Coronavirus: l’accademia del resto del mondo ha un assaggio del blocco totale dei palestinesi

Emile Badarin

16 aprile 2020 – Middle East Eye

La pandemia riflette quello che generazioni di studenti, insegnanti e docenti universitari palestinesi hanno sopportato sotto l’occupazione israeliana.

In tutto il mondo lo scoppio della pandemia da Covid-19 ha ostacolato la formazione degli studenti. Ma ciò non è affatto una novità per gli studenti e accademici palestinesi, la cui vita nel settore della formazione per decenni è stata sistematicamente ostacolata dalle pratiche colonialiste israeliane.

L’allarmante diffusione del coronavirus ha obbligato molte università e scuole a chiudere e adottare l’apprendimento virtuale nel tentativo di contenere la pandemia. Secondo l’UNESCO [l’agenzia ONU per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, ndtr.] ciò ha riguardato più del 90% del corpo studentesco mondiale.

Per la maggioranza degli studenti, insegnanti, docenti e rettori universitari del mondo la chiusura delle istituzioni educative non ha precedenti. Per i loro colleghi palestinesi gli ostacoli alla formazione sono la vita quotidiana.

Chiusure e interruzioni

Per decenni nessuna università o scuola palestinese è sfuggita a chiusure e interruzioni. Come conseguenza di ciò, sotto la dominazione colonialista il diritto all’educazione delle successive generazioni di palestinesi, sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, è stato regolarmente violato e danneggiato.

Attraverso le note restrizioni agli spostamenti nei checkpoint militari, il muro dell’apartheid e le colonie, insieme ad arresti arbitrari di studenti e docenti, chiusura di scuole, irruzioni nelle università, demolizioni di classi, il divieto di ingresso ad accademici stranieri e l’assedio contro Gaza, le politiche israeliane hanno sistematicamente ostacolato giornalmente l’accesso dei palestinesi all’istruzione.

Opportunità di imparare e tempo preziosi si perdono nell’attesa ai checkpoint e nell’impossibilità di raggiungere le aule scolastiche, o a causa della mancanza di scambi con studiosi e università dall’estero.

Nelle circostanze anomale del dominio colonialista di insediamento di Israele, sono stati imposti alla Palestina blocchi e coprifuoco militari lunghi e a volte mortali – punizioni collettive che sono illegali in base alla Quarta Convenzione di Ginevra. Il settore educativo palestinese, e soprattutto gli studenti, sono state le vittime principali delle chiusure e dei blocchi.

Stretta coloniale

Dagli anni ’70 il settore educativo palestinese è stato direttamente preso di mira. Nel 1974 il governo militare israeliano ordinò alla principale e più influente università palestinese, la Birzeit, di chiudere e ne esiliò il rettore.

Nel 1981 la Birzeit rimase chiusa da novembre a gennaio e il rettore, l’amministrazione e un certo numero di docenti e studenti messi agli arresti domiciliari o nelle prigioni israeliane.

Le restrizioni ed interruzioni dell’educazione dei palestinesi furono istituzionalizzate attraverso l’imposizione della legge marziale. Nel luglio 1980 le autorità israeliane emanarono l’ordine militare 854, una norma colonialista che intensificò ulteriormente la stretta di Israele sull’educazione superiore palestinese.

Durante la Prima Intifada le università palestinesi vennero obbligate a chiudere per quattro anni di seguito, dal 1988 al 1991. Anche l’educazione scolastica venne notevolmente ridotta. Fu la chiusura più estesa di sempre nel settore formativo.

Durante la Seconda Intifada chiusure, coprifuoco, assedi, restrizioni da parte dell’esercito sugli spostamenti e irruzioni nelle università compromisero gravemente l’educazione superiore palestinese. Università e scuole furono invase, saccheggiate, bombardate e chiuse. I danni furono gravissimi: più di 498 scuole vennero definitivamente chiuse, 1.289 lo furono temporaneamente, alcune trasformate in avamposti militari, e 297 furono bombardate. Tra il 2002 e il 2005 gli studenti palestinesi persero 7.825 giorni di lezioni.

Durante quel periodo gli studenti, insegnanti e docenti palestinesi spesso non poterono raggiungere le proprie università e vennero sottoposti a maltrattamenti, incarcerazioni e al rischio di essere picchiati o aggrediti con lacrimogeni o proiettili veri.

Inoltre dal 2007 l’assedio israelo-egiziano contro Gaza ha inesorabilmente ostacolato il diritto dei palestinesi all’educazione. Università, scuole e altre istituzioni educative vennero distrutte durante gli attacchi israeliani nel 2008-09 e nel 2014. Gaza è tagliata fuori dal mondo, e ciò riduce gli scambi con docenti e università esteri.

Innovazioni educative

Il settore educativo palestinese non ha ceduto alle restrizioni colonialiste, ha continuato a resistere e a perseguire sistemi innovativi per portare avanti la propria missione formativa. Anche senza il lusso dell’apprendimento virtuale, i palestinesi hanno insegnato e imparato in ogni luogo disponibile, trasformando persino le proprie cucine in laboratori con l’equipaggiamento spostato lì dai laboratori delle università.

Per studenti, docenti e settore amministrativo palestinesi l’incertezza è la norma, non l’eccezione. Non sanno nemmeno se saranno in grado di terminare un anno accademico.

Sfortunatamente la crisi del Covid-19 ha universalizzato questa terribile sensazione di incertezza.  Quasi ogni studente, insegnante o amministratore sta sperimentando la penosa insicurezza che i loro colleghi hanno attraversato per molto tempo in Palestina.

Il Covid-19 ha dato a tutti noi un assaggio personale degli effetti deleteri della chiusura e delle restrizioni sulla formazione. Il mondo accademico ora ha un’esperienza di prima mano di quello contro cui generazioni di studenti, insegnanti e docenti palestinesi hanno dovuto lottare sotto il colonialismo d’insediamento israeliano.

Una volta terminata la crisi del Codiv-19, in molte parti del mondo la vita educative tornerà alla normalità. Ma non in Palestina, dove la formazione continuerà a soffrire di restrizioni e interruzioni sistematiche, finché non finirà la dominazione coloniale.

Quando sarà passata – e passerà – l’attuale crisi, il mondo accademico avrà il dovere morale di schierarsi in solidarietà con i colleghi palestinesi ancor più di prima.

Le opinioni espresse in questi articoli solo dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Emile Badarin

Emile Badarin è un assegnista di ricerca post-dottorato della European Neighbourhood Policy Chair [cattedra di Politica Europea di Vicinanza] (ENP), College of Europe [istituto indipendente di studi europei, con sede a Bruges e a Varsavia, ndtr.], Natolin [alla periferia di Varsavia, ndtr.]. Ha conseguito un dottorato in politiche del Medio Oriente. Le sue ricerche riguardano i campi delle relazioni internazionali e della politica estera, con Medio Oriente ed UE come area di studio.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Come Israele vede il mondo del dopo coronavirus

Redazione di MEE

14 aprile 2020 – Middle East Eye

La diplomazia israeliana prevede un mondo post-coronavirus in crisi, da cui deriveranno delle opportunità come l’esportazione delle tecnologie di sorveglianza

La pandemia da coronavirus comporterà nel futuro maggiori rischi, più instabilità nella regione mediorientale, un cambiamento nelle regole del commercio mondiale…ma offrirà nuove opportunità a Israele. Queste sono, in sintesi, le previsioni del Ministero israeliano degli Affari Esteri, contenute in un documento elaborato da una ventina di esperti e diplomatici nel febbraio 2020, sotto la direzione di Oren Anolik, capo dell’ufficio di programmazione politica del Ministero, e pubblicato dal giornale israeliano Israel Hayom [quotidiano gratuito israeliano di destra, ndtr.].

Anche se il coordinatore di questo lavoro, Oren Anolik, ammette che “le cose cambiano di giorno in giorno” e che “ci sono più domande che risposte”, non di meno da questo documento interno emergono alcune certezze, come per esempio il fatto che “il villaggio globale di libero scambio non sopravviverà alla pandemia.”

Il mondo va verso una crisi economica che ricorderà la grande depressione (degli anni ’30 del Novecento) e il PIL mondiale è già diminuito del 12%. La crisi economica potrebbe comportare una diminuzione della domanda di gas naturale, il che assesterebbe un grave colpo al settore delle esportazioni sul quale Israele faceva affidamento per i prossimi anni”, vi si legge.

Il commercio internazionale cambierà

In futuro i giacimenti di gas naturale sfruttati da Israele sono destinati a diventare parte essenziale della sua economia, spiegava sulle pagine di Middle East Eye il giornalista e blogger israeliano Dimi Reider.

Inoltre, “secondo gli esperti la crisi economica comporterà una concorrenza più agguerrita tra i Paesi, in particolare per i prodotti legati alle cure sanitarie. La domanda mondiale di dotazioni legate alla cura dovrebbe continuare e potrebbe diventare una fonte di tensioni internazionali”.

I diplomatici e gli esperti israeliani prevedono che “la combinazione di queste tensioni e della crisi economica internazionale, insieme ad un’industria aeronautica paralizzata, creerà nuove regole nel commercio internazionale.”

Secondo il documento degli Affari Esteri israeliani, “il commercio internazionale cambierà, le Nazioni alzeranno i ponti levatoi e ricostituiranno le proprie catene di produzione e di approvvigionamento, soprattutto negli ambiti essenziali alla sicurezza nazionale, nonostante i costi che ne deriveranno.” E questo con una massiccia riduzione o un aumento dei costi delle esportazioni di beni vitali come le apparecchiature sanitarie.

In questo contesto Israele dovrà concentrarsi su questo nuovo dato di fatto: la crisi sanitaria è diventata “un catalizzatore dell’espansione della Cina in quanto potenza mondiale.”

Anche se la Cina ha ‘esportato’ il virus, è stata la prima Nazione che si è ripresa, il che le ha dato un vantaggio sugli Stati Uniti. L’aiuto internazionale che la Cina ha fornito ai Paesi colpiti dall’epidemia del coronavirus, unito alla riluttanza degli Stati Uniti ad agire come gendarme del mondo, sta dando una spinta alla Cina”, afferma il rapporto interno.

L’ossessione iraniana

Gli esperti e i diplomatici israeliani consigliano di proseguire la “relazione speciale” con Washington, “una priorità diplomatica”, secondo loro, pur approfittando delle opportunità, soprattutto economiche, legate a Pechino.

Quanto all’area geostrategica più prossima ad Israele, il rapporto avverte che “i vicini pacifici, come la Giordania o l’Egitto”, che versano già in difficoltà economiche, “potrebbero subire una destabilizzazione”.

Un’altra preoccupazione riguarda l’ossessione israeliana: l’Iran. “Il timore è di vedere che l’Iran, dove il coronavirus sta massacrando ciò che resta dell’economia, possa precipitarsi a costruire armi nucleari per mantenere in piedi il regime.”

L’altra paura degli israeliani, riferita nel rapporto, è che “ la crisi mondiale rafforzi i ranghi di organizzazioni terroristiche come lo Stato islamico o al-Qaida.”

Tuttavia in questo quadro apocalittico ci sarebbero “degli aspetti positivi” dal punto di vista israeliano: “Il Ministero prevede un aumento della domanda mondiale di prodotti di alta tecnologia, soprattutto nell’ambito della gestione e della sorveglianza a distanza. Questo potrebbe essere un affare per Israele, che dispone di un settore di alta tecnologia molto sviluppato.”

Anche la versatilità del mercato israeliano e la sua capacità di adattarsi a situazioni nuove sono state citate come vantaggi. L’utilizzo da parte di Israele di mega dati e della tecnologia per combattere l’epidemia di coronavirus senza gravi violazioni delle libertà individuali potrebbe offrire ad Israele una prospettiva allettante”, conclude il quotidiano Israel Hayom.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




I cittadini palestinesi di Israele: il perfetto capro espiatorio del coronavirus

Lana Tatour

8 aprile 2020 Middle East Eye

Mentre Netanyahu prosegue con le invettive razziste contro i cittadini arabi, le forze di sicurezza israeliane stanno scatenando la violenza sulle comunità palestinesi

In un recente incontro sul Covid-19 con una delegazione di medici cittadini palestinesi di Israele, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato: “Sfortunatamente nel settore arabo le disposizioni non vengono rispettate rigorosamente … Chiedo la cooperazione di tutti i cittadini arabi di Israele. Vi chiedo, per il vostro bene e per il bene del nostro futuro condiviso, per favore seguite gli ordini, [altrimenti] molte persone moriranno e queste morti potrebbero essere prevenute con il vostro aiuto.”

Chiaramente il controllo della diffusione del coronavirus dipende dall’impegno delle persone a realizzare l’autoisolamento, ma non è quello che intendeva Netanyahu. Piuttosto, nell’insinuare che le morti sarebbero una “vostra” responsabilità, stava reiterando le sue invettive razziste contro i cittadini palestinesi.

Dipinti come una minaccia

I cittadini palestinesi costituiscono il perfetto capro espiatorio a cui addossare la colpa per la diffusione del Covid-19 in Israele. I cittadini palestinesi di Israele vengono descritti come una minaccia per la salute e per la vita dei cittadini ebrei, prosecuzione del discorso di lunga data che li ritrae come una quinta colonna e cittadini illegittimi.

Con un discorso che ripropone il classico copione antisemita europeo dell’ “ebreo diffusore di malattie”, Netanyahu sta preparando il terreno per incolpare i palestinesi della diffusione del coronavirus nel caso fallissero i tentativi di contenimento. Sta facendo ciò che sa fare meglio: lanciare invettive contro i cittadini palestinesi onde evitare il controllo sulla propria gestione della crisi e spostare l’attenzione dalle accuse penali in sospeso nei suoi confronti.

Se esiste un settore in cui i palestinesi all’interno dei confini del ’48 [cittadini palestinesi israeliani, ndtr.] hanno una rappresentanza relativamente elevata, è il settore sanitario (anche se, all’interno di questo sistema, devono ancora affrontare discriminazioni e razzismo). Il 17% dei medici israeliani sono cittadini palestinesi. Ci sono anche molte infermiere, farmacisti, tecnici e operatori sanitari palestinesi in prima linea nella battaglia contro il coronavirus.

Mentre mettono a rischio la loro vita per proteggere tutte le vite, senza discriminazioni, le loro stesse comunità e famiglie affrontano l’abbandono da parte dello Stato israeliano.

A dimostrazione di quanto le vite ebraiche siano favorite rispetto a quelle palestinesi, benché i palestinesi rappresentino un quinto della popolazione è stato loro assegnato solo il 5% dei test per il Covid-19. Fino alla scorsa domenica, sono stati effettuati solo 6.479 test tra i palestinesi entro i confini del ’48, una cifra approssimativamente equivalente alla media dei test giornalieri per gli ebrei.

Misure preventive

Ad oggi circa 193 cittadini palestinesi in Israele sono risultati positivi, meno del 2 % dei malati. Queste cifre basse, tuttavia, sono tutt’altro che promettenti. Secondo le stime dell’esperta di salute pubblica Nihaya Daoud nelle comunità palestinesi ci sono probabilmente migliaia di malati e portatori. Senza un’adeguata somministrazione di test è probabile che i numeri aumentino rapidamente.

Mentre lo Stato ha promosso misure di prevenzione a favore della popolazione ebraica, non ha compiuto analoghi sforzi nei confronti della sua componente palestinese. Il materiale informativo non è stato tradotto in arabo per settimane e non sono stati fatti investimenti per rafforzare le infrastrutture sanitarie nelle città e nei villaggi palestinesi.

I cittadini palestinesi, come altre comunità autoctone e oggetto di razzismo, sono strutturalmente svantaggiati quando si tratta di salute e di accesso ai servizi sanitari. In concomitanza con una pandemia mortale, i risultati possono essere devastanti.

La distanza media delle località palestinesi dagli ospedali più vicini è quasi doppia rispetto a quella delle città ebraiche nelle stesse aree, e la qualità dei servizi medici nelle località palestinesi è scarsa. I cittadini palestinesi soffrono anche di alti tassi di patologie croniche come diabete, ipertensione e patologie cardiache, che pongono molti di loro tra le categorie ad alto rischio.

Per i beduini palestinesi del Naqab, la minaccia del coronavirus è ancora maggiore. Un 150.000 beduini vivono in circa 40 villaggi ritenuti illegali dallo Stato. Pertanto, a questi villaggi viene negato l’accesso all’acqua, ai servizi di raccolta dei rifiuti e ai servizi sanitari.

Nonostante i ripetuti appelli delle organizzazioni beduine della società civile, lo Stato ha rifiutato l’adozione di misure adeguate, come test e costruzione di strutture per l’autoisolamento o l’accesso a cliniche e ospedali. Ha continuato invece nel suo massiccio impegno di demolizione delle case beduine.

Logica sbagliata

Sono cresciute le critiche verso la negligenza israeliana nei confronti dei cittadini palestinesi, ulteriore testimonianza delle politiche discriminatorie di Israele.

La risposta di Israele alla pandemia da Covid-19 rivela il suo deliberato disprezzo per le vite dei palestinesi, basato su una gerarchia razziale tra ebrei e palestinesi. Sono importanti solo le vite ebraiche, mentre quelle palestinesi sono usa e getta.

In tempi di pandemia, questa logica è, ovviamente, sbagliata. Se la pandemia colpisce i palestinesi entro i confini del ’48 minaccia inevitabilmente anche i cittadini ebrei. Una conclusione logica sarebbe quella di dedicare sufficiente attenzione, budget, personale e attrezzature sanitarie alle aree palestinesi, poiché le nostre vite dipendono letteralmente l’una dall’altra – ma a quanto pare, il desiderio di vedere i palestinesi scomparire è più forte di qualsiasi calcolo razionale.

Inoltre una diffusione del coronavirus tra i cittadini palestinesi potrebbe offrire a Israele l’opportunità di rafforzare il proprio controllo ed isolarli ulteriormente, sia politicamente che fisicamente.

Abbiamo assistito ad un’evoluzione di questa dinamica nei giorni scorsi a Giaffa, dove la polizia israeliana ha provocato e attaccato violentemente gli abitanti palestinesi per presunta violazione delle direttive sul blocco. Quando i palestinesi hanno protestato, la polizia israeliana ha risposto con una violenza eccessiva, compreso l’uso delle granate stordenti.

Questo potrebbe essere solo l’inizio. Se la pandemia colpisse città e villaggi palestinesi, l’argomento della protezione della salute pubblica potrebbe essere usato come giustificazione per un’ulteriore militarizzazione contro i cittadini palestinesi.

Associando il coronavirus ai cittadini palestinesi, come ha iniziato a fare Netanyahu, è probabile che vengano loro imposte misure come coprifuoco, barriere, controlli a tappeto nei villaggi e un regime di permessi. Tali misure di emergenza potrebbero diventare la nuova normalità, rendendo la popolazione più controllata ed emarginata di Israele ancora più soggetta, punita e controllata.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Lana Tatour è borsista con post-dottorato Ibrahim Abu-Lughod presso il Center for Palestine Studies della Columbia University.

(traduzione dall’inglese di Aldo lotta)




In Israele Netanyahu e Gantz si mettono d’accordo su un piano per annettere parti della Cisgiordania

Redazione di MEE

6 aprile 2020 – Middle East Eye

Secondo Haaretz, i due leader israeliani potrebbero presentare quest’estate un piano per il governo

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo rivale politico Benny Gantz hanno raggiunto un accordo per annettere parti della Cisgiordania, spianando la strada a un governo di unità dopo mesi di stallo e tre tornate elettorali inconcludenti.

Secondo Haaretz, lunedì, dopo un incontro, i leader israeliani si sono accordati su un piano per iniziare quest’estate un processo formale e reclamare alcune zone dei territori palestinesi occupati come parte di Israele.

Se Washington sarà d’accordo, il progetto verrà presentato al governo, riferisce il quotidiano israeliano. Dopo l’approvazione del gabinetto, il piano richiederà l’approvazione della Knesset, il parlamento israeliano. 

Gli Stati Uniti hanno già espresso la propria disponibilità all’annessione di insediamenti israeliani e della Valle del Giordano in Cisgiordania. 

Accordo del secolo’

A gennaio, il presidente Donald Trump aveva svelato il cosiddetto “accordo del secolo” per risolvere il conflitto, con cui si permetterebbe a Israele di annettere vaste zone della Cisgiordania in cambio del riconoscimento di uno Stato palestinese frammentato, senza controllo delle proprie frontiere o dello spazio aereo.

La maggioranza dei palestinesi ha respinto la proposta.

Sia Netanyahu, che guida il Likud, di destra, che Gantz, il capo del blocco di centro Blu e Bianco, si sono impegnati ad annettere parti della Cisgiordania.

Facendo seguito a tre elezioni che non hanno prodotto un chiaro vincitore, Gantz e Netanyahu sono impegnati in colloqui per formare un governo di unità dopo l’ultima tornata elettorale del 3 marzo.

Dopo segnali iniziali che un accordo avrebbe posto termine all’impasse, Blu e Bianco di Gantz ha dichiarato che i colloqui si erano bloccati sulle nomine dei magistrati.

“Dopo aver raggiunto un accordo su tutti i punti, il Likud ha chiesto di riaprire la questione della Commissione di selezione dei magistrati ” ha detto il partito in una dichiarazione.

“In seguito a ciò i negoziati si sono interrotti: non permetteremo alcun cambiamento nel ruolo della Commissione di selezione della magistratura o un danno per la alla democrazia.” 

Illegale

Gli esperti di diritto internazionale dicono che annettere i territori palestinesi sarebbe illegale.

Israele ha formalmente annesso Gerusalemme Est nel 1980 e le Alture del Golan siriane un anno dopo. Ma la comunità internazionale, compresa Washington, non ha riconosciuto il possesso di Israele di queste zone. Tuttavia alla fine del 2017 Trump ha dichiarato Gerusalemme capitale di Israele e l’anno scorso ha riconosciuto la sovranità di Israele sulle Alture del Golan. 

All’inizio di quest’anno, dopo che Trump ha annunciato il piano per porre fine al conflitto, l’avvocato dei diritti umani Jonathan Kuttab ha detto a MEE che il divieto di acquisire territori con la forza è un principio fondamentale del diritto internazionale.

Dalla Seconda Guerra Mondiale ci sono stati tre tentativi di annessione: l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq nel 1990; l’annessione russa della Crimea a danni dell’Ucraina nel 2014 e l’acquisizione di Israele dei territori arabi a partire dal 1967.

“Per 70 anni, l’intero ordine internazionale è stato costruito sul principio che non ci si può impossessare della terra altrui con la forza e annetterla” ha detto Kuttab.

“Fino a quando è arrivato Israele e ha detto: ‘Noi possiamo farlo’. Nessuno era d’accordo con loro fino a quando è arrivato Trump.”

Ha aggiunto che il riconoscimento della sovranità israeliana sulle Alture del Golan da

parte di Washington stabilisce un “pericoloso” precedente che non ha incontrato l’opposizione della maggioranza dei Paesi arabi.

“Secondo la legge internazionale è chiaro come il sole che l’annessione è illegale. Non si tratta di una questione che si presti a interpretazioni.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




In Cisgiordania i coloni approfittano del confinamento dovuto al coronavirus per annettere terre palestinesi

Akram Al-WaaraBetlemme, Cisgiordania occupata

1 aprile 2020Middle East Eye

Mentre gli attacchi dei coloni sono moneta corrente, è stato constatato un netto aumento delle violenze dopo la proclamazione dello stato d’emergenza sanitaria.

Nella Cisgiordania occupata i coloni sfruttano l’isolamento imposto allo scopo di rallentare la propagazione del nuovo coronavirus per annettere terre palestinesi e condurre attacchi contro i civili e le loro case.

Negli ultimi giorni sono stati riferiti almeno tre episodi durante i quali dei coloni israeliani hanno spianato dei terreni palestinesi e pavimentato delle strade nei distretti di Nablus, Gerusalemme e Betlemme.

È stato anche osservato un picco di aggressioni contro i palestinesi e i loro beni. Middle East Eye ha documentato violenze nei villaggi di Madama, Burqa e Burin.

Normalmente subiamo attacchi da parte di coloni diverse volte al mese,” spiega a MEE Ghassan al-Najjar, un attivista di Burin, villaggio situato a 5 km. a sud di Nablus.

Ma dopo che siamo stati posti in isolamento a causa del coronavirus essi sono decuplicati”, dice il trentenne, aggiungendo che i coloni, sotto la protezione dei soldati israeliani, ormai fanno quotidianamente delle incursioni nel villaggio.

Aggiunge che degli abitanti della colonia di Har Brakha hanno cercato di impadronirsi di terre palestinesi nella periferia del villaggio.

I coloni sanno che le persone restano in casa per via del coronavirus, quindi cercano di approfittarne per attaccarci e prendere ancor più terre”, lamenta l’attivista.

Un netto aumento delle aggressioni

Mentre gli attacchi di coloni in Cisgiordania sono moneta corrente, alcuni attivisti di tutto il territorio occupato hanno segnalato un netto incremento di violenze dopo la proclamazione dello stato d’emergenza sanitaria a causa della pandemia di coronavirus all’inizio di marzo.

A sud della Cisgiordania, nel distretto di Betlemme, centro dell’epidemia del coronavirus in Palestina, l’attivista quarantottenne Mahmoud Zawahreh riferisce a MEE che in questi ultimi giorni i coloni hanno adottato tattiche simili nel comune di Khallet al-Nahleh.

I coloni cercano di impadronirsi di una collina di questo villaggio fin dal 2013. Nel corso degli anni, racconta Zawahreh, i coloni della vicina mega-colonia di Efrat hanno tentato di ricostruire l’“avamposto” che vi si trovava, dopo il suo smantellamento da parte delle forze israeliane.

Una sentenza ha stabilito che le terre appartengono a palestinesi e le tende dei coloni sono state smantellate”, ricorda Zawahreh. “Fino a poco tempo fa non avevano tentato di tornare qui.”

Negli ultimi giorni in effetti i coloni sono tornati, questa volta con più tende, serbatoi d’acqua e generatori elettrici. Lunedì scorso hanno iniziato a tracciare una strada sterrata per creare un più facile accesso all’avamposto.

La crisi del coronavirus limita gli spostamenti dei palestinesi, soprattutto intorno a Betlemme, a causa della quarantena e del coprifuoco imposti dal governo”, spiega Mahmoud Zawahreh.

I coloni lo sanno e ne approfittano. Sanno che le persone avranno troppa paura di venire in gran numero e protestare contro questi tentativi, come si faceva prima. Quindi è una situazione ideale per prendere il controllo del territorio”.

«Tra il martello dell’occupazione e l’incudine del coronavirus »

Mentre la pandemia non mostra alcun segnale di rallentamento, i palestinesi dicono di essere costretti a scegliere tra proteggere la loro salute e proteggere le loro terre.

A causa dei coloni e dell’occupazione noi non possiamo seguire le direttive fissate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità o dal nostro governo per proteggerci dal coronavirus”, afferma Ghassan al-Najjar.

Se restiamo a casa ci proteggiamo dal virus, ma finiamo per perdere le nostre terre”.

Cercando di difendere il villaggio riducendo al minimo l’esposizione degli abitanti tra di loro e coi coloni, l’attivista e altri giovani della regione di Burin hanno creato un piccolo gruppo incaricato di proteggere le terre durante l’isolamento.

Normalmente tutto il villaggio viene a difendere le terre, ma ora lavoriamo in piccoli gruppi e facciamo dei turni per ridurre al minimo l’esposizione potenziale”, spiega. “È quello che possiamo fare per il momento.”

Da Khallet al-Nahleh, Mahmoud Zawahreh esorta la comunità internazionale a fare pressione sul governo israeliano perché metta fine ai “crimini dei coloni” in Cisgiordania.

È triste e frustrante per noi palestinesi vedere che durante questa epidemia l’umanità dovunque si unisce per difendersi e proteggersi reciprocamente da questo virus, mentre qui i coloni fanno il contrario. Sfruttano il virus a loro vantaggio, per nuocere all’umanità degli altri e rubare la terra altrui”, denuncia.

In Palestina siamo schiacciati tra il martello dell’occupazione e l’incudine del coronavirus”

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




“La gente ha molta paura”: dall’altro lato del muro i palestinesi di Gerusalemme lottano da soli contro il coronavirus

Clothilde Mraffko – Gerusalemme est occupata

31 marzo 2020 – Middle East Eye

Circa un terzo dei palestinesi di Gerusalemme vive dietro il muro di separazione. Mentre le autorità israeliane sono tenute a proteggerli dal coronavirus, vengono abbandonati a sé stessi, col timore di essere presto separati dal resto della città e dai suoi ospedali

Mercoledì sera nelle strade strette e ancora affollate del campo profughi di Shuafat, ai confini di Gerusalemme, un piccolo gruppo di responsabili locali palestinesi circolava con un megafono: “Proteggete chi amate, restate a casa !” La settimana scorsa Israele ha rafforzato le misure di confinamento per fronteggiare l’epidemia di coronavirus, che ha già contagiato più di 4.500 persone e causato 18 decessi nel Paese.

Ma nei grandi edifici costruiti gli uni sugli altri dei sobborghi di Shuafat nessuno conta sulle autorità israeliane per informare o proteggere gli abitanti palestinesi, che vivono tuttora sotto occupazione. Al contrario, si teme il peggio: che il governo finisca per chiudere il checkpoint che collega questo quartiere sovrappopolato al resto di Gerusalemme, tagliandolo fuori dai servizi per la sanità più vicini.

Perché i 60.000 abitanti del campo di Shuafat e dei sobborghi limitrofi stanno nel limbo di Gerusalemme. Sono palestinesi e la maggior parte di loro ha lo status di residente della città dopo che Gerusalemme est è stata occupata e poi annessa illegalmente da Israele, in seguito alla guerra del 1967.

Pagano le tasse alle autorità israeliane e versano i contributi ai servizi sociali israeliani, come il resto degli abitanti della città. Ma negli anni 2000, quando in piena seconda Intifada Israele ha avviato la costruzione illegale del muro di separazione dalla Cisgiordania occupata, il suo tracciato ha lasciato dall’altro lato alcune zone palestinesi di Gerusalemme, separandole dal resto della città.

Oggi un terzo degli abitanti di Gerusalemme est vive in questi quartieri”, constata Aviv Tatarsky, ricercatore dell’ONG israeliana contro la colonizzazione Ir Amin, che ritiene che Israele abbia messo in atto “intenzionalmente” delle politiche mirate ad incoraggiare i palestinesi della città a trasferirsi in questi quartieri, dall’altra parte del muro.

Scacciate dai prezzi esorbitanti delle case, dalle difficoltà di ottenere permessi di costruzione a Gerusalemme est e dalle demolizioni di case, le famiglie palestinesi a volte non hanno altra scelta che esiliarsi in questi quartieri periferici, dove i servizi comunali sono carenti.

Le autorità trascurano quasi del tutto le loro necessità”, prosegue, ricordando che le ambulanze israeliane non entrano da anni nel campo di Shuafat e nei suoi dintorni.

Sistema D

(Gli operatori sanitari israeliani) hanno paura. Dicono di essere disponibili ad entrare nel campo, ma temono di essere attaccati, che i ragazzi gli lancino pietre…”, spiega Khaled al-Sheikh, responsabile del centro sociale per i giovani del quartiere.

Sciocchezze!” replica a Middle East Eye una portavoce del Comune di Gerusalemme. Però Magen David Adom, l’organizzazione israeliana incaricata dell’assistenza [la Croce Rossa israeliana, ndtr], più tardi conferma a MEE che le sue ambulanze non entrano in questi quartieri per ordine dell’esercito e della polizia.

Gli abitanti hanno quindi dovuto attivare un altro sistema: le ambulanze della Mezzaluna rossa palestinese si prendono carico dei pazienti fino al checkpoint, poi da lì subentra l’assistenza di Magen David Adom.

Il campo ha solamente un ambulatorio e nessun ospedale”, specifica a MEE una portavoce dell’organizzazione israeliana di difesa dei diritti umani ‘Association for Civil Rights in Israel’[Associazione per i Diritti Umani in Israele, ndtr.]. Gli ospedali più vicini sono tutti israeliani.

Noi paghiamo le tasse, quindi chiediamo alle autorità israeliane di occuparsi di noi con la stessa cura con cui si occupano di ogni altro cittadino israeliano. In quanto Stato occupante, Israele ha il dovere di prenderci in carico. Infatti dove possiamo andare? A chi ci possiamo rivolgere?” lamenta Khaled al-Sheikh.

Per il momento il responsabile del volontariato si organizza con altre associazioni civili del campo. Hanno creato un comitato con l’appoggio di 13 centri di salute del quartiere.

Siamo soli, non abbiamo alcun sostegno ufficiale”, afferma. Nessun respiratore artificiale, nessun veicolo dedicato al trasporto di eventuali pazienti affetti da coronavirus, né edifici pubblici dove mettere in quarantena i casi sospetti ….

Tutti si sentono indifesi. “Gruppi di giovani disinfettano, quasi ogni giorno, tutte le zone del campo”, racconta Khaled al-Sheikh. Tuttavia, con l’inasprimento delle restrizioni agli spostamenti, tutto ciò diventa sempre più complicato.

Apartheid”

Fortunatamente, per ora, il virus ha risparmiato l’area. Ma tutti pensano che sia questione di tempo, perché alcuni continuano ad andare a lavorare dall’altro lato del muro. “Ogni giorno sono sempre meno. Ma c’è chi, se non va a lavorare, la sera non può dar da mangiare alla famiglia”, fa notare Khaled al-Sheikh.

L’uomo si aspetta “una catastrofe economica e sanitaria nel campo” : se qualcuno viene contagiato, il virus si propagherà ad una velocità spaventosa negli edifici sovraffollati e degradati di questi quartieri in abbandono.

Uno scenario che paventano anche gli abitanti di Kufr Aqab, a poca distanza, anch’esso dall’altro lato del muro ma ufficialmente facente parte del Comune di Gerusalemme.

In questa zona, dove si accalcano 70.000 palestinesi, la settimana scorsa tre persone contagiate sono state allontanate dagli abitanti, che si sono organizzati in modo che esse vengano tenute a distanza dal quartiere, riferisce Mounir Zgheir, a capo del comitato che rappresenta gli abitanti.

Uno lavorava in Israele e adesso è all’ospedale Hadassah, a Gerusalemme. Un altro, la cui moglie era in ospedale a causa di un’infezione da coronavirus, era tornato nel quartiere, ma lo hanno rimandato all’ospedale. L’ultimo era uno studente di ritorno dall’estero: per ora si è sistemato fuori dal quartiere.” 

Altre 15 persone sono state messe in quarantena preventiva, riferisce colui che tutti qui chiamano Abou Ashraf. Per ora nessuno è risultato positivo. Gli abitanti rispettano le misure di sicurezza ed i più giovani vanno in giro per aiutare qua e là. Ma il quartiere soffre di un problema di approvvigionamento idrico e anche qui non c’è neppure un ospedale.

Il responsabile del volontariato ha l’impressione di gridare nel deserto. La sua ultima battaglia: ottenere che i servizi sociali indennizzino anche gli abitanti più anziani e i lavoratori disoccupati, come ha promesso il governo nei giorni scorsi. Tuttavia, da questa parte del muro, “noi siamo degli arabi, è l’apartheid!”, denuncia, affermando di scontrarsi col totale silenzio della municipalità israeliana di Gerusalemme.

Futuro incerto

Interrogata da MEE sul modo in cui il Comune gestisce il campo profughi di Shuafat, una portavoce del sindaco Moshe Lion assicura che esso è trattato come il resto della città. Esclude anche la possibilità che il checkpoint venga un giorno chiuso: “È aperto e non sarà chiuso in futuro.”

Ma per Aviv Tatarsky i conti non tornano: “Oggi ci sono dei bisogni specifici. Non è sufficiente accontentarsi di lasciare le cose come stanno, bisogna dare spiegazioni, linee di condotta alle persone, come le autorità fanno dal lato israeliano.”

Da anni Israele vuole sbarazzarsi di queste zone e dei loro abitanti. Non ha costruito il muro di separazione in questo modo senza motivo: voleva separare queste zone da Gerusalemme”, prosegue il ricercatore. Del resto, nel 2015 il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva evocato la possibilità di revocare lo status di residenti agli abitanti di questi quartieri.

Per questi ultimi la crisi del coronavirus evidenzia con ancor maggiore crudeltà l’abbandono di cui soffrono da anni.

La gente ha molta paura, non sa che cosa succederà e tutto è molto incerto”, confida Khaled al-Sheikh. “Qui si prega dio, ma si affrontano enormi difficoltà.”

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Choc, tradimento e paura: perché Gantz ha ucciso il suo partito per unirsi a Netanyahu

Lily Galili – TEL AVIV, Israele

venerdì 27 marzo 2020 – Middle East Eye

Giovane e con patologie sottese, “Blu e Bianco” fa parte del bilancio delle vittime del coronavirus

Se avete avuto difficoltà ad abituarvi all’idea di sentir dire “Benny Gantz, primo ministro israeliano”, rilassatevi. Ora potete ritornare tranquillamente a quello che conoscete già da 11 anni.

Bisogna ringraziare lo stesso Gantz di avervi reso più facile la situazione. Gli avvenimenti hanno preso una strana piega quando il capo del partito “Blu e Bianco” – incaricato di formare un governo e di togliere di mezzo Netanyahu – giovedì ha deciso di unirsi al suo grande rivale in un governo d’unità nazionale e di assumere il ruolo di ministro della Difesa sotto i suoi ordini.

Nell’attesa vi potete abituare a una carica temporanea – “Benny Gantz, presidente della Knesset” – un incarico che Gantz ormai occuperà finché i due politici non avranno concluso l’accordo tra loro non ancora firmato.

Si prevede che esso si baserà sulla rotazione e sulla parità: se mantiene la parola – cosa che fa di rado – Netanyahu darà le dimissioni a settembre [2021] e farà posto a Gantz come primo ministro.

Quello che ciò significa veramente è che Netanyahu, imputato di corruzione, rimarrà al suo posto e nel contempo sarà processato. È il vero accordo tra Gantz, descritto da Netanyahu come un ” cazzone” e un “pazzo” durante l’ultima campagna elettorale, e Netanyhau, definito da Gantz un “dittatore corrotto” e l'”Erdogan israeliano”, un termine realmente dispregiativo nel nostro vocabolario politico.

Vittima del virus

La politica israeliana ha una lunga storia di colpi di scena e di iniziative sorprendenti. Ma quest’ultimo sviluppo della situazione li supera tutti e la crisi del coronavirus in Israele è il pretesto perfetto.

“È quello di cui ha bisogno il Paese, e Israele passa al primo posto,” ripete Gantz in risposta, come se fosse un fatto clinicamente accertato che il virus abbia una conclamata paura dei governi d’unità nazionale.

Nei fatti è il partito che Gantz ha creato appena un anno e mezzo fa che sembra una vittima del coronavirus, giovane ma con gravi patologie sottese.

E’ deceduto giovedì pomeriggio, quando le altre due fazioni di Blu e Bianco – “Yesh Atid” [partito di centro destra, ndtr.] diretto da Yair Lapid e “Telem” [partito di destra, ndtr.], guidato da Moshe Yaalon, entrambi ministri di precedenti governi di Netanyahu e che lo conoscono meglio – hanno rifiutato di unirsi al nuovo governo che gli imponeva Gantz.

Come si sa, “Blu e Bianco” si è sciolto in un’ora. Lapid e Yaalon si terranno il nome e Gantz è di ritorno al suo partito originario, “Hosen L’Yisrael” [“Resilienza di Israele”, partito di centro destra, ndtr.] che ha 17 seggi alla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.]. Lapid sarà il capo dell’opposizione contro l’uomo politico che fino a giovedì era il suo alleato più vicino.

Giovedì sera, durante una conferenza stampa, Lapid non ha usato mezzi termini: “Gantz ha rubato i voti della gente che l’ha votato quando ha giurato di non stare in un governo di Netanyahu, ha ceduto a Bibi senza battersi.” Ed ha ragione.

Il deputato Ahmed Tibi, della “Lista Unita” [coalizione di tutti i partiti arabo-israeliani, ndtr.], che conta 15 deputati che hanno sostenuto Gantz come primo ministro, non ha tardato a coniare un nuovo termine. A colloquio con Middle East Eye qualche ora dopo la svolta drammatica degli avvenimenti, ha utilizzato la parola “gantzismo” per descrivere il comportamento del capo del partito.

“Lo abbiamo sostenuto per portare un cambiamento dopo anni di incitamento all’odio contro gli arabi da parte di Bibi. Solo il gantzismo può dimostrare che il blocco dei 59 [deputati] di Bibi è più grande di quello di 61 che Gantz ha costruito con il nostro sostegno,” assicura. “La pandemia di coronavirus è già sufficientemente grave. Utilizzare il coronavirus a fini politici è ancor peggio.”

In effetti sembra che Gantz abbia utilizzato il voto e il sostegno arabi come merce di scambio nel gioco politico. Ma i suoi elettori ebrei provano più o meno la stessa sensazione. Le parole “tradimento” e “traditore” sono le più popolari sulle reti sociali per descrivere l’abuso della loro fiducia da parte di Gantz.

Ministeri per il potere

Tuttavia, a dire la verità, non tutti gli israeliani provano la stessa cosa, neppure tutti quelli che hanno votato per lui. Per cominciare, “Blu e Bianco” era una strana creazione di sinistra-centro-destra.

La maggior parte dei suoi elettori di centro-destra ha approvato la sua decisione, perché è stata presa “per il bene di Israele”. I sostenitori dell’estrema destra non ne sono così contenti. Tutti i progetti d’annessione della Cisgiordania occupata – a cui “Blu e Bianco” in maggioranza si opponeva quando c’è stato l’annuncio dell'”accordo del secolo” di Trump – saranno rimandati.

In compenso gli elettori del Likud sono felici, perché potranno tenersi il loro caro primo ministro Netanyahu. I deputati e ministri che fanno parte del Likud sono meno entusiasti. Perderanno alcuni ministeri importanti già proposti a Gantz.

La principale perdita per Netanyahu non è il ministero degli Affari Esteri, che ormai sarà offerto a Gabi Ashkenazi, alleato di Gantz e promotore di questo governo d’unità. Finché Trump copre le spalle a Netanyahu, chi si preoccupa del resto dell’universo? No, per Netanyahu la prova dell’importanza di questo accordo di unità nazionale è il fatto che abbia abbandonato i due ministeri che gli erano più cari, cioè quelli della Giustizia e della Comunicazione.

Netanyahu è ossessionato dalla copertura mediatica di cui è oggetto e un ministro della Giustizia obbediente sarebbe sicuramente un vantaggio durante il suo processo. Rimanere in carica e comparire davanti al tribunale come primo ministro, come dovrebbe fare in maggio, avrebbero reso un ministro compiacente ancora più prezioso.

Allora perché, Gantz?

Ecco quello che spiega la vicenda dal lato di Netanyahu. Ma perché anche Gantz ha improvvisamente fatto quello che avrebbe potuto fare due turni di elezioni e sei miliardi di shekel (1,5 miliardi di euro) prima? Esistono numerose risposte a questa domanda, e quella vera è probabilmente una combinazione di tutte queste.

Una delle ragioni, non ancora espressa, è che non ha mai veramente voluto assumersi delle responsabilità di fronte alla gigantesca crisi del coronavirus e a quella finanziaria, gravissima, che ne seguirà. Gli manca la fiducia per farlo.

Una spiegazione più pratica risiede nei recenti sondaggi commissionati dal partito. Erano negativi. Il partito “Blu e Bianco” ha perso consenso, al contrario del Likud. Un quarto turno elettorale non era una possibilità, non solo a causa del coronavirus che imperversa, ma anche per timore dei risultati.

Secondo addetti ai lavori del defunto partito “Blu e Bianco”, contrariamente ad altri sondaggi, quelli che avevano visto mostravano che i loro elettori erano assolutamente contrari a un governo di minoranza sostenuto dalla “Lista Unita”.

Netanyahu è stato il primo a rendersi conto di questo stato d’animo. Quando alla “Lista Unita” è stata proposta la commissione parlamentare sulla protezione sociale, egli ha ritwittato un messaggio oltraggioso in cui sosteneva che i “sostenitori del terrorismo” sarebbero stati ormai responsabili delle famiglie in lutto, un messaggio che ha colto lo spirito di gran parte della società israeliana.

C’è una grande differenza tra le risposte che i progressisti danno ai sondaggisti riguardo al loro appoggio a favore della “Lista Unita” e l’idea di accettarla veramente. Sfortunatamente non è ancora il momento in Israele, una società che è sempre razzista, ed era piuttosto ingenuo vedere le cose in modo diverso riguardo a Gantz, un ex-capo di stato maggiore dell’esercito che ha lanciato la sua campagna politica pubblicando il numero dei palestinesi di cui ha provocato la morte a Gaza durante l’operazione “Margine Protettivo”.

Non è altrettanto razzista di Netanyahu, ma sarebbe sempre un passo troppo lungo per lui. Giunto il momento, non lo ha potuto fare. Così come il suo collaboratore, un altro ex-capo di stato maggiore dell’esercito, Gabi Ashkenazi. Quindi hanno preso la via più popolare.

Cosa succederà nel 2021?

La maggioranza degli israeliani in realtà è favorevole a un governo di unità. Stanchi di tre tornate elettorali in un anno, stremati dalla brutalità delle campagne e dall’asprezza dei responsabili politici e ormai terrorizzati dal coronavirus, preferiscono la tranquillità.

La democrazia può essere messa in pausa. Il membro della Knesset Yuli Edelstein, l’ex-presidente del parlamento che ha sfidato una decisione della Corte Suprema come nessuno aveva mai fatto in precedenza, può riprendere senza pericolo le sue alte funzioni. I manifestanti che sono scesi in strada nonostante il pericolo del coronavirus possono riporre le loro bandiere nere.

Tuttavia, se il governo di unità nazionale venisse un giorno reso ufficiale, rimane la domanda che tutti si pongono: Netanyahu darà veramente le dimissioni nel settembre 2021? Interpellato da MEE all’indomani del melodramma di giovedì scorso, Tzachi Hanegbi, ministro della Cooperazione regionale e membro del Likud [il partito di destra di Netanyahu, ndtr.] si è dimostrato ottimista.

“Diversamente da quello che riflette la sua immagine politica, quella di un uomo che evita le decisioni difficili e i conflitti, Gantz ha dato prova di leadership e di responsabilità accettando l’appello all’unità di Netanyahu,” ha affermato Hanegbi. “Nonostante il prezzo che ha dovuto pagare di tasca sua, l’alleanza Gantz-Netanyahu può essere fonte di fiducia e di cooperazione armonica per i prossimi tre anni.”

Il generale in pensione Amram Mitzna, che una volta dirigeva il partito Laburista e conosce bene Netanyahu, si è dimostrato molto meno entusiasta.

Interpellato da MEE ha affermato di provare un “senso di tradimento e di choc” in seguito agli avvenimenti.

“Ci sono delle circostanze attenuanti per Gantz, che non ha realmente alternative per formare un governo. Tuttavia stento a credere che Netanyahu rispetterà l’accordo concluso con Gantz. Spero solo che sarà molto impegnato dal suo processo.”

Ci saranno ulteriori sviluppi.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Coronavirus: ai lavoratori palestinesi viene ordinato di lasciare Israele a causa del cattivo trattamento

 

Akram Al-Waara – Betlemme, Cisgiordania occupata

giovedì 26 marzo 2020 – Middle East Eye 

L’Autorità Nazionale Palestinese chiede a tutti i suoi cittadini di rientrare a casa in quanto Israele è accusato di “mettere a rischio la loro salute”

I lavoratori palestinesi lasciano Israele dopo l’indignazione suscitata da diversi casi di operai malati cacciati dai loro datori di lavoro israeliani.

Effettivamente negli ultimi giorni parecchi operai palestinesi che lavoravano in Israele sono stati scaricati ai checkpoint tra Israele e il nord della Cisgiordania dopo aver presentato sintomi di COVID-19.

All’inizio di questa settimana le immagini video di un lavoratore malato e indebolito, steso a terra per ore davanti a un checkpoint della regione di Ramallah dopo esservi stato abbandonato dalle autorità israeliane, sono diventate virali, mettendo in discussione il trattamento riservato da Israele ai lavoratori palestinesi.

Oggi l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ordina a tutti i suoi cittadini che lavorano in Israele di tornare in Cisgiordania e di entrare in quarantena obbligatoria di 14 giorni, a pena di sanzioni non precisate da parte del governo.

Tenuto conto degli sviluppi gravi e continuati in Israele e delle restrizioni previste in materia di spostamenti, chiediamo a tutti i lavoratori palestinesi di rientrare a casa allo scopo di proteggerli e preservare la loro sicurezza”, ha dichiarato martedì il Primo Ministro dell’ANP Mohammad Shtayyeh in un comunicato.

Giovedì scorso Shtayyeh aveva annunciato che i palestinesi erano ormai sottoposti anche al divieto di lavorare nelle colonie israeliane illegali nel territorio occupato.

Questa decisione è intervenuta solo qualche giorno dopo che migliaia di lavoratori si erano precipitati in Israele in seguito alla promessa che si sarebbe dato loro un adeguato alloggio da parte dei loro datori di lavoro israeliani e sarebbero stati autorizzati a rimanere anche di notte in Israele, in modo da evitare la propagazione del virus in Cisgiordania – un’opportunità per innumerevoli lavoratori di provvedere alle necessità della propria famiglia in un contesto di incremento della disoccupazione durante la pandemia.

Sistema inquietante

Negli ultimi giorni sono stati registrati almeno quattro incidenti che hanno coinvolto operai palestinesi abbandonati ai posti di controllo dalle forze israeliane.

Lunedì Ibrahim Abu Safiya, del villaggio di Beit Sira, nella regione di Ramallah, ha raccontato a Middle East Eye di aver visto un operaio palestinese, in seguito identificato come Malek Jayousi, steso a terra davanti al locale checkpoint con febbre alta e difficoltà respiratorie.

Abu Safiya ha detto che la sera prima anche un altro operaio, del campo profughi di Jalazone nel governatorato di Ramallah, si era presentato al posto di controllo di Beit Sira con febbre alta, dopo che il suo datore di lavoro gli aveva tolto il lavoro in Israele.

L’uomo, che si sarebbe visto rifiutare le cure mediche in Israele, è arrivato da solo al checkpoint in taxi, prima di essere trasferito a Ramallah in ambulanza.

Martedì sera i media palestinesi hanno riferito che tre operai erano stati abbandonati dalle autorità israeliane ad un posto di controllo vicino a Tulkarem ed un altro davanti al posto di controllo di Jbara, vicino a Hizma, nella Cisgiordania centrale.

Le informazioni precisano che parecchi degli operai erano sintomatici, con febbre alta, a volte più di 40 gradi. Tutti i lavoratori sarebbero stati sottoposti a test per coronavirus da parte di medici locali e posti in isolamento.

Il portavoce dell’ANP, Ibrahim Melhem, ha condannato il trattamento israeliano “razzista e disumano” dei lavoratori palestinesi.

Se dovete lavorare per guadagnarvi da vivere, allora che sia con dignità e non in questo modo degradante”, ha affermato in un comunicato rivolto alle migliaia di operai palestinesi che lavorano in Israele.

Ribal Kurdi, un attivista di Betlemme di 29 anni, ha dichiarato a MEE di essere rimasto sconvolto e indignato vedendo come i lavoratori che presentavano sintomi della malattia venivano trattati dalle autorità e dai datori di lavoro israeliani.

Israele voleva che i lavoratori venissero nel Paese a lavorare”, ricorda Kurdi. “Ma (gli israeliani) non vogliono più farsene carico quando i lavoratori si ammalano”.

L’occupazione israeliana dovrebbe essere responsabile della vita dei lavoratori palestinesi”, sostiene.

I datori di lavoro non ci hanno dato niente” 

Secondo le associazioni di difesa dei diritti umani, la decisione presa la scorsa settimana di autorizzare i lavoratori a rimanere in Israele anche di notte – contrariamente alla usuale politica di Israele in materia di permessi di lavoro – per un periodo prolungato, allo scopo di evitare una nuova diffusione del COVID-19, era viziata fin dall’inizio.

Kav LaOved, un’associazione israeliana di difesa dei diritti dei lavoratori, ha dichiarato in un comunicato pubblicato su Facebook il 18 marzo che “purtroppo la maggioranza degli interlocutori israeliani non ha rispettato gli impegni presi riguardo all’offerta di una sistemazione adeguata e sicura ai lavoratori”.

Insieme a fotografie di centinaia di operai bloccati a un checkpoint non identificato, l’associazione ha anche affermato che non era stata presa alcuna misura per “assicurare una protezione sanitaria nel caso in cui un lavoratore fosse esposto” al coronavirus.

Secondo Kav LaOved circa 60.000 palestinesi lavorano in Israele, soprattutto nell’edilizia e in agricoltura. Si stima che altri 30.000 lavorino nelle colonie israeliane in Cisgiordania.

Kav LaOved, l’Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI) e Medici per i Diritti Umani hanno preteso che il governo israeliano – in particolare il Ministro della Difesa Naftali Bennett, che aveva approvato l’ingresso dei lavoratori – tuteli i diritti dei lavoratori palestinesi durante la pandemia.

Abbiamo contattato i Ministeri del Lavoro, della Sicurezza e della Sanità per esigere che il governo verifichi il lavoro di questi lavoratori ed il loro soggiorno qui, e protegga i loro diritti. Abbiamo chiesto specificamente alloggi accettabili e assistenza sanitaria”, ha dichiarato un portavoce dell’ACRI a MEE.

Ma finora gli sforzi di queste ONG sono stati vani.

A., un lavoratore che ha trascorso parecchie notti in Israele, ha confidato a MEE in forma anonima che lui ed i suoi colleghi sono stati costretti a dormire su dei cartoni nel cantiere edile dove lavoravano e non hanno ricevuto nessuna protezione igienica come guanti, mascherine o disinfettante per le mani.

È molto diverso da quello che ci avevano detto”, lamenta. “I nostri datori di lavoro non ci hanno dato niente e se ti ammali ti mandano via senza la minima cura”.

Mercoledì il numero dei casi di coronavirus accertati in Palestina è arrivato a 62 – contro gli oltre 2.100 casi confermati in Israele.

Wafa, l’agenzia di stampa ufficiale dell’ANP, ha riferito che uno dei nuovi casi confermati, una donna sulla sessantina del villaggio di Biddu, vicino a Ramallah, “potrebbe aver contratto la malattia dai suoi figli che lavorano in Israele”.

Ribal Kurdi ha insistito sul fatto che non è stata colpa degli operai che andavano a lavorare in Israele. “Hanno dovuto scegliere tra mantenere la propria famiglia o ammalarsi. È una situazione spaventosa”, ha dichiarato l’attivista. In fin dei conti, secondo lui, “è l’occupazione israeliana ad essere responsabile di mettere a rischio la salute di tutta la Cisgiordania”.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




In Israele il Likud sta usando il coronavirus per orchestrare un colpo di stato

Richard Silverstein

23 marzo 2020Middle East Eye

Incombe la prospettiva di un governo di unità nazionale guidato da Netanyahu: come ci siamo arrivati?

Il Likud, il partito al governo in Israele, non ha vinto le ultime elezioni, ma, sfruttando le peggiori tattiche disponibili, continua a stare aggrappato al potere. Ora sembra proprio che riuscirà a rimanerci. 

Il blocco di centro-destra, dominato dall’alleanza Blu e Bianco, ha superato la soglia dei 60 seggi per formare un governo e il 15 marzo il presidente Reuven Rivlin ha conferito l’incarico a Benny Gantz, il leader del partito. 

Facciamo un salto in avanti al 20 marzo quando Gantz ha detto, per la prima volta, che lui sarebbe stato disponibile a partecipare a un governo di unità nazionale sotto il Primo Ministro Benjamin Netanyahu. 

Misure drastiche

Ciò costituisce un notevole cambiamento della situazione. Il processo per corruzione di Netanyahu avrebbe dovuto iniziare la scorsa settimana, ma il suo Ministro della Giustizia ha decretato la chiusura di tutti i tribunali, apparentemente a causa della pandemia dovuta al Covid 19. Così facendo ha posticipato il processo almeno fino a maggio. 

Ma ciò ha solo rimosso uno degli aspetti della difficile situazione in cui si trova Netanyahu. Per rimuovere l’ostacolo politico e far sì che il Likud resti al potere, doveva mettere il bastone fra le ruote dell’ingranaggio legislativo. La prima cosa da fare per formare un nuovo governo è nominare un nuovo presidente della Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.]. 

Quello attuale, Yuli Edelstein del Likud, ha strategicamente ordinato la chiusura della Knesset. Nessuna commissione può riunirsi. Non si può condurre alcuna attività, inclusa quella di formare un nuovo governo e sostituirlo. Edelstein ancora una volta ha preso a pretesto la pandemia per giustificare la sua decisione.

Durante un incontro di vari leader di partito, il consulente legale della Knesset ha detto che il parlamento ha ricevuto “un colpo mortale ”, aggiungendo: “Questa è una situazione diversa da tutte le altre Nazioni democratiche del mondo occidentale che soffrono a causa del coronavirus non meno di noi. Quando noi rifiutiamo di formare queste istituzioni (le commissioni della Knesset), noi diciamo al mondo che siamo una democrazia paralizzata.”

Ma c’è in gioco qualcosa di più che impedire a Blu e Bianco di formare un nuovo governo. Se lo facesse, non solo caccerebbe dal potere il Likud, ma guiderebbe anche delle iniziative legislative per impedire a Netanyahu di ridiventare primo ministro, contribuendo alla sua disperazione e a quella della sua banda del Likud.

Un’occasione d’oro per i dittatori

Le emergenze globali, come la pandemia da coronavirus, offrono delle ottime occasioni ai dittatori e aspiranti tali. Loro diventano indispensabili, responsabili, leader a cui i cittadini possono rivolgersi nell’ora del bisogno.

Yuval Noah Harari, autore di best-seller e storico, ha definito queste manovre “la prima dittatura da coronavirus”.

Perché sennò avrebbe scavalcato i tribunali e la Knesset incaricando i servizi di sicurezza israeliani di rivelare dati privati di cittadini israeliani sospettati di avere il virus? In nome della sicurezza pubblica? Se la malattia è criminalizzata, le vittime saranno riluttanti a farsi avanti e ad ammettere di essere malate. Ciò nasconderà ulteriormente la malattia: tutti sospetteranno di tutti.

Netanyahu ha ordinato alle autorità di monitorare le abitazioni dei malati di coronavirus. A loro sarà proibito di lasciare le proprie case e in teoria saranno punibili se lo faranno. I dati di geolocalizzazione identificheranno anche chi è stato a meno di due metri di distanza da questi individui per 10 minuti o più e ordinerà loro con un messaggino di mettersi in quarantena. Presumibilmente, il passaggio successivo potrebbe essere una visita della polizia. 

Haaretz ha riferito di una minacciosa direttiva segreta del ministero della Salute ai membri della Knesset, che li incoraggia a imporre “un blocco totale delle libertà personali”. Quando la commissione si è tirata indietro davanti alla proposta del ministero di concedere immediatamente questi poteri, Netanyahu ha autonomamente emanato questa sua direttiva, scavalcando l’assemblea legislativa.

In seguito a un appello presentato dai gruppi per i diritti civili, giovedì la Corte Suprema di Israele ha decretato che non potranno essere approvate drastiche misure di sorveglianza senza il controllo del parlamento, dando al governo un lasso di tempo di cinque giorni per farlo.

Cittadini sotto sorveglianza 

Lo Shin Bet, l’agenzia di intelligence interna israeliana, ha un enorme database della popolazione israeliana, non ha bisogno di un mandato per ottenere queste informazioni e le può usare come meglio crede. 

Secondo un reportage del New York Times, il servizio di sicurezza “ha raccolto, in modo riservato, ma regolarmente, i metadati dei cellulari, a cominciare almeno dal 2002”, senza rivelare i dettagli di come tali dati siano protetti.

La Legge sulle Telecomunicazioni, emendata nel 1995, dà ampi poteri al primo ministro di ordinare agli operatori di permettere l’accesso alle loro strutture e ai loro database, e l’Articolo 11 della Legge dell’Agenzia di Intelligence israeliana, promulgata nel 2002, permette al primo ministro di determinare che tipo di informazioni titolari di contratti telefonici possano essere richiesti dallo Shin Bet, riferisce il NYT.

Sin dal 2002, ha detto un ex alto funzionario del Ministero della Giustizia, i primi ministri hanno richiesto alle compagnie di cellulari di trasferire all’agenzia un’ampia gamma di metadati sui loro clienti.” fa notare il quotidiano. 

Il funzionario si è rifiutato di dire quali categorie di dati fossero forniti o negati, ma i metadati includono l’identità di ogni abbonato, chi chiama o riceve ogni chiamata, i pagamenti eseguiti dal conto così come le informazioni sulla geolocalizzazione raccolte quando i telefoni agganciano i ripetitori.”

Negli USA, Edward Snowden aveva causato una crisi della sicurezza nazionale [denunciando il fatto che la CIA controlla illegalmente i dati di milioni di americani, ndtr.]. In Israele le autorità hanno avuto potere e controllo ancora maggiori su tali dati per decenni, quasi senza alcuna supervisione e senza che qualcuno si opponesse.

Ma allora perché il Likud non fa un vero e proprio colpo di stato, invece di farne uno “soft”? Né i militari né i servizi di intelligence appoggerebbero un colpo di stato per mantenere al potere Netanyahu. In generale si oppongono all’avventurismo militare dei leader del Likud, non perché siano progressisti o particolarmente umani, ma perché hanno una certa deferenza per le tradizioni politiche.

Inoltre riconoscono che il Likud è corrotto e consegnare in eterno il Paese a questo partito ne significherebbe la rovina.

Nel frattempo, Blue e Bianco ha presentato appello alla Corte Suprema contro la decisione di Edelstein di chiudere il parlamento. Il governo non è ancora riuscito a bloccare totalmente il potere giudiziario. Sebbene si speri che la Corte riesca a non farsi ingannare da tali trucchetti e ristabilisca la legalità, non c’è alcuna garanzia, dato che molti giudici sono stati nominati dal Likud.

Questo è un Paese in cui questi sono valori solo apparenti o non esistono del tutto. Se fa un mezzo passo avanti, come quando Blu e Bianco si era dichiarato d’accordo a formare un governo con il supporto della Lista Unita palestinese, può altrettanto facilmente fare due passi indietro, e ora che abbiamo la prospettiva di un governo di unità con a capo Netanyahu, è esattamente quello che è avvenuto.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non rispecchiano necessariamente la politica editoriale del Middle East Eye.

Richard Silverstein

Richard Silverstein scrive sul blog Tikun Olam, dedicato a denunciare gli eccessi dello stato della sicurezza nazionale israeliano. I suoi articoli appaiono su Haaretz, Forward, sul Seattle Times e sul Los Angeles Times. Ha contribuito alla raccolta di saggi sulla Guerra del Libano del 2006 A Time to Speak Out [Il momento di denunciare], edizioni Verso e con un altro saggio nel volume collettaneo Israel and Palestine: Alternate Perspectives on Statehood [Israele e Palestina: prospettive alternative di statualità], edito da Rowman & Littlefield.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Coronavirus: i lavoratori palestinesi affrontano una difficile scelta tra garanzie di sussistenza e isolamento

Akram Al-Waara da Betlemme, nella Cisgiordania occupata

18 marzo 2020 – Middle East Eye

Per migliaia di palestinesi che lavorano in Israele le restrizioni legate alla pandemia hanno comportato la rinuncia al reddito necessario o il rischio di restare separati per mesi dalle loro famiglie

Quando nella città di Betlemme, nella Cisgiordania occupata, è stato confermato il primo caso del nuovo coronavirus o COVID-19, un improvviso sentimento di panico ha travolto la piccola città.

Mentre scuole, università e aziende iniziavano a chiudere, migliaia di cittadini si sono rifugiati nelle loro case in previsione di quello che sarebbe successo dopo.

Ma quando i confini della città sono stati chiusi e i vicini posti di controllo con Israele hanno iniziato ad rimanere bloccati, ha cominciato a manifestarsi un nuovo senso di ansia, questa volta per le migliaia dei cittadini lavoratori che operano all’interno di Israele.

“Lo stato di emergenza è stato annunciato giovedì (5 marzo) e alla conclusione del fine settimana tutto era cambiato”, ha riferito a Middle East Eye Kareem A., un operaio edile di 51 anni di Betlemme.

La diffusione del coronavirus sia in Israele che in Cisgiordania ha avuto un profondo impatto sulla forza lavoro palestinese all’interno di Israele – con le ultime restrizioni che costringono i lavoratori palestinesi a scegliere tra mesi di separazione dalle loro famiglie – o il crollo economico.

Nuove restrizioni

Kareem ha saputo che Israele aveva chiuso il posto di controllo 300, il principale punto di ingresso dell’intera Cisgiordania meridionale in Israele per migliaia di lavoratori palestinesi.

“Ho deciso di provare a passare comunque”, dice, “sperando che avrebbero fatto delle eccezioni per i lavoratori”. Ma Kareem e centinaia di suoi colleghi sono stati fermati e rimandati a casa.

“Abbiamo sperato che fosse solo una cosa temporanea, fino a quando non avessero trovato un modo per far entrare i lavoratori di Betlemme”, afferma, “ma sembra che sarà un problema molto più duraturo”.

Mentre i lavoratori di Betlemme dal 5 marzo sono rimasti bloccati a casa, decine di migliaia di lavoratori palestinesi degli altri distretti della Cisgiordania hanno attraversato la Linea Verde [linea di demarcazione stabilita negli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949, ndtr.] in modo relativamente incontrollato.

Il primo caso di coronavirus al di fuori di Betlemme è stato confermato la scorsa settimana nel distretto settentrionale di Tulkarem. Il paziente era un manovale che lavorava in Israele.

Mentre il virus continuava a diffondersi in Israele e in Cisgiordania, sia Israele che l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) hanno iniziato a porre sempre maggiori restrizioni agli spostamenti all’interno e tra i territori.

Martedì il ministro della Difesa israeliano Naftali Bennett, che ha preso la decisione iniziale di chiudere i posti di blocco intorno a Betlemme, ha annunciato una serie di restrizioni ancora più pesanti nei riguardi dei lavoratori palestinesi provenienti da altre parti della Cisgiordania.

Bennett ha limitato l’ingresso ai lavoratori che ha classificato come impegnati in settori “essenziali”, come l’edilizia, l’assistenza sanitaria e l’agricoltura. Tutti gli altri, nell’immediato futuro, dovrebbero rimanere a casa.

Con una mossa sconvolgente Bennett ha annunciato che qualsiasi lavoratore che avesse deciso di continuare a lavorare in Israele sarebbe stato costretto a rimanere lì e non avrebbe potuto tornare a casa per almeno uno o due mesi.

Ai lavoratori palestinesi sono stati concessi tre giorni per prendere una decisione: andare al lavoro e restare separati dalle loro famiglie a tempo indeterminato o rimanere a casa, impossibilitati a guadagnarsi da vivere. Indipendentemente da ciò che avessero deciso, dopo tre giorni i confini sarebbero stati chiusi da entrambe le parti.

Non è apparso chiaro se le stesse eccezioni sarebbero state estese ai lavoratori di Betlemme, dal momento che i posti di controllo tra Israele e la città rimangono chiusi.

La notizia è stata uno shock sia per i funzionari israeliani che la considerano una grave “minaccia alla sicurezza”, sia per i palestinesi, i cui permessi di lavoro di solito non consentono loro di rimanere in Israele durante la notte.

“Ho deciso di correre il rischio e venire a stare qui perché non ho davvero altra scelta”, dice a MEE Wael A, un lavoratore di Betlemme.

Wael ha attraversato illegalmente [il confine con] Israele da Betlemme la scorsa settimana, insieme a un amico e ad alcuni altri lavoratori.

“Non sapevamo quanto sarebbe durata la quarantena a Betlemme”, sostiene, “e dovevamo dar da mangiare alle nostre famiglie” aggiungendo che i lavoratori, in genere quelli senza permesso, spesso rimangono illegalmente in Israele durante la notte per evitare il rischio di passare quotidianamente attraverso i punti di controllo.

In quel momento Wael non poteva immaginare che Israele avrebbe permesso ai lavoratori di rimanere per un lungo periodo di tempo nel Paese con un alloggio adeguato fornito a spese del datore di lavoro.

Wael e il suo amico hanno dormito nel cantiere dove lavorano, ma sperano di poter legalizzare “in modo retroattivo” il loro soggiorno e trovare una sistemazione adeguata.

Tuttavia afferma di temere che se le autorità israeliane leggessero “Betlemme” sulle loro carte d’identità, verrebbero rimandati a casa.

“Devo pagare la casa, l’auto e ho tre bambini da nutrire”, dice. “Non posso permettermi di rimanere bloccato a Betlemme in questo momento.”

“Israele ha bisogno di noi”

I rischi [insiti nel] consentire ai palestinesi di lavorare in Israele e quindi tornare a casa possono sembrare agli osservatori esterni troppo elevati nel corso di una pandemia.

Ma per i palestinesi la decisione non è affatto sorprendente.

“Israele non può sopravvivere a questa [pandemia] senza i lavoratori palestinesi”, afferma Kareem a MEE. “La loro economia è troppo dipendente da noi per non consentire ai lavoratori di entrare”.

Si stima che 120.000 palestinesi, con e senza permesso, lavorino in Israele, costituendo una forza lavoro consistente e a basso costo principalmente nei settori dell’edilizia e dell’agricoltura.

“Mentre gli israeliani stanno nelle loro case, “prosegue Kareem”, ci stanno mettendo al lavoro in modo che il sistema non crolli”.

Kareem afferma di ritenere che Israele rischierebbe “senza alcun dubbio” la salute della forza lavoro palestinese “in nome della salvaguardia della sua economia”.

“Stanno permettendo ai palestinesi di mettere a repentaglio le proprie vite mentre dicono agli israeliani di rimanere a casa e di stare al sicuro”.

Un disastro economico e nessuna rete di salvataggio

Per gli operai ancora bloccati a Betlemme il futuro sembra ogni giorno più incerto.

“Ogni giorno senza lavoro è un altro che ci avvicina al disastro economico”, sostiene Kareem a MEE dalla sua casa in un campo profughi locale.

Kareem, sposato e padre di quattro figli, è l’unico a mantenere la sua famiglia di sei persone. In un mese buono Kareem guadagna circa 250 shekel (61 euro) al giorno, il 20%  dei quali va ai pasti quotidiani e al trasporto per e dal suo [posto di] lavoro alla periferia di Tel Aviv.

Ma, osserva, “i mesi appena trascorsi sono stati segnati da festività ebraiche e dal maltempo, quindi non abbiamo avuto molto lavoro nei cantieri”.

“Quindi non è come possedere dei risparmi su cui poter contare per arrivare alla fine del mese”, dice. “Niente lavoro significa niente soldi.” Come conseguenza della sua impossibilità di recarsi al lavoro, Kareem riferisce di aver ricevuto dal suo datore di lavoro israeliano dei messaggi che minacciavano di assegnare il suo lavoro a qualcun altro, revocandogli, quindi, il permesso.

“Vogliono continuare a fare soldi e non possono farlo con i lavoratori di Betlemme”, ha detto, aggiungendo che un certo numero di datori di lavoro ha licenziato i lavoratori di Betlemme e li ha sostituiti con lavoratori palestinesi di altre parti della Cisgiordania.

Egli teme che, se un numero sufficiente di lavoratori facesse la scelta di andare in Israele e restarci per i prossimi due mesi, il suo lavoro sarebbe ancora di più a rischio.

“Li ho pregati di non levare il mio nome dall’elenco dei dipendenti, ma non so cosa faranno.”

Preoccupazioni per la salute

Anche con un rischio così elevato per i lavoratori e le loro famiglie, la preoccupazione principale per la maggior parte dei palestinesi rimane la loro salute personale e quella della loro comunità.

Prima dell’annuncio di martedì scorso da parte di Bennett molti in Cisgiordania avevano paura del rischio che i lavoratori potessero portare il virus da Israele, che ha un tasso significativamente più alto di infezioni da coronavirus rispetto al territorio palestinese.

“Come lavoratore, è stato spaventoso sapere che stavamo andando in Israele”, ha detto Wael a MEE. “Ovviamente nessuno vuole ammalarsi e quindi rischiare di portare [l’infezione] alle proprie famiglie e alla propria comunità”.

Ma sarebbe un rischio che Wael dice di essere costretto a correre.

“Né il nostro governo né il governo israeliano proteggono i nostri diritti di lavoratori in Israele”, afferma. “Preferirei ammalarmi piuttosto che lasciare che la mia famiglia muoia di fame o che la banca ci perseguiti.”

Con le nuove misure annunciate martedì, tuttavia, gli esperti locali della salute sperano che la pressione economica sui lavoratori palestinesi possa essere parzialmente alleviata mantenendo rigide linee guida sulla salute pubblica.

“Siamo scettici sul fatto che gli operai si debbano recare in Israele per lavorare, perché questo aumenta le possibilità che portino qui il virus e lo diffondano”, sostiene a MEE il dott. Imad Shahadeh, capo della divisione di Betlemme del Ministero della Sanità dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Ma,  afferma, consentire ai lavoratori di rimanere all’interno di Israele in alloggi appositi riduce alcuni di questi rischi.

“Prevenire la diffusione del virus”, dice Shahadeh, “è una buona misura”, aggiungendo di sperare che i lavoratori siano al sicuro dal virus, “attraverso la riduzione al minimo dei loro rapporti con israeliani e con non lavoratori”.

Shahadeh aggiunge che l’Autorità Nazionale Palestinese starebbe già pianificando di attuare una serie di misure in occasione del ritorno dei lavoratori dopo uno o due mesi, tra cui controlli sanitari ai posti di blocco e ai punti di ingresso e l’imposizione di un’auto-quarantena obbligatoria per 14 giorni dopo il rientro in Cisgiordania.

Per Kareem, le misure adottate dai governi israeliano e palestinese non sarebbero ancora sufficienti e non coprirebbero i rischi.

“Permettere ai lavoratori di dormire in Israele sta mettendo a rischio la salute di tutti i lavoratori”, dice, affermando che qualcuno “inevitabilmente” prenderà il virus, che “non fa distinzione tra palestinesi e israeliani”.

“Anche se tutti saranno sottoposti a screening e messi in quarantena, metteranno comunque a rischio la comunità al loro arrivo”, sostiene. “E se si ammaleranno in Israele, ci possiamo davvero fidare che il governo israeliano dia la priorità delle cure ai lavoratori palestinesi?”

Nonostante non sia d’accordo con le iniziative dei governi, Kareem afferma di non giudicare alcun lavoratore per le sue decisioni.

“So come si sentono. Hanno un disperato bisogno di prendersi cura delle loro famiglie “, dice. “Quindi, se stanno sacrificando la loro salute per salvare le loro famiglie, li capisco.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)