demonizzato i soliti sospettati, come i partiti di sinistra e i militanti dei diritti dell’uomo – se l’è presa persino con le Ong che hanno testimoniato davanti ai tribunali dell’ONU riguardo ai possibili crimini di guerra israeliani ed ha adottato una legge che le obbliga a rivelare pubblicamente i loro finanziatori esteri -, ma ha demonizzato i suoi oppositori politici ed è andato ben oltre il semplice dissenso. Gli oppositori di Netanyahu sarebbero traditori della Nazione. Svenderebbero il Paese consentendo [la creazione di] uno Stato palestinese. Sarebbero troppo moderati verso Hamas e gli permetterebbero di lanciare di nuovo i razzi, ha affermato.

Persino nel suo stesso partito, il Likud, Netanyahu se l’è presa con suoi antichi protetti. I suoi capi di gabinetto sono noti per essere diventati i suoi più feroci avversari politici. Di fatto il futuro primo ministro, Naftali Bennett, è stato responsabile della sua campagna elettorale, come Avigdor Lieberman, che si è fatto le ossa in politica sotto Netanyahu. Persino i suoi mentori, come l’ex-presidente Reuven Rivlin, che ha contribuito a farlo arrivare al potere, erano considerati come delle minacce. Quando Rivlin si è presentato alla presidenza, il primo ministro ha condotto un’infruttuosa campagna per sabotare la sua candidatura.

Nessuna visione coerente

Netanyahu non ha un vero programma politico coerente nel quale i suoi sostenitori si possano riconoscere. Conta principalmente sull’ideologia ultranazionalista dei coloni, che si è infiltrata nella società israeliana e domina ormai le leve del potere statale. Ha costruito decine di migliaia di nuovi appartamenti nelle colonie. Durante il suo regno la pulizia etnica dei palestinesi sia in Cisgiordania che a Gerusalemme est è continuata.

Il suo obiettivo, come quello dei suoi padrini coloni, è stato distruggere ogni possibilità di uno Stato palestinese. In ciò ha avuto decisamente successo. Attualmente nessun partito politico, di quelli che si dicono di sinistra, ha fatto dei diritti nazionali dei palestinesi una priorità. Persino i politici di sinistra e di centro minimizzano queste opinioni. Pochi sostengono una soluzione a due Stati. Le uniche personalità che la propongono sono i democratici americani e i sionisti liberali ebrei americani.

Nel 2018 Netanyahu ha portato all’approvazione della Knesset la legge sullo Stato-Nazione. Essa esclude la minoranza palestinese [con cittadinanza israeliana, ndtr.] da ogni status giuridico nazionale ufficiale. L’arabo non è più una lingua ufficiale. Così Israele è diventato uno Stato degli ebrei solo per gli ebrei. I palestinesi che sono diventati cittadini di Israele nel 1948 si sono sentiti vilipesi. I loro diritti, nei limiti in cui ne hanno avuti, sono stati disprezzati. Di fatto si possono far risalire i disordini che il mese scorso si sono diffusi a macchia d’olio nelle città miste di Israele a questa legge detestata.

Nel quadro dei tentativi di lunga data per concentrare il potere nelle proprie mani, Netanyahu è riuscito a prendere il controllo della maggior parte dei media nazionali. Ha in particolare concepito accordi corrotti che ricompensavano finanziariamente i responsabili di mezzi di comunicazione in cambio di una copertura mediatica favorevole. Attualmente è imputato penalmente per tre casi distinti. Se non fosse stata formata la nuova coalizione di governo, una condanna lo avrebbe obbligato a dare le dimissioni.

Nemici esterni

Sul piano regionale la paura che Netanyahu ha generato tra gli israeliani nei confronti di nemici esterni ha creato un sentimento artificioso di coesione, cosa che gli ha consentito di unire il Paese di fronte a forze ostili. Aveva bisogno di nemici come l’Iran, Hamas ed Hezbollah per conservare la presa sull’elettorato israeliano. Ha lanciato una campagna terroristica di dieci anni contro l’Iran e quello che secondo lui sarebbe il suo tentativo di dominio sulla regione.

Ha ordinato al Mossad [servizio segreto israeliano per le operazioni all’estero, ndtr.] di sabotare il suo programma nucleare uccidendo scienziati e bombardando basi missilistiche e istallazioni nucleari. Netanyahu ha ordinato attacchi aerei contro le basi militari iraniane in Siria ed ha organizzato bombardamenti contro gli Hezbollah libanesi, uno dei principali alleati regionali di Teheran, che si battono anche a fianco delle forze governative siriane.

Nel 2014 Netanyahu ha annunciato l’operazione “Margine protettivo” ed ha invaso Gaza per porre fine al lancio di razzi contro Israele. Sono morti più di 2.300 palestinesi. Si trattava in grande maggioranza di civili. Questo attacco ha portato a un cessate il fuoco, ma non ha risolto nessuno dei principali problemi che dividono Hamas e Israele.

Il mese scorso, di fronte ai missili lanciati da Hamas come risposta alla brutalità della polizia israeliana nel complesso della moschea di al-Aqsa e in solidarietà con le famiglie palestinesi [minacciate di espulsione dalle proprie case, ndtr.] di Sheikh Jarrah [quartiere di Gerusalemme est, ndtr.], Netanyahu ha ancora una volta lanciato un’offensiva contro Gaza. Questa volta l’operazione militare è durata solo 11 giorni a causa dell’intervento del presidente americano Joe Biden. A Gaza sono morti più di 250 palestinesi, di cui 66 minorenni.

Contrariamente alle precedenti offensive, né gli israeliani né il resto del mondo sono stati convinti dalle affermazioni di Netanyahu secondo cui Israele non faceva altro che difendersi contro i razzi di Hamas. Al contrario hanno considerato gli spietati bombardamenti israeliani come atti di aggressione contro una popolazione civile. Questa guerra non aveva alcun obiettivo strategico se non aiutare a mantenere Netanyahu al potere, in quanto i suoi rivali non avrebbero osato complottare contro di lui mentre il Paese era in guerra.

Mentre il mondo si è ribellato contro Israele, gli stessi israeliani si sono stancati di questa aggressività e di questa bellicosità. Si sono ancor più stancati delle molteplici accuse di corruzione avanzate contro di lui dal procuratore generale.

L’odio in eredità

Come l’ex presidente americano Donald Trump, Netanyahu ha sempre avuto il sostegno di una irriducibile minoranza di israeliani che credono in lui qualunque cosa faccia. Ma non ha mai avuto una maggioranza. Al contrario, come Trump, la maggioranza degli israeliani non lo approvava e non si fidava di lui, ma mai in modo tale da creare un’opposizione unita in grado di scacciarlo dal potere.

Finché ha potuto è rimasto al comando, non perché fosse apprezzato, ma perché l’opposizione era frammentata e non emergeva una personalità che raccogliesse il sostegno sufficiente per cacciarlo. Ciò è dipeso in parte dal modo in cui Netanyahu ha denigrato con successo i suoi rivali e li ha presentati come una seconda scelta.

Netanyahu lascia in eredità l’odio, la paura e il tradimento. Il panorama politico è a pezzi. Israele è più diviso di quanto non sia mai stato tra ricchi e poveri, laici e religiosi, palestinesi ed ebrei, destra e sinistra. Sono il testamento di Netanyahu e la sua opera. Anche con questo nuovo governo che va al potere niente promette di riparare i danni, perché la stessa coalizione è un insieme di partiti politici con ideologie e programmi che si contraddicono.

La questione che si pone a Israele e ai suoi nuovi dirigenti è la seguente: potranno porre rimedio ai danni inflitti da Netanyahu? O la sua influenza continuerà a incombere?

Richard Silverstein è l’autore del blog “Tikum Olam” che svela gli eccessi della politica israeliana di sicurezza nazionale. Il suo lavoro è stato pubblicato su Haaretz, Forward, Seattle Times e Los Angeles Times. Ha contribuito alla raccolta di saggi “A Time to speak out[Un tempo per denunciare] (Verso) dedicato alla guerra in Libano del 2006 ed è autore di un altro saggio nella raccolta Israel and Palestine: Alternate Perspectives on Statehood [Israele e Palestina: prospettive alternative di statualità] (Rowman & Littlefield).

Le opinioni espresse in questo articolo non impegnano che il suo autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Naftali Bennett: il falco della destra israeliana sulla soglia del potere

Shir Hever

1 giugno 2021 – Middle East Eye

L’ex ministro della Difesa ha detto di non avere problemi ad uccidere gli arabi e ha sollecitato il bombardamento di Gaza. Ora sembra che metterà fine ai 12 anni di potere di Netanyahu

Trasferendo il suo sostegno da Benjamin Netanyahu al leader dell’opposizione Yair Lapid [alla guida di Yesh Atid (“C’è un futuro”), partito politico israeliano centrista e laico, ndtr.], e assicurandosi con molte probabilità la carica di primo ministro, Naftali Bennett è finito sulle prime pagine non solo all’interno di Israele ma anche sui media internazionali.

Diventare primo ministro dopo 12 anni di Netanyahu sarebbe un momento epocale per Israele e per il mondo, ma non arriverà senza turbolenze. Lapid, sebbene amico personale di Bennett, sta formando un’ampia coalizione di partiti politici piccoli e frammentati di sinistra e di estrema destra. Non sarà semplice esercitare il potere.

In quanto politico legato al movimento ebraico nazionale ortodosso, che si batte per espandere i confini dello Stato di Israele per ragioni teologiche, Bennett fa parte dei leader della destra israeliana.

Egli ha ripetutamente promesso ai suoi elettori che non formerà una coalizione con i partiti che definisce di “sinistra”, dal centrista Yesh Atid di Lapid al partito Meretz [di ispirazione laica, sionista e socialdemocratica, ndtr.] guidato da Nitzan Horowitz. Ma nei giorni scorsi Bennett ha infranto le sue promesse elettorali e ha annunciato la sua intenzione di entrare nella coalizione di Lapid, che comprende la sinistra e i palestinesi, in cambio della nomina a primo ministro.

Nel 1996 Bennett era un ufficiale dell’esercito quando nei pressi del villaggio di Kafr Kana in Libano chiese un bombardamento d’artiglieria per coprire la ritirata della sua unità. Tale fuoco di sbarramento uccise oltre 100 civili libanesi. Bennett fu quindi etichettato come un codardo per aver ordinato la ritirata e il supporto dell’artiglieria.

Come molti dei principali attori politici israeliani, tra cui il procuratore generale Avichai Mandelblitt [dal 2004 al 2011 Chief Military Advocate General, la più alta autorità giuridica nelle forze armate israeliane, ndtr.] e il leader di Yisrael Beiteinu [partito politico israeliano, appartenente all’area dell’ estrema destra nazionalista, sionista e laica, ndtr.] Avigdor Lieberman, Bennett ha iniziato la sua carriera politica con il ruolo di responsabile del personale dell’ufficio di Netanyahu, per breve tempo nel 2005, quando il capo del Likud era a capo dell’opposizione.

Questo gli aprì la strada per la direzione del partito nazionale ortodosso associato al movimento dei coloni, allora chiamato Jewish Home [Casa Ebraica, ndtr.]

Divenne il capo del Consiglio Yesha, l’alleanza dei comuni delle colonie illegali israeliane nella Cisgiordania occupata, che funge da guida informale per il movimento dei coloni.

Un leader fuori dal comune

Come politico, Naftali Bennett ha sviluppato un’immagine di uomo pieno di contraddizioni interne, uno che tenta di atteggiarsi a deciso e interventista ma che spesso non riesce ad essere all’altezza di tale ruolo. Guida il movimento dei coloni, ma vive a Raanana, sul lato israeliano della Linea Verde [linea di demarcazione stabilita negli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949, ndtr.] Nella sua veste di milionario ed ex manager di un’azienda, è un leader insolito per il movimento dei coloni.

Bennett è alla guida di un movimento religioso, ma sua moglie era laica [ora è ebrea osservante, ndtr.]. Nel 2014, nel corso del conflitto di quell’anno, come ministro dell’Istruzione fece pressioni per un più brutale bombardamento della Striscia di Gaza. Durante l’invasione israeliana Bennett ha usato i contatti con i rabbini militari per ottenere informazioni che secondo lui l’esercito e il primo ministro non avrebbero condiviso con la compagine governativa.

Le dichiarazioni pubbliche di Bennett sono state studiate per collocarlo sul versante estremista, razzista e religioso della politica israeliana. Com’è noto, nel 2013 disse: “Ho ucciso molti arabi nella mia vita e ciò non è un problema” e “i palestinesi sono come un frammento [di bomba] nel sedere”. Nel 2018 ha minacciato di bombardare il Libano e riportarlo all’età della pietra.

Nel 2017 ha paragonato i genitori ebrei che protestavano contro l’indottrinamento religioso nelle scuole israeliane ai “cristiani che incolpano gli ebrei della crocifissione di Cristo” e ha definito gli ebrei di sinistra “auto-antisemiti”.

Queste affermazioni non hanno tuttavia impedito che in programmi satirici venisse deriso come immaturo, pavido e permaloso. Nel 2020 è stata resa pubblica una registrazione del 2018 in cui Netanyahu lo chiamava “cagnolino”, e a cui Bennett ha risposto: “Gli attacchi personali non mi feriscono”. I video bizzarri della sua campagna in cui è travestito da hipster [nel video Bennet intende ridicolizzare la cultura hipster espressa da giovani del ceto medio e benestante, tipica, secondo lui, della sinistra, ndtr.] con una barba finta o mentre parla con un piccione hanno alimentato la sua immagine di buffone.

Nell’aprile 2019, la prima delle quattro elezioni israeliane in due anni, Bennett ha subito l’umiliazione di non aver vinto un solo seggio quando il suo Partito della Nuova Destra non è riuscito a varcare la soglia di sbarramento.

Le complessità

Sotto Netanyahu Bennett ha ricoperto la carica di ministro in vari ambiti: ministro dei servizi religiosi, di Gerusalemme, dell’economia, della diaspora, dell’istruzione e infine ministro della difesa.

Quest’ultimo è stato notoriamente per molti anni un ardente desiderio di Bennett, ma è stato ministro della Difesa solo per pochi mesi, tra il novembre 2019 e il maggio 2020. Durante questo periodo ha per lo più supervisionato i ripetuti bombardamenti contro obiettivi iraniani in Siria, che egli ha affermato avessero ridotto al 30% la presenza delle forze sostenute dall’Iran in Siria. In tale periodo una famosa immagine di Bennett in piedi con una espressione di rabbia sul volto è stata una fonte di ulteriore derisione nei suoi confronti.

La famiglia di Bennett proviene dagli Stati Uniti, ed egli ha rilasciato ai media internazionali in lingua inglese un gran numero di interviste in cui sostiene che la Bibbia assegna agli ebrei la proprietà sulla Palestina. In una di queste interviste mostra agitandola un’antica moneta con lettere ebraiche, sostenendo che essa rappresenti una prova di tale affermazione. Bennett ha detto a Mehdi Hasan di Al Jazeera che i musulmani hanno l’obbligo di accettare il controllo ebraico della Terra Santa sulla base della loro fede.

Nelle elezioni di marzo il partito di Bennett Yamina (“a destra”) ha conquistato solo sette dei 120 seggi della Knesset, il parlamento israeliano. Uno di quei parlamentari, Amichai Chikli, ha giurato di votare contro un governo di coalizione con elementi “di sinistra” e “arabi”, e non si unirà alla coalizione di Lapid.

Alcuni elettori di Yamina hanno reagito furiosamente all’abbandono da parte di Bennett della destra guidata da Netanyahu, che non sembrava in grado di formare un proprio governo. Hanno protestato davanti alla sua casa, e Bennett ha persino ricevuto minacce di morte, costringendolo ad accettare una scorta.

Naftali Bennett potrebbe aver trovato un modo per diventare primo ministro (fintanto che regge questa traballante coalizione), ma ha perso per strada la sua base elettorale.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Intervista a Khaled Meshaal: l’alto dirigente sostiene che ora è Hamas a guidare la lotta palestinese

David Hearst

25 maggio 2021 – MIDDLE EAST EYE

Parlando a MEE Meshaal chiede a tutti i palestinesi di unirsi in una “rivolta totale” contro l’occupazione israeliana

Hamas è ora alla guida del popolo palestinese perché il ruolo principale di una leadership durante l’occupazione è condurre i palestinesi verso la libertà e la liberazione, ha detto a Middle East Eye Khaled Meshaal, capo dell’organizzazione nella diaspora.

Nella prima intervista in inglese del gruppo militante dal momento del cessate il fuoco con Israele di venerdì scorso, Meshaal invita ad una rivolta totale in “tutte le località” del territorio storico della Palestina: Gerusalemme e la Città Vecchia, la Cisgiordania e l’interno dello stesso Israele.

L’anziano dirigente, alla guida dell’ufficio politico di Hamas fino al 2017, afferma inoltre che il movimento sarebbe pronto a discutere con gli Stati Uniti.

Dice che è strano che l’amministrazione del presidente Joe Biden continui a parlare con i talebani, che hanno combattuto attivamente le truppe statunitensi in Afghanistan per quasi due decenni, e si rifiuti di parlare con Hamas, che non è impegnata a combattere gli Stati Uniti ma dal 1997 è ritenuta da Washington un’organizzazione terroristica.

In un messaggio diretto a Biden Meshaal ha aggiunto: Non vi consideriamo nostri nemici, anche se ci opponiamo a molte delle vostre politiche di parte a favore di Israele e contro i nostri interessi arabi e islamici. Ma non vi combattiamo. Quindi siamo pronti a comunicare con qualsiasi partito senza condizioni.”

Ma avverte che Hamas non sarebbe disposta a cambiare la sua posizione su Israele. “Non importa quanto tempo ci vorrà, questo è il mio messaggio a Biden, agli Stati Uniti e a tutti gli Stati occidentali che continuano a inserire Hamas nelle liste del terrorismo. Dico loro: non importa quanto tempo ci vorrà, Hamas non soccomberà alle vostre condizioni “

Meshaal sostiene che i Paesi arabi che hanno normalizzato le relazioni con Israele non solo hanno pugnalato alle spalle i palestinesi, ma hanno anche danneggiato i loro interessi rischiando di provocare una rivolta popolare.

“Ciò che sperano di ottenere da Israele è un’illusione e una fantasia”, avverte Meshaal. “Anche se non si vergognano, hanno prospettive molto limitate perché l’opinione pubblica sarà contro di loro”.

Hamas ha verificato un aumento del sostegno popolare in Palestina in seguito della sua decisione di lanciare razzi contro Israele in risposta alle aggressioni israeliane alla moschea di al-Aqsa e ai residenti di Sheikh Jarrah.

Tale sostegno viene da aree al di fuori del suo controllo tradizionale dove i suoi membri sono stati sottoposti a ripetuti arresti, ma dalla Cisgiordania e tra i cittadini palestinesi di Israele.

Alla domanda se ritenga che Mahmoud Abbas possegga ancora una qualche autorevolezza come presidente palestinese dopo l’ultimo round di combattimenti, Meshaal ha risposto: Non escludiamo nessuno e non disconosciamo il ruolo di nessuno.

Tuttavia, indubbiamente tutti hanno notato che le credenziali di Hamas e il suo status nella leadership palestinese si sono rafforzati poichè ha guidato la lotta nelle ultime fasi e specialmente in quella attuale”.

Per la prima volta in molti anni le bandiere di Hamas sono state viste sventolare accanto a quelle di Fatah in manifestazioni e proteste a Nablus, e venerdì un imam che si era rifiutato di menzionare Gaza nel suo sermone settimanale ad al-Aqsa è stato costretto a lasciare la moschea a causa della rabbia dei fedeli.

A Gerusalemme e a Umm al Fahm, nel nord di Israele, i manifestanti hanno gridato il nome di Mohamed ad-Deif, il capo dell’ala militare di Hamas, le Brigate al-Qassam, che Israele ha cercato di uccidere durante il recente conflitto.

Meshaal afferma che la funzione primaria della leadership in queste condizioni sia la lotta e la resistenza, e la guida dei palestinesi verso la libertà e la liberazione.

Le elezioni non sono l’unica opzione

Solo poche settimane prima che scoppiassero i combattimenti, Hamas era propenso a contestare le elezioni insieme a Fatah e ad altre fazioni palestinesi prima che le stesse fossero rinviate da Abbas.

Meshaal sostiene che Hamas ha fiducia in se stesso e che sia comunque pronto a presentarsi al ballottaggio, ma che le elezioni non rappresentino l’unica opzione.

Hamas non ha paura di proporsi alla sua gente tramite le urne. Forse altri hanno paura”, ha detto, con un’evidente stoccata ad Abbas.

Ma ha proseguito: Eppure, ancora una volta, le elezioni sono l’unica opzione? È l’unico strumento del sistema di riconciliazione ed in grado di rimettere ordine in casa palestinese? No.”

Meshaal afferma che i palestinesi sono un unico popolo con un’unica causa e invita ad una “rivolta totale in tutti i luoghi”.

A Gerusalemme, dove incombe la minaccia su al-Aqsa, su Sheikh Jarrah, sulla Città Vecchia e su tutta Gerusalemme; in Cisgiordania, dove sono presenti l’occupazione, gli insediamenti coloniali, la scissione dei legami e la confisca di terre; e nella Palestina del 1948, dove vige la discriminazione razziale, i tentativi di espellere e bandire il nostro popolo coll’uso di norme giuridiche; anche la resistenza di Gaza; fino alla diaspora. Tutti sono partecipi della responsabilità della liberazione”.

Mentre Meshaal parlava, i coloni israeliani, sostenuti dalla polizia, prendevano ancora una volta d’assalto al Aqsa.

Alla domanda su cosa abbia indotto Hamas a lanciare nuovamente razzi, Meshaal ha affermato che il cessate il fuoco non era condizionato solo alla cessazione degli attacchi israeliani a Gaza, ma alla fine delle incursioni delle forze di sicurezza israeliane ad al-Aqsa e alla fine dello sfollamento degli abitanti palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah e di Gerusalemme Est.

La battaglia è scoppiata per questi motivi. A tali condizioni cesserà iI lancio da Gaza dei razzi della resistenza”, ha detto.

Tuttavia ha proseguito affermando come ogni area sotto occupazione possa scegliere la propria forma di resistenza.

“Non esiste una formula che vada bene per tutti e nello stesso momento.”

Israele “sta pagando un prezzo”

Meshaal sostiene che l’ultimo conflitto abbia evidenziato il ruolo dei palestinesi che vivono all’interno dei confini della Palestina del 1948.

“Hanno inviato il messaggio che siamo del tutto parte di questo popolo e che vengono in aiuto di al-Aqsa, del quartiere di Sheikh Jarrah e di Gaza proprio come fa ogni altro palestinese che viene in aiuto dell’altro fratello”, dice.

Aggiunge che Israele stia anche pagando il prezzo delle politiche razziste e delle violazioni dei diritti dei suoi cittadini palestinesi, tanto da mettere a nudo la “fragilità” del suo Stato.

È diventato evidente a tutte le comunità palestinesi, arabe e islamiche e alle persone libere di tutto il mondo che Israele sta contando i suoi giorni e che questa occupazione, gli insediamenti, il colonialismo, non hanno futuro nella regione”.

MEE ha chiesto a Meshaal di spiegare in che modo Hamas sia passato da una posizione di contestazione delle elezioni, anche mentre centinaia dei suoi membri venivano arrestati in Cisgiordania, al lancio dei razzi.

In quel momento c’era un acceso dibattito all’interno di Hamas sull’opportunità di contestare le elezioni, dal momento che non sarebbe stato in grado di agire liberamente come partito politico. Alla fine le elezioni sono state rinviate, molti credono annullate, da Abbas che ha usato come scusa il rifiuto di Israele di consentire ai gerosolimitani di votare.

Meshaal ha confermato che c’è stato un “dibattito interno” sull’opportunità di candidarsi alle elezioni in Cisgiordania. Ma ha insistito sul fatto che il principio riguardante la sua candidatura alle elezioni non fosse in discussione.

Spiegando il passaggio dalle urne ai razzi, Meshaal dice che la decisione di annullare le elezioni abbia creato “rabbia e frustrazione” e un senso di stupore: “Perché questo passo?”

Poi sono arrivate le violenze ad al-Aqsa contro fedeli e manifestanti e la minaccia di sfollamento degli abitanti dalle loro case a Sheikh Jarrah.

Accusa Israele di aver iniziato l’aggressione. Afferma che Hamas aveva avvertito Israele, in modo che Israele non fosse sorpreso dal lancio di razzi.

“Quando hanno assalito la moschea di al-Aqsa alla fine del Ramadan la resistenza è stata costretta a rispondere … e la battaglia è iniziata”, prosegue Meshaal.

Sostiene che non c’è contraddizione tra impegnarsi nella battaglia politica attraverso elezioni e alleanze sostenendo la causa e mobilitandosi in suo favore nei forum internazionali, e impegnarsi in combattimenti. Le due battaglie sono collegate fra loro“.

Alla domanda su chi abbia preso la decisione di lanciare i razzi, Meshaal risponde che il movimento ha un’unica leadership, ma ogni singola parte prende le sue decisioni personali.

“Quando la dirigenza di al-Qassam prende una decisione su come portare avanti la lotta decide in conformità con la strategia e l’orientamento comune del movimento. Lo stesso vale per coloro che lavorano nel campo della mobilitazione di massa o delle relazioni politiche. Queste sono decisioni complesse prese di volta in volta durante i percorsi di lavoro. Derivano dalla risoluzione stabilita a livello centrale dalla leadership del movimento”.

Reciprocità di interessi” con l’Egitto

Meshaal riserva parole gentili per l’Egitto, nonostante il presidente Abdel Fatteh el-Sisi abbia organizzato un colpo di stato militare contro il presidente eletto Mohamed Morsi sostenuto dai Fratelli Musulmani e abbia massacrato i suoi sostenitori a Rabaa, oltre ad aver rafforzato l’assedio di Gaza distruggendo i tunnel di Hamas e la parte egiziana del valico di confine di Rafah.

Meshaal dice che il ruolo dell’Egitto negli affari palestinesi è fondamentale, anche se ci sono stati disaccordi.

La reciprocità degli interessi richiede che entrambe le parti lavorino insieme e possano prevedere dei ruoli sui quali concordare e collaborare nonostante le differenti opinioni, come lei ha detto, sulla questione della Fratellanza o altro”.

“Noi di Hamas, sebbene siamo una parte essenziale della Fratellanza, costituiamo un movimento di resistenza e non interferiamo negli affari degli altri, trattando con i Paesi islamici, e con gli altri, in base alla nostra causa e ai relativi interessi, senza interferenze reciproche negli affari di ognuno.

“Pertanto, accogliamo con favore il ruolo egiziano così come accogliamo con favore i ruoli di tutti gli Stati arabi e islamici o di qualsiasi Paese del mondo fintanto che sia inteso a servire il nostro popolo fermando l’aggressione contro di esso e assecondando la sua determinazione”.

Il leader anziano di Hamas ha affermato che gli stati arabi hanno la responsabilità di elaborare una nuova strategia per recuperare la Palestina, Gerusalemme e al-Aqsa e porre fine all’occupazione.

Credo che tutti abbiano capito l’inutilità dei negoziati, l’inutilità del processo di pace e degli accordi di pace con Israele e l’inutilità della normalizzazione. Coloro che avevano visto Israele come parte naturale della regione si sono sbagliati. Alcuni pensavano di poter trarre vantaggio da Israele nel confronto con i loro diversi nemici.

“Tutti sono ormai certi che Israele costituisca il vero nemico della regione e che Israele sia un’entità fragile e che possiamo sconfiggerlo invece di lamentarci delle sue politiche”.

Sostiene che l’Egitto sia scontento delle politiche israeliane nei confronti della Diga del Rinascimento in Etiopia, che il Cairo vede come una minaccia alla sicurezza nazionale. Di certo l’Egitto è scontento delle notizie sui presunti piani israeliani di scavare un canale navigabile alternativo al Canale di Suez.

“Pertanto, invece di sentirci impotenti riguardo alle violazioni e ai piani di Israele, questa è un’opportunità … la resistenza in Palestina e questa grande rivolta del nostro popolo sta dicendo agli arabi, ‘Gente, siamo una sola Ummah [termine arabo che designa la comunità dei fedeli dell’Islam, ndtr.], abbiamo gli stessi interessi, quindi partiamo da questo risultato.’

“Combattiamo un’unica battaglia, non solo per salvare e rivendicare la Palestina, ma anche per proteggere l’intera Ummah”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele-Palestina: come le reti sociali sono state utilizzate e manipolate

Rayhan Uddin

Domenica 23 maggio 2021 – Middle East Eye

I giganti della tecnologia sono accusati di aver censurato alcuni contenuti palestinesi, di non aver messo a tacere la disinformazione e di aver consentito incitamenti alla violenza.

Durante la recente recrudescenza di violenze in Israele e nei territori palestinesi occupati le reti sociali si sono dimostrate una spada a doppio taglio.

Questo venerdì [21 maggio] alle 2 del mattino è entrato in vigore un cessate il fuoco, ma non prima di una devastante escalation durante la quale i bombardamenti aerei israeliani su Gaza hanno ucciso 248 palestinesi, di cui 66 minori, e i razzi lanciati dall’enclave palestinese assediata hanno provocato 12 morti in Israele.

Nel corso delle ultime due settimane il mondo digitale si è trovato al centro dell’attenzione. Ha offerto uno spazio per documentare direttamente e senza filtro la situazione sul terreno, un mezzo per far circolare l’informazione sotto diversi formati e forme, oltre che una piattaforma che consentiva di amplificare i messaggi e i gesti di solidarietà.

Tuttavia, anche se c’è stato un uso positivo, si sono anche evidenziati degli abusi.

I giganti della tecnologia sono accusati di aver censurato alcuni contenuti palestinesi, di non aver stroncato la disinformazione e di aver permesso degli incitamenti alla violenza. Le piattaforme sono state anche manipolate e utilizzate come vettori di propaganda dello Stato.

Middle East Eye si sofferma su cinque modi in cui le piattaforme di comunicazione informatica sono state sfruttate mentre la tensione era in aumento in Israele, a Gaza, nella Cisgiordania e a Gerusalemme est occupate.

1. Censura a danno dei palestinesi

La violenza e la brutalità degli ultimi giorni sono state accompagnate da ripetuti esempi di limitazione e cancellazione di contenuti sulle reti sociali.

Tutto è iniziato con la campagna di resistenza contro l’imminente espulsione di sei famiglie nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme est occupata – che ha catalizzato la repressione dei manifestanti da parte delle forze israeliane – che si è ritrovata al centro delle accuse di censura.

Il 7 maggio Middle East Eye ha informato che erano state sollevate preoccupazioni riguardo a contenuti eliminati e alla sopressione di account sulle reti sociali legate al quartiere. Mona al-Kurd, giornalista e abitante di Sheikh Jarrah minacciata di essere cacciata dalla casa della sua famiglia, ha visto il suo account Instagram temporaneamente sospeso mentre stava documentando i soprusi quotidiani. Anche suo fratello Mohammed al-Kurd ha visto il suo contenuto eliminato a causa dei “discorsi d’odio”, sebbene secondo lui si fosse limitato a filmare le violenze della polizia senza alcun commento.

Gli abitanti di Sheikh Jarrah si sono lamentati del fatto che le loro storie su Instagram ottenevano meno approvazioni e meno visualizzazioni per ragioni inspiegabili. Durante quel periodo su Facebook – società madre di Instagram – il gruppo “Salvare Sheikh Jarrah”, che contava più di 130.000 membri, è stato temporaneamente disattivato perché “violava gli standard della comunità”.

Ci sono state anche domande riguardo a Twitter quando l’account della giornalista palestinese Mariam Barghouti è stato sospeso mentre stava informando su una manifestazione di solidarietà con Sheikh Jarrah nella Cisgiordania occupata. In seguito Twitter ha dichiarato a VICE [società di media digitali statunitense-canadese, ndtr.] che la decisione era stata presa per sbaglio, omettendo di precisare quali disposizioni delle sue condizioni Barghouti fosse sospettata di aver infranto.

“Le limitazioni e la censura hanno un grande impatto sulla possibilità delle persone di comunicare, di organizzarsi e di condividere informazioni,” ha dichiarato a MEE Marwa Fatafta, responsabile delle politiche per il Medio Oriente e il Nord Africa di Access Now, Ong per la difesa dei diritti digitali.

“Quando non potete accedere al vostro account o un vostro contenuto è eliminato ciò viola la possibilità di esercitare il vostro diritto alla libertà d’espressione su internet.”

Queste restrizioni non riguardano unicamente l’attivismo relativo a Sheikh Jarrah. Quando la polizia israeliana ha fatto irruzione nella moschea di al-Aqsa per reprimere brutalmente i fedeli in preghiera durante gli ultimi giorni del Ramadan, sono comparse denunce di censura.

Su Istagram l’hashtag “al-Aqsa” è stato temporáneamente nascosto a causa di indicazioni in base alle quali secondo una notifica ricevuta dagli utenti certi contenuti erano “suscettibili di non soddisfare le regole della comunità di Instagram”.

Facebook, che possiede Instagram, ha attribuito le soppressioni di contenuti a un “problema tecnico su scala mondiale che non era legato a un argomento specifico.”

Tuttavia, secondo alcuni documenti di comunicazione interna consultati da BuzzFeed [società statunitense di notizie specializzata in media digitali, ndtr.], pare che gli hashtag siano stati bloccati perché il sistema di controllo dei contenuti della piattaforma aveva associato per errore al-Aqsa (terzo sito più sacro per l’islam) con un’organizzazinoe terroristica.

Numerose organizzazioni ritengono che ogni censura da parte dei giganti delle reti sociali potrebbe essere paragonata alla distruzione di prove nella documentazione dei crimini di guerra, cosa su cui attualmente indaga la Corte Penale Internazionale in rapporto con le recenti violenze.

Oltre all’“errore”, un altro motivo possibile per il ritiro di certi contenuti sarebbe l’uso del termine “sionista”.

Secondo un articolo di “The Intercept” [sito fondato da Edward Snowden, ex tecnico della CIA che ha denunciato l’uso di dati riservati dei propri cittadini da parte di USA e GB, ndtr.], la politica di Facebook consistente nel sopprimere ogni contenuto che utilizzi il termine “sionista” come sinonimo di “ebreo” o di “ebraismo” si è rivelato difficile da mettere in pratica. Secondo uno dei moderatori della piattaforma le direttive lasciano “poco spazio alla critica del sionismo”.

Malgrado le preoccupazioni degli attivisti palestinesi, sono i responsabili del governo israeliano che la settimana scorsa hanno incontrato i funzionari di Facebook e TikTok. Il ministro della Giustizia Benny Gantz ha esortato le reti sociali a sopprimere i contenuti violenti e a rispondere rapidamente alle richieste dell’ufficio per l’informatica di Israele.

L’unità israeliana per l’informatica, che opera all’interno del ministero della Giustizia, sorveglia sistematicamente i contenuti palestinesi e li segnala ai giganti del digitale. Secondo un rapporto pubblicato dall’organizzazione di difesa dei diritti informatici palestinesi 7amleh Facebook accoglie l’81% delle richieste di soppressione dei contenuti da parte di questa unità informatica.

“Ciò conferma che la discriminazione digitale a cui sono esposti i palestinesi nello spazio informatico non è un errore tecnico,” ha dichiarato Mona Shtya di 7amleh a MEE. “Al contrario si tratta delle conseguenze dei tentativi sistematici delle autorità israeliane per far tacere gli attivisti per i diritti umani e per influenzare le politiche delle imprese tecnologiche in materia di controllo dei contenuti.”

Una coalizione di organizzazioni per i diritti informatici ha invitato Twitter e Facebook a fornire dati dettagliati relativi alle richieste presentate dall’unità informatica israeliana e ad essere trasparenti sul processo decisionale riguardante il ritiro di contenuti.

Inoltre un’organizzazione palestinese per la protezione dei dati, due agenzie di stampa e un traduttore hanno denunciato Facebook, accusandolo di censurare le loro pubblicazioni e in qualche caso di aver chiuso il loro account in violazione delle stesse politiche dell’impresa.

Il documento di 14 pagine inviato al relatore speciale dell’ONU incaricato della promozione e della protezione del diritto alla libertà d’opinione e d’espressione, consultato da Middle East Eye, concede alla società 21 giorni per dare spiegazioni. In caso contrario seguiranno delle azioni legali.

2. Disinformazione e notizie false

Milioni di persone in tutto il mondo si basano sulle reti sociali per informarsi sulle violenze in Israele e Palestina. Tuttavia non tutti i contenuti, compresi quelli ufficiali, sono corretti.

La disinformazione relativa a quanto avviene a Gaza si trova ai livelli più alti dello Stato: il portavoce arabofono ufficiale del primo ministro israeliano, Ofir Gendelman, ha condiviso un video che secondo lui mostra che Hamas lanciava dei razzi contro Israele. Queste immagini risalivano in realtà al 2018 e mostravano missili lanciati nel governatorato di Deraa, in Siria.

Questo tweet era stato originariamente etichettato da Twitter come un “media manipolato”, prima di essere cancellato da Gendelman.

Anche l’account Twitter ufficiale dell’esercito israeliano ha fatto circolare false informazioni. L’account @IDF (Forze di Difesa Israeliane) ha condiviso un video che sosteneva mostrasse Hamas mentre nascondeva dei lanciatori di missili in quartieri civili. Tuttavia nelle immagini si vede di fatto un finto mezzo militare utilizzato da Israele durante le esercitazioni di addestramento nel nord ovest del Paese.

Questo video è stato retwittato dall’account Twitter verificato “Stop Antisemitismo”, che in seguito si è scusato per l’errore. Nelle sue scuse ha insistito in modo provocatorio a etichettare le immagini come provenienti da un “quartiere in maggioranza musulmano”, cosa che sembra un chiaro tentativo di mettere in rapporto un’arma israeliana con i palestinesi.

“La disinformazione e le notizie false fanno parte integrante della propaganda delle autorità israeliane,” dichiara Mona Shtya. “Questo tipo di informazioni colpisce la coscienza della gente e i movimenti politici palestinesi.”

Secondo 7amleh, il 54% dei partecipanti a un sondaggio pubblicato nel suo rapporto “Notizie false in Palestina” ha indicato le autorità israeliane come la principale fonte di informazioni false. Il rapporto conclude anche che le notizie false aumentano del 58% durante gli attacchi israeliani contro i palestinesi.

Tra gli altri esempi di disinformazione che circolano su internet figurano le false informazioni in base alle quali a Gaza alcuni palestinesi hanno organizzato falsi funerali per suscitare la compassione della comunità internazionale.

Questo video falso, pubblicato dal consigliere del ministero degli Affari Esteri israeliano Dan Poraz, mostra un gruppo di adolescenti che apparentemente stanno portando una “salma”. Improvvisamente risuonano delle sirene e gli adolescenti, compresa la “salma”, si disperdono e fuggono. In realtà queste immagini sono state girate l’anno scorso in Giordania da un gruppo di giovani che cercavano di sfuggire alle restrizioni relative al COVID-19 fingendo di organizzare dei funerali.

Poraz ha condiviso questo video con l’hashtag “Pallywood” (combinazione delle parole Hollywood e Palestina), un concetto molto dannoso sostenuto dalla destra filo-israeliana che intende cínicamente accusare i palestinesi di drammatizzare la loro sofferenza per attirare i favori della comunità internazionale.

Un altro esempio di internauti che spacciano notizie false per associare i gazawi a “Pallywood”: la condivisione di un video che dovrebbe mostrare dei palestinesi mentre disegnano false ferite provocate dagli attacchi israeliani con l’aiuto di cosmetici. Queste immagini condivise la settimana scorsa sono state in effetti rintracciate nel 2018 e sono state girate nel quadro di un reportage su artisti palestinesi del trucco.

Nelle ultime settimane sono emerse anche due notizie filopalestinesi false. Il New York Times ha informato che alcuni media arabi hanno erroneamente associato immagini che mostravano ebrei che a Gerusalemme si stracciavano le vesti in segno di devozione con affermazioni secondo le quali simulavano delle ferite. Il Times ha scoperto che quel video era circolato varie volte in precedenza quest’anno.

Nel contempo una pubblicazione Facebook molto condivisa e che dovrebbe mostrare un giornalista che piange filmando degli avvenimenti all’interno di al-Aqsa [moschea di Gerusalemme, ndtr.], di fatto mostrava un fotografo irakeno durante una partita di calcio nel 2019.

3. Propaganda israeliana

Nel corso delle ultime due settimane gli account israeliani ufficiali sulle reti sociali, soprattutto quelli relativi all’esercito, sono stati utilizzati per condividere messaggi di propaganda altamente provocatori, spesso incendiari.

Mercoledì 12 maggio l’account Instagram in ebraico dell’esercito ha festeggiato la distruzione di un edificio civile a Gaza con uno meme prima e dopo.

Anche l’account Twitter @IDF ha condiviso in varie occasioni immagini di edifici bombardati dall’esercito israeliano a Gaza, in particolare un immobile che ospitava giornalisti di Al Jazeera, dell’Associated Press [agenzia di stampa USA, ndtr.] e di Middle East Eye. Queste immagini sono quasi sempre accompagnate da affermazioni secondo le quali gli edifici ospitavano attività di intelligence militare di Hamas, senza alcuna prova a suffragarle.

Il 13 maggio l’esercito israeliano ha annunciato su Twitter che, nel quadro di una più vasta campagna nel corso della quale ha informato i media internazionali che era in corso una invasione di terra, le sue forze terrestri avevano iniziato “attacchi nella Striscia di Gaza”. Tuttavia in seguito i media israeliani hanno informato che il tweet e la condivisione di informazioni avevano l’obiettivo deliberato di far credere ai combattenti di Hamas che fosse in corso un’invasione e di esporne al pericolo il maggior numero.

A causa di questo ricorso all’inganno sulle reti sociali molti hanno accusato l’esercito israeliano di fare cattivo uso delle sue piattaforme ufficiali e di “twittare dal vivo crimini di guerra.”

“Trovo inaccettabile che l’esercito israeliano utilizzi reti sociali per minacciare la gente e diffondere disinformazione quando è attivamente impegnato in azioni che si configurano come crimini di guerra,” lamenta Marwa Fatafta.

Gli attivisti dei diritti digitali hanno fatto un confronto tra il modo in cui vengono trattati dalle imprese delle reti sociali gli account ufficiali israeliani e la loro gestione degli account palestinesi.

“Ciò testimonia l’applicazione discriminatoria delle condizioni di utilizzo delle piattaforme ai loro utenti: censurano gli attivisti permettendo nel contempo alle pagine gestite dagli Stati di utilizzarle ed abusarne in funzione dei propri obiettivi politici e militari.”

Allo stesso modo numerosi osservatori hanno sottolineato le differenze tra gli account in ebraico e in inglese dell’esercito israeliano. Sull’account Instagram in ebraico dell’esercito le storie hanno la tendenza a essere aggressive e militariste e spesso includono immagini di edifici bombardati a Gaza, con l’ora e il luogo. Nel contempo sull’account in inglese il contenuto è spesso più difensivo e presenta Israele come vittima delle recenti violenze con l’aiuto di infografiche e presentazioni colorate.

In un post pubblicato sul suo account Instagram in inglese l’esercito israeliano ha ripreso un metodo di condivisione d’informazione popolare presso la generazione Y [i nati tra gli anni ’80 e ’90, noti anche come “millenians”, ndtr.] creando una serie di vignette e di fumetti per semplificare una serie di avvenimenti. A dispetto di fatti accertati, le immagini indicavano che Hamas era il solo responsabile di tutte le morti civili avvenute recentemente in Israele e a Gaza.

Nel contempo funzionari dell’esercito israeliano hanno sfruttato l’applicazione cinese per la condivisione di video TikTok riprendendo coreografie in voga per attirare il pubblico più giovane.

In particolare vari militari hanno partecipato al “Jalebi Baby Challenge “, nel corso del quale gli utenti indicano le proprie preferenze tra due emoticon. Praticamente sempre i soldati finiscono il video scegliendo una bandiera israeliana invece di una palestinese. Su un video militari israeliani scelgono l’emoticon escremento invece della bandiera palestinese e il dito medio alzato rivolto alla Palestina. In un altro esempio, che è stato oggetto di scherno, una soldatessa oppone per errore Israele alla bandiera del Sudan.

Oltre all’esercito, i messaggi di propaganda sono molto presenti anche su altri account ufficiali israeliani.

Martedì l’account Twittter ufficiale di Israele in arabo ha provocato indignazione pubblicando dei versetti del Corano accompagnati da una foto di Gaza sotto le bombe. Questo post è stato definito da alcuni critici “sadico e ignobile”.

Nel contempo l’account in inglese ha falsamente accusato la modella di origine palestinese Bella Hadid di voler “buttare in mare gli ebrei” quando si è unita allo slogan popolare filo-palestinese “dal fiume al mare, la Palestina sarà libera.”

“Non è un fatto inedito che i governi cerchino di infangare quanti prendono posizione o li accusino di fare l’apologia del terrorismo o, in questo caso, dell’antisemitismo. Ciò esisteva già prima dell’era delle reti sociali,” rileva Marwa Fatafta.

Secondo la sostenitrice dei diritti digitali Israele, come altri Stati, cerca di “trollare” e perseguitare le persone per ridurle al silenzio. Tuttavia, spiega, le ultime due settimane hanno dimostrato il potere dei media digitali di “trasmettere la verità”, quando non vengono censurati.

4. “Linciaggio” programmato sulle applicazioni di messaggistica

Oltre alle applicazioni per la condivisione di contenuti, le piattaforme di messaggistica istantanea sono state criticate per aver   presumibilmente contribuito a facilitare la violenza dei civili israeliani.

La scorsa settimana messaggi postati su Signal e WhatsApp che MEE ha potuto consultare mostravano che gruppi israeliani di estrema destra avevano discusso nel dettaglio la pianificazione di attacchi violenti contro cittadini palestinesi di Israele.

“Portate di tutto, coltelli, benzina,” indicava un messaggio in un gruppo di discussione battezzato “The Underground Unit” [L’unità clandestina], formata da parecchie centinaia di membri. “Non abbiate paura, noi siamo gli eletti.”

“Quando vedete un arabo accoltellatelo,” ordinava un messaggio pubblicato su WhatsApp in un gruppo denominato “Israel People Alive Haifa” [Israele popolo vivo Haifa]. “Venite con bandiere, mazze, coltelli, armi, tirapugni, assi di legno, spray urticanti, tutto quello che li può ferire. Ristabiliremo l’onore del popolo ebraico.”

In un altro gruppo di discussione, sempre su WhatsApp, un membro ha scritto: “Abbiamo bisogno di bottiglie molotov. Alla moschea. Per farli tremare. Bruceremo le loro case, le loro auto, tutto.”

Messaggi che incitavano alla violenza contro i palestinesi sono stati lanciati anche su Telegram, e di conseguenza vari utenti di Twitter hanno chiesto alle applicazioni di messaggistica di intervenire per proteggere delle vite.

“Se Telegram non reagisce rapidamente i messaggi pubblicati nello spazio digitale per incitare alla violenza contro i palestinesi continueranno a propagarsi per le strade,” sostiene Mona Shtaya.

L’azione della folla è stata esacerbata dalla diffusione di false informazioni: secondo il New York Times messaggi pubblicati su Telegram e WhatsApp indicavano che folle di palestinesi stessero preparando aggressioni contro cittadini israeliani. Nonostante questi avvertimenti nessuna violenza è stata segnalata nella zona citata nei messaggi.

Un giornalista ha paragonato questi sviluppi agli avvenimenti osservati in India nel 2018, quando la diffusione di false voci riguardanti il rapimento di bambini e l’espianto di organi avevano scatentato un’ondata di linciaggi collettivi durante i quali alcuni stranieri erano stati aggrediti ed uccisi.

Fino a domenica [23 maggio] i 116 incriminati imputati in seguito alle violenze della settimana precedente erano tutti palestinesi.

La settimana scorsa Fake Reporter, un organismo israeliano di sorveglianza della disinformazione, ha dichiarato di aver trasmesso alla polizia e ai media israeliani un rapporto dettagliato contenente informazioni su gruppi di estrema destra che utilizzano WhatsApp e Telegram per pianificare attacchi contro negozi e civili palestinesi.

La consegna di questo dossier non ha dato luogo ad alcuna misura, mentre alcuni media hanno persino risposto che non valeva la pena di parlarne in quanto non erano stati commessi delitti.

“L’incitamento alla violenza contro gli arabi e i palestinesi sulle reti social è aumentata in modo clamoroso,” afferma Mona Shtaya.

“Nel 2020 abbiamo constatato un incremento del 16% delle affermazioni violente contro gli arabi rispetto all’anno precedente (2019); inoltre un messaggio su dieci riguardante i palestinesi e gli arabi conteneva affermazioni violente,” aggiunge in riferimento all’indice annuale del razzismo e dell’incitamento all’odio creato da 7amleh.

“Telegram e le altre applicazioni non devono appoggiare la violenza contro i palestinesi o devono prendere misure per impedire la trasmissione di messaggi che incitano alla violenza, di discorsi d’odio e di razzismo dalla loro piattaforma al mondo reale.”

5. Esercito di troll appoggiato dallo Stato

Le reti sociali sono spesso utilizzate per rilevare l’opinione pubblica sulle questioni mondiali attraverso gli hashtag più condivisi e i livelli di impegno che servono da indicatori informali delle opinioni popolari.

Tuttavia queste piattaforme sono spesso utilizzate in modo più cinico per manipolare sistematicamente le conversazioni in rete.

La piattaforma israeliana in rete Act.IL è stata sviluppata nel giugno 2017 per reclutare e organizzare un’esercito di migliaia di troll incaricati di intrufolarsi nelle conversazioni in rete relative alla questione israelo-palestinese e in particolare al movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni).

I troll ricevono dalla piattaforma istruzioni sui contenuti filo-israeliani e anti-palestinesi da ritwittare e da “approvare”, come sulle petizioni da firmare. Ricevono anche dei modelli di commenti che sono incoraggiati a copiare e incollare nelle discussioni al riguardo.

Act.IL è stato lanciato in collaborazione col ministero israeliano degli Affari Strategici, il cui ministro ha definito il dispositivo “Iron Dome [cupola di ferro] della verità”, in riferimento al sistema antimissilistico israeliano. La piattaforma riceve finanziamenti e direttive dallo Stato israeliano. L’applicazione è descritta come un dispositivo di “astroturfing”, una strategia di relazioni pubbliche sostenuta da un governo con l’intento di indurre in errore e dare la falsa impressione di una campagna popolare spontanea.

Michael Bueckert, ricercatore e vicepresidente di “Canadesi per la giustizia e la pace in Medio Oriente”, gestisce un account Twitter che tiene sotto controllo l’applicazione Act.IL. e riferisce delle sue attività. “Uno dei principali obiettivi dell’applicazione è tenere distinte le attività dei suoi utenti dallo Stato israeliano o dalle lobby e fare in modo che l’attività filo-israeliana sulle reti sociali che mette in scena sembri spontanea e organica,” spiega a MEE.

Secondo Michael Beuckert il ministero degli Affari Strategici ha come politica lavorare con organizzazioni di facciata “per dissimulare il ruolo dello Stato israeliano”. Ritiene d’altronde che sia ragionevole credere che il governo giochi “un ruolo più importante di quanto viene presentato in pubblico nel finanziamento continuo e nelle operazioni dell’applicazione.”

Domenica scorsa l’applicazione ha organizzato una tempesta su Twitter con gli hashtag #RightToSelfDefence (Diritto all’autodifesa) e #IsraelUnderFire (Israele sotto attacco).

Nel corso delle ultime due settimane Act.IL ha anche utilizzato il suo canale Telegram per inviare delle “missioni” ai propri utenti per diffondere un discorso anti-palestinese.

All’inizio del mese, durante la violenta repressione delle forze israeliane contro i fedeli ad al-Aqsa, l’applicazione ha spinto gli utenti a commentare degli aggiornamenti in tempo reale della Reuter, dell’AFP [agenzie di stampa, rispettivamente inglese e francese, ndtr.] e del Washington Examiner [sito di notizie conservatore statunitense, ndtr.] dando la colpa ai gruppi palestinesi.

“È inaccettabile che dei fedeli innocenti, dei civili e dei poliziotti siano vittime di violenti disordini fomentati da Hamas e da Fatah. Il terrorismo non ha posto nei luoghi santi e nelle loro vicinanze,” si può leggere sotto un aggiornamento dell’AFP, dove i troll sono stati incoraggiati a diffondere opinioni simili.

Nonostante i tentativi coordinati intesi a interferire nelle conversazioni in rete, Michael Bueckert ha dei dubbi riguardo all’impatto delle ultime attività dell’esercito israeliano di troll.

“Certo, possono contribuire a diffondere argomenti di discussione importanti dell’hasbara (diplomazia pubblica israeliana) sulle reti sociali e a diffondere ampiamente la disinformazione. Tuttavia ho l’impressione che molta gente non creda più a questi vecchi argomenti,” afferma. “Le persone non tollerano più tanto un atteggiamento che in genere continua a incolpare le vittime.

Le persone iniziano ad aprire gli occhi di fronte agli orrori dell’apartheid israeliano e non vogliono avere niente a che fare con esso; nessuna applicazione potrà cambiare ciò.”

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Quali sono i Paesi e le imprese che vendono armi a Israele?

Frank Andrews

Venerdì 21 maggio 2021 – Middle East Eye

Gli Stati Uniti, che hanno esportato armi verso Israele ogni anno dal 1961, sono in assoluto il primo fornitore di armi a Israele.

Per undici giorni, fino all’entrata in vigore di un cessate il fuoco questo venerdì mattina, Israele ha flagellato la Striscia di Gaza, affermando di prendere di mira i “terroristi” di Hamas. Però sono stati anche rasi al suolo edifici residenziali, librerie, ospedali e il principale laboratorio di analisi del COVID-19.

Secondo Amnesty International i bombardamenti israeliani sull’enclave assediata, che hanno causato almeno 243 morti, tra cui 66 bambini, 39 donne e 17 anziani, costituiscono probabilmente un crimine di guerra.

Secondo l’associazione di difesa dei diritti umani, potrebbero costituire un crimine di guerra anche le migliaia di razzi lanciati alla cieca da Hamas verso il nord oltre Gaza, che hanno causato 12 morti [israeliani, ndtr.].

Ma mentre Hamas dispone di bombe fabbricate per la maggior parte con materiale artigianale e di contrabbando, pericolose perché non guidate, Israele possiede armi di precisione all’avanguardia e la sua industria degli armamenti è in pieno sviluppo. Il Paese è l’ottavo maggior esportatore di armi del pianeta.

L’arsenale militare di Israele è anche supportato da importazioni di armi del valore di parecchi miliardi di dollari.

Ecco i Paesi e le imprese che forniscono armi ad Israele, nonostante i crimini di guerra di cui da anni è accusato.

Stati Uniti

Gli Stati Uniti sono di gran lunga il maggior esportatore di armi verso Israele. In base ai dati sui trasferimenti di armi dell’Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma (SIPRI), che contabilizza soltanto le principali armi convenzionali, tra il 2009 e il 2020 più del 70% delle armi acquistate da Israele proveniva dagli Stati Uniti.

Secondo i dati del SIPRI, gli Stati Uniti hanno esportato armi verso Israele ogni anno a partire dal 1961.

Benché sia più difficile seguire le effettive spedizioni di armi, l’organizzazione britannica Campagna Contro il Commercio di Armi (CAAT) segnala che tra il 2013 e il 2017 gli Stati Uniti hanno spedito 4,9 miliardi di dollari di armi a Israele.

Sono state anche fotografate bombe di fabbricazione americana a Gaza in questi ultimi giorni.

Queste esportazioni sono aumentate nonostante le diverse accuse di crimini di guerra a danno dei palestinesi rivolte alle forze israeliane.

Gli Stati Uniti hanno così continuato ad esportare armi in Israele quando nel 2009 si è saputo che le forze israeliane avevano utilizzato indiscriminatamente bombe al fosforo bianco contro la popolazione palestinese, pratica definita crimine di guerra da Human Rights Watch.

Nel 2014 Amnesty International ha sollevato le stesse accuse contro Israele in seguito agli attacchi sproporzionati che hanno causato molte decine di vittime civili a Rafah, nel sud di Gaza. L’anno seguente, secondo i dati del SIPRI, il valore delle esportazioni di armi americane verso Israele è praticamente raddoppiato.

Lunedì il presidente americano Joe Biden ha “espresso il suo sostegno ad un cessate il fuoco”, in seguito alle pressioni dei democratici al senato. Tuttavia nella giornata si è ugualmente saputo, secondo il Washington Post, che la sua amministrazione aveva recentemente approvato vendite di armi ad Israele per un totale di 735 milioni di dollari. I democratici della Commissione affari esteri della Camera dei rappresentanti hanno chiesto all’amministrazione di rinviare la vendita, in attesa di un riesame.

Nel quadro di un accordo di assistenza per la sicurezza riferito al periodo 2019-2028, gli Stati Uniti hanno accettato, con riserva dell’approvazione del Congresso, di versare ad Israele 3,8 miliardi di dollari all’anno come finanziamento militare estero, di cui la maggior parte deve essere spesa in armi di fabbricazione americana.

Secondo la NBC [National Broadcasting Company, azienda radiotelevisiva statunitense, ndtr.], ciò rappresenta circa il 20% del budget israeliano destinato alla difesa e quasi i tre quinti del finanziamento militare estero degli Stati Uniti nel mondo.

Ma succede anche che gli Stati Uniti concedano dei fondi supplementari, oltre la contribuzione annuale. Cosi, dal 2011, il Paese ha versato 1,6 miliardi di dollari supplementari per il sistema antimissile israeliano Iron Dome [Cupola di Ferro], alcune parti del quale sono fabbricate negli Stati Uniti.

Israele dispone di un’industria degli armamenti molto avanzata, potenzialmente in grado di sostenere bombardamenti almeno per un breve periodo”, spiega Andrew Smith di CAAT a Middle East Eye.

Tuttavia i suoi principali aerei da combattimento provengono dagli Stati Uniti”, precisa riferendosi agli aerei da combattimento F-16 americani che continuano a colpire la Striscia di Gaza. “Anche se Israele è in grado di costruirli sul proprio territorio, sarebbe sicuramente necessario molto tempo prima di poterli assemblare.

Per quanto riguarda le munizioni, molte vengono importate, ma io penso che potrebbero essere prodotte in Israele. Evidentemente in questo ipotetico scenario la transizione verso una produzione nazionale di armi prenderebbe del tempo e costerebbe cara.

Tuttavia le vendite di armi non dovrebbero essere analizzate separatamente. Si basano su un forte sostegno politico”, aggiunge Andrew Smith. “Il sostegno degli Stati Uniti, in particolare, è prezioso per mantenere l’occupazione e legittimare campagne di bombardamento come quella a cui stiamo assistendo.”

Secondo CAAT, il lungo elenco delle imprese private americane coinvolte nelle forniture di armi a Israele comprende Lockheed Martin, Boeing, Northrop Grumman, General Dynamics, Ametek, UTC Aerospace e Raytheon.

Germania

Il secondo maggior esportatore di armi a Israele è la Germania, che rappresenta il 24% delle importazioni di armi di Israele nel periodo 2009-2020.

La Germania non fornisce dati sulle armi che spedisce, ma, secondo la CAAT, il Paese ha concesso licenze per vendite di armi a Israele valutate in 1,6 miliardi di euro tra il 2013 e il 2017.

In base ai dati del SIPRI la Germania ha venduto armi ad Israele durante tutti gli anni ’60 e ’70 del ‘900 e lo fa ogni anno dal 1994.

Secondo Haaretz, che nota che nel 1960 il Primo Ministro (israeliano) David Ben Gurion aveva incontrato a New York il Cancelliere tedesco Konrad Adenauer ed aveva sottolineato “la necessità di Israele di piccoli sottomarini e di missili anti-aereo”, i primi colloqui in materia di difesa tra i due Paesi risalgono al 1957.

Se gli Stati Uniti hanno soddisfatto parecchie necessità di Israele in materia di difesa aerea, la Germania continua a fornire sottomarini.

Secondo la CAAT il costruttore navale tedesco ThyssenKrupp Marine Systems ha costruito sei sottomarini Dolphin per conto di Israele, mentre la società Renk AG con sede in Germania contribuisce all’equipaggiamento dei carri armati Merkava israeliani.

Secondo il suo portavoce, lunedì durante una conversazione telefonica con Benjamin Netanyahu la cancelliera tedesca Angela Merkel ha espresso la sua “solidarietà” ad Israele ed ha riaffermato “il diritto (del Paese) a difendersi” contro i lanci di razzi di Hamas.

Italia

Segue poi l’Italia, che secondo SIPRI rappresenta il 5,6% delle importazioni delle principali armi convenzionali di Israele nel periodo dal 2009 al 2020.

La CAAT segnala che dal 2013 al 2017 le spedizioni di armi dall’Italia a Israele sono arrivate a 476 milioni di euro.

Secondo Defense News [sito web e giornale americano su politica e armamenti, ndtr.] negli ultimi anni i due Paesi hanno concluso accordi in base ai quali Israele ha ottenuto aerei da addestramento in cambio di missili ed altre armi.

Anche se l’Italia a inizio maggio si è unita ad altri Paesi europei nel criticare la colonizzazione israeliana a Sheikh Jarrah e altrove, il Paese continua ad esportare armi.

Venerdì scorso i portuali di Livorno hanno rifiutato di caricare una nave che trasportava armi con destinazione il porto israeliano di Ashdod, dopo essere stati informati dall’Ong italiana ‘The Weapon Watch’ del contenuto del carico.

Il porto di Livorno non sarà complice del massacro del popolo palestinese”, ha dichiarato l’Unione Sindacale di Base in un comunicato.

The Weapon Watch’ ha esortato le autorità italiane a sospendere “del tutto o in parte le esportazioni militari italiane verso le zone di conflitto israelo-palestinese”.

Secondo la CAAT l’Augusta Westland, controllata della società italiana Leonardo, fabbrica componenti per gli elicotteri d’attacco Apache utilizzati da Israele.

Regno Unito

La CAAT segnala che il Regno Unito, benché non sia presente nella banca dati del SIPRI relativamente agli ultimi anni, vende ugualmente armi a Israele e dal 2015 ha concesso licenze per la produzione di armamenti per un totale di 400 milioni di sterline.

L’Ong chiede al Regno Unito di porre fine alla vendita di armi ed al sostegno militare alle forze israeliane e di aprire un’inchiesta per stabilire se siano state usate armi britanniche per bombardare Gaza.

L’ammontare reale delle esportazioni del Regno Unito verso Israele è molto più alto delle cifre disponibili pubblicamente, a causa di un sistema opaco di vendite di armi basato su “licenze aperte”, autorizzazioni all’esportazione relativamente alle quali il valore delle armi e la loro quantità sono tenuti segreti.

Andrew Smith di CAAT spiega a MEE che dal 30 al 40% circa delle vendite di armi britanniche ad Israele è probabilmente effettuato in base a questo sistema di licenze aperte, ma che “ci è semplicemente impossibile sapere” di quali armi si tratti, né in che modo vengano utilizzate.

A meno che il governo britannico non apra una propria inchiesta, il solo modo per stabilire quali armi siano state utilizzate è affidarsi alle foto scattate in una delle peggiori zone di conflitto al mondo, mezzo che non è appropriato per chiedere conto all’industria degli armamenti”, deplora Andrew Smith.

Per scoprire queste atrocità dobbiamo contare sulle persone presenti nelle zone di guerra che scattino foto delle armi che cadono attorno a loro, o sui giornalisti”, aggiunge.

Perciò possiamo sempre supporre che enormi quantità di armi siano utilizzate in un modo che non conosceremo mai.”

La CAAT segnala che tra le imprese britanniche che contribuiscono a fornire armi o materiale militare ad Israele figurano BAE Systems, Atlas Elektronik UK, Meggit, Penny & Giles Controls, Redmayne Engineering, Senior PLC, Land Rover e G4S.

Inoltre il Regno Unito spende ogni anno parecchi milioni di sterline in sistemi di armamenti israeliani. Elbit Systems, il maggiore produttore di armi israeliano, possiede diverse società affiliate nel Regno Unito, come molti fabbricanti di armi americani.

Una delle loro fabbriche, situata a Oldham, nel nord dell’Inghilterra, è stata l’obbiettivo di manifestanti filopalestinesi durante gli ultimi mesi.

Molte armi esportate dal Regno Unito verso Israele – in particolare aerei, droni, granate, bombe, missili e munizioni – “rientrano nel tipo di armi che possono essere utilizzate in questo genere di campagna di bombardamenti”, sottolinea la CAAT in un comunicato relativo ai recenti bombardamenti.

Non sarebbe la prima volta”, precisa l’organizzazione.

Nel 2014 un’indagine del governo britannico ha rivelato la concessione di dodici licenze per armi probabilmente utilizzate nel corso del bombardamento di Gaza in quello stesso anno, mentre nel 2010 David Miliband, allora segretario agli Affari Esteri, ha dichiarato che armi fabbricate nel Regno Unito erano state” quasi certamente” utilizzate durante la campagna di bombardamenti dell’enclave condotta da Israele nel 2009.

Sappiamo che armi di fabbricazione britannica sono già state utilizzate contro i palestinesi, ma ciò non ha minimamente contribuito a fermare il flusso di armi”, afferma Andrew Smith.

Deve esserci una sospensione delle vendite di armi ed un esame completo per stabilire se siano state utilizzate armi britanniche e se siano coinvolte in eventuali crimini di guerra.”

Da molti decenni i successivi governi parlano del loro impegno per il consolidamento della pace, pur continuando ad armare e sostenere le forze israeliane”, prosegue. “Queste vendite di armi non costituiscono solo un sostegno militare, ma mandano anche un segnale chiaro di sostegno politico all’occupazione e al blocco, come anche alla violenza che ne consegue.”

Canada

Secondo i dati di SIPRI, il Canada rappresenta circa lo 0,3% delle importazioni israeliane di armi convenzionali nel periodo 2009-2021.

Alla luce dei recenti avvenimenti il politico canadese Jagmeet Singh, del Nuovo Partito democratico, ha invocato la fine delle vendite di armi da parte del suo Paese ad Israele,

Secondo Globe and Mail [quotidiano canadese in lingua inglese, ndtr.], nel 2019 il Canada ha inviato a Israele materiali e tecnologie militari per un ammontare di 13,7 milioni di dollari, cioè lo 0,4% del totale delle sue esportazioni di armi.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)

.




Perché l’occidente appoggia ‘il diritto alla difesa’ del regime di apartheid in Israele

Joseph Massad

18 maggio 2021 – Middle East Eye

In occasione del 73esimo anniversario della Nakba, il popolo palestinese è determinato ovunque a resistere a quest’oppressione coloniale e razziale e a porvi fine una volta per tutte

18 maggio 2021 – Middle East Eye

La scorsa settimana la guerra di Israele contro tutti i palestinesi che vivono sotto il suo regime di apartheid suprematista ebraico si è intensificata in risposta alla rivolta del popolo palestinese nella Palestine storica colonizzata.

A circa 140 anni dall’arrivo dei coloni ebrei europei in Palestina con l’intenzione di spogliare i nativi palestinesi delle loro terre e del sostentamento e 73 anni dopo l’insediamento di coloni che hanno rubato il Paese ai palestinesi e ne hanno espulso la maggioranza, la resistenza palestinese non si è mai placata. 

Ostinatamente gli Stati Uniti, i Paesi colonialisti dell’Unione Europea e il Regno Unito non sono stanchi del loro impegno a difendere “Il diritto di Israele a difendersi”.  Quello che questi governi intendono con questo ritornello suprematista bianco è ”il diritto di Israele di difendere” il proprio regime di apartheid e la supremazia ebraica contro la resistenza anti-colonialista dei nativi.

A loro si sono uniti i media dominanti e i canali social che soffocano ed escludono opinioni filo-palestinesi come il loro specifico contributo a difesa del diritto di Israele di difendere il proprio regime di apartheid.

‘Neutralità’ liberal

Per decenni un intero vocabolario ideologico bianco e progressista è stato arruolato con il compito di difendere il regime sionista nel corso della sua ininterrotta guerra coloniale contro il popolo palestinese. I difensori progressisti (e conservatori) di Israele ripetono che quello che succede in Palestina non è una guerra coloniale di conquista e una lotta di liberazione anti-coloniale dei nativi, ma piuttosto un “conflitto”, un termine che ha cominciato ad essere usato fin dagli inizi degli anni ’20 del secolo scorso, prima dai sionisti e poi dagli inglesi, e compare nei primi documenti sionisti, presentato come una definizione neutra.

Altri termini liberal “neutrali” definiscono questa guerra coloniale e la resistenza contro di essa “scontri” e un “ciclo di violenza”.

Nel lessico occidentale bianco progressista raramente i palestinesi sono identificati come la popolazione indigena della Palestina che sta subendo una pulizia etnica e gli ebrei israeliani non sono mai denunciati come coloni ebrei che stanno attuando una pulizia etnica.   

La resistenza palestinese è etichettata in modo “neutrale ” come “violenza” e, cosa più importante, come “terrorismo”, mentre ci si riferisce al bombardamento coloniale israeliano come “rappresaglia”, giustificata dal “diritto di Israele a difendersi”. Il termine ideologico liberal “rappresaglia ” è un’altra parola chiave presentata come “neutrale” nello stesso momento in cui si insiste che i palestinesi sono quelli che commettono “violenza” per primi.

Con ciò si intende eliminare la guerra coloniale sionista contro i palestinesi dagli anni ‘80 dell’Ottocento come causa prima delle loro disgrazie e della Nakba [la Catastrofe, ossia la pulizia etnica operata dai sionisti nel ’47-’48, ndtr.]. Questo termine “neutro” cerca di presentare la conquista coloniale della Palestina come un processo “pacifico” al quale i barbari palestinesi non bianchi hanno risposto con la violenza, contro cui l’Israele civilizzato ed europeo oggi compie delle “rappresaglie”.

La strategia dei media occidentali progressisti dominati dai bianchi spesso insiste nel rappresentare la lotta palestinese come lotta interna religiosa fra “ebrei” e “musulmani”, dipingendole come due comunità autoctone in conflitto l’una con l’altra da tempo immemore. 

Alcuni dei bianchi progressisti che ammettono che il loro impegno a sostegno del colonialismo in Palestina, dell’apartheid israeliano e della supremazia ebraica ha creato loro un conflitto di coscienza, si sono uniti in anni recenti alle armate dei difensori dei diritti umani liberal occidentali per negare i diritti nazionali indigeni dei palestinesi, in favore dei loro diritti “umani”, esigendo che Israele non violi questi ultimi. 

Questa retorica spoliticizza la lotta palestinese e ancora una volta cancella deliberatamente la natura coloniale dell’oppressione israeliana a cui i palestinesi sono sottoposti. 

Allo stesso modo, la pulizia etnica dei palestinesi è ribattezza dal lessico progressista come “sfratti” di palestinesi dalle proprie case, cosa che legittima la descrizione di Jared Kushner [genero, finanziatore dei coloni ed ex-consigliere per il Medio Oriente di Trump, ndtr.] e quella ufficiale israeliana della supremazia ebraica dei coloni nel Paese come una semplice “disputa immobiliare”.

L’età delle rivolte

I contadini palestinesi hanno per la prima volta resistito nel 1884 ai coloni ebrei europei che cominciavano a fondare un regime coloniale di apartheid e di supremazia ebraica in Palestina. I coloni ebrei russi, inizialmente finanziati dal barone Edmond de Rothschild, avviarono la pulizia etnica dei nativi palestinesi dalla terra che avevano coltivato per secoli per impiantare colonie ebraiche europee dopo il loro arrivo nel Paese dei palestinesi nel 1882-1883.

I palestinesi resistettero ai nuovi insediamenti coloniali costruiti sulle proprie terre – Petah Tikva, Gedera, Rehovot, Nes Ziyyona, e Hadera.  Nel suo libro intitolato The Arabs and Zionism before WWI [Gli arabi e il sionismo prima della prima guerra mondiale] lo storico Neville Mandel afferma che “prima o poi quasi tutte le colonie ebraiche entrarono in conflitto con” i contadini palestinesi del posto. Secondo Mandel, fra il 1904 e il 1909 scoppiarono altre rivolte di contadini palestinesi contro i coloni ebrei e parecchi palestinesi e coloni furono uccisi, il che portò all’incarcerazione di contadini da parte delle autorità ottomane.

Altre rivolte seguirono nel 1910 nel villaggio di al-Fula, dove i coloni uccisero un palestinese e gli ottomani ne arrestarono moltissimi altri. Le sollevazioni ripresero dopo la Prima guerra mondiale, quando gli inglesi conquistarono la Palestina.

Nel 1920, durante la festività di Nabi Musa che coincideva con la Pasqua ortodossa per cristiani palestinesi e con il Pesach per gli ebrei, milizie coloniali sioniste, a centinaia, marciarono nelle strade di Gerusalemme per intimidire i nativi palestinesi di cui bramavano il Paese. Questo portò a una sollevazione in città da parte dei palestinesi. Cinque ebrei e quattro palestinesi, tra cui una giovane ragazzina, furono uccisi.

Nel 1925, la rivolta dei contadini di ‘Affulah che protestavano contro l’occupazione coloniale ebraica e la pulizia etnica degli abitanti dimostrò che l’ininterrotto progetto sionista coloniale continuava a dover affrontare una dura resistenza. Nel 1929 la rivolta palestinese contro gli inglesi e gli ebrei colonizzatori esplose a Gerusalemme e presto si estese a gran parte della Palestina, uccidendo centinaia di persone di entrambe le parti.

Seguirono altre insurrezioni nel 1933, che culminarono con la formazione di bande di contadini guerriglieri guidate da Izz al-Din al-Qassam nel 1935 e nella Grande Rivolta palestinese che durò dal 1936 al 1939 e costò 5.000 vite palestinesi.

Nessuna di queste rivolte fu in grado di fermare la marcia costante della colonizzazione ebraica, dato che era sostenuta dalla potenza coloniale inglese e dalla Lega delle Nazioni, che preparava la battaglia finale per la pulizia etnica del 1947-48.

Le bande sioniste conquistarono la Palestina, insediarono una colonia ebraica e immediatamente intrapresero l’insediamento legale e istituzionale di un regime suprematista ebraico di apartheid, accompagnato da decine di massacri di palestinesi.

Massacrare i nativi

I coloni ebrei europei hanno preso in prestito molta della loro strategia coloniale e razziale da altri coloni bianchi europei. Questo include l’importante mantra che i coloni non avevano altra scelta che massacrare i nativi africani.

Difendendo i massacri coloniali dei suprematisti bianchi del popolo indigeno dei Nama in Namibia, nell’Africa meridionale, il rappresentante coloniale portoghese alla Lega delle Nazioni, Freire D’Andrade, il cui Paese aveva parecchie colonie vicino alla Namibia e al Sud Africa, nel 1923 disse che “nell’Africa meridionale esisteva un movimento anti-europeo che era di considerevole importanza; si diceva spesso era che l’Africa era per gli africani e gli europei dovevano essere gettati a mare.” 

Prendendo a prestito questa frase dei coloni bianchi, il capo dell’Organizzazione sionista, Chaim Weizmann, sostenne che nel 1930 che la Lega delle Nazioni non avrebbe dovuto concedere l’autodeterminazione democratica ai palestinesi indigeni, usando l’affermazione coloniale di D’Andrade su ciò che la richiesta di democrazia e indipendenza dei popoli indigeni comportava per i coloni europei. Ciò che i leader arabi “desiderano nel presente,” insisteva Weizmann, “è chiaramente buttarci nel Mediterraneo.”  Ci sarebbero riusciti, spiegava Weizmann, con il loro “desiderio” di stabilire “un Parlamento su base democratica, cioè un’istituzione in cui noi saremmo una piccola minoranza.” 

I coloni ebrei privarono i palestinesi non solo dei loro diritti democratici dal 1948; infatti furono loro, secondo Ilan Pappe in Ethnic Cleansing of Palestine [Pulizia etnica della Palestina, Fazi, 2008] che nel 1948 spinsero i palestinesi nel Mediterraneo e nel deserto mentre procedevano con la pulizia etnica della loro colonia d’insediamento.

La storia degli ultimi 73 anni della resistenza palestinese all’apartheid israeliano e alla supremazia, comunque, sarebbe stata cancellata non solo dai coloni sionisti e dal loro Stato di nuovo insediamento, ma anche da tutti i loro sponsor imperialisti in Europa e dalle colonie di insediamento nordamericane che, a loro volta, hanno fornito e continuano a rifornire Israele di denaro e armi per avanzare con la sua colonizzazione e la pulizia etnica e rimangono sostenitori entusiasti del “diritto di Israele a difendere se stesso” e il suo regime di apartheid e di suprematisti ebrei da ogni resistenza indigena. 

Unire i palestinesi

L’attacco in corso da parte di sionisti e israeliani contro il popolo palestinese ancora una volta distrugge tutti gli strenui tentativi del colonialismo ebraico di dividere i palestinesi e aiuta a cementare l’unità di questo popolo colonizzato contro il suo usurpatore coloniale.

Nel 1948 Israele divise i palestinesi: quelli espulsi dai suoi confini e quelli sottomessi alla supremazia ebraica all’interno di quei confini. I palestinesi in Israele furono ulteriormente divisi secondo criteri sionisti razzisti così cari agli ebrei sionisti europei, ma completamente estranei ai palestinesi.

Quindi i drusi arabi palestinesi che appartenevano a una denominazione religiosa vennero etnicizzati come “drusi”, mentre gli allevatori palestinesi furono etnicizzati come “beduini”. Entrambi i gruppi arabi palestinesi furono legalmente separati dai palestinesi musulmani e dai palestinesi cristiani di tutte le denominazioni, anche se Israele ora continua i suoi sforzi per separare gli ultimi due ed etnicizzarli. 

Quando Israele conquistò il resto della Palestina nel 1967 il suo primo atto fu separare i palestinesi di Gerusalemme Est dal resto della Cisgiordania e dopo il 1993 cominciò a separare i palestinesi in Cisgiordania e Gaza con i checkpoint permanenti dell’esercito israeliano.

Nel 2000 ha separato i palestinesi della Cisgiordania a occidente del muro dell’apartheid di nuova costruzione da quelli che vivono sul suo lato orientale. Nel 2005 ha separato i palestinesi di Gaza dai palestinesi della Cisgiordania, tutto ciò mentre cerca di de-palestinizzare i palestinesi espulsi che vivono in esilio dal 1948, un tentativo che negli ultimi dieci anni cerca di ridefinire chi è un rifugiato palestinese riconosciuto dall’ONU, per ridurre il loro numero da sette milioni a poche migliaia.

Nonostante tutti questi sforzi di etnicizzazione, razzializzazione e denazionalizzazione, l’unità palestinese continua, anche perché tutti i palestinesi continuano a essere sottomessi e oppressi dal sionismo e dalla supremazia ebraica israeliana.

La rivolta dell’altra settimana ancora in corso contro l’apartheid israeliano e la supremazia ebraica nella colonia di insediamento, nei suoi confini del 1948 così come in quelli del 1967, prova questa unità e l’apartheid in cui tutti i palestinesi che vivono sotto il dominio israeliano sono sottoposti e che impedisce a tutti i palestinesi che Israele ha espulso fuori dai suoi confini di tornare a casa.

Questa settimana la marcia lungo il confine fra Palestina e Giordania dei palestinesi espulsi e dei loro alleati giordani dimostra ancora una volta che l’unità palestinese continua nonostante i coloni ebrei e il loro Stato. 

La resistenza continua

Durante la scorsa settimana, come è successo dal 1948, anche l’unità del governo israeliano e della popolazione ebrea israeliana si è manifestata nel fatto che tutti gli ebrei israeliani (con poche eccezioni degne di nota) prestano servizio nell’esercito coloniale israeliano e restano riservisti per decenni dopo aver finito il loro servizio militare obbligatorio che dura vari anni.

Mentre l’esercito israeliano e i civili ebrei estremisti attaccano e assassinano i palestinesi in Cisgiordania e Gaza, la polizia israeliana e i coloni ebrei attaccano i palestinesi a Gerusalemme Est e nelle città palestinesi colonizzate in Israele.

Ebrei intenzionati a portare avanti un pogrom e folle di linciatori aiutati dalla polizia hanno attaccato comunità palestinesi, bruciando bambini con bombe incendiari e distruggendo negozi a Giaffa, attaccando passanti ad Haifa, uccidendo giovani a Lydda, aggredendo palestinesi nelle loro auto a Ramleh e commettendo altre atrocità. 

La reazione più importante dei Paesi occidentali di suprematisti bianchi è stata di affermare chiaramente che sono al fianco di Israele e il suo “diritto” di difendere il suo regime di apartheid e la supremazia ebraica.

In risposta e in questo 73esimo anniversario della Nakba, il popolo palestinese perseguitato ovunque è determinato a resistere a questo persistente marchio europeo di oppressione coloniale e razziale e mettervi la parola fine una volta per tutte. 

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Joseph Massad è professore di storia politica e intellettuale araba moderna alla Columbia University di New York. È autore di numerosi libri e articoli, sia accademici che giornalistici. Tra le sue opere figurano: “Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan” [Effetti coloniali: la creazione dell’identità nazionale in Giordania], “Desiring Arabs” [Arabi Desideranti] e, in francese, “La persistance de la question palestinienne” [La persistenza della questione palestinese] (La Fabrique, 2009). Più di recente ha pubblicato “Islam in Liberalism” [L’Islam nel liberalismo]. I suoi libri e articoli sono stati pubblicati in una decina di lingue.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Non solo a Sheikh Jarrah: i palestinesi rischiano sfratti ovunque

Redazione di MEE

11 maggio 2021- Middle East Eye

Le famiglie palestinesi hanno subito per decenni continue minacce di sfratti in Israele e nei territori occupati

Nelle ultime settimane la situazione nella Città Vecchia di Gerusalemme e dintorni è peggiorata e la repressione attuata dalle forze di sicurezza israeliane contro i manifestanti palestinesi che protestavano a causa degli sfratti è diventata progressivamente sempre più brutale.

Lunedì mattina le forze israeliane hanno ancora una volta fatto irruzione nella moschea di Al-Aqsa sparando proiettili di acciaio ricoperti di gomma e lanciando lacrimogeni all’interno del complesso, ferendo centinaia di palestinesi.

L’escalation di violenza sta avvenendo nel contesto della prevista espulsione di 40 palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah, della Gerusalemme Est occupata.

Sin dall’inizio dell’anno scorso i tribunali israeliani avevano ordinato lo sfratto di 13 famiglie palestinesi del quartiere, basandosi su una deliberazione di un tribunale di prima istanza agli inizi del 2021 a favore di rivendicazioni vecchie di decenni su lotti di terra da parte di coloni israeliani.

Un’udienza della Corte Suprema per un appello palestinese era stata fissata per lunedì, ma il ministero della Giustizia israeliano l’ha rinviata a causa delle crescenti tensioni nelle ultime settimane.

Da quando Israele ha occupato Gerusalemme Est durante la guerra del 1967, le organizzazioni di coloni israeliani hanno rivendicato la proprietà di terre a Sheikh Jarrah e hanno presentato con esito positivo vari ricorsi per sfrattare i palestinesi dal quartiere.

Quattro delle 38 famiglie della zona rischiano lo sfratto imminente, mentre tre saranno probabilmente sfrattate il 1 agosto.

Quelle rimanenti si trovano a stadi diversi nell’iter giudiziario in vari tribunali israeliani in uno scontro frontale con potenti gruppi di coloni israeliani.

Nonostante l’attenzione recentemente sia concentrata su Sheikh Jarrah, molte famiglie palestinesi in Israele, a Gerusalemme Est e nella Cisgiordania occupata devono affrontare l’imminente pericolo di espulsione, il che evidenzia l’annoso schema di trasferimenti forzati ed espropriazioni di palestinesi da parte di Israele.

Qui di seguito elenchiamo varie zone dove i palestinesi stanno lottando per rimanere.

Silwan

Come a Sheikh Jarrah, i coloni israeliani hanno avanzato rivendicazioni simili per ottenere la proprietà di terre di palestinesi situate vicino alla Città Vecchia di Gerusalemme.

Israele ha una strategia di insediamenti detta “Bacino Sacro”, che prevede unità abitative per i coloni e una sfilza di parchi intitolati a località e personaggi della Bibbia nei dintorni della Città Vecchia di Gerusalemme. Il piano richiede la rimozione degli abitanti palestinesi dal quartiere di Silwan.

A novembre un tribunale israeliano ha ratificato lo sfratto di 87 palestinesi dalla zona di Batan al-Hawa a Silwan, a sud della moschea di al-Aqsa, a favore del gruppo di coloni israeliani di Ateret Cohanim.

Questo gruppo, che mira a espandere la presenza di coloni nei quartieri a maggioranza palestinese di Gerusalemme Est, intorno e all’interno della Città vecchia, ha fatto causa agli abitanti di Batan al-Hawa, sostenendo che, durante il periodo ottomano e fino al 1938, quando le autorità del mandato britannico le spostarono a causa di tensioni politiche, quei terreni erano di proprietà di ebrei yemeniti.

Anche gli abitanti di Wadi al-Rababa, un’altra zona che ospita circa 800 palestinesi gerosolimitani, sono da tempo in guerra con i bulldozer israeliani. A gennaio alcuni abitanti hanno riferito a Middle East Eye che soprusi e tentativi di demolizione da parte delle autorità israeliane sono aumentati durante la pandemia da Covid-19.

L’avanzata dei coloni israeliani a Silwan è cominciata nel 2004, quando furono fondati due avamposti di coloni. Il numero di avamposti era arrivato a sei nel 2014, da appartamenti isolati a interi caseggiati.

Le autorità israeliane hanno annunciato a novembre un piano di scavi per la costruzione di una funivia sopra Silwan. Il controverso progetto altererebbe drasticamente il paesaggio della storica Città Vecchia ed espanderebbe la presenza israeliana nella zona, facilitando l’accesso dei turisti al Muro Occidentale a spese dei negozianti palestinesi della Città Vecchia

Sin dal 1995, l’Autorità israeliana per le antichità scava dei siti a Silwan con il sostegno della fondazione dei coloni “Ir David”, ufficialmente per creare una nuova attrazione turistica e trovare testimonianze dell’esistenza della “Città di Davide” risalente a tremila anni fa.

Il completamento del progetto della “Città di Davide” che include un “viale” in stile romano costruito sulle strade che per generazioni sono state dei palestinesi, consoliderebbe la posizione illegale dei 450 coloni  che attualmente vivono a Silwan e marginalizzerebbe i 10.000 abitanti palestinesi del quartiere.

Giaffa

Altrove, a Giaffa, nella zona costiera a sud di Tel Aviv, Middle East Eye ha riportato ad aprile che Amidar, un’impresa immobiliare israeliana statale, sta progettando di espellere gli abitanti palestinesi dalle proprie proprietà per venderne alcune a Eliyahu Mali, il capo di una sinagoga militante a Giaffa che sta cercando di impadronirsene per trasformarle in una sinagoga.

Decine di cittadini palestinesi di Israele, che costituiscono il 20% della popolazione del Paese, sono stati attaccati lo stesso mese dalla polizia israeliana e dai seguaci di Mali.

Mali è a capo di “Settling in the Hearts“, [insediarsi nei cuori], un progetto di espansione di colonie israeliane che preme per stabilire avamposti nel cuore di città a maggioranza palestinese e nei quartieri della Gerusalemme Est occupata, in Cisgiordania e in Israele, come al-Ajami.

In aprile Mahmoud Abed, giornalista e attivista di Giaffa, ha detto a MEE che nella zona si stava attuando da parte delle autorità israeliane “un trasferimento silenzioso” di famiglie palestinesi risultante in “una mancanza di sicurezza personale e di una vita dignitosa” per i palestinesi.

Il 70% dei palestinesi che abitano a Giaffa vive in proprietà di cui Israele si è impadronito nel 1948 tramite società statali, come Amidar. Queste imprese possiedono un terzo della proprietà mentre gli abitanti ne possiedono i due terzi,” ha detto Abed.

In anni recenti Israele ha messo all’asta proprietà a Giaffa e chiesto agli abitanti palestinesi di fare delle offerte in concorrenza con ricchi investitori israeliani sulla quota di un terzo detenuta dalle società statali israeliane.

Nessuno può mettere insieme un milione e mezzo di dollari in 60 giorni per restituirli alle compagnie. Quasi 40 famiglie palestinesi se ne sono andate da Giaffa perché non possono comprare o affittare una casa nella zona,” ha detto Abed a MEE.

Umm al-Fahm

Anche Umm al-Fahm, una cittadina nella regione di Wadi Ara vicino ad Haifa, nel nord di Israele, dove recentemente i manifestanti hanno dimostrato contro la violenza e l’inerzia della polizia israeliana [nei confronti della delinquenza locale, ndtr.], ha visto tentativi di sfratto e demolizioni.

I cittadini palestinesi di Israele protestano da tempo che le proprie città e paesi sono poco serviti dalle autorità israeliane, mentre i permessi di costruzione per fornire alloggi per le comunità in espansione sono difficili da ottenere.

Secondo Arab48 [sito di notizie in arabo, ndtr.] la famiglia Eghbarieh, per esempio, da oltre dieci anni è bloccata da dispute con le autorità israeliane riguardo alla demolizione della loro casa. La famiglia ha recentemente presentato ricorso contro lo sfratto.

Secondo Bldtna, sito web palestinese di notizie che ha riferito di parecchie attività commerciali e case nella zona di Wadi Ara a cui recentemente sono state presentate ingiunzioni di demolizione e sfratto perché non avevano un permesso edilizio, lo scorso agosto bulldozer israeliani hanno demolito un edificio in costruzione a causa di una presunta mancanza di licenza edilizia.

Molti palestinesi hanno dovuto demolire loro stessi le proprie case e attività, di fronte all’alternativa fra il farlo loro stessi o pagare le demolizioni attuate dalle autorità israeliane.

Khan al-Ahmar

Prima di Sheikh Jarrah nel 2021, il destino di Khan al-Ahmar aveva attirato l’attenzione mondiale nel 2018.

Il villaggio si trova in Cisgiordania, fra Gerusalemme Est e le colonie illegali israeliane di Maale Adumim e Kfar Adumim.

Nel settembre del 2018, nonostante richieste di Paesi europei, organizzazioni per i diritti umani e attivisti affinché Israele bloccasse il progetto, la Corte Suprema israeliana ha approvato la demolizione di Khan al-Ahmar.

I piani per demolire Khan al-Ahmar fanno parte del cosiddetto piano E1, che prevede la costruzione di centinaia di unità abitative per collegare Kfar Adumim e Maale Adumim con Gerusalemme Est, nell’Area C della Cisgiordania controllata da Israele.

Se implementato completamente, il piano E1 di fatto dividerebbe a metà la Cisgiordania, separando Gerusalemme Est dalla Cisgiordania e costringendo i palestinesi a fare una deviazione ancora più lunga per andare da un posto all’altro, mentre le colonie illegali potrebbero continuare ad espandersi.

Nel 2018, causa della pressione internazionale, Israele ha sospeso i piani di demolire Khan al-Ahmar, ma a marzo il quotidiano israeliano Yedioth Athronoth ha rivelato che i funzionari stavano di nuovo pianificando di sfrattare i palestinesi dal villaggio.

Gli abitanti di Khan al-Ahmar appartengono alla tribù degli Jahalin, un gruppo di beduini espulso dal deserto di Naqab, anche detto Negev, durante la guerra arabo-israeliana del 1948. Gli Jahalin si sono poi stabiliti sulle pendici orientali di Gerusalemme.

La comunità di Khan al-Ahmar comprende circa 35 famiglie, le cui abitazioni e scuole di fortuna, fatte di ondulato e legno, sono state demolite parecchie volte in anni recenti dall’esercito israeliano.

Legislazione delle colonie

Dall’annessione di Gerusalemme Est nel 1967, Israele ha usato due leggi principali per sfrattare i palestinesi dalle loro case.

La Legge sulla Proprietà degli Assenti del 1950 classifica i palestinesi che sono stati espulsi o che hanno lasciato il Paese dopo il novembre 1947 come “assenti” mette le loro proprietà sotto il controllo dello Stato israeliano.

La Legge e Ordinanza Amministrativa del 1970 permette il trasferimento di proprietà perdute a Gerusalemme Est nel 1948 solo agli ebrei.

I palestinesi non possono rivendicare diritti su beni posseduti prima del 1948.

La politica israeliana di insediare i propri civili nei territori palestinesi occupati e cacciando la popolazione locale viola norme fondamentali della legislazione umanitaria internazionale,” ha rilevato Amnesty International, citando le Convenzioni dell’Aia e la Quarta Convenzione di Ginevra.

L’ong aggiunge che “stabilire insediamenti comporta atti importanti”, compresa l’ingiustificata “massiccia distruzione e appropriazione di proprietà” e “trasferimento… da parte della potenza occupante di parti della propria popolazione civile nei territori che occupa, o la deportazione o il trasferimento di tutta o parte della popolazione del territorio occupato all’interno o all’esterno di questo territorio” costituisce crimini di guerra secondo lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale.

Amnesty ha anche criticato quello che chiama “urbanistica e sistema di zone discriminatori” da parte di Israele.

Nel frattempo, dagli Accordi di Oslo del 1993 la Cisgiordania è stata divisa in Aree A, B e C, con la maggior parte della popolazione palestinese nelle Aree A e B. L’Area C, che rappresenta il 60% della Cisgiordania, è sotto totale controllo militare israeliano, con comunità palestinesi più piccole che nella zona vengono regolarmente minacciate di demolizioni delle proprie case, mentre le colonie israeliane nelle vicinanze prosperano.

Nell’Area C, dove si trova la maggior parte della costruzione delle colonie, Israele ha allocato il 70% della terra alle colonie e solo l’1% ai palestinesi,” secondo Amnesty, mentre a Gerusalemme Est, “Israele ha espropriato il 35% della città per la costruzione di colonie, permettendo ai palestinesi di costruire su solo il 13% della terra.”

Mentre continua la lotta per Sheikh Jarrah nei tribunali e nelle strade, il fato di altre comunità palestinesi mostra che il problema non comincia né finisce con questo quartiere di Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)