Un sonoro messaggio da Betlemme: Porre fine all’occupazione

Sami Abu Shehadeh

26 dicembre 2020 – Middle East Eye

I palestinesi hanno il diritto di godere di un futuro di pace fondato sulla giustizia, la tolleranza e il rispetto

Gli sviluppi politici che hanno avuto luogo nel 2020 dovrebbero essere attentamente compresi e colti al fine di rendere il 2021 un anno migliore per tutti.

L’amministrazione Trump sta lasciando dietro di sé un’eredità di incitamento all’odio e all’uso della religione come arma contro i diritti del popolo palestinese.

Il governo israeliano sarà presto sciolto e in primavera si terranno le quarte elezioni in meno di due anni, ma non vi è alcuna indicazione che le sue politiche di annessione nei territori occupati, la sua istigazione all’odio e alla discriminazione istituzionalizzata contro i cittadini palestinesi di Israele siano destinate a cessare tanto presto.

Questo è il contesto in cui dovremmo intendere il Natale di quest’anno nella Terra Santa occupata: Betlemme, città natale di Gesù, a causa del Covid-19 ha trascorso unBianco Natal” con pochissimi pellegrini e quasi nessuna attività turistica. La città è assediata da migliaia di nuove unità di insediamenti coloniali israeliani illegali in costruzione sulla sua terra.

Soffocare Betlemme

Qualche settimana fa mi sono unito a un gruppo di diplomatici europei per una visita in loco alla colonia illegale di Giv’at Hamatos, che consoliderà la separazione artificiale tra le città bibliche di Betlemme e Gerusalemme. Recentemente il sindaco di Betlemme ha inviato una lettera disperata alle missioni europee chiedendo un’azione urgente per fermare l’insediamento della colonia: “Betlemme merita di essere riportata al suo antico splendore di città aperta alla pace”, ha scritto.

Queste parole significano poco per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che sembra intenzionato a soffocare Betlemme, sia espandendo colonie come Har Homa, Gilo o Efrat, tutte illegali secondo il diritto internazionale, o attraverso il muro di annessione, ritenuto illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia circa 16 anni fa.

Allo stesso modo, un gruppo di religiosi di Betlemme ha implorato la comunità internazionale di intervenire per fermare il processo di annessione in corso: “I nostri parrocchiani non credono più che qualcuno si schiererà coraggiosamente per la giustizia e la pace e fermerà questa tremenda ingiustizia che si sta verificando davanti a vostri occhi.” Qualcuno dimostrerà che si sbagliano?

Il governo israeliano e la sua macchina propagandistica, tuttavia, faranno ancora una volta un uso cinico del Natale.

Lo stesso Netanyahu ha consegnato un “messaggio natalizio” in cui tratta i cristiani come “stranieri”, eppure stiamo celebrando la nascita di Cristo proprio nella terra che oggi Israele sta occupando.

La propaganda israeliana si dipinge come la “protettrice” dei cristiani in Medio Oriente. Ma niente potrebbe essere più lontano dalla verità.

Questo approccio ipocrita è stato chiaramente rappresentato dall’ ambasciatore israeliano all’Onu Gilad Erdan in un “messaggio di Natale” in cui ha detto: “Spero che trascorriate serene festività e un nuovo anno felice ed in salute”.

Erdan ha sostenuto tutte le politiche che minacciano la presenza cristiana in Israele e Palestina, dagli insediamenti coloniali e dall’annessione alle leggi razziste. E’ stato anche responsabile dell’inserimento dei quaccheri nella lista nera del rifiuto di ingresso nel Paese a un funzionario del Consiglio ecumenico delle Chiese, oltre che ad altre organizzazioni cristiane che sostengono i diritti dei palestinesi e si oppongono alle colonie illegali.

Ne abbiamo viste tante. Dalla Nakba del 1948, che ha avuto un impatto immenso sui cristiani palestinesi – con quasi 50.000 cristiani su 135.000 sfollati – alle realtà attuali del moltiplicarsi delle colonie e delle leggi atte ad impedire l’unificazione delle famiglie palestinesi, Israele ha adottato una politica sistematica contro i suoi cittadini non-ebrei.

Prendiamo come esempio i casi emblematici dei villaggi di Iqrith e Kufr Bir’im.

Miracolo di giustizia

Durante la Nakba [la Catastrofe, cioè la pulizia etnica a danno dei palestinesi nel 1947-48, ndtr.] l’esercito israeliano chiese agli abitanti del villaggio di Iqrith e Kufr Bir’im di lasciare le loro case solo per due settimane. Settantadue anni dopo, tuttavia, essi non possono ancora farvi ritorno. Hanno chiesto giustizia attraverso il sistema giudiziario israeliano solo per ritrovarsi con il governo israeliano che ha bloccato l’attuazione di una risoluzione che avrebbe consentito il loro ritorno.

Il caso è stato sollevato da eminenti vescovi cattolici ed è arrivato persino alla Santa Sede, ma nessun governo israeliano è stato disposto a ripristinare i diritti di quei cittadini palestinesi di Israele che, questo Natale, sono tornati negli unici edifici rimasti in piedi nei rispettivi villaggi, la Chiesa cattolica di Iqrith e la Chiesa maronita di Kufr Bir’im, per celebrarvi il Natale in attesa di un miracolo di giustizia su questa terra.

Questi non sono casi isolati. Quasi il 25% dei cittadini palestinesi di Israele sono sfollati interni. I loro diritti non sono stati onorati semplicemente perché l’uguaglianza tra tutti i cittadini israeliani è qualcosa che non esiste. Decine di leggi consolidano un sistema di discriminazione istituzionalizzato che è stato incoraggiato negli ultimi anni dall’amministrazione Trump.

Sarebbe stato difficile immaginare una legge come la legge sullo “Stato – Nazione ebraico” senza persone come David Friedman [ambasciatore USA in Israele, ndtr.], Jared Kushner [genero e consigliere di Trump per il Medio Oriente, ndtr.] e Jason Greenblatt [consigliere di Trump per Israele, ndtr.].

Realtà dolorose

Oggi possiamo valutare le conseguenze di tali politiche. L’attacco terroristico incendiario che ha preso di mira la chiesa di Getsemani all’inizio di questo mese è stato sventato grazie all’azione efficace dei giovani palestinesi cristiani e musulmani della Gerusalemme est occupata. Questo attacco non deve essere considerato un evento isolato.

Quando i funzionari israeliani sottolineano costantemente che questa è “terra ebraica”, negando i diritti dei cristiani e dei musulmani palestinesi, le persone non dovrebbero sorprendersi per tali eventi. Sembra che l’incendio della Chiesa della Moltiplicazione dei Pani e dei Pesci a Tiberiade nel 2015 non sia stato un monito sufficiente per comprendere le minacce che stiamo affrontando.

La vigilia di Natale il patriarca latino di Gerusalemme ha percorso lo storico tragitto tra la Porta di Jaffa della città e la Chiesa della Natività a Betlemme. Questa processione natalizia potrebbe, paradossalmente, essere chiamata la nuova “Via Dolorosa” [percorso che Cristo avrebbe seguito a Gerusalemme prima della crocifissione, ndtr.] in quanto riflette il dolore e le ingiustizie subite dal popolo palestinese.

Il corteo attraversa la proprietà di centinaia di famiglie di rifugiati cristiani palestinesi a Qatamon [quartiere della zona centro-meridionale della Città Vecchia a Gerusalemme, ndtr.] e Baqaa [quartiere meridionale di Gerusalemme, ndtr.], per poi rientrare nei territori occupati che testimoniano dell’ espansione delle colonie illegali di Giv’at Hamatos e Har Homa, che presto trasformeranno lo storico monastero di Mar Elias [uno dei più antichi monasteri cristiani tuttora attivi sin dalla fondazione, ndtr.], la prima sosta del patriarca, in un’isola dentro un oceano di insediamenti coloniali.

Da lì dovrebbe varcare il muro di annessione attraverso il famigerato Checkpoint 300 di Betlemme. Sono tutte realtà quotidiane che Netanyahu e i suoi amici populisti di destra, sia a livello locale che internazionale, hanno continuato a perpetuare.

Auguri di Buon Anno Nuovo

Sono nato a Giaffa da una famiglia musulmana e sono andato a scuola al Collegio Terra Sancta, una storica istituzione cristiana. Il Natale fa parte della nostra identità nazionale palestinese da generazioni e della convivenza tra fedi diverse.

Mentre l’amministrazione Trump si avvicina al termine e mentre ci stiamo preparando per le nuove elezioni in Israele, il mio sincero augurio per questo nuovo anno è che il messaggio d’amore generato da questa ricorrenza venga esaudito.

Ciò può prendere l’avvio solo con il riconoscimento dei principi di base dell’uguaglianza tra tutti i cittadini israeliani, ponendo contemporaneamente fine all’occupazione che perpetua l’ingiustizia inflitta al popolo della Palestina.

Possano i bambini che celebrano il Natale nella “Terra Santa occupata” godere di un futuro di pace basato su giustizia, tolleranza e rispetto.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Sami Abu Shehadeh

Sami Abu Shehadeh è un membro della Knesset [parlamento, ndtr.] israeliana e fa parte della Lista Unita [coalizione politica israeliana formata da partiti che rappresentano in prevalenza gli arabo-israeliani, ndtr.]

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta )




“Forza letale intenzionale”: gli esperti delle Nazioni Unite accusano Israele di aver ucciso un ragazzo palestinese.

Redazione MEE

17 dicembre 2020 – Middle East Eye

L’uccisione del quindicenne Ali Abu Alia è una “grave violazione del diritto internazionale”, afferma l’Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani

Gli esperti delle Nazioni Unite hanno condannato l’esercito israeliano per aver ucciso all’inizio di questo mese un ragazzo palestinese durante una protesta nella Cisgiordania occupata, definendo l’uccisione del quindicenne Ali Abu Aliya una “grave violazione del diritto internazionale”.

In una dichiarazione rilasciata giovedì dall’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, gli esperti hanno invitato il governo israeliano a condurre “un’indagine civile indipendente, imparziale, immediata e trasparente” sulla morte del ragazzo.

“L’uccisione di Ali Ayman Abu Aliyaa da parte delle Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano, ndtr.] in circostanze in cui non vi era nessuna minaccia di morte o di lesioni gravi per le forze di sicurezza israeliane – è una grave violazione del diritto internazionale”, hanno dichiarato. “La forza letale intenzionale è giustificata solo quando il personale di sicurezza deve affrontare una minaccia immediata che può essere letale o provocare un grave danno fisico”.

I soldati israeliani hanno colpito all’addome il palestinese Abu Aliyaa il 4 dicembre, nel corso di una protesta vicino al suo villaggio di al-Mughayir, in Cisgiordania. In seguito è deceduto in seguito alle ferite.

L’esercito israeliano ha affermato di aver aperto un’indagine sull’incidente, ma ha negato che contro i manifestanti, che ha definito “rivoltosi”, siano state usate munizioni vere.

La dichiarazione delle Nazioni Unite di giovedì ha evidenziato che la manifestazione si svolgeva a al-Mughayir contro [la presenza di] un “avamposto di un insediamento coloniale illegale”. Pur riconoscendo che i ragazzi stavano lanciando dei sassi, ha sottolineato che non rappresentavano un pericolo immediato per le forze israeliane e ha messo in discussione la dichiarazione secondo cui non sarebbero state utilizzate munizioni vere.

“Abu Aliya è stato colpito all’addome con un proiettile di un fucile di precisione Ruger 0,22, sparato da un soldato israeliano da una distanza stimata di 100-150 metri. È deceduto più tardi in ospedale quello stesso giorno”, si legge nel comunicato.

“Gli esperti sui diritti umani non sono a conoscenza di alcuna affermazione secondo cui le forze di sicurezza israeliane si trovassero in alcun modo in pericolo di morte o di lesioni gravi”.

Gli esperti delle Nazioni Unite – Agnes Callamard, relatrice speciale sulle esecuzioni extragiudiziali, e Michael Lynk, relatore speciale sui diritti umani nei Territori palestinesi – hanno anche evidenziato la questione più ampia dei maltrattamenti a danno dei bambini palestinesi.

Atrocità contro i minori

Abu Aliyaa è il sesto minorenne palestinese ucciso nel 2020 in Cisgiordania dalle forze israeliane mentre, secondo l’ufficio per i diritti delle Nazioni Unite, nel corso dell’ultimo anno sono stati feriti più di 1.000 minori palestinesi.

Le atrocità israeliane contro i minori sollevano “profonde preoccupazioni” in merito agli obblighi di Israele in materia di diritti umani, nella sua veste di potenza occupante nei territori palestinesi, hanno sostenuto Callamard e Lynk. Essi hanno anche sottolineato che le indagini israeliane sull’uso letale della forza contro i palestinesi “raramente si traducono in un’adeguata ricerca di colpevoli”.

“Questo basso livello di responsabilizzazione legale per l’uccisione di così tanti minori da parte delle forze di sicurezza israeliane è indegno di un Paese che dichiara di vivere secondo lo stato di diritto”, hanno affermato gli esperti.

L’uccisione di Abu Aliyaa ha causato indignazione tra i difensori dei diritti dei palestinesi, secondo i quali l’incidente rappresenta lo specchio degli abusi che i palestinesi subiscono per mano delle forze israeliane.

Anche l’Unicef, l’Unione Europea e alcuni parlamentari statunitensi hanno espresso preoccupazione per l’omicidio.

All’inizio di questo mese, la deputata statunitense Betty McCollum ha denunciato l’uccisione del ragazzo palestinese, definendola un’espressione del fenomeno dell’occupazione della Cisgiordania.

“L’uccisione di ieri in Cisgiordania di un minorenne palestinese di 15 anni da parte di un soldato israeliano che ha sparato al ragazzo all’addome è un orrendo omicidio sponsorizzato dallo Stato”, ha dichiarato McCollum a MEE in un comunicato del giorno successivo all’uccisione di Abu Aliya.

“Questo reato insensato deve essere condannato in quanto risultato diretto dell’occupazione militare permanente della Palestina da parte di Israele”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La verità che sta dietro la propaganda israeliana sull’ “espulsione’ degli ebrei arabi

Joseph Massad

15 dicembre 2020 – Middle East Eye

La vergognosa montatura di Israele riguardo all’immigrazione degli ebrei arabi in Israele negli anni ’40 e ’50 è un tentativo di mascherare le ingiustizie inflitte ai palestinesi

La propaganda israeliana riguardo all’“espulsione” di ebrei arabi da Paesi arabi alla fine degli anni ’40 e all’inizio dei ’50 prosegue senza sosta. Secondo un articolo di Ynet [sito di notizie del quotidiano israeliano Yedioth Ahronot, ndtr.] all’inizio di questo mese l’ambasciatore israeliano all’ONU Gilad Erdan ha informato il segretario generale dell’ONU Antonio Gutterres di aver intenzione di “sottoporre una bozza di risoluzione in cui si chiede all’istituzione internazionale di tenere ogni anno una commemorazione delle decine di migliaia di ebrei esiliati da Paesi arabi a causa della creazione dello Stato di Israele.”

Le falsificazioni israeliane riguardo all’immigrazione di ebrei arabi in Israele sono talmente vergognose che ogni anno il 30 novembre il Paese tiene una commemorazione. Questa data, guarda caso, coincide con la pulizia etnica della Palestina da parte delle bande sioniste, iniziata il 30 novembre 1947, il giorno dopo che l’Assemblea generale dell’ONU adottò il piano di partizione [della Palestina, ndtr.]. La scelta della data intende coinvolgere gli ebrei arabi nella conquista della Palestina, mentre la maggioranza di loro non ebbe nessun ruolo in essa.

Erdan sostiene che, dopo la fondazione della colonia di insediamento israeliana, i Paesi arabi “lanciarono un attacco generalizzato contro lo Stato di Israele e contro le fiorenti comunità ebraiche che vivevano nel mondo arabo.” Le falsità israeliane, con cui Israele spera sempre di obbligare gli Stati arabi a pagare a Israele miliardi di dollari, hanno un altro importante obiettivo: assolvere Israele dal suo peccato originale per aver espulso i palestinesi nel 1948 e aver rubato le loro terre e proprietà.

Tranelli ideologici

Nel dicembre 1948 l’Assemblea generale dell’ONU ordinò che ai rifugiati palestinesi venisse consentito di tornare alle loro case e che venissero compensati per la distruzione e il furto delle loro proprietà da parte di Israele. Israele non solo vuole tenersi tutte quelle terre, ma anche estorcere ad alcuni Paesi arabi il pagamento di altri miliardi.

È un’ulteriore ironia degli intrighi israeliani: Israele ha sempre insistito che la Palestina, e in seguito Israele, sono la patria dell’ebraismo mondiale, sostenendo nel contempo che gli ebrei arabi che immigrarono in Israele siano “rifugiati”. La definizione giuridica e universalmente accettata di rifugiato, tuttavia, è una persona che è stata espulsa o è scappata dalla propria patria, non che vi è “tornata”.

A parte questo sotterfugio ideologico, la storia dell’emigrazione degli ebrei arabi in Israele non  riguarda l’espulsione da parte dei regimi arabi, ma piuttosto le azioni criminali israeliane che obbligarono gli ebrei di Yemen, Iraq, Marocco, Egitto e di altri Paesi ad andarsene in Israele.

Nel 1949 il governo israeliano stava lavorando assiduamente con le autorità coloniali britanniche ad Aden e con funzionari yemeniti per organizzare un ponte aereo verso Israele. Secondo il libro dell’illustre storico israeliano Tom Segev “1949: i primi israeliani”, mentre la Lega degli Stati arabi aveva deciso di vietare l’emigrazione degli ebrei arabi in Israele fin dal febbraio 1949, con l’aiuto degli emissari sionisti e di mazzette israeliane per i governanti provinciali yemeniti l’imam dello Yemen consentì agli ebrei di andarsene.

Alcuni dei governatori provinciali chiesero che almeno 2.000 ebrei rimanessero, in quanto era un dovere religioso dei musulmani proteggerli, ma l’emissario sionista insistette che per loro era un “comandamento” religioso ebraico andare nella “Terra di Israele”. Secondo Segev ed altre fonti, il fatto che il primo ministro israeliano dell’epoca fosse David Ben Gurion suggerì anche a molti che Israele “fosse il regno di David”. Decine di migliaia di ebrei vennero spinti ad abbandonare le proprie case e ad andare in Israele.

Discriminazione istituzionalizzata

Riguardo agli ebrei che scelsero di rimanere, l’emissario ebreo ad Aden, Shlomo Schmidt, chiese il permesso di proporre che le autorità yemenite li espellessero, ma esse non lo fecero.

Secondo Segev ed altre fonti, alcuni dei bagagli degli ebrei che partirono, compresi antichi rotoli della Torah, gioielli e indumenti ricamati, che erano stati incoraggiati a portare con sé, sparirono lungo il tragitto e misteriosamente “finirono nei negozi di antichità e souvenir in Israele.”

Dal 1949 e il 1950 circa 50.000 ebrei yemeniti vennero sostanzialmente portati via dallo Yemen dagli israeliani e in Israele dovettero affrontare la discriminazione istituzionalizzata da parte degli ashkenaziti [ebrei di origine europea e classe dirigente in Israele, ndtr.]. Ciò incluse la sottrazione di centinaia di bambini yemeniti ai loro genitori, a cui venne detto che erano morti. A quanto pare i bambini furono poi affidati in adozione a coppie ashkenazite.

I sionisti si attivarono anche per mettere in atto l’emigrazione degli ebrei marocchini in Israele. All’epoca il Marocco era sotto occupazione militare francese, per cui l’Agenzia Ebraica dovette trovare un accordo con il governatore francese del Marocco per organizzare l’emigrazione degli ebrei marocchini, che secondo Segev e altre fonti dovettero affrontare terribili condizioni sulle navi israeliane. Secondo l’inviato dell’Agenzia Ebraica, alcuni dei 100.000 ebrei che se ne andarono dovettero essere di fatto “presi a bordo delle navi con la forza.”

Nel contempo il governo irakeno di Nuri al-Said, uomo forte dei britannici nel Medio oriente arabo, venne ingiustamente accusato dalla propaganda israeliana di perseguitare gli ebrei, mentre in realtà si trattava di invenzioni israeliane. Agenti sionisti iniziarono a svolgere attività in Iraq, facendo passare clandestinamente ebrei in Israele attraverso l’Iran, il che portò a procedimenti giudiziari contro un pugno di sionisti.

Poi iniziarono gli attacchi contro gli ebrei iracheni, compreso quello presso la sinagoga Masuda Shemtov di Baghdad, in cui vennero uccisi 4 ebrei e un’altra decina venne ferita. Alcuni ebrei iracheni credettero che questo fosse il lavoro di agenti del Mossad, inteso a spaventare gli ebrei fino a fargli lasciare il Paese. Le autorità irachene accusarono e giustiziarono attivisti dei gruppi clandestini sionisti.

Tra la campagna globale di Israele per fare pressione sull’Iraq perché consentisse agli ebrei di andarsene, che portò ai tentativi israeliani di bloccare i crediti della Banca Mondiale all’Iraq, e le pressioni americane e britanniche, il parlamento iracheno cedette ed emanò una legge che consentiva agli ebrei di andarsene. Agenti sionisti in Iraq telegrafarono al loro responsabile a Tel Aviv: “Stiamo portando avanti la nostra solita attività per far passare la legge più rapidamente.” I 120.000 ebrei iracheni vennero quindi rapidamente trasferiti in Israele.

Prendere di mira interessi europei

Nella relativamente ridotta comunità ebraica egiziana un numero ancora più esiguo era composto da ashkenaziti (per lo più alsaziani e russi), arrivati fin dagli anni ’80 dell’Ottocento. Ma la comunità più numerosa era composta da ebrei sefarditi che erano arrivati nello stesso periodo da Turchia, Iraq e Siria, oltre ad una piccola comunità di ebrei karaiti [originari della Crimea, ndtr.]. In tutto erano meno di 70.000, metà dei quali non aveva la nazionalità egiziana.

L’attivismo sionista tra la piccola comunità di ebrei ashkenaziti in Egitto portò alcuni ad andare in Palestina prima del 1948, tuttavia fu dopo la fondazione di Israele che molti ebrei della classe alta egiziana iniziarono a andarsene verso la Francia, non in Israele. Ciononostante la comunità rimase essenzialmente intatta fino a quando nel 1954 Israele intervenne, reclutando ebrei egiziani per una cellula terroristica che piazzò bombe in cinema egiziani, nella stazione ferroviaria del Cairo e in strutture educative e biblioteche americane e britanniche.

Gli israeliani speravano che, prendendo di mira interessi occidentali in Egitto, avrebbero potuto guastare gli allora amichevoli rapporti tra il presidente egiziano e gli americani.

L’intelligence egiziana scoprì la cellula terroristica israeliana e processò gli imputati in un’udienza pubblica. Secondo il libro di David Hirst The Gun and the Olive Branch [Il fucile e il ramo d’ulivo] ed altre fonti, gli israeliani montarono una campagna internazionale contro l’Egitto e il presidente Gamal Abdel Nasser, che venne definito l’“Hitler del Nilo” dalla stampa israeliana ed internazionale, mentre agenti israeliani spararono contro il consolato egiziano a New York.

Unita alla nuova campagna socialista e nazionalista di egittizzazione degli investimenti nel Paese, molti ricchi uomini d’affari iniziarono a vendere le proprie attività economiche e ad andarsene.

Nel momento in cui, alla fine degli anni ’50 e all’inizio dei ’60 iniziò la nazionalizzazione, la maggior parte delle attività nazionalizzate era di fatto di proprietà di egiziani musulmani e cristiani, non ebrei. Fu in questo contesto e in quello dell’ira dell’opinione pubblica contro Israele che molti ebrei egiziani ebbero paura e se ne andarono dopo il 1954 negli USA e in Francia, mentre i poveri finirono in Israele (come raccontato nel libro di Joel Beinin Dispersion of Egyptian Jewry [La dispersione degli ebrei egiziani]).

Quando Israele si unì alla cospirazione franco-britannica per invadere l’Egitto nel 1956 [la guerra per il canale di Suez, ndtr.] e dopo la sua occupazione militare della penisola del Sinai, ne seguì un’ondata di rabbia contro la colonia di insediamento. Secondo Beinin, il governo egiziano arrestò circa 1.000 ebrei, metà dei quali cittadini egiziani, e la piccola comunità ebraica egiziana iniziò ad andarsene in massa. Nel 1967, all’epoca della seconda invasione dell’Egitto, nel Paese rimanevano solo 7.000 ebrei.

Inviti formali

Nonostante la responsabilità israeliana nel provocare l’esodo degli ebrei arabi dai loro Paesi, il governo israeliano continua ad accusare i governi arabi. Riguardo alle loro proprietà, in effetti, essi devono tornarne in possesso e/o essere indennizzati, non in conseguenza di una qualche narrazione di espulsioni inventate che serve agli interessi dello Stato di Israele, ma a causa del loro reale diritto di proprietà.

Contrariamente alla propaganda israeliana secondo cui si trattò di uno scambio di popolazione, è significativo che, mentre agli ebrei europei ed arabi che emigrarono in Israele vennero date gratis terre e proprietà di palestinesi espulsi, secondo lo storico israeliano Benny Morris e altre fonti, i palestinesi non ottennero le proprietà degli ebrei arabi che emigrarono in Israele.

Certamente l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che nel 1947 venne riconosciuta dalla Lega Araba e dall’ONU come “l’unica legittima rappresentante del popolo palestinese”, era ben consapevole di questa strategia israeliana. Conscia del fatto che l’emigrazione degli ebrei arabi in Israele era stato un vantaggio per il colonialismo di insediamento israeliano, in un memorandum del 1975 molto pubblicizzato dai governi arabi la cui popolazione ebraica era andata in Israele, l’OLP chiese che essi emettessero inviti formali e pubblici perché gli ebrei arabi tornassero alle loro case.

Cosa rilevante, nessuno dei governi e regimi del 1975 lo era al potere quando gli ebrei se ne erano andati, tra il 1949 e il 1967. Inviti pubblici ed espliciti vennero puntualmente emanati dai governi di Marocco, Yemen, Libia, Sudan, Iraq ed Egitto perché gli ebrei arabi tornassero, soprattutto alla luce delle discriminazioni razziste istituzionalizzate degli ashkenaziti che avevano subito in Israele. Né Israele né le comunità ebraiche arabe risposero a questi inviti.

Crimini ricompensati

A parte tutto ciò, c’è la questione degli incessanti tentativi di Israele di equiparare le perdite finanziarie degli ebrei arabi con quelle dei rifugiati palestinesi. Una prudente stima ufficiale israeliana che confronta le perdite di proprietà palestinesi con quelle degli ebrei arabi dà una differenza di 22 a 1 a favore dei palestinesi, nonostante la notevole sovrastima delle perdite degli ebrei arabi e una sottostima persino superiore delle perdite palestinesi.

Stime prudenti delle perdite dei rifugiati palestinesi ammontano a più di 300 miliardi di dollari [245 miliardi di euro, ndtr.] in prezzi del 2008, escludendo i danni per pene e sofferenze psicologiche, che incrementerebbero in modo notevole la somma totale. Ciò esclude le perdite in terre e proprietà subite dai cittadini palestinesi di Israele dal 1948 e quelle dei palestinesi nella Cisgiordania, a Gaza e a Gerusalemme est, occupate dal 1967.

Mentre nessuno dei regimi arabi del periodo in cui gli ebrei arabi emigrarono in Israele è attualmente al potere, lo stesso regime israeliano di colonialismo di insediamento che espulse il popolo palestinese e architettò l’esodo degli ebrei arabi dai loro Paesi lo è ancora.

Eppure nella sua lettera Erdan lamenta che “fa rabbia vedere che l’ONU celebra un giorno speciale e dedica molte risorse alla questione dei ‘rifugiati palestinesi’, mentre abbandona ed ignora centinaia di migliaia di famiglie ebraiche deportate da Paesi arabi e dall’Iran.” L’ironia della lettera di Erdan è che chiede che il regime israeliano venga economicamente e moralmente risarcito per i crimini che ha commesso negli ultimi 70 anni.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’avvocato israeliano “antiterrorista” fu condannato per aggressioni contro i palestinesi

9 dicembre 2020 – Middle East Eye

Aviel Leitner, che lavora per Shurat HaDin, venne incarcerato in seguito a delle aggressioni commesse negli anni ’80 a Gerusalemme est e in Cisgiordania e attribuite al partito di estrema destra Kach

Middle East Eye è in grado di rivelare che un avvocato impegnato in un’organizzazione israeliana che sostiene di essere dedita alla “lotta contro il terrorismo” nel corso degli anni ’80 venne egli stesso condannato per attacchi violenti contro civili e proprietà palestinesi nella Gerusalemme est occupata e in Cisgiordania.

Aviel Leitner, che lavora per lo Shurat HaDin di Tel Aviv, noto anche come Israel Law Center [ONG israeliana dedita ad intentare cause nei confronti di chi critica le politiche israeliane, ndtr.] faceva parte di un gruppo legato al partito di estrema destra Kach [partito di estrema destra razzista dei coloni fondato dal rabbino statunitense Meir Kahane, ndtr.], accusato di aver compiuto sei attacchi nel 1983 e nel 1984. Tra questi una sparatoria vicino a Ramallah contro un autobus che trasportava lavoratori palestinesi, in cui rimasero ferite sei persone.

Leitner, marito di Nitsana Darshan-Leitner, fondatrice di Shurat HaDin, fu infine condannato nel 1986 a 30 mesi di prigione, dopo che le autorità israeliane furono costrette a chiedere la sua estradizione dagli Stati Uniti, dove era fuggito mentre si trovava libero su cauzione.

Le rivelazioni giungono alla vigilia della partecipazione di Shurat HaDin a una conferenza annuale organizzata questo giovedì dalla organizzazione lobbistica filo-israeliana NGO Monitor [associazione filo-israeliana che controlla e calunnia le ong solidali con i palestinesi, ndtr.] di Gerusalemme. Il titolo della conferenza è “Leader del terrorismo attivisti per i diritti umani: smascherare la facciata”.

Tra i relatori alla conferenza via internet ci sono Darshan-Leitner e Noam Katz, il vicedirettore generale e responsabile della diplomazia pubblica per il Ministero degli Affari esteri israeliano.

Sia NGO Monitor che Shurat HaDin sono noti per aver attaccato organizzazioni che documentano le violazioni del diritto internazionale da parte delle autorità israeliane e che forniscono sostegno alla società civile palestinese.

Shurat HaDin si descrive come “in prima linea nella lotta al terrorismo e nella salvaguardia dei diritti degli ebrei in tutto il mondo” e “dedito alla protezione dello Stato di Israele”. Sostiene di lavorare con “le agenzie di intelligence (e) le forze dell’ordine occidentali” e utilizza “i sistemi giudiziari di tutto il mondo per passare all’offensiva contro i nemici di Israele”.

Un’affermazione comune in questi casi è che gli attivisti palestinesi per i diritti umani avrebbero collegamenti diretti o indiretti con il terrorismo.

Secondo Human Rights Watch dal 1967 centinaia di organizzazioni palestinesi sono state proscritte dalle autorità di occupazione israeliane con regolare condanna dei palestinesi per reati di terrorismo nei tribunali militari.

Shurat HaDin sostiene di non essere affiliata al governo israeliano. Ma in un cablogramma diplomatico statunitense trapelato nel 2007 Darshan-Leitner dichiarava ai funzionari statunitensi che “nei suoi primi anni” Shurat HaDin “ha preso indicazioni dal GOI [governo di Israele] su quali casi perseguire”.

Il cablogramma cita Darshan-Leitner che affermava: “L’ufficio legale [israeliano] del Consiglio di sicurezza nazionale (NSC) ha individuato l’uso dei tribunali civili come un modo per fare cose che esso non è autorizzato a compiere”.

Membro del partito Kach

Gli attacchi per i quali Leitner – quando era conosciuto come Craig Arthur Leitner – e altri furono condannati sono stati documentati in una serie di rapporti resi pubblici.

Un rapporto sulla condanna di Leitner pubblicato nel 1986 sul quotidiano ebraico Maariv lo descriveva come attivo nel partito Kach, un movimento di estrema destra fondato dal rabbino Meir Kahane, attivista anti-arabo e politico israeliano noto per le sue opinioni radicali.

In Israele il partito Kach venne bandito nel 1994 dopo che il membro del partito Baruch Goldstein uccise 29 fedeli palestinesi nella moschea Ibrahimi di Hebron.

Secondo un libro del 2011, Jewish Terrorism in Israel [Terrorismo ebreo in israele, ndtr.], degli accademici israeliani Ami Pedahzur e Arie Perliger, Leitner, nato negli Stati Uniti, si trasferì in Israele dopo aver partecipato ai campi estivi della Jewish Defense League (JDL) nei monti Catskill nello Stato di New York, dove “i giovani assorbivano gli insegnamenti di Kahane e imparavano a usare la pistola”.

Il JDL, che venne co-fondato da Kahane, in un rapporto del 2000/2001 è stato descritto dall’FBI come una organizzazione “terrorista di destra”, i cui membri hanno una lunga storia di violenza anti-palestinese.

Secondo la documentazione giudiziaria degli Stati Uniti relativia al suo successivo caso di estradizione, Leitner e altri membri del partito Kach vennero accusati di aver compiuto “sei atti di terrorismo”, tra cui lancio di bombe molotov e attacchi incendiari contro case e veicoli palestinesi a Gerusalemme est e ad Hebron e contro la sede di un giornale a Gerusalemme est.

Nel marzo 1984 tre membri del gruppo, tra cui Leitner, furono arrestati subito dopo un attacco a fuoco che aveva preso di mira, vicino a Ramallah, i lavoratori palestinesi a bordo di un autobus.

L’imputato fu attivo nella pianificazione dell’attacco. Guidò i partecipanti sul luogo dell’attacco e mentre un complice sparava sull’autobus con un fucile M-16, ferendo sei civili arabi, l’imputato li aspettava per portarli via”, si legge in un memorandum.

‘Ricercato in Israele’

Dopo il suo arresto, e nonostante fosse divenuto un testimone di accusa, Leitner fuggi da Israele negli Stati Uniti. Lì, nel gennaio 1986, Leitner fu arrestato a New York all’interno del campus della facoltà di giurisprudenza della Pace University. Un articolo del New York Times sull’arresto lo descriveva come “ricercato in Israele con l’accusa di aver pianificato e condotto attacchi armati contro gli arabi”.

Nell’agosto del 1986, a seguito di vari procedimenti legali, tra cui il rifiuto di concedergli la libertà provvisoria, Leitner tornò in Israele dopo aver accettato un patteggiamento.

Secondo il resoconto di Maariv [popolare quotidiano israeliano, ndtr.], i pubblici ministeri israeliani accettarono di non perseguirlo per la fuga dal Paese e per la violazione di un accordo su una sua testimonianza d’accusa in cambio del suo ritorno volontario in Israele e della sua dichiarazione di colpevolezza relativa a tutte le sei accuse.

Leitner venne condannato a 30 mesi di prigione, ridotti di 13 mesi per il tempo intercorso tra il suo arresto e la fuga negli Stati Uniti.

L’attività di Leitner presso Shurat HaDin non è citata sul sito web dell’organizzazione e la sua pagina LinkedIn attesta che egli sarebbe un “consulente”.

Ha parlato a nome dell’organizzazione in recenti notizie relative a una causa intentata da Shurat HaDin contro la Cina, per la sua presunta negligenza nel trattare e contenere la pandemia da coronavirus.

In un’intervista su un programma audio religioso americano su internet, The Land and the Book [La Terra e il Libro, ndtr.], nel maggio 2019 Leitner è stato presentato come “uno dei fondatori dello Shurat HaDin Israeli Law Center“.

Ha riferito all’intervistatore che Shurat HaDin venne istituito tra il 2001 e il 2002 in risposta agli attacchi contro israeliani da parte dei palestinesi durante la Seconda Intifada.

“In mezzo a tutto quel caos, come gruppo di giovani avvocati abbiamo pensato che probabilmente avremmo potuto svolgere un ruolo”, ha dichiarato.

Tutti nella società pensano che gli avvocati non abbiano la forza per [impegnarsi in] cose così grandi, ma questo è qualcosa che gli avvocati possono fare e tra di noi stavamo cercando di pensare a quale ruolo avremmo potuto assumere … nel contrattacco. Così siamo andati avanti per quasi 20 anni “.

MEE ha contattato Shurat HaDin e NGO Monitor per un commento ma, al momento della pubblicazione, nessuno dei due ci ha risposto.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Nella Cisgiordania occupata Israele traccia enormi strade che preparano la via a un’annessione di fatto

Clothilde Mraffko

Lunedì 7 dicembre 2020 – Middle East Eye

In un nuovo rapporto l’Ong israeliana Breaking the Silence svela circa 25 progetti israeliani di strade nella Cisgiordania occupata destinate a servire alla colonizzazione e a incoraggiarla nei prossimi anni. Middle East Eye vi ha avuto accesso in anteprima.

Da mesi i bulldozer mordono la montagna nei pressi di Betlemme. Il cantiere è gigantesco, si scavano tunnel e ponti a tutta velocità. Lo scopo? Costruire nuove strade per trasformare questo asse viario intasato mattina e sera in un’autostrada con un traffico scorrevole.

Il tratto di strada è percorso solo dai coloni israeliani che fanno ogni giorno il tragitto da Gush Etzion, gruppo di colonie situate a sud di Betlemme, nella Cisgiordania occupata, fino a Gerusalemme, dove lavorano.

Invece i palestinesi non possono accedere a questo tratto: le loro strade passano dall’altra parte del muro di separazione che dal 2002 Israele ha costruito a Betlemme. In totale, entro 5 anni dovrebbero emergere dalla terra 37 km di tunnel, ponti e svincoli.

L’allargamento di questa “strada dei tunnel” fa parte di un progetto più grande, svelato questa settimana da Yehuda Shaul, cofondatore e importante membro dell’Ong israeliana “Breaking the Silence” in un nuovo rapporto scritto insieme alla nuova organizzazione che ha fondato, “The Israeli Centre for Public Affairs” [Il Centro Israeliano per le Questioni Pubbliche, ndtr.].

Secondo lui, mentre il mondo aveva gli occhi puntati sulle voci di un’annessione israeliana di una parte della Cisgiordania quest’estate, Israele procede da anni a un’annessione di fatto, imponendo cioè una serie di fatti sul terreno difficili da cancellare.

L’obiettivo è avere un milione di coloni israeliani entro dieci-venti anni,” spiega a Middle East Eye, aprendo con attenzione una cartina davanti a sé. Oggi più di 600.000 israeliani vivono a Gerusalemme est e in Cisgiordania, in totale violazione del diritto internazionale, e la loro presenza compromette gravemente la formazione di uno Stato palestinese indipendente e sostenibile.

Incoraggiando la colonizzazione, Israele tende ormai a persuadere i coloni israeliani ad insediarsi sempre più in profondità nella Cisgiordania occupata. Estendendo la presenza israeliana, i dirigenti sionisti sperano di rendere impossibile qualunque spostamento di popolazione e di liquidare così definitivamente la soluzione a due Stati.

Ma per fare ciò ci vogliono delle strade. Per il momento la maggioranza dei coloni continua a lavorare in Israele, dall’altra parte della Linea Verde (il tracciato dell’armistizio del 1949 tra Israele e i Paesi arabi), dove si trovano le principali opportunità di lavoro. Fanno ogni giorno i pendolari su assi viari diventati troppo piccoli per assorbire la crescita delle colonie e della popolazione palestinese.

Galvanizzati da Trump

L’ultima volta che c’è stato un piano di sviluppo completo in Cisgiordania era il 1991. In seguito ci sono stati gli accordi di Oslo,” commenta Yehuda Shaul, che percorre instancabilmente le strade dei territori palestinesi per valutare l’avanzamento di questo “grande progetto”.

Nel rapporto pubblicato questo lunedì elenca circa 25 cantieri avviati o previsti per estendere le reti viarie nella Cisgiordania occupata e per migliorare i collegamenti tra le colonie e Israele.

I progetti infrastrutturali di Israele in Cisgiordania rafforzano il controllo israeliano sulla terra, frammentano il territorio palestinese e costituiscono un ostacolo importante per ogni soluzione che includa in futuro la pace e l’uguaglianza,” conclude il rapporto.

Negli ultimi anni gli eletti nei consigli dei coloni in Cisgiordania hanno fatto pressione, arrivando fino a scatenare nel 2017 uno sciopero della fame simbolico per ottenere più finanziamenti. I primi progetti sono stati presentati nel 2014, ma la presidenza Trump ha chiaramente galvanizzato le ambizioni israeliane.

Un grande progetto è una visione, non vuol dire che venga effettivamente realizzato, soprattutto per questioni di bilancio,” frena l’attivista di Breaking the Silence.

In particolare l’allargamento della strada dei tunnel verso Betlemme dovrebbe costare circa 850 milioni di shekel, circa 214 milioni di euro. Tutto attorno a Gerusalemme l’allargamento degli assi stradali che portano alle grandi colonie o la costruzione di nuove strade dovrebbero costare in totale circa 5 miliardi di shekel, 1.26 miliardi di euro.

Questi lavori servono innanzitutto agli interessi dei coloni israeliani e rafforzano la segregazione in atto in Cisgiordania. In qualche caso, come conseguenza dell’effetto di rimbalzo, queste strade favoriranno anche i palestinesi, esclusi dai grandi cantieri israeliani, riducendo il traffico su alcune strade.

La maggior parte dei progetti studiati da Breaking the Silence riguarda le tangenziali. Queste strade, sviluppate dalla metà degli anni ’90, permettono ai coloni di spostarsi tra colonie o verso Israele senza attraversare città o villaggi palestinesi.

Ormai Israele intende investire per trasformare la maggior parte delle strade in autostrade, oppure costruire dei prolungamenti.

Dopo la realizzazione di questi 25 progetti nessun colono, salvo ad Hebron (dove i coloni vivono all’interno della città), dovrà guidare nelle zone dove vivono i palestinesi,” spiega Yehuda Shaul.

In totale per i palestinesi saranno costruiti due assi stradali. L’idea è di permettere loro di aggirare la colonia di Maale Adumim, situata a 7 km ad est di Gerusalemme, per riservare ai coloni israeliani una strada che colleghi la colonia alla città santa senza posti di controllo, come se facesse parte della periferia naturale di Gerusalemme.

Ovviamente i palestinesi che non sono autorizzati ad entrare a Gerusalemme non potranno transitare su questa strada. Nel gennaio 2019 un tratto, soprannominato la “strada dell’apartheid”, era già stato aperto, con da una parte la carreggiata riservata ai palestinesi e dall’altra quella per quanti dispongono di una vettura con una targa israeliana, separate tra loro da un alto muro sormontato da una barriera.

La prova che questi progetti servono allo sviluppo israeliano è che seguono degli assi est/ovest, dalla Cisgiordania verso i luoghi di lavoro in Israele. Lo sviluppo naturale palestinese invece ha luogo attraverso le colline, da nord a sud,” commenta il coautore del rapporto.

L’ampiamento delle strade si accompagna anche all’“espropriazione di una notevole quantità di terreni. Vede queste linee? Sono le linee degli espropri,” sottolinea, al bordo di una strada che si dirige verso Hebron, nel sud della Cisgiordania.

Da ogni lato dei piccoli bastoni neri piantati profondamente nella terra si mangiano grandi porzioni di campi.

Non è consentito costruire ai bordi delle autostrade,” continua Yehuda Shaul.

Queste strade impediranno anche lo sviluppo delle enclave palestinesi. Così l’ingrandimento della strada dei tunnel impedirà ogni possibilità di espansione di Betlemme verso nord. Cambia anche il rapporto tra le città e i villaggi palestinesi, tagliati fuori le une dagli altri dai grandi assi viari che non servono a loro e li obbligano a delle deviazioni.

Nel 2019, in un’intervista al giornale israeliano Israel Hayom [quotidiano israeliano gratuito di destra, ndtr.] l’ex-ministro dei Trasporti Bezalel Smotrich, del partito di estrema destra [dei coloni, ndtr.] Yamina, ha annunciato chiaramente: “Se si vuole portare un altro mezzo milione di abitanti in Giudea e Samaria (nome biblico che gli israeliani utilizzano per evitare di dire “Cisgiordania”), si deve essere sicuri che ci siano delle strade. Le colonie seguono le strade e i trasporti pubblici.”

Con questi 25 progetti, denunciano gli autori del rapporto, Israele accelera la sua politica di annessione di fatto, contribuendo a “definire ancor di più la situazione di uno Stato unico con disparità di diritti,” in spregio al diritto internazionale.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




I vigneti israeliani vogliono partecipare alla crescita mondiale del vino delle colonie

Joseph Massad

sabato 5 dicembre 2020 – Middle East Eye

Israele ambisce a creare una nicchia commerciale per i suoi vini prodotti su terreni palestinesi e siriani rubati

Dagli anni ’90 uno degli aspetti più significativi della nuova cultura mondiale del vino è che non si limita ai Paesi produttori di vino europei.

Accanto alla Francia e, in misura minore, all’Italia, che in precedenza dominavano il settore, i nuovi produttori di vino sul mercato provengono da ex-colonie europee: Australia, Nuova Zelanda, California, Sudafrica, Argentina, Cile. I loro vini sono largamente commercializzati a livello internazionale.

Le colonie israeliane cercano di penetrare in questo mercato, peraltro senza successo a causa della scarsissima competitività dei loro vini sul piano qualitativo, salvo forse in luoghi limitati di alcune città americane ed europee e in alcune zone degli Emirati Arabi Uniti.

Recenti ricerche che valutano la produzione del vino in diverse regioni del mondo non citano neppure Israele come candidato degno di questo nome.

Le origini colonialiste di questi vini sono una semplice coincidenza o la produzione del vino è stata fondata sul furto di terre indigene?

Un importante episodio della storia della produzione vitivinicola europea è stato il disastro avvenuto verso la fine del XIX secolo a causa di una invasione di fillossera, un insetto che si nutre delle viti. La fillossera ha rischiato di distruggere l’industria vinicola francese, con una produzione scesa di circa il 75% tra il 1875 e il 1889.

Era l’epoca dell’apogeo del colonialismo francese, in particolare in Algeria, che a partire dagli anni ‘70 dell’‘800 vide dilagare una nuova ondata di coloni. La maggior parte dei nuovi coloni erano agricoltori del Sud della Francia che cercavano di sfuggire alla povertà dopo la distruzione dei vigneti della Linguadoca e della Provenza da parte della fillossera.

Con la concessione di crediti da parte dello Stato e prestiti bancari ai coloni bianchi, i vigneti cominciarono a ricoprire la regione dell’Atlante telliano [catena montuosa settentrionale del Maghreb, ndtr.] in Algeria, dove si costituì e prosperò un’industria vitivinicola redditizia fino all’indipendenza dell’Algeria.

Le olive e l’uva

I contadini algerini spogliati delle loro terre svolgevano la maggior parte dei lavori agricoli. La resistenza anticolonialista algerina si manifestò con attacchi periodici contro le colonie agricole.

Come illustra l’esempio algerino, le misure giuridiche colonialiste che consentivano di privatizzare le terre conquistate sono sempre state determinanti per l’espansione della colonizzazione.

Nella vicina Tunisia, un’altra colonia francese, i francesi usurparono più di un quarto di milione di ettari tra il 1892 e il 1914.

L’agricoltura colonialista si è specializzata nelle olive e nell’uva per la produzione di olio e di vino. Con la colonizzazione ufficiale sostenuta dallo Stato, i francesi hanno cacciato i contadini tunisini dalle terre su cui lavoravano da sempre ma per le quali non avevano un titolo di proprietà.

La stessa sorte è stata riservata ai pascoli, che persero a favore dei coloni. I tunisini espulsi e in preda alla miseria attaccarono le aziende agricole coloniali.

Nel 1858 gli Ottomani emisero un codice agrario che privatizzò le terre in Palestina: esse cominciarono ad essere acquistate dai mercanti della Palestina e di altre zone. Proprietari assenteisti acquistarono enormi estensioni di terreno e ne vendettero alcuni a degli agenti locali di organizzazioni filantropiche ebraiche con sede in Francia, che finanziavano a loro volta delle colonie agricole.

Allo stesso tempo i vigneti francesi del barone Edmond de Rothschild, un importante produttore di vino francese, furono devastate dalla fillossera. Il barone cominciò a concedere dei fondi ai coloni ebrei russi perché coltivassero delle vigne e nel 1883 finanziò le colonie di Petah Tikva e di Rishon LeZion, dove intendeva impiantare dei vigneti e una tenuta vitivinicola.

Nel 1882 i coloni russi crearono sulle terre perse dal villaggio di Uyun Qarah la prima azienda vinicola di Rothschild a Rishon LeZion, poi poco più tardi nella colonia di Zikhron Yaakov, costruita su terre del villaggio palestinese di Zamarin.

Rothschild “seguì il modello della colonizzazione agricola francese in Algeria e in Tunisia” inviando degli esperti agricoli e orticoli formati in Algeria e in Francia. Proprio come i contadini tunisini ed algerini, quelli palestinesi vennero espulsi dalle terre dove avevano vissuto e lavorato da secoli.

Il primo grande atto di resistenza contadina contro le colonie ebraiche avvenne nel 1886, quando dei contadini attaccarono la colonia ebraica di Petah Tikva finanziata da Rothschild.

Alla colonia erano state vendute delle terre dei contadini confiscate da usurai di Giaffa e dalle autorità a causa dell’indebitamento dei contadini.

Tuttavia una grande quantità di terre vendute alla colonia non era stata confiscata e in realtà apparteneva ai contadini.

Le azioni di resistenza si moltiplicarono quando i coloni ampliarono le loro attività agricole, in quanto i contadini si resero conto di tutte le terre che gli erano state rubate.

Alla fine del XIX secolo la resistenza era tale che non c’era nessuna colonia ebraica “che prima o poi non fosse entrata in conflitto” con i palestinesi.

Vini provenienti dalle colonie

Circa un secolo dopo, nel 1967, Israele invase e occupò le Alture del Golan siriano, espellendo 100.000 siriani. In spregio al diritto internazionale, i coloni ebrei arrivarono in massa e nel 1981 Israele annesse il territorio.

Oggi circa 22.000 coloni ebrei vivono nelle 33 colonie sulle Alture del Golan. Alcune di esse hanno piantato viti e cominciato a produrre vino. Nel 1984 l’azienda vinicola delle Alture del Golan ha prodotto la sua prima annata. Tra gli altri produttori di vino figurano le colonie ebraiche costruite su terre confiscate a Gerusalemme est occupata e in Cisgiordania, come la colonia di Rehelim, nel nord della Cisgiordania. Ciò ha provocato dei problemi agli esportatori di vino israeliani e messo in difficoltà gli importatori europei.

Nel 2015 l’Unione Europea (UE), primo partner commerciale di Israele, ha deciso di identificare i vini provenienti dalle colonie ebraiche nella Cisgiordania occupata, di Gerusalemme est e delle Alture del Golan come provenienti dalle “colonie israeliane”. Questa decisione è stata ratificata nel 2019 da una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

Questa decisione è stata presa dopo un’azione legale intentata dall’azienda agricola di Psagot, un’impresa fondata nella colonia ebraica di Pisgat Ze’ev a Gerusalemme est occupata, perché venissero rimosse le etichette di questo tipo.

I vigneti di Psagot sono situati sulle terre nella Cisgiordania occupata. La sua azione legale ha avuto un effetto controproducente: la decisione della Corte di Giustizia della UE ha fatto seguito a un’altra decisione presa nel 2019 da parte della Corte Federale del Canada, che ha rifiutato di autorizzare l’etichetta “Made in Israel” per il vino proveniente dalle colonie ebraiche.

Nel suo parere consultivo un alto responsabile della Corte di Giustizia dell’UE aveva già paragonato il vino israeliano prodotto nelle colonie alle merci proveniente dal Sudafrica all’epoca dell’apartheid.

Un apartheid di altro genere

Più di tre secoli fa dei coloni ugonotti [denominazione dei calvinisti in Francia, ndtr.] olandesi e francesi avviarono su terre indigene conquistate l’industria vitivinicola sudafricana. Gran parte della manodopera agricola delle vigne sudafricane era fornita dalla popolazione “di colore” pagata con vino attraverso il “dop system” [sistema per creare dipendenza da alcool, ndtr.], una forma ufficiosa di schiavismo che ha determinato un diffusissimo alcoolismo.

Negli anni ’90, dopo la fine dell’apartheid, che ha coinciso con l’era del neoliberismo, i vini sudafricani che appartenevano ancora a coloni bianchi hanno iniziato ad essere commercializzati all’estero.

Nonostante sia illegale, il “dop system” in Sudafrica continua ad esistere: secondo alcune stime, nel 2015 rappresentava tra il 2% e il 20% dei salari nella [provincia del] Capo Occidentale.

Insistendo sul fatto che, contrariamente all’apartheid sudafricano, il suo tipo di apartheid è più che accettabile agli occhi dei regimi arabi, in particolare del Golfo, con cui recentemente ha stretto rapporti, Israele ambisce a creare una nicchia commerciale per i suoi vini di scarsa qualità prodotti su terre palestinesi e siriane rubate.

Benché gli Emirati Arabi Uniti riconoscano le Alture del Golan come territorio siriano occupato e Gerusalemme est e la Cisgiordania come territori palestinesi occupati, la commercializzazione da parte di Israele di vini “Made in Israel” negli Emirati contribuisce a rafforzare il riconoscimento dell’annessione di questi territori, ottenuto dall’amministrazione Trump negli ultimi anni.

Resta tuttavia da sapere se il governo emiratino o i suoi tribunali insisteranno affinché l’etichettatura specifichi se i vini sono stati prodotti nelle colonie israeliane illegali o sarà consentito di etichettarli “Made in Israel”.

– Joseph Massad è professore di storia politica ed intellettuale araba moderna alla Columbia University di New York. È autore di numerosi libri ed articoli, sia accademici che giornalistici. Tra le sue opere figurano “Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan” [Effetti coloniali: la creazione dell’identità nazionale in Giordania], “Desiring Arabs” [Arabi Desideranti] e, pubblicato in francese, “La persistance de la question palestinienne” [La persistenza della questione palestinese] (La Fabrique, 2009). Più di recente ha pubblicato “Islam in Liberalism” [L’Islam nel liberismo]. I suoi libri ed articoli sono stati pubblicati in una decina di lingue.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Le forze israeliane colpiscono a morte un bambino palestinese durante le proteste del suo villaggio

Redazione di MEE

4 Dicembre 2020 – Middle East Eye

Ali Abu Aalya soccombe alle ferite dopo essere stato colpito al ventre dalle forze israeliane vicino a Ramallah, nella Cisgiordania occupata

Il ministero della Sanità locale ha detto che venerdì sera vicino alla città occupata di Ramallah, in Cisgiordania, forze israeliane hanno colpito a morte un minore palestinese.

Il ministero ha affermato che il ragazzino è stato identificato come Ali Abu Aalya, di età compresa tra i 13 e i 15 anni. È stato ucciso durante gli scontri scoppiati tra gli abitanti palestinesi e i soldati israeliani nel villaggio di al-Mughayir, a nord-est di Ramallah.

La Croce Rossa Palestinese [sic] ha detto al giornale israeliano Haaretz che le forze israeliane hanno sparato ad Abu Aalya al ventre. È stato poi portato di corsa in un ospedale locale, dove è decceduto a causa delle ferite.

Gli scontri sono scoppiati nel villaggio venerdì, dopo che le forze israeliane hanno risposto a una protesta degli abitanti locali contro un nuovo avamposto coloniale nella zona. Haaretz ha riferito che la manifestazione ha avuto luogo “lontano dall’avamposto”.

Venerdì l’Unicef, l’agenzia dell’Onu che si occupa del benessere dei bambini, ha denunciato l’uccisione di Abu Aalya. “L’Unicef esorta le autorità israeliane a rispettare, proteggere e garantire i diritti di tutti i minori e ad astenersi dall’usare la violenza contro i minorenni, in conformità con il diritto internazionale”, ha affermato Ted Chaiban, direttore regionale dell’agenzia per il Medio Oriente e il Nord Africa in un comunicato.

Le comunità palestinesi spesso usano il venerdì dopo le preghiere di mezzogiorno come momento per protestare, tra i vari problemi, contro le politiche israeliane di confisca delle terre, i blocchi stradali e l’espansione delle colonie.

Le associazioni per i diritti umani, tra cui Human Rights Watch e Amnesty International, hanno condannato la risposta di Israele a tali proteste, che spesso comportano la perdita di vite umane, accusando l’esercito di attuare una politica di “sparare per uccidere” che incoraggia le “esecuzioni extragiudiziali”.

A causa della pandemia da Covid-19, quest’anno le proteste sono state meno frequenti nella Cisgiordania occupata. Tuttavia secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari dall’inizio del 2020 negli scontri sono stati uccisi, per lo più da colpi d’arma da fuoco israeliani, almeno 28 palestinesi, tra cui sette minorenni.

Nel frattempo, con l’incoraggiamento dell’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il governo israeliano ha intensificato l’espansione delle colonie. Benché i piani di annessione totale della Cisgiordania occupata siano stati sospesi dopo il raggiungimento degli accordi di normalizzazione con il Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha sottolineato che la sospensione è temporanea.

(traduzione dall’inglese di Carlo Tagliacozzo)




Israele procede con una nuova colonia a Gerusalemme prima della presidenza Biden

15 novembre 2020 MiddleEastEye and agencies

Voci critiche segnalano che le autorità stanno deliberatamente pubblicando bandi per costruire a Givat Hamatos prima che Trump lasci la Casa Bianca

Israele è andato avanti con il progetto di costruzione di una nuova colonia nella Gerusalemme est occupata, ha affermato domenica un gruppo di monitoraggio, avvertendo che questi sforzi sono stati incrementati prima che il presidente Donald Trump lasci la Casa Bianca a gennaio. 

L’amministrazione Trump ha infranto una prassi decennale bipartisan non opponendosi all’attività coloniale israeliana a Gerusalemme est e nella Cisgiordania occupate. Il presidente eletto Joe Biden ha affermato che la sua amministrazione ripristinerà la politica USA di opposizione alle colonie, che sono illegali in base al diritto internazionale e che molti governi considerano un ostacolo alla pace.

Nel dicembre 2017 l’amministrazione Trump ha rotto con la comunità internazionale ed ha riconosciuto l’intera città di Gerusalemme come capitale di Israele. Nel novembre 2019 ha affermato che non avrebbe più considerato le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata come una violazione del diritto internazionale, ancora una volta andando contro l’ampio consenso diplomatico. 

L’attuale Segretario di Stato Mike Pompeo visiterà nei prossimi giorni una colonia israeliana illegale nella Cisgiordania palestinese e sulle Alture del Golan siriane, compiendo la prima visita di un segretario di Stato USA nelle zone occupate palestinesi e siriane. In particolare si recherà a Psagot Winery, che a febbraio ha intitolato un vino in suo onore.

L’ultima iniziativa ha visto l’Autorità Israeliana per la Terra emettere bandi di costruzione a Givat Hamatos, un’area attualmente disabitata di Gerusalemme est, vicina al quartiere a maggioranza palestinese di Beit Safafa.

A febbraio il Primo Ministro israeliano di destra Benjamin Netanyahu ha annunciato l’approvazione di 3.000 abitazioni nell’area.

Ha detto che 2.000 sarebbero state destinate ad ebrei e 1.000 a residenti palestinesi di Beit Safafa.

La settimana scorsa l’Autorità (israeliana) per la Terra ha emesso bandi per la costruzione di oltre 1,200 unità per la maggior parte residenziali a Givat Hamatos.

Ir Amim, un’organizzazione israeliana della società civile che monitora le colonie a Gerusalemme e che domenica ha richiamato l’attenzione sui bandi ha avvertito che i prossimi due mesi che precedono il cambio a Washington DC “saranno un periodo critico”.

Pensiamo che Israele cercherà di sfruttare questo tempo per portare avanti dei passi che l’amministrazione entrante potrebbe ostacolare”, ha affermato in una dichiarazione, sottolineando che la scadenza del bando sarà il 18 gennaio 2021, due giorni prima dell’insediamento di Biden.

Ir Amim ha ribadito la preoccupazione che la costruzione di una colonia a Givat Hamatos sarebbe un colpo devastante ad una possibile risoluzione dell’occupazione israeliana delle terre palestinesi, in quanto isolerebbe Gerusalemme est dalla città cisgiordana di Betlemme, interrompendo la continuità territoriale di un futuro Stato palestinese con Gerusalemme est come capitale nel contesto di una soluzione di due Stati.

Se realizzata, Givat Hamatos diventerebbe la prima nuova colonia a Gerusalemme est in 20 anni”, ha detto l’organizzazione in una dichiarazione.

Nabil Abu Rudeina, un portavoce del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) Mahmoud Abbas, ha detto che i bandi per Givat Hamatos rappresentano un tentativo di Israele “di uccidere la soluzione di due Stati sostenuta a livello internazionale”.

I critici della soluzione dei due Stati sostengono che non sia più percorribile a causa della continua colonizzazione israeliana, che vede circa 400.000 coloni che vivono in Cisgiordania sotto la legge israeliana che utilizza sistemi educativi e di trasporto separati, in ciò che esperti giuridici sostengono configuri una politica di apartheid.

I bandi per Gerusalemme est fanno seguito all’approvazione, la settimana scorsa, di 96 nuove abitazioni per coloni a Gerusalemme est nel quartiere di Ramat Shlomo.

L’approvazione di costruzioni di colonie a Ramat Shlomo nel 2010 aveva provocato un grave contrasto tra Netanyahu e l’ex presidente USA Barack Obama e l’allora vicepresidente Biden.

Israele ha preso il controllo di Gerusalemme est nel corso della guerra dei sei giorni del 1967, prima di annetterla con una mossa non riconosciuta dalla maggior parte della comunità internazionale.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Cancellando i palestinesi, le reti sociali diffondono un segnale inquietante per il nostro avvenire

Jonathan Cook

sabato 7 novembre 2020 – Middle East Eye

Facebook, Google e Twitter non sono piattaforme neutrali. Controllano lo spazio pubblico informatico per aiutare i potenti e possono cancellare da un giorno all’altro chiunque di noi

Si può percepire un crescente malessere nei confronti dell’impatto nefasto che possono avere sulle nostre vite le decisioni prese dalle imprese che guidano le reti sociali. Benché godano di un monopolio effettivo sullo spazio pubblico virtuale, queste piattaforme sfuggono da molto tempo ad ogni serio controllo e ad ogni responsabilità.

In un nuovo documentario Netflix, The Social Dilemma [Il dilemma del social], ex-dirigenti della Silicon Valley mettono in guardia contro un avvenire distopico. Google, Facebook e Twitter hanno raccolto una grande quantità di dati che ci riguardano per prevedere e manipolare meglio i nostri desideri. I loro prodotti riformulano progressivamente le connessioni dei nostri cervelli per renderci dipendenti dagli schermi e più docili alle pubblicità. Poiché siamo chiusi dentro camere digitali di risonanza ideologica, ne conseguono una polarizzazione e una confusione sociale e politica sempre maggiori.

Come a sottolineare la presa sempre più forte che queste società tecnologiche esercitano sulle nostre vite, il mese scorso Facebook e Twitter hanno deciso di interferire apertamente sulle elezioni presidenziali americane più esplosive a memoria d’uomo censurando un articolo che avrebbe potuto nuocere alle prospettive elettorali di Joe Biden, lo sfidante democratico del presidente uscente Donald Trump.

Dato che quasi la metà degli americani si informa principalmente su Facebook, le conseguenze di una simile decisione sulla nostra vita politica non sono difficili da interpretare. Scartando ogni dibattito sulle presunte pratiche di corruzione e traffico di influenze da parte del figlio di Joe Biden, Hunter, in nome di suo padre, queste reti sociali hanno giocato un ruolo di arbitro autoritario decidendo quello che siamo autorizzati a dire e a sapere.

Il “guardiano di un monopolio” 

Il pubblico occidentale si sveglia molto in ritardo di fronte al potere antidemocratico che le reti sociali esercitano su di lui. Ma se vogliamo capire dove alla fine questo ci porta, non c’è uno studio di caso migliore del trattamento molto differenziato riservato dai giganti tecnologici agli israeliani e ai palestinesi.

Il modo in cui i palestinesi sono in rete serve da avvertimento, perché sarebbe in effetti insensato considerare queste imprese mondiali come piattaforme politicamente neutrali e le loro decisioni come puramente commerciali. Sarebbe come interpretare il loro ruolo in modo doppiamente sbagliato.

Di fatto le compagnie che guidano le reti sociali sono oggi delle reti di comunicazione monopolistiche, alla stregua delle reti elettriche, idriche o telefoniche di una ventina di anni fa. Le loro decisioni non sono quindi più delle questioni private, ma hanno enormi conseguenze sociali, economiche e politiche. È in parte la ragione per la quale il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha recentemente avviato un’azione legale contro Google, accusandolo di essere il “guardiano di un monopolio su internet”.

Google, Facebook e Twitter non hanno più diritto di decidere arbitrariamente le persone e i contenuti che ospitano sui loro siti di quanto una volta le imprese di telecomunicazioni avessero il diritto di decidere se un cliente doveva essere autorizzato a disporre di una linea telefonica.

Tuttavia, contrariamente alle compagnie telefoniche, le società alla testa delle reti sociali controllano non solo i mezzi di comunicazione, ma anche il loro contenuto. Come dimostra l’esempio dell’articolo su Hunter Biden, possono decidere se i loro clienti possono partecipare a delle discussioni pubbliche fondamentali su quelli che li governano.

Agendo in questo modo nei confronti di Hunter Biden, è come se un’azienda telefonica di una volta non solo ascoltasse le conversazioni, ma potesse anche interromperle se non le piacesse la posizione politica di un determinato cliente.

In realtà è persino peggio. Le reti sociali informano ormai gran parte della popolazione. La censura di un articolo da parte loro è simile piuttosto all’azione di una compagnia elettrica che tolga la corrente a tutti durante una trasmissione televisiva per essere sicura che nessuno la veda.

Una censura occulta

I giganti della tecnologia sono le imprese più ricche e potenti nella storia dell’umanità, la loro ricchezza si misura in centinaia, ormai migliaia, di miliardi di dollari. Ma l’argomento secondo cui sono apolitiche e hanno come solo scopo massimizzare i profitti non ha mai retto.

Hanno tutto l’interesse a promuovere responsabili politici che si schierino dalla loro parte impegnandosi a non infrangere il loro monopolio né a regolamentare le loro attività, o, meglio ancora, promettendo di indebolire gli strumenti che potrebbero impedire loro di diventare ancora più ricche e potenti.

Al contrario, i giganti della tecnologia hanno anche tutto l’interesse ad utilizzare lo spazio informatico per penalizzare e marginalizzare gli attivisti politici che rivendicano una maggiore regolamentazione delle loro attività o del mercato in generale.

A prescindere dalla spudorata eliminazione dell’articolo su Hunter Biden, che ha suscitato la collera dell’amministrazione Trump, le società alla testa delle reti sociali censurano più spesso in modo occulto. Questo potere è esercitato per mezzo di algoritmi, questi codici segreti che decidono se qualcosa o qualcuno compare nei risultati di una ricerca o sulle reti sociali. Se lo desiderano, questi titani tecnologici possono cancellare chiunque di noi da un giorno all’altro.

Non è solo paranoia politica. L’impatto sproporzionato dei cambiamenti di algoritmo sui siti “di sinistra” sul web, i più critici verso il sistema neoliberale che ha arricchito le imprese che guidano le reti sociali, è stato recentemente sottolineato dal Wall Street Journal [quotidiano USA più venduto e che si occupa principalmente di economia, ndtr.].

Il tipo sbagliato di discorso

I responsabili politici capiscono sempre di più il potere delle reti sociali, ragione per cui possono sfruttarlo al meglio per i propri fini. Dopo lo choc della vittoria elettorale di Trump alla fine del 2016, negli Stati Uniti e nel Regno Unito i dirigenti di Facebook, Google e Twitter sono stati regolarmente portati davanti a commissioni parlamentari di sorveglianza.

Queste reti sociali si vedono regolarmente rimproverare dai responsabili politici di essere all’origine di una crisi di “notizie false”, una crisi in realtà molto precedente alle reti sociali, come testimonia anche troppo chiaramente la truffa da parte dei responsabili politici americani e britannici che ha messo Saddam Hussein in relazione con l’11 settembre ed affermato che l’Iraq possedeva “armi di distruzione di massa”.

I responsabili politici hanno allo stesso modo cominciato ad accusare le società di internet di “ingerenza straniera” nelle elezioni in Occidente, rimproveri in genere rivolti alla Russia, nonostante la mancanza di prove serie che confermino la maggior parte delle loro affermazioni.

Pressioni politiche vengono esercitate non per rendere le imprese più trasparenti e responsabili, ma per spingerle ad applicare in modo ancora più assiduo restrizioni contro i discorsi sbagliati, che si tratti di razzisti violenti a destra o di detrattori del capitalismo e delle politiche dei governi occidentali a sinistra.

È per questo che diventa sempre più vuota l’immagine originale delle reti sociali come luoghi neutrali di condivisione delle informazioni, come strumenti che permettono di diffondere il dibattito pubblico e incrementare l’impegno civico, o ancora di sviluppare un discorso orizzontale tra ricchi e potenti da una parte e deboli ed emarginati dall’altra.

Diritti informatici differenti

È in Israele che i rapporti tra il settore delle tecnologie e i responsabili statali sono più evidenti. Ciò ha determinato una notevole differenza nel trattamento riservato ai diritti informatici degli israeliani e dei palestinesi. La sorte dei palestinesi in rete lascia presagire un futuro in cui quelli che sono già potenti eserciteranno un controllo sempre maggiore su ciò che dobbiamo sapere e siamo autorizzati a pensare, su chi può continuare ad essere visibile e chi deve essere cancellato dalla vita pubblica.

Israele era già in buona posizione nell’utilizzo delle reti sociali prima che la maggioranza degli altri Stati avesse riconosciuto la loro importanza in materia di manipolazione degli atteggiamenti e delle percezioni della gente. Per decenni Israele ha subappaltato un programma ufficiale di hasbara, o propaganda di Stato, ai propri cittadini e ai propri sostenitori all’estero. Con l’apparizione di nuove piattaforme informatiche, questi sostenitori non vedevano l’ora di espandere il proprio ruolo.

Israele ne poteva trarre un altro beneficio. Dopo l’occupazione della Cisgiordania, di Gerusalemme e di Gaza nel 1967, ha iniziato ad elaborare un discorso sulla vittimizzazione dello Stato, ridefinendo l’antisemitismo per far intendere che ormai questo male affliggesse in particolare la sinistra, e non la destra. Questo “nuovo antisemitismo” non prendeva di mira gli ebrei ma riguardava piuttosto le critiche nei confronti di Israele e il sostegno a favore dei diritti dei palestinesi.

Questo discorso molto discutibile si è dimostrato facile da sintetizzare in piccole frasi adatte alle reti sociali.

Israele definisce ancora correntemente “terrorismo” qualunque resistenza palestinese alla sua violenta occupazione o alle sue colonie illegali, descrivendo le dimostrazioni di sostegno da parte di altri palestinesi come “incitamento all’odio”. La solidarietà internazionale nei confronti dei palestinesi è definita “delegittimazione” ed equiparata all’antisemitismo.

Inondare internet”

Già nel 2008 si è scoperto che una lobby mediatica filo-israeliana, Camera, architettava iniziative segrete da parte di sostenitori di Israele per infiltrarsi nell’enciclopedia in rete Wikipedia per modificare delle voci e “riscrivere la storia” da un punto di vista favorevole a Israele. Poco dopo l’uomo politico Naftali Bennett [estrema destra dei coloni, ndtr.] ha contribuito a organizzare corsi di “revisione sionista” di Wikipedia.

Nel 2011 l’esercito israeliano ha dichiarato che le reti sociali costituiscono un nuovo “campo di battaglia” e ha incaricato dei “cyber-guerrieri” di condurre la battaglia in rete. Nel 2015 il ministero degli Affari Esteri israeliano ha organizzato un centro di comando supplementare per reclutare giovani ex-soldati ed esperti tecnologici all’interno dell’Unità 8200, unità di sorveglianza informatica dell’esercito, per condurre la battaglia in rete. Molti di loro hanno in seguito creato imprese di tecnologia avanzata, per cui informatici dello spionaggio hanno fatto parte integrante del funzionamento delle reti sociali.

Act.IL, un’applicazione lanciata nel 2017, ha permesso di mobilitare i sostenitori di Israele perché si “annidassero” in siti che ospitavano critiche verso Israele o sostegno per i palestinesi. Sostenuta dal ministero degli Affari Strategici di Israele, questa iniziativa era diretta da veterani dei servizi di informazione israeliani.

Secondo Forward, rivista ebrea americana, i servizi di informazione israeliani sono in stretto rapporto con Act.IL e chiedono aiuto per ottenere che le reti sociali ritirino alcuni contenuti, in particolare dei video. “Il suo lavoro offre finora un quadro impressionante del modo in cui potrebbero plasmare delle conversazioni in rete riguardo ad Israele senza mai farsi vedere”, ha osservato Forward poco tempo dopo l’implementazione dell’applicazione. Sima Vaknin-Gil, un’ex- censore dell’esercito israeliano che all’epoca era di stanza al ministero degli Affari Strategici di Israele, ha dichiarato che l’obiettivo era di “creare una comunità di combattenti” la cui missione consisteva nell’ “inondare internet” di propaganda israeliana.

Alleati volenterosi

Grazie a vantaggi in termini di effettivi e di zelo ideologico, di esperienza tecnologica e di propaganda, di influenze nelle alte sfere a Washington e nella Silicon Valley, Israele ha rapidamente potuto trasformare le reti sociali in alleati volonterosi nella sua lotta per emarginare i palestinesi in rete.

Nel 2016 il ministero della Giustizia israeliano si vantava che Facebook, Google e YouTube “si adeguano per il 95% alle richieste israeliane di eliminazione di contenuti,” questi ultimi provenienti quasi tutti da palestinesi. Le società che dirigono le reti sociali non hanno confermato questo dato.

L’Anti-Difamation League, un’associazione della lobby filo-israeliana che è solita calunniare le organizzazioni palestinesi e i gruppi ebraici critici con Israele, nel 2017 ha creato un “centro di comando” nella Silicon Valley per sorvegliare quelli che definisce “discorsi di odio in rete”. Lo stesso anno la lobby è diventata un “Trusted Flagger ” [lett. fidato segnalatore, persona o ente di cui una rete sociale accoglie le indicazioni, ndtr.] per YouTube, cosa che significa che le sue segnalazioni su contenuti da ritirare sono diventate prioritarie.

Durante una conferenza organizzata a Ramallah nel 2018 da 7amleh, un gruppo palestinese di difesa dei diritti in rete, i rappresentanti locali di Google e Facebook non hanno affatto nascosto le rispettive priorità. Per loro era importante evitare di contrariare i governi che hanno il potere di limitare le loro attività commerciali, anche se questi governi si dedicano a sistematiche violazioni del diritto internazionale e dei diritti dell’uomo. In questa battaglia l’Autorità Nazionale Palestinese non ha alcun peso. Israele ha messo le mani sulle infrastrutture della comunicazione e internet dei palestinesi, ne controlla l’economia e le principali risorse.

Dal 2016 il ministero della Giustizia israeliano avrebbe eliminato decine di migliaia di post da parte di palestinesi. Attraverso un processo assolutamente oscuro, Israele individua con i propri algoritmi i contenuti che ritiene “estremisti” e poi ne chiede la cancellazione. Centinaia di palestinesi sono stati arrestati da Israele dopo che avevano pubblicato commenti sulle reti sociali, con la conseguenza di limitare l’attività in rete.

Alla fine dello scorso anno Human Rights Watch [nota Ong britannica che si occupa di diritti umani, ndtr.] ha informato che Israele e Facebook spesso non fanno alcuna differenza tra critiche legittime a Israele e istigazione all’odio. Al contrario, mentre Israele svolta sempre più a destra, il governo Netanyahu e le reti sociali non hanno bloccato l’ondata di messaggi in ebraico che incitano all’odio e alla violenza contro i palestinesi. Come ha rilevato 7anleh, contenuti razzisti o che incitano alla violenza contro i palestinesi sono pubblicati da israeliani quasi ogni minuto.

Account di agenzie di stampa chiusi

Oltre a cancellare decine di migliaia di post di palestinesi, Israele ha convinto Facebook a ritirare gli account delle agenzie di stampa e di giornalisti palestinesi di spicco.

Nel 2018 l’opinione pubblica palestinese si è talmente indignata che, con l’hashtag #FBcensorsPalestine, è stata lanciata una campagna di proteste in rete e di appelli al boicottaggio di Facebook.

Nello stesso modo negli Stati Uniti e in Europa è stato preso di mira l’attivismo solidale con i palestinesi. Le pubblicità di film, come i film stessi, sono stati ritirati ed eliminati dai siti web.

In settembre Zoom, un sito di videoconferenze che ha conosciuto un boom durante la pandemia di COVID-19, si è unito a YouTube e Facebook per censurare un webinar organizzato dall’università statale di San Francisco con la partecipazione di Leila Khaled, icona del movimento della resistenza palestinese, che oggi ha 76 anni.

A fine ottobre Zoom ha bloccato una seconda apparizione prevista di Khaled, questa volta in un webinar dell’università delle Hawaii e dedicato alla censura, come una serie di altri eventi organizzati negli Stati Uniti per protestare contro la sua cancellazione da parte del sito. Con un comunicato pubblicato riguardo alla giornata di lotta, i campus “si sono uniti alla campagna per resistere al soffocamento dei discorsi e delle voci palestinesi nelle imprese e nelle università.”

Questa decisione, che costituisce un attacco flagrante alla libertà accademica, sarebbe stata presa in seguito a forti pressioni esercitate sulle reti sociali dal governo israeliano e da gruppi di pressione antipalestinesi, che hanno giudicato “antisemita” il webinar.

Villaggi cancellati dalla mappa

Il livello in cui la discriminazione dei giganti tecnologici contro i palestinesi è strutturale e radicato è stato messo in evidenza dalla lotta condotta da molti anni dagli attivisti per includere i villaggi palestinesi nelle mappe in rete e sui GPS, ma anche per attribuire ai territori palestinesi il nome di “Palestina”, in base al riconoscimento della Palestina da parte delle Nazioni Unite.

Questa campagna segna notevolmente il passo, anche se più di un milione di persone ha firmato una petizione di protesta. Sia Google che Apple resistono strenuamente a queste richieste: centinaia di villaggi palestinesi non compaiono sulle loro mappe della Cisgiordania occupata, mentre le illegali colonie israeliane sono identificate nel dettaglio e viene loro accordato lo stesso status delle comunità palestinesi che vi si trovano.

I territori palestinesi occupati sono indicati sotto il nome di “Israele”, mentre Gerusalemme est viene presentata come la capitale unificata e indiscussa di Israele, come esso pretende, cosa che rende invisibile l’occupazione della parte palestinese della città.

Queste decisioni sono tutt’altro che neutrali sul piano politico. Da molto tempo i governi israeliani perseguono un’ideologia del “Grande Israele” che esige di cacciare i palestinesi dalle loro terre. Questo programma di spoliazione, inteso ad annettere intere parti della Cisgiordania, quest’anno è stato formalizzato dai progetti sostenuti dall’amministrazione Trump.

Nei fatti Google ed Apple sono conniventi con questa politica, contribuendo a cancellare la presenza visibile dei palestinesi nella loro patria. Come di recente hanno evidenziato George Zeidan ed Haya Haddad, due accademici palestinesi, “quando Google ed Apple cancellano dei villaggi palestinesi dal loro sistema di navigazione identificando in evidenza le colonie, si rendono complici del discorso nazionalista israeliano.”

Rapporti usciti dall’ombra

I rapporti sempre più stretti tra Israele e le imprese delle reti sociali si giocano in gran parte dietro le quinte. Ma questi legami sono usciti dall’ombra in modo decisivo lo scorso maggio, quando Facebook ha annunciato che il suo nuovo organo di vigilanza include Emi Palmor, una degli architetti della politica repressiva in rete condotta da Israele contro i palestinesi.

Questo organo di vigilanza prenderà decisioni che faranno giurisprudenza e contribuiranno a forgiare le politiche di Facebook e di Instagram in tema di censura e di libertà d’espressione. Ma in quanto ex-direttrice generale del ministero della Giustizia [israeliano], Emi Palmor non ha dimostrato alcun impegno in favore della libertà d’espressione in rete.

Al contrario: ha lavorato mano nella mano con i giganti della tecnología per censurare i post dei palestinesi e chiudere i siti d’informazione palestinesi. Ha supervisionato la trasformazione del suo dipartimento in quello che l’organizzazione per la difesa dei diritti dell’uomo Adalah ha paragonato al “ministero della Verità” orwelliano.

Le imprese tecnologiche sono ormai arbitre non dichiarate della nostra libertà d’espressione, motivate dal profitto. Non si impegnano a favore di un dibattito pubblico aperto e vivace, di una trasparenza in rete o di una maggiore partecipazione civica. Il loro unico impegno consiste nel mantenere un contesto commerciale che permetta loro di evitare che le norme decise dai principali governi danneggino il loro diritto a guadagnare dei soldi.

La nomina di Palmor evidenzia perfettamente il rapporto inficiato dalla corruzione tra il governo e le reti sociali. I palestinesi sanno benissimo come sia facile per l’industria tecnologica attenuare e far sparire le voci dei deboli e degli oppressi amplificando nel contempo quelle dei potenti.

Molti di noi potrebbero presto conoscere in rete la stessa sorte dei palestinesi.

– Jonathan Cook è un giornalista inglese che vive a Nazareth dal 2001. Ha scritto tre opere sul conflitto israelo-palestinese ed ha ottenuto il premio speciale del giornalismo Martha Gellhorn.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Dopo il voto negli Stati Uniti, tutti gli occhi sono puntati sulle elezioni israeliane

Jamal Zahalka

6 novembre 2020 – MIDDLE EAST EYE

Una quarta elezione israeliana nell’arco di due anni porterebbe sicuramente ad un governo più estremista. I palestinesi devono abbandonare la loro “politica di attesa” e contrastare questo percorso

I partiti politici israeliani stanno aspettando la fine delle elezioni americane per decidere le loro posizioni su una data potenziale per delle elezioni anticipate in Israele. Mentre il primo ministro Benjamin Netanyahu vorrebbe elezioni veloci nel caso in cui Donald Trump rimanesse presidente, il primo ministro supplente Benny Gantz le vorrebbe più tempestive se dovesse vincere lo sfidante democratico statunitense Joe Biden.

In Israele, una volta definiti i risultati delle elezioni statunitensi, inizierà la rapida corsa verso una nuova competizione elettorale – la quarta in meno di due anni.

Non c’è dubbio che l’esito del voto statunitense avrà un importante impatto sul Medio Oriente e sul mondo arabo, con questioni spinose in Palestina, Yemen, Libia, Siria, Iraq, Golfo, Iran e Turchia. Tutte le parti hanno iniziato a attrezzarsi per sfruttare le opportunità e prevenire possibili danni.

Anche le elezioni israeliane avranno un grande impatto, soprattutto dopo che un certo numero di paesi arabi hanno cementato legami con Israele che vanno oltre le relazioni diplomatiche – verso la cooperazione, l’alleanza e il partenariato. La parola “normalizzazione” sminuisce la natura di questo legame.

Alcuni paesi arabi preferirebbero che Netanyahu restasse al potere, per garantire la continuazione della sua linea dura sul dossier iraniano e per preservare la “divisione” palestinese. Da parte palestinese ci sarà molta attesa, come se i leader palestinesi fossero spettatori, piuttosto che attori, del processo.

Mentre molteplici scenari potrebbero verificarsi nelle elezioni israeliane, sappiamo già che il risultato sarà una vittoria della destra e la formazione di un governo più estremista e razzista. Tuttavia, sebbene questo processo abbia un impatto enorme sul destino dei palestinesi, la leadership sembra soddisfatta di continuare ad attendere. Ormai possiamo facilmente desumere che Israele non può aprire la strada verso una pace giusta, quindi perché aspettare?

Perché il movimento nazionale palestinese non sta facendo ciò che sarebbe necessario attraverso l’unificazione delle istituzioni, compresa l’azione politica e l’attivazione della resistenza popolare? Purtroppo più se ne parla meno si passa alla sua attuazione. Coloro che persistono nella “politica di attesa” dicono che le azioni congiunte da parte dei palestinesi contro l’occupazione hanno contrariato gli Stati Uniti e rafforzato la destra israeliana, mentre hanno indebolito il centro e la sinistra.

Tuttavia in realtà una delle ragioni principali della crescita del potere della destra è che la società israeliana non paga un prezzo per l’occupazione e le sue pratiche repressive. Netanyahu si vanta che la forza e il pugno di ferro di Israele garantiscono calma, sicurezza e stabilità mentre l’occupazione e le sue colonie rimangono in piedi.

Destra contro estrema destra

La sinistra sionista è scomparsa come forza politica significativa. Non è più in competizione con la destra, e anche le forze di centrodestra rappresentate da Yair Lapid, leader del partito Yesh Atid, e Gantz [a capo dell’alleanza centrista Blu e Bianco, ndtr.] non rappresentano più un’alternativa al governo della destra.

La competizione per il potere in Israele si è trasformata in una lotta tra la destra e l’estrema destra; tra il Likud di Netanyahu e l’alleanza di estrema destra Yamina di Naftali Bennett. Ciò rende impossibile l’idea di negoziati seri e di una pace giusta.

Sondaggi recenti indicano che alle prossime elezioni il Likud rimarrà il più grande partito, con 30 seggi, seguito da Yamina con 22 seggi. Così la competizione tra questi due [partiti] è diventata l’unica opzione possibile, e il risultato sarà una vittoria certa per la destra.

Netanyahu vuole che le elezioni si svolgano il prossimo luglio, sperando che, per allora, avrà sotto controllo l’attuale crisi economica e sanitaria. Il piano di Netanyahu include la normalizzazione con più paesi arabi, una politica che aumenta la sua popolarità in Israele: ciò è la prova che egli ha messo ai margini la causa palestinese e ottenuto una vittoria pacifica sugli arabi.

Nessuno crede che Netanyahu renderà effettivo l’accordo sull’alternanza della carica di primo ministro con Gantz prevista per novembre 2021. Dopo aver compreso ciò, e aver capito che Netanyahu sta cercando una finestra temporale per proclamare le elezioni anticipate, l’alleanza Blu e Bianca di Gantz ha chiesto lo scioglimento della partnership e elezioni anticipate, per impedire a Netanyahu di programmarle a proprio vantaggio.

Aggressività crescente

Tutti i segnali politici indicano che Israele si stia rapidamente avviando verso una quarta elezione nell’arco di due anni. Netanyahu ha iniziato la sua campagna per indebolire Bennett, con l’obiettivo di bloccare un governo alternativo o un altro accordo di alternanza della carica di primo ministro. L’istituzione di un governo guidato da Bennett non è uno scenario impossibile, soprattutto perché altri partiti sono pronti ad allearsi con lui contro Netanyahu.

Una stagione di elezioni in Israele comporterebbe il rischio di ulteriori attacchi aerei, sia per scopi militari che elettorali. Nei prossimi mesi potremmo assistere a un’escalation di aggressioni israeliane contro Iran, Libano, Siria e Palestina, e forse altre operazioni in coordinamento con i suoi “nuovi” e vecchi alleati arabi.

Forse una delle più importanti sarebbe un’operazione militare su larga scala per “disarmare” la Striscia di Gaza, già preparata dai servizi di sicurezza israeliani e dalle loro controparti statunitensi. Se si presenterà l’occasione, Netanyahu colpirà prima delle elezioni.

In generale, Israele è rivolto verso un maggior estremismo di destra, e ciò non sarà modificato dall’imminenza delle elezioni. Non dovremmo aspettare l’ ‘“evento” israeliano; quello che è necessario è un “evento” palestinese e arabo, nonostante le difficoltà, le complicazioni e gli ostacoli. Ciò comporta l’unità palestinese e una forte lotta di massa contro l’occupazione, con un serio impegno rivolto a fermare il processo di normalizzazione.

Il popolo palestinese non ha nulla da perdere tranne le proprie catene, e non ha niente da aspettare, tranne l’appuntamento con una battaglia per la libertà e la dignità.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Jamal Zahalka è un cittadino palestinese di Israele membro della Knesset in rappresentanza del partito Balad [partito arabo israeliano, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)