Secondo alcune fonti, Israele sta trattando con il Sud Sudan per ricollocarvi i palestinesi da Gaza
Gavin Blackburn
12 agosto 2025 – Yahoo!News (Euronews)
Pare che Israele stia discutendo con il Sud Sudan riguardo la possibilità di ricollocare i palestinesi da Gaza nella martoriata nazione dell’Africa orientale, come parte di un più ampio sforzo di Israele per facilitare una emigrazione di massa dal territorio in larga parte distrutto in seguito ai 22 mesi di offensiva contro Hamas.
Sei persone al corrente in materia hanno confermato all’agenzia di notizie Associated Press che i colloqui hanno avuto luogo, sebbene non sia chiaro fino a che punto siano arrivati.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu afferma che vuole realizzare il progetto del presidente USA Donald Trump di ricollocare buona parte della popolazione di Gaza attraverso quella a cui Netanyahu si riferisce come una “migrazione volontaria.”
Israele ha lanciato simili proposte di ricollocazione con altre nazioni africane, inclusi il Sudan e la Somalia.
I palestinesi, le organizzazioni per i diritti umani e buona parte della comunità internazionale hanno rifiutato le proposte come modello per una espulsione forzata in violazione del diritto internazionale.
Il ministro degli Esteri israeliano ha evitato di commentare e quello del Sud Sudan non ha risposto a domande riguardo i colloqui.
Un portavoce del dipartimento di stato statunitense ha affermato che non si pronuncia su conversazioni diplomatiche private.
Opposizione al ricollocamento
Joe Szlavik, il fondatore di una società lobbystica statunitense che lavora con il Sud Sudan, ha affermato che è stato aggiornato da funzionari sud sudanesi riguardo ai colloqui.
Ha sostenuto che una delegazione israeliana ha in progetto di visitare la nazione per verificare la possibilità di crearvi campi per i palestinesi.
Non c’è una data certa per la visita e Israele non ha risposto subito ad una richiesta di conferma della stessa. Szlavik ha affermato che Israele probabilmente pagherebbe per dei campi provvisori.
Edmund Yakani, che guida un gruppo sud sudanese della società civile, ha affermato di aver parlato anche lui con politici del suo Paese riguardo ai colloqui.
Altri quattro politici al corrente delle discussioni hanno confermato in condizioni di anonimità, perché non sono stati autorizzati a parlarne pubblicamente, che i colloqui hanno avuto luogo.
Due di essi, entrambi egiziani, hanno detto all’Associated Press che avevano saputo da mesi riguardo ai tentativi israeliani di trovare uno Stato che accetti i palestinesi, inclusi i contatti con il Sud Sudan. Essi hanno detto di aver fatto pressioni sul Sud Sudan contro il trasferimento dei palestinesi.
L’Egitto si è fortemente opposto al piano di trasferire i palestinesi fuori da Gaza, con cui condivide il confine, temendo un ingresso di rifugiati nel proprio territorio.
Da una zona di conflitto ad un’altra
Molti palestinesi potrebbero voler lasciare temporaneamente Gaza per scappare dalla guerra e dalla mancanza di cibo che sconfina nella carestia.
Ma essi hanno fermamente rifiutato un ricollocamento permanente da quella che vedono come parte integrale della propria terra natale.
Essi temono che Israele non permetterebbe loro di rientrare mai più e che una partenza di massa consentirebbe ad Israele di annettere Gaza e ricostruire lì colonie ebraiche, come chiesto dai ministri di estrema destra del governo israeliano.
Inoltre è improbabile che anche i palestinesi che vorrebbero lasciare Gaza intendano andare in Sud Sudan, una delle nazioni più instabili e conflittuali del mondo.
Il Sud Sudan ha lottato per riprendersi da una guerra civile che è scoppiata dopo aver ottenuto l’indipendenza, che ha ucciso 400.000 persone e che ha precipitato parti della nazione in una carestia.
Il paese, ricco di petrolio, è afflitto dalla corruzione e si affida agli aiuti internazionali per nutrire i suoi 11 milioni di abitanti, una sfida che non ha fatto che crescere da quando l’amministrazione Trump ha tagliato radicalmente l’assistenza estera.
Un accordo di pace raggiunto sette anni fa è stato fragile e parziale e la minaccia di una guerra è tornata ad affacciarsi quando all’inizio di quest’anno il principale capo dell’opposizione Riek Machar è stato messo agli arresti domiciliari.
In particolare i palestinesi potrebbero non sentirsi i benvenuti. La lunga guerra per l’indipendenza dal Sudan ha contrapposto il sud in maggioranza cristiano e animista al nord prevalentemente arabo e musulmano.
Yakani, dell’organizzazione della società civile, ha affermato che i sud sudanesi avrebbero bisogno di sapere chi starebbe per arrivare e quanto tempo penserebbero di rimanere, oppure potrebbero esserci delle ostilità dovute a “questioni storiche con i musulmani e gli arabi.”
“Il Sud Sudan non dovrebbe diventare una discarica di persone,” ha affermato. “E non dovrebbe accettare di prendere persone come pedine di scambio per migliorare le relazioni internazionali.”
(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)