Come Netanyahu ha strappato la sconfitta dalle fauci della vittoria

David Hearst

7 ottobre 2024 MiddleEast Eye

La brutale risposta di Netanyahu al 7 ottobre ha vanificato decenni di sforzi con progressivo successo da parte di Israele e degli Stati Uniti per convincere i governi arabi ad abbandonare la causa nazionale palestinese

L’anno scorso nessun commentatore del 7 ottobre – me compreso – poteva prevedere che la guerra sarebbe stata combattuta con tanta ferocia per un anno. Un anno fa nessuno aveva previsto che Israele avrebbe combattuto più a lungo di quanto non abbia fatto quando ha fondato il suo Stato nel 1948. Da allora tutte le guerre combattute da Israele sono state brevi dimostrazioni di forza assoluta.

Non perché non ci abbia provato.

Israele ha bombardato Gaza riportandola all’età della pietra. Oltre il 70 % delle case è stato danneggiato o distrutto. Israele sta ora facendo lo stesso con Tiro, i sobborghi meridionali di Beirut e molte altre parti del Libano meridionale.

Nessuno sta alzando bandiera bianca. Né ci sono segnali significativi di rivolta da parte di una popolazione che ora vive in tende, che ha perso oltre 41.000 persone direttamente a causa dei bombardamenti e tre o quattro volte di più in morti indirette.

Il Lancet [prestigiosa rivista medica inglese, ndt.] ha affermato che il numero effettivo di morti potrebbe superare i 186.000 se si prendono in considerazione altri fattori come le malattie e la mancanza di assistenza sanitaria.

Queste persone stanno morendo di fame. Sono afflitte da malattie. Stanno per affrontare un secondo inverno in tenda. Vengono bombardate ogni giorno. E tuttavia non si sottometteranno. Una simile portata di sofferenza non è mai stata inflitta a nessuna generazione precedente.

Ogni palestinese vivo oggi conosce la posta in gioco. E tuttavia non fuggiranno. La maggior parte preferirebbe morire piuttosto che cedere la propria terra e le proprie case all’occupazione.

Due strategie

Fin dall’inizio di questa guerra ci sono state due strategie molto chiare da parte del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e del leader di Hamas Yahya Sinwar.

Netanyahu aveva dichiarato quattro obiettivi dopo l’attacco di Hamas al sud di Israele: liberare gli ostaggi, annientare tutti i gruppi di resistenza in Palestina e Libano, porre fine al programma nucleare iraniano e indebolire il suo asse di resistenza e dare un nuovo ordine alla regione, con Israele al vertice.

Come è risultato presto chiaro alle famiglie degli ostaggi, così come allo stesso team di negoziazione, Hamas e William Burns direttore della CIA che ha supervisionato i colloqui, Netanyahu non aveva alcuna intenzione di riportare a casa gli ostaggi.

Ha cercato di far credere a Israele che fare pressione su Hamas avrebbe garantito un rilascio più rapido degli ostaggi. Questa era una evidente sciocchezza, poiché la stragrande maggioranza degli ostaggi (ce ne sono solo 101 ancora a Gaza) muore a causa delle bombe e dei missili sganciati da Israele. Tre sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco mentre cercavano di consegnarsi.

Per il governo di destra di Netanyahu le vite degli ostaggi sono secondarie rispetto all’obiettivo di annientare Hamas. Se gli ostaggi fossero tornati, Netanyahu potrebbe ora trovarsi ad affrontare una lunga pena detentiva.

Ma evidentemente non è riuscito a annientare Hamas, e quindi ha velocemente iniziato una nuova guerra con il Libano e Hezbollah. Hamas ha ancora il controllo di Gaza e fino ad ora, nonostante due tentativi di sostituire il governo della Striscia, non è emersa nessun’altra forza credibile a Gaza.

Hamas ricompare ovunque non ci siano truppe israeliane. Nel giro di poche ore appaiono agenti di polizia in borghese a risolvere le controversie.

All’inizio Israele ha cercato di spazzare via la leadership di Hamas. Ha ucciso i primi e i secondi ranghi dei funzionari che gestivano il governo, la maggior parte dei quali in un massacro fuori dall’ospedale al-Shifa. Ma uno spaccato di ciò che sta realmente accadendo a Gaza è stato offerto dall’ultimo annuncio di Israele di aver ucciso tre alti funzionari di Hamas: Rawhi Mushtaha, capo del governo e primo ministro de facto, Sameh al-Siraj, che deteneva il dicastero della Sicurezza nell’ufficio politico di Hamas e Sami Oudeh, comandante della Strategia generale di sicurezza di Hamas.

L’attacco aereo è avvenuto tre mesi fa e nessuno si è accorto della loro assenza. Questo perché Hamas ha continuato a funzionare indipendentemente da quali leader fossero vivi o morti.

In passato, gli assassinii avevano portato a un periodo di incertezza per Hamas. Era accaduto dopo l’uccisione di Abdel Aziz al-Rantisi nel 2004. Ma oggi non funziona e non funziona nemmeno con questa generazione di combattenti.

L’uccisione dei capi è strettamente tattica e di breve durata. Fornisce agli assassini un sollievo temporaneo. La leadership di Hezbollah è stata effettivamente messa a dura prova da una serie di colpi di intelligence, a partire dall’esplosione di migliaia di cercapersone e walkie-talkie trappola. Ma non è stata bloccata come forza combattente, come sta scoprendo l’unità di ricognizione della Brigata Golani.

A lungo termine, i leader vengono sostituiti, le scorte vengono rifornite e le memorie vendicate.

Il ruolo dell’Iran

La colpa di ciò è principalmente di Israele, che ha deliberatamente distrutto le vecchie regole di combattimento. Un presunto obiettivo è ora ritenuto una causa sufficiente per uccidere 90 innocenti attorno a lui, che sia effettivamente presente o no. Un attacco aereo su un bar in Cisgiordania ha spazzato via un’intera famiglia. Diciotto palestinesi sono morti, tra cui due bambini fatti a pezzi. Se lanciare missili contro i bar è inteso come messaggio, sta avendo l’effetto opposto.

I martiri sono i più efficaci nel reclutare militanti.

Lo stesso vale per tutti i gruppi di resistenza, grandi o piccoli, consolidati da tempo o appena nati. Ogni volta che le truppe israeliane lasciano Jenin, Tulkarem o Nablus, pensano di aver ucciso per sempre la sua resistenza. Ogni volta, tornano per affrontare altri combattenti.

Il terrore di Israele genera solo altro terrore. La distruzione di Beirut Ovest nel 1982 ha ispirato l’attacco di Osama bin Laden alle Torri Gemelle nel 2001.

Il terzo obiettivo di Netanyahu è quello di annientare l’Iran come potenza nucleare e regionale, un obiettivo che precede di diversi decenni il 7 ottobre.

Al momento in cui scriviamo si sta aspettando la risposta di Israele al lancio di 180 missili balistici iraniani, alcuni dei quali hanno raggiunto i loro obiettivi.

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha dovuto rapidamente ritrattare le sue affermazioni sul consentire a Israele di attaccare le installazioni petrolifere dell’Iran dopo che gli è stato fatto notare che l’Iran potrebbe chiudere di colpo lo Stretto di Hormuz.

Nessuno è più nervoso degli alleati degli Stati Uniti nel Golfo davanti ad un attacco israeliano all’Iran. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno già avuto un assaggio di cosa accadrebbe ad Aramco [compagnia petrolifera nazionale saudita, ndt.] e alle esportazioni di petrolio se le installazioni petrolifere dell’Iran venissero attaccate.

Ecco perché gli stati del Golfo hanno rilasciato una dichiarazione in cui dichiarano la loro neutralità, aggiungendo che non avrebbero permesso agli Stati Uniti di utilizzare nessuna delle loro basi aeree per un attacco all’Iran.

Ma la verità storica è che l’Iran non è mai stato centrale per la causa palestinese. È entrato nella mischia solo dopo la rivoluzione nel 1978. Per più di 100 anni i palestinesi hanno combattuto da soli. A volte con l’aiuto degli Stati arabi, prima l’Egitto, poi la Siria, poi l’Iraq, ma per lo più la loro lotta è stata solitaria.

Il programma nucleare dell’Iran è irrilevante per la lotta palestinese. Il fattore più importante è la determinazione del popolo palestinese a vivere nella propria terra.

La vera minaccia per Israele non viene dall’Iran. Viene da un giovane palestinese a Jenin, o da un’ex guardia di sicurezza presidenziale a Hebron, o da un palestinese con cittadinanza israeliana a Nakab.

Tutti loro hanno tratto le proprie conclusioni dalla disperazione dell’occupazione sotto la quale hanno vissuto. Nessuno ha avuto alcun bisogno di un incoraggiamento da Teheran.

Dittature feroci

Il quarto obiettivo di Netanyahu è riordinare la regione con a capo Israele. I funzionari israeliani adorano informare i giornalisti statunitensi sulle parole private di sostegno che Israele sta ricevendo dai leader arabi “sunniti moderati” per il suo programma di dominio regionale. Con “moderati” intendono filo-occidentali. Sono tutte dittature feroci.

Ma, di nuovo, Israele e gli Stati Uniti commettono ripetutamente lo stesso errore confondendo le parole private di sostegno dei ricchi e obbedienti con la volontà dei popoli che affermano di rappresentare.

Fulgido esempio dei ricchi e docili, l’arcipragmatico principe ereditario Mohammed bin Salman è stato ampiamente ed erroneamente citato per sostenere la visione che nei loro cuori i governanti arabi si preoccupassero poco della Palestina.

Il titolo del suo colloquio con Antony Blinken, segretario di Stato degli Stati Uniti, era la citazione: “Mi interessa personalmente la questione palestinese? A me no”.

Ma la citazione completa era questa: “Il 70% della mia popolazione è più giovane di me”, ha spiegato il principe ereditario a Blinken. “La maggior parte di loro non ha mai saputo molto della questione palestinese. E quindi ne sono venuti a conoscenza per la prima volta attraverso questo conflitto. È un problema enorme. Mi interessa personalmente la questione palestinese? A me no, ma alla mia gente sì, quindi devo assicurarmi che questo abbia un esito”. Più il regime è autocratico e più il suo sovrano si sente instabile in tempi di crisi regionale, più deve prestare attenzione alla rabbia popolare per la Palestina. È il suo tallone d’Achille. La tirannia non sopprime o distoglie il sostegno alla Palestina. Lo amplifica.

Di conseguenza, Faisal bin Farhan al-Saud, ministro degli esteri dell’Arabia Saudita, ha annunciato che il regno avrebbe normalizzato le relazioni con Israele solo dopo la creazione di uno Stato palestinese.

Questa affermazione può essere ritrattata, ma almeno per ora l’effetto degli Accordi di Abramo nel creare un’alleanza regionale pro-Israele sta svanendo.

L’obiettivo di Sinwar

Consideriamo ora gli obiettivi strategici di Sinwar il 7 ottobre e vediamo quali, se ce ne sono, siano sopravvissuti al passare del tempo.

Sinwar aveva due obiettivi strategici. Ciò che pensa ci è chiaro da due discorsi che ha fatto l’anno prima dell’attacco di Hamas. In uno, nel dicembre 2022, Sinwar ha affermato che l’occupazione deve essere resa più costosa per Israele.

“Intensificare la resistenza in tutte le sue forme e far pagare all'[autorità di] occupazione il conto per l’occupazione e l’insediamento è l’unico mezzo per la liberazione del nostro popolo e per raggiungere i suoi obiettivi di liberazione e ritorno”, ha affermato.

In un altro discorso, Sinwar ha affermato che i palestinesi dovevano mettere Israele davanti ad una scelta chiara.

“O lo costringiamo ad applicare il diritto internazionale, a rispettare le risoluzioni internazionali, (cioè) ritirarsi dalla Cisgiordania e da Gerusalemme, smantellare gli insediamenti, liberare i prigionieri e (permettere) il ritorno dei rifugiati”, ha affermato.

“O noi, insieme al mondo, lo costringiamo a fare queste cose e a realizzare la creazione di uno Stato palestinese nei territori occupati, compresa Gerusalemme, oppure rendiamo questa occupazione in palese contraddizione con l’intera volontà internazionale, isolandolo così in modo energico e totale, e poniamo fine al suo processo di integrazione nella regione e nel mondo intero”.

Primo, Hamas ha certamente reso l’occupazione più costosa per Israele.

Dall’inizio della guerra, sono stati uccisi 1.664 israeliani, di cui 706 soldati, 17.809 sono rimasti feriti e circa 143.000 persone sono state evacuate dalle loro case, secondo il Jerusalem Post.

Il denaro ha iniziato a fuggire dal paese. Nonostante il ritorno di molti dei 300.000 riservisti ai loro posti di lavoro, l’Economist riferisce: “Tra maggio e luglio i deflussi dalle banche del paese verso istituzioni straniere sono raddoppiati rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, arrivando a 2 miliardi di dollari. I responsabili delle politiche economiche di Israele sono più preoccupati che mai dall’inizio del conflitto”.

La maggiore conseguenza del 7 ottobre

Ma è a livello psicologico che il 7 ottobre ha inferto il colpo più duro.

Il crollo improvviso e completo dell’esercito israeliano un anno fa ha provocato un enorme shock da cui Israele deve ancora riprendersi. Ha messo fondamentalmente in discussione il ruolo principale dello Stato nella difesa dei suoi cittadini.

Ha fatto sentire tutti gli israeliani meno sicuri e questo può spiegare la brutalità della risposta militare, nonostante i profondi dubbi dei responsabili della sicurezza.

Se il video di un combattente di Hamas che telefona a casa a sua madre a Gaza vantandosi di quanti ebrei ha ucciso è inciso nella memoria di David Ignatius [opinionista del Washington Post, ndt.], che dire delle migliaia di post di TikTok che i soldati israeliani hanno postato vantandosi dei loro crimini di guerra? Che effetto hanno sull’editorialista del Washington Post? Lui, come altri, li ha oscurati.

Perché accettare la narrazione secondo cui il 7 ottobre è stato l’Olocausto di Israele significa indossare i paraocchi. Significa escludere e giustificare tutto ciò che Israele ha inflitto a tutti i palestinesi, indipendentemente da famiglia, clan o storia, una barbarie e una disumanità ben più grandi di quanto chiunque avrebbe potuto pensare possibile in uno Stato avanzato, urbano e istruito il 6 ottobre.

Qui, finalmente, arriviamo al maggiore risultato dell’attacco di Hamas.

Il 6 ottobre la causa nazionale palestinese era morta, se non sepolta. Dopo più di 30 anni dagli accordi di Oslo, Gaza era totalmente isolata. Il suo assedio era permanente e a nessuno importava.

Nel settembre 2023 Netanyahu rivendicò la vittoria all’ONU agitando una mappa in cui la Cisgiordania non esisteva.

C’era solo un punto nell’agenda regionale ed era l’imminente normalizzazione dei rapporti dell’Arabia Saudita con Israele. La regione era la più tranquilla da decenni, o almeno così scrisse con sicurezza Jake Sullivan, il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, nella versione originale di un suo saggio per Foreign Affairs.

“Sebbene il Medio Oriente rimanga afflitto da questioni eterne, la regione è più tranquilla di quanto non sia stata da decenni”, scrisse in quella versione originale. Inutile dire che dovette velocemente modificarla.

Alla soglia della vittoria

Sotto la leadership di destra più estrema della sua storia, lo spazio per la pace era stato abbandonato e così anche la separazione. Conquistando la terra e mantenendola, Israele era sull’orlo della vittoria. Dopo il 7 ottobre, il sostegno alla resistenza armata in Cisgiordania è ai massimi storici. L’attacco di Hamas ha rimesso la resistenza armata all’ordine del giorno come modo per realizzare il suo programma di liberazione. Se gli accordi di Oslo fossero riusciti a produrre uno Stato palestinese entro cinque anni dalla firma, un movimento come Hamas non sarebbe esistito. O, se lo fosse, si sarebbe comportato come un gruppo scissionista dell’IRA, incapace di cambiare il corso degli eventi. Oggi, Hamas ha cambiato il corso degli eventi perché il percorso pacifico verso un fattibile Stato palestinese è stato bloccato. Ogni discorso su un processo di pace era un miraggio delle dimensioni della corazzata Potemkin.

Oslo non solo non è riuscita a creare uno Stato palestinese. Ha creato le condizioni affinché lo Stato israeliano si espandesse e prosperasse come mai prima in Cisgiordania e a Gerusalemme.

Questo è stato il fattore più importante nel convincere una nuova generazione di giovani palestinesi a vendere i loro taxi e negozi in cambio di armi.

Quando le Brigate Qassam hanno attaccato il sud di Israele, quei giovani non hanno avuto molto bisogno di essere convinti. Un anno dopo, l’ala armata di Hamas ha raggiunto lo status di eroe in Cisgiordania, Giordania, Iraq e, credo, in gran parte dell’Egitto e del Nord Africa.

Hamas in questo momento spazzerebbe via Fatah se mai fosse consentito che si tenessero elezioni libere come è successo nel 2006.

A livello regionale l’asse della resistenza, che per gran parte del periodo successivo alla Primavera araba era stato un espediente retorico, è diventato un’alleanza militare funzionante.

Hezbollah, che a lungo aveva cercato di prendere le distanze dalle operazioni di Hamas, è ora sotto attacco e in guerra tanto quanto Hamas lo è sempre stato. Milioni di libanesi sono fuggiti dalle loro case e Beirut sta vivendo molto dello stesso terrore a causa dei droni e dei bombardieri israeliani che ha vissuto Gaza City.

La Palestina è tornata al suo legittimo posto, che è quello di occupare un ruolo chiave nel determinare la stabilità della regione.

Ribaltati decenni di sforzi statunitensi e israeliani

La brutale risposta di Israele al 7 ottobre ha invertito decenni di sforzi israeliani e statunitensi per convincere gli arabi che la Palestina non poteva più rappresentare un veto alle relazioni arabo-israeliane.

Oggi quel veto è più forte che mai.

Il cambiamento è stato ancora più evidente a livello globale, sostenuto dall’irrefrenabile desiderio dell’alleanza occidentale di trovare un nemico. Fino a poco tempo fa, erano i sovietici. Poi l’islamismo radicale ha brevemente preso il posto di minaccia globale. 

Ora è l’alleanza dei dittatori di Russia, Cina e Iran, tutti alla ricerca di sfere di interesse, a minare l’ordine mondiale, secondo l’ultimo saggio del segretario di Stato americano Blinken su Foreign Affairs.

Come se gli Stati Uniti non stessero cercando una sfera di interesse globale. Né le affermazioni di Sullivan né quelle di Blinken su Foreign Affairs resistono.

Ma come risultato della sua guerra, Israele ha perso il Sud del mondo e anche gran parte dell’Occidente.

La Palestina è diventata la causa numero uno al mondo per i diritti umani ed è in cima all’agenda degli sforzi per garantire la giustizia internazionale, con processi in corso presso la Corte Penale Internazionale e la Corte Internazionale di Giustizia.

Ha scatenato il più grande movimento di protesta della storia recente nel Regno Unito.

Questione di tempo

Delle due strategie, sembra funzionare quella di Sinwar. Che lui viva o muoia, quell’agenda ha già un suo inarrestabile slancio.

Incoraggiato dalla debolezza di Biden, dal possibile arrivo di Donald Trump che ora afferma che Israele è troppo piccolo, Netanyahu potrebbe ingannarsi e pensare di poter occupare la parte settentrionale di Gaza e il sud del Libano.

L’annessione dell’Area C, che comprende la maggior parte della Cisgiordania, è quasi certamente prossima.

Ma ciò che Netanyahu non sarà in grado di fare a Gaza, in Libano o in Cisgiordania è finire ciò che ha iniziato.

Ciò che ha costretto Ariel Sharon a ritirarsi da Gaza, o Ehud Barak dal Libano, si applicherà alle forze israeliane che Netanyahu tenta di installare a Gaza e in Libano con sempre più vigore. È solo questione di tempo.

Questa guerra ha spogliato Israele della sua immagine sionista liberale, l’immagine del nuovo arrivato che cerca di difendersi in un “vicinato ostile”.

È stata sostituita dall’immagine di un orco regionale, uno Stato genocida senza bussola morale, che usa il terrore per sopravvivere. Un tale Stato non può vivere in pace con i suoi vicini. Schiaccia e domina per sopravvivere.

La guerra di Netanyahu è a breve termine e tattica. La guerra di Sinwar è a lungo termine. Serve a far capire a Israele che se vuole la pace non potrà mai mantenere le terre che ha occupato.

La guerra di Netanyahu dura da un anno e può continuare solo nello stesso modo in cui è iniziata, infliggendo al Libano meridionale la stessa devastazione che ha inflitto a Gaza. Non c’è retromarcia. La guerra di Sinwar è appena iniziata.

Chi vincerà? Dipenderà dal grado di resilienza degli oppressi. Mi sorprenderei se non ci fossero quelli che dicono: “Ne abbiamo abbastanza, vogliamo fermarci”.

Ma passato un anno lo spirito di resistenza è alto e continua a crescere. Se ho ragione, questa lotta è solo all’inizio.

L’equazione del potere in Medio Oriente è effettivamente cambiata, ma non a favore di Israele o dell’America.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e speaker sulla regione e analista dell’Arabia Saudita. È stato caporedattore agli esteri del Guardian ed è stato corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian da The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’incontro di Netanyahu con MBS segna un nuovo fronte contro il ritorno all’accordo con l’Iran da parte di Biden

Philip Weiss

23 novembre 2020 – Mondoweiss

La grande notizia di questa notte è che pare che Benjamin Netanyahu sia volato nella città dell’Arabia Saudita di NEOM sul Mar Rosso per incontrare il principe saudita Mohammed bin Salman su richiesta del Segretario di Stato USA Mike Pompeo.

Se confermato, questo sarebbe ovviamente un incontro di grande importanza storica – un leader israeliano non ha mai visitato l’Arabia Saudita. Pompeo ha segnalato ciò con un tweet criptico:

Costruttivo incontro oggi con il principe ereditario Mohammed bin Salman a NEOM. Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno percorso un lungo cammino da quando il Presidente Franklin Delano Roosevelt e il Re Abdul Aziz Al Saud hanno posto per la prima volta le basi per le nostre relazioni 75 anni fa.”

Pompeo si riferisce ad un famoso incontro in cui il re disse a Roosevelt che non ci doveva essere uno Stato sionista nella vicina Palestina e Roosevelt gli promise che gli USA non avrebbero appoggiato una simile ipotesi. Poi Roosevelt morì e Truman cambiò politica.

E guarda un po’, adesso anche i sauditi stanno cambiando idea sul sionismo, come va strombazzando la stampa israeliana.

Consideriamo la valenza politica di questa visita. È una triplice vittoria per Israele, Arabia Saudita e anche per Pompeo. Ma molti altri perdono!

Sicuramente Israele ne trae il maggior vantaggio. Un altro accordo di normalizzazione con un vicino arabo è in vista. Ancora una volta i palestinesi sono stati sacrificati; ehi, voi palestinesi dovete arrendervi. Jared Kushner [genero e consigliere di Trump per il Medio Oriente, ndtr.] vi ha detto che siete un popolo sconfitto.

Israele riesce a legare ancor di più le mani a Joe Biden riguardo alla ripresa dell’accordo con l’Iran, che odia. Ieri Netanyahu ha detto a Biden che non può rientrare nell’accordo prima di essere andato in Arabia Saudita. L’avvocato di Israele Dennis Ross ha inviato questo messaggio in un tweet stamattina.

L’incontro Netanyahu-MbS non è una mossa da poco in Medio Oriente. Si può scommettere che la loro discussione si è fortemente incentrata su come rapportarsi all’amministrazione Biden, con un occhio verso il coordinamento dei messaggi sull’Iran.

Il messaggio a Biden, proprio mentre sta costituendo la sua squadra di esperti di Washington sulla politica estera, è questo: dovrai usare tutte le tue capacità politiche per firmare un accordo con l’Iran, perché Israele con l’aiuto della Casa Bianca di Trump ha appena alzato il prezzo. Non ti conviene.

Martin Indyk, un lobbista filoisraeliano democratico di centro, capisce che il messaggio è questo e invita Israele ad essere cortese con Biden.

Se l’incontro tra Netanyahu e MbS è stato inteso come un tentativo di coordinare le posizioni contro ciò che entrambi potrebbero considerare una nuova minaccia comune da parte dell’entrante amministrazione Biden, questo è un grosso errore. Lavorare insieme a Biden piuttosto che contro di lui porterà a risultati molto migliori per tutti.

Bella mossa. Ma ad Israele non importa.

Passiamo al punto di vista della monarchia saudita. Nel 2015 l’Arabia Saudita non si era opposta all’accordo con l’Iran (guadagnando così l’appoggio di Obama nella guerra in Yemen), ma ovviamente condivide alcuni degli interessi di Israele nell’isolare l’Iran. Ora sta svendendo i palestinesi, ma non è un gran prezzo da pagare quando si pensa a cosa ci guadagna. Ora ha a Washington l’ambasciatore più potente di tutti: la lobby israeliana e Netanyahu, che aiuteranno a sostenere il regime corrotto e criminale nel momento in cui un’amministrazione democratica entra alla Casa Bianca parlando di diritti umani.

Organizzazioni ebraiche di centro come la Conferenza dei Presidenti e l’AIPAC stanno per prendere le difese dell’Arabia Saudita e diranno a Joe Biden di lasciar perdere l’assassinio di Jamal Khashoggi – la pace in Medio Oriente è più importante.

Scusate se ripeto uno vecchio discorso, ma l’Arabia Saudita sa che essere cortesi con Israele apre le porte a Washington. Gli uomini più potenti del mondo, come Putin, Modi e Obama, si sono tutti rivolti alla lobby israeliana per cercare di fare affari in Campidoglio. Obama nel 2008 ha concordato con la lobby la nomina del suo segretario di Stato; poi nel 2015 ha dovuto combattere con la lobby di destra per raggiungere l’accordo con l’Iran, ma almeno ha avuto al suo fianco i sionisti progressisti.

Infine c’è Pompeo. Ha fatto tutto quel che poteva per Israele negli ultimi giorni, alla fine dell’amministrazione Trump. Il BDS è “un cancro”, ha detto quando è partito per le colonie illegali in Cisgiordania. Il principale donatore repubblicano, Sheldon Adelson, concorda in pieno. Come ha detto Nick Schifrin [giornalista USA esperto di Medio Oriente, ndtr.] l’altra notte nel programma PBS News Hour [programma televisivo USA di approfondimento della rete radiotelevisiva pubblica, ndtr.] , Pompeo ha delle ottime carte per dimostrare la propria idoneità per una campagna presidenziale nel 2014. Anche Aaron David Miller [analista e negoziatore USA in Medio Oriente, ndtr.] lo ha detto:

Le gite di Pompeo all’azienda vitivinicola in Cisgiordania e nel Golan non hanno nulla a che fare con le ambizioni dell’America, bensì con le sue, in vista del 2024.”

Socializzare con la destra israeliana è ancora una buona politica negli USA. Durante le primarie democratiche Bernie Sanders e Pete Buttigieg hanno definito Netanyahu un razzista che ha perso la testa, ma questa consapevolezza deve ancora farsi strada a Washington.

Vediamola in questo modo: Joe Biden sta cercando un ambasciatore in Israele che vada bene a Netanyahu. I nomi in gioco sono Dan Shapiro, Michael Adler e Robert Wexler, tutti ebrei e sionisti. L’idea che un ambasciatore USA in Israele sia qualcuno che dia speranze ai palestinesi sotto apartheid è fuori questione. E pensate che Netanyahu abbia voluto fare una cortesia a Obama quando ha nominato Michael Oren e Ron Dermer come suoi ambasciatori a Washington? Neanche per un istante. Ha messo una spina nel fianco di Obama. “Se arrivasse un extraterrestre e vedesse i rapporti tra USA ed Israele avrebbe ragione di pensare che gli USA sono uno Stato vassallo di Israele”, dice un esperto.

In sostanza, Netanyahu esercita ancora un grande potere a Washington. E l’Arabia Saudita lo ha al suo fianco. Chiunque altro ha ulteriori motivi per preoccuparsi.

Philip Weiss è caporedattore di Mondoweiss.net e ha creato il sito nel 2005-06.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’ “accordo del secolo” di Jared Kushner è stato ideato per fallire fin dall’inizio

Bill Law

6 giugno 2019 – Middle East Eye

Al di là delle critiche, Kushner sta giocando un’importante partita sulla questione israelo-palestinese

Il genero del presidente USA Donald Trump e negoziatore per il Medio Oriente, Jared Kushner, non rilascia molte interviste – perciò quando lo fa, gli organi di informazione non sono solo attenti, ma ci si buttano a capofitto. E alcuni settori dei media statunitensi lo hanno fatto, dopo l’intervista a Kushner di Axios della [emittente televisiva americana via cavo, ndr.] HBO del 2 giugno.

Slate’ [rivista americana in rete, ndtr.] ha pubblicato un articolo dal titolo: “Le più imbarazzanti risposte dell’intervista di Jared Kushner ad Axios”. ‘Vanity Fair’ ha commentato: “In un’intervista comicamente disastrosa, il ‘primo genero’ ha imbastito risposte su nazionalismo, rifugiati, Arabia Saudita e sul suo piano di pace per il Medio Oriente.” La CNN è stata più gentile, optando per una disamina selettiva punto per punto delle “29 righe più assurde” dell’intervista.

L’ipotesi di queste ed altre apprezzate pubblicazioni nell’establishment dei media progressisti, che a Trump piace odiare, è che Kushner è al massimo un perfetto idiota, che si aggira beatamente in un paesaggio complicato senza avere idea dei pericoli in agguato – che è un ragazzino ricco e privilegiato con una storia fatta di automobili e di affari immobiliari ed una moglie che è la figlia preferita del presidente, e che è troppo complicato per lui.

Vincere perdendo

Queste convinzioni sono errate. Fin dal momento in cui a Kushner è stato assegnato l’incarico sul Medio Oriente, ha giocato una partita subdola, e quindi molto efficace, a favore sia del movimento dei coloni in Cisgiordania che dell’amico di famiglia Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano.

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Kushner, la cui fondazione di famiglia ha finanziato generosamente i progetti dei coloni, ha costruito un’attenta strategia atta a vincere perdendo.

L’ “accordo” non è mai stato pensato perché funzionasse.

Piuttosto, il suo modus operandi consiste nel costringere i palestinesi in un angolo da cui non c’è via di fuga e in cui l’unica risposta all’accordo di pace è “no”.

Kushner ha imparato questo trucco nel periodo in cui pare abbia acquistato proprietà con affitto bloccato, scacciando gli inquilini, ristrutturando gli appartamenti e poi rimettendoli sul mercato come proprietà di lusso.

É un gioco al massacro: una combinazione di cancellazione di servizi e di offerta di qualche compensazione finanziaria, ben impacchettata all’interno di minacce velate e non tanto velate, sulla linea di “accettate questo o le cose andranno solo peggio”. Kushner ha accuratamente applicato all’ “accordo del secolo” in Medio Oriente le lezioni apprese a Manhattan.

Ha colto la sua opportunità quando Trump ha sorpreso il mondo vincendo le presidenziali del novembre 2016. Nel dicembre di quell’anno Trump ha annunciato che l’avvocato fallimentarista David Friedman veniva nominato ambasciatore USA in Israele.

Nel marzo 2017 Friedman, che ha alle spalle una lunga storia di sostegno all’illegale movimento dei coloni in Cisgiordania, è stato debitamente confermato dal Senato. A Kushner è stato affidato il portafoglio del Medio Oriente, mentre un altro avvocato di Trump e strenuo difensore dei coloni, Jason Greenblatt, lo ha affiancato in qualità di inviato.

Uccidere la soluzione di due Stati

Kushner ha convinto il presidente che il suo primo viaggio oltreoceano avrebbe dovuto essere in Arabia Saudita nel maggio 2017. In quel momento Kushner aveva già instaurato uno stretto rapporto di lavoro con il vice principe ereditario Mohammed Bin Salman, che in seguito è diventato il principe ereditario. Un elemento centrale della strategia di Kushner è stato allontanare i sauditi dall’iniziativa araba di pace proposta nel 2002 dall’ex re saudita Abdullah, che all’epoca era principe ereditario.

Il piano di Abdullah includeva il riconoscimento di un credibile Stato palestinese a fianco di Israele. Quando l’ Arabia Saudita ed altri Stati del Golfo, in particolare gli Emirati Arabi Uniti, si sono avvicinati ad Israele, Kushner sembrava, almeno in privato, essere riuscito a distruggere la soluzione di due Stati di Abdullah.

Nel dicembre 2017 il presidente ha annunciato che l’ambasciata USA sarebbe stata spostata a Gerusalemme. Gli esperti erano sconcertati e Trump è stato attaccato perché concedeva qualcosa senza ottenere niente in cambio. Ma Kushner non mirava a nulla: voleva semplicemente fare una dichiarazione forte di fronte ai palestinesi. Lo ha fatto e gli USA l’hanno spuntata: il 14 maggio 2018, nel settantesimo anniversario della fondazione di Israele, l’ambasciata è stata aperta a Gerusalemme, mentre a circa 90 chilometri di distanza i palestinesi venivano abbattuti a fucilate sul confine di Gaza.

In quel momento il presidente ha annunciato che gli USA stavano abbandonando la soluzione dei due Stati. Mettendo sale sulla ferita, Washington ha tagliato più della metà del previsto finanziamento (65 milioni di dollari dei 125 milioni di aiuti complessivi) all’UNRWA, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi che assiste oltre cinque milioni di rifugiati registrati. Lentamente ed inesorabilmente stava avvenendo un giro di vite.

Cadono colpi di maglio

Ad agosto 2018 gli USA hanno tagliato più di 200 milioni di dollari di aiuti economici, e poi hanno proseguito cancellando il resto dei finanziamenti all’UNRWA. A settembre è stato chiuso uno dei pochi programmi di aiuti rimasti, 25 milioni di dollari per i palestinesi negli ospedali di Gerusalemme est. Poi è stato chiuso l’ufficio di Washington dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, il contatto diplomatico formale con i palestinesi.

Mentre i colpi di maglio continuavano a cadere, i governi occidentali non hanno detto niente. Kushner ha capito, al di là di ogni dubbio, che stava vincendo.

La mossa successiva sono state le Alture del Golan, annesse da Israele con il pieno appoggio ed approvazione dell’amministrazione Trump a marzo. La vittoria di Netanyahu nelle elezioni israeliane di aprile doveva essere la ciliegina sulla torta per poi procedere con l’annessione delle colonie della Cisgiordania nel grande Israele.

Purtroppo per Netanyahu e Kushner, è intervenuto il destino, sotto forma di Avigdor Lieberman. L’ex Ministro della Difesa e acerrimo rivale di Netanyahu ha rifiutato di entrare nella coalizione, mandando tutto all’aria e costringendo a nuove elezioni a settembre.

Trump non è stato contento. Il suo piano, che guardava al 2020 e alla speranza della rielezione, era di lasciare la sua impronta avvantaggiando Israele e mettendo i palestinesi al loro posto. “Israele è proprio messo male con le elezioni”, ha detto. “Bibi (Netanyahu) è stato eletto, adesso all’improvviso dovranno passare di nuovo per un processo elettorale, fino a settembre? É ridicolo. Perciò noi non siamo contenti di questo.”

Incrollabile fiducia

Intanto gli Stati arabi del Golfo hanno frenato l’entusiasmo per l’accordo di Kushner. Il padre di Bin Salman, il re Salman, ha criticato il sostegno di suo figlio a Israele, riabilitando pubblicamente la soluzione di due Stati. L’accordo che non doveva essere un accordo si sta allontanando e Kushner sta per vedere il suo lavoro completamente cancellato.

Kushner non ha una buona faccia da poker. La sua arroganza e la certezza di essere vincente trapelano in ogni cosa dica e faccia. Ma i suoi critici sbagliano a sottovalutarlo.

Kushner finora ha giocato una significativa partita. La sua fiducia di vincere a favore del movimento dei coloni e di un Israele più grande, di Netanyahu o di chiunque gli succederà, e di suo suocero il presidente, resta assolutamente incrollabile.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Bill Law

Bill Law è un giornalista vincitore del premio Sony. É entrato alla BBC nel 1995 e dal 2002 è stato corrispondente dal Medio Oriente. Si è recato molte volte in Arabia Saudita. Nel 2003 è stato uno dei primi giornalisti a informare sull’inizio della rivolta che ha travolto l’Iraq. Il suo documentario ‘Il Golfo: armato e pericoloso’, che è stato trasmesso alla fine del 2010, ha anticipato le rivoluzioni che sono diventate la Primavera Araba. In seguito ha lavorato sulle rivolte in Egitto, Libia e Bahrein. É stato anche corrispondente dall’Afghanistan e dal Pakistan. Prima di lasciare la BBC nel 2014, Law è stato il suo analista esperto del Golfo. Adesso lavora come giornalista indipendente che si occupa del Golfo.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)