La polizia israeliana ferisce e arresta decine di palestinesi a Gerusalemme dopo la settimana di attentati letali in Israele e Cisgiordania

Yumna Patel

4 aprile 2022 – Mondoweiss

Lo scorso anno la violenza della polizia israeliana contro i palestinesi a Gerusalemme durante il Ramadan è stata il principale innesco delle proteste palestinesi che sono sfociate nella rivolta di maggio 2021.

Durante il weekend le forze israeliane hanno ferito e arrestato decine di palestinesi nella Gerusalemme est occupata, quando i musulmani davano inizio al mese sacro del Ramadan.

Secondo fonti di informazione palestinesi, domenica le forze israeliane hanno arrestato almeno 13 palestinesi e ne hanno ferito una ventina fuori dalla Porta di Damasco della Città Vecchia a Gerusalemme est. 

La polizia israeliana ha disperso con la forza assembramenti di palestinesi nell’area, colpendo parecchie persone con bastoni e facendo uso di proiettili d’acciaio ricoperti di gomma e granate assordanti contro i manifestanti.


La Mezzaluna Rossa palestinese ha riferito che sono stati feriti 19 palestinesi, quattro dei quali sono stati ricoverati in ospedale.

Sui social media sono circolati dei video di poliziotti israeliani, sia in uniforme che in borghese, che picchiano violentemente ed arrestano giovani palestinesi. Pare che un video mostrasse la polizia che aggrediva un vecchio palestinese mentre si opponeva all’arresto del figlio.

Alcune ore prima che scoppiassero i disordini il Ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid ha fatto il giro della Città Vecchia accompagnato da una nutrita scorta di poliziotti, cosa che le fazioni palestinesi hanno denunciato come una “visita provocatoria”.

Middle East Eye ha riferito che sabato le forze israeliane hanno arrestato almeno altri quattro palestinesi con l’accusa di “sommossa e aggressione a poliziotti.”

E’ probabile che le tensioni dentro e attorno alla Città Vecchia continuino a salire nelle prossime settimane, mentre ci si aspetta che gruppi di coloni israeliani conducano visite con la scorta della polizia alla spianata della Moschea di Al-Aqsa in occasione delle imminenti festività ebraiche.

La Porta di Damasco è l’ingresso principale al quartiere musulmano della Città Vecchia ed è un luogo consueto di raduno per i palestinesi della città, soprattutto durante il mese del Ramadan. La zona è spesso teatro di violenze della polizia israeliana contro i palestinesi, in quanto le forze israeliane hanno una postazione di sicurezza permanente vicino alla Porta.

L’anno scorso le violenze della polizia contro i palestinesi alla Porta di Damasco durante il Ramadan e i successivi attacchi alla spianata di Al-Aqsa hanno costituito il principale innesco delle proteste palestinesi che sono sfociate nei disordini del maggio 2021.

L’offensiva del weekend giunge al culmine di una settimana di violente tensioni in Israele e nella Cisgiordania occupata.

Sabato prima dell’alba le forze israeliane hanno sparato, uccidendoli, a tre palestinesi nel corso di quella che gli abitanti del luogo hanno definito un’ “imboscata” nella città di Jenin, nel nord della Cisgiordania. Alcuni giorni prima, giovedì, le forze israeliane hanno sparato ed ucciso due palestinesi, compreso un adolescente, e ne hanno ferito altri 14 durante un’incursione nel campo profughi di Jenin.

I recenti raid letali hanno fatto seguito a diversi attacchi in Israele, nel corso dei quali sono rimasti uccisi 11 israeliani e quattro palestinesi.

Il 29 marzo un giovane palestinese della Cisgiordania è stato ucciso dopo aver aperto il fuoco nella città israeliana di Bnei Brak, uccidendo cinque israeliani. Nello stesso giorno un altro palestinese è stato ucciso su un autobus in Cisgiordania, dopo aver presumibilmente accoltellato e ferito un colono israeliano, secondo il quotidiano Haaretz.

Il 27 marzo due palestinesi sono stati uccisi dopo aver aperto il fuoco ed ucciso due poliziotti israeliani nella città israeliana di Hadera. Un altro palestinese è stato colpito a morte il 22 marzo dopo aver ferito a coltellate quattro persone nella città di Beer al-Sabe (Be’er Sheba) nella regione del Naqab (Negev) nel sud di Israele.

(Traduzione dall’inglese di CristianaCavagna)




50 membri del Congresso [USA] si oppongono ai piani israeliani di demolire 38 case palestinesi.

Philip Weiss

28 marzo 2022 – Mondoweiss

Con un atto di insolita opposizione all’infinita occupazione israeliana, 50 membri del Congresso hanno firmato una lettera al Segretario di Stato Antony Blinken esortandolo a cercare di fermare la demolizione israeliana di 38 case palestinesi ad al-Walaja, un villaggio nella Cisgiordania occupata perché le demolizioni minano la “dignità palestinese” e “a lungo termine, la sicurezza israeliana”.

Come parte dei piani per la grande Gerusalemme, Israele prevede di mettere sulla strada 360 palestinesi per fare spazio agli insediamenti ebraici.

La Corte Suprema israeliana deciderà su un appello dei palestinesi il 30 marzo. (I palestinesi hanno costruito le case senza permessi; ma Israele nega comunque quasi tutte le richieste di costruzione nell’Area C dell’occupazione. [l’area sotto diretto controllo di Israele, ndt])

Alla domanda specifica su al-Walaja, un alto assistente del Dipartimento di Stato ha suggerito la scorsa settimana che Blinken avrebbe sconsigliato le demolizioni in quanto “passi unilaterali” che minano la cosiddetta soluzione dei due Stati.

Tra i firmatari della lettera del Congresso su al-Walaja figurano molti [democratici] progressisti, come Betty McCollum, Marie Newman, Ilhan Omar e Jamaal Bowman, così come i deputati liberal di J Street [una organizzazione ebraica statunitense favorevole alla soluzione dei “due Stati”, ndt], Jared Huffman, Jennifer Wexton e Andy Levin. E diversi ebrei, tra cui Jan Schakowsky, Jamie Raskin, Steve Cohen, John Yarmuth e Levin.

contro le demolizioni di al-Walaja. Americans for Peace Now le definisce “moralmente sbagliate”, nonché un ostacolo alla possibilità che i palestinesi ottengano mai una capitale per uno Stato palestinese a Gerusalemme. Ameinu [Ameinu, che in ebraico significa “il nostro popolo”, è una comunità di ebrei progressisti in Canada, Stati Uniti, Australia e Brasile, ndt] ha descritto la secolare coltivazione di ulivi, frutta e verdura sui terrazzamenti del villaggio di cui gli insediamenti ebraici illegali desiderano impadronirsi. J Street ha postato contro le demolizioni antecedenti.

Il problema di questo villaggio è emerso durante un dibattito congressuale per le primarie nel Michigan lo scorso giovedì. Due membri democratici del Congresso competono per un distretto suburbano di Detroit recentemente formato con l’unione di due distretti. Una delle principali tematiche in questa competizione è: quanto ti è permesso criticare Israele. La rappresentante Haley Stevens è stata appoggiata dall’AIPAC [American Israel Public Affairs Committee], la lobby israeliana di destra; lei non critica mai Israele. Il rappresentante Andy Levin fa parte di J Street. Si definisce un “audace progressista” e talvolta critica Israele, ed è stato attaccato come “corrosivo” da un ex leader dell’AIPAC.

Si dice che Levin e Stevens siano vicini nei sondaggi. Le primarie sono il 2 agosto e gli ebrei sono elettori chiave nel distretto.

Nel forum condotto dal gruppo filo-israeliano Jewish Democratic Council of America Levin ha criticato le demolizioni di Walaja definendole “ingiuste”. Ha chiesto condizioni sull’impiego dei 4 miliardi di dollari di aiuti ad Israele, ma non proponendo nessun taglio degli aiuti.

È importante garantire che i nostri aiuti militari a Israele siano utilizzati per legittimi scopi di sicurezza. Questo è qualcosa che facciamo anche con il nostro aiuto a tutte le altre nazioni. Non vogliamo che i nostri aiuti vengano utilizzati per perpetuare o estendere l’occupazione, o per eseguire azioni ingiuste come demolizioni di case, sfollamenti forzati o violenze contro i civili. Incidenti come la potenziale demolizione delle case di 300 persone nel villaggio di al-Walaja che potrebbe accadere proprio ora danneggiano famiglie innocenti e allontanano le prospettive di pace.

Stevens non è d’accordo. E’contraria a qualsiasi vincolo sugli aiuti a Israele, considera lo status di Gaza e della Cisgiordania “di lunga contesa”, considera l’Iran il “vero problema” nella regione e non vuole fare pressione su Israele “perché faccia tutte le concessioni”. Stevens ha sollevato un drappo rosso per gli elettori pro-Israele: la convinzione del direttore di Amnesty International che Israele non dovrebbe essere uno Stato ebraico.

In questo momento ci troviamo in una situazione in cui il capo di Amnesty International ha messo in discussione il diritto di Israele di esistere come Stato ebraico. Trovo ciò del tutto inaccettabile e offensivo per le mie convinzioni e per come penso che dobbiamo fare come paese e come mondo, e non ho paura di denunciarlo.

Levin ha giocato ripetutamente la carta ebraica.

Non vedo un modo per avere un futuro pacifico e sicuro per una patria democratica per il mio popolo a meno che non teniamo conto dei diritti politici e umani dei palestinesi. So che è difficile, so che è controverso. Non mi sono candidato per un lavoro facile. Mi collocherò in questa frattura e lavorerò con israeliani e palestinesi per riunire le parti e lavorare per la soluzione dei due Stati in modo che finalmente potremo avere pace e sicurezza nella regione.

La mozione [presentata al Congresso, ndt] per sostenere la soluzione dei due Stati di Levin è il credo di J Street. (Chiunque sia stato in Palestina sa che due Stati non esisteranno mai e sostenere la fede in questa soluzione senza esercitare alcuna pressione su Israele è una forma di crudeltà verso i palestinesi.)

Ma sarà interessante da osservare questa contesa in quanto mette a confronto una democratica intransigente sostenitrice di Israele con uno più progressista.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




So che Israele pratica l’apartheid perché ho contribuito ad imporla

Rafael Silver

28 Marzo 2022Mondoweiss

Rafael Silver ha lasciato Israele perché non poteva più far parte di un sistema che pratica l’apartheid contro il popolo palestinese. “L’ho vista esercitare sotto i miei occhi”, scrive. “L’ho applicata durante il mio servizio militare in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza e l’ho sostenuta in quanto contribuente israeliano”.

Sono un ebreo. Sono un cittadino israeliano. Sono un veterano di un’unità di combattimento dell’esercito israeliano. Ho lasciato Israele nel 2001 e sono immigrato in Canada dove sono diventato cittadino canadese perché sentivo che non potevo più far parte di un sistema che pratica l’apartheid contro il popolo palestinese. Non uso la parola apartheid alla leggera, ma con riluttanza. Scelgo di usare questa parola per descrivere la realtà che il popolo palestinese sta sopportando da generazioni perché l’ho vista praticare con i miei occhi. L’ho applicata durante il mio servizio militare in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza e l’ho sostenuta in quanto contribuente israeliano.

Le strade riservate agli ebrei che i palestinesi in Cisgiordania non possono utilizzare. L’intera gamma di leggi e protezioni concesse dallo Stato israeliano ai coloni ebrei in Cisgiordania, ma negate ai palestinesi che vivono letteralmente proprio accanto a loro. In Cisgiordania la sottomissione ai regolamenti militari riguarda solo i palestinesi. Ciò significa che le restrizioni ai viaggi, l’accesso limitato all’acqua, l’arresto e la detenzione arbitraria di civili, la confisca di terreni, la demolizione di case e l’applicazione di punizioni collettive si applicano solo ai palestinesi e non agli ebrei. L’uso frequente della forza letale da parte delle forze di sicurezza israeliane esclusivamente contro i civili palestinesi è un evento abituale. Anche un diritto umano fondamentale riconosciuto in tutto il mondo, quello del ricongiungimento familiare, è negato solo ai palestinesi.

Anche all’interno dello stesso Israele il sistema dell’apartheid fa parte della struttura dello Stato e riguarda quasi tutti gli aspetti della vita. Lo so perché ho beneficiato di un tale sistema di apartheid all’interno di Israele come cittadino ebreo che godeva di diritti che non erano concessi ai cittadini palestinesi dello stesso Paese. Essendo un ebreo nato al di fuori di Israele mi è stata concessa la cittadinanza il giorno del mio arrivo nel Paese in base alla Legge del Ritorno che si applica esclusivamente agli ebrei. I palestinesi che sono stati cacciati dalle loro terre durante le guerre del 1948 e del 1967 non hanno tale diritto al ritorno. Persino i cittadini palestinesi di Israele non possono tornare nei loro villaggi che sono stati distrutti a causa di quelle guerre, ma devono invece trovare un alloggio altrove. In quanto ebreo, anche se non cittadino, ho il diritto di acquistare un alloggio ovunque all’interno dello Stato; tuttavia, a un cittadino palestinese di Israele non è consentito acquistare immobili se si trovano su un terreno sotto il controllo del Fondo Nazionale Ebraico [ente non profit dell’Organizzazione sionista mondiale nato per comprare e sviluppare terra nella Palestina per l’insediamento degli ebrei, ndtr.]. In quanto cittadino ebreo di Israele, sono protetto grazie alla legge contro la discriminazione, che si tratti di alloggi, lavoro o opportunità educative. I cittadini palestinesi di Israele non hanno tali protezioni. In quanto facente parte del popolo ebraico, ho alle spalle il peso giuridico dello Stato per consentirmi di esprimere i miei diritti e bisogni all’interno della collettività e della nazione. I cittadini palestinesi di Israele non hanno tale riconoscimento nazionale o collettivo. Anche la mia lingua ancestrale, l’ebraico, è riconosciuta come l’unica lingua ufficiale in Israele. L’arabo, la lingua del popolo palestinese, non lo è.

Un sistema che riserva leggi e pratiche ad un gruppo di persone ma le nega a un altro gruppo definito esclusivamente su basi etniche è per definizione apartheid. E’ stato il caso del Sud Africa in passato ed è il caso di Israele oggi. Il primo passo per correggere un torto storico è riconoscere la realtà di fronte a noi. Nessuna società, nessuno Stato in cui la giustizia è negata ad alcuni mentre ad altri è concessa può pretendere di sostenere la democrazia e i diritti umani universali. Israele non fa eccezione a questa regola.

Independent Jewish Voices of Canada [Voci ebraiche indipendenti, organizzazione per i diritti umani che si batte per una giusta soluzione del conflitto israelo-palestinese, ndtr.] ha recentemente avviato una campagna di sensibilizzazione pubblica chiamata Together Against Apartheid [Insieme contro l’apartheid, ndtr.] per informare ed educare il pubblico canadese sulla realtà che milioni di palestinesi devono affrontare. Solo attraverso una maggiore consapevolezza e una più ampia conoscenza delle iniquità e delle ingiustizie sistematiche che i palestinesi devono affrontare i canadesi possono iniziare a influenzare le politiche e le azioni del nostro governo. Vi esorto a unirvi a questa campagna come ho fatto io, a qualsiasi titolo possiate. Rimanere in silenzio è complice e consente il protrarsi di discriminazione, oppressione e ingiustizia. Alzate la voce e fate la differenza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Una dipendente di Google dice che la compagnia ha cercato di trasferirla in Brasile dopo che ha criticato un contratto con Israele

Michael Arria

18 marzo 2022 – Mondoweiss

Una dipendente di Google in California dice di aver subito una ritorsione dopo aver criticato il Progetto Nimbus

Una dipendente di Google dice di essere stata trasferita in Brasile per aver chiesto alla compagnia di interrompere il suo contratto con il governo di Israele

Questa settimana il Los Angeles Times ha riportato il caso di Ariel Koren, una responsabile commerciale di Google per l’Educazione. Koren, che lavorava alla direzione generale di Mountain View del gigante della tecnologia, in California, ha ripetutamente criticato il suo datore di lavoro riguardo al Progetto Nimbus, un contratto da 1,2 miliardi di dollari che coinvolge Google, i servizi internet di Amazon e Israele. Il progetto contribuisce a fornire servizi cloud per l’esercito e il governo del Paese.

Nell’ottobre 2021 Koren ha contribuito alla stesura di una lettera aperta di condanna di tale collaborazione firmata da centinaia di dipendenti di Google e di Amazon. “Non possiamo fare finta di niente quando i prodotti che fabbrichiamo vengono usati per negare ai palestinesi i loro diritti fondamentali, per scacciarli dalle loro case ed attaccarli nella Striscia di Gaza – azioni che hanno provocato indagini per crimini di guerra da parte della Corte Penale Internazionale”, vi è scritto. Noi immaginiamo un futuro in cui la tecnologia unisca le persone e renda migliore la vita per tutti. Per costruire un tale più luminoso futuro le compagnie per cui lavoriamo devono smettere di stipulare contratti con qualunque organizzazione militarizzata, negli USA e altrove.”

Koren ha citato il documento che la compagnia le ha recapitato a novembre con un ultimatum: avrebbe dovuto trasferirsi nell’ufficio di Google a San Paolo, Brasile, o essere licenziata. Secondo Koren, in seguito il suo dirigente ha ammesso che non prevedeva che lei si sarebbe trasferita in Brasile, cosa che indica che Google stava cercando con questa offerta di estrometterla dalla compagnia. “È stato semplicemente assurdo. Tutta la vicenda è stata del tutto incredibile.”

Koren ha sporto denuncia al dipartimento risorse umane di Google e una denuncia di pratica aziendale sleale presso il National Labor Relations Board (NLRB) [Agenzia governativa USA per il rispetto del diritto del lavoro, ndtr.]. Google sostiene di aver già esaminato la situazione e di non aver riscontrato prove di ritorsione. Koren attualmente lavora ancora in California e non è chiaro se verrà costretta ad andarsene.

Una petizione di sostegno a Koren è già stata firmata da oltre 12.000 persone. “I lavoratori hanno il diritto di esprimersi riguardo a come viene utilizzato il proprio lavoro, senza il timore di perdere il loro impiego – soprattutto quando si opera all’interno di contratti poco etici che violano i diritti umani”, vi si legge. “Sosteniamo le centinaia di lavoratori di Google che hanno già firmato una petizione in appoggio ad Ariel e chiediamo che Google rispetti i lavoratori che si impegnano per i diritti umani – a cominciare dalla garanzia che Ariel rimanga al suo posto.”

Un’altra petizione, scritta da colleghi di Koren, è stata firmata da oltre 500 dipendenti di Google. “Purtroppo il caso di Ariel è in linea con i pericolosi precedenti di ritorsioni di Google nei confronti di lavoratori che negli scorsi anni hanno riempito i titoli dei principali giornali – e in particolare riguardo a quei dipendenti che si sono espressi contro contratti che permettono violenze di Stato contro persone discriminate”, vi è scritto.

Lo scorso autunno, dopo che i dipendenti hanno diffuso la lettera di condanna del Progetto Nimbus, un gruppo di organizzazioni legali (compresi ‘Palestine Legal’, ‘National Lawyers Guild’ e il Centro per i Diritti Costituzionali) ha inviato una lettera di ammonimento alla compagnia relativamente ad illecite ritorsioni contro i lavoratori. “Le sottoscritte organizzazioni per i diritti civili vi chiedono di rispettare le espressioni politiche e nazionali dei vostri dipendenti e di evitare di intraprendere azioni ostili nei loro confronti”, vi si legge. “Le organizzazioni della società civile, le associazioni giuridiche progressiste e anche i mezzi di comunicazione stanno monitorando da vicino la situazione nell’ambiente di lavoro nella vostra azienda per garantire che vengano rispettati i diritti dei vostri dipendenti, dei palestinesi o di altri.”

Michael Arria

Michael Arria è il corrispondente per gli Stati Uniti di Mondoweiss. I suoi articoli sono stati pubblicati su ‘In These Times’, ‘The Appeal’ e ‘Truthout. È autore di ‘Medium Blue: The politics of MSNBC’.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’interdizione di Israele verso i coniugi palestinesi diventa legge definitiva: un trionfo per lo “Stato ebraico”

Jonathan Ofir

11 marzo 2022 – Mondoweiss

Come riportato da Reuters, ieri il parlamento israeliano ha approvato una legge che nega la cittadinanza per naturalizzazione ai palestinesi della Cisgiordania occupata o di Gaza sposati con cittadini israeliani, costringendo migliaia di famiglie palestinesi a emigrare o vivere separate.

La legge definitiva, che vieta l’acquisizione della nazionalità, è stata approvata con 45 voti a favore e 15 contrari, una maggioranza di tre quarti dei voti, trasversale alle componenti della coalizione (solo la metà dell’intero parlamento ha votato sulla legge). Due partiti che fanno parte della coalizione di governo hanno votato contro la legge: il partito sionista di sinistra Meretz e il partito islamista di destra Ra’am. Il resto della coalizione di governo, compresi i laburisti, ha votato a favore della legge razzista, unendo le forze con i politici di estrema destra del parlamento israeliano.

Il parlamentare del partito sionista religioso di destra Simcha Rothman, che ha contribuito a portare il partito kahanista Jewish Power [partito estremista di destra, fondato su un fondamentalismo religioso, ndtr.] in parlamento (con Itamar Ben Gvir, l’ammiratore del terrorista ebreo Baruch Goldstein, in qualità di membro della Knesset), è stato uno dei principali apripista per tale approvazione. Rothman ha esultato già prima del voto di ieri, quando è risultato chiaro che la legge sarebbe stata approvata:

Lo Stato di Israele è ebraico e tale rimarrà… Oggi, se Dio vuole, lo scudo difensivo di Israele risulterà notevolmente rafforzato,

L’altra principale portabandiera di questo provvedimento è un membro di spicco del governo, la ministra dell’Interno Ayelet Shaked, del partito Yamina (di destra) di Naftali Bennett. Con le sue parole di ieri al plenum è stata molto chiara sul suo successo:

Simcha Rothman ha subito compreso il danno che sarebbe derivato in seguito allo scadere della legge e ha lavorato con me per redigere una versione accettabile per entrambe le parti. Dimostrando grande responsabilità, l’opposizione ha contribuito a far approvare la legge.

Lo scorso luglio era scaduta una legge temporanea che vietava l’acquisizione della nazionalità da parte dei coniugi palestinesi, ma da allora Shaked ha incaricato l’amministrazione di continuare ad agire come se fosse in vigore. Poi, a gennaio, in seguito ad una petizione di organizzazioni per i diritti civili, l’Alta Corte le ha ordinato di porre fine al divieto:

Le regole di base del diritto amministrativo non consentono l’applicazione di una legge che non è più in vigore”, ha scritto la giudice Dafna Barak-Erez. Tuttavia, è stata solo questione di poco tempo perché questo problema” legale potesse essere ancora una volta risolto. Come un funzionario vicino a Shaked, citato da The Times of Israel, ha dichiarato:

La ministra intende riesaminare la legge nelle prossime settimane. Si spera che l’opposizione che in precedenza ha fatto decadere la legge non agisca contro lo Stato”.

Ecco cosa è successo ieri. E cosa ne pensano i centristi del governo, parlamentari che per i sionisti progressisti degli Stati Uniti sono degli eroi? Il parlamentare Ram Ben Barak, del partito Yesh Atid (C’è un futuro) [partito centrista e laico, ndtr.] di Yair Lapid, che guida la commissione per gli affari esteri e la difesa, ha approvato la legge “a malincuore”:

Approvo la legge a malincuore e senza gioia. Vorrei che arrivasse un momento in cui non avremo bisogno di questa legge… ma nell’attuale realtà riguardo la sicurezza non possiamo fare altro che difenderci.

Questa legge non è affatto nuova. La novità è che è stata consolidata come legge definitiva. Ha seguito un iter storico di ordinamento temporaneo, di emergenza, che doveva essere rinnovato ogni anno.

Ed è una legge di apartheid. Human Rights Watch [organizzazione non governativa internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani, ndtr.], nel suo rapporto di 213 pagine dello scorso anno su apartheid e oppressione israeliane, ha dedicato una sezione a questo problema:

«La legge sulla cittadinanza del 1952 autorizza anche la concessione della cittadinanza per naturalizzazione. Tuttavia, nel 2003 la Knesset ha approvato la legge sulla cittadinanza e l’ingresso in Israele (ordinamento temporaneo), che vieta la concessione della cittadinanza israeliana o dello status legale a lungo termine ai palestinesi della Cisgiordania e di Gaza che sposino cittadini o residenti israeliani. Con poche eccezioni questa legge, rinnovata da allora ogni anno e confermata dalla Corte Suprema israeliana, nega ai cittadini ebrei e palestinesi e agli abitanti di Israele che scelgono di sposare palestinesi il diritto di vivere con il loro partner in Israele. Questa restrizione, basata esclusivamente sull’identità del coniuge come palestinese della Cisgiordania o di Gaza, evidentemente non si applica quando gli israeliani sposano coniugi non ebrei della maggior parte delle altre nazionalità straniere. Questi possono ricevere lo status immediato e, dopo diversi anni, richiedere la cittadinanza.

Nel 2005, nel commentare un rinnovo della legge, il primo ministro dell’epoca, Ariel Sharon, disse: Non c’è bisogno di nascondersi dietro argomenti sulla sicurezza. C’è la necessità dell’esistenza di uno Stato ebraico”. Benjamin Netanyahu, che era allora il ministro delle finanze, disse in quella circostanza nel corso delle discussioni: “Invece di rendere le cose più facili per i palestinesi che vogliono ottenere la cittadinanza, dovremmo rendere le procedure molto più difficili, al fine di garantire la sicurezza di Israele e la presenza in esso di una maggioranza ebraica. “Nel marzo 2019, questa volta come primo ministro, Netanyahu ha dichiarato: “Israele non è uno Stato di tutti i suoi cittadini”, ma piuttosto “lo Stato-nazione del popolo ebraico e solo il loro”.

La legge è simile al famigerato Muslim ban” di Trump [Il bando sui viaggi da paesi a maggioranza musulmana emesso da Donald Trump nel 2017 con il presunto pretesto di prevenire il terrorismo, ndtr.]

E che dire della situazione di sicurezza” che ha spinto Ben Barak a votare tanto a malincuore a favore della legge?

Il Times of Israel [quotidiano online principalmente in lingua inglese, con sede in Israele, ndtr.] riferisce che lunedì lo Shin Bet, il servizio di sicurezza israeliano, ha consegnato un rapporto al parlamento in cui si afferma che tra il 1993 e il 2003 130.000 palestinesi hanno ricevuto la cittadinanza o la residenza attraverso il ricongiungimento familiare e che tra il 2001 e il 2021 48 di questi sono stati coinvolti in attività terroristiche”.

Il Times of Israel non analizza né si interroga su queste cifre, ma penso che ci siano buone ragioni per esaminarle. 48 su 130.000 costituisce uno su 2.708, ovvero lo 0,03%. Consideriamo ora ciò che Israele definisce terrorismo”. L’anno scorso abbiamo appreso che queste persone potrebbero essere membri di importanti organizzazioni per i diritti umani, come Al Haq [organizzazione palestinese indipendente per i diritti umani con sede nella città di Ramallah, ndtr.], o chissà, forse loro segreti sostenitori o simpatizzanti (come me).

Possono essere persone che hanno condiviso qualche generico messaggio sui social media che “si adatta al profilo” di un possibile “sostenitore del terrorismo”, o qualcuno che condivide poesie sulla resistenza, come Dareen Tatour [poetessa, fotografa e attivista palestinese,ndtr.] o la componente del Consiglio legislativo palestinese Khalida Jarrar, ripetutamente incarcerate senza accusa (detenzione amministrativa).

Attenzione, non sto nemmeno parlando di persone che lanciano bottiglie molotov, qualcosa per cui al giorno d’oggi l'”Occidente” sembra avere una grande comprensione quando si tratta della resistenza ucraina all’occupazione russa. Quindi il punto è che la definizione israeliana di “attività terroristiche” è una definizione molto, molto ampia. Lo Shin Bet comunque controlla chiunque entri o si muova attraverso Israele e tra i territori che occupa ecc. Non c’è bisogno di emanare punizioni collettive anche a livello di unificazione familiare solo per rendere le cose più difficili per i palestinesi e più facili per lo Shin Bet, a discapito di un diritto umano fondamentale come il diritto alla vita familiare.

E così il centrista Ram Ben Barak dice che semplicemente non ha altra scelta che difendersi” da questi terroristi. Siede in parlamento con Itamar Ben Gvir [del partito sionista religioso di estrema destra Otzma Yehudit, ndtr.] che idolatra l’autore del massacro di Hebron, Baruch Goldstein, che nel 1994 uccise 29 fedeli musulmani nella moschea di Al-Ibrahimi, e deve difendersi dai terroristi con questa legge. Se il parlamentare israelo-palestinese Ahmad Tibi, o Ayman Odeh [ambedue membri della Lista Comune arabo israeliana, ndtr.] possedessero dei poster di palestinesi che avessero perpetrato massacri simili di ebrei (come Ben Gvir aveva un poster di Goldstein), non sappiamo come andrebbe a finire.

il quadro inverso è impossibile da immaginare. Possiamo pensare che qualcuno suggerisca di vietare agli ebrei il ricongiungimento familiare in quanto sembrerebbe che molti di loro compiano azioni terroristiche contro i palestinesi? Magari di limitare l’unificazione familiare dei coloni della Cisgiordania, dal momento che sembrano avere un ruolo più prominente in quello che può solo essere descritto come terrorismo ebraico, cresciuto negli ultimi anni? E Ayelet Shaked, ministra dell’Interno e porta bandiera di questa legge che mette al bando i coniugi palestinesi, è mai stata incarcerata per il post del 2014 con cui sosteneva un vero e proprio genocidio dei palestinesi, comprese donne e bambini? Le ha forse ciò precluso l’investitura di parlamentare e addirittura di ministra della giustizia (2015-19)?

Dopo l’approvazione della legge, Shaked si è vantata in un tweet:

Uno Stato democratico ebraico – 1

Uno Stato di tutti i suoi cittadini – 0

E quest’ultimo tweet rappresenta l’intera faccenda in poche parole. Quello che Shaked chiama uno “Stato democratico ebraico” non è democratico, è uno Stato di supremazia ebraica dal fiume al mare, proprio come lo chiama l’israeliana B’Tselem [ONG israeliana per i diritti umani nei territori occupati, ndtr.] nel suo rapporto sull’Apartheid dello scorso anno.

Quello che Shaked chiama “uno Stato di tutti i suoi cittadini” è in realtà quello che normalmente chiameremmo uno Stato democratico, in cui sono assicurati i diritti fondamentali come il ricongiungimento familiare. Chiunque sia ingannato dalle argomentazioni da parte di Israele sulla sicurezza e sul “terrore”, dovrebbe leggere di nuovo il testo dell’ultimo tweet di Shaked. Se si vuole riassumerlo ulteriormente, in realtà dice proprio “Uno Stato democratico – 0”.

H/t Ofer Neiman

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un premier espansionista, violento e razzista si reca in Russia per verificare se Putin è sano di mente

Jonathan Ofir

9 marzo 2022, Mondoweiss

Il primo ministro israeliano Naftali Bennett si è recato a Mosca sabato scorso e dopo un incontro di tre ore con Vladimir Putin ha dato questo responso:

[Putin] non sta teorizzando il complotto e non è fuori di senno, né soffre di attacchi di collera…”

È abbastanza comico. Mi chiedo cosa avrebbe detto Bennett se Putin avesse affermato “Ho ucciso molti ucraini nella mia vita, e non c’è nessun problema”.

Questa è ovviamente la frase sugli “arabi” che Bennett ha pronunciato nel 2013, e che da allora ha cercato di ammorbidire (con l’aiuto di gruppi di apologeti israeliani) quando è diventata scomoda.

Immaginate se Putin durante l’incontro avesse detto: “Quando ancora gli ucraini si arrampicavano sugli alberi, noi qui avevamo già uno Stato”.

Avrebbe potuto cambiare il giudizio di Bennett: sarebbe stato evidente che chiamava subumani gli ucraini. Eppure questa è semplicemente la battuta di Bennett sui palestinesi, indirizzata al deputato israelo-palestinese Ahmad TIbi nel 2010.

Se Putin avesse detto che gli ucraini sono come “schegge nel sedere” (come ha detto Bennett a proposito dei palestinesi), allora Bennett avrebbe potuto concludere che Putin ha seri problemi di collera e dopo tutto potrebbe non essere così equilibrato. 

Bennett e Putin condividono una quantità inquietante di teorie complottiste e, in fondo, sono molto simili nel negare che i loro presunti nemici – rispettivamente palestinesi e ucraini – siano persone vere che meritano un vero Stato. Come ha scritto ieri Peter Beinart nel suo ottimo articolo su Jewish Currents “Giustificazioni alla distruzione di un popolo”: “Gli argomenti utilizzati dal governo russo per disumanizzare gli ucraini sono sorprendentemente simili a quelli che il governo israeliano usa per disumanizzare i palestinesi.”

Detto questo, c’è una differenza cruciale tra il pensiero israeliano e russo rispettivamente ai palestinesi e agli ucraini. Beinart: “Il discorso ufficiale russo e quello israeliano differiscono in almeno un aspetto importante. Putin sostiene che gli ucraini sono in realtà russi, che devono essere sottomessi e integrati. [Golda] Meir e [Benjamin] Netanyahu non hanno mai sostenuto che i palestinesi siano veramente israeliani o ebrei. Sostenevano invece che i palestinesi siano genericamente arabi, che Israele potrebbe quindi incoraggiarli a reinsediarsi altrove nel mondo arabo. Nonostante questa differenza, i leader israeliani definiscono l’identità palestinese non solo come falsa, ma manipolata dai nemici di Israele, che è ciò che Putin dice dell’identità ucraina.”

Quindi, cosa ha fatto Bennett con Putin per tre ore, oltre a valutare se lo stato mentale di Putin sia o no equilibrato? A quanto pare, non molto. Il Times of Israel riferisce: “Una fonte diplomatica citata nel rapporto ha affermato che Bennett è stato prudente con Putin, visto che il leader russo ‘non è interessato a un cessate il fuoco o ai corridoi umanitari’ “.

Certo, non si vorrà fare pressione su una persona perché accetti una soluzione così radicale come i corridoi umanitari …

In un altro articolo, The Times of Israel cita due esperti russi che si mostrano preoccupati di come Putin stia usando persone come Bennett per guadagnare tempo per riorganizzarsi. Uriel Epshtein della Renew Democracy Initiative di Gary Kasparov afferma semplicemente che “non c’è nessuno spazio, assolutamente nessuno per un contributo di Israele a por fine alla guerra, e che “l’idea che Israele sarà il fulcro del processo decisionale di Putin per arrivare in qualche modo a un accordo tra Russia e Ucraina, o Russia e Occidente, è un’illusione”.

In questo articolo viene citata anche Anna Borshchevskaya, esperta russa del Washington Institute for Near East Policy (uno spin-off del gruppo di lobby israeliano AIPAC [Comitato Americano per gli Affari Pubblici Israeliani, che sostiene le politiche filo-israeliane al Congresso, ndtr.]) Putin “non considera l’Ucraina un vero paese”, ha detto Borshchevskaya. “È abbastanza chiaro che Putin è davvero convinto della sua guerra in Ucraina. In effetti, nonostante gli annunciati corridoi di cessate il fuoco, la Russia continua a bombardare i civili… È difficile per me vedere come funzionerà concretamente la mediazione israeliana in questo momento, in questa fase”.

I due esperti concordano sulle due ragioni del gioco diplomatico di Putin, come riassume Times of Israel: “prendere tempo per riorganizzare la strategia e acquistare legittimità presso i leader mondiali”. Quanto alla legittimità: “Uno degli obiettivi finali di Putin è la legittimità. Vuole essere percepito come legittimo. Sembra essere una delle sue insicurezze più profonde”, ha detto Epshtein.

E questo ci porta in Israele, perché anche Israele vuole legittimità, e questa è anche una delle sue insicurezze di fondo.

Anche Israele cerca legittimità

Bennett è concentrato sulla negazione di uno Stato palestinese, su cui è veramente esplicito. La sua dichiarazione sulle “schegge nel sedere” risale al 2013 quando era ministro dell’Economia e del Commercio nel governo di Netanyahu, . Parlando al consiglio dei coloni di Giudea e Samaria si espresse così: “Vi racconterò una breve storia. Ho un amico che si chiama Yoav. Ha prestato servizio nella Brigata Golani dell’IDF [Forze di difesa israeliane], e in uno scontro una scheggia gli è rimasta conficcata nel sedere. Sono andato a trovarlo in ospedale e lui mi ha detto: ‘Guarda, ho questa scheggia. … Secondo i medici ho due possibilità: o farmi operare per rimuovere la scheggia, correndo il rischio di restare handicappato o paralizzato a vita, oppure lasciarla lì, anche se di tanto in tanto, al cambio di stagione, potrebbe farmi un po’ male.’… Così, decise di continuare a conviverci. … Ci sono situazioni in cui la ricerca ingannevole della perfezione rischia di causare un disastro.”

E se la morale non fosse stata chiara, ha aggiunto: “Il tentativo di istituire uno Stato palestinese nella nostra patria è finito; è arrivato a un punto morto.”

La rozza valutazione di Bennett è una chiara ammissione della sua irremovibile posizione; ora come Primo Ministro Bennett “rifiuta fermamente” la creazione di uno Stato palestinese. I satelliti di sinistra che adornano la coalizione di Bennett non si fanno illusioni, non esiste una tale prospettiva con Bennett.

Ma Bennett è anche un convinto sionista, quindi vuole a tutti i costi uno Stato ebraico. E qual è il risultato di governare le persone negando loro il diritto a una nazione? Avete indovinato, apartheid. Fa parte della logica che ha portato una ampia schiera di organizzazioni per i diritti umani – palestinesi, israeliane e internazionali – a giudicare Israele uno Stato di apartheid.

E gli Stati di apartheid vogliono legittimità per il loro apartheid. Al giorno d’oggi l’apartheid non è considerato legale, poiché è un crimine contro l’umanità secondo solo al genocidio, quindi Israele cerca principalmente di negare il suo apartheid, anche se il cammino intrapreso e i suoi discorsi sono esattamente questo.

Il doppio gioco

Così ora Israele cerca di fare il doppio gioco: essere uno Stato di aggressivo apartheid, e tuttavia presentarsi come un agente di civiltà e pace. Così, il ministro degli Esteri israeliano “progressista” di centro Yair Lapid, che in passato aveva sostenuto l’esecuzione senza processo di palestinesi anche se si limitavano a tenere in mano “un cacciavite” e sostenuto il “massimo numero di ebrei sulla massima estensione di terra in massima sicurezza e con un minimo di palestinesi”, ora si erge a condannare l’invasione russa: “L’attacco della Russia all’Ucraina è un massiccio attacco all’ordine mondiale… Le guerre non sono il modo giusto per risolvere i conflitti. Possiamo fermarlo (l’attacco) e tornare al tavolo dei negoziati per una soluzione pacifica.”

Nel suo articolo su Haaretz “Il bollitore israeliano e la pentola russa” il giornalista israeliano Gideon Levy l’ha definito “sostegno comico”, chiedendosi anche: “Può essere che l’autocoscienza [di Lapid] sia così bassa, o forse il cinismo, l’ipocrisia e il doppio standard hanno raggiunto nuove vette?”

Secondo quanto riferito, Lapid ha incaricato il vice ambasciatore alle Nazioni Unite Noa Furman di trasmettere il suo messaggio, al fine di evitare che lo pronunciasse l’attuale ambasciatore Gilad Erdan, un sostenitore del Likud di Netanyahu noto per essere un falco. Furman ha fatto eco a Lapid sulla “grave violazione dell’ordine internazionale” e ha esortato la Russia “a prestare ascolto agli appelli della comunità internazionale di fermare l’attacco e rispettare l’integrità territoriale e la sovranità dell’Ucraina”.

Israele ha fatto il doppio gioco anche all’ONU, cosa che ha seriamente infastidito i funzionari statunitensi. Israele ha rifiutato di sostenere una risoluzione degli Stati Uniti contro l’invasione della Russia al Consiglio di sicurezza dell’ONU (con il pretesto che la Russia avrebbe comunque posto il veto), ma in seguito ha approvato la risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che condannava l’invasione, per mostrare di non stare dalla parte della Russia (141 paesi hanno votato a favore, 5 contrari e 35 si sono astenuti). Le risoluzioni dell’Assemblea generale hanno un significato più simbolico delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU, che sono considerate più come leggi.

L’alleanza strategica di Israele con la Russia ha in gran parte a che fare con il beneplacito russo ai bombardamenti israeliani di obiettivi affiliati all’Iran in Siria.

Ma può darsi che Israele non potrà reggere ancora a lungo questo doppio gioco, dal momento che il suo maggior patron dopo tutto sono gli Stati Uniti, i cui funzionari si stanno seriamente irritando. L’ex segretario alla Difesa degli Stati Uniti William Cohen (repubblicano) ha dichiarato:Ora si tratta di: sei con i russi o sei con gli Stati Uniti e l’Occidente? Devono prendere una decisione in merito.”

Israele non solo ha un’alleanza strategica con la Russia sulla Siria, ha anche fornito alla Siria armi informatiche con cui effettuare attacchi contro oppositori politici, come riferito ieri da Eitay Mack su Haaretz, in un articolo intitolato “Guerra in Ucraina: come Israele sta aiutando Putin a reprimere le proteste in Russia contro la guerra”. C’è voluta un’enorme pressione da parte degli attivisti israeliani per i diritti umani per fermare le vendite, ma i prodotti continuano a fare il loro lavoro. Dice Mack: “Dopo che 80 attivisti israeliani per i diritti umani hanno presentato una petizione contro sia al Ministero della Difesa israeliano che a Cellebrite per revocare la licenza di esportazione di Cellebrite in Russia, la società ha annunciato nel marzo dello scorso anno che avrebbe smesso di fornire servizi alla Russia, ma si è rifiutata di impegnarsi a disabilitare tutte le apparecchiature già consegnate al Comitato Investigativo (russo).”

Israele ha sempre fatto questo doppio gioco: la sua natura di Stato di apartheid colonialista e ebreo-suprematista lo colloca naturalmente tra i regimi più regressivi del pianeta. Purtroppo, cerca di presentarsi come un “avamposto di civiltà contro la barbarie”, come scrisse il fondatore sionista Theodor Herzl nel suo libro Der Judenstaadt (Lo Stato ebraico, 1896). Il modo in cui questa presunta “barbarie” dev’essere respinta è sempre scusato come forse infelice ma necessariamente violento, per preservare l’occidente illuminato di cui Israele sarebbe un “avamposto”.

Questi trucchi propagandistici vengono ora alla superficie con Putin e le sue intenzioni di “denazificazione” come pretesto per l’invasione dell’Ucraina. L'”Occidente” non se la beve.

E questo porta a un’altra preoccupazione per Israele: che la hasbara, la propaganda israeliana progettata per respingere le critiche e ogni condanna allo Stato possa essere vista come simile a quella russa. Se ciò accadesse, c’è anche il pericolo per Israele che la campagna BDS di boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni, intesa a far pagare a Israele un prezzo per le sue sistematiche violazioni, possa essere legittimata dal caso ucraino. Con l’Ucraina vediamo che l’Occidente non solo mostra approvazione per una politica totale di boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni, ma anche comprensione per la resistenza armata civile ucraina con bombe molotov e tutto il resto, e si parla direttamente di armare l’Ucraina.

Anche quello che Israele ha proclamato “il primo fan di Israele”, il senatore della Carolina del Sud Lindsey Graham sta criticando Israele per non aver partecipato alla campagna di invio di armi: “Hanno chiesto a Israele – nessun fan di Israele più convinto di Lindsey Graham – degli Stinger [armi antiaeree] e a quanto pare Israele ha detto di no. Quindi parlerò al telefono con Israele – sai, sosteniamo Israele sulll’Iron Dome, e Putin è un delinquente, è un criminale di guerra, sta distruggendo una nazione sovrana… E se non facciamo bene con l’Ucraina i cinesi occuperanno Taiwan e gli iraniani verranno fuori con una bomba e dunque è nell’interesse di tutti.”

Graham, nella sua presunta grandiosa percezione delle possibili ramificazioni internazionali, semplicemente non vede che c’è un ovvio parallelo tra Ucraina e Palestina visto che l’Ucraina è invasa, occupata e soggetta all’aggressione imperialista espansionistica. Ma molti altri lo vedono. Israele sta ora camminando sul filo del rasoio su acque davvero imprevedibili per quanto concerne l’opinione pubblica occidentale, perché questa ondata di opposizione all’aggressione russa ha colto molti di sorpresa, me compreso. Se Israele viene considerato troppo favorevole alla Russia, la cosa potrebbe costargli in modi difficili da immaginare, misurare e prevedere. Israele è ora in una posizione molto difficile.

Ma il primo ministro Bennett ora interpreta il ruolo del dottor Freud, valutando lo stato mentale di Putin, per poi riferire in occidente. Il primo ministro israeliano squilibrato, espansionista e razzista Bennett sta verificando se Putin è in sé. E pensa che lo sia, quindi cerchiamo di essere misurati e razionali. Cerchiamo di essere calmi e civili, non c’è bisogno di chiamare le persone scimmie o schegge nel sedere o sparare a molte di loro, anche se non è un problema. Il dottor Bennett sta cercando di difendere la pace nel mondo. E sapete una cosa, sono sicuro che anche Putin sta ridendo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Un messaggio da una persona “non civilizzata”

Ghada Hania

7 marzo 2022- Mondoweiss

Ghada Hania risponde all’inviato della CBS Charlie D’Agata che ha messo a confronto la vita nella “civilizzata” Ucraina a luoghi come Iraq, Afghanistan, o forse Palestina, che hanno visto “infuriare conflitti per decenni”.

Sono Ghada. Non sono civilizzata. Mi sono laureate presso il dipartimento di Letteratura inglese. Sto per terminare un master in Linguistica applicata. Sono ricercatrice, traduttrice, scrittrice di contenuti [in rete] e blogger con 4 anni di esperienza sia in arabo che in inglese.

Non sono civilizzata: faccio parte dell’Associazione degli Scrittori Palestinesi. Ho pubblicato un libro con una nota casa editrice giordana ed ho scritto un blog di ottimo livello nei blog di Al Jazeera.

Mio padre non civilizzato è docente di matematica che ha insegnato a generazioni di alunni ed ha ispirato la mia sorella maggiore non civilizzata, docente di matematica. Il mio incivile fratello minore si è recentemente laureato in fisica presso la facoltà di scienze. La mia incivile madre ha una piccola biblioteca con molti libri di vario genere, legge e scrive riassunti su carta filigranata di alta qualità.

Il mio zio non civilizzato ha conseguito un dottorato in chimica ed è docente universitario. La mia zia non civilizzata è infermiera pediatrica all’ospedale. Si prende cura dei pazienti. La mia cugina non civilizzata è ingegnera informatica, sviluppatrice di siti in rete e programmatrice di computer.

Alla mia non civilizzata nipotina piace comprare pupazzi di astronauti e spera di diventare astronauta da grande. La mia non civilizzata nipotina ha un piccolo pianoforte e sta imparando le note musicali grazie a un’applicazione sul telefono di sua madre.

La mia non civilizzata famiglia ha insegnato a me e ai miei fratelli ad amare gli altri, rispettare gli anziani ed essere gentili con i bambini. La mia non civilizzata famiglia ci ha insegnato onore, dignità, giustizia, generosità e onestà. Ci hanno insegnato anche a diffondere amore e armonia.

Il nostro non civilizzato vicino è responsabile operativo all’ospedale al-Shifa. Passa la maggior parte della giornata al lavoro. Può a malapena vedere la sua famiglia. Tuttavia è contento in quanto fornisce servizi umanitari a persone indifese.

La mia amica non civilizzata è un’artista. Disegna personaggi a carboncino e i suoi quadri sono stati esposti in molte mostre d’arte.

Il mio non civilizzato insegnante ha vinto un premio per l’editoria internazionale, e ricordo che ha pubblicato con una prestigiosa casa editrice britannica un libro sulla traduzione giuridica.

La mia non civilizzata compagna di classe ha pubblicato il suo primo romanzo nel 2017. È una scrittrice ed ha ricevuto molti premi letterari. Il suo piccolo figlio non civilizzato è ossessionato dalla raccolta di libri di fumetti per bambini.

Sono iscritta a un corso di formazione sull’imprenditorialità nella produzione letteraria. Ho incontrato una ragazza non civilizzata affetta da una malattia nell’infanzia, eppure ha resistito e non si è arresa. Con il passare del tempo è guarita. È diventata un’artista poliedrica: disegna, scrive e ha un’impresa di piccoli mobili in legno.

La responsabile di questo corso di formazione è una donna non civilizzata che ha un master in chimica medica e ha brevettato una cura per una malattia della pelle.

Sono state aperte due librerie di proprietà di persone non civilizzate che vivono nel quartiere. Lì puoi trovare tutto quello che puoi immaginare.

La nostra società non civilizzata dimostra collaborazione e unità durante le aggressioni da parte dell’occupazione israeliana. Nella nostra casa diamo rifugio a chiunque ne abbia disperatamente bisogno. Li nutriamo e ci prendiamo cura di loro.

Inoltre la nostra società non civilizzata promuove campagne di finanziamento per aiutare persone bisognose. E, cosa più importante, un grande numero di persone non civilizzate risponde alle campagne per la donazione del sangue nei centri sanitari.

I nostri combattenti per la libertà non civilizzati difendono coraggiosamente la loro patria dal vero nemico. Si preparano e si equipaggiano molto bene giorno e notte per la libertà, la dignità e l’onore del loro popolo. Sacrificano le loro anime, anelando alla libertà.

I nostri lavoratori edili non civilizzati ricostruiscono dalle rovine edifici, grattacieli, case, istituzioni, centri educativi. L’occupazione israeliana distrugge ogni cosa e loro continuano a ricostruire, ancora e ancora.

Il nostro popolo non civilizzato ha nel cuore la fervida speranza che un giorno sarà indipendente e libero dall’occupazione.

Siamo non civilizzati e non abbiamo occhi azzurri né capelli biondi.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il New York Times continua a tacere sul rapporto sull'”apartheid” di Amnesty

James North

18 Febbraio 2022-Mondoweiss

Il rapporto sull’apartheid di Amnesty viene oscurato perché il New York Times rifiuta di darne notizia.

Bret Stephens, l’editorialista filo-israeliano del New York Times, è in un dilemma lacerante. Stephens, che ha vissuto in Israele e diretto il quotidiano di destra Jerusalem Post, non perde occasione di correre in difesa di questo paese. Quindi quando Amnesty International ha pubblicato il suo rapporto del 1° febbraio che accusa Israele di essere caratterizzato da “apartheid” Stephens deve aver acceso il suo computer per rispondere.

Ma poi deve essersi fermato e aver pensato che, in realtà, il modo migliore in cui il Times poteva parare il colpo di Amnesty era fingere che il rapporto di Amnesty con le prove dell’apartheid non fosse mai comparso. Quindi, sebbene dal 1° febbraio abbia pubblicato due editoriali, non ha detto nulla. Probabilmente stringe i denti per la frustrazione.

Ma Stephens non è solo. Il New York Times non ha ancora pubblicato una sola parola sul fondamentale rapporto di Amnesty. Sono passati 18 giorni e ancora non è apparso nulla sul giornale di un rapporto che politici, il Dipartimento di Stato e molti gruppi ebraici hanno fatto il possibile e l’impossibile per condannare.

La cosa stupefacente è che il New York Times continua a fare affidamento su Amnesty International per informazioni sulle violazioni dei diritti umani in altri paesi, purché non siano Israele/Palestina.

Fino ad ora in questo mese i giornalisti del Times hanno citato Amnesty in tre diversi articoli, dopo aver fatto affidamento sulle notizie fornite dall’organizzazione sette volte a gennaio. I giornalisti del Times hanno citato Amnesty nove volte a dicembre. Ciò significa quasi una volta ogni tre giorni.

Thomas Friedman è un altro editorialista del Times, supposto esperto del Medio Oriente, che ha tenuto la bocca ben tappata sul verdetto di apartheid di Amnesty, ma il suo silenzio lascia meno sorpresi. Questo sito ha già notato come Friedman abbia l’abitudine di nascondersi quando le notizie da Israele/Palestina non sono buone.

La cancellazione delle notizie da parte del New York Times è ancora più importante di quanto non sarebbe stato un paio di decenni fa. All’epoca, un certo numero di giornali regionali statunitensi gestiva uffici esteri, che fornivano canali alternativi di informazione. Oggi la maggior parte di essi ha chiuso. La copertura televisiva delle notizie dall’estero, sia in rete che via cavo, è ridicolmente inadeguata o inesistente. (La National Public Radio, che vanta all’infinito la qualità dei suoi programmi di notizie, ha pubblicato un solo pezzo sull’apartheid di Israele sul suo sito web. Nelle trasmissioni radiotelevisive i suoi annunciatori non hanno detto una parola.)

Il Times stabilisce la programmazione, almeno negli Stati Uniti. Se il giornale avesse pubblicato anche un solo articolo di cronaca o di opinione, il rapporto di Amnesty non sarebbe stato oscurato.

A quanto pare un giornalista del Times ha cercato di accennare alle notizie di Amnesty. Patrick Kingsley, il capo dell’ufficio di Gerusalemme, ha fatto un valido rapporto sulla violenza dei “coloni” israeliani in Cisgiordania. Entrambi gli schieramenti gli richiedevano di includere anche resoconti di attacchi palestinesi ai coloni, ma infine ha aggiunto questa frase straordinaria:

I coloni beneficiano di un sistema legale a due livelli in cui i coloni che commettono violenza sono raramente puniti, mentre i sospetti palestinesi sono spesso arrestati e perseguiti dai tribunali militari.

Questo era il luogo ideale per presentare il rapporto di Amnesty. Quello che Kingsley ha descritto – “un sistema legale a due livelli” – è un esempio da manuale di “apartheid”. Ma non è venuto fuori nulla. Kingsley è come un membro dell’Unione degli scrittori sovietici dopo il mite disgelo dei primi anni ’60. Gli è permesso accennare alla verità, purché rimanga vago e indiretto.

Intanto possiamo simpatizzare con Bret Stephens. È seduto su uno dei filoni di notizie più preziosi al mondo, ma non può dire una parola sul suo argomento prediletto.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




I soldati israeliani uccidono 2 adolescenti palestinesi in 24 ore, 5 palestinesi in una settimana

Yumna Patel

15 febbraio 2022 – Mondoweiss

Martedì pomeriggio le forze israeliane hanno sparato e ucciso ad un adolescente palestinese nel villaggio occupato di Nabi Saleh, in Cisgiordania, portando a cinque il numero totale di palestinesi uccisi da Israele nell’ultima settimana.

Martedì pomeriggio i soldati israeliani hanno sparato e ucciso un adolescente palestinese nel villaggio occupato di Nabi Saleh, a nord di Ramallah, in Cisgiordania, portando a cinque il numero totale di palestinesi uccisi da Israele nell’ultima settimana.

Il giovane, identificato come Nihad Barghouti, residente nella città di Kufr Ein, sarebbe stato colpito all’addome durante gli scontri a Nabi Saleh tra l’esercito israeliano e dei palestinesi.Barghouti è il quinto palestinese, e il secondo adolescente, ucciso dalle forze israeliane in Cisgiordania nel corso di una settimana.

Secondo Defense for Children International – Palestina (DCIP) [organizzazione non governativa indipendente che sostiene e promuove i diritti dei minori, ndtr.] dei cecchini israeliani erano appostati intorno al villaggio. Quando un palestinese armato avrebbe sparato contro jeep militari israeliane, i soldati israeliani hanno aperto violentemente il fuoco verso l’area da cui provenivano i colpi.

Tuttavia, DCIP afferma che, dopo che gli scontri erano cessati, i soldati israeliani “all’improvviso e senza preavviso” hanno iniziato a sparare indiscriminatamente contro la folla di palestinesi ferendo decine di persone.

Tra i feriti, colpito ad un’occhio, c’era Abu Salah, mentre suo cugino è stato colpito alla mano nel tentativo di aiutarlo. DCIP afferma che i due sono stati colpiti da un cecchino posizionato a circa 250 metri (820 piedi) di distanza mentre scappavano.

Martedì 8 febbraio a Nablus, nel corso di un’incursione mirata, i soldati israeliani hanno sparato, uccidendoli, a tre palestinesi in quello che il Ministero della Salute palestinese ha condannato come un “assassinio”.

I tre palestinesi sono stati identificati come Adham Mabrouka, Ashraf Mubaslat e Mohammed al-Dakhil, tutti membri delle Brigate dei Martiri al-Aqsa [ala militante armata del partito al-Fath, ndtr.] di Fatah.

I militari israeliani, che viaggiavano sotto copertura su veicoli con targa palestinese, hanno circondato il veicolo dei tre uomini e hanno aperto il fuoco su di esso in pieno giorno, inondando l’auto di proiettili. Foto e video del veicolo lo mostrano crivellato da decine di fori di proiettile.

Il Ministero degli Affari Esteri palestinese ha condannato Israele per la sua atroce brutalità”, affermando in una nota: Questo crimine fa parte di una serie di criminali esecuzioni sul campo effettuate dalle forze di occupazione secondo le istruzioni e le direttive dei livelli politici e militari.”

Dall’inizio del 2022 i soldati e i coloni israeliani hanno ucciso 11 palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Sconfiggere la caccia alle streghe dell’IHRA: un’intervista all’attivista e docente palestinese Shahd Abusalama

Ramona Wadi

7 febbraio 2022 – Mondoweiss

Shahd Abusalama riflette sulla sua ingiusta sospensione dall’università Hallam di Sheffield dovuta a false accuse di antisemitismo e sulla mobilitazione popolare che ha contribuito alla sua riammissione.

L’università Hallam di Sheffield aveva sospeso Shahd Abusalama dal suo incarico di lettrice associata dopo che il mese scorso erano state lanciate contro di lei accuse anonime. L’iniziativa ha provocato un’ondata di appoggi all’accademica palestinese e ha acceso una discussione sul modo in cui governi ed istituzioni sono complici di Israele nell’adottare la definizione di antisemitismo [che negli esempi assimila antisionismo e critiche a Israele all’antisemitismo, ndtr.] dell’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto [ente intergovernativo cui aderiscono 34 Stati, ndtr.] (IHRA) allo scopo di reprimere le critiche a Israele e silenziare la narrazione palestinese.

Abusalama è stata sospesa in seguito ad una serie di tweet in cui esprimeva la propria opinione sull’uso da parte di uno studente del primo anno delle parole “Stop all’olocausto palestinese” in un manifesto del dicembre 2021. ‘Jewish News – UK’ [Il quotidiano gratuito filoisraeliano che si rivolge alla comunità ebraica della zona di Londra, ndtr.] ha riferito che l’università stava indagando sui tweet. Il 21 gennaio, mentre si preparava a tenere una lezione, ad Abusalama è stata notificata la sospensione e la sua lezione è stata annullata. La natura dell’accusa e l’identità di chi stava dietro la denuncia non sono trapelati.

Non è la prima volta che Abusalama, dottoranda ed attivista di Gaza trasferitasi nel Regno Unito nel 2014, è stata presa di mira dai propagandisti sionisti per le sue attività. Parlando a Mondoweiss, Abusalama sottolinea che il suo caso è stato paragonato a quelli di Jeremy Corbyn e David Miller, entrambi bersagli dei sionisti. “Ma occorre fare una distinzione. Sì, si è vittime della stessa caccia alle streghe, ma le conseguenze sono diverse perché viviamo in una società ineguale in cui alcune persone hanno maggiori privilegi di altre. Loro due sono bianchi, anziani ed hanno cittadinanza europea. Io non ho nessuna di queste caratteristiche, sapete. Io sono vulnerabile in così tanti modi che il fatto che la definizione dell’IHRA sia stata usata dall’università per la prima volta contro una palestinese dimostra come noi siamo i più vulnerabili a questa nefasta e subdola definizione.”

Abusalama descrive la campagna contro di lei come malvagia. “Ma mostra anche un modo di agire storicamente ricorrente di come i palestinesi vengono trattati come eccezione alla regola.” I palestinesi, dice, sono trattati come un’eccezione quando si tratta di diritti umani e autodeterminazione, e le azioni dell’università nei suoi confronti hanno ribadito la radicata politica israeliana di razzismo e colonialismo, che fondamentalmente assoggetta i palestinesi, le loro storie e le loro esperienze per mantenere i privilegi concessi ai colonizzatori.

Abusalama ha detto che durante un precedente incontro con il responsabile delle risorse umane dell’università le è stato espresso rammarico per la cattiva gestione della situazione e l’insensibilità verso il benessere degli studenti, le cui lezioni sono state bruscamente annullate. “Infatti non dimentichiamo che la mia sospensione ha implicato che le lezioni sarebbero state annullate fino a nuova comunicazione e quindi anche i miei studenti sono stati colpiti dal comportamento scorretto e dalla risposta da parte dell’università. Il fatto che riconoscano tutti gli errori commessi è un passo nella giusta direzione, ma l’indagine è ancora in corso, perciò tutto questo non è ancora finito. Essa si basa sulla definizione dell’IHRA e l’università ha parlato alla stampa sionista senza prima consultarmi. Si sono letteralmente arresi alla campagna di diffamazione condotta dai media sionisti, comunicando con loro riguardo al mio lavoro senza parlarmene prima e dicendo loro che la mia università stava indagando su di me, senza che io lo sapessi.”

L’immagine che Israele ha costruito nei decenni contando sull’appoggio colonialista si sta lentamente incrinando, grazie alla maggioranza, come Abusalama definisce i palestinesi e gli oppressi. “La pressione popolare funziona e se noi contrattacchiamo possiamo vincere”, sostiene Abusalama, “grazie a tutta questa ondata di sostegno arrivata da ogni parte del mondo – sostenitori di tutte le nazioni, di tutte le fedi, di tutte le razze in tutto il mondo – e questo sostegno è una carta fondamentale nella lotta per la Palestina. Dobbiamo ricordare che siamo la maggioranza e che abbiamo dalla nostra parte la giustizia, le risoluzioni dell’ONU, il diritto internazionale e tutte le convenzioni internazionali – anche la Corte Internazionale di Giustizia è dalla nostra parte. E lo sono persino le organizzazioni israeliane per i diritti umani.”

Certo, l’ondata di sostegno ad Abusalama sulle piattaforme social contrasta con l’attività della lobby sionista, che conta sulle campagne per intimidire e mettere a tacere. Usare come arma la definizione dell’IHRA, che è abbastanza ambigua da rispondere alla strategia politica suprematista israeliana, è una tattica che dovrebbe essere accuratamente analizzata.

Ci sono stati molti timori che la definizione dell’IHRA potesse essere usata per soffocare le critiche a Israele, in particolare prendendo di mira sia persone di nazionalità che sono direttamente coinvolte con le politiche israeliane, come ad esempio la popolazione palestinese o libanese, sia accademici i cui percorsi di ricerca includono analisi delle politiche israeliane. Altri, al di fuori dell’ambito universitario, si sono preoccupati che l’eliminazione delle critiche ad Israele possa condurre alla “censura e cancellazione dell’opposizione palestinese alla violenza che continua a espropriarli.” A questo punto risulta chiaro che, quando le università adottano la definizione dell’IHRA, ciò comporta una partecipazione diretta all’ostilità sionista nei confronti dei palestinesi e delle voci filopalestinesi. Inoltre essa disprezza la memoria collettiva dei palestinesi e l’esperienza vissuta della perdurante Nakba di Israele.

Se chiedete a qualcuno come me se Israele ha un comportamento razzista, è superfluo dire che lo è. Io sono una vittima della loro pulizia etnica. La mia famiglia è una vittima della loro pulizia etnica – 531 villaggi e città palestinesi completamente spopolati dalle loro popolazioni native e distrutti, cosa che è un atto di memoricidio che è denunciato da molte persone, persino da storici israeliani”, dice Abusalama. “Israele cerca disperatamente di arrogarsi il ruolo di vittima, ma solo per distogliere l’attenzione dalla reale vittima del suo crimine e questo è stato denunciato prima della creazione dello Stato.”

Abusalama sottolinea che all’interno del consiglio per le colonie del governo britannico vi erano degli ebrei che si sono schierati contro la costruzione del giudaismo come identità nazionale. “È stata una grande ingiustizia anche solo pensare di costruire uno Stato sionista in cui i palestinesi sarebbero stati del tutto trascurati e questo avvenne contemporaneamente alle promesse britanniche agli arabi sull’autodeterminazione della Palestina. Cosa che era l’orientamento della potenza mandataria in quell’epoca seguente alla prima guerra mondiale: sosteneva di voler condurre quella popolazione occupata all’indipendenza e all’autonomia. Ma, mentre la maggioranza delle comunità colonizzate nel mondo andava verso la decolonizzazione, i palestinesi rimasero bloccati sotto il colonialismo ed il potere coloniale passò dai britannici ad Israele. La Gran Bretagna lasciò la Palestina il 14 maggio 1948, dopo 30 anni di distruzione e colonialismo di insediamento. Trascorsero poche ore tra il ritiro britannico dalla Palestina e la dichiarazione dello Stato di Israele il 15 maggio 1948. Ciò avvenne sullo sfondo della pulizia etnica che schiacciò e distrusse la terra di Palestina ed il suo popolo. E questo processo continua tuttora a Sheikh Jarrah, a Gerusalemme, nella maggior parte dei quartieri di Gerusalemme, a Beita, Hebron e dovunque, anche nel nord della Palestina. Questo è chiarissimo nei rapporti di B’Tselem che condannano l’apartheid israeliano. Un regime di apartheid che si estende dal fiume Giordano al mar Mediterraneo.”

In un contesto di prove storiche della pulizia etnica di Israele e delle perduranti ripercussioni dell’ espansione delle sue colonie di insediamento, ora si criminalizza l’attivismo invece di richiamare Israele alle sue responsabilità in base al diritto internazionale.

Dice Abusalama: “Quando noi diciamo ‘Palestina libera dal fiume [Giordano] al mare [Mediterraneo]’ vogliamo dire che queste prassi oppressive dal fiume al mare e anche oltre, come evidenzia il mio caso, devono finire. Devono finire. Ma persino questo bello slogan di liberazione viene tacciato di antisemitismo. Persino ‘la solidarietà è un verbo’ [altro slogan del movimento filo-palestinese, ndtr.] in questa atmosfera è antisemitismo. È preoccupante e deve preoccupare le persone a cui importa qualcosa dell’umanità e dei diritti umani. Nessuno è al sicuro. Nessuno è al sicuro finché continua l’ingiustizia in tutto il mondo. Basta vedere come Israele usa il suo modello di oppressione contro i palestinesi e lo vende ad altri Stati oppressivi perché lo usino contro i diversi che non vogliono avere sul loro territorio.”

Abusalama è stata categorica nel non accettare alcuna inchiesta basata sulla definizione dell’IHRA. “Non accetterò di essere valutata sulla base di falsi presupposti e credo che questa indagine dovrebbe essere lasciata cadere. Si tratta di una motivazione intrinsecamente razzista e fuorviante, che viene imposta alle università da politici al governo qui nel regno Unito, tagliando loro i fondi se non adottano la definizione dell’IHRA. Gavin Williamson, Ministro dell’Istruzione del Regno Unito, ha imposto alle università la definizione dell’IHRA ed ha addirittura fissato una scadenza entro la quale la mancata adozione della definizione dell’IHRA comporterà la cancellazione dei finanziamenti. Questo è un vulnus all’autonomia universitaria che non può essere accettato, che tu sia palestinese o no. L’ingerenza del governo nelle attività universitarie dimostra quanto sia politico questo strumento della definizione dell’IHRA e quanto sia utile praticamente solo agli interessi britannici, israeliani ed imperialisti.”

Dopo la nostra conversazione Abusalama è stata reintegrata. Il 2 febbraio il sindacato dell’università e del college Hallam di Sheffield ha approvato una mozione che chiede all’università di chiedere pubblicamente scusa, di interrompere ogni indagine contro di lei che sia basata sulla definizione dell’IHRA e di stabilire una sospensione dell’utilizzo della definizione nelle azioni disciplinari dell’università.

Il giorno seguente Abusalama è stata informata dall’università che non verrà condotta alcuna ulteriore indagine. Ora è completamente scagionata dalle false accuse di antisemitismo sollevate contro di lei in base alla definizione dell’IHRA e le è stato offerto un contratto più stabile con l’università.

Ramona Wadi

Ramona Wadi è ricercatrice indipendente, giornalista freelance, critica letteraria e blogger. I suoi lavori si occupano di una serie di tematiche relative a Palestina, Cile e America Latina.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)