La sospensione di Corbyn caratterizzerà Starmer come la guerra in Iraq fece con Blair

David Hearst

2 novembre 2020 – Middle East Eye

Il silenzio di Keir Starmer sulla Palestina e il modo in cui tratta il suo predecessore hanno messo il leader laburista in rotta di collisione con molti compagni di partito

Uno degli aspetti meno conosciuti dell’attacco di Keir Starmer alla sinistra del suo partito da quando è diventato leader dei laburisti è il suo crescente silenzio sulla Palestina.

Zittire la lobby palestinese nel Regno Unito è sempre stato l’obiettivo del Ministero degli Affari Strategici israeliano che ha fatto di tutto per condizionare le discussioni su Israele all’interno del Labour Party.

Nel 2017, un documentario di Al Jazeera rivelò gli sforzi di Shai Masot, l’uomo del ministero a Londra, per dar vita a un’organizzazione giovanile nel Labour Party. Masot fu anche ripreso da un reporter sotto copertura mentre diceva di aver intenzione di “far cadere” quei ministri e parlamentari che si pensava creassero “problemi” a Israele.

Quando Masot fu beccato ed espulso, fu creato un feed sugli incontri avvenuti fino a dieci anni prima fra palestinesi e Jeremy Corbyn quando era un parlamentare, ma nelle retrovie del suo partito, per provocare scalpore nei confronti dell’allora capo laburista.

Questo feed era stato costruito ad arte.

Quando Corbyn incontrò tre politici di Hamas a cui i documenti di identità di Gerusalemme era stati revocati e avevano inscenato una protesta in una tenda della Croce Rossa (all’epoca fu un caso famoso e molti israeliani andarono a manifestare la propria solidarietà), la presenza di un secondo parlamentare laburista, Andy Slaughter, non un alleato di Corbyn, ma solidale con i palestinesi, fu rimossa dai reportage britannici.

Una foto di Slaughter apparve però durante un’esclusiva dell’emittente israeliana i24 sulla “visita segreta di Corbyn” in una trasmissione del 2018, cioè otto anni dopo la visita dei parlamentari nel novembre 2010.

Il ruolo dello Shin Bet

I dettagli precisi della visita di Corbyn in Israele nel 2010, compresi i partecipanti, gli organizzatori e chi avevano incontrato, furono monitorati e registrati dallo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno israeliano.

Quando queste visite terminarono, lo Shin Bet invitò la persona di riferimento locale di Corbyn per quello che si rivelò essere un interrogatorio di cinque ore in una stazione di polizia ad Haifa.

Lo Shin Bet le disse che non aveva problemi con il suo lavoro a favore della causa palestinese, ma che non avrebbe tollerato che facesse propaganda nelle aule parlamentari del Regno Unito.

Se non avesse tenuto conto dell’avvertimento, avrebbe passato il resto dei suoi giorni in prigione come nemica dello Stato. Il suo avvocato le disse che in effetti avrebbero potuto fabbricare una simile accusa contro di lei e che, se fosse successo, un tribunale israeliano l’avrebbe mandata in prigione. Lei è cittadina israeliana.

Se non altro gli avvertimenti dati al contatto di Corbyn confermano che i servizi di sicurezza israeliani tenevano d’occhio il parlamentare almeno da cinque anni prima che diventasse il leader del Labour e molto prima che l’antisemitismo in quel partito diventasse un tema degno di nota.

Nessuno nel partito era interessato ai viaggi di Corbyn, che certo non erano un segreto. Sedeva all’opposizione, ai margini del partito. Solo lo Shin Bet ne prese atto.

La campagna diffamatoria è stata meravigliosamente efficace. Naturalmente molti gruppi vi hanno partecipato per ragioni diverse, persone indifferenti al conflitto in Palestina per il quale in precedenza non avevano mai mostrato alcun interesse.

Il materiale compromettente dei passati contatti di Corbyn non avrebbe avuto alcun peso se non ci fosse stata la volontà all’interno del partito e nel quartier generale Labour di bloccare Corbyn a tutti i costi. Ma nel complesso ha funzionato.

In un sondaggio condotto l’anno scorso Survation [agenzia londinese di sondaggi e ricerche di mercato, ndtr.] ha chiesto a cittadini britannici a conoscenza dell’antisemitismo nel Labour quale fosse la percentuale di membri del partito che avessero ricevuto accuse in merito.

La media delle risposte fu: “il 34%”. La cifra reale è meno dell’1%. La percezione dell’antisemitismo nel partito di Corbyn è stata sovrastimata di 300 volte rispetto a quella reale.

Palestina perduta

Da quando è diventato leader, Keir Starmer ha evitato contatti con leader palestinesi sia in Israele che in Inghilterra.

Starmer ha avuto due opportunità per occuparsene.

Il 26 giugno 2020, 15 membri della Knesset, il parlamento israeliano di cui fa parte la Lista Unita, hanno scritto a tutti i leader dei partiti del Regno Unito sollecitandoli a “contrastare attivamente ” i tentativi di annessione unilaterale dei territori da parte di Israele.

La Lista Unita, la principale coalizione che rappresenta i palestinesi cittadini di Israele, è il terzo gruppo per numero di parlamentari. La lettera è stata spedita da Yousef Jabareen, capo del comitato internazionale della Lista Unita.

Il primo ministro Boris Johnson ha incaricato di rispondere uno dei suoi ministri, James Cleverly, sottosegretario per il Medio Oriente e il Nord Africa.

Noi continuiamo a sollecitare Israele a non compiere questi passi. Il primo ministro ha espresso in numerose occasioni al primo ministro Netanyahu l’opposizione britannica alle annessioni unilaterali,” ha scritto Cleverly.

Starmer non ha risposto allora e deve ancora rispondere adesso. Jabareen ha ricevuto una risposta automatica dall’ufficio di Starmer in cui gli si diceva che il politico riceve centinaia di email al giorno.

Il 16 settembre, un gruppo di eminenti palestinesi britannici, molti dei quali, ma non tutti, membri del Labour, ha scritto una lettera aperta al partito insistendo sul “diritto dei palestinesi di illustrare con precisione le nostre esperienze di espropriazione e oppressione” e respingendo i tentativi laburisti di confondere anti-sionismo e antisemitismo.

La lettera era accompagnata da mail a Starmer in cui si chiedeva un incontro. È stato loro risposto che Starmer era troppo occupato per incontrarli. Gli è stato detto di rivolgersi a Lisa Nandy, ministra degli Esteri ombra, ma anche lei si è rifiutata di incontrarli.

Una ramanzina’

Comunque, quando Stephen Kinnock, appartenente alla destra del partito e feroce critico di Corbyn, ha chiesto un dibattito parlamentare perché il Regno Unito “vieti tutti i prodotti che provengono da colonie israeliane nei territori occupati”, Nandy ha trovato il tempo per intervenire.

Secondo una fonte citata da MailOnline [sito in rete del giornale britannico di destra Daily Mail, ndtr.], Nandy ha scritto al Board of Deputies of British Jews [comitato dei deputati degli ebrei britannici ndtr.] e al Jewish Leadership Council [Consiglio dei leader ebrei] che Kinnock, da lungo tempo coerente critico delle politiche di Israele verso i palestinesi, si è preso una bella “ramanzina ” per le sue affermazioni durante il dibattito ai Comuni.

“Lisa non ha nascosto il fatto che lei e il leader fossero arrabbiati con Kinnock,” secondo la fonte.

“Specialmente dopo tutto il lavoro fatto per cercare di ripristinare le relazioni del Labour con la comunità ebraica.”

Si disse che Starmer fosse “infuriato”.

La stessa Andy ha proposto un divieto alle importazioni di merci provenienti dalle colonie illegali della Cisgiordania, ma solo se Israele avesse proceduto all’annessione.

L’unico intervento di Starmer in questo dibattito è stato quando gli è stato chiesto delle sanzioni da Jewish News [quotidiano e sito web ebraici molto noti in Gran Bretagna ndtr.] e lui ha invece sottolineato la necessità di mantenere un “buon rapporto di lavoro con Israele”.

Starmer ha detto: “Io non sono d’accordo con l’annessione e non penso sia un bene per la sicurezza nella regione, e penso che sia molto importante che noi lo diciamo.

Se ne seguiranno sanzioni è un’altra questione, ma al momento risolviamola nel modo corretto. Ma questo non è per il bene della sicurezza nella regione. Quella dovrebbe avere la massima priorità.”

Quando incalzato, ha aggiunto: “Abbiamo bisogno di un’ottima relazione di lavoro e dobbiamo essere in grado di scambiarci punti di vista con franchezza, come si farebbe con un alleato, e io penso che su alcuni di questi temi quello di cui noi abbiamo maggiormente bisogno è uno scambio franco.”

Storia del partito laburista

Lunedì 2 novembre c’è stato il 103° anniversario della Dichiarazione di Balfour che impegnava il governo britannico a sostenere un focolare ebraico in Palestina.

Il documento del 1917 precede l’emergere del Labour come forza politica negli anni successivi alla prima guerra mondiale, ma il partito ha una sua storia in Medio Oriente che nessun leader può ignorare.

Nel 1944, quando il territorio della Palestina era ancora sotto controllo britannico, il comitato esecutivo nazionale aveva presentato una mozione, approvata dalla conferenza, che diceva: “Sicuramente la Palestina è un problema per il trasferimento di popolazione, per motivi umani e per promuovere un insediamento stabile. Che gli arabi siano incoraggiati ad andarsene, mentre gli ebrei si trasferiscono. Che siano lautamente compensati per le loro terre e che il loro reinsediamento altrove sia attentamente organizzato e finanziato generosamente.”

Ma ha una storia ancora più recente di questa.

La sospensione di Corbyn la scorsa settimana dopo il rapporto sull’antisemitismo della Commissione per i diritti umani e l’uguaglianza (EHRC) contrasta con il trattamento riservato da Corbyn a Tony Blair che, in qualità di ex primo ministro laburista, fu criticato molto severamente nel 2016 dal rapporto Chilcot per la sua decisione di invadere l’Iraq nel 2003.

John Chilcot, ex alto diplomatico, fece a pezzi Blair arrivando quasi ad accusarlo di aver mentito al parlamento.

Chilcot disse che Saddam Hussein al tempo dell’invasione “non costituiva alcuna minaccia imminente” e rivelò una nota privata che Blair aveva mandato a Bush nel luglio 2002 che diceva: “Sarò comunque con te.”

In una conferenza stampa di due ore in seguito alla pubblicazione del rapporto, Blair non si dichiarò pentito. “Credo di aver preso la decisione giusta e che il mondo sia migliore e più sicuro,” dichiarò.

Sostenne di aver agito in buona fede, basandosi sulle informazioni dell’epoca che dicevano che il presidente dell’Iraq aveva armi di distruzioni di massa. Questo “si rivelò poi errato.”

Sospensione di Corbyn

Corbyn ha presentato sincere scuse da parte del partito per la decisione di invadere l’Iraq.

Ha detto: “Quindi ora presento sincere scuse da parte del mio partito per la disastrosa decisione di entrare in guerra contro l’Iraq nel marzo 2003. Queste scuse sono dovute prima di tutto al popolo dell’Iraq. Centinaia di migliaia di vite sono state perse e il Paese vive ancora le devastanti conseguenze della guerra e delle forze che ha scatenato. Sono loro ad aver pagato il prezzo più alto per il più grave disastro in politica estera negli ultimi 60 anni.”

Ha continuato: “Le scuse sono anche dovute alle famiglie di quei soldati che sono morti in Iraq o che sono ritornati a casa feriti o handicappati. Hanno compiuto il loro dovere, ma in una guerra in cui non avrebbero mai dovuto essere mandati.”

Blair all’epoca era solo un membro del partito ed era nella stessa situazione di Corbyn la scorsa settimana.

Però Corbyn non ha sospeso Blair perché non aveva chiesto scusa e pronunciato parole che andavano contro la linea del partito.

Invece è successo l’opposto. Il “partito della guerra ” nel Labour Party è andato all’offensiva contro la leadership.

I parlamentari che avevano appoggiato la guerra in Iraq e che avevano sempre votato contro le commissioni di inchiesta, si sono scagliati contro Corbyn.

Dei 71 parlamentari che votarono la sfiducia contro Corbyn nel 2016 e che erano in parlamento nel 2003, il 92% aveva votato a favore della guerra e sette contro.

Per giustificare la sua decisione di sospendere Corbyn, Starmer ha detto che l’ex leader aveva disobbedito alla sua risposta al rapporto dell’EHRC, in cui condannava chiunque tentasse di sostenere che l’antisemitismo era stato esagerato per motivi politici.

La notte precedente la pubblicazione del rapporto, Starmer ha telefonato a Corbyn per dirgli che non l’avrebbe citato nella sua dichiarazione in risposta al rapporto dell’EHRC. Corbyn e il suo team avevano ripetutamente chiesto a Starmer cosa avrebbe detto nella sua dichiarazione. Starmer aveva risposto che gli avrebbe mandato il testo.

Anche la vice segretaria Angela Rayner aveva promesso al team di Corbyn che avrebbe mandato il testo di Starmer. Nessuno dei due l’ha fatto. Le reazioni dei due uomini erano quindi in rotta di collisione.

Sembra che sia stato Corbyn a disobbedire alla leadership, anche se al momento di parlare non aveva idea di cosa Starmer avrebbe detto su un punto chiave che ha determinato il loro scontro.

Di conseguenza Corbyn non si è tirato indietro, ma c’è una possibilità che il gruppo di Starmer sapesse cosa avrebbe detto, mentre Corbyn è stato tenuto all’oscuro fino a quando era troppo tardi.

La sinistra controbatte

Corbyn non si è difeso contro le accuse di aver tollerato l’antisemitismo o di essere lui stesso un antisemita, affermazioni ripetute ancora oggi. Dato che ha permesso a questa campagna di procedere incontrastata fino all’Alta Corte, lui stesso è responsabile.

Il giorno della sospensione di Corbyn, La Campagna Contro l’Antisemitismo che ha originariamente presentato denuncia all’EHRC, ha scritto a Starmer e David Evans, il segretario generale, chiedendo di investigare 32 membri del partito laburista, inclusa Angela Rayner, l’attuale vice di Starmer, e altri 10 parlamentari. 

In risposta, sette membri di sindacati affiliati al partito laburista e uno che ha appoggiato Starmer come candidato [a segretario], hanno reso pubblica una dichiarazione in cui esprimono una “seria preoccupazione” sul modo e il motivo della sospensione di Corbyn, affermando che essa ha minato l’unità del partito e il processo democratico.

Molto diversa dalla “Clausola 4” che Tony Blair con il suo New Labour aveva usato per definire l’abbandono dello storico impegno del partito per la proprietà statale di industrie chiave, la sospensione di Corbyn potrebbe caratterizzare la leadership di Starmer come la decisione di Blair di invadere l’Iraq, gettando un’ombra su tutto quello che ha fatto un uomo eletto tre volte primo ministro. Gli spettri dell’Iraq perseguitano Blair ancor oggi.

A parte il destino di Corbyn, il sostegno alla Palestina nel partito è molto maggiore di quello che Starmer vorrebbe. La Palestina che lui conosce molto meno di Corbyn è il suo tallone di Achille.

A meno che Corbyn non venga riammesso rapidamente, la decisione di sospenderlo dal partito potrebbe macchiare permanentemente e definitivamente la leadership di Starmer.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst

David Hearst è caporedattore di Middle East Eye. Ha lasciato The Guardian come caporedattore esteri. Nel corso di 29 anni di carriera ha scritto sulla bomba di Brighton [attentato dell’IRA contro la Thatcher il 12 ottobre 1984 con l’uccisione di 5 membri del Partito Conservatore, ndtr.], sullo sciopero dei minatori, sulla violenta reazione lealista in seguito all’accordo anglo-irlandese nell’Irlanda del Nord, sui primi scontri in Slovenia e Croazia dopo la dissoluzione dell’ex Jugoslavia, sul crollo dell’Unione Sovietica, sulla Cecenia, e sui conseguenti molteplici conflitti. Ha descritto il declino morale e fisico di Boris Eltsin e le condizioni che hanno creato l’ascesa di Putin. Dopo l’Irlanda, è stato nominato corrispondente dall’Europa per la sezione europea del Guardian, poi è entrato a far parte dell’ufficio di Mosca nel 1992, prima di diventare direttore di redazione nel 1994. Ha lasciato la Russia nel 1997 per entrare nell’ufficio esteri, è diventato direttore per l’Europa e quindi direttore associato per gli esteri. È passato a The Guardian da The Scotsman, dove aveva lavorato come corrispondente per il settore istruzione.

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Il razzismo dei coloni israeliani non è un’anomalia. È parte di un sistema di apartheid

Ben White

14 ottobre 2020 – Middle East Eye

Molti di coloro che hanno criticato la recente istigazione anti-araba nella colonia di Yitzhar continuano a sostenere la discriminazione istituzionale contro i palestinesi

La colonia israeliana di Yitzhar [in Cisgiordania, a sud della città di Nablus, ndtr.], a lungo sinonimo di estremismo nazionalista e violenza anti-palestinese, è tornata all’onore delle cronache lunedì, dopo che i suoi abitanti hanno collocato all’esterno della colonia un cartello che recita: “Questa strada conduce alla comunità di Yitzhar – L’ingresso per gli arabi è pericoloso.”

Come illustrato da Haaretz, il retroscena della trovata è un fatto avvenuto due settimane fa, quando “è stato rifiutato l’ingresso a Yitzhar ad un operatore sanitario arabo inviato per somministrare un test per il Covid-19”, in quanto, secondo quanto riportato, “era un arabo”.

In risposta il comandante in capo israeliano della regione “ha chiarito agli abitanti di Yitzhar che devono consentire l’ingresso degli arabi”, interpretando la posa del cartello stradale come un segnale di “protesta”.

Le foto del cartello sono state rapidamente condivise su Twitter, suscitando indignazione e contrarietà generali.

Secondo alcuni, il motivo per cui la scritta è diventata virale è che rappresenterebbe un momento rivelatore del fatto che un sistema di segregazione sia stato espresso in modo brutale ed esplicito. Questo potrebbe essere parzialmente vero, ma racconta solo una parte della storia, come possiamo vedere dalla ampia varietà di individui che hanno espresso irritazione per il cartello di Yitzhar.

Tra chi ha manifestato delle critiche sono compresi, ad esempio, apologeti e persino compartecipi del processo di colonizzazione israeliana nella Cisgiordania occupata, come l’ex leader delle colonie e diplomatico israeliano Dani Dayan, che ha definito il cartello “razzista”.

Un colono della Cisgiordania, insegnante Uri Pilichowski, ha dichiarato: “Sono un colono e ho trovato quella scritta spregevole”. Ha aggiunto in un post di Facebook: “Ogni gruppo ha le sue mele marce e la comunità dei coloni non è diversa”.

In modo significativo, Pilichowski ha concluso così il suo post: “Il mio unico sollievo è che Yitzhar si comporta continuamente in questo modo, il che evidenzia come tutte le altre comunità ebraiche in Giudea e Samaria [cioè le colonie in Cisgiordania] non fanno mai queste cose”.

Sulla base di questo modo di vedere, i comportamenti dei cittadini di Yitzhar, sebbene deplorevoli, diventano in realtà una prova della moralità del 99% dei coloni (si noti che l’immagine di Yitzhar come eccezione, o anomalia, è una risposta abituale di fronte al verificarsi di questo tipo di episodi).

Storia della violenza

In effetti, il razzismo dei coloni di Yitzhar può essere compreso solo in quanto parte, piuttosto che elemento estraneo o eccezionale, delle politiche attuate nel corso della storia e attualmente e sostenute dalla leadership politica, militare e giudiziaria di Israele e dalla maggioranza dell’opinione pubblica ebraica.

L’esclusione e l’allontanamento dei palestinesi dalla terra e dalle comunità attraverso la violenza, le leggi e la prassi sono parte integrante della storia di Israele, a cominciare dall’esodo causato dai coloni sionisti prima della fondazione dello Stato e dalla pulizia etnica della Nakba.

Oggi il controllo ebreo israeliano sulla terra e sulle risorse – a spese dei cittadini palestinesi – è assicurato attraverso varie leggi e meccanismi di pianificazione, incluso il rifiuto di consentire ai palestinesi esiliati di tornare nelle loro terre e il ruolo dei comitati di ammissione residenziale [in alcune zone di Israele queste commissioni possono negare il diritto di residenza a persone indesiderate ed escludono metodicamente i palestinesi cittadini di Israele, ndtr.].

Nella Cisgiordania occupata, nel frattempo, le autorità israeliane hanno a lungo escluso i palestinesi da aree estese della regione, un divieto di accesso che è inseparabile dalla colonizzazione del territorio [che avviene] principalmente attraverso la creazione di colonie ebraiche.

Come ha evidenziato su Twitter l’esperto della colonizzazione Dror Etke, è il massimo dell’ipocrisia che qualcuno come Dayan condanni l’episodio del cartello di Yitzhar quando, come documentato in dettaglio nel rapporto di Kerem Navot [organizzazione di valutazione e ricerca sulle politiche israeliane del territorio in Cisgiordania, ndtr.] del 2015, i settori amministrativi delle colonie giocano un ruolo chiave nell’esclusione dei palestinesi da aree della Cisgiordania occupata.

Il rapporto ha rilevato che quasi un terzo della Cisgiordania e più della metà dell’Area C [il 60% della Cisgiordania dove, in base agli accordi di Oslo, Israele esercita il pieno controllo civile e della sicurezza, ndtr.] sono state “definite come aree militari chiuse” – l’obiettivo principale è “ridurre drasticamente le possibilità da parte della popolazione palestinese di utilizzare la terra e consegnarne il più possibile ai coloni israeliani.”

“Minaccia demografica”

I coloni che imbrattano i muri delle case e delle moschee palestinesi con graffiti razzisti sono condannati da vaste fasce della società israeliana, ma l’istigazione anti-araba e anti-palestinese è diffusa sui media e nella politica israeliana, a partire dai commenti dei lettori fino alle politiche strategiche nei confronti dei palestinesi.

Secondo l’indice annuale di 7 amleh [ONG palestinese ndtr.] su razzismo e istigazione nei media informatici israeliani, il 2019 ha visto un commento razzista ogni 64 secondi. Nel frattempo, le comunità palestinesi nella Cisgiordania occupata sono descritte nelle riunioni di commissione della Knesset [parlamento israeliano, ndtr.] come un “virus” e un “cancro”.

I più importanti leader israeliani abitualmente trattano con sufficienza, minacciano e disumanizzano i palestinesi su entrambi i lati della Linea Verde [linea di demarcazione stabilita negli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949, ndtr.] con politici come Gideon Saar [membro del parlamento israeliano, ndtr.] del Likud o il defunto Shimon Peres [laburista, presidente di Israele dal 2007 al 2014, ndtr.] che si preoccupavano dei “tassi di fertilità” ebrei rispetto a quelli arabi o definivano i cittadini palestinesi una “minaccia demografica”.

Concentrarsi su attori come i coloni “estremisti” può essere indispensabile e vantaggioso, in particolare quando vengono alla ribalta gli attacchi violenti commessi contro i palestinesi e le loro proprietà, condotti nell’impunità e persino con la cooperazione attiva delle forze israeliane.

Tuttavia, è importante contestualizzare eventi come il cartello di Yitzhar in modo tale da non oscurare gli abusi pluridecennali e quotidiani subiti dai palestinesi per mano dello Stato israeliano di apartheid. Il parlamentare del Meretz [partito politico della sinistra sionista, ndtr] ed ex generale dell’esercito Yair Golan è stato tra coloro che hanno condannato la scritta dei coloni di Yitzhar, chiedendo retoricamente: “È questo quello che vogliamo essere, uno Stato razzista?”

Una simile risposta mostra che i momenti rivelatori possono anche essere utili come opportunità di autocompiacimento morale da parte di coloro che disdegnano e prendono le distanze in modo assertivo dal volgare razzismo dei coloni, pur sostenendo la discriminazione e la segregazione istituzionalizzata la cui portata e impatto fanno sì che gli attivisti di Yitzhar appaiano, al confronto, ben poca cosa.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Ben White

Ben White è uno scrittore, giornalista e analista specializzato sul tema Palestina / Israele. I suoi articoli sono apparsi ampiamente sui media internazionali, tra cui Al Jazeera, The Guardian, The Independent e altri. È autore di quattro libri, l’ultimo dei quali, ‘Cracks in the Wall: Beyond Apartheid in Palestine / Israel’ [Crepe nel muro: dietro l’apartheid in Palestina, ndtr.] (Pluto Press), è stato pubblicato nel 2018.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Hebron, colpita dal coronavirus, lotta contro lo stigma sociale e l’occupazione israeliana

Mustafa Abu Sneineh

15 luglio 2020 – Middle East Eye

La più grande città della Cisgiordania è un microcosmo delle sfide che affrontano i palestinesi mentre cercano di combattere il Covid-19.

Se si cammina per le strade di Hebron è facile sentire le persone salutarsi con lo stesso modo di dire: “Ti bacerò sulle guance nonostante il coronavirus.”

È una frase che sta destando sempre più preoccupazione tra le autorità della più grande città della Cisgiordania.

Hebron è stata colpita duramente dalla seconda ondata di coronavirus, che si è manifestata all’inizio di giugno dopo che sembrava che la Cisgiordania avesse superato la fase peggiore della pandemia. In questa sola settimana sono morti di Covid-19 una bambina di 12 anni, tre donne e un uomo di 90 anni.

Complessivamente i territori palestinesi hanno registrato un tasso di mortalità relativamente basso, con 47 decessi contro i 371 di Israele. Ma il numero dei casi sta rapidamente crescendo, con 8.153 contagi da marzo in Cisgiordania, Gerusalemme est e nella Striscia di Gaza.

Mai al-Kauleh, la Ministra della Sanità dell’Autorità Nazionale Palestinese, ha affermato che sono stati identificati 27 focolai di coronavirus attivi in Cisgiordania, nei villaggi, nei campi profughi e nelle città.

Kaiuleh ha detto che attualmente sono ricoverati in ospedale 111 palestinesi, di cui sette intubati in terapia intensiva.

Hebron, città socialmente conservatrice, divisa dall’occupazione israeliana e centro propulsore dell’economia della Cisgiordania, è un microcosmo delle sfide che i palestinesi affrontano mentre cercano di combattere il coronavirus.

In base ad un accordo del 1997 firmato dal governo israeliano e dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, la città è di fatto divisa in due parti.

Hebron è suddivisa in H1, sotto il pieno controllo amministrativo e di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), e H2, sottoposta alla gestione amministrativa dell’ANP, ma controllata dall’esercito israeliano, che ha potere decisionale su chi entra e chi esce dall’area.

Tayseer Abu Sneineh, sindaco e capo del comune di Hebron, ha detto a Middle East Eye che questa divisione si è dimostrata una sfida per il personale medico che combatte la pandemia, con le ambulanze a cui spesso è impedito di entrare nella zona H2, dove circa 40.000 palestinesi vivono accanto a 800 coloni israeliani.

Nella zona H2 vi sono 18 checkpoint militari israeliani permanentemente presidiati.

L’occupazione israeliana, in generale, è un ostacolo allo sviluppo della città e controlla il confine, l’acqua ed ogni cosa. A partire dall’occupazione nel 1967, non è stato aggiunto un singolo posto letto all’ospedale pubblico di Hebron, fino a quando l’Autorità Nazionale Palestinese ha iniziato a governare la città negli anni ‘90”, ha affermato Abu Sneineh.

Attualmente nel distretto di Hebron ci sono diversi ospedali che si occupano di pazienti con coronavirus, compreso l’ospedale della Mezzaluna Rossa ad Halhul e l’ospedale Dura, aperto prima della data prevista in giugno. Si sta predisponendo anche l’apertura di un reparto nell’ospedale pubblico di Hebron.

Complessivamente questi ospedali sono a disposizione dei 215.000 palestinesi che vivono nella città e nei villaggi circostanti, un’area in cui ci sono quasi 120 checkpoint militari israeliani. Secondo Abu Sneineh 120.000 palestinesi di Hebron vivono in zone prive di ambulatori o persino di stazioni di polizia e la grande quantità di posti di blocco impedisce loro l’accesso agli ospedali del distretto.

Detto questo, le politiche dell’ANP e le risposte pubbliche alla pandemia non hanno fatto che aggravare una situazione già difficile.

A marzo l’ANP ha posto la Cisgiordania in completo isolamento fino alla fine di maggio, replicandolo per nove giorni a giugno quando i casi hanno ricominciato ad aumentare.

Ma Hebron, polo manifatturiero del territorio, non ha mai realmente aderito alle restrizioni ed ora ne sta subendo le conseguenze.

Purtroppo alcuni si rapportano ancora alla pandemia di coronavirus come se non esistesse e fosse parte di una cospirazione globale, e questo ha portato alla diffusione del virus”, ha detto Abu Sneineh.

Il Comune di Hebron ha istituito un centro di emergenza per coordinare la sua risposta ed ha pubblicato opuscoli e manifesti per mettere in guardia contro il rischio mortale del Covid-19, ma con scarsi risultati.

L’11 luglio le autorità hanno chiesto il rispetto delle misure di distanziamento sociale quando sono stati annunciati gli esiti degli esami della scuola secondaria, ma molta gente invece si è ammassata nelle macchine e ha fatto il giro della città per festeggiare.

Noi popolo palestinese abbiamo qualcosa nel nostro carattere che è lo spirito di sfida. Certamente sfidare l’occupazione è positivo, ma sfidare un virus in questo modo è una cosa negativa”, ha detto Abu Sneineh.

Bashar al-Atrash, un abitante della zona H1 che lavora nell’industria alimentare, ha detto a MEE di essere tornato a lavorare in fabbrica dopo aver rispettato i 20 giorni del primo isolamento.

Per Atrash il coronavirus è sconcertante perché molte persone risultate positive non hanno mostrato alcun sintomo.

Abbiamo appreso del coronavirus dai media, dalle autorità e dalla moschea, che dopo il richiamo alla preghiera ha fatto un annuncio dicendo alla gente di pregare a casa”, ha detto Atrash.

Che cos’è questo virus che non ti provoca tosse, mal di testa, febbre o diarrea? Cinque miei parenti sono risultati positivi ai test del coronavirus e quando sono andato a trovarli a casa dopo che sono usciti dall’ospedale sembravano sani e in buone condizioni. Allora che cos’è il coronavirus?”

Atrash ha mostrato a MEE un messaggio che è circolato sui social media ad Hebron, scritto da un sedicente dottore che ha proposto una “cura” per il Covid-19, che consiste nel tagliare a fette sottili l’aglio e mangiarlo crudo due volte al giorno durante i pasti.

Il messaggio diceva che “l’esperimento ha dimostrato… che è sufficiente per proteggersi dal coronavirus e dai virus dell’apparato respiratorio, a prescindere da quanto siano violenti e senza ricorrere alle misure di prevenzione.”

Atrash ha detto anche di aver sperimentato questa “cura”, ma di aver aggiunto uno spicchio d’aglio in base al consiglio di un parente.

Quando a marzo la pandemia ha colpito il mondo arabo, sui social media si sono diffusi molti messaggi di questo genere.

Il più famoso rimedio falso è stato proposto nel corso di un’intervista televisiva con un medico egiziano, che ha sostenuto che una cura per il coronavirus esiste già nel shalawlaw, un cibo copto consumato durante il digiuno della vergine Maria, costituito da molokhia [pianta simile alla malva, ndtr.] secca, aglio, acqua fredda, limoni e spezie.

Non sappiamo a chi credere: al governo, ai media, o alle autorità? Ognuno agisce di propria iniziativa per proteggersi”, ha detto Atrash.

Intanto Hebron resta aperta, con visitatori provenienti dalla comunità palestinese beduina dell’interno del Negev israeliano, famiglie di Gerusalemme est originarie della città e palestinesi cittadini di Israele provenienti da città come Oum al-Fahim, Nazareth, Kafr Qasim e Kafr Kanna, che vengono a fare acquisti e a pregare nella storica moschea di Ibrahim.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Coronavirus: Israele si rivolge all’esercito mentre si intensifica il giro di vite contro la pandemia

Lily Galili da Tel Aviv, Israele

25 settembre 2020 – Middle East Eye

Mentre peggiora la crisi da Covid-19, gli israeliani stanno vedendo nell’esercito un salvatore, ma il Paese assomiglia sempre più a un regime militare

Lasciate vincere l’esercito”, è un vecchio slogan israeliano coniato dai dirigenti della destra durante la Seconda Intifada (2000-2005).

Voleva dire: non lasciate che i politicanti vigliacchi, la sinistra amante dei palestinesi, i tribunali di parte e i media ostili interferiscano con l’azione dell’esercito, basta lasciare che faccia quello che ci vuole per vincere.

Circa 20 anni dopo questo slogan ha subito una curiosa modifica. Ora dice: “Lasciate che le IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.] vincano il Covid-19.”

Sottinteso: dato che nessun altro ha la più pallida idea di come fare, sicuramente non i politici né altre istituzioni civili al potere, lasciamo che l’esercito israeliano si prenda in carico la gestione della pandemia. Ha le competenze, la tecnologia e, cosa più importante, non è tra i 120 membri del parlamento israeliano, ognuno dei quali ha una propria agenda.

In un sondaggio dell’opinione pubblica reso noto in luglio da Channel 12 [canale televisivo privato israeliano, ndtr.], il 57% delle persone interpellate appoggiava la posizione del ministro della Difesa Benny Gantz [del partito di centro destra Blu e Bianco, ndtr.], che sosteneva che “la gestione del coronavirus deve essere trasferita al Comando del Fronte Interno (dell’esercito israeliano) e al ministero della Difesa”. Solo il 20% si opponeva a questa idea.

Gantz non è stato il primo a sostenerla. Il suo predecessore come ministro della Difesa, Naftali Bennett [del partito di estrema destra Yamina, ndtr.], e molti altri ufficiali di alto grado della riserva hanno affermato la stessa cosa. Ma all’epoca il primo ministro Benjamin Netanyahu era restio ad affidare la gestione della crisi al suo arci-rivale.

Ma il Covid-19 aveva progetti diversi. Durante un’intervista del 13 aprile un importante funzionario della sicurezza in anonimato ha detto ad Amos Harel, principale esperto del giornale Haaretz per le questioni militari, che “l’esercito israeliano non può risolvere la crisi da coronavirus.” Lo stesso giornale progressista ha messo in guardia contro l’intervento dell’esercito nella crisi civile.

Lasciate che l’esercito ci salvi

Arriviamo velocemente a cinque mesi dopo: questa settimana Harel ha chiesto esplicitamente al capo di stato maggiore Aviv Kochavi di “accettare la sfida mentre Israele affronta una dilagante epidemia da coronavirus.”

Il cambiamento è principalmente un riflesso della disperazione totale e della perdita di fiducia nel disastroso governo Netanyahu.

Questi risultati non sorprendono affatto, considerando l’enorme fallimento del governo nell’affrontare la crisi. Secondo tutti i sondaggi la maggioranza degli israeliani ha perso fiducia nel modo in cui il governo sta affrontando la pandemia, una bella differenza rispetto alla generale soddisfazione per l’operato del governo in occasione della prima ondata del virus in marzo-aprile.

Un numero crescente di israeliani crede che gli interessi politici e personali di Netanyahu, soprattutto le accuse di frode e corruzione che lo minacciano, siano la principale motivazione per il modo in cui affronta la crisi, mentre altri ministri del suo governo sembrano semplicemente del tutto incompetenti.

Il sentimento prevalente è che i cittadini israeliani siano stati abbandonati da una dirigenza indifferente, più preoccupata di salvare il proprio lavoro o grandi, irrilevanti gesti come l’“accordo di pace” con gli EAU e il Bahrein, venduto dallo stesso Netanyahu per lo più come una miniera d’oro turistica.

L’esercito, che gode ancora di un alto livello di fiducia da parte dell’opinione pubblica, sembra essere il naturale salvatore, tanto più che la crisi sanitaria è stata definita con un chiaro gergo militare. La pandemia è una “guerra”, il coronavirus è un “nemico” e ogni cittadino è mobilitato per combattere un’ardua battaglia che i suoi dirigenti stanno continuando a perdere giorno dopo giorno.

Sono profondamente turbata dal gergo militare che viene imposto a tutti noi riguardo a questo maledetto coronavirus,” ha scritto sulla sua pagina Facebook Rana Abu Fraiha, una premiata regista israelo-palestinese.

Linguaggio bellico

Persino il fallimento nella gestione di questa crisi viene dipinto con tinte guerresche. In un’intervista televisiva il generale in pensione ed ex-capo della direzione dell’intelligence militare dell’esercito Amos Yadlin ha paragonato la pandemia all’esperienza traumatica della guerra arabo-israeliana del 1973.

Anche nel 1973 fu l’arrogante ed egocentrico governo che venne visto come responsabile del disastro, mentre l’esercito israeliano salvò la Nazione. Questa narrazione è in sintonia con gli israeliani, nonostante una grande differenza: al contrario della guerra, una crisi sanitaria è una questione civile. Il pericolo, per quanto riguarda l’intervento dell’esercito, è di annullare questa distinzione.

L’uso del gergo militare nel contesto del Covid-19 e la ridotta mobilitazione dell’esercito non sono una particolarità di Israele. Sta succedendo negli Stati Uniti e anche in altri Paesi colpiti dal coronavirus. Ma in Israele, dove la presenza dell’esercito nella sfera pubblica è una realtà quotidiana, incaricare i soldati della vita di civili ha una lunga storia.

Per oltre 50 anni gli israeliani hanno controllato le vite dei palestinesi sotto occupazione militare. La costruzione del muro di separazione tra Israele e la Cisgiordania occupata ha persino fatto nascere un nuovo titolo militare, “coordinatore della vita quotidiana”, un ufficiale incaricato di risolvere le difficoltà che affrontano i palestinesi che vivono nei pressi del muro, come l’accesso alle proprie terre. Essere controllati da un “coordinatore della vita quotidiana” in mezzo alla crisi da coronavirus agli israeliani può quindi sembrare assolutamente normale.

Le forze dell’esercito e della sicurezza sono ovunque ed hanno un importante ruolo nella gestione della pandemia.

Solo per citare qualche esempio, il Comando del Fronte Interno ha organizzato alberghi del coronavirus per i malati meno gravi e gestisce case di cura; il servizio segreto ha la licenza di tracciare i telefonini per individuare casi di contagio; il Mossad è stato mobilitato per cercare e procurare apparecchiature mediche; sono stati schierati battaglioni nelle città a maggioranza ultra-ortodossa per aiutare la popolazione.

Parlando con MEE, il professor Yagil Levy, esperto in rapporti civico – militari presso la Open University [università a distanza, ndtr.] del dipartimento di sociologia di Israele, definisce questa situazione unica come la “securizzazione della crisi da coronavirus in Israele.”

Inquadrare l’epidemia come una questione securitaria ha iniziato a svilupparsi quando la gestione della crisi è stata affidata (da Netanyahu) al Consiglio per la Sicurezza Nazionale,” afferma. “Ciò è sensato in un Paese in cui il sistema della sicurezza rimane potente, ed è davvero una tentazione, dato che le IDF sono percepite come competenti e libere da condizionamenti politici.

Tuttavia la legittimazione della securizzazione della salute può facilmente portare alla legittimazione dell’uso di metodi illeciti e alla facile accettazione di violazioni dei diritti civili,” aggiunge Levy. Questo slittamento giunge in un periodo in cui Netanyahu e il suo entourage sono impegnati con successo in un attacco contro tutte le istituzioni della democrazia israeliana.

L’interminabile dibattito parlamentare sul nuovamente rigido blocco totale non ha affatto dedicato tempo a discutere del suo impatto sulla società israeliana. Al contrario, molte ore sono state dedicate a trovare il modo per contrastare le settimanali manifestazioni di massa davanti alla residenza di Netanyahu.

Lockdown o repressione?

Sembra che la vera intenzione del nuovo rigido lockdown non sia interrompere la catena dell’infezione ma piuttosto quella delle manifestazioni.

Ciò è particolarmente problematico in quanto oggi Israele si trova in mezzo ad una crisi istituzionale, in cui le vecchie norme dell’emergenza invocate fin dal 1948 lasciano il posto a uno stile di governo dittatoriale. In questo clima, non c’è una discussione pubblica sugli immediati pericoli nel superare la distinzione tra un appoggio costruttivo dell’esercito e una totale sostituzione da parte dei militari.

Un pubblico dibattito è una missione impossibile in una società profondamente divisa e preoccupata della sopravvivenza individuale. La società israeliana ora sta pagando il prezzo di un decennio di politica interna intenzionalmente divisiva e di erosione di ogni elementare senso di solidarietà.

In assenza di un pubblico dibattito sulla linea che separa la sfera civile da quella militare, l’Institute for National Security Studies [Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale, legato all’esercito e diretto da Yadlin, ndtr.] e l’Israeli Democracy Institute [Istituto della Democrazia Israeliana, centro di ricerca indipendente, ndtr.] hanno pubblicato una serie di articoli sotto il titolo “Rapporti tra società ed esercito sotto il coronavirus: indicazioni dalla prima ondata.”

In un documento sotto questo titolo, il politologo Stuart Cohen pone la domanda: “Intervento militare e coronavirus: si tratta davvero di una china pericolosa?”

Cohen si riferisce a una preoccupazione manifestata dal professor Eviatar Matania, fondatore ed ex- capo dell’Israel National Cyber Directorate [Direzione Nazionale Informatica di Israele, che si occupa di difesa informatica e di sviluppo di tecnologie legate alla sicurezza, ndtr.], che ha messo in guardia contro l’affidamento della crisi a un ente essenzialmente non democratico come l’esercito.

Cohen sostiene che le preoccupazioni sono esagerate e che tutte le forze di difesa sono lì per assistere e non per prendere il potere.

La sua opinione deriva dalla prima ondata della pandemia, relativamente ben gestita. In base a queste circostanze, persino quelli che hanno sollevato dubbi hanno sostenuto che affidare la gestione della crisi all’esercito sia stato accettabile solo in circostanze eccezionali e a causa dell’imminente collasso del sistema civile.

Tuttavia, dato che i casi in Israele sono in forte aumento e gli ospedali sotto organico dichiarano lo stato d’emergenza, l’esercito ora si sta preparando a proporsi come l’ultima istituzione a disposizione in questa crisi nazionale.

In assenza di un equilibrio democratico, con dirigenti politici per i quali la democrazia non è altro che un ostacolo, il pericolo è appena dietro l’angolo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Pace senza giustizia: perché la sinistra in Israele sostiene gli accordi di Netanyahu coi Paesi del Golfo

Orly Noy,

23 settembre 2020 – Middle East Eye

Senza coraggio storico e priva di una solida determinazione morale, la sinistra sionista plaude ai pericolosi accordi conclusi dal governo più di destra che Israele abbia mai avuto

Se ci fosse stato bisogno di un’ulteriore prova dell’intrinseca incapacità della sinistra sionista di Israele di analizzare correttamente le circostanze politiche e rispondere di conseguenza, l’abbiamo avuta quando i leader di questo fronte si sono affrettati a concedere la loro benedizione agli “accordi di pace” tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti e successivamente con il Bahrain.

Tamar Zandberg, leader del partito Meretz [storico partito della sinistra sionista, ndtr.], ha dichiarato di “plaudire alla decisione di rinunciare all’annessione e di passare invece a un accordo con un importante Paese arabo”. Peace Now [movimento israeliano non-governativo pacifista, ndtr.] ha dichiarato che “l’accordo con gli Emirati Arabi Uniti è un grande passo nella giusta direzione”.

Nitzan Horowitz, presidente del partito Meretz, ha affermato che “l’instaurazione di relazioni con gli Emirati Arabi Uniti dimostra che la revoca dell’annessione e [il perseguimento] di una soluzione a due Stati è la via per la normalizzazione regionale”.

Il New Israel Fund [organizzazione statunitense no profit per la giustizia e uguaglianza in Israele, ndtr.] lo ha descritto come un importante sviluppo. Anche Gideon Levy, il giornalista di solito più critico e attento, ha plaudito all’iniziativa: “Qualsiasi tentativo da parte di Israele di essere accettato con mezzi non violenti nel contesto regionale in cui è entrato con passo pesante circa un secolo fa è uno sviluppo positivo”.

Un triste scherzo

Indaffarata a concedere le sue benedizioni, la sinistra ebraica israeliana è stata del tutto cieca alla reazione ovunque profondamente critica dei palestinesi all’accordo. Che avrebbe dovuto essere in sé un campanello di allarme.

Ma a prescindere dalla ferma opposizione palestinese, la natura problematica della posizione della sinistra israeliana sarebbe stata evidente, se qualcuno si fosse preso la briga di chiedersi in cosa consistessero veramente quegli accordi, cosa spingesse il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a firmarli, a favore di chi fossero stati progettati e quale fosse il loro obiettivo.

Normalizzazione: che scherzo triste.

Basta guardare agli accordi di pace che Israele ha firmato con l’Egitto e la Giordania per capire esattamente quanto Israele sia oggi “normalizzato” agli occhi dei cittadini di quei Paesi. Non solo non si sono mai visti turisti egiziani o giordani per le strade di Israele, gli accordi non sono serviti a mitigare il modo in cui gli egiziani e i giordani vedono Israele – come un brutale occupante.

Non appena i nuovi accordi sono stati resi pubblici, il popolo del Bahrein stava già protestando con rabbia contro qualsiasi normalizzazione con Israele. Mentre gli accordi di Israele con l’Egitto e la Giordania hanno portato almeno a un’era senza guerre con due dei vicini e hanno risolto controversie di confine di vecchia data, l’accordo con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein non servono nemmeno a qualcosa di simile. Quale conflitto risolvono esattamente questi accordi?

Quand’è che abbiamo paventato una guerra con gli Emirati Arabi Uniti? Quale nostro confine è ora più sicuro? Israele non ha confini con gli Emirati Arabi Uniti o il Bahrein.

Eludere la questione palestinese

È triste e scoraggiante che la sinistra ebraica in Israele si sia affrettata a sposare un accordo il cui obiettivo principale, oltre all’apertura di un altro mercato per l’industria delle armi israeliana, è di eludere la questione palestinese e ottenere la legittimità regionale pur continuando a perpetrare l’occupazione, le violenze e la spoliazione del popolo palestinese.

L’argomento della sinistra secondo cui un accordo con Emirati Arabi Uniti e Bahrein “ha tolto dal tavolo l’opzione dell’annessione” è infantile in modo imbarazzante. Sin dall’inizio l’annessione è stata una minaccia architettata per fornire a Israele proprio questo spazio di manovra.

Bisognerebbe essere davvero ingenui per pensare che le relazioni con gli Emirati Arabi Uniti o il Bahrein possano eliminare dal programma l’annessione. Dopotutto, Netanyahu e il suo governo di estrema destra esistono da oltre un decennio. Se davvero avessero voluto l’annessione, l’avrebbero realizzata molto tempo fa.

Ma poiché l’annessione de facto si rafforza quotidianamente senza comportare alcun costo reale per Israele né a livello locale né internazionale, Netanyahu non ha alcun interesse a scatenare l’opinione pubblica mondiale attraverso un’annessione de jure.

Al contrario con quella vuota minaccia miete capitale politico, mentre la deplorevole stoltezza della sinistra alimenta la sua corsa.

Contrariamente a quanto sostiene la sinistra, non solo questi accordi non fanno nulla per risolvere il conflitto con i palestinesi, peggio, ribadiscono il vecchio slogan della destra: puoi ottenere la pace per la pace, non è necessario pagare per la pace restituendo la terra.

L’etica della “pace”

Come spiegare allora il sostegno della sinistra ebraica israeliana a un accordo così irrealistico e dannoso?

Ha molto a che fare con l’etica della “pace” abbracciata tanto orgogliosamente dalla sinistra israeliana come fronte israeliano della pace. Penso non sia un caso che la sinistra sionista abbia scelto come emblema la “pace”, piuttosto che l’idea di giustizia.

Questo è in realtà da sempre uno dei maggiori inganni nel ruolo di quella che è conosciuta come la sinistra sionista: convertire la richiesta di giustizia in vaghi sogni di pace. Non che la pace non sia un valore importante; anzi. I Paesi, come le persone, dovrebbero certamente aspirare alla pace. Ma quando la pace diventa una via per aggirare la giustizia, non solo la giustizia viene fatta a pezzi, di fatto non si raggiunge nemmeno la pace.

La ragione per cui la sinistra sionista in Israele preferisce parlare più di pace e meno di giustizia ha a che fare con il carattere del sionismo. Il sionismo può offrire vuoti accordi di pace ma non può offrire alcun tipo di giustizia, perché per sua natura aspira a preservare ed estendere la superiorità ebraica e i privilegi che ne derivano.

Così, questa sinistra immaginaria a Oslo è stata in grado di imporre ai palestinesi un “accordo di pace” progettato per perpetuare l’inferiorità palestinese nei confronti di Israele (e nemmeno il poco che Oslo ha promesso ai palestinesi è stato reso effettivo da Israele) – ma Israele si è attentamente astenuto da qualsiasi accenno alla giustizia storica per non aprire il vaso di Pandora dell’ingiustizia intrinseca che è stata la Nakba.

Oggi, senza coraggio storico e priva di una solida determinazione morale, una sinistra che sta gradualmente scomparendo plaude agli accordi manipolatori e pericolosi conclusi dal primo ministro del governo più a destra che Israele abbia mai avuto.

Le opinioni espresse in questo articolo sono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica della redazione di Middle East Eye.

Orly Noy è una giornalista e attivista politica che risiede a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




I palestinesi indicono la “giornata della rivolta” contro l’accordo di normalizzazione tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrain

Shatha HammadMohammed al-Hajjar

15 settembre 2020 – Middle East Eye

Un nuovo gruppo della società civile palestinese costituito da diverse fazioni ha protestato martedì contro la firma dei controversi accordi.

I palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania occupata sono scesi in piazza per denunciare gli accordi di normalizzazione firmati martedì a Washington tra Israele, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti (EAU).

Sia l’Autorità Palestinese (ANP) che il movimento di Hamas, che governa la Striscia di Gaza, hanno condannato gli accordi mediati dagli Stati Uniti come una “pugnalata alle spalle” al loro popolo.

Dalla prima mattina di martedì si sono svolte manifestazioni nella Cisgiordania occupata a Ramallah, Tulkarem, Nablus, Gerico, Jenin, Betlemme e Hebron, in altre località più piccole nonché a Gaza.

I manifestanti hanno cantato ed esposto cartelli che denunciavano la normalizzazione e si appellavano all’unità araba contro l’occupazione israeliana. 

Martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e gli alti diplomatici degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrain hanno firmato gli accordi per normalizzare le loro relazioni, senza alcun progresso verso un accordo israelo-palestinese.

Ismail Haniyeh, leader di Hamas, che martedì era a Beirut per un incontro con i segretari delle fazioni palestinesi, ha detto al presidente Mahmoud Abbas al telefono che tutte le fazioni palestinesi erano unite contro l’accordo e “non permetteranno che la causa palestinese sia un ponte per il riconoscimento e la normalizzazione della potenza occupante a scapito dei nostri diritti nazionali, della nostra Gerusalemme e del diritto al ritorno”.

Lunedì, il primo ministro palestinese Mohammad Shtayyeh ha descritto gli accordi come un altro “giorno nero” per il mondo arabo.

“Un’altra data da aggiungere al calendario della disgrazia palestinese”, ha detto, aggiungendo che l’Autorità Nazionale Palestinese dovrebbe “rettificare” le proprie relazioni con la Lega Araba a causa del rifiuto di condannare i due accordi di normalizzazione conclusi nel mese scorso.

Il ministro degli Esteri del Bahrain Abdullatif al-Zayani e il ministro degli Affari Esteri degli Emirati Arabi Uniti Abdullah bin Zayed bin Sultan Al Nahyan sono arrivati a Washington domenica, mentre Netanyahu è arrivato lunedì nel pieno delle molte richieste in Israele di dimissioni per le indagini in corso sulla sua corruzione e la cattiva gestione del suo governo della pandemia di coronavirus.

Il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti non hanno combattuto guerre contro Israele, a differenza di Egitto e Giordania, che hanno firmato trattati di pace con Israele rispettivamente nel 1979 e nel 1994.

“Giornata di rivolta popolare”

Un nuovo gruppo della società civile, costituito da varie fazioni, ha chiamato martedì a una “giornata di rivolta popolare” in coincidenza con la firma dell’accordo.

Il gruppo, chiamato Leadership Palestinese Unita per la Resistenza Popolare (UPLPR), si è formato la scorsa settimana dall’incontro tra i leader di tutte le fazioni politiche palestinesi nella capitale libanese Beirut.

Nella sua prima dichiarazione, il gruppo ha lanciato un appello per manifestazioni nazionali –definite “il giorno nero” – in tutti i territori palestinesi per chiedere la cancellazione del cosiddetto “accordo del secolo” e dell’occupazione israeliana. 

Ha lanciato anche un altro giorno di protesta – denominato “giorno di lutto” – per venerdì, durante il quale dovranno essere issate bandiere nere per esprimere il rifiuto dell’accordo di normalizzazione.

Martedì, le proteste sono iniziate alle 11 in tutta la Cisgiordania occupata.

A Hebron, secondo un corrispondente di Middle East Eye, a Bab al-Zaweya, al termine di una manifestazione sono scoppiati piccoli scontri tra giovani palestinesi e forze israeliane.

Fahmy Shaheen, rappresentante delle forze nazionali e islamiche a Hebron, ha affermato che le proteste in città riflettono la rabbia per i conflitti praticamente quotidiani tra gli abitanti, i coloni israeliani e le forze dell’esercito a causa della continua espansione degli insediamenti nella città storica.

“Stiamo manifestando il nostro rifiuto alla normalizzazione perché avviene a scapito dei diritti e dei sacrifici del popolo palestinese”, ha detto Shaheen a MEE.

“È anche un omaggio gratuito a Stati Uniti e Israele, offerto a scapito delle aspirazioni arabe alla libertà. Non contiamo sui regimi arabi che stanno svendendo le aspirazioni dei loro popoli e la nostra causa palestinese. Contiamo piuttosto sul popolo arabo che è unito [nella sua convinzione] che la causa della Palestina sia fondamentale”.

Anche Jamal Zahalka, a capo del partito Assemblea Nazionale Democratica, che martedì stava prendendo parte a una protesta a Wadi Ara, ha descritto la firma dell’accordo di normalizzazione come “un regalo pericoloso dagli Emirati Arabi Uniti e dal Bahrein a Trump e Netanyahu, vittime di una soffocante crisi politica nei loro paesi”.

“Oggi, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain dichiarano di sostenere l’occupazione israeliana contro il popolo palestinese. Ciò che si sta discutendo non è la normalizzazione, ma piuttosto un’alleanza strategica”, ha detto.

“Chiunque stringa alleanza con Israele non potrà mai stare con il popolo palestinese e con i suoi giusti diritti”.

Faisal Salameh, capo del comitato popolare di Tulkarem, ha detto a MEE che le manifestazioni hanno portato “un messaggio di amore e rispetto per tutti i popoli arabi”, nonostante le critiche ai governi degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrain.

Razzi e proteste da Gaza

Appena firmati gli accordi a Washington, sono giunte notizie di diversi razzi lanciati verso Israele dalla Striscia di Gaza. Sebbene non sia chiaro quale fosse il gruppo responsabile del lancio di razzi, Israele ritiene il movimento di Hamas responsabile di tutti gli attacchi dall’enclave.

Si sono viste a Gaza anche manifestazioni per tutto il giorno, con centinaia di persone che marciavano contro l’accordo di normalizzazione.

I manifestanti si sono radunati davanti al palazzo dell’Unesco a Gaza per esprimere la loro disapprovazione all’accordo.

Abdel-Haq Shehadeh, membro della più alta leadership del movimento di Fatah a Gaza, ha criticato gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain per non aver rispettato l’Iniziativa di Pace araba del 2002, che delineava tutti i passi per porre fine al conflitto israelo-palestinese.

Shehadeh ha detto che vorrebbe chiedere a qualsiasi paese stia pensando di seguire le orme degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrain di fermarsi e riconsiderare, sottolineando di non credere che la gente nel mondo arabo sia d’accordo con una scelta simile – messaggio rimbalzato martedì durante le proteste palestinesi.

Durante la manifestazione Ismail Radwan, alto funzionario di Hamas, ha definito l’iniziativa guidata dagli Stati Uniti “un pugnalata alle spalle del popolo palestinese” e ha assicurato che si stava organizzando “una strategia globale e unificata di tutte le fazioni palestinesi per contrastare Israele”.

“Ai governanti degli Emirati e del Bahrain: avete dismesso il sostegno al popolo palestinese ma le generazioni palestinesi non dimenticheranno le vostre scelte”, ha detto Radwan, lodando i cittadini che nei due paesi si erano espressi contro le decisioni dei loro governi.

A Washington, 50 ONG hanno lanciato una protesta davanti alla Casa Bianca durante la cerimonia della firma per esprimere la loro opposizione.

Martedì anche le fazioni palestinesi in Libano hanno organizzato proteste per condannare l’accordo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Un tribunale israeliano condanna a tre ergastoli un colono nella causa per il rogo doloso della famiglia Dawabsheh

Redazione di MEE

14 settembre 2020 – Middle East Eye

Amiram Ben-Uliel è stato riconosciuto colpevole di aver ucciso nel 2015 tre palestinesi, tra cui un bambino di 18 mesi, nel villaggio cisgiordano di Duma

Lunedì un tribunale israeliano ha emesso una condanna a tre ergastoli contro un colono estremista colpevole dell’uccisione nel 2015 di una famiglia palestinese durante un attacco incendiario nella Cisgiordania occupata.

Amiram Ben-Uliel, 25 anni, è stato condannato in maggio dal tribunale distrettuale di Lod per tre omicidi e due tentati omicidi con una sentenza che il servizio di sicurezza interna Shin Bet ha descritto all’epoca come “una pietra miliare nella lotta contro il terrorismo ebraico.”

Lunedì è stato condannato a tre ergastoli per le succitate accuse, così come a 40 anni per altri reati.

Il tribunale lo ha anche multato di 258.000 shekel (circa 70.000 euro) a titolo di risarcimento per Ahmad Dawabsheh, il figlio scampato per miracolo all’attacco incendiario in cui subì gravi ustioni per le quali è ancora in cura.

La gravissima aggressione aveva provocato sdegno all’interno e all’estero, in quanto costò la vita a Alì Dawabsheh, di 18 mesi, ai suoi genitori Saad e Riham e rese orfano suo fratello Ahmad, che all’epoca aveva quattro anni e che rimase gravemente ustionato su tutto il corpo.

In base alla sentenza, Ben-Uliel aveva spiato le case del villaggio di Duma per operare un attacco, scegliendo quella dei Dawabsheh in quanto supponeva, al momento dell’aggressione, che all’interno ci fosse gente.

Ben-Uliel lanciò prima una bottiglia molotov in una casa vuota, poi ne lanciò un’altra dalla finestra della camera da letto dei Dawabsheh mentre stavano dormendo. Prima dell’attacco scrisse anche sui muri della casa “Vendetta” e “Lunga vita al Messia” con una bomboletta spay.

Il padre di Riham, Hussein Dawabsheh, che è anche il tutore del nipote Ahmad, dopo la sentenza ha affermato che “la condanna non riporterà indietro niente.”

Suo nipote, l’unico sopravvissuto all’incendio, nell’attacco ha perso un orecchio. Ora non può indossare una mascherina come gli altri bambini, dice il nonno.

Perché mi hanno fatto questo? Perché non sono come tutti gli altri bambini?” dice suo nipote, come afferma Hussein citato da Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.].

Non è sufficiente”

Nella sua sentenza di maggio il tribunale aveva assolto Ben-Iliel dall’accusa di partecipazione a un’organizzazione terroristica, una decisione che la famiglia Dawabsheh aveva definito offensiva.

Ben-Uliel faceva parte del gruppo “Gioventù delle colline”, un movimento di coloni israeliani ultranazionalisti radicali che intende insediarsi ad ogni costo, anche con la violenza, su terra cisgiordana, che ritengono sia stata loro assegnata a pieno titolo da dio.

Anche se la condanna afferma che nella notte dell’aggressione Ben-Uliel agì da solo, molti resoconti dell’epoca citarono testimoni oculari che sostenevano di aver visto almeno due uomini mascherati scappare dalla scena dell’attacco.

Un sospetto non identificato, minorenne all’epoca dell’attacco, ha patteggiato ed è stato imputato solo di aver tramato per commettere l’aggressione, nonostante ci sarebbero prove che indicano un suo ruolo fondamentale nella realizzazione del rogo mortale.

In maggio la famiglia Dawabsheh aveva affermato che la condanna di Beb-Uliel “non è sufficiente.”

Ciò non ci restituirà la nostra famiglia, né il padre di Ahmad,” ha detto in maggio a Middle East Eye Naser Dawabsheh, il fratello di Saad Dawabsheh. “Una persona è stata condannata…ma gli altri vivono ancora negli avamposti illegali che circondano i nostri villaggi e rappresentano una costante minaccia per le nostre comunità.”

Secondo Haaretz, la moglie di Ben-Uliel, Orian, dopo la sentenza di lunedì ha affermato: “I giudici non hanno cercato la giustizia e la verità, hanno deciso di condannare mio marito ad ogni costo, nonostante tutte le prove che dimostravano che mio marito non l’ha fatto… ci stiamo preparando per la (Corte) Suprema. Non so come i giudici, se si possono chiamare tali, la notte possano dormire. Gli assassini se ne vanno in giro liberi.”

Un’occupazione crudele genera crimini di odio”

Yousef Jabareen, membro della Lista Unita araba al parlamento israeliano, ha accolto positivamente la sentenza, notando però che la continua retorica antipalestinese da parte di dirigenti israeliani è responsabile di favorire il clima in cui sono avvenuti simili attacchi mortali.

La sentenza emessa oggi è significativa per la famiglia e per il popolo palestinese, dato che la maggioranza dei crimini commessi dai coloni contro palestinesi non arriva in tribunale,” ha affermato lunedì Jabareen in un comunicato.

Tuttavia importanti rappresentanti del governo hanno condotto continue campagne di incitamento all’odio e a favore dell’omicidio politico ed hanno creato un’atmosfera di odio razzista. Questa sentenza non li assolve dalla responsabilità per quelle azioni.

La crudele occupazione e l’impresa di colonizzazione alimentano crimini di odio di questo genere e, finché non finiranno, crimini d’odio di questa natura continueranno ad avvenire.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’ANP accusata di essere uno ‘Stato di polizia’ a causa dell’arresto di un regista palestinese

Shatha Hammad da Nablus, Palestina

14 settembre 2020 – Middle East Eye

L’Autorità Nazionale Palestinese ha effettuato 30 arresti politici, 33 convocazioni per interrogatori e nove incursioni a partire da agosto

Di fronte al palazzo del Consiglio dei Ministri palestinese a Ramallah il 66enne Asaad Thaher cammina con il suo bastone, accanto a decine di poliziotti antisommossa e transenne di ferro, per andare a sedersi e prendere fiato.

Thaher è arrivato da Nablus, la sua città nel nord della Palestina, ad un’ora circa di macchina, per recarsi al quartier generale dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) a Ramallah a chiedere giustizia per suo figlio Abdel-Rahman.

Il regista trentottenne è detenuto dall’ANP dal 19 agosto, quando è stato arrestato dal corpo di sicurezza preventiva.

Non so niente di Abdel-Rahman. Non lo vedo da quando è stato arrestato”, ha detto Thaher a Middle East Eye. “Sono molto preoccupato ed ho paura per lui…Non ho la minima informazione che possa alleviare le mie preoccupazioni”, ha detto prima di scoppiare in lacrime, incapace di continuare a parlare.

Invece ha interpellato un gruppo di circa 50 giornalisti che il 9 settembre avevano tenuto un presidio di solidarietà, insieme alla famiglia di Abdel-Rahman, davanti all’ufficio del Primo Ministro Mohammed Shtayyeh. Hanno chiesto il rilascio del detenuto, il rispetto della libertà di parola e di espressione e la fine della detenzione da parte dell’ANP di giornalisti e attivisti.

Nel contempo le forze di sicurezza dell’ANP hanno formato uno stretto cordone intorno all’ufficio di Shtayyeh, hanno dispiegato poliziotti antisommossa e minacciato l’immediata interruzione del sit-in se qualcuno avesse tentato di avanzare.

Abdel Rahman è stato arrestato la sera del 19 agosto mentre lasciava il suo posto di lavoro al centro televisivo An-Najah a Nablus, dove produce e presenta diversi programmi in tv.

Il giorno dopo all’una di notte le forze di sicurezza hanno fatto irruzione a casa sua ed hanno confiscato la sua attrezzatura, computer e files.

Il raid è stato terribile. I miei figli, uno di quattro anni e l’altro di otto, hanno visto il loro padre con le manette ai polsi ed in un tale stato di umiliazione”, ha detto a MEE Rasha, la moglie di Rahman.

Questo ha provocato loro un forte trauma psicologico. Non ho potuto spiegar loro che cosa stava succedendo.”

Il regista ha una laurea in architettura, ma ha a lungo lavorato nel campo dei media e dell’arte come giornalista e presentatore, con programmi su canali quali la televisione giordana Ro’ya, la televisione locale Wattan e la televisione britannica Al Araby. Abdel Rahman ha anche prodotto parecchi documentari e programmi satirici.

Arresto arbitrario

Secondo il suo avvocato Muhannad Karajeh dell’associazione di Ramallah ‘Avvocati per la Giustizia’, quasi un mese dopo Abdel Rahman resta in prigione con accuse che includono “vilipendio dell’autorità”.

La causa è pendente, e il tribunale continua a prorogare la sua detenzione basandosi sulle richieste della procura di “proseguire le indagini”.

Abdel Rahman non ha commesso alcun reato. Lo stanno interrogando solo relativamente al suo lavoro artistico e di informazione”, ha affermato Rasha.

Karajeh ha spiegato a MEE che non è ancora riuscito ad incontrare il suo cliente di persona e quindi non conosce dettagliatamente le sue condizioni di detenzione e durante gli interrogatori. All’avvocato è stato anche impedito di prendere visione dell’intera documentazione sull’indagine e di averne una copia.

Mi è stato permesso di vedere solo delle parti della documentazione investigativa e tutte riguardano il suo lavoro artistico e sui media, che è critico riguardo all’Autorità Nazionale Palestinese e al suo comportamento, e si tratta di lavori che sono stati diffusi sui canali televisivi di Ro’ya e Al Araby”, ha detto Karajeh a MEE.

L’avvocato ha detto che accusano Abdel-Rahman anche sulla base di generiche attività come “avviare un gruppo WhatsApp” e “comunicare in rete con persone influenti fuori dalla Palestina”, e che per la maggior parte gli interrogatori hanno riguardato il suo lavoro prima del 2016.

In base al documento che Karajeh ha visionato, una delle domande che il procuratore capo ha rivolto ad Abdel-Rahman è stata: “Qual è la tua definizione di libertà di opinione e di espressione?”, cosa che secondo Karajeh dimostra, insieme ai fatti relativi all’intero caso, che la sua detenzione riguarda quello che ha detto.

Avvocati per la Giustizia’ afferma che la protratta detenzione di Abdel- Rahman è una violazione della legge fondamentale palestinese, che garantisce la libertà di opinione e di espressione.

In una dichiarazione l’associazione ha affermato che “ciò che viene attribuito a Thaher non si discosta da un naturale esercizio di libertà di opinione e di espressione” e ha definito il suo arresto “arbitrario”.

Le forze di sicurezza dell’ANP hanno rifiutato di rilasciare commenti pubblici sul caso o fornire informazioni ai giornalisti.

Karajeh ha sottolineato che finora le autorità hanno trattato Abdel-Rahman ignorando le garanzie di un processo equo, come le visite dell’avvocato, negandogli una copia della documentazione e rifiutando il suo rilascio.

Il periodo di fermo di Abdel -Rahman è scaduto, ma il servizio di sicurezza preventiva continua a chiedere ulteriori proroghe della sua detenzione col pretesto di indagine in corso,” ha aggiunto.

Rasha ha potuto visitare Abdel-Rahman solo una volta dal suo arresto, per mezz’ora. Dice che suo marito ha cercato di rassicurarla, ma che “non stava per niente bene.”

Cercava di mostrarsi forte, ma non era così e aveva paura di parlare”, aggiunge. Afferma che, quando lo ha visto in tribunale, “mostrava segni di stanchezza, sfinimento e malattia.”

In seguito la famiglia è venuta a sapere che il loro figlio era stato portato in ospedale almeno una volta.

Stato di emergenza

Lo stato di emergenza imposto dall’ANP a partire da marzo per contrastare la diffusione del Covid-19 è stato caratterizzato da continui arresti politici in un contesto di violazioni della libertà di espressione, nonostante le dichiarazioni di Shtayyeh che avrebbe garantito la libertà di parola.

Il Comitato delle Famiglie dei Prigionieri Politici nella Cisgiordania occupata ha condannato le violazioni dei diritti umani fondamentali da parte dei servizi di sicurezza, rilevando soprattutto il continuo rinnovo dello stato di emergenza in violazione della Legge Fondamentale Palestinese. Il comitato ha affermato in una dichiarazione di aver osservato un incremento delle violazioni da parte dell’ANP a partire da agosto, compresi 30 casi di arresti politici, 33 convocazioni per interrogatori e nove irruzioni in case e posti di lavoro.

L’attivista per i diritti umani e giornalista Majdouline Hassouna dice a MEE di ritenere che la protratta detenzione di Abdel-Rahman e l’indagine sulle sue produzioni artistiche e sui media rappresentano una grave escalation contro la libertà dei giornalisti e le libertà di opinione e di espressione.

Gli attacchi ai giornalisti da parte dell’ANP non sono mai cessati. Tuttavia oggi appare chiaro che aumenteranno e diventeranno sistematici”, ha detto Hassouna. “È facile per i servizi di sicurezza accusarci di appartenere a qualche partito e costruire accuse per fornire una copertura alla nostra detenzione per via dei nostri diritti di opinione, espressione e del nostro lavoro giornalistico.

Oggi non esiste alcuna struttura giudiziaria o politica che faccia pressione sui servizi di sicurezza per il rilascio di Abdel-Rahman. Siamo diventati uno stato di polizia”, ha affermato, aggiungendo che lei e i suoi colleghi intendono rivolgersi ad ambasciate e consolati per premere per il suo rilascio, nel timore che venga sottoposto a tortura o ricatto per estorcergli una confessione. 

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’uccisione di Iyad al-Halak: famiglia ed avvocati accusano Israele di cercare di insabbiare il caso

Redazione di MEE

28 agosto 2020 – Middle East Eye

Sono sorte preoccupazioni dopo che il Ministero della Giustizia israeliano ha riconsiderato l’assassinio del palestinese autistico, sostenendo l’assenza di prove video.

La famiglia di un giovane palestinese autistico ucciso dalla polizia israeliana a maggio ha accusato la polizia di “aver distrutto deliberatamente le videocamere” che contenevano le prove dell’omicidio.

Iyad al-Halak, di 32 anni, il 30 maggio è stato ucciso da un poliziotto di frontiera israeliano mentre si recava ad una scuola per disabili nella città vecchia di Gerusalemme est occupata.

Un’inchiesta sulla sua uccisione è stata ostacolata dalla mancanza di ogni prova video, nonostante informazioni secondo cui nella zona dove è stato ucciso vi fossero almeno 10 telecamere di videosorveglianza.

L’uccisione di Halak in un deposito di rifiuti nella città vecchia ha provocato proteste in Palestina, in Israele e all’estero e, nonostante l’isolamento per il coronavirus, ha scatenato numerose manifestazioni.

Venerdì, parlando con l’agenzia di notizie ufficiale dell’Autorità Nazionale Palestinese WAFA, il padre di Halak ha accusato la polizia israeliana di cercare di insabbiare il caso di suo figlio e di aver distrutto le telecamere di sorveglianza che hanno documentato l’incidente.

Per tre mesi il governo di occupazione (Israele) non ha preso alcuna misura punitiva contro gli assassini di Iyad”, ha detto. “Stanno cercando di cancellare il crimine e farla franca riguardo all’omicidio.”

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, mercoledì un ufficio del Ministero di Giustizia israeliano ha effettuato una ricostruzione della scena, dopo aver detto che non vi erano registrazioni video dell’incidente.

In risposta, gli avvocati della famiglia Halak hanno sollecitato il ministero a “rivelare immediatamente l’identità dei colpevoli” e pubblicare le prove video.

Il ritardo fino ad ora, tre mesi dopo il delitto, nel portare davanti alla giustizia i responsabili è sospetto e preoccupante”, hanno affermato gli avvocati in una dichiarazione rilasciata a Middle East Eye.

Tutte le prove raccolte nel dossier dell’inchiesta indicano che si è trattato di un vero e proprio omicidio, quindi non è giustificabile impiegare così tanto tempo per raggiungere una decisione sul caso.”

I palestinesi hanno a lungo accusato Israele di condurre indagini superficiali sui delitti commessi dalle forze armate o dai coloni israeliani contro i palestinesi. Gli israeliani sono raramente posti sotto processo per l’uccisione di palestinesi e, se risultano colpevoli, normalmente vengono condannati a pene miti.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Hamas afferma che si è raggiunto un accordo con Israele per placare la violenza

Redazione di MEE

31 agosto 2020 – Middle East Eye

L’annuncio giunge dopo settimane di crescenti tensioni e mentre Gaza deve fare i conti con la pandemia da coronavirus

Lunedì Hamas ha annunciato che, grazie alla mediazione del Qatar, è stato raggiunto un accordo per evitare un’escalation con Israele dopo una fiammata durata quattro settimane che ha visto Gaza bombardata quasi quotidianamente.

In un comunicato l’ufficio del leader di Hamas Yahya Sinwar afferma che “dopo una serie di colloqui, mediati dal rappresentante del Qatar Mohammed al-Amadi, si è raggiunta un’intesa per evitare un’escalation e stabilizzare la situazione.”

Israele ha ripetutamente bombardato Gaza dal 6 agosto, con quella che sostiene essere una risposta agli ordigni incendiari inviati in volo e, meno frequenti, razzi lanciati oltre il confine.

Secondo dati dei vigili del fuoco, le bombe incendiarie, ordigni artigianali attaccati a palloni, aquiloni, preservativi gonfiati o buste di plastica, hanno innescato più di 400 incendi nel sud di Israele.

I palloni incendiari sono generalmente visti come un tentativo da parte di Hamas di migliorare le condizioni di una tregua informale in base alla quale Israele si era impegnato ad alleggerire il suo blocco durato 13 anni in cambio della calma sul confine.

Ma finora la risposta di Israele è stata di inasprire il blocco, che secondo i critici rappresenta una punizione collettiva dei due milioni di abitanti della zona impoverita.

Anche l’Egitto ha mantenuto l’assedio, restringendo sul suo confine gli spostamenti in entrata e in uscita da Gaza. In seguito ai tentativi di mediazione, Hamas afferma che “verranno annunciati vari progetti a favore del nostro popolo nella Striscia di Gaza e per contribuire a migliorare” le difficili condizioni di vita. Il suo comunicato non specifica nessuno dei progetti, ma afferma che le condizioni torneranno a essere “quelle che erano prima dell’escalation.”

In base a precedenti accordi non ufficiali raggiunti attraverso mediatori, Hamas ha tentato progetti economici su larga scala per contribuire a ridurre la disoccupazione che si aggira intorno al 50%, un ampio alleggerimento delle restrizioni agli spostamenti e un incremento delle forniture di energia elettrica da parte di Israele. Accusa Israele di muoversi troppo lentamente o di non rispettare i propri impegni.

Lunedì sera il COGAT, un ente militare israeliano responsabile delle questioni dei civili palestinesi, ha annunciato che avrebbe immediatamente riaperto l’unico valico commerciale di Gaza e ripreso la fornitura di carburante al territorio. Ha anche affermato che avrebbe riaperto una zona di pesca di 25 km dalle coste di Gaza.

Questa decisione verrà verificata sul terreno: se Hamas, che è responsabile di ogni azione intrapresa nella Striscia di Gaza, non rispetta i suoi obblighi, Israele si comporterà di conseguenza,” ha affermato.

L’inviato dell’ONU nella regione, Nickolay Mladenov, ha accolto favorevolmente l’accordo.

Porre fine al lancio di ordigni e proiettili incendiari, ripristinare la fornitura dell’elettricità consentirà all’ONU di concentrarsi sulla gestione della crisi da COVID-19”, ha twittato.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)