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Amnesty condanna la JCB per i macchinari usati per demolire le case dei palestinesi

Areeb Ullah

18 novembre 2021 – Middle East Eye

L’organizzazione per i diritti umani riporta che il rappresentante esclusivo della JCB in Israele ha venduto macchinari al ministero della difesa israeliano che li ha usati per demolire le case dei palestinesi e distruggere coltivazioni

Amnesty International ha accusato l’impresa edile britannica JCB di ignorare la vendita, tramite la sua unica sussidiaria in Israele, dei suoi bulldozer al governo israeliano che si dice li abbia usati per demolire le case dei palestinesi nella Cisgiordania occupata. 

In un’inchiesta divulgata giovedì, Amnesty International riporta che la JCB non ha adottato le misure necessarie per impedire alla Comasco, il suo distributore in esclusiva in Israele, di vendere ed eseguire la manutenzione di mezzi quali bulldozer e scavatrici al ministero della difesa israeliano.

L’organizzazione con sede a Londra ha detto che ci sono decine di casi specifici riguardanti macchinari della JCB usati per demolire edifici residenziali e agricoli appartenenti a palestinesi, oltre a condutture, oliveti e altre coltivazioni.

Peter Frankental, direttore del Programma affari economici di Amnesty UK (Regno Unito), ha attaccato la JCB per la sua inazione e ha detto che l’azienda aveva “i mezzi tecnologici e contrattuali per opporsi” all’uso dei suoi macchinari fatto da Israele per infrangere il diritto internazionale.   

“Nessuna azienda responsabile dovrebbe stare a guardare mentre i suoi prodotti sono usati per violare i diritti umani, specialmente quando ciò succede da oltre un decennio come la demolizione delle case dei palestinesi nei territori palestinesi occupati,” dice Frankental a Middle East Eye.   

“È assolutamente prevedibile che i macchinari che la JCB vende al suo unico distributore in Israele vengano usati per la demolizione delle case dei palestinesi e per la costruzione delle colonie illegali di Israele.

“È semplicemente imperdonabile la negligenza della JCB nel valutare l’impatto sui diritti umani dell’uso dei suoi macchinari nell’occupazione dei territori palestinesi da parte di Israele.”

L’anno scorso il governo inglese lanciò un’indagine circa le denunce secondo cui i macchinari costruiti dalla JCB sono stati usati per demolire le case dei palestinesi e la costruzione di colonie israeliane illegali nei territori palestinesi occupati. 

L’UK National Contact Point (NCP) [Punto di contatto nazionale del Regno Unito] che è finanziato dal governo britannico per indagare in modo indipendente su reclami contro le imprese multinazionali per presunte violazioni dei diritti umani e di altri obblighi, ha accolto la denuncia contro la JCB presentata dall’ente britannico e filantropico di assistenza legale Lawyers for Palestinian Human Rights (LPHR).  

La scorsa settimana il NCP ha detto che è “deplorevole” che la JCB “non abbia preso alcuna iniziativa per applicare la dovuta diligenza circa la difesa dei diritti umani di ogni tipo, sebbene consapevole dell’impatto di eventi che potrebbero essere contrari ai diritti umani”.

Un portavoce della JCB ha detto a Middle East Eye che “l’impresa non tollera alcuna forma di violazione dei diritti umani” e che “non contribuisce né è in alcun modo responsabile o collegata a violazioni dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, sia direttamente che indirettamente.” 

“Queste asserzioni sono state recentemente oggetto di un’indagine completa e indipendente da parte dell’UK National Contact Point per le linee guida OCSE [Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico] per le imprese multinazionali,” aggiunge il portavoce. 

“La recente conclusione del NCP-UK riconferma gli accertamenti iniziali secondo cui non ci sono state violazioni da parte della JCB. In particolare, il NCP–UK ha concluso che il presunto impatto sui diritti umani non può essere collegato alle operazioni commerciali o agli accordi contrattuali della JCB.”  

Una storia di violazioni dei diritti

Le attività della JCB in Israele sono al centro di polemiche e hanno ricevuto pesanti critiche da parte di attivisti per i diritti [umani]. 

L’azienda domina il mercato israeliano con una quota di mercato del 65% di tutte le scavatrici e con il 90% del mercato dei veicoli da carico comunemente usati nel Paese. 

All’inizio di quest’anno la JCB era su una lista pubblicata dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite secondo cui l’impresa edile ha dei legami con le colonie israeliane ritenute da molte organizzazioni a livello globale in violazione del diritto internazionale. 

Il consiglio ha compilato la lista e detto che le imprese elencate hanno agevolato la costruzione delle colonie, fornito loro apparecchiature di sorveglianza o servizi di sicurezza a imprese che vi lavorano.

Nel 2018 Middle East Eye rivelò che attrezzature di perforazione della JCB erano usate nei pressi di Khan al-Ahmar, un villaggio palestinese nella Cisgiordania centrale occupata e da tempo minacciato di demolizione da Israele.

Nel 1984 la JCB cominciò a produrre veicoli di tipo militare appositamente ideati per costruire edifici. Tramite la sua branca JCB Defence Products ha fornito 3.500 veicoli alle forze armate di 57 Paesi. 

“Per molti palestinesi i caratteristici bulldozer gialli e neri della JCB sono un segno nefasto dell’incombente perdita delle loro case e di altre terre sottratte ai palestinesi per far posto alle illegali colonie israeliane,” dice Sacha Deshmukh, l’AD di Amnesty UK.

“Secondo gli standard internazionali di commercio, la JCB ha la chiara responsabilità di prendere misure per assicurare che i propri prodotti non siano usati nel commettere violazioni dei diritti umani e ciò dovrebbe essere considerato parte essenziale della diligenza dovuta per garantire i diritti umani.”

MEE ha contattato la JCB per un commento ma al momento della pubblicazione di questo articolo non ha ricevuto risposta.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Le star di Hollywood denunciano la designazione da parte di Israele di alcune associazioni palestinesi quali ‘gruppi terroristi’

Redazione di MEE, Washington

17 novembre 2021  Middle East Eye

Richard Gere, Mark Ruffalo, Tilda Swinton, Susan Sarandon e Simon Pegg fra i firmatari di una lettera che chiede ad Israele di revocare la messa al bando di sei associazioni palestinesi

Oltre cento attori, registi, autori e musicisti di Hollywood hanno sottoscritto una lettera aperta mercoledì per contestare la decisione israeliana di designare sei organizzazioni di spicco della società civile palestinese quali organizzazioni terroriste.

La lettera descrive la recente mossa israeliana come “un attacco indiscriminato senza precedenti contro i difensori dei diritti umani palestinesi”, e chiede al Paese di revocare quella designazione.

Ciò che Israele tenta di bloccare è esattamente il lavoro fondamentale svolto da queste sei organizzazioni per proteggere e rafforzare i palestinesi e per denunciare le responsabilità di Israele per le sue gravi violazioni dei diritti umani e per il suo regime di apartheid e di discriminazione razziale istituzionalizzata,” si afferma nella lettera.

Fra i firmatari si trovano le star hollywoodiane Richard Gere, Mark Ruffalo, Tilda Swinton, Susan Sarandon e Simon Pegg; il regista Ken Loach, il musicista Jarvis Cocker, il gruppo musicale Massive Attack e gli autori Rashid Khalidi e Naomi Klein.

Ruffalo è dichiaratamente critico nei confronti di Israele e sostenitore dei diritti palestinesi. In passato ha condiviso una petizione che richiedeva ai leader internazionali di imporre sanzioni contro i settori chiave dell’industria israeliana “fino a quando non vengano garantiti ai palestinesi pieni e pari diritti civili”.

Quanto a Sarandon, attrice ed attivista di lungo corso, durante l’offensiva israeliana di maggio contro Gaza, ha pubblicato diversi tweet sulle tensioni, in uno dei quali affermava che i palestinesi si trovavano ad affrontare la nuova forma di colonialismo imposta da Israele.

Questa lettera non è che l’ultima di una serie di condanne della mossa israeliana – dall’ONU a fondazioni filantropiche e associazioni di attivisti fino a parlamentari USA. 

Lo scorso ottobre il ministro della difesa israeliano Benny Gantz ha bollato come organizzazioni terroriste sei ONG palestinesi: Addameer, al-Haq, Comitati del Sindacato per il Lavoro Agricolo, Centro “Bisan” per la Ricerca e lo Sviluppo, Unione dei Comitati delle Donne Palestinesi e Difesa dei Bambini Palestinesi.

Il ministero di Gantz ha accusato le associazioni di essere collegate a gruppi armati, ma la misura ha suscitato ampie critiche da parte dell’ONU, oltre che di note organizzazioni per la difesa dei diritti umani, quali Human Rights Watch e Amnesty International. 

In seguito, un’inchiesta da parte di Frontline Defenders [ONG che protegge gli attivisti per i diritti umani a rischio, ndtr] ha rivelato che i cellulari di diversi palestinesi membri di quelle associazioni erano stati hackerati.

La minaccia di ritorsioni è concreta e mette a repentaglio non solo le associazioni in questione, ma anche l’intera società civile palestinese e le decine di migliaia di palestinesi che esse assistono quotidianamente,” afferma la lettera.

La lettera è uscita mercoledì, esattamente un giorno dopo che oltre cento fra fondazioni filantropiche e donatori avevano firmato un’altra lettera aperta in solidarietà con le associazioni della società civile palestinese.

(traduzione dall’inglese di Stefania Fusero)




Secondo B’Tselem Israele si serve della violenza dei coloni come “strumento” per accaparrarsi le terre palestinesi

Secondo B’Tselem Israele si serve della violenza dei coloni come “strumento” per accaparrarsi le terre palestinesi

Secondo l’Ong israeliana Israele “sostiene e asseconda in toto” i coloni e le loro tattiche di intimidazione che spesso comportano la perdita delle terre agricole e dei pascoli palestinesi.

Redazione di MEE

15 novembre 2021 – Middle East Eye

 

Il governo israeliano si serve della violenza dei coloni come “importante strumento informale” per impadronirsi di terre palestinesi nella Cisgiordania occupata, afferma un’importante organizzazione israeliana di difesa dei diritti umani.

In un rapporto pubblicato domenica B’Tselem spiega che Israele si avvale di due metodi privilegiati per confiscare terre palestinesi in Cisgiordania: l’annessione ufficiale attraverso il proprio sistema giudiziario e le azioni ufficiose di intimidazione e violenza perpetrate dai coloni.

“Lo Stato sostiene ed asseconda in toto questi atti di violenza e i suoi soldati a volte vi partecipano direttamente”, denuncia la Ong israeliana nel suo rapporto.

“Così, la violenza dei coloni è una forma di politica governativa, con l’appoggio e l’incoraggiamento delle autorità statali ufficiali e la loro partecipazione attiva.”

Secondo questo documento i coloni israeliani negli ultimi cinque anni si sono appropriati di quasi 3.000 ettari di terreni agricoli e di pascoli nella Cisgiordania occupata.

“Mi hanno spezzato una gamba”

Attraverso cinque studi di caso per illustrare il modo in cui le sistematiche e costanti violenze perpetrate dai coloni fanno parte della politica ufficiale di Israele, B’Tselem dimostra che le autorità del Paese si servono della violenza dei coloni per procedere ad una “massiccia acquisizione” delle terre palestinesi.

Uno dei casi studiati riguarda la colonia di Ma’on Farm, che è stata costruita illegalmente nel sud della Cisgiordania e si estende su circa 260 ettari. I coloni hanno vessato, colpito e intimidito i palestinesi che utilizzano tradizionalmente questa terra per pascolare il loro bestiame e per le loro coltivazioni, cosa che ha provocato la sua confisca.

Jummah Ribii, di 48 anni, pastore del villaggio di al-Tuwani, ha raccontato a B’Tselem che i coloni hanno cercato per anni di allontanare la sua famiglia dall’agricoltura che le permetteva di nutrirsi. Nel 2018 i coloni l’hanno preso di mira e l’hanno picchiato, ferendolo in modo grave.

“Mi hanno spezzato una gamba e ho dovuto passare due settimane in ospedale e proseguire le terapie a casa”, ha raccontato Ribii alla Ong. “Ho dovuto vendere la maggior parte delle nostre pecore per pagare le cure.”

Secondo B’Tselem Israele legittima la violenza dei coloni sia legalizzando le loro acquisizioni di terre, non impedendo le violenze e non perseguendo i loro autori.

“L’esercito generalmente evita di scontrarsi con i coloni violenti, anche se i soldati hanno l’autorità e il dovere di arrestarli. Come norma generale, piuttosto che affrontare i coloni, l’esercito preferisce cacciare i palestinesi dalle terre agricole e dai pascoli che loro appartengono con tattiche diverse, come decretare delle zone militari chiuse che valgono solamente per i palestinesi o lanciare gas lacrimogeni, granate assordanti e proiettili di gomma, a volte proiettili veri”, elenca B’Tselem.

Moayyad Besharat, responsabile dei programmi e della progettazione dell’Unione dei Comitati di Lavoro Agricolo, riferisce a MEE che gli attacchi dei coloni contro i palestinesi quest’anno si sono moltiplicati, in particolare nel periodo della raccolta delle olive, in ottobre e novembre.

La raccolta delle olive è un’ancora di salvezza per circa 80.000-100.000 famiglie palestinesi nella Cisgiordania occupata. Quest’anno la stagione è stata la più difficile degli ultimi tempi, secondo Besharat che accompagna gli agricoltori come osservatore nei periodi di raccolta.

In linea con il rapporto di B’Tselem, sottolinea le difficoltà cui vanno incontro i palestinesi che vogliono cercare di resistere agli attacchi dei coloni e agli accaparramenti di terre a causa della frequenza con cui i coloni vengono scortati dall’esercito.

 “E’ violenza di Stato”

Anche se i palestinesi documentano e riferiscono regolarmente gli attacchi dei coloni (a volte per vie legali e attraverso libri, rapporti di ricerche e documentari), il governo israeliano non persegue quasi mai i coloni, lamenta il rapporto di B’Tselem.

“L’inazione di Israele persiste dopo gli attacchi dei coloni contro i palestinesi, le autorità fanno tutto il possibile per evitare di reagire a questi incidenti”, scrive l’organizzazione.

“È difficile sporgere denuncia e nei rari casi in cui viene avviata davvero un’indagine, il sistema la insabbia velocemente. Le incriminazioni contro i coloni che feriscono palestinesi sono estremamente rare e quando ciò accade si tratta di reati minori, con sanzioni simboliche per le rarissime condanne.”

Insomma, la mancanza di azione da parte del governo si traduce in un’approvazione de facto, riassume l’Ong.

“La violenza statale – ufficiale o di altro tipo – è parte integrante del regime di apartheid di Israele, che mira a creare uno spazio esclusivamente ebraico tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo”, ritiene B’Tselem.

“La combinazione tra la violenza statale e la violenza ‘non ufficiale’ consente a Israele due cose: garantirsi una smentita plausibile e addebitare la violenza ai coloni piuttosto che all’esercito, ai tribunali o all’amministrazione civile, procedendo intanto allo spossessamento dei palestinesi. Tuttavia i fatti escludono ogni negazione plausibile: quando la violenza avviene con il permesso e l’appoggio delle autorità israeliane e sotto la loro egida, si tratta di violenza di Stato. I coloni non sfidano lo Stato, sono ai suoi ordini.”

 

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)

 




L’ambasciatrice israeliana nel Regno Unito allontanata dalla London School of Economics tra le proteste pro-palestinesi

L’ambasciatrice israeliana nel Regno Unito allontanata dalla London School of Economics tra le proteste pro-palestinesi

Tzipi Hotovely è scappata dall’Università nella sua auto a seguito delle espressioni di collera degli studenti pro-palestinesi alla sua comparsa

Redazione di MiddleEastEye

10 novembre 2021 – MiddleEastEye

 

Martedì l’ambasciatrice israeliana nel Regno Unito è stata allontanata dalla London School of Economics (LSE) mentre gli studenti pro-palestinesi esprimevano la loro rabbia alla sua comparsa.

Il filmato su Twitter mostra Tzipi Hotovely, con in mano un mazzo di fiori, che viene fatta entrare nella sua auto dalle guardie di sicurezza mentre gli studenti ripetono in coro: “Vergognati”. Almeno un manifestante ha cercato di aggredirla.

Secondo i media israeliani, l’Università aveva invitato Hotovely a partecipare a un dibattito.

Hotovely è una intransigente sostenitrice delle colonie illegali di Israele e si è descritta come “una religiosa di destra”. Si è opposta ai matrimoni interreligiosi in Israele ed è strenua oppositrice di uno Stato palestinese.

La Palestine Society della LSE Student Union ha affermato che la presenza di Hotovely viola la politica dell’Università relativa agli oratori esterni perché l’ambasciatrice sostiene le colonie e, tra altre ragioni, ha definito il conflitto israelo-palestinese un conflitto religioso. La Society l’ha anche definita “razzista”.

Un articolo del Jewish Chronicle ha criticato i manifestanti – descritti come un’”orda di cacciatori di ebrei” – per le loro azioni, avvenute nell’83° anniversario della Notte dei Cristalli. Na’amod, un gruppo ebreo britannico contro l’occupazione, ha affermato che il paragone è “estremamente offensivo”.

Priti Patel, Ministro degli Interni del Regno Unito, ha affermato di essere in contatto con l’ambasciatrice e di aver dato il suo appoggio a un’indagine di polizia sulle proteste.

Patel ha twittato di essere “disgustata” dal trattamento riservato a Hotovely e che avrebbe continuato a fare tutto il possibile “per mantenere la comunità ebraica al sicuro da intimidazioni, molestie e abusi”.

Hotovely ha detto dell’incidente: “Non cederemo al teppismo e alla violenza. Lo Stato di Israele continuerà a inviare i suoi rappresentanti ovunque”.

Petizione contro la nomina

Lo scorso anno la nomina di Hotovely ad ambasciatrice nel Regno Unito causò molte polemiche; circa 2.000 ebrei britannici firmarono una petizione organizzata da Na’amod che chiedeva al Governo del Regno Unito di rifiutare la nomina.

“Hotovely ha uno sconcertante primato di comportamenti razzisti e provocatori lungo tutta la sua carriera politica”, si legge nella petizione.

“Come ebrei britannici siamo espliciti: i valori e la politica di Tzipi Hotovely non hanno posto nel Regno Unito. È essenziale che il governo del Regno Unito mandi il messaggio che le sue opinioni sono inaccettabili e che rifiuti la sua nomina come ambasciatrice”.

Nel dicembre 2020, Hotovely è apparsa a un evento online ospitato dal Consiglio dei Deputati (BoD), la principale organizzazione della comunità ebraica del Regno Unito, in cui ha descritto l’espulsione di 700.000 palestinesi nella guerra arabo-israeliana del 1948, nota come Nakba (“catastrofe “) in arabo – come una “bugia araba molto popolare”.

Nel 2019, in seguito alla pubblicazione di un manifesto politico del BoD in cui si esprimeva l’appoggio a uno Stato palestinese, Hotovely ha criticato il gruppo affermando che “un’organizzazione che sostiene la creazione di uno Stato palestinese sta chiaramente lavorando contro gli interessi israeliani”.

In un discorso del 2015 quando è stata nominata viceministro degli Esteri ha respinto la soluzione a due Stati dicendo: “Questa terra è nostra. Tutto è nostro. Non siamo venuti qui per scusarci di ciò”.

 

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)

 




La popolazione di Gaza “avvelenata lentamente” da un’acqua inadatta al consumo umano

La popolazione di Gaza “avvelenata lentamente” da un’acqua inadatta al consumo umano

Secondo recenti dati un quarto delle malattie che si diffondono a Gaza è causato dall’inquinamento dell’acqua; gli abitanti e gli agricoltori evitano l’acqua dei rubinetti o dei pozzi per non compromettere la propria salute.

Maha Hussaini

 2 novembre 2021 – Middle East Eye

GAZA, Palestina occupata

Per anni Iyad Shallouf, un agricoltore che possiede dei terreni vicino alla costa del mare di Gaza, ha riempito dei serbatoi d’acqua dolce per gli abitanti del suo quartiere. Oggi a malapena ha i mezzi per comprare l’acqua per irrigare i suoi campi.

A causa della prossimità dei loro terreni all’acqua di mare contaminata, con l’intensificarsi del problema dell’acqua a Gaza gli agricoltori, soprattutto nelle zone occidentali del territorio sotto assedio, sono i più colpiti dalla crisi dell’inquinamento idrico.

Invece di utilizzare dei pozzi per irrigarli, devono comprare l’acqua più volte al mese per evitare di danneggiare le loro coltivazioni.

“Qui, nella zona (costiera) di al-Mawassi, patiamo sofferenze che dio solo sa. Le nostre colture sono danneggiate dall’acqua salata contaminata, per cui ormai evitiamo di usare i metodi tradizionali di irrigazione e acquistiamo invece l’acqua per irrigare i campi”, spiega a Middle East Eye Shallouf (45 anni), originario di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza.

“Io possiedo già un pozzo che mi avrebbe fatto risparmiare molti soldi se avesse potuto servire all’irrigazione, ma la concentrazione di cloro e gli elevati livelli di salinità l’hanno reso inutile. Non possiamo nemmeno utilizzarlo per lavarci, perché l’acqua danneggerebbe la nostra pelle.”

Iyad Shallouf spiega che ha già provato a coltivare diversi tipi di prodotti agricoli, ma ha sempre finito per subire enormi perdite a causa dei danni provocati dalla cattiva qualità dell’acqua.

Deterioramento della qualità dell’acqua

Il prolungato assedio israeliano ha comportato un “grave deterioramento” della qualità dell’acqua a Gaza: secondo l’Osservatorio Euro-mediterraneo per i Diritti Umani, con sede a Ginevra, il 97% dell’acqua è inquinato.

L’Ong afferma che la situazione è resa più grave da un’acuta crisi della fornitura di elettricità, che intralcia il funzionamento dei pozzi d’acqua e degli impianti di depurazione, il che fa sì che circa l’80% delle acque reflue non trattate di Gaza sia sversato in mare, mentre il 20% si infiltra nelle falde freatiche.

Precisa inoltre che in base a dati recenti circa un quarto delle malattie che si diffondono a Gaza è provocato dall’inquinamento dell’acqua e il 12% dei decessi di bambini e neonati è collegato a malattie intestinali causate da acqua contaminata.

“Civili rinchiusi in una bidonville tossica dalla nascita alla morte sono costretti ad assistere al lento avvelenamento dei loro figli e dei loro cari per via dell’acqua che bevono e del suolo che coltivano, all’infinito, senza alcuna prospettiva di cambiamento”, ha dichiarato all’inizio di ottobre Muhammed Shehada, responsabile dei programmi e delle comunicazioni dell’ONG, durante la 48ma sessione del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite (CDH).

A causa dell’inquinamento dell’acqua gli agricoltori e i proprietari di terra nella maggior parte delle zone dell’enclave costiera devono pagare circa 2 shekel israeliani (circa 0,50 euro) per una cisterna da 1.000 litri per poter irrigare i loro campi coltivati.

“Noi utilizziamo enormi quantità di acqua per le colture, una cisterna da 1.000 litri non è niente. Se dobbiamo pagare 2 shekel per ogni serbatoio, complessivamente non ne vale la pena”, lamenta Iyad Shallouf.

Iyad Shallouf spende quasi un migliaio di euro al mese per comprare acqua e riempire i bacini artificiali sui suoi terreni per irrigare le coltivazioni. Ogni tanto i costi elevati dell’acqua e dei fertilizzanti, uniti alla penuria di carburante e di elettricità che serve a pompare l’acqua, provocano pesanti perdite per gli agricoltori.

“Oggi le nostre decisioni come agricoltori relativamente ai tipi di coltivazioni che piantiamo sono interamente legate all’accessibilità dell’acqua. Per esempio, probabilmente non vedrete mai nessun agricoltore coltivare cetrioli o fragole da queste parti, perché queste colture necessitano di grandi quantità d’acqua dolce. Piuttosto ci orientiamo verso peperoni verdi e altre colture che non richiedono troppa acqua.”

A causa della penuria d’acqua, nella zona in cui si trova l’azienda di Iyad Shallouf grandi distese di terreni agricoli sono state trasformate in zone residenziali.

“Molti agricoltori hanno valutato che non valesse la pena dii insistere con coltivazioni che finirebbero per essere danneggiate da un’acqua inquinata o dalla scarsità di acqua dolce; quindi hanno semplicemente venduto i loro terreni o hanno piuttosto costruito delle case residenziali e degli appartamenti.”

“Inadatta al consumo umano”

La crisi dell’acqua non ha mai smesso di aggravarsi fin dall’inizio del blocco israeliano, per poi culminare nel 2020.

In quell’anno il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF) ha stimato che solo il 10% degli abitanti dell’enclave sotto assedio aveva accesso diretto ad acqua potabile e sicura, mentre più di un milione di abitanti – circa la metà della popolazione – necessitavano di interventi idrici e di sanificazione.

L’elevato livello di salinità dell’acqua in parecchie zone della Striscia di Gaza costringe centinaia di migliaia di famiglie ad acquistare acqua per bere e lavarsi. Mentre l’acqua del mare presenta una salinità di circa 30.000 parti per milione (ppm), l’acqua per uso domestico in certe zone di Gaza arriva fino a un terzo di tale valore.

Ciò equivale a 10 grammi di sale per litro d’acqua, un livello considerato molto alto da Ahmed Safi, un esperto palestinese in scienze dell’acqua e dell’ambiente.

“Una gran parte dell’acqua a Gaza, compresa quella potabile, è contaminata da nitrati, oltre a sale ed alti livelli di cloro, il che provoca molte malattie tra gli abitanti. In certe zone non si può utilizzarla neanche per lavarsi”, aggiunge.

“La ragione principale della crisi dell’acqua a Gaza è l’uso eccessivo delle falde freatiche causato dall’aumento della popolazione dovuta a molteplici fattori, a cominciare dall’arrivo di centinaia di migliaia di rifugiati durante la Nakba (l’esodo dei palestinesi quando nacque Israele) nel 1948.”

Oltre 2,1 milioni di persone vivono nell’enclave costiera sotto assedio, che copre una superficie totale di 360 km2, cosa che fa di essa una delle aree più densamente popolate al mondo.

Circa il 70% della popolazione è composta da rifugiati che sono stati costretti a lasciare le loro città e villaggi d’origine per stabilirsi in altre parti dei territori palestinesi occupati al momento della creazione di Israele.

“Il trattamento delle acque reflue è un altro problema complicato. Per anni i sistemi fognari dipendevano da fosse scavate nel suolo che raccoglievano le acque reflue, che finivano per infiltrarsi nelle falde freatiche contaminandole con i nitrati. Questo sistema è ancor oggi in uso in alcune zone”, prosegue Ahmed Safi.

Di conseguenza, secondo Abdullah al-Qishawi, capo del servizio di dialisi all’ospedale al-Shifa di Gaza, nella Striscia di Gaza il numero di pazienti affetti da insufficienza renale aumenta dal 13 al 14% ogni anno.

“Attualmente abbiamo un migliaio di pazienti che vengono al servizio di dialisi tre volte a settimana. Di questi casi, almeno il 20% è dovuto all’inquinamento dell’acqua”, spiega a MEE.

“Qui al servizio di dialisi notiamo che la maggior parte dei pazienti proviene da zone frontaliere, dove la crisi dell’acqua raggiunge il parossismo.”

Secondo Abdullah al-Qishawi, nonostante l’assenza di studi specifici a Gaza sul rapporto tra il numero crescente dei casi di insufficienza renale e la contaminazione dell’acqua nella striscia costiera, i medici sono in grado di ipotizzare che l’acqua contaminata sia all’origine di problemi renali.

“L’insufficienza renale è generalmente causata da altri problemi come il diabete, l’ipertensione arteriosa o calcoli renali. Tuttavia un gran numero di gazawi a cui è stata diagnosticata un’insufficienza renale non soffrono di nessuna di queste malattie, il che indica che essa è stata causata da un’acqua inadatta al consumo umano”, spiega.

Interruzioni di corrente

L’approvvigionamento di elettricità a Gaza dipende strettamente dalla situazione politica. Quando vi sono tensioni tra Israele e i gruppi armati palestinesi le autorità israeliane normalmente sospendono le consegne di carburante e chiudono il valico di frontiera di Kerem Shalom, al confine tra Gaza e Israele, il che causa l’arresto dell’unica centrale elettrica del territorio.

Nel migliore dei casi gli abitanti della Striscia di Gaza ricevono elettricità per turni di otto ore – otto ore di elettricità seguite da otto ore di interruzione.

Durante queste lunghe ore di interruzione della corrente il funzionamento delle infrastrutture del territorio è gravemente compromesso e i generatori che pompano l’acqua potabile dai pozzi per distribuirla nelle case smettono di funzionare, privando gran parte della popolazione locale di un accesso alle risorse idriche.

“La nostra quotidianità dipende dal nostro accesso all’elettricità e all’acqua. Se abbiamo l’elettricità significa che abbiamo l’acqua per lavarci, cucinare, lavare i piatti, fare le pulizie, bere. Se manca l’elettricità per molte ore, semplicemente la nostra vita si ferma”, confida a MEE Areej Muhammed, madre di famiglia di 29 anni originaria dell’ovest di Gaza.

“Quando elettricità ed acqua sono sospese restiamo lì ad aspettare che ritornino. Riprogrammiamo tuti i nostri impegni e la nostra routine quotidiana in funzione delle ore di accesso all’acqua e all’elettricità”, aggiunge.

Secondo un rapporto di valutazione sulle condizioni sanitarie nei territori palestinesi occupati, pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 2016, oltre un quarto delle malattie nella Striscia di Gaza è legato all’inquinamento dell’acqua, che costituisce anche una delle principali cause di morbilità infantile.

Nel 2017, allo scopo di migliorare l’accesso all’acqua potabile per migliaia di abitanti, l’Unione Europea e l’Unicef hanno finanziato un impianto di desalinizzazione dell’acqua marina a Gaza per un importo di 10 milioni di euro. Tuttavia il perdurare della crisi dell’elettricità impedisce all’impianto di funzionare a pieno regime.

A causa della mancanza di carburante gli impianti di trattamento delle acque reflue funzionano a capacità ridotta, obbligando l’amministrazione delle acque a sversare in mare acque reflue contaminate e trattate solo parzialmente.

Infrastrutture devastate

Durante i successivi attacchi dell’esercito israeliano contro la Striscia di Gaza dopo il 2008, le forze israeliane hanno preso di mira ripetutamente le infrastrutture idriche, di sanificazione e di igiene, in particolare le zone che ospitavano pozzi e canalizzazioni di acqua, impianti per la sanificazione e anche gli edifici municipali che gestiscono i servizi di risanamento e di smaltimento delle acque reflue.

L’ultima offensiva israeliana contro la Striscia di Gaza ha avuto luogo per undici giorni a maggio, prendendo direttamente di mira infrastrutture civili vitali e causando danni a lungo termine.

In base ad una rapida valutazione dei danni e delle necessità condotta dalla Banca Mondiale in seguito all’offensiva, la Striscia di Gaza ha subito danni fisici pari a 380 milioni di dollari e perdite economiche stimate in 190 milioni di dollari, cosa che incide direttamente sul diritto degli abitanti ad accedere all’acqua potabile.

Prima dell’offensiva di maggio il consumo quotidiano medio di acqua per abitante a Gaza era di circa 88 litri, una cifra situata entro la fascia da 50 a 100 litri a persona ogni giorno raccomandata dall’OMS per soddisfare i bisogni più elementari e limitare il numero dei problemi di salute.

Nel pieno dell’offensiva, Oxfam [confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale, attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo con sede ad Oxford, GB, ndtr.] ha informato che 400.000 persone a Gaza erano prive di accesso all’acqua a causa della distruzione massiccia delle infrastrutture.

Oggi centinaia di migliaia di gazawi devono acquistare l’acqua presso impianti privati di desalinizzazione.

“Circa due anni fa il mio figlio più giovane ha sofferto di grave dissenteria e dolori addominali e si è scoperto che la causa era il consumo di acqua dal rubinetto di casa. Da quel momento ho iniziato a comprare l’acqua dalle autobotti”, racconta a MEE Abu Sameh Omar (40 anni), che vive nel centro di Gaza.

“In genere noi abbiamo i mezzi per acquistare il minimo necessario di acqua potabile ogni mese. È più cara di quella che ci arriva in casa, ma quest’ultima non è potabile. E non posso lasciare che i miei figli bevano quest’acqua e si ammalino.”

(traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)

 




Israele ha revocato la residenza a Gerusalemme di un noto avvocato franco-palestinese

Redazione di MEE

19 ottobre 2021 – Middle East Eye

Salah al-Hamouri ha passato più di otto anni nelle carceri israeliane e ora deve andarsene dalla sua città natale.

L’avvocato palestinese Salah al-Hamouri, ex-prigioniero politico che ha anche la cittadinanza francese, ha visto revocata la sua residenza a Gerusalemme est da parte delle autorità israeliane e ora non può più vivere nella sua città natale.

Hamouri è un abitante della Gerusalemme est occupata, che Israele ha conquistato nel 1967. Gli abitanti palestinesi dei quartieri orientali della città occupata in genere rifiutano la cittadinanza israeliana e quindi hanno carte d’identità da residenti rilasciate dal ministero dell’Interno israeliano.

Tuttavia questo status di residenti può essere revocato da Israele, cacciando i palestinesi dalle loro case con la revoca del loro documento d’identità per varie ragioni.

Hamouri, di padre palestinese e madre francese, in precedenza era stato informato che Israele stava cercando di togliergli la residenza quando a settembre 2020 ha ricevuto una lettera del ministero degli Interni. Secondo i media palestinesi lunedì il ministero ha confermato ufficialmente che la decisione era stata presa.

L’avvocato, preso di mira per il suo attivismo politico e in quanto membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP), un’organizzazione marxista-leninista della resistenza palestinese, ha passato più di otto anni nelle prigioni israeliane in periodi diversi.

Nel 2001 venne sottoposto a detenzione amministrativa [cioè senza accuse né condanna, ndtr.] per cinque mesi, e per quattro mesi nel 2004. Nel 2005 Israele lo condannò a sette anni di prigione per un presunto piano del PFLP per uccidere un rabbino di estrema destra, Ovadia Yousef, un’accusa che ha sempre respinto.

Più di recente, nel 2018 è stato liberato dalla detenzione amministrativa dopo 13 mesi di arresto senza accuse.

Dopo il suo rilascio, in un’intervista a Middle East Eye Hamouni ha dichiarato: “La prigione è di per sé un luogo difficile per qualunque essere umano, ma è stato particolarmente duro perché Israele ha anche scelto di arrestarmi proprio alla fine della mia formazione giuridica, pochi giorni prima di un viaggio per fare visita alla mia famiglia in Francia.”

Ed ha aggiunto: “Israele mi ha preso di mira durante questo particolare periodo della mia vita per ricordarmi che mi tiene d’occhio con molta attenzione.”

Nel 2018 Human Rights Watch [importante Ong internazionale, ndtr.] ha affermato che dal 1967 Israele ha revocato lo status di residenti ad almeno 14.595 palestinesi a Gerusalemme est.

“Il sistema discriminatorio spinge molti palestinesi a lasciare la loro città con quello che rappresenta un trasferimento forzato, una grave violazione delle leggi internazionali,” afferma HRW.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“La guerra non è finita”: le bombe inesplose nella Striscia di Gaza

Maha Hussaini, Frank Andrews

25 settembre 2021 – Middle East Eye

A causa dei residui bellici inesplosi delle bombe israeliane molti abitanti di Gaza “rivivono la battaglia ogni giorno”

Molte settimane dopo la fine dell’ultimo bombardamento israeliano sulla Striscia di Gaza, il 9 giugno, Ahmed al-Dahdouh di 16 anni è andato a cercare il suo fratellino Obaida a casa di suo zio a al-Zeitun, un quartiere orientale di Gaza.

Obaida, di 9 anni, si è rivolto a suo fratello mentre ritornavano attraverso il giardino ombroso della loro casa: “Ho trovato delle schegge di bomba”.

Ahmed ha visto che teneva qualcosa in mano.

Gli ho chiesto che cosa fosse e lui l’ha gettata per terra”, racconta Ahmed a Middle East Eye. È esplosa.

Obaida ha fatto qualche passo con aria smarrita, prima di cadere. “L’ho seguito”, prosegue Ahmed, “poi entrambi abbiamo perso conoscenza.”

E’ stato verso le 18 che il loro padre, Salahuddin, ha sentito l’esplosione.

Ha trovato Ahmed che tentava di tamponare con la mano una ferita che suo fratello aveva sul collo. Salahuddin l’ha toccata e ha sentito un sottile pezzo di metallo che gli è rimasto in mano.

La ferita era molto profonda. Quando ho cercato di tamponarla, ci sono entrate tre dita”, dice Salahuddin

Poco dopo un medico dell’ospedale al-Shifa ha operato Obaida per cercare di salvargli la vita.

Anche Ahmed è stato operato. L’esplosione aveva frantumato delle ossa e dei vasi sanguigni nel suo dito mignolo, che ha dovuto essere amputato. Porta sempre una benda e ha delle piastre di platino nella mano.

In terapia intensiva in un altro reparto dell’ospedale, mentre due dei suoi zii aspettavano nell’entrata, Obaida ha smesso di respirare alle 3.

Correvo da uno all’altro dei miei figli, ma sapevo che la situazione di Obaida era senza speranza – che era in stato di morte cerebrale”, racconta Salahuddin.

I medici gli hanno spiegato che il detonatore inesploso di una bomba aveva ucciso suo figlio. Hanno individuato le schegge nel suo collo e nella colonna vertebrale.

Salahuddin ha le lacrime agli occhi mentre ricorda il suo ultimo pranzo con Obaida prima dell’esplosione: avevano mangiato riso al latte per dessert.

Gli ho detto di darmene un po’”, racconta Salahuddin, con la voce rotta dall’emozione. Obaida ha risposto: “Ci sono un sacco di altri piatti. Quello è il mio.”

Poi “gli ho chiesto di restare con me, ma lui mi ha detto che voleva andare giù da suo fratello Ahmed”, ricorda Salahuddin.

Non lo dimenticheremo. Fin da quando era piccolo sorrideva sempre. Anche quando lo si rimproverava, lui sorrideva.”

Sepolte sotto le macerie

Non tutte le bombe esplodono completamente al momento dell’impatto. I raid aerei si lasciano dietro dei detriti esplosivi, a volte bombe intatte, nelle strade, sepolte sotto le macerie o gli edifici.

Munizioni inesplose, anche vecchie di molti decenni, possono esplodere all’improvviso se le si sposta.

Se incidenti come quello che ha ucciso Obaida al-Dahdouh sono relativamente rari, i residui esplosivi delle bombe sganciate da Israele costituiscono una grave minaccia per l’esistenza dei gazawi nell’enclave assediata.

Negli ultimi tre anni la Striscia di Gaza ha registrato circa un incidente al mese causato da residui esplosovi di guerra”, dice a Middle East Eye Suhair Zakkout, portavoce del Comitato Internazionale della Croce Rossa a Gaza.

Secondo l’ONU 41 persone sarebbero state uccise e 296 ferite da questi residui tra il 2009 e il 2020.

Le munizioni inesplose disseminate nella Striscia di Gaza dopo ogni bombardamento israeliano hanno altre gravi conseguenze. Alcuni abitanti devono abbandonare le proprie case e scuole, non possono più guadagnarsi da vivere e hanno persistenti problemi psicologici.

Secondo ‘Euro-Med Human Rights Monitor’, a maggio, nell’arco di 11 giorni, quando i razzi lanciati da gruppi di miliziani (tra cui Hamas) da Gaza verso Israele hanno ucciso 13 persone, Israele ha scatenato 2.750 attacchi aerei e 2.300 granate contro la Striscia di Gaza, uccidendo 248 palestinesi, di cui 66 bambini. Entrambe le parti sono suscettibili di aver commesso crimini di guerra.

La squadra di sminatori del Ministero dell’Interno di Gaza non ha tenuto il conto del numero di residui esplosivi rinvenuti dopo l’offensiva di maggio.

Tuttavia lo sminatore Mohamed Miqdad ha dichiarato a MEE che dall’inizio dell’ultimo bombardamento l’unità ha svolto 1.170 missioni allo scopo di eliminare gli ordigni inesplosi e controllare le case alla ricerca di resti esplosivi.

D’altra parte, gli sminatori hanno identificato 16 bombe inesplose tuttora profondamente sepolte sotto le case, i terreni e i negozi in tutta la Striscia di Gaza.

A giugno l’ONU ha stimato che il 30% delle macerie provocate dall’offensiva, pari a circa 110.000 tonnellate, era stato portato via. Le rovine che non sono ancora state ispezionate restano molto pericolose, soprattutto per i bambini che giocano e per gli adulti che cercano di recuperare i propri effetti personali.

Vestigia di guerra

Il 12 maggio verso le 8 gli agenti di intelligence israeliana hanno chiamato Saadallah Dahman, di 62 anni, e sua moglie nella loro casa del campo profughi di Jabaliya nel nord di Gaza, per informarli che il loro edificio stava per essere bombardato.

Ci hanno detto che avevamo dieci minuti di tempo e che gli aerei da guerra erano già sopra la casa”, racconta Dahman a MEE.

Una bomba Mark-84 di 925 chili ha demolito il lato sinistro dell’edificio. Una seconda si è abbattuta sui cinque piani del lato destro per poi sprofondare di parecchi metri nel suolo senza esplodere.

Dopo mesi si trova ancora nel terreno.

Le sei famiglie dell’immobile – 36 persone, di cui 22 bambini – sono tuttora sfollate. La maggior parte affitta delle case nelle vicinanze.

Nessuna organizzazione tiene il conto di quanti gazawi tra le migliaia ancora sfollate dall’offensiva di maggio non possono rientrare nelle loro case a causa di munizioni inesplose. Lo stesso accade per i dati relativi alle scuole tuttora chiuse a causa di questi ordigni.

Comunque gli sminatori hanno informato MEE che quattro scuole gestite dall’Ufficio di Soccorso e Lavoro delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi in Medio Oriente (UNRWA) sono state chiuse definitivamente a causa delle bombe sepolte in profondità nel loro terreno. Il portavoce dell’UNRWA non ha risposto alle nostre domande.

Queste bombe sono molto più difficili da eliminare.

Bombe interrate in profondità

Il Servizio di Azione Antimine delle Nazioni Unite (UNMAS) coadiuva le autorità di Gaza nello smaltimento delle bombe interrate in profondità. Queste si incuneano profondamente nel suolo (una volta Mohamed Miqdad ne ha vista una a 18 metri sotto terra) e a volte occorrono parecchie settimane per localizzarle, disinnescarle e poi estrarle da terra ed eliminarle. Le 16 bombe tuttora disseminate nell’enclave dopo il bombardamento sono tutte interrate in profondità.

Un buon numero di esse sono probabilmente delle Mark-84 (MK-84), un tipo di bomba molto utilizzata da Israele durante la più recente offensiva, nonostante comporti un rischio elevato di danni collaterali.

Un video dell’UNMAS girato a Gaza nel 2017 mostra il servizio antimine dell’ONU impegnato a creare una specie di galleria mineraria per accedere ad una MK-82 (più piccola). Gli sminatori, che devono infilarsi sotto terra per disinnescare una bomba prima di poterla estrarre, hanno a volte bisogno di ossigeno e i tunnel possono cedere.

Tuttavia lasciare le bombe nel suolo non è un’alternativa praticabile.

Anzitutto perché potrebbero esplodere. Se qualcuno costruisce su un terreno e tocca accidentalmente una bomba profondamente interrata, ciò potrebbe distruggere un intero quartiere.

Inoltre, se le voragini lasciate dove sono (i crateri possono essere larghi 15 metri) non vengono riempite, “le persone e i veicoli possono facilmente cadervi dentro”, spiega Miqdad, della squadra di sminamento.

Più difficile da quantificare, ma non meno urgente: l’impatto psicologico provocato dal fatto di sapere che sotto la superficie si nasconde una bomba.

Bilancio psicologico

A maggio, il giorno prima dell’entrata in vigore del cessate il fuoco, una Mark-84 sganciata dagli israeliani ha squarciato il tetto della casa di Ramzi Abu Hadayed a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza e si è schiantata in una stanza. Secondo la famiglia l’aviazione israeliana non aveva dato alcun preavviso. L’esercito israeliano non ha voluto rispondere alle domande relative a questo incidente.

Gli sminatori riferiscono che durante la caduta il detonatore della bomba si è rotto ed è esploso separatamente, lasciando intatto il resto del missile.

Grazie al cielo il razzo non è esploso”, ha detto la suocera di Abu Hadayed, visibilmente scossa, in un’intervista che è circolata su Facebook.

Quando la bomba è caduta i cinque bambini della famiglia si trovavano al piano terra.

Abbiamo sentito l’esplosione e la gente ha detto che il missile non era esploso. Siamo andati a vedere e abbiamo trovato il missile sul letto”, racconta. “Quando l’ha visto mia figlia è svenuta”

Secondo lo psichiatra Yasser Abu Jamei, che dirige il programma di salute mentale di Gaza (GCMHP) gli oltre due milioni di abitanti di Gaza sono stati probabilmente tutti traumatizzati dai bombardamenti israeliani nel corso degli anni.

Tutti hanno visto un bombardamento o ne hanno constatato gli effetti – gli edifici distrutti nei vari quartieri”, dice a MEE.

Per riprendersi dal trauma la persona colpita deve convincersi che il fatto traumatico è passato, che non succederà più e di essere assolutamente al sicuro”.

Ma a Gaza le persone non hanno questo livello di sicurezza perché rivivono in continuazione gli eventi traumatici.”

Per esempio, i droni israeliani li sorvolano costantemente.

Un altro esempio: le bombe inesplose. Se esplodono, si tratterà di un altro evento traumatico…E se non esplodono, resteranno dentro le case e gli abitanti sapranno che sono là e quindi non si sentiranno mai al sicuro.”

Secondo i dati pubblicati dall’UNMAS prima dell’ultima offensiva di maggio, l’anno scorso 1,9 milioni di gazawi presentavano un aumentato rischio di esposizione ai residui esplosivi di guerra.

Alcuni tuttavia diventano insensibili al pericolo. Dopo i recenti bombardamenti sono stati fotografati dei bambini seduti su bombe inesplose, spesso alla presenza di adulti, nonostante i gravi rischi.

Altri hanno l’impressione di non avere altra scelta che rischiare una possibile esplosione.

Mezzi di sussistenza perduti

Per esempio, parecchi raccoglitori di metallo di Gaza vivono in condizioni talmente difficili che non hanno altra scelta se non continuare.

Secondo l’UNMAS fanno parte delle categorie professionali ad alto rischio, come anche gli agricoltori, che possono capitare sopra residuati esplosivi appena sotto la superficie del loro terreno – cosa che può risultare anche tossica.

Altri non possono affatto lavorare a causa di questi ordigni sparsi sul terreno.

Il primo giorno dell’ultima offensiva israeliana, il 10 maggio, Taha Shurrab ha chiuso il suo negozio di abbigliamento femminile, situato sui due primi piani di un immobile residenziale in un affollato mercato di Khan Younis, al sud di Gaza.

Dieci giorni dopo un abitante del piano superiore del negozio gli ha telefonato: gli israeliani hanno dato loro 15 minuti per evacuare l’edificio.

Ho deciso di restare a casa”, confida il commerciante di 44 anni. “Non volevo vedere la mia merce e i miei soldi bruciare davanti a me. Gestivo questo negozio insieme ai miei fratelli dall’età di 15 anni.”

Quella sera, due ore dopo l’attacco, gli sminatori lo hanno chiamato chiedendogli di farli entrare [nel negozio]. Cercavano una bomba inesplosa.

Quando sono entrati e hanno visto i resti e i buchi nel soffitto e nel pavimento, hanno confermato che la bomba era ancora sette o otto metri nel sottosuolo”, racconta.

Shurrab non è autorizzato a riaprire il suo negozio fino a che il missile non sarà stato rimosso. Ha dato dei vestiti ad altri commercianti da vendere, ma non ha ancora abbastanza denaro per pagare l’affitto.

Dire questo mi rattrista. Sono un commerciante conosciuto, non un mendicante.”

Muhammed al-Hindi, uno dei proprietari dell’immobile, possiede sei negozi e dieci appartamenti, che ospitavano una cinquantina di persone, attualmente sfollate.

Quasi tutti i giorni i nostri vicini ci chiamano per sapere quando la bomba sarà rimossa. Hanno paura, soprattutto perché la zona è molto popolata”, precisa.

Nonostante il pericolo, le autorità non possono interdire l’intera zona: migliaia di persone frequentano il mercato ogni giorno.

I commercianti intorno a noi continuano a venire ad aprire le loro bancarelle tutti i giorni. Effettivamente, cos’altro possono fare?”, si chiede al-Hindi.

Decenni di residui bellici

Gli sminatori a volte si imbattono in bombe inesplose di attacchi israeliani che risalgono a molti anni prima, anche parecchi decenni.

La guerra del 2014 da sola ha lasciato 7.000 residui esplosivi.

Lo scorso aprile gli sminatori hanno trovato una bomba al fosforo bianco che risale all’offensiva del 2009. L’utilizzo di tali bombe in zone civili costituisce un crimine di guerra.

Il Ministero dell’Interno di Gaza conserva tuttora dai 50 ai 60 di tali ordigni in cisterne d’acqua (il fosforo bianco reagisce all’ossigeno) in un deposito in una zona disabitata di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, dove secondo le autorità non viene minacciata in alcun modo la sicurezza degli abitanti. Se esse non se ne sono ancora sbarazzate è a causa della mancanza di fondi e di competenze tecniche.

Secondo Mohamed Miqdad gli abitanti della Striscia di Gaza – soprattutto gli agricoltori delle zone adiacenti alla frontiera con Israele – trovano a volte dei missili inesplosi conficcati nel terreno.

Tre anni fa a Khan Younis abbiamo eliminato delle mine degli egiziani negli anni ‘70”, spiega a MEE riferendosi a quella che gli arabi chiamano la “guerra di ottobre” e gli israeliani “la guerra del Kippur”.

Queste bombe presentano un minor rischio di esplodere dopo dieci giorni dal loro sganciamento, dice, perché la loro batteria di riserva si esaurisce. Ma gli “ordigni esplosivi non hanno una precisa data di scadenza, possono durare 150 anni.”

Nel 2019 due persone sono morte quando una bomba della seconda guerra mondiale è esplosa in un garage in Polonia.

Mancanza di attrezzature

Quando vengono chiamati gli sminatori, questi portano gli ordigni in un sito di stoccaggio provvisorio e procedono ad una esplosione controllata.

Il loro lavoro quotidiano in genere non costa molto, ma implica tempo e può essere rischioso.

Quattro sminatori sono stati uccisi nell’agosto 2014 quando la bomba israeliana sulla quale stavano lavorando è esplosa. Anche due passanti sono rimasti uccisi, come pure due giornalisti: Simone Camilli (italiano) e Ali Abu Afash (palestinese).

Miqdad spiega che la sua squadra è carente di materiale, “in particolare bulldozer, attrezzature di protezione e veicoli per il trasporto di esplosivi”.

La squadra non ha attrezzature specifiche, indumenti di protezione, caschi di sicurezza e neanche robot per un controllo a distanza”, elenca. “Manca anche il materiale per scavare. L’occupazione israeliana vieta l’importazione di questi beni.”

Noi attualmente utilizziamo veicoli normali per trasportare le bombe inesplose e ciò costituisce un rischio enorme per la squadra e per gli abitanti.”

In un video girato a maggio si può vedere la bomba Mark-84 che ha colpito la casa di Abu Hadayed a Khan Younis senza esplodere mentre viene caricata con una gru sul pianale di un camion.

Ma dopotutto che cosa possiamo fare?”, si chiede Miqdad. “È un lavoro umanitario. Noi operiamo per evitare morti e feriti.”

Gli sminatori hanno confermato di avere eliminato anche dei residui esplosivi di razzi lanciati dai miliziani palestinesi che non avevano raggiunto il bersaglio.

Il posto sbagliato”

Secondo l’ONG britannica ‘Action on Armed Violence’ [Azione contro la Violenza Armata] (AOAV), le bombe moderne utilizzate nei conflitti mancano il bersaglio circa il 5% delle volte, a seconda di diversi fattori, in particolare il loro stoccaggio e la loro fabbricazione. Solo l’esercito israeliano sa qual è esattamente il tasso di bombe inesplose. Il suo portavoce non ha risposto ad una domanda a questo proposito.

Tuttavia la MK-84, la bomba più vista dagli sminatori durante l’offensiva di maggio, potrebbe avere un tasso di mancata esplosione molto più alto.

In un’intervista del 2016 Dani Peretz, vice presidente per la progettazione nelle Israeli Military Industries [Industrie Militari Israeliane, che ormai fanno parte della Elbit Systems, una delle principali industrie belliche israeliane, ndtr.], ha ammesso che le MK-84 modificate con Joint Direct Attack Munitions (o JDAM) teleguidati non erano esplose per circa il 40% delle volte durante la guerra del Libano del 2006. Questi JDAM sono congegni sviluppati dagli americani che consentono di guidare le bombe con GPS e sono utilizzati dalle forze israeliane.

L’attrezzatura “modifica il comportamento delle MK-84”, ha spiegato.

Questo significa che in certi casi “la bomba ha raggiunto il suo bersaglio, ma…ha colpito il posto sbagliato” e oltretutto “il detonatore si è staccato dalla bomba e questa non è esplosa.”

Di conseguenza la società ha sviluppato una nuova bomba, la MPR-500, che colpisce e distrugge il 95% dei suoi bersagli – molto più della MK-84, efficace solo al 60% – e che è molto meno a rischio di causare danni collaterali.

Gli sminatori ci hanno detto di non aver trovato prove di utilizzo di MPR-500 a maggio, diversamente dal 2012 e 2014, benché le forze israeliane avessero confermato che queste ultime facevano parte del loro arsenale.

Il fatto che Israele sembri aver deliberatamente sganciato bombe imprevedibili e difettose su Gaza solleva molte domande riguardo alla proporzionalità del suo ultimo bombardamento, considerando soprattutto che ha a disposizione armi descritte come più precise.

Se l’esercito israeliano ha deciso di utilizzare bombe meno precise e maggiormente a rischio di malfunzionamento, ciò dimostra un disprezzo della possibilità di evitare vittime civili”, dichiara a MEE Murray Jones, un ricercatore dell’AOAV.

Rivivere la battaglia”

La famiglia al-Rantissi, la cui casa ad ovest di Gaza è stata colpita da bombe israeliane verso le 4 del 18 maggio senza preavviso, continua ad essere sfollata a causa di un missile inesploso tuttora conficcato sotto l’edificio.

Dopo l’attacco due membri della famiglia, un’adolescente di 14 anni e un giovane di 27, presentano sintomi da stress post-traumatico.

Affittiamo una casa vicino alla nostra in attesa che il missile sia rimosso, ma non ci troviamo bene qui e abbiamo l’impressione di essere dei senzatetto. Preferiremmo vivere sopra il missile piuttosto che subire questo sfollamento”, confida a MEE Muhammed al-Rantissi.

Gli esperti stranieri di esplosivi che sono venuti a vedere la bomba ci hanno detto che avrebbero scavato a mano un buco per rimuoverla perché in casi come questo non possono utilizzare attrezzature pesanti.

Abbiamo fretta che venga rimosso. Ma è come le promesse di ricostruzione di Gaza, tutto viene sempre rimandato a più tardi e non succede niente”, aggiunge.

Finché il missile rimane nella nostra casa la guerra non è finita, riviviamo la battaglia ogni giorno.”

Rakan Abed El Rahman e Hossan Sarhan di Middle East Eye hanno contribuito a questo reportage.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Al-Aqsa: decine di coloni israeliani prendono d’assalto la moschea dopo le festività ebraiche

Redazione di MEE

5 ottobre 2021 Middle East Eye

Circa 70 ebrei sono entrati nella moschea attraverso il lato occidentale del complesso, con un’iniziativa considerata “provocatoria” dai palestinesi.

Martedì decine di coloni israeliani hanno preso d’assalto la moschea di al-Aqsa nella città vecchia di Gerusalemme est occupata, un’iniziativa considerata “provocatoria” dai palestinesi.

I media locali hanno riferito che circa 70 coloni sono entrati ad al-Aqsa attraverso la Porta del Marocco, sul lato occidentale del complesso, controllato dalle autorità israeliane dall’inizio dell’occupazione di Gerusalemme Est e della Cisgiordania nel 1967.

L’Islamic Waqf di Gerusalemme [l’istituzione islamica incaricata di gestire la Spianata delle Moschee ed altri luoghi sacri a Gerusalemme est, ndtr.] ha ripetutamente descritto i tour dei coloni come “provocatori” e ha affermato che i fedeli e le guardie palestinesi della moschea di al-Aqsa sono a disagio per la presenza di polizia e coloni israeliani nel luogo sacro musulmano.

Secondo un rapporto di monitoraggio dell’Agenzia nazionale palestinese (Wafa) [agenzia di stampa ufficiale dell’ANP, ndtr.], in settembre circa 6.117 coloni israeliani hanno fatto irruzione nel complesso durante le festività ebraiche di Rosh Hashanah, Yom Kippur e Sukkot.

Nonostante un accordo congiunto di lunga data tra Israele e Giordania, gli attivisti israeliani di estrema destra hanno ripetutamente fatto pressioni per una maggiore presenza ebraica ad al-Aqsa.

Alcuni attivisti israeliani di destra si sono dichiarati a favore della distruzione del complesso della Moschea di al-Aqsa per far posto a un Terzo Tempio.

Ma altri vogliono impadronirsi dell’area orientale del complesso, nota come Porta al-Rahmeh [della Compassione, ndtr.], per trasformarla in un luogo di preghiera esclusivamente ebraico, a cui si accederebbe da un’antica porta nelle mura orientali della Città Vecchia.

I musulmani e i cristiani palestinesi non cercano di pregare nella nella piazza del Muro del Pianto, il luogo più sacro dell’ebraismo, a est della moschea di Al-Aqsa. E in ogni caso per accedere al sito devono passare attraverso un rigoroso controllo di sicurezza.

Sotto attacco

La moschea di al-Aqsa è stata un luogo centrale delle violenze di maggio. Le forze israeliane hanno preso d’assalto il sito nel mese di Ramadan e hanno aggredito i fedeli palestinesi, sparando proiettili ricoperti di gomma e gas lacrimogeni.

Al culmine dell’epidemia di Covid-19, all’inizio del 2020, il complesso è stato chiuso del tutto per 69 giorni, ed ha riaperto finalmente il 31 maggio. Durante la chiusura le autorità israeliane hanno invece permesso ai coloni di visitare il sito ed entrarvi.

I coloni sostenuti dalle forze israeliane irrompono regolarmente nella moschea di al-Aqsa per recarsi alla Cupola della Roccia, una moschea costruita nel VII secolo dal califfato omayyade sul monte Moriah [il luogo in cui Abramo avrebbe dovuto sacrificare Isacco, ndtr.], e lì pregare.

Israele ha occupato Gerusalemme Est durante la guerra arabo-israeliana del 1967. Ha annesso l’intera città nel 1980, con una mossa non riconosciuta dalla maggioranza della comunità internazionale.

La Città Vecchia di Gerusalemme e il complesso di al-Aqsa rimangono i punti più delicati del conflitto israelo-palestinese.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Le forze armate israeliane hanno ucciso cinque palestinesi durante incursioni nei pressi di Jenin e Gerusalemme.

Shatha Hammad ,Lubna Masarwa

26 Settembre 2021,Middle East Eye

Secondo le notizie Israele trattiene i corpi di quattro dei palestinesi uccisi dopo l’operazione nel corso della quale due soldati israeliani sono stati gravemente feriti.

Domenica le forze armate israeliane hanno ucciso almeno cinque palestinesi durante raid militari nella Cisgiordania occupata vicino alla città di Jenin e a nord-ovest di Gerusalemme

Il quotidiano israeliano Haaretz ha scritto che durante i raid sono rimasti gravemente feriti due soldati israeliani un ufficiale e un soldato dell’unità Dovdovan [reparto che agisce sotto copertura in abiti civili travestendosi da palestinesi ndt].

Secondo quanto riferito, raid israeliani con scontri a fuoco hanno avuto luogo a Burqin, Qabatiya, Kafr Dan, Biddu e Beit Anan.

Tre dei cinque palestinesi, tutti di Biddu, sono stati uccisi nel villaggio di Beit Anan.

Gli uomini sono stati identificati dalle loro famiglie come Ahmad Zahran, Mahmoud Hmaidan e Zakariya Badwan.

Uno sciopero generale di un giorno è stato dichiarato domenica a Beit Anan e Biddu per protestare contro queste morti.

Le forze armate israeliane hanno anche ucciso almeno due palestinesi vicino a Jenin.

Dalle notizie raccolte si apprende che Israele trattiene quattro corpi dei palestinesi uccisi, i tre di Beit Anan e uno di quelli vicino a Jenin.

Appello per l’unità

Funzionari locali hanno detto che una delle persone uccise vicino a Jenin era un palestinese di 22 anni chiamato Osama Sobh del villaggio di Burqin, a sud-ovest della città di Jenin.

Muhammad al-Sabah, il sindaco di Burqin, ha detto a MEE che Sobh è deceduto per le ferite riportate dopo essere stato portato all’ospedale di Jenin. È stato sepolto a Burqin più tardi domenica.  

Sabah ha anche dichiarato che l’esercito israeliano ha ferito altri sei palestinesi che sono stati portati all’ospedale

Il gruppo armato Jihad Islamica ha dichiarato che Sobh era un membro dell’ala militare del gruppo, le Brigate al-Quds.

“Chiediamo a tutte le fazioni di agire insieme e in cooperazione con le Brigate al-Quds per combattere il nemico sionista”, si legge in seguito nella dichiarazione. 

Immagini pubblicate online mostrano soldati israeliani che portano via un cadavere da Beit Anan.

“Inseguito da settimane”

Il portavoce dell’esercito israeliano Amnon Scheffler ha affermato che tutte le vittime erano combattenti di Hamas.

Il primo ministro israeliano Naftali Bennett, in viaggio verso le Nazioni Unite a New York, ha affermato che le truppe israeliane hanno agito in Cisgiordania contro i combattenti di Hamas “che stavano per sferrare attacchi nell’immediato”.

Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) Mahmoud Abbas ha condannato le uccisioni e ha affermato che “l’uccisione di cinque palestinesi nell’area di Gerusalemme e Jenin è un efferato crimine commesso da Israele”.

Ma, secondo Quds.net, la famiglia di Zahran ha accusato l’ANP di aver aiutato l’operazione dell’esercito israeliano che ha ucciso il loro parente. 

“L’Autorità Palestinese è quella che ci ha mandato gli israeliani”, ha detto la madre di Zahran, che ha sottolineato che le forze israeliane lo stavano inseguendo da settimane e hanno interrogato e arrestato membri della famiglia prima di ucciderlo.

Incursioni alle prime ore del mattino.

Il sindaco di Beit Anan, Muhammad Ragheb Rabie, ha detto a MEE che le truppe dell’unità mobile dell’esercito israeliano hanno preso d’assalto il villaggio intorno alle 3 del mattino e si sono poi dirette verso l’area di Ein Ajab, nel nord-ovest di Gerusalemme.

“Potevamo sentire i suoni dei combattimenti da quest’area, che è una zona industriale che contiene allevamenti di pollame e frantoi”, ha detto Rabie.

Ha detto che l’esercito israeliano è stato visto trasportare le vittime durante il suo ritiro.

Ha aggiunto che nell’area si potevano vedere sangue e residui del raid dell’esercito israeliano e ha sottolineato che gli israeliani avevano impedito ai residenti di entrare e uscire dal villaggio.

Sabah [il sindaco di Burqin, vedi sopra ndt] ha detto che le forze dell’esercito israeliano hanno preso d’assalto anche Burqin alle 3 del mattino e hanno circondato la casa di Muhammad al-Zareini, un abitante del villaggio.

“Le forze israeliane hanno sparato all’impazzata sulla casa di Muhammad al-Zareini, dove vivevano sua moglie e i suoi figli, prima di ritirarsi alle 7 del mattino dopo averlo arrestato”, ha detto Sabah.

“Le forze di occupazione irrompono continuamente con violenza nel mio villaggio e, quando lo fanno, gli israeliani spesso sparano proiettili veri contro le case e i civili della zona”.

Il mese scorso, l’esercito israeliano ha ucciso quattro palestinesi nel campo profughi di Jenin durante un’operazione che ha portato a scontri armati.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il congresso del Partito Laburista vota il sostegno a sanzioni contro Israele per il “crimine di apartheid”

Joe Gill

27 settembre 2021 Middle East Eye

La mozione sfida la leadership di Keir Starmer riconoscendo che Israele ha messo in atto un sistema di apartheid e chiedendo la cessazione del commercio di armi con Israele.

 

Lunedì è stata una giornata disastrosa per Keir Starmer: durante il congresso del partito i delegati hanno fatto approvare una provocatoria mozione sulla Palestina e un membro del governo ombra si è dimesso con una durissima dichiarazione che stigmatizza la leadership di Starmer.

Il congresso del partito laburista ha sostenuto una mozione che sollecita il partito a sostenere sanzioni contro Israele per le sue azioni illegali ai sensi del diritto internazionale, a bloccare il commercio di armi del Regno Unito con Israele e a cessare gli scambi commerciali con le colonie illegali sui territori palestinesi occupati.

Il voto imbarazza Starmer, che ha trascurato la questione palestinese da quando è subentrato a Jeremy Corbyn, da sempre sostenitore delle richieste palestinesi di porre fine all’occupazione militare e agli abusi israeliani.

Subito dopo l’approvazione della mozione, la ministra ombra laburista degli Esteri, Lisa Nandy, l’ha disconosciuta dichiarando a Jewish News [quotidiano gratuito ebraico che ha sede a Londra, ndtr]: “Non possiamo sostenere questa mozione.”

Ha condannato la posizione pro-palestinese del congresso dicendo: “E’ nostro dovere nei confronti dei popoli di Israele e Palestina adottare un approccio equo ed equilibrato che riconosca che la pace è possibile solo se viene garantita la sicurezza di Israele accanto ad uno Stato palestinese sovrano ed autosufficiente.”

In seguito, con il grave gesto delle proprie dimissioni nel corso del congresso, il ministro ombra per l’impiego Andy McDonald ha dichiarato che Starmer ha tradito l’impegno di unire il partito sulla base di politiche socialiste preso al momento della sua elezione alla guida del partito.

McDonald ha spiegato che si dimetteva perché aveva ricevuto istruzioni da parte dell’ufficio di Starmer di opporsi ad un salario minimo nazionale di 20 dollari (15 sterline) e un’indennità di malattia obbligatoria pari al salario di sussistenza.

Nella lettera di dimissioni McDonald, che aveva già occupato posizioni di rilievo nel gruppo parlamentare del partito a guida Corbyn, scrive: “Dopo 18 mesi sotto la tua guida il nostro movimento è sempre più diviso e i giuramenti che avevi fatto agli iscritti non vengono onorati.”

Parlando poi in serata ad una riunione collaterale del partito , dove è stato accolto con entusiasmo, McDonald ha dichiarato che il partito deve “dire la verità su ciò che non ha funzionato [nella società] e avere coraggio su come porvi rimedio, ”ma che Starmer si è rifiutato di farlo in qualità di leader.

Ha quindi aggiunto: “Avevo detto con chiarezza a Keir che anche se non lo avevo votato né sostenuto, visto che pensavo che avrebbe vinto, lo avrei aiutato a portare avanti i dieci impegni che aveva assunto.” Ma gli impegni politici presi da Starmer sono stati annacquati.

La mozione sulla Palestina

La mozione sulla Palestina fa riferimento a recenti rapporti sui diritti umani che evidenziano “in modo inequivocabile” che Israele si è macchiata di apartheid, riconosciuto come crimine dall’ONU, come dimostrato dall’organizzazione israeliana per i diritti B’tselem e da Human Rights Watch.

La mozione sostiene la società civile palestinese nella sua richiesta di “misure efficaci” contro la costruzione delle colonie, rivendica la fine dell’occupazione della Cisgiordania e del blocco di Gaza, e sostiene il diritto dei palestinesi a ritornare alle proprie case.

La mozione, proposta dalla sezione giovanile del partito laburista, è passata senza difficoltà dopo una breve discussione presto interrotta dagli organizzatori del congresso e non trasmessa in diretta ai delegati.

Parlando contro la mozione, il parlamentare Steve McCabe, presidente di Labour Friends of Israel [gruppo parlamentare che cerca di rafforzare i legami tra il partito laburista britannico e quello israeliano,ndtr], ha dichiarato “questa mozione eterogenea è troppo gridata, troppo arrabbiata, troppo faziosa e non si concentra per niente sulla ricerca della pace.”

Il voto non è vincolante per la dirigenza laburista, ma dimostra che la base del partito è tuttora orientata a sostenere i diritti dei palestinesi e a porre fine alla complicità britannica nell’occupazione israeliana dei territori palestinesi.

La UK Palestine Solidarity Campaign [Campagna di solidarietà con la Palestina, ndtr] ha avuto parole di plauso: “approvata storica mozione sulla Palestina al congresso del 2021 del partito laburista che prende atto che Israele pratica l’apartheid e richiede severe sanzioni.”

Le azioni militari di Israele di maggio contro Gaza, con centinaia di morti, hanno provocato grandi proteste nel Regno Unito, portando 200.000 persone in piazza per la più grande dimostrazione a sostegno della Palestina mai vista in Gran Bretagna.

Da quando è stato eletto alla guida del partito lo scorso anno, il leader laburista Keir Starmer ha decisamente abbandonato la posizione del suo predecessore Jeremy Corbyn, da sempre a sostegno della causa palestinese, dichiarando di “sostenere incondizionatamente il sionismo”.

I membri palestinesi del partito laburista hanno denunciato che la dirigenza non li ha sostenuti e ha trasformato il partito in un ambiente ostile per chi difende i diritti umani dei palestinesi.

Un gruppo di autorevoli palestinesi ha scritto diverse volte a Starmer senza ricevere alcuna risposta dal capo del partito laburista.

Atallah Said, ex presidente dell’Associazione Arabo-britannica e fondatore di Arab Labour [l’associazione promuove la causa laburista fra le comunità arabe in Gran Bretagna, ndtr] ha dichiarato all’Independent lo scorso maggio: “ignorare le molte lettere di autorevoli membri della comunità palestinese britannica significa che questa comunità è sgradita all’interno del partito.

Il leader sta praticamente trattando l’intera comunità come reietti e si rifiuta non solo di incontrarci, ma persino di risponderci. Questo va di pari passo con l’allarmante cambio di rotta del partito laburista nel suo approccio alla questione del razzismo e con il suo dietrofront nei confronti della Palestina.”

Martedì scorso, nel corso di un collegamento video con un evento collaterale del partito laburista, l’attivista di Hebron Issa Amro ha sostenuto che la mozione sulla Palestina è stata una grande vittoria.

Che cosa è accaduto nel partito laburista? Che cosa non si è fatto per distruggere il punto di vista palestinese all’interno del partito laburista – [ma] ieri abbiamo vinto. Amiamo Jeremy Corbyn, ma ce l’abbiamo fatta senza di lui, con i nostri sostenitori all’interno del partito laburista.”

traduzione dall’inglese di Stefania Fusero

Testo della mozione approvata dal Partito Laburista britannico nella Conferenza Annuale di Brighton 2021

27/09/2021

La Conferenza condanna la Nakba in corso in Palestina, la violenza militarizzata di Israele che attacca la moschea di Al Aqsa, gli sfollamenti forzati da Sheikh Jarrah e l’assalto mortale a Gaza.

Insieme all’annessione de facto della terra palestinese mediante la costruzione accelerata di insediamenti e alle dichiarazioni dell’intenzione di Israele di procedere con l’annessione, è sempre più chiaro che Israele è intenzionato a eliminare qualsiasi prospettiva di autodeterminazione palestinese.

La Conferenza prende atto della mozione del Congresso TUC 2020 che descrive la costruzione e l’annessione di tali insediamenti come “un altro passo significativo” verso il crimine di apartheid delle Nazioni Unite e invita il movimento sindacale europeo e internazionale a unirsi alla campagna internazionale per fermare l’annessione e porre fine all’apartheid.

La Conferenza prende atto anche degli inequivocabili rapporti del 2021 di B’Tselem e Human Rights Watch che concludono che Israele sta praticando il crimine di apartheid come definito dalle Nazioni Unite.

La Conferenza accoglie con favore la decisione della Corte penale internazionale di avviare un’inchiesta sugli abusi commessi nei Territori palestinesi occupati dal 2014.

La Conferenza decide che è necessaria un’azione ora a causa delle continue azioni illegali di Israele e che i laburisti dovrebbero aderire a una politica etica su tutto il commercio del Regno Unito con Israele, compreso il blocco a qualsiasi commercio di armi utilizzato per violare i diritti umani palestinesi e il commercio con insediamenti israeliani illegali.

La Conferenza decide di sostenere “misure efficaci” comprese sanzioni, come richiesto dalla società civile palestinese, contro le azioni del governo israeliano che sono illegali secondo il diritto internazionale; in particolare per garantire che Israele fermi la costruzione di insediamenti, annulli qualsiasi annessione, ponga fine all’occupazione della Cisgiordania, al blocco di Gaza, faccia cadere il Muro e rispetti il ​​diritto del popolo palestinese, sancito dal diritto internazionale, al ritorno alle loro case.

La Conferenza decide che il Partito Laburista deve stare dalla parte giusta della storia e rispettare queste risoluzioni nella sua politica, comunicazione e strategia politica.

Traduzione di Angelo Stefanini