Con una mossa inconsueta Israele confisca case nella parte della Cisgiordania controllata dall’Autorità Palestinese, suscitando allarme riguardo all’annessione

 Asmaa Al-Masalmeh

16 giugno 2026 – Mondoweiss

Un ordine militare firmato a maggio 2026 autorizza la prima base israeliana permanente vicino a Jenin nell’Area A, la parte della Cisgiordania sotto il controllo dell’Autorità Palestinese. Israele ha già iniziato a sfollare le famiglie che ci vivono.

La casa di Muhammad Hussein Rahal a Jenin, nella Cisgiordania occupata, è stata sequestrata e destinata alla demolizione da parte dell’esercito israeliano, insieme a due case vicine.

Ma il sequestro della casa di Rahal non è come le altre demolizioni di case palestinesi, che sono un evento comune in tutta la Cisgiordania. La casa di Rahal sta per essere distrutta per costruire una base militare israeliana – probabilmente la prima mai costruita sulla terra sotto il controllo dell’Autorità Palestinese (AP).

La casa di Rahal si trova nell’Area A, la piccola porzione della Cisgiordania che tecnicamente ricade sotto il completo controllo dell’AP, un’area che per decenni è stata considerata il posto “più sicuro” in Cisgiordania per i palestinesi dove costruire una casa. Il sequestro della casa di Rahal da parte dell’esercito israeliano costituisce ciò che sembra essere la prima volta, dopo la firma degli accordi di Oslo nel 1993, in cui Israele si impadronisce di terra nell’Area A a scopi militari. I palestinesi affermano che la mossa non prova soltanto che gli Accordi di Oslo sono definitivamente morti, ma dimostra anche che i piani di Israele per annettere la Cisgiordania stanno avanzando a tutto spiano.

Durante la scorsa settimana Rahal, meglio conosciuto come Abu Faris, è rimasto seduto su una sedia di fronte alla sua porta ad al-Jabriyat, un sobborgo della città di Jenin, nella Cisgiordania settentrionale, aspettando.

Ogni volta che un veicolo militare israeliano passava io pensavo che venissero ad eseguire l’ordine”, dice. “Non c’è niente di più difficile che essere costretto a lasciare la tua casa.” Aveva ragione di aspettare.

Lunedì 15 giugno i soldati sono arrivati e lui è stato costretto ad andarsene. Quando ha chiesto se il sequestro sarebbe durato solo fino al 23 agosto, come gli era stato detto precedentemente, la risposta è stata brutale: “Nessun ritorno”. Allora si è diretto a Jenin, dove vive sua sorella.

Fino a poco tempo fa Abu Faris pensava che la sua casa fosse al sicuro dato che si trovava entro il territorio controllato dall’AP, che dal 1993 è stata relativamente al sicuro dall’intervento israeliano.

Quel presupposto adesso è svanito.

Documenti legali ottenuti da Haaretz rivelano che il 7 maggio 2026 il Comando Generale di Israele ha firmato un ordine di sequestro del terreno accanto al campo profughi di Jenin e di costruzione di una base militare permanente all’interno dell’Area A. L’Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI), che ha inviato una petizione contro l’iniziativa, l’ha definita la più significativa violazione dell’impianto di Oslo da sempre.

Gli Accordi di Oslo sono l’insieme di accordi firmati tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che hanno portato alla creazione dell’AP, che costituiva un ente amministrativo destinato a segnare l’inizio dell’autogoverno palestinese in luogo di un vero Stato. L’impianto di Oslo in teoria avrebbe concesso all’AP il pieno controllo amministrativo e di sicurezza su circa il 18% della Cisgiordania (Area A). Su un altro 22% del territorio (noto come Area B) avrebbero avuto il controllo congiunto sia Israele che l’AP. Il restante 60% è classificato come Area C, su cui Israele detiene il totale controllo amministrativo e di sicurezza.

La scorsa settimana è stata a quanto pare la prima volta che il tipo di espansionismo israeliano normalmente riservato all’Area C si è esteso al territorio controllato dall’AP nell’Area A, indicando che i piani di annessione di Israele in Cisgiordania stanno procedendo.

Fino ad ora l’espansione delle colonie israeliane e i sequestri di terre si erano concentrati nell’Area C, effettuati attraverso una varietà di misure amministrative e legali intese a stabilire l’annessione di fatto di Israele del territorio. Tuttavia lo spostamento nell’Area A segna un passaggio dall’accerchiamento alla penetrazione: non più solamente circondare i centri popolati palestinesi, ma entrarvi. Se questo costituisse un precedente, favorirebbe l’obbiettivo più volte ribadito dall’estremista Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich di “seppellire” uno Stato palestinese rendendo la terra palestinese geograficamente non contigua e amministrativamente disorganica. Ciò significherebbe che la Cisgiordania è stata praticamente annessa a Israele e che gli Accordi di Oslo sono di fatto superati.

La Relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese ha segnalato che simili misure rappresentano “deliberati passi progressivi verso l’annessione permanente, portata avanti un pezzo per volta, alla luce del giorno e nella totale impunità.” Fino a poco tempo fa ogni investimento nello sviluppo di proprietà nell’Area A era considerato una certezza. È per questo che Abu Faris ha speso tutto il suo denaro nella costruzione della sua attuale casa, pensando che la sua proprietà sarebbe stata fuori dalla portata di Israele.

La sua precedente casa era stata demolita nel campo profughi di Jenin, nell’ambito dell’ondata di distruzioni che ha raso al suolo decine di case durante l’operazione di Israele “Muro di Ferro” lanciata nel gennaio 2025. Aveva bisogno di un luogo sicuro.

Allora ho deciso di investire i soldi della mia pensione delle Nazioni Unite nell’acquisto di terra e costruendo una casa modesta”, dice. “Negli ultimi tre mesi abbiamo lavorato giorno e notte. Durante il Ramadan cominciavamo dopo il suhoor [il pasto che precede l’alba, ndt.] e continuavamo dopo l’iftar [il pasto che rompe il digiuno dopo il tramonto, ndt.] finché non finivamo i mattoni e la vernice”. Non era la prima volta che i soldati arrivavano alla porta. Una settimana prima i soldati israeliani erano arrivati alla casa.

Mi hanno chiesto se la casa fosse mia. Ho risposto di sì e loro hanno detto che l’avrebbero sequestrata in base ad un ordine militare”, dice Abu Faris. “Hanno detto che mi avevano visto lavorare alla casa tutti i giorni.”

L’ufficiale mi ha chiesto se fossi arrabbiato e io gli ho risposto: ‘Come posso non essere arrabbiato se voi mi cacciate dalla mia nuova casa e mi ordinate di andarmene in 10 minuti?’”

Secondo Abu Faris l’ufficiale ha fatto una telefonata ed ha ottenuto il rinvio dell’evacuazione. I soldati hanno detto che sarebbero tornati a sequestrare la casa e che glie la avrebbero restituita il 23 agosto, ma non hanno dato garanzie. “Per ora non so dove andrò”, ha detto allora con la voce stanca. “I miei fratelli mi hanno suggerito di andare da loro ed altri dicono di tornare nei locali di sfollamento”, con riferimento all’abitazione provvisoria che ha preso presso l’università arabo-americana dopo che la sua precedente casa è stata demolita, insieme a centinaia di altre famiglie espulse dal campo di Jenin. Recentemente i soldati israeliani hanno pattugliato la sua zona, mettendo in allarme il quartiere. “La paura era tanta che i miei fratelli non hanno osato venire a trovarmi durante l’Eid [Eid al-Fitr, la festa che segna la fine del Ramadan, ndt.]”, dice Abu Faris.

Secondo i dati ONU lo sconfinamento israeliano nell’Area A avviene nel contesto della più vasta ondata di sfollamenti forzati in Cisgiordania a partire dal 1967. Oltre 40.000 palestinesi sono stati espulsi dai campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams, secondo l’UNWRA e il Ministro della Difesa Israel Katz. Issa Zboun, direttore del Dipartimento dei Sistemi di Informazione Geografica presso l’Istituto di Ricerca Applicata di Gerusalemme (ARIJ), ha detto a Mondoweiss che questo ordine militare è “il culmine della politica di insediamenti perseguita dall’occupazione israeliana in Cisgiordania contro i cittadini e la terra palestinesi.” Ha aggiunto: “Sono stati emessi parecchi ordini di confisca della terra e demolizione delle case nelle aree che appartengono amministrativamente all’Autorità Palestinese, compresa l’Area B.”

L’obbiettivo è “cambiare la configurazione della terra, imporre i fatti sul terreno e consolidare l’idea di non stabilire uno Stato palestinese geograficamente contiguo in Cisgiordania”, ha affermato Zboun.

Ha detto che l’AP “non ha strumenti sufficienti per contrastare questo feroce attacco perché la situazione regionale mette in ombra la questione palestinese e l’occupazione israeliana sfrutta questa opportunità.”

Zboun ha detto che gli Accordi di Oslo sono stati “praticamente annullati sul terreno da tanto tempo”, sottolineando “le continue incursioni nell’Area A e nelle città del centro come Ramallah, anche vicino alla residenza del presidente palestinese.”

Dichiarazioni ufficiali israeliane, comprese quelle di Itamar Ben Gvir, che ha dichiarato che Oslo è morta, rispecchiano le esplicite richieste di porre fine all’Autorità Palestinese e cancellare Oslo e le classificazioni A, B e C. Queste sono patenti violazioni degli Accordi di Oslo, che sembrano essere decaduti”, ha detto.

L’Area A non è più sicura

Anche Mansour Kabha ha ricevuto un ordine di lasciare la sua casa, situata nella zona di Jabriyat, adiacente al campo profughi di Jenin.

L’esercito israeliano è arrivato e mi ha notificato la decisione di confiscare la terra fino al 31 agosto 2028 per scopi militari, in base agli ordini che ho ricevuto”, dice Kabha.

Ho costruito la casa al costo di circa 700.000 shekel (circa 240.000 dollari) e se la base viene costruita lì vicino tutta la vita della mia famiglia ne verrà influenzata, specialmente per le mie figlie, che fanno il tragitto ogni giorno per studio e lavoro”.

Kabha e i suoi vicini sono preoccupati che le nuove procedure di sicurezza possano rendere i movimenti e il trasporto più difficili se la zona venisse circondata da un campo militare.

La comunicazione che ha ricevuto richiede la confisca di circa 7 dunam (7.000 mq.) di proprietà di 10 persone.

Tra i proprietari vi sono sua sorella e suo fratello. I lotti sono ufficialmente registrati con atti legali di proprietà (noti come kushans), dice, e si trovano nell’Area A sotto l’Autorità Palestinese. Sono stati proprietari della terra per circa 20 anni. “Ci siamo recati dall’Autorità Palestinese e ci è stato detto che la questione è politica e che l’Autorità se ne occuperà e ci è stato chiesto di non intraprendere alcuna azione individuale. Da allora è passato circa un mese e mezzo.”

Recentemente l’esercito è arrivato in altre due case dell’area e ha detto agli abitanti che dovevano andarsene per due mesi. Ai padroni di casa è stato chiesto di portare via i propri beni personali e che i soldati sarebbero arrivati per impadronirsi delle case. Gli è stato anche detto che dovevano restare in casa fino all’arrivo dell’esercito per fotografarla e ricevere le chiavi.

Attualmente nell’area ci sono circa 5.000 persone e circa 30 case ed è previsto che venga costruito un campo militare in mezzo a questa comunità residenziale”, dice. “Si prevede che la costruzione del campo inizi la prossima settimana.”

Questo è un terreno residenziale che le persone hanno comprato proprio perché si trova nelle aree dell’Autorità Palestinese ed ha uno status legale. Tutti i lotti sono autorizzati e ufficialmente registrati. Le nostre case sono il risultato di molti anni di lavoro e risparmi e paghiamo le tasse all’Autorità”, dice Kabha.

L’Autorità ci ha chiesto di aspettare’

Hassan Brijiyeh, ricercatore presso la Commissione di Resistenza al Muro e alle Colonie, un’organizzazione che lavora sotto l’Autorità Palestinese, ha detto: “L’impianto di Oslo è un accordo internazionale e nessuno può cancellarlo, anche se in pratica la parte israeliana sta cercando di smantellarlo”.

L’occupazione israeliana non si preoccupa di Area A o B o C”, ha detto. “Considera tutta la terra palestinese come parte della Giudea e Samaria”, riferendosi al nome che Israele attribuisce all’intera Cisgiordania occupata dal 1967, ma esclude Gerusalemme est.

Brijieh ha sottolineato che il diritto internazionale sancisce la proprietà palestinese della terra, richiamando due sentenze della Corte Internazionale di Giustizia: una sentenza del 2004 che ha definito illegale la costruzione da parte di Israele di un muro di separazione nei territori occupati, e una sentenza del 2024 che ha dichiarato illegittima l’intera occupazione di Israele e illegale la costruzione dei suoi insediamenti, inclusa Gerusalemme est. Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 1973 definisce l’intera Cisgiordania terra palestinese, ha aggiunto.

Sul terreno la realtà è differente. “Passo dopo passo Israele sta frammentando la terra e stabilendo il controllo con un forte sostegno degli Stati Uniti”, ha detto Brijiyeh.

Tutto è avvenuto molto velocemente.

A maggio soldati israeliani hanno cominciato a radunarsi dietro la sua casa, dice Abu Faris. Sono arrivati con dei geometri, passando ore a fotografare e ad elaborare piani. Quando ne ha parlato con i vicini loro hanno detto che non sarebbe successo niente, perché si tratta dell’Area A. Le visite sono continuate, tre volte alla settimana. La sua casa è stata sequestrata solo una settimana dopo.

Durante le visite dei soldati si sono sparse voci che accusavano i proprietari della terra di vendere i loro terreni, ma li conosciamo bene e sono persone rispettabili che hanno tutti i documenti legali che comprovano la loro proprietà”, dice Abu Faris.

I proprietari hanno pensato di assumere un avvocato, ma l’AP ha chiesto loro di non farlo. Secondo Abu Faris l’AP ha detto che si trattava di una questione politica e che se ne sarebbe occupata, dato che sovrintende agli affari nell’Area A.

Kabha, il cui investimento di 700.000 shekel adesso si trova all’ombra di un futuro campo militare, è di fronte ad una scelta impossibile: rimanere e vivere sotto sorveglianza militare oppure andar via e perdere tutto.

Abbiamo comprato questa terra perché era in Area A”, dice. “Abbiamo pagato le tasse, abbiamo rispettato le norme. E adesso l’Autorità ci dice che è una questione politica e dobbiamo aspettare.”

Asmaa al-Masalmeh

Asmaa al-Masalmeh è una giornalista informatica palestinese della Cisgiordania con un passato di stampa, radio e televisione ed esperienza nella gestione di piattaforme di social media. I suoi articoli sono su The New Arab e Arab Reporters for Investigative Journalism.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Gli agricoltori di Gaza iniziano il duro lavoro di ricostruzione di un settore agricolo devastato dal genocidio israeliano.

Ansam al-Qitaa

8 giugno 2026 – Mondoweiss

I due appezzamenti di terreno che Jalal Arafat possiede da decenni si trovano ai lati opposti della linea che ha ridisegnato la mappa di Gaza dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. Uno è fuori dalla sua portata, a tre metri da quella che ora è conosciuta come la “Linea Gialla”, che taglia Gaza approssimativamente a metà. L’altro, 800 metri più lontano, venne utilizzato da Israele come sede di baracche militari durante l’invasione del quartiere di al-Zaytoun a Gaza City.

Dopo una pausa delle ostilità nei pressi del secondo appezzamento, Arafat, nonostante gli avvertimenti, vi fece ritorno. L’area era stata ridotta a quello che lui stesso descrisse come “dune di sabbia distrutte”. Nonostante questa tremenda condizione, con l’aiuto dei figli bonificò il terreno, lo livellò e piantò fichi e ulivi, scelti per il loro scarso fabbisogno idrico e per la loro capacità di sopravvivere con l’acqua che arriva dal sottosuolo.

In tutta la Striscia assediata decine di agricoltori stanno facendo lo stesso. Tornano a piedi nei campi ricoperti di macerie, cingoli di carri armati e ordigni inesplosi. Trasportano l’acqua sulle spalle per lunghe distanze. Lo fanno perché per molti questo è tutto ciò che rimane loro.

Alcuni sono sostenuti in questa impresa dal Ministero dell’Agricoltura di Gaza, che a maggio ha avviato un progetto di bonifica d’emergenza nei quartieri meridionali di Gaza di al-Mughraqa, al-Sheikh Ajleen e in alcune zone di al-Zaytoun, in collaborazione con la Palestinian Agricultural Relief Society, l’Agricultural Relief Society, la Cooperative Association for Grape and Vegetable Producers e Oxfam.

L’obiettivo è rimettere in produzione 400 ettari e sostenere centinaia di agricoltori nella prima fase, ripristinando tra il 60 e il 70% della loro capacità produttiva prebellica. I lavori iniziano con lo sminamento per garantire che i terreni siano privi di ordigni inesplosi, seguito da livellamento, aratura, fertilizzazione e piantumazione.

“L’albero, se riceve cure, acqua e ciò di cui ha bisogno per crescere, sopravvive”, ha dichiarato Arafat, che ha aderito all’iniziativa, a Mondoweiss. E così fa l’essere umano. Dal nulla può costruire una nuova vita e rimettere in sesto tutto ciò che l’occupazione ha distrutto.”

Un’operazione di recupero coordinata

Ad al-Zaytoun le squadre della Palestinian Agricultural Relief Society hanno rimosso le macerie da 66 dunam (6,6 ettari) di terreno agricolo dove all’inizio dell’anno non era rimasta una sola piantina.

Hanno riaperto le strade agricole sepolte sotto i detriti, ripristinato i pozzi e posato le condutture idriche, consentendo agli agricoltori di tornare ai campi che avevano abbandonato durante la guerra. Nel giro di pochi mesi zucchine e cetrioli sono ricominciati a crescere su terreni che erano stati dati per spacciati.

“La distruzione non si è limitata ai terreni agricoli. Ha colpito le infrastrutture agricole, l’allevamento e la pesca, e ha influito direttamente sulla capacità produttiva del settore”, ha affermato Noha al-Sharif, responsabile per la comunicazione e la difesa dei diritti presso la Palestinian Agricultural Relief Society a Gaza.

L’organizzazione sta lavorando anche ad al-Sheikh Ajleen, il distretto viticolo a sud di Gaza City.

«Nella prima fase ci siamo rivolti ad almeno 150 agricoltori e ora stiamo ampliando il progetto per includerne di nuovi», afferma al-Sharif.

L’associazione ha fornito fertilizzanti, nutrienti e componenti per l’irrigazione di provenienza locale, e le piantine di vite stanno tornando a popolare i terreni che erano stati completamente devastati. Un lavoro simile è in corso nella parte settentrionale di Gaza City, nelle zone di al-Zarqa e al-Amn al-Aam.

Secondo al-Sharif la Palestinian Agricultural Relief Society ha creato circa 240 orti domestici all’interno delle case distrutte dove le famiglie sono tornate, fornendo piantine, semi e serbatoi d’acqua in modo che gli abitanti possano coltivare ortaggi e verdure a foglia verde per il proprio consumo.

«Questo ha alleviato il peso economico sulle famiglie, riducendo la necessità di acquistare verdure al mercato, con prezzi così alti e merci così scarse», dice al-Sharif.

L’organizzazione, con l’aiuto di partner internazionali, sta inoltre introducendo l’agricoltura all’interno degli stessi campi profughi. Hanno creato orti nei pressi e allinterno dei campi in gran parte dei distretti di Gaza, hanno fornito agli abitanti gli attrezzi e i materiali necessari per la loro manutenzione e hanno collaborato con i responsabili dei campi profughi per integrare la coltivazione di prodotti alimentari nella vita quotidiana.

Sono stati organizzati seminari di sensibilizzazione rivolti alle famiglie i cui figli mostrano segni di malnutrizione, per spiegare come utilizzare gli alimenti nel modo più nutriente possibile.

Abbiamo voluto trasformare i campi da luoghi estenuanti e psicologicamente logoranti in ambienti più vivaci, introducendovi spazi verdi e attività agricole”, dichiara a Mondoweiss.

L’organizzazione sta pianificando interventi più estesi nel prossimo futuro, ma al-Sharif sottolinea che la ripresa di cui il settore agricolo di Gaza ha bisogno non può essere raggiunta solo con l’improvvisazione locale: “Il successo di questi sforzi richiede un’azione internazionale urgente per esercitare pressioni sull’ingresso di beni agricoli a Gaza, tra cui sementi, fertilizzanti, attrezzature e reti di irrigazione, in modo che gli agricoltori possano ripristinare la loro capacità di produrre e preservare ciò che resta della sicurezza alimentare nella Striscia”.

Al di là di ciò che gli sforzi locali possono risolvere

Israele continua a impedire l’ingresso a Gaza di fertilizzanti, sementi, reti di irrigazione e macchinari, lasciando che gli sforzi di ripresa rimangano a carico di ciò che si può recuperare dalle risorse locali.

Secondo l’Ufficio stampa del governo di Gaza il 96% dei terreni agricoli coltivati ​​è crollato da 9.300 ettari prima della guerra a 400 ettari oggi. Le perdite dirette per il settore agricolo e zootecnico sono stimate in 2,8 miliardi di dollari, con il 94% dei terreni agricoli danneggiati e l’85% delle serre distrutte.

Gli agricoltori descrivono prezzi che hanno reso impossibile una ripresa autonoma. Una confezione da 250 grammi di pesticida è passata da 500 shekel (149 euro) a 3.000 shekel (892 euro). Un carico di fertilizzante è passato da 1.000 shekel (298 euro) a 20.000 shekel (5.951 euro).

Secondo una recente valutazione della ricostruzione condotta dalla Banca Mondiale la sola ripresa dei sistemi agricoli e alimentari di Gaza costerà circa nove miliardi di dollari [7,80 miliardi di euro, ndt.], gran parte dei quali destinati a sfamare la popolazione di Gaza fino alla ricostruzione della produzione locale.

Samaher Abu Jameh, un’agricoltore, ha affermato che la guerra ha distrutto la maggior parte dei terreni e delle infrastrutture agricole di Gaza, lasciando vaste aree incoltivabili a causa di munizioni inesplose e detriti pericolosi. “Il protrarsi della guerra, l’impossibilità per gli agricoltori di accedere alle proprie terre e la mancanza di un adeguato sostegno hanno portato a un calo significativo della produzione agricola e hanno impedito a molti di continuare il proprio lavoro”, ha dichiarato.

Le forze israeliane, aggiunge Abu Jameh, hanno preso il controllo di vaste aree a est di Salah al-Din Road. Gli impianti solari che alimentavano le pompe idrauliche sono stati distrutti insieme ai pozzi. Serre, attrezzi, pesticidi, fertilizzanti, sementi e piantine scarseggiano. Molti agricoltori sono costretti a utilizzare attrezzature vecchie e danneggiate non avendo altro a disposizione.

Le analisi satellitari della FAO e dell’UNOSAT mostrano che il 98% delle aree coltivate ad alberi a Gaza è stato distrutto, insieme al 90% delle serre e all’82,8% dei pozzi agricoli. Prima della guerra il settore agricolo impiegava circa 560.000 persone.

“Gli agricoltori di Gaza stanno vivendo una vera catastrofe che minaccia la sicurezza e sovranità alimentare”, ha affermato Saed Ziada, coordinatore del settore agricolo presso la rete delle organizzazioni non governative palestinesi. “Quasi tutti faticano a trovare una fonte di reddito in condizioni economiche disastrose”.

Ziada cita la recente iniziativa a sostegno del settore attraverso il recupero dei terreni, la distribuzione di sementi, le reti di irrigazione e altre forme di supporto in natura e finanziario. Tuttavia afferma che l’entità di questi aiuti rimane ben al di sotto del necessario.

“Le istituzioni sono presenti in un modo o nell’altro, nonostante i finanziamenti limitati”, dice. “Ma i bisogni sono di gran lunga superiori alle risorse disponibili”.

Gli agricoltori che non possono ricominciare

Rushdi Ayyad, un agricoltore di Al-Zaytoun, possiede 11 dunam (1,1 ettari) di terreno agricolo, ora a circa 800 metri dalla Linea Gialla, che sono stati distrutti. Non riesce a raggiungere la zona da quasi due anni e mezzo, essendo stato sfollato con la forza a Deir al-Balah, nel centro della Striscia..

Non ci sono le condizioni essenziali per la vita né per ripristinare le coltivazioni” afferma. “Non c’è una fonte di reddito che ci aiuti a bonificare la terra e nessuna concreta possibilità di ricominciare”

Il terreno ospitava alberi di oltre 25 anni, da cui lui, la sua famiglia e diversi lavoratori dipendevano come unica fonte di reddito. Tra le perdite più dolorose c’è un ma’rish, un pergolato per viti, di tre dunam (0,3 ettari), la cui costruzione gli era costata circa 40.000 dollari [35.000 euro, ndt.].

E poi c’è il costo del recupero. Anche la bonifica dei terreni dai detriti militari, afferma, è al di là delle possibilità di qualsiasi agricoltore.

“Viviamo già al di sotto della soglia di povertà”, dichiara a Mondoweiss. “Oggi dipendiamo da una takiya [una mensa comunitaria] solo per mangiare”.

Nel corso di sei guerre e incursioni tra il 2008 e il 2021 Ayyad era riuscito ogni volta a riacquisire la sua terra e a ricominciare da capo.

“Questa volta è completamente diverso”, dice. “Non posso ricominciare da capo.”

Ziada afferma che il legame dei palestinesi con la terra racchiude dimensioni di identità, appartenenza e tenacia.

La maggior parte dei terreni agricoli ancora coltivati, spiega, si trova nelle zone più vicine alla Linea Gialla, ma “nonostante il pericolo di raggiungerla, qualsiasi agricoltore che riesca ad arrivare alla propria terra e a procurarsi acqua e beni di prima necessità si affretterà a coltivarla, perché abbiamo urgente bisogno di una fonte di reddito per noi stessi e per le nostre famiglie”.

Le indagini effettuate dalla sua rete rivelano che molti agricoltori si sono indebitati o hanno venduto parte delle loro proprietà per acquistare beni agricoli nella speranza di provvedere al cibo per le loro famiglie e a una fonte di reddito che li aiuti a sopravvivere.

“E poi c’è la paura che incombe su ogni solco tracciato”, spiega. «Un contadino potrebbe seminare, aspettare il raccolto e poi vedere una nuova incursione o operazione militare costringerlo alla fuga, con la perdita del raccolto di un’intera stagione».

Nonostante tutto questo Arafat continua a seminare. Parla della terra di sua madre e di suo padre, il luogo da cui trae il pane quotidiano.

Vede la distruzione come un altro capitolo di quello che ha definito «un piano metodico per distruggere il settore agricolo», parte di un modello più ampio di sfollamento e costruzione di insediamenti iniziato nel 1948, che a suo dire mira a «sradicare i palestinesi dalla loro terra».

Ma «il contadino palestinese non conosce altra via se non l’agricoltura, che ha ereditato dai suoi padri e nonni», spiega. «Vogliamo investire nella terra. La terra, per sua natura, genera. L’albero porta il frutto e il frutto ci restituisce vita e benessere».

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Egab [piattaforma globale che offre supporto editoriale ai giornalisti locali, ndt.]

Ansam al-Qitaa è una giornalista palestinese di Gaza che lavora nel giornalismo cartaceo, radiofonico e mobile. Appassionata di storie di interesse umano e desiderosa di mettere in luce le difficoltà delle persone, crede nel potere delle parole e delle immagini di generare un cambiamento.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Come Israele sta usando milizie e blocchi di cemento per impadronirsi di ciò che resta di Gaza  

Tareq S. Hajjaj  

19 maggio 2026 Mondoweiss

Le forze israeliane hanno oltrepassato la “Linea Gialla” che divide a metà la Striscia di Gaza e ora controllano il 65% del territorio. Gli abitanti chiamano il nuovo confine “muro dell’apartheid” di Gaza

La mattina del 13 maggio gli abitanti nei pressi della moschea di al-Hikma, nella parte orientale di Deir al-Balah, hanno iniziato a ricevere telefonate da una persona che affermava di essere il “Capitano Abu Omar”, ufficiale dell’esercito israeliano, che ordinava loro di evacuare le proprie case e spostarsi di oltre 200 metri a ovest della moschea. Il termine per andarsene era inferiore a una settimana.

Lo stesso pomeriggio dei combattenti armati fedeli a Shawqi Abu Nuseira, leader di una milizia di Gaza che, secondo i residenti, è armata e protetta dall’esercito israeliano, hanno fatto irruzione negli stessi quartieri che l’esercito aveva avvertito poche ore prima. Secondo i residenti, il messaggio era lo stesso: evacuare.

La scena di Deir al-Balah si inserisce in un quadro più ampio che si sta profilando in tutta Gaza. Dall’inizio di maggio le forze israeliane hanno spinto i blocchi di cemento gialli che delimitano la cosiddetta “Linea Gialla” sempre più in profondità nelle aree della Striscia nominalmente sotto il controllo di Hamas.

Secondo Reuters la Linea ha conquistato un ulteriore 11% del territorio di Gaza, portando la superficie totale sotto il controllo militare israeliano al 65%. All’inizio del cessate il fuoco nell’ottobre 2025 Israele controllava il 53% della Striscia, con un accordo che avrebbe dovuto essere temporaneo e portare a un graduale ritiro israeliano dall’enclave. La nuova espansione è adesso nota come “linea arancione”, confinando oltre 2,2 milioni di palestinesi in ciò che resta di Gaza.

Abu Nuseira, secondo gli abitanti di Gaza centrale e Khan Younis, è un ex militante di lunga data delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese a Gaza, con una lunga storia di lotta contro Israele. Ha perso un figlio nelle prime settimane della guerra del 2023, dopodiché ha iniziato ad agire in modo più aggressivo contro Hamas. Lui e la sua milizia ora operano in aree sotto controllo israeliano e sono ampiamente considerati a Gaza dei collaboratori che ricevono armi e supporto logistico da Israele.

In un video pubblicato sulla pagina Facebook della milizia, Abu Nuseira compare circondato da uomini pesantemente armati e mascherati. Afferma di “proteggere la vita delle persone” e che la loro “continua sofferenza è legata al rifiuto di Hamas di cedere l’amministrazione della Striscia di Gaza”. Al termine del suo discorso, i suoi uomini scandiscono ripetutamente “Morte ad Hamas”.

Muhammad al-Amour, residente nella parte orientale di Deir al-Balah, ha dichiarato a Mondoweiss che alcune famiglie hanno ricevuto chiamate dirette di evacuazione dall’esercito israeliano e che lo stesso giorno nelle stesse zone sono arrivate le milizie “ad avvisare gli abitanti tra cui decine di sfollati e quelli di case vicino alla Linea Gialla nella parte orientale di Deir al-Balah”. Al-Amour ha affermato che gli abitanti hanno preso sul serio gli avvertimenti e hanno iniziato ad evacuare le proprie case, temendo di essere uccisi dalle milizie o bombardati dall’esercito se fossero rimasti. “Questo è successo ripetutamente durante la guerra ad altre famiglie in diverse zone “, ha aggiunto.

Il nuovo “muro di Berlino” di Gaza

A Khan Younis, nel sud del Paese la linea arancione si è avvicinata a circa 200 metri dalle zone in cui si rifugiano gli sfollati. I palestinesi hanno paragonato le linee gialla e arancione al Muro di Berlino e, in altre circostanze, al muro dell’apartheid che attraversa la Cisgiordania occupata. Questo confine invisibile separa decine di migliaia di famiglie dalle loro case, terre e proprietà in aree dove l’esercito continua a demolire ciò che resta.

Mahmoud al-Raqab, uno sfollato di Khan Younis che vive a circa 300 metri dalla Linea Gialla, ha dichiarato a Mondoweiss che la continua avanzata della linea verso le zone residenziali è “estremamente pericolosa”.

“Tristezza, ansia e paura ci sopraffanno mentre questa espansione continua verso ciò che resta della nostra terra, del nostro quartiere e delle nostre tende”, ha affermato. “Sta riducendo gli spazi a nostra disposizione, impedendoci persino di camminare vicino alle nostre case e aumentando la probabilità che vengano confiscati altri terreni, case, tende e attività commerciali”.

Al-Raqab ha affermato di considerare quanto sta accadendo identico alla confisca dei terreni e alle restrizioni alla libertà di movimento imposte ai palestinesi in Cisgiordania e nelle zone cuscinetto. “Sta distruggendo ogni speranza che il resto della mia famiglia e i nostri vicini possano un giorno tornare a vivere insieme “, ha dichiarato Al-Raqab a Mondoweiss.

“L’esercito sta espandendo la sua occupazione su vaste aree agricole e zone aperte vicino a via Salah al-Din e nelle regioni orientali, scavando profonde trincee per impedire l’accesso alla zona e negare ai palestinesi la possibilità di coltivarla di nuovo”, ha aggiunto. La regione orientale è considerata il “granaio” di Gaza, già sede di fattorie, uliveti e agrumeti e fonte di sostentamento per decine di migliaia di famiglie che possiedono terreni nella parte orientale di Khan Younis.

“Questo è un nuovo muro dell’apartheid che si sta erigendo nella Striscia di Gaza”, ha concluso. «Oggi posano blocchi di cemento. Domani costruiranno alti muri. Stanno sezionando le nostre terre, erigendo barriere tra noi e le nostre case, imponendo restrizioni alla nostra libertà di movimento verso le nostre abitazioni, fattorie e terreni, separando le persone dalle loro proprietà e dalle loro terre d’origine e inglobando gradualmente la nostra terra sotto i nostri occhi.»

Al-Raqab afferma di aver visto la linea avanzare circa otto volte negli ultimi 12 mesi e di aver assistito personalmente alla sua più recente espansione. Poiché vive in una zona adiacente racconta come la linea abbia isolato nuove aree che si estendono dall’ospedale Dar al-Salam alla rotonda di Bani Suhaila, a est di Khan Younis, lungo via Salah al-Din.

“Non possiamo fare nulla contro questa linea”, ha dichiarato. “Non possiamo ignorarla e tornare a casa: verremmo uccisi immediatamente. Non è eroismo andare a farsi uccidere. Non è una questione personale per me, la mia casa e la mia terra. L’occupazione sta rubando tutta la mia patria, non solo la mia terra. E se ora non possiamo fare nulla per riprenderci la nostra terra, questo non significa che ce ne dimenticheremo. La terremo nei nostri cuori e nelle nostre menti finché non torneremo.”

Tareq S. Hajjaj è corrispondente da Gaza per Mondoweiss e membro dell’Unione degli scrittori palestinesi. È presente su Twitter/X all’indirizzo @Tareqshajjaj.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele a Gaza sta utilizzando le malattie infettive come armi

Salman Khan  

3 maggio 2026 Mondoweiss

Il dottor Salman Khan, specialista in malattie infettive, si è recato a Gaza per una missione medica di tre settimane nel febbraio 2026. Ha riscontrato una dilagante diffusione di malattie infettive, tutte causate direttamente dall’assedio e dal genocidio perpetrati da Israele.

Ho incontrato un giovane di circa vent’anni nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Nasser di Khan Younis a Gaza. Era stato vittima di un attacco missilistico israeliano tre settimane prima, vicino alla Linea Gialla [che divide in due la Striscia tra la parte occupata da Israele e quella in cui sono concentrati i palestinesi, ndt.]. La sua gamba sinistra era stata amputata sopra il ginocchio e la parte rimanente dell’arto era stata fissata con diversi dispositivi di sostegno esterno; presentava inoltre numerose altre lacerazioni e un grave trauma addominale che aveva richiesto una laparotomia, una resezione intestinale e l’inserimento di una stomia. Era intubato e aveva sviluppato una polmonite associata alla ventilazione meccanica, causata da un batterio multiresistente chiamato Acinetobacter. Gli era stata somministrata una combinazione di antibiotici che probabilmente sarebbe risultata inefficace.

A Gaza si verifica spesso quello che noi specialisti in malattie infettive definiamo “farmaco e batterio spaiati”: a causa della limitata disponibilità di antibiotici e della crescente crisi di resistenza agli antibiotici ai pazienti vengono spesso somministrati antibiotici inefficaci contro il patogeno responsabile.

In parte a causa delle continue restrizioni all’ingresso di farmaci salvavita imposte dall’occupazione israeliana, la fornitura di antibiotici a Gaza è gravemente limitata e spesso varia di settimana in settimana in base alla disponibilità delle donazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. I ​​pazienti muoiono inutilmente per infezioni spesso curabili a causa dei ritardi nella somministrazione di terapie antibiotiche efficaci.

A Gaza il collasso del sistema sanitario, il sovraffollamento eccessivo all’interno e intorno agli ospedali e il degrado delle infrastrutture igienico-sanitarie hanno contribuito a facilitare la diffusione di batteri multiresistenti e ad aggravare il problema della resistenza antimicrobica. Già prima del genocidio Gaza soffriva di alti livelli di resistenza agli antibiotici, che da allora si sono ulteriormente aggravati. Anche la contaminazione da metalli pesanti derivante dai residui esplosivi dei raid aerei israeliani contribuisce alla selezione nell’ambiente di batteri resistenti.

Prima dell’attacco israeliano alle strutture sanitarie, Gaza contava 38 ospedali, molti dei quali offrivano cure specialistiche avanzate; ora ne rimangono solo una manciata che funzionano a una frazione della loro capacità precedente per una popolazione di oltre due milioni di persone in grave difficoltà.

La capacità dei laboratori ospedalieri e di sanità pubblica a Gaza è gravemente limitata a causa della distruzione mirata delle infrastrutture di laboratorio e del blocco delle forniture da parte dell’Occupazione. I laboratori di microbiologia faticano a eseguire test diagnostici essenziali e urgenti, come le colture per identificare i batteri da vari campioni biologici e ambientali e i test di sensibilità agli antibiotici per prevedere le migliori opzioni di trattamento per il singolo paziente e per la popolazione ospedaliera nel suo complesso. Queste limitazioni compromettono anche il controllo delle malattie infettive e le misure di risposta alle epidemie.

Nello sforzo per la prevenzione e il controllo delle infezioni si sono dovute affrontare circostanze eccezionali in seguito agli attacchi israeliani contro gli ospedali di Gaza e le comunità circostanti. Gli ospedali sono stati oberati da vittime civili, rendendo quasi impossibile il rispetto dei principi igienici di base come il lavarsi le mani, la sterilizzazione delle attrezzature mediche e la corretta cura delle ferite.

Il grave sovraffollamento ha facilitato la diffusione di malattie infettive. Dopo il “cessate il fuoco” gli ospedali hanno continuato a soffrire di gravi carenze di disinfettante per le mani a base di alcol, di soluzioni per sterilizzare le apparecchiature mediche e di dispositivi di protezione individuale.

Il rischio di infezione tuttavia si estende oltre le mura dell’ospedale. Durante il nostro soggiorno a Gaza, il nostro gruppo di volontari è stato invitato da un rappresentante del Ministero della Salute a testimoniare la vita nei campi di tende che circondano l’ospedale. Mi ha colpito il fatto che ognuna di queste tende fosse sovraffollata da intere famiglie che avevano subito molteplici sfollamenti. La prima cosa che ho notato è stato il fetore di liquami e immondizia nell’aria. I detriti ricoprivano il terreno. Le latrine erano scavate nella sabbia e traboccavano quando pioveva. Queste condizioni aumentavano la diffusione di malattie respiratorie, cutanee e diarroiche trasmissibili.

Hanno anche creato un terreno fertile ideale per i roditori. Uno dei medici specializzandi dell’ospedale Nasser, con cui ho parlato, ha descritto un focolaio di casi di leptospirosi nei reparti all’inizio di febbraio.

La leptospirosi è una grave infezione batterica che si trasmette dai roditori alle persone; l’infezione può manifestarsi con polmonite, insufficienza renale ed epatica e, in assenza di un trattamento adeguato, può portare alla morte. Le forti piogge e le inondazioni nelle tende che circondavano l’ospedale hanno probabilmente esposto le persone all’urina e alle feci dei roditori, favorendo la trasmissione della malattia.

Camminando per le strade polverose di Khan Younis mi è parso evidente come Israele stesse cercando di rendere la vita invivibile agli abitanti di Gaza distruggendo il loro contesto abitativo. L’aria era densa di particolato e fumo, rendendo la respirazione difficoltosa. I pazienti con patologie respiratorie preesistenti sono particolarmente vulnerabili alle infezioni virali respiratorie come l’influenza e il COVID e alla polmonite batterica; ho visto diversi pazienti ricoverati per polmonite all’ospedale Nasser.

Ho visitato il negozio di alimentari locale e gli scaffali erano pieni di cibo spazzatura a prezzi esorbitanti e di alimenti altamente processati. I prodotti freschi erano rari. Anche prima del genocidio e della carestia Gaza era tenuta dall’Occupazione in uno stato di cronica insicurezza alimentare, sull’orlo della fame.

La malnutrizione indebolisce il sistema immunitario e predispone i pazienti, soprattutto i bambini piccoli, alle infezioni. Durante la mia visita ho assistito a una scena straziante: bambini piccoli in fila con grandi pentole vuote fuori da una mensa improvvisata vicino all’ospedale, che urlavano e piangevano per la fame. Tra malnutrizione causata artificialmente, traumi e il peso di malattie croniche e infettive, non sorprende che Gaza abbia una delle aspettative di vita più basse al mondo.

Tornando al caso del paziente ventenne nel reparto di terapia intensiva, l’aggressione nei suoi confronti non si è conclusa con l’attacco missilistico israeliano che gli ha dilaniato il corpo. È stato successivamente sottoposto a forme di violenza ancora più insidiose da parte dell’Occupazione: la sua capacità di combattere le infezioni è stata compromessa dalla malnutrizione dovuta alle continue limitazioni all’ingresso di cibo nutriente; ha sviluppato una polmonite a causa della diffusione di batteri nel reparto dovuta alle restrizioni all’ingresso di prodotti per la pulizia e di dispositivi di protezione individuale, e una volta contratta la polmonite, le sue opzioni terapeutiche sono state gravemente limitate a causa dell’insufficiente disponibilità di antibiotici efficaci.

A Gaza ho incontrato molti pazienti in queste condizioni. Un’anziana donna che a causa della prolungata permanenza seduta sul duro pavimento della sua tenda ha sviluppato un’ulcera infetta da pressione all’anca con conseguente sepsi e necessità di rimozione chirurgica e terapia antibiotica endovenosa; una giovane donna che ha contratto una grave infestazione parassitaria da scabbia a causa del sovraffollamento e delle scarse condizioni igieniche nella tenda della sua famiglia; un’altra donna che ha sviluppato una grave gastroenterite e diarrea dovuta probabilmente all’ingestione di acqua contaminata con conseguente disidratazione e insufficienza renale.

Una discussione sulla minaccia rappresentata dalle malattie infettive a Gaza sarebbe tuttavia incompleta senza menzionare gli operatori sanitari in prima linea, che svolgono un ruolo essenziale nella prevenzione e nel rallentamento della diffusione delle infezioni in ambito sanitario. Medici, infermieri e specialisti nella prevenzione delle infezioni a Gaza hanno affrontato enormi difficoltà durante il genocidio, tra molteplici spostamenti e problemi nell’approvvigionamento di cibo e acqua potabile. Uno dei medici con cui ho parlato, il cui migliore amico era stato ucciso, mi ha detto che a Gaza tutti avevano perso qualcuno o qualcosa di prezioso.

Altri membri del personale ospedaliero, in particolare quelli con ruoli dirigenziali come il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, sono stati rapiti, torturati e detenuti illegalmente dalle forze di occupazione mentre altri, come il dottor Hammam Alloh, nefrologo dell’ospedale Al-Shifa, sono stati assassinati, creando gravi carenze nel personale sanitario che hanno facilitato un aumento del rischio di infezioni nosocomiali.

Nei due anni e mezzo di occupazione anche agli studenti di medicina e ai tirocinanti di Gaza è stato negato il diritto all’istruzione medica, compresa la formazione sulla prevenzione delle infezioni e sulla gestione antimicrobica. Ciò pone serie sfide al contenimento e al rallentamento della diffusione di resistenza antimicrobica negli ospedali universitari di Gaza.

Affrontare la crescente minaccia delle malattie infettive a Gaza richiede azioni coraggiose e urgenti. In primo luogo è necessario un vero cessate il fuoco. Ciò include la revoca delle restrizioni all’ingresso di forniture mediche e farmaci salvavita, in particolare antibiotici. Agli operatori umanitari deve essere consentito l’accesso senza ostacoli a Gaza e gli operatori sanitari attualmente incarcerati devono essere liberati. Ai pazienti che necessitano di cure specialistiche deve essere garantito l’espatrio sanitario: molti di quei pazienti soccombono a complicazioni infettive in attesa di un salvacondotto. Devono essere stanziate risorse per la ricostruzione delle infrastrutture igienico-sanitarie, del sistema sanitario e delle capacità di laboratorio di Gaza. Solo con questi prerequisiti i programmi di prevenzione e controllo delle infezioni ospedaliere e di gestione antimicrobica potranno esprimere appieno il loro potenziale. Infine, i sistemi di apartheid e di occupazione che hanno creato le condizioni per il “medicidio” devono essere smantellati; Israele deve essere ritenuto responsabile delle sue azioni genocidarie a Gaza.

Salman Khan, medico e specialista in sanità pubblica, è un esperto di malattie infettive e professore assistente di medicina presso il Columbia University Irving Medical Center di New York. Ha partecipato a una missione medica di tre settimane a Gaza tra febbraio e marzo 2026. In precedenza, aveva già preso parte a missioni mediche in Siria (dicembre 2025) e nella Cisgiordania occupata (agosto 2025).

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Le guardie della notte”: uno sguardo alla rete popolare che si oppone agli attacchi dei coloni israeliani

Majd Jawad  

27 aprile 2026 Mondoweiss

Parliamo della rete di volontari palestinesi che, organizzandosi dal basso, trascorrono le notti a difendere i loro villaggi in Cisgiordania dalla crescente violenza dei coloni israeliani

Sotto la luna di mezzanotte, in cima alla montagna nel villaggio di Sinjil, gli abitanti puntano le torce segnalando la loro presenza alle colline dall’altra parte della valle. I fasci di luce, insieme alle luci attorno a una piccola tenda di guardia solitamente usata come arredo durante il Ramadan, fungono da tempestivo sistema di allarme. Il segnale che il villaggio è sveglio e in allerta.

“Vedi quella luce?” chiede a bassa voce uno dei giovani, indicando un bagliore sulla collina di fronte. Annuisco. Per un attimo, nessuno parla. Il vento è pungente a quest’altitudine e sotto di noi il villaggio è completamente buio.

“Significa che sono lì”, dice. “In allerta, come noi.”

Mentre il ritmo degli attacchi dei coloni contro le comunità palestinesi raggiunge livelli senza precedenti in un contesto di debole risposta ufficiale ai crescenti rischi in tutta la Cisgiordania occupata, i gruppi di volontari locali, noti come comitati di protezione o “guardie della notte” sono emersi come prima linea di difesa contro la violenza quasi quotidiana. Il gruppo di giovani che organizza pattuglie notturne a Sinjil è uno di questi.

La tenda stessa è un semplice telo sottile teso su pali di metallo, i cui bordi sono appesantiti da pietre per resistere al vento. Eppure è diventata la prima linea del villaggio.

Sedie di plastica ne fiancheggiano i lati e un caricabatterie per cellulari condiviso pende da un collegamento elettrico improvvisato, alimentando i dispositivi che mantengono il villaggio connesso durante la notte. Come tutti quelli che si riuniscono qui, gli uomini oscillano tra stanchezza e vigilanza, barcamenandosi fra il lavoro diurno e l’obbligo di rimanere svegli fino all’alba.

«Dall’inizio dello scorso anno e a seguito dell’intensificarsi degli attacchi a Sinjil abbiamo ritenuto necessario formare un comitato composto principalmente da volontari», afferma R.M., un partecipante abituale del villaggio. «Avevamo bisogno di organizzare il servizio di guardia in modo più efficace e di passare da un modello di faz’a a un sistema più organizzato».

Quello che R.M. chiama faz’a con un’espressione colloquiale palestinese è quando un gruppo di persone accorre in aiuto di altri membri della comunità, incarnando l’espressione organica e spontanea di mutuo soccorso tra palestinesi. Nel contesto dell’escalation dei pogrom dei coloni, i membri della comunità rappresentano praticamente l’unica protezione che i palestinesi hanno contro i violenti coloni ebrei israeliani che continuano a uccidere palestinesi nelle città della Cisgiordania.

Dall’inizio dell’anno oltre 260 palestinesi sono rimasti feriti in attacchi da parte di coloni israeliani secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), un aumento di tre volte rispetto alla media mensile di 30-105 feriti al mese registrata nel 2023.

R.M. afferma che a Sinjil questi attacchi sono diventati quasi quotidiani. “Non era più logico continuare con il vecchio approccio per difendere la nostra gente e le nostre terre”, spiega.

Nel luglio 2025 un attacco su larga scala dei coloni vicino alla città ha causato la morte di due palestinesi e il ferimento di almeno altri 58. Da allora i resoconti locali indicano un drastico incremento nella frequenza degli attacchi, da circa un episodio al mese prima del 7 ottobre ad assalti quasi quotidiani al villaggio.

“Quanto spesso accade adesso?”, chiedo.

R.M. accenna a una breve risata. “Non si contano più in quel modo”, dice. “Si contano le notti tranquille”. Fa una pausa. “E non ce ne sono molte”.

In precedenza i volontari si affidavano a un faz’a individuale ogni volta che si verificava un attacco, interpellando vicini e conoscenti. Ma con l’intensificarsi degli attacchi, sempre più violenti e frequenti, è diventato essenziale istituire comitati centrati sull’allerta precoce, il monitoraggio e l’osservazione, consentendo al villaggio di riunirsi e difendere gli abitanti disarmati.

«Appena avvistiamo i coloni che attaccano avvisiamo gli abitanti tramite WhatsApp o makhshir (walkie-talkie)», spiega R.M. precisando che il meccanismo di protezione si basa semplicemente sulla sicurezza data dal numero di persone. «La missione principale della tenda non è di attaccare; non possediamo strumenti o armi paragonabili a quelli dei coloni. Piuttosto ci assicuriamo che delle persone siano sempre presenti nelle zone potenzialmente a rischio, per scoraggiare un attacco prima ancora che inizi».

L’improvviso suono di una notifica rompe il silenzio. Uno degli uomini prende il telefono, legge velocemente, poi alza lo sguardo.

«Movimento», dice.

Nessuno si fa prendere dal panico, ma l’atmosfera cambia. Due di loro prendono delle torce e escono nell’oscurità.

Tornano e parlano a lungo delle difficoltà e dei pericoli che li circondano. “Gli attacchi arrivano sempre all’improvviso”, aggiunge R.M. “I palestinesi spesso dormono, di solito dopo mezzanotte, oppure sono al lavoro, fuori dal villaggio o impegnati nei campi. Gli aggressori sono generalmente pesantemente armati e la nostra reazione è del tutto improvvisata”.

La prima notte di Ramadan il comitato di Sinjil è stato colto di sorpresa da un attacco di circa 20 coloni, che ha provocato il ferimento di un membro e l’arresto di altri per una settimana, durante la quale sono stati picchiati brutalmente. E nel contempo l’esercito ha smantellato e confiscato la tenda del comitato, secondo il racconto di R.M.

In seguito i volontari hanno continuato il loro lavoro con turni notturni all’aperto per diversi mesi, esposti al freddo e all’oscurità, finché gli abitanti del villaggio non hanno fatto una colletta e contribuito a ricostruire un’altra tenda per riprendere l’attività di guardia. Il loro lavoro è ancora in corso, così come gli attacchi dei coloni.

Una tradizione rinnovata

La nascita di comitati di protezione popolare nei villaggi palestinesi non presenta semplicemente delle somiglianze con forme passate di azione collettiva, ma è la continuazione di una tradizione profondamente radicata di auto-organizzazione comunitaria che risale alla Prima Intifada, seppur in condizioni politiche profondamente diverse.

“Nonostante il diverso contesto politico, la nostra storica esperienza della Prima Intifada è simile all’esperienza dei comitati di oggi”, ha dichiarato a Mondoweiss R.S., donna membro di un comitato popolare del campo profughi di Jenin. Ora vive nel quartiere di al-Jabriyat a Jenin, dopo che gli abitanti del campo profughi sono stati espulsi con la forza e non è stato loro permesso farvi ritorno.

Tra il 1987 e il 1993 la Prima Intifada fu combattuta nella vita quotidiana. Sotto coprifuoco, blocchi e la costante minaccia di arresto, i palestinesi costruirono i propri sistemi di sopravvivenza. Nei quartieri, nei villaggi e nei campi profughi nacquero comitati locali che organizzavano la distribuzione di cibo, tenevano corsi clandestini quando le scuole erano chiuse e fornivano assistenza medica di base quando l’accesso alle cure era bloccato.

R.S. approfondisce quel ricordo: “Ha offerto molti esempi di lavoro comunitario e resilienza. Nessuno soffriva la fame allora; chiunque avesse bisogno di aiuto trovava qualcuno disposto a dare una mano. Molti abitanti offrivano le loro case, le moschee e i circoli a coloro che erano stati sfollati dai campi. Nessuno dormiva all’aperto”.

“Ora è diverso”, aggiunge a bassa voce. “Ma anche uguale”.

Secondo la Commissione per la Resistenza alla Colonizzazione e al Muro, un organismo ufficiale allineato all’Autorità Palestinese che documenta l’attività degli insediamenti israeliani, l’origine della più recente costituzione dei comitati di protezione risale al 2015, in gran parte a seguito del devastante incendio doloso di Duma. Nell’attentato persero la vita alcuni membri della famiglia Dawabsheh, tra cui il piccolo Ali di 18 mesi e i suoi genitori.

“La necessità di guardie notturne è emersa chiaramente come mezzo per prevenire gli attacchi dei coloni”, ha dichiarato a Mondoweiss Amir Daoud, direttore della documentazione presso la Commissione. “In quella fase era stato avviato un coordinamento con le forze locali e studentesche, e un numero limitato di comitati si era formato nei villaggi più vulnerabili agli attacchi con un semplice supporto logistico come degli strumenti di comunicazione”.

Un esempio noto è rappresentato dalle unità di “vigilanza notturna” in luoghi come il villaggio di Beita o nella battaglia di Jabal Sabih. Il modello tuttavia è rimasto circoscritto fino al 7 ottobre quando, secondo Daoud, la violenza dei coloni è aumentata drammaticamente in tutta la Cisgiordania, ridefinendo il ruolo di questi comitati. Quelle che erano iniziative locali di vigilanza notturna si sono trasformate in un sistema più ampio di protezione comunitaria, in particolare contro i ripetuti tentativi di incendio doloso notturno ai danni delle abitazioni. “Questo ha contribuito alla diffusione del modello dei comitati in molte comunità”, ha aggiunto.

Ma il loro ruolo, sottolinea Daoud, va oltre la protezione immediata. In un contesto in cui la violenza è spesso sottovalutata o contestata, questi comitati sono diventati una forma di documentazione sul campo e di responsabilità pubblica. “Questi comitati ci raccontano la situazione così com’è, momento per momento, direttamente dai villaggi e dalle zone minacciate, il che ci permette di agire con rapidità ed efficacia sia a livello legale che mediatico. Senza questa presenza popolare molte violazioni rimarrebbero invisibili o difficili da dimostrare. Per noi sono parte integrante del sistema di resilienza, non un semplice strumento organizzativo.”

La loro struttura, osserva, è volutamente disomogenea e adeguata al contesto locale piuttosto che centralizzata. Ogni villaggio si organizza in base alla geografia e alle specifiche minacce che deve affrontare, che si tratti di strade costruite dai coloni, della vicinanza agli avamposti o delle modalità delle incursioni. Alcune comunità operano con supporto esterno e strumenti di coordinamento più avanzati, mentre altre si affidano a risorse minime, a testimonianza di un sistema di protezione frammentato ma adattabile.

Eppure, sebbene l’etica della cura collettiva e del sumud rimanga intatta, gli strumenti si sono evoluti radicalmente. Ciò che un tempo veniva organizzato tramite volantini, scioperi e mobilitazioni di persona si è ora spostato su infrastrutture digitali che consentono il coordinamento in tempo reale e la documentazione immediata. Questa trasformazione ha introdotto una nuova essenziale dimensione: la capacità di tradurre le esperienze locali di violenza in narrazioni visibili a livello globale.

“I social media hanno rimodellato la natura del lavoro collettivo all’interno dei comitati di protezione”, afferma R.S. del comitato di Jenin. “Si basano in gran parte su app come WhatsApp e Telegram per il coordinamento immediato, sia per segnalare i movimenti dei coloni che per organizzare le ronde notturne”. Questo tipo di comunicazione istantanea conferisce ai comitati un’elevata capacità di risposta rapida e riduce la necessità di strutture organizzative complesse. “Chiunque può far parte della rete”, aggiunge.

Operare con meno risorse e condividere il peso

Nonostante usino abilmente le tecnologie digitali, i comitati di protezione locali rimangono ostacolati da risorse limitate e da un territorio imprevedibile.

Uno studio condotto da una ONG locale, la Palestinian Initiative for the Promotion of Global Dialogue and Democracy Foundation, evidenzia le difficoltà che affrontano i club giovanili, le organizzazioni di base e i comitati di quartiere e di volontariato, tra cui la mancanza di risorse logistiche, dispositivi di protezione individuale e attrezzature avanzate, ciò che pone i volontari in una posizione di notevole svantaggio.

I gruppi hanno anche subito molestie e attacchi da parte dei coloni e dell’esercito, inclusi episodi di sparatorie dirette contro i volontari delle pattuglie notturne. Nel villaggio di Beit Lid, a est di Tulkarem, che ha subito ripetuti attacchi da parte dei coloni, i comitati si sono trovati ad affrontare una forma inaspettata di disturbo. Alcuni giovani del villaggio hanno riferito di aver ricevuto improvvisamente messaggi nei loro gruppi WhatsApp che sembravano provenire dal telefono di un altro volontario, arrestato quella stessa notte dalle forze israeliane. I messaggi mettevano in guardia dal riunirsi o tentare di mobilitarsi in risposta all’attacco.

«I messaggi hanno creato un momento di confusione ed esitazione tra i gruppi, poiché i membri cercavano di capire se fossero autentici o inviati sotto costrizione», afferma A.S., membro dei comitati. «In seguito è risultato evidente a tutti i coinvolti che il telefono era stato usato mentre il proprietario era detenuto, trasformando uno strumento di coordinamento in un canale di intimidazione».

Nonostante questa interruzione i comitati hanno gradualmente ripreso il coordinamento, adattando le proprie pratiche di comunicazione a maggiore cautela e verifica. L’episodio ha messo in luce non solo i rischi fisici che i volontari affrontano, ma anche i metodi in continua evoluzione utilizzati per interferire con la risposta collettiva, intralciandola.

Aiuto reciproco

Un altro modo in cui i comitati operano è quello di impegnarsi in attività di mutuo soccorso per affrontare le conseguenze di un attacco dei coloni. Invece di lasciare che le famiglie colpite sopportino individualmente l’intero peso dei danni, il comitato distribuisce il carico all’intera comunità, considerando la perdita un onere sociale ed economico condiviso.

Un esempio è la città di Qaryut, che ha istituito un fondo di risarcimento comunitario per coloro che sono stati colpiti dagli attacchi dei coloni. “Abbiamo creato un comitato di otto persone e diviso i compiti tra loro”, afferma S.A., un membro del comitato. “Alcuni membri sono responsabili del monitoraggio e dell’organizzazione, altri della valutazione dei danni causati dagli attacchi per facilitare il risarcimento, e altri ancora del sistema di allerta precoce per gli abitanti del villaggio.”

Il meccanismo di risarcimento, spiega, è stato creato per garantire che le perdite non ricadano esclusivamente sulle vittime. “L’idea era che nessuno dovesse pensare che ciò che è accaduto riguardi solo lui”, afferma, spiegando che l’iniziativa, interamente autofinanziata, è pensata per fornire sostegno economico per i danni alle proprietà, ai terreni agricoli bruciati e ai familiari colpiti.

Questo sistema è stato attivato a Qaryut in risposta ai ripetuti attacchi dei coloni, tra cui un raid del settembre 2024 in cui due palestinesi sono rimasti feriti e un attacco del marzo 2026 in villaggi vicini che ha causato il ferimento di tre persone e l’incendio di diversi veicoli e proprietà comunali. Gli abitanti affermano che la violenza dei coloni coniuga ripetutamente aggressioni fisiche a danni ingenti all’agricoltura e alle proprietà. Oltre al risarcimento finanziario, il fondo fornisce anche materiale medico e sanitario di base ai feriti nei continui attacchi, rafforzando un sistema più ampio di resilienza comunitaria di fronte alla continua violenza dei coloni.

In tutta la Cisgiordania ogni comunità ha improvvisato la propria versione di questo sistema, utilizzando strumenti diversi, in terreni diversi e assumendosi rischi diversi. Ma la logica è la stessa ovunque: in assenza di protezione dall’alto, l’unica cosa che si frappone tra un villaggio palestinese e il prossimo attacco è il villaggio stesso. Il fondo di compensazione a Qaryut, le reti WhatsApp a Beit Lid, le pattuglie notturne a Sinjil: ogni villaggio ha trovato la propria risposta alla stessa domanda: come proteggere ciò che è tuo quando nessun altro lo fa?

Mentre lascio il sito di Sinjil, un turno sta per terminare e ne inizia un altro. Un piccolo gruppo si riunisce all’interno della tenda per un breve passaggio di consegne, durante il quale un giovane consegna il registro di servizio e aggiorna la squadra entrante su quanto osservato nelle ore precedenti. Il gruppo uscente si fa da parte mentre il nuovo turno si insedia; alcuni arrivano con bottiglie di energy drink e sigarette, che posano sul tavolo. La notte, come ogni notte, non è ancora finita.

Majd Jawad è giornalista e ricercatore originario di Jenin, in Palestina, in possesso di un master in Democrazia e Diritti Umani conseguito presso l’Università di Birzeit e di una laurea in Giornalismo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Vittorie del movimento BDS: lo Stato di Washington disinveste da Caterpillar e la capitale Olympia blocca gli investimenti con l’apartheid

Lois Pearlman

6 aprile 2026 – Mondoweiss

L’Ufficio della Tesoreria dello Stato di Washington ha annunciato di aver disinvestito 62 milioni di dollari in obbligazioni Caterpillar, e il consiglio comunale di Olympia, nello Stato di Washington, ha votato all’unanimità per bloccare gli investimenti in società coinvolte nell’apartheid o nell’occupazione illegale

Ventitré anni da che Rachel Corrie è stata schiacciata a morte da un bulldozer Caterpillar a Gaza, due successi in materia di disinvestimento nel suo Stato natale di Washington le hanno fatto un po’ di giustizia.

Il mese scorso l’Ufficio della Tesoreria dello Stato di Washington ha disinvestito 62 milioni di dollari in obbligazioni Caterpillar e il 24 marzo il Consiglio comunale di Olympia, nello Stato di Washington, ha votato all’unanimità per includere nella sua politica di investimento etico una dichiarazione dal tono risoluto che esclude qualsiasi investimento in società che siano collegate all’apartheid o all’occupazione illegale.

Rachel stava difendendo la casa della famiglia Nasrallah a Rafah, Gaza, dove trascorreva le notti come volontaria dell’International Solidarity Movement. Olympia è la città in cui Corrie è cresciuta e dove ancora risiede la sua famiglia.

Con la vendita delle obbligazioni della Caterpillar da parte del tesoriere statale Mike Pellicciotti, lo Stato di Washington diventa il primo degli Stati Uniti a disinvestire da tutte le società presenti nella lista del programma di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), come dice Noam Perry, coordinatore della ricerca presso il Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’American Friends Service Committee [fondata nel 1917, l’AFSC è un’organizzazione quacchera che promuove la giustizia col ridurre la complicità delle aziende nella violenza di Stato, ndt.]

La lista si concentra sulle società quotate in borsa profondamente coinvolte nell’apartheid israeliano. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, Israele utilizza da decenni i bulldozer Caterpillar per demolire le case dei palestinesi.

Nella dichiarazione rilasciata dall’ufficio del Tesoriere in merito al disinvestimento da Caterpillar si legge: “Questa decisione è stata presa per generare liquidità atta a riallocare gli investimenti in conformità con il portafoglio obbligazionario approvato per il 2026 dal team di investimento del Tesoro, che include società recentemente aggiunte all’elenco degli investimenti”.

In altre parole, il suo team di investimento ha ritenuto le obbligazioni Caterpillar un investimento rischioso, dato che altre entità statali come la Norvegia, i Paesi Bassi e la contea di Alameda in California stanno disinvestendo dalla società.

Ma Perry ha sottolineato che questo non è tutto.

“Sappiamo per certo che è stato a causa della pressione degli attivisti”, ha dichiarato a Mondoweiss.

Rae Levine di Seattle Jewish Voice for Peace (JVP) ha confermato. Insieme a Washington for Peace and Justice, un’organizzazione guidata da palestinesi, le organizzazioni hanno fatto pressione per oltre un anno sul Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington affinché disinvestisse dall’apartheid israeliano.

Levine ha spiegato che lo Stato ha due fonti di finanziamento: il Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington, che gestisce i fondi pensione, e l’Ufficio della Tesoreria che gestisce i fondi operativi dello Stato. Secondo Diana Fakhoury di Washington for Peace and Justice, il Comitato per gli Investimenti dello Stato di Washington detiene ancora investimenti in 53 società presenti nella lista BDS per un valore di circa 1 miliardo di dollari.

Secondo Dov Baum, direttore del Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’AFSC, quando gli attivisti chiedono il disinvestimento prendono di mira i fondi operativi di un’entità, perché “è facile farlo, dato che quei fondi sono solitamente gestiti da un tesoriere”.

“Di solito ci concentriamo sui fondi operativi, non sui fondi pensione”, ha spiegato Baum. “Sono pochissimi i fondi pensione che tengono conto delle questioni etiche, perché questi fondi devono essere stabili e a lungo termine. Ed è molto difficile toccarli. E noi lo consideriamo un disinvestimento completo”.

In qualità di tesoriere dello Stato, Pellicciotti aveva già istituito nel suo dipartimento una politica di investimento responsabile dal punto di vista ambientale e sociale e agli attivisti è bastato fargli notare che Caterpillar non soddisfa quegli standard. Il suo ufficio ha esaminato l’investimento in Caterpillar e ha scoperto che altri enti avevano disinvestito dalla società, il che rendeva l’investimento rischioso e discutibile.

“È molto significativo che un tesoriere affermi che un investimento è rischioso”, ha detto Levine.

Il prossimo passo della coalizione è convincere il consiglio statale per gli investimenti ad adottare una politica di investimenti responsabili. Sosterranno una proposta di legge chiamata Responsible Investment Act, che non è stata approvata dal parlamento in questa sessione ma che probabilmente verrà ripresentata quando il parlamento si riunirà di nuovo nel gennaio 2027.

In una dichiarazione pubblica della società di macchinari pesanti con sede in Illinois, Caterpillar ha continuato a negare ogni responsabilità per l’uso che Israele fa dei bulldozer che acquista da loro. Dopo aver affermato “Non tolleriamo l’uso illegale o immorale di alcuna attrezzatura Caterpillar”, Caterpillar ha inoltre dichiarato di essere “soggetta a rigidi requisiti anti-boicottaggio ai sensi di due leggi statunitensi”.

La situazione a Olympia nello Stato di Washington è diversa perché la politica di investimento recentemente modificata è stata approvata all’unanimità dal consiglio comunale.

Il testo aggiornato recita tra l’altro: “La città si asterrà dall’investire in società le cui attività principali risiedono in settori dannosi come il tabacco, i combustibili fossili, la detenzione di massa o la reclusione degli immigrati e gli armamenti di qualsiasi tipo, o in società con una comprovata storia di coinvolgimento diretto in gravi violazioni dei diritti umani come la schiavitù e il lavoro carcerario, i crimini di guerra, l’occupazione militare illegale, la segregazione razziale o l’apartheid”.

Il consigliere comunale Clark Gilman, uno dei primi sostenitori dell’iniziativa per includere la clausola, ha dichiarato: “Spero che questo ispiri altri enti locali a unirsi a noi nell’affermare che i nostri investimenti non dovrebbero sostenere chi viola i diritti umani, i combustibili fossili o le armi da guerra”.

Per Cindy e Craig Corrie, i genitori di Rachel Corrie, queste due azioni di disinvestimento rappresentano il culmine di un lungo percorso che ha incluso cause legali contro Israele e Caterpillar, la ricerca di aiuto da parte di funzionari del governo statunitense e la fondazione della Rachel Corrie Foundation for Peace and Justice nei difficili mesi successivi alla morte di Rachel.

Sebbene diversi funzionari statunitensi, tra cui l’ex Segretario di Stato Antony Blinken, concordassero sul fatto che l’indagine israeliana sulla morte di Rachel fosse poco convincente, gli Stati Uniti non hanno mai esercitato pressioni su Israele affinché conducesse un’indagine più completa. E i tribunali israeliani, pronunciandosi sulle cause intentate dai Corrie contro Israele, hanno stabilito che la morte di Rachel è stata accidentale. 

Quando la famiglia Corrie intentò una causa contro la Caterpillar a nome di Rachel e di quattro famiglie palestinesi vittime delle demolizioni israeliane effettuate con i bulldozer Caterpillar, i tribunali distrettuali federali statunitensi respinsero il caso. La Corte stabilì che, poiché gli Stati Uniti avevano finanziato l’acquisto dei bulldozer Caterpillar, sarebbe stato inammissibile per la Corte interferire nelle decisioni di politica estera del potere esecutivo.

Nel 2003 il parlamentare per lo Stato di Washington Brian Baird presentò persino un disegno di legge che chiedeva un’indagine approfondita. Sebbene 78 membri della Camera dei Rappresentanti avessero co-sponsorizzato la proposta, questa non arrivò mai al voto.

Ma la famiglia Corrie, compresa la sorella di Rachel, Sarah, non si è mai arresa, continuando a lavorare a livello locale per la giustizia in Palestina attraverso la Rachel Corrie Foundation e con altre organizzazioni.

“Non abbiamo mai pensato che le azioni che abbiamo intrapreso fossero una perdita di tempo”, ha dichiarato Cindy Corrie durante un’intervista telefonica. “Erano tutti passi avanti nel processo”.

In seguito all’inizio dell’offensiva israeliana contro Gaza nell’ottobre 2023, questo processo li ha portati a formare un’alleanza con altri attivisti di Olympia chiamata Palestine Action of the South Sound (PASS), che ha guidato la campagna per una politica di investimenti etici. Olympia si trova al confine con la parte meridionale di Puget Sound [lunga insenatura che si trova sulla costa pacifica, ndt.]

Secondo Perry il disinvestimento basato su politiche di investimento responsabile è la strada da percorrere. Il sito web “Divesting for Palestinian rights” dell’AFSC elenca decine di città, contee, stati, università e organizzazioni che hanno disinvestito da obbligazioni israeliane o da aziende che sostengono l’apartheid israeliano.

Il Centro per la Responsabilità Sociale d’Impresa dell’organizzazione offre guida e supporto ai gruppi che lavorano sul disinvestimento. Cindy Corrie ha affermato che Perry e Baum hanno contribuito a guidare le iniziative sia nello Stato di Washington che a Olympia, recandosi persino a Seattle per lavorare con loro di persona.

“Questo è un ottimo esempio di ciò che può accadere e che sta accadendo”, ha detto. 

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Alcuni psicanalisti stanno lasciando l’International Psychoanalytical Association a causa del suo doppio standard antipalestinese

Palestine Mental Health Networks  

29 marzo 2026 – Mondoweiss

La Palestine Mental Health Network invita i professionisti della salute mentale a dimettersi dall’International Psychoanalytical Association a causa dei pregiudizi antipalestinesi dell’organizzazione.

La psicanalisi comprende meglio della grande maggioranza delle altre discipline che il silenzio non è mai neutrale. Ciò che non viene detto non scompare ma ritorna, distorto, come sintomo. Freud lo chiamò il ritorno di quello che viene represso e su questa intuizione costruì un intero metodo. Di cosa è sintomo, vale la pena di chiedersi, il silenzio dell’International Psychoanalytical Association [Associazione Psicanalitica Internazionale] (IPA) sul genocidio a Gaza?

Siamo le Palestine Mental Health Networks [Reti della Salute Mentale della Palestina], un collettivo di professionisti della salute mentale di 23 Paesi, uniti dal nostro impegno verso i principi della psicanalisi e la fondamentale dignità di tutti gli esseri umani, una categoria dalla quale spesso i palestinesi vengono esclusi. Nelle settimane successive a quando abbiamo diffuso un appello pubblico perché gli psicanalisti si dimettano dall’IPA, lo hanno fatto colleghi di tutto il mondo. Vale la pena di leggere con attenzione le loro ragioni. Non lo hanno semplicemente definito un fallimento politico. Lo hanno definito un fallimento clinico.

Il resoconto

L’IPA è rimasta in silenzio su Gaza per oltre due anni, più di 73.000 persone uccise, oltre 20.000 minori morti, carestia pianificata, torture documentate. Nel gennaio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha definito il comportamento di Israele un plausibile genocidio. La Commissione d’Inchiesta dell’ONU ha confermato che si tratta di genocidio nel settembre 2025. L’International Association of Genocide Scholars [Associazione internazionale di Studiosi del Genocidio] ha confermato che tale è. L’IPA non ha emesso alcun comunicato, non ha chiesto un cessate il fuoco, non ha citato alcun crimine. Le parole “occupazione”, “genocidio”, “apartheid”, “assedio”, “punizione collettiva” e “pulizia etnica” non sono comparse in alcuna delle comunicazioni formali dell’IPA sulla Palestina.

Non è solo un questione di vigliaccheria istituzionale, ma di coraggio istituzionale selettivo.

Quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel 2022 l’IPA si è mossa nel giro di pochi giorni: una pagina di crisi dedicata, un fondo di aiuto d’emergenza, risorse cliniche e un comunicato che definiva la guerra “immorale” e chiedeva di “porvi fine”. Il presidente dell’IPA Heribert Blass ha affermato: “Noi chiediamo la fine immediata della guerra.” Noi chiediamo. Per Gaza, dopo oltre due anni, 73.000 uccisi, minori quotidianamente colpiti alla testa, una carestia indotta e torture documentate, l’IPA non ha chiesto alcunché. Non ha chiesto un solo cessate il fuoco. Per l’Ucraina: chiarezza morale e mobilitazione istituzionale. Per Gaza: silenzio. L’IPA vorrebbe farci credere che questa differenza è dovuta a una questione legale. Non lo è. E’ dovuta alla razza.

Palestinesi non-terroristi”

La prima dichiarazione in assoluto su Israele-Palestina dell’IPA è stata l’8 ottobre 2023, un giorno dopo l’attacco di Hamas. Ha condannato Hamas e ha utilizzato la teoria psicanalitica — scissione, proiezione, l’istinto di morte — per patologizzare la resistenza palestinese come “lo scatenamento dell’istinto di morte”. Decenni di spoliazione, assedio e crimini di guerra documentati contro i palestinesi non hanno prodotto alcuna risposta istituzionale. L’attacco contro Israele ne ha prodotta una nel giro di 24 ore.

A venti giorni dall’attacco di Israele, dopo che migliaia di palestinesi erano già stati uccisi, la presidentessa dell’IPA Hariette Wolfe ha riconosciuto la sofferenza di “palestinesi non-terroristi”. Leggete questa frase come siete stati addestrati a leggere il linguaggio della negazione. “Non-terroristi” colloca “terroristi” come se fosse la condizione abituale dei palestinesi, l’anonima categoria dalla quale alcuni individui devono essere singolarmente inclusi nell’umanità. Non si tratta di un lapsus verbale, compare in un documento istituzionale studiato. Riflette la struttura di pensiero che ha guidato l’intero approccio dell’IPA nei confronti del genocidio: la sofferenza dei palestinesi è leggibile solo nella misura in cui può essere separata dalla resistenza palestinese — solo nella misura in cui come palestinesi possono essere fatti sparire in quanto soggetti politici.

La scusa legale

Il 6 gennaio 2026 le Palestine Mental Health Networks hanno scritto formalmente al direttivo dell’IPA. La lettera chiedeva che l’IPA parlasse del genocidio, riconoscesse la storia di 78 anni di occupazione e offrisse ai colleghi palestinesi la stessa rete di sostegno destinata a quelli ucraini. Il presidente dell’IPA Blass ha risposto nel giro di 24 ore.

Invece di affrontare in modo concreto la lettera, il dottor Blass ha proposto un’obiezione procedurale, sostenendo che la lettera era “anonima”, benché fosse firmata da un collettivo di clinici di 23 Paesi citati. Poi ha invocato vincoli legali: “In quanto ente benefico internazionale, è ormai evidente che l’IPA è sottoposta a vincoli legali e regolamentari che limitano la sua possibilità di fare dichiarazioni politiche.”

Limiti legali. Per Gaza, non per l’Ucraina, nel cui caso l’IPA non ha trovato simili vincoli quando ha chiesto la fine immediata della guerra. Non per il 7 ottobre, quando l’IPA non ha esitato a utilizzare una teoria psicanalitica per patologizzare la resistenza palestinese. I limiti giuridici sembrano agire con una precisione che non traccia rischi legali ma il rischio di turbare i membri impegnati a favore del sionismo.

Normalizzazione come programma

La posizione dell’IPA non è stata del tutto silente. Ha permesso, e promosso, un discorso selettivamente. Nel gennaio 2026 l’IPA ha annunciato un dialogo registrato tra un analista palestinese e uno israeliano pubblicizzato come uno “scambio intimo su Israele-Palestina”. Il video era stato registrato nel luglio 2024, quando erano già stati uccisi 40.000 palestinesi, quando era stato ucciso un minore al giorno, quando molti erano stati operati senza anestesia. La conversazione si incentrava sulle storie personali dei due analisti e sui loro sforzi per comprendersi a vicenda. Non ha citato il genocidio. Non ha affrontato la questione del colonialismo di insediamento israeliano. Ha creato una falsa simmetria tra il colonizzatore e il colonizzato.

Nel marzo 2026 l’American Psychoanalytic Association [Associazione Psicanalitica Americana], un’istituzione che fa parte dell’IPA, ha ospitato un simposio intitolato “Resilienza in risposta alla violenza e alla guerra”. Tre relatori: un ricercatore sulla resilienza, un analista israeliano invitato a parlare della risposta psicanalitica organizzata in Israele e uno psicoterapeuta palestinese, invitato non a parlare delle sofferenze dei palestinesi ma a presentare un caso clinico. Il trauma israeliano: citato, contestualizzato, istituzionalmente organizzato. L’esperienza palestinese: presente solo come materiale clinico. Un simposio sul trauma, tenuto durante il genocidio a Gaza, non riconosce i palestinesi come popolo che soffre. Li riconosce come fornitori di un esempio.

Le dimissioni

Finora vari membri hanno già lasciato l’IPA per questi problemi. Alcuni operatori hanno reso pubbliche le loro ragioni.

La dottoressa Avgi Saketopoulou, un’analista e teorica di New York, ha citato una cosa di cui raramente si parla in pubblico: il silenzio dell’IPA ha “creato un’atmosfera professionale permissiva in cui gli analisti sionisti si sentono autorizzati a scatenarsi, sostenendo cose razziste e discriminatorie con i loro pazienti e supervisori, sia nei consultori che nella nostra lista di indirizzi mail”. Pazienti palestinesi e arabi hanno lasciato prematuramente le cure; tirocinanti hanno cambiato supervisori perché i loro analisti hanno manifestato i loro pregiudizi in contesti clinici ed educativi. Sull’argomento dell’IPA riguardo ai vincoli legali la dottoressa Saketopoulou è stata esplicita: “Garantire lo status di associazione caritatevole è una strategia difensiva di lusso… quello che ci è stato effettivamente detto è che il silenzio sulla Palestina è il prezzo per fare affari.” Ha anche citato quello che ha descritto come uno scandalo che l’IPA ha accolto senza un commento: prima di assumere la presidenza il dottor Blass ha partecipato a un incontro con Yair Lapid, non uno psicanalista ma il leader di un partito dell’opposizione israeliana, che nel febbraio 2026 ha espresso il proprio appoggio a un “Grande Israele” citando i confini biblici che si estenderebbero fino all’Iraq. All’interno dell’IPA questo passa per neutralità. Non c’è uno scenario paragonabile, ha osservato la dottoressa Saketopoulou, in cui verrebbe visto come neutrale un presidente dell’IPA che si sia incontrato pubblicamente con membri della resistenza palestinese o persino con il leader dell’Autorità Nazionale Palesitnese. Meno male che i dirigenti dell’IPA non stanno prendendo posizione!

Denise Cullington, un’analista britannica con oltre trent’anni di esperienza sul campo, ha scritto al dottor Blass: “Ovviamente non si tratta di guerra tra due parti armate, ma di un attacco dal cielo contro ospedali, ambulanze, università, edifici, impianti di desalinizzazione e persone”. Ha citato quello che avrebbe voluto dall’istituzione: “Quello che speravo avreste fatto sarebbe stato dimostrare la vostra attenzione per la psicanalisi e per i vostri colleghi e aiutarli a far fronte alla situazione e al terribile dolore che ne deriva e iniziare ad ascoltare e a condividere il lutto.”

La domanda

Un’istituzione che non riesce a distinguere il genocidio dalle divergenze politiche, i valori dalle opinioni, ha rinunciato alla sua pretesa di essere un’autorità morale. Le Palestine Mental Health Networks chiedono agli psicanalisti di dimettersi dall’IPA.

A quanti dicono di dover rimanere per cambiare l’istituzione dall’interno: cosa è riuscito a cambiare finora il fatto che rimaniate nell’istituzione? In due anni e mezzo di genocidio la vostra presenza nell’IPA ha promosso i diritti dei palestinesi? Se il direttivo dell’IPA vede che persino quelli che sono indignati rimarranno e pagheranno la quota non ha ragioni per cambiare rotta. La vostra presenza non è utile, è una forma di legittimazione.

In futuro a un certo punto tutti parleranno del silenzio dell’IPA. Quando quel momento arriverà sarà impossibile dire a voi stessi che non sapevate. Può darsi che non sempre lo abbiate saputo. Ma adesso lo sapete.

Per favore, unitevi al nostro appello. Non c’è bisogno che siate membri dell’IPA per firmare questa lettera. Firmando dichiarate a quelli che sono ancora dentro l’IPA che la comunità globale della psicanalisi e della salute mentale non guarderà da un’altra parte: continuare a far parte di un’ istituzione che copre un genocidio è incompatibile con i fondamenti etici del nostro lavoro. Ogni firma, dall’interno e dall’esterno, accresce il peso morale di questo appello e rende più difficile ai membri di considerare la loro appartenenza come una scelta privata e apolitica. Non lo è.

Per firmare: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfR9rB2cf0MxH-UyH8V6yODmBGIJ7s4 FHxTO5qbtvtImBz-rg/viewform

The Palestine Mental Health Networks

No Healing Without Liberation

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




I soldati israeliani che hanno stuprato in gruppo un prigioniero palestinese sono ora liberi di tornare al servizio militare

Jonathan Ofir  

18 marzo 2026  Mondoweiss

La disumanizzazione della società israeliana raggiunge un nuovo minimo storico: i soldati che hanno stuprato in gruppo un prigioniero palestinese di Gaza non solo sono stati liberati, ma addirittura celebrati e raccomandati per il ritorno al servizio militare

Lunedì 16 marzo il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha incontrato un gruppo di soldati israeliani e si è scusato con loro per “l’ingiustizia subita a causa del sistema”, ordinando alle Forze di Difesa Israeliane (IDF) di reintegrarli immediatamente in servizio.

I soldati in questione erano quelli che avevano violentato in gruppo un prigioniero palestinese di Gaza. Solo una settimana prima dell’incontro con Katz i soldati erano stati prosciolti da tutte le accuse dopo che il caso contro di loro era stato archiviato dal nuovo Capo Avvocato Militare israeliano (CMA), il Maggiore Generale Itay Ofir.

“Giustizia è stata fatta e questa nube oscura è stata rimossa da voi e dai vostri familiari… Mi congratulo con il nuovo CMA, che, a differenza del suo predecessore, persegue una politica di protezione dei soldati e non dei terroristi”, ha dichiarato Katz lunedì. “Ho dato istruzioni all’apparato di sicurezza e alle IDF di agire affinché possiate tornare in servizio, come meglio credete e come desiderate, per contribuire a far parte della grande vittoria”.

Katz è stato solo l’ultimo politico israeliano a celebrare gli accusati di stupro. Dopo la chiusura del caso la scorsa settimana, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha rilasciato una dichiarazione di congratulazioni: “L’accusa del sangue [archetipo antisemita relativo ad omicidi rituali, ndt.] contro i combattenti della Forza 100, nota come ‘caso Sde Teiman’, che ha diffamato Israele in tutto il mondo ad un livello senza precedenti, è stata archiviata.

È inconcepibile che ci sia voluto così tanto tempo per chiudere il caso, condotto in modo criminale contro combattenti delle Forze di Difesa Israeliane che si sono scontrati con i peggiori dei nostri nemici. Lo Stato di Israele deve dare la caccia ai suoi nemici, non ai suoi eroici combattenti.”

Lo stupro di gruppo aveva suscitato scandalo in Israele poiché nell’agosto del 2024 era trapelato un video, ripreso da una telecamera di sorveglianza nel famigerato campo di tortura di Sde Teiman, parte di una rete di campi di tortura documentata dall’organizzazione israeliana B’tselem nel suo rapporto “Benvenuti all’inferno”, anch’esso del 2024. Lo stupro di gruppo, anche con l’uso di cani, è parte integrante delle torture sistematiche che gli ostaggi palestinesi sono costretti a subire. Il caso relativo al filmato includeva anche prove forensi di gravi percosse – frattura di una costola, perforazione di un polmone – oltre alla lacerazione del retto causata da un oggetto appuntito inserito nell’ano del prigioniero.

Ma lo scandalo che ha travolto Israele non era nato dall’indignazione pubblica per questo crimine brutale e atroce. No, era il fatto che qualcuno avesse cercato di portare alla luce il crimine.

Si è scoperto che il filmato era stato diffuso all’epoca dall’ex capo dell’ufficio legale militare, maggiore generale Yifat Tomer-Yerushalmi. È stata arrestata e alla fine ha scelto di dimettersi a novembre. Queste dimissioni sono state un regalo per l’establishment politico israeliano, con il Ministro della Difesa Israel Katz che ha accelerato la nomina di Itay Ofir alla posizione vacante. Ofir (nessuna parentela con chi scrive, tra l’altro) ha fatto il suo dovere. Il caso è ora chiuso.

Ofir è un ex soldato combattente della Brigata Givati ​​e riservista della Brigata Negev, oltre ad avere una formazione giuridica. “I soldati delle Forze di Difesa Israeliane devono godere della fiducia pubblica, e quindi l’Ufficio del Procuratore Militare Generale deve godere della fiducia del pubblico”, ha dichiarato Katz durante la cerimonia di insediamento di Ofir. “Affronteremo questa crisi correggendo i gravi errori, traendone insegnamenti e mettendoli in pratica. Solo così potremo ristabilire la fiducia di cui le Forze di Difesa Israeliane hanno bisogno più di ogni altra cosa… Sono fiducioso che trasformerete questa grave crisi in un’opportunità per ricostruire e riorganizzare l’Ufficio del Procuratore Generale Militare.”

La giustificazione di Israele nel chiudere il caso

È evidente che l’“indagine” su questo crimine sia stata una farsa fin dall’inizio, soprattutto considerando come l’establishment abbia celebrato questi stupratori per tutta la durata del caso. Ciononostante, vale la pena di esaminare le ragioni legali addotte da Ofir per giustificare la sua decisione.

Il ragionamento di Ofir mette in luce quella che lui considera la mancanza di prove e quelli che definisce “problemi procedurali” relativi alla gestione del caso, in particolare la fuga di notizie e la sua discussione sui media.

Per quanto riguarda le prove, egli sottolinea il fatto che il detenuto palestinese che è stato brutalizzato si trova ora a Gaza: “In ottobre il detenuto è stato rilasciato nella Striscia di Gaza nell’ambito del piano per il rilascio degli israeliani rapiti. Questa nuova circostanza modifica significativamente le prove e rende difficile dimostrare parti importanti dell’accusa”.

Il detenuto si trova ora a Gaza. Ofir sostiene che Israele, che controlla Gaza fin nei minimi dettagli a partire dai certificati di nascita, e può telefonare ai palestinesi per avvisarli che la loro casa sta per essere bombardata, non riesce a contattarlo. E sebbene le cartelle cliniche facciano parte del caso da tempo, ora è “difficile”, per modo di dire, dimostrare le sue affermazioni. Ofir ammette che “da un lato, il materiale probatorio del caso ha presentato un quadro grave e preoccupante riguardo agli imputati”, ma ahimè, “il quadro probatorio è complesso”.

Ofir afferma inoltre che il video “non rappresenta un quadro inconfutabile delle accuse attribuite agli imputati”. Il fatto che a queste prove si aggiunga la testimonianza della vittima, oltre alle cartelle cliniche, non sembra essere d’aiuto.

Riguardo alla diffusione del video, Ofir osserva che “questi eventi” ancora una volta “ledono gravemente il diritto ad un giusto processo e il senso di giustizia ed equità che devono essere alla base di qualsiasi procedimento penale”.

Si tratta di un tentativo palesemente disperato di proteggere i soldati dalla giustizia. Ironicamente, l’espressione “protezione dalla giustizia” è stata ripetutamente utilizzata nella sentenza, nel senso di proteggere gli imputati dal sistema giudiziario. È esattamente il tipo di ragionamento che emerge dal messaggio di Katz: i soldati delle Forze di Difesa Israeliane devono essere difesi e protetti, altrimenti si starebbe dalla parte dei terroristi.

Che dire di una società che celebra gli stupratori?

 Ma non si tratta solo di una questione legale, è una questione sociale. Per comprendere la situazione attuale della società israeliana è opportuno paragonare questo caso all’omicidio di Elor Azarya nel 2016, in cui il soldato paramedico sparò in testa e uccise a bruciapelo un sospetto palestinese già inerme. Come nel caso dello stupro di Sde Teiman, anche il crimine di Azarya fu ripreso da un video. Sebbene, secondo i suoi commilitoni, ciò che fece fosse successo già “molte volte”, il suo ruolo fu quello di “mela marcia”, a dimostrazione dell’innocenza del sistema. Il processo ad Azarya fu una farsa e, dopo nove mesi di carcere, tornò a casa accolto come un eroe.

Nell’agosto del 2024, mentre la notizia del caso Sde Teiman travolgeva Israele, ero ancora convinto che l’esito sarebbe stato simbolico, simile a quanto accaduto nel caso Azarya: una simbolica bottarella sul polso, per ragioni di pubbliche relazioni internazionali. Questa era chiaramente l’intenzione dell’ex commissaria generale Yifat Tomer-Yerushalmi. Il motivo per cui fece trapelare il video era che riteneva che senza di esso il caso si sarebbe chiuso. Quindi cercò di garantire che venisse fatta giustizia, almeno in apparenza, in un caso così lampante. Ma alla fine la situazione le si ritorse contro, e ora si festeggia il fatto che il suo piano sia stato sventato. Gli stupratori, già celebrati da alcuni media come delle star, riceveranno ora un sostegno ancora maggiore per la presunta ingiustizia che avrebbero subito.

A quanto pare la società israeliana è ora meno interessata alle pubbliche relazioni internazionali rispetto al passato, nonostante i massicci sforzi di propaganda all’estero. La vena genocida è così forte da prevalere persino sulla preoccupazione di apparire civile.

Netanyahu sostiene che sia il caso stesso ad aver diffamato Israele. Ma no, Israele si diffama da solo, non riesce a farne a meno. In altre parole, la chiusura di questo caso e i relativi commenti celebrativi mostrano il vero volto di Israele.

Questo invia un messaggio forte a tutti i torturatori israeliani: lo stupro è legale.

Sulla scia del caso Azarya, gli israeliani hanno coniato un termine popolare chiamato “effetto Azarya”, suggerendo che il processo ad Azarya abbia creato un deterrente controproducente che ha indotto i soldati a esitare a sparare ai palestinesi.

Il caso Sde Teiman, a sua volta, ha un altro effetto. La sua chiusura segnala che lo stupro è legale, permesso e forse persino benvenuto, contro quei “crudeli mostri”, come li definisce il ministro della Difesa Katz. Il predecessore di Katz, Yoav Galant, li aveva definiti “animali umani”. Chiunque avesse la felice idea di perseguire coloro che violentano questi crudeli e mostruosi animali umani ne subirà le conseguenze. La disumanizzazione della società israeliana ha raggiunto un nuovo minimo storico, e questo rappresenta un momento estremamente pericoloso per i palestinesi. Immaginate: quegli stupratori potrebbero semplicemente tornare a Sde Teiman, o in qualsiasi altra prigione del sistema di segrete di tortura, e dire “benvenuti all’inferno”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Rubio conferma l’eresia: gli USA sono entrati in guerra contro l’Iran a causa di Israele

Philip Weiss

3 marzo 2026 – Mondoweiss

L’eresia nella teoria di Walt e Mearsheimer riguardo alla lobby israeliana era l’affermazione secondo cui Israele e i suoi sostenitori hanno spinto gli USA in guerra. Ora Marco Rubio l’ha confermata quando ha ammesso che Trump è entrato in guerra contro l’Iran a causa di Israele.

La più grande eresia del libro di Stephen Walt and John Mearsheimer del 2006 sulla lobby israeliana (pubblicata dalla London Review of Books [in Italia da Mondadori nel 2007, ndt.] perché gli editori americani lo avevano rifiutato) era stata l’affermazione che la lobby avesse fatto pressione sull’amministrazione di George Bush per la disastrosa guerra in Iraq. I media l’avevano definita una teoria cospirazionista antisemita. Paul Wolfowitz sostenne che neoconservatore fosse un eufemismo per ebreo.

Anche la sinistra respinse quell’ipotesi, affermando che quella in Iraq era una guerra imperialista per le risorse e che il cane muove la coda, non il contrario.

Ma era molti anni fa, e le prove dell’influenza di Israele sulla politica estera USA non hanno fatto che aumentare. Obama cancellò la politica che aveva baldanzosamente esposto al Cairo, cioè il blocco alla colonizzazione [dei territori palestinesi occupati, ndt.], perché alla vigilia della sua candidatura per la sua rielezione nel 2012 i gruppi filo-israeliani avevano praticamente un accesso illimitato alla Casa Bianca. Biden ha autorizzato il genocidio a Gaza evidentemente preoccupato nei confronti dei donatori miliardari filo-israeliani (secondo Washington Post e Responsible Statecraft [rivista del centro di studi politici USA Quincy Institute, ndt.]). Poi ieri Marco Rubio ha detto ad alta voce l’eresia.

Facendo delle considerazioni intese a porre fine alla “confusione” sulle ragioni statunitensi della illegale (e orripilante) guerra contro l’Iran che Trump ha scatenato sabato, il segretario di Stato ha posto la domanda “Perché ora?” e poi ha risposto affermando che Israele stava per attaccare l’Iran.

“Sapevamo che stava per esserci un’azione israeliana. Sapevamo che avrebbe scatenato un attacco contro forze americane. E sapevamo che se non li avessimo aggrediti preventivamente, prima che lanciassero quegli attacchi, avremmo subito un numero maggiore di vittime,” ha affermato.

Quindi, secondo Rubio, la coda ha mosso il cane.

Anche se Rubio le ha sparate a vanvera, o si è espresso male, come sempre ci dicono i politici il giorno dopo, la sua è stata una confessione scioccante all’interno del gruppo dirigente. La scorsa notte sulla CNN il senatore Mark Warner ha ripetuto di essere un “deciso” sostenitore di Israele, ma di non volere che gli USA “esternalizzino le nostre decisioni di politica estera a un governo straniero.” Il parlamentare Warren Davidson, un repubblicano dell’Ohio, ha sostenuto che Rubio ha dato una risposta “pessima” e “molto deludente” (che secondo lui rievocava l’influenza dei neoconservatori guerrafondai).

Il New York Times farà del suo meglio per ignorare la confessione di Rubio, ma essa sta galvanizzando le forze contrarie alla guerra. “E mentre non siamo più una Nazione divisa tra sinistra e destra, ora siamo una Nazione divisa tra quelli che vogliono combattere guerre per Israele e quelli che vogliono solo la pace e poter pagare le bollette e l’assicurazione sanitaria,” ha scritto su X Marjorie Taylor Greene, ex-parlamentare della Georgia.

La confessione di Rubio ha giustificato la critica di lunga data dei Realisti, insieme alla sinistra, secondo cui l’influenza israeliana sta distorcendo la politica statunitense, distruggendo l’immagine americana all’estero, per non parlare del fatto che sta terrorizzando milioni di persone, da Gaza a Teheran a Beirut, e uccidendo molti di loro in palese violazione delle leggi internazionali.

Quella critica non è più un’eresia, è l’analisi più plausibile delle azioni USA in Medio Oriente. Ecco alcuni degli episodi che confermano questa critica:

  • La scorsa estate, benché gli USA avessero in corso negoziati con l’Iran sul suo programma nucleare, Israele ha iniziato una guerra di 12 giorni contro l’Iran con un attacco a sorpresa, non provocato da alcuna minaccia imminente. Gli USA si sono uniti alla guerra di Israele. Quell’attacco ha sollevato domande su chi stesse prendendo le decisioni.

  • Un’analisi del partito Democratico sulla fallimentare campagna di Harris nel 2024 avrebbe concluso che Harris abbia perso un appoggio “significativo” nelle elezioni a causa del suo rifiuto di opporsi al genocidio a Gaza. Alcuni a sinistra stanno chiedendo che il rapporto venga reso pubblico. James Zogby [fondatore e presidente dell’Arab American Institute di Washington, ndt.] sostiene che dai sondaggi risulta chiaro che gli elettori “ne hanno abbastanza dell’appoggio cieco alle politiche israeliane. Questo è un fatto.”

  • Nel 2018 Trump distrusse l’accordo di Obama con l’Iran e spostò l’ambasciata [USA] a Gerusalemme in buona misura perché il suo principale donatore, il defunto Sheldon Adelson, che era molto legato a Israele, voleva che lo facesse. Come sostenne Trump a proposito della competizione per avere il denaro di Adelson nel 2016, “Sheldon Adelson sta pensando di dare un grande finanziamento a Rubio perché pensa di poterlo plasmare come il suo pupazzetto perfetto.” Alla fine è risultato che il pupazzo è Trump.

  • Barack Obama condusse una campagna per la firma del suo successo in politica estera, l’accordo con l’Iran del 2015, sfidando l’influenza israeliana. “Quando il governo israeliano si oppone a qualcosa la gente negli Stati Uniti ne prende nota,” disse Obama in un importante discorso, ma sarebbe stata “una negazione del mio dovere costituzionale” se si fosse schierato con Israele. Chuck Schumer si oppose ad Obama sull’accordo, votando contro, disse in seguito, a causa “della minaccia iraniana contro Israele”. Poi Shumer ottenne la più alta carica nel partito Democratico, un’indicazione su quale voce conti a Washington.

  • Il collaboratore di Obama Ben Rhodes ha affermato che nel periodo precedente alle elezioni del 2012 da 10 a 20 dei “soliti sospetti della comunità ebraica organizzata statunitense” avevano accesso praticamente illimitato alla Casa Bianca, per garantire che Obama non avrebbe fatto niente per bloccare l’espansione coloniale di Israele [nei territori palestinesi occupati, ndt.]. Rhodes ha detto che quando Obama irritò Netanyahu affermando che i confini del ’67 erano le basi per i colloqui di pace e allora Netanyahu rimproverò il presidente alla Casa Bianca, Rhodes dovette telefonare “a una lista di importanti donatori ebrei… per rassicurarli delle credenziali filoisraeliane di Obama.”

  • Nel 2002, nell’imminenza della guerra contro l’Iraq, un ex-consigliere di Bush in politica estera disse a un pubblico dell’università della Virginia che il “reale” e “non dichiarato pericolo” dall’Iraq non riguardava gli Stati Uniti, ma le “minacce contro Israele”. Il governo americano, aggiunse Philip Zelikow, “non vuole appoggiarsi troppo su questo nel suo discorso perché non è una faccenda facile da accettare.”

  • Secondo Osama bin Laden gli attacchi dell’11 settembre vennero in parte indotti dall’appoggio statunitense a favore di Israele. Questa ragione venne continuamente eliminata dalle analisi retrospettive americane ufficiali e dagli articoli dei media.

Spero che l’orribile guerra che Trump ha scatenato unirà l’opposizione politica contro l’influenza di Israele sulla nostra politica estera.

I sondaggi dicono che alla luce del genocidio a Gaza l’opinione pubblica USA su Israele sta drasticamente cambiando. Secondo Vox “nuovi dati dei sondaggi Gallup rivelano che il 41% degli americani afferma che le sue simpatie vanno più ai palestinesi rispetto al 36% a favore degli israeliani,”. Si tratta di un’inversione totale dei numeri dello scorso anno (il 46% per Israele e il 33% per i palestinesi).

Il rifiuto dell’opinione pubblica nei confronti di Israele come un qualche tipo di modello dovrebbe suscitare delle domande nei media che promuovono le illusioni israeliane di conquista militare per trasformare il Medio Oriente. Ronen Bergman [giornalista investigativo israeliano, ndt.], un campione delle politiche israeliane di assassinio di chiunque non piaccia, ha uno spazio fisso sul New York Times e sulla CNN. Oggi Yaacov Katz, ex-caporedattore del Jerusalem Post [quotidiano israeliano in lingua inglese, ndt.], è apparso sulla BBC per descrivere il massacro della dirigenza politica e militare iraniana come “magnifico”. Sulla CNN Dana Bash [conduttrice televisiva statunitense, ndt.] ha consentito a un guerrafondaio israeliano, il presidente “progressista” Isaac Herzog, di descrivere Israele come una “Nazione che ama la pace” e di dire che questa guerra inaugurerà una nuova era. Sì, quante volte lo abbiamo sentito dire?

Il discorso dominante negli Stati Uniti deve riflettere sulle critiche di sinistra e realiste che sono state emarginate ma riflettono accuratamente sul ruolo di Israele nel mondo, in particolare sulle sue responsabilità verso i “difficili vicini” di cui i suoi dirigenti si lamentano continuamente.

Cosa ancora più importante, questo discorso deve includere una discussione onesta su una fonte di instabilità in Medio Oriente: la persecuzione israeliana contro i palestinesi, attraverso politiche attive di pulizia etnica… apartheid… occupazione… tutto in nome dell’etnocrazia ebraica.

Questi valori sono antitetici rispetto a quelli americani. O dovrebbero esserlo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il leader dell’opposizione “liberale” israeliana concorda con Mike Huckabee sul fatto che la Bibbia dia a Israele il diritto alla terra dall’Egitto all’Iraq

Jonathan Ofir

24 febbraio 2026 – Mondoweiss

Mike Huckabee ha fatto notizia quando ha affermato che Israele ha il diritto biblico alla terra dall’Iraq all’Egitto in un’intervista con Tucker Carlson. I sostenitori di Israele hanno cercato di liquidare l’idea come assurda, ma il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid afferma di essere d’accordo.

Tutti parlano dell’intervista di Tucker Carlson all’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee. Ha ottenuto milioni di visualizzazioni e, se c’è un elemento che ha catturato l’attenzione, è stata l’opinione di Huckabee secondo cui Israele avrebbe un diritto biblico sulla terra che va dall’Eufrate in Iraq al Nilo in Egitto.

Carlson è rimasto scioccato e lo ha incalzato su questo punto:

“Cosa significa? Israele ha diritto a quella terra? Perché ti stai appellando alla Genesi, stai dicendo che quello è l’atto originale.”

Huckabee è stato chiaro: “Sarebbe giusto la prendessero tutta.”

Alcuni sono rimasti scioccati. Sostenitori dell’Hasbara (propaganda) israeliana come Eylon Levy hanno cercato di smorzare i toni, rispondendo su X che “letteralmente nessuno” con potere in Israele ci crede e pensarlo è “una fantasia delirante dell’immaginazione dell’antisemita”. Poi ha aggiunto: “Smettetela di diffondere stupide stronzate cospirazioniste”.

Persino il giornalista di Haaretz Gideon Levy ha affermato che Huckabee è un estremista che non rappresenta né gli Stati Uniti né Israele: “ne rappresenta a malapena i pazzi”, ha scritto. “Huckabee parla con tracotanza in modi che non oserebbero neppure Ben-Gvir e Kahane”, era il titolo di Levy:

“Non per niente Carlson ha detto: quest’uomo non rappresenta il mio Paese; rappresenta Israele. Non è nessuna delle due cose, Carlson. Quest’uomo non rappresenta Israele, rappresenta a malapena i suoi pazzi. Ma è sicuramente possibile che rappresenti un’America in divenire, un’America il cui Segretario di Stato Marco Rubio ha recentemente elogiato “l’eredità cristiana” dell’Occidente durante una visita a Monaco.”

Ma poi, il leader dell’opposizione israeliana “liberale” Yair Lapid ha confutato entrambi i Levy.

Lunedì, in una conferenza stampa per il suo partito Yesh Atid (“C’è un futuro”), Lapid ha risposto a una domanda di un giornalista religioso del Kipa News:

“Buon pomeriggio signore. L’ambasciatore Huckabee ha dichiarato questa settimana, e conosciamo l’estensione dell’influenza americana sul nostro governo, che sostiene il controllo israeliano dall’Eufrate al Nilo, il che significa [controllo] su Libano, Giordania, Siria. Lei è d’accordo o pensa che questo debba essere fermato?”

“Guardi, non credo di avere dei dubbi a livello biblico su quali siano i confini originali di Israele. L’Eufrate, l’ultima volta che ho controllato, era in Iraq. Non credo che quando gli americani entrarono in Iraq abbiano provato un grande sollievo. Appoggio qualsiasi cosa che permetta agli ebrei di avere una terra grande, vasta e forte, e un rifugio sicuro per noi, per i nostri figli e per i figli dei nostri figli. Questo è ciò che sostengo.”

Il giornalista ha sfidato Lapid a definirne e dimensioni:

“Quanto grande?”

“Quanto possibile.”

“Fino all’Iraq?”

“La discussione riguarda la sicurezza. Il fatto che ci troviamo nella nostra terra ancestrale… La posizione di Yesh Atid è la seguente: il sionismo si basa sulla Bibbia. Il nostro mandato sulla terra di Israele è biblico. I confini biblici di Israele sono chiari. Ci sono anche considerazioni di sicurezza, di politica e di tempo. Siamo stati in esilio per 2000 anni… non vorrà mica ascoltare tutta questa lezione vero? Almeno non se lo aspettavaLa risposta è: ci sono considerazioni pratiche. Oltre alle considerazioni pratiche, credo che il nostro titolo di proprietà sulla terra di Israele sia la Bibbia, quindi i confini sono i confini biblici.”

Aspetti, quindi fondamentalmente, la grande, vasta terra di Israele?”

“Fondamentalmente, la grande, immensa e vasta Israele, per quanto è possibile [a seconda del momento, n.d.t.] entro i limiti della sicurezza israeliana e nel rispetto delle valutazioni della politica di Israele”.

Quindi ecco qua. La Bibbia è il nostro atto di proprietà. Come disse il primo Primo Ministro israeliano, David Ben-Gurion.

Lapid ha affermato il suo principio di “massimo numero di ebrei sul massimo di terra, con massima sicurezza e con minimo di palestinesi” più di dieci anni fa. Ora afferma che la “massima estensione di terra” è solo una questione di necessità – di “considerazioni pratiche”.

Un leader dell’opposizione israeliana “liberale” e “laico” ci ha appena detto che “il sionismo si basa sulla Bibbia”.

Penso che dovremmo credergli. Dobbiamo smetterla di parlare di Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich e Huckabee. È il sionismo, stupido.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)