Zoom cancella la tavola rotonda con Leila Khaled per le proteste di gruppi pro-Israele

Michael Arria

  23 settembre 2020 – Mondoweiss

Zoom ha annunciato che oggi non avrebbe fornito il servizio alla San Francisco State University per impedire che il suo software venisse usato durante la tavola rotonda online con Leila Khaled. Gruppi pro-israeliani, tra cui uno parzialmente finanziato dal governo israeliano, si sono presi il merito della cancellazione.

Zoom ha annunciato che oggi [23 settembre] non avrebbe fornito il servizio alla San Francisco State University (SFSU), impedendo così l’uso del suo software durante la tavola rotonda online con Leila Khaled, militante nel Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e coinvolta in due dirottamenti aerei nel 1969 e 1970.

L’evento intitolato “Quali narrazioni? Genere, giustizia & resistenza”, doveva essere promosso dal Programma di etnie arabe e musulmane e studi delle diaspore dell’università e dal Dipartimento di studi delle donne e di genere. 

In una dichiarazione della piattaforma si legge: “Zoom è impegnato a sostenere il confronto aperto di idee e dibattiti, ma con le limitazioni contenute nelle nostre Condizioni Generali di Utilizzo, incluse quelle relative al rispetto da parte dell’utente delle leggi in vigore negli USA sul controllo delle esportazioni, sulle sanzioni e sull’anti-terrorismo. Alla luce della segnalata affiliazione o appartenenza dell’oratrice a un’organizzazione straniera che negli USA è definita terrorista e dell’impossibilità della SFSU di smentire questa informazione, abbiamo deciso che l’incontro contravvenisse alle Condizioni Generali di Utilizzo di Zoom e comunicato all’università che non poteva usare Zoom per questo specifico evento.”

Contro l’evento avevano protestato vari gruppi di destra pro-israeliani, incluso il Lawfare Project [ong americana che professa un impegno contro l’antisemitismo attraverso il finanziamento di azioni legali, ndtr.]. L’app ‘Act.IL’ che prende di mira il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) ed è in parte finanziata dal governo israeliano, si è presa il merito per aver contribuito a far cancellare l’evento. Michael Bueckert, dottorando in sociologia ed economia politica presso la Carleton University, che ha tracciato l’app online, ha fatto notare che i suoi utenti hanno mandato delle email al consiglio di facoltà dell’università per informarli che “fornendo sostegno a una terrorista avrebbero potuto violare la legge americana.”

Saree Makdisi, docente di inglese e letteratura comparata presso l’università della California, Los Angeles (UCLA), ha twittato: “Questo è ciò che succede quando subappaltiamo le nostre università a Zoom: loro decidono quali eventi sono accettabili e quali no. È uno scandalo.”

Questo è un pericoloso attacco alla libertà di parola e alla libertà accademica da parte di uno dei Big Tech: Zoom non può imporre il potere di veto sul contenuto di lezioni ed eventi pubblici nella nostra Nazione,” ha dichiarato Dima Khalidi, la direttrice di Legal Palestine: “La minaccia alla democrazia è aumentata dal fatto che la decisione di Zoom di reprimere la discussione sulla libertà palestinese arriva in risposta a una sistematica campagna di repressione guidata dal governo israeliano e dai suoi alleati.” 

Organizzatori e partecipanti legati all’evento hanno risposto alle critiche dal momento dell’annuncio dell’incontro. Dopo l’articolo di Lynn Mahoney, presidentessa della SFSU, in cui dichiara di accogliere la diversità, ma di condannare l’odio, Laura Whitehorn, ex prigioniera politica (e partecipante alla tavola rotonda), ha scritto una lettera a Mahoney a proposito del seminario online (webinar).

Leila Khaled è una leader del movimento per i diritti del popolo palestinese,” si legge nella lettera. “Ha combattuto in molti modi per il diritto al ritorno nella Palestina storica e avrebbe offerto lezioni e informazioni importanti sulla storia del coinvolgimento delle donne nel lavoro per i diritti del popolo palestinese sotto l’occupazione e in esilio. Penso che aver preso per buona la narrazione che la bolla come terrorista o odiatrice sia profondamente offensivo e in conflitto con ciò che credo un educatore debba dire, insegnare e promuovere.”

Chi si era registrato per l’evento ha ricevuto un’email dagli organizzatori dicendo che si aspettavano che l’università “avrebbe sostenuto la nostra libertà di parola e accademica e avrebbe fornito un’alternativa per tenere il seminario online su un’altra piattaforma.”

Aggiornamento: dalla pubblicazione di questo post, Facebook ha rimosso dal suo sito la pagina dell’evento e YouTube ha interrotto lo streaming a pochi minuti dall’inizio della conferenza.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




COVID-19 in Palestina: annessione nella Valle del Giordano

Yumna Patel

17 settembre 2020 – Mondoweiss

Se seguite le notizie su Israele e Palestina, avrete probabilmente sentito parlare della Valle del Giordano.

È l’area del territorio palestinese che si trova al confine tra la Giordania e la Cisgiordania occupata. È un’enorme superficie di terra, che si estende per oltre 100 chilometri e costituisce quasi un terzo dell’intera Cisgiordania.

È inoltre una delle principali aree di cui Israele ha previsto l’annessione – una politica che vedrebbe il governo israeliano imporre unilateralmente la sua sovranità su migliaia di ettari di terra palestinese occupata.

Si dà il caso che in base al diritto internazionale questa politica sia illegale e che sia stata ampiamente condannata dalla comunità internazionale.

Nell’ambito della serie di puntate sul COVID-19 in Palestina ci siamo recati nella Valle del Giordano per vedere com’è lì la vita per i palestinesi mentre combattono due battaglie: una contro il coronavirus e una contro l’annessione.

Mentre attraversiamo la Valle del Giordano è possibile notare decine di gruppi di piccoli villaggi e accampamenti.

Molti palestinesi qui sono in realtà beduini e comunità di pastori che dipendono per il loro stile di vita dall’agricoltura. Ma a causa dei piani di annessione di Israele sono minacciati di sfollamento forzato, minaccia che affermano si sia effettivamente accentuata durante il periodo della pandemia di coronavirus.

“La pandemia da coronavirus è ovunque nel mondo ma nelle aree palestinesi, in particolare nella Valle del Giordano abbiamo due pandemie: la pandemia dell’occupazione [israeliana] e poi il coronavirus”, dice a Mondoweiss Motaz Bisharat, un attivista palestinese che abita nel nord della Valle del Giordano.

In quest’area l’occupazione – afferma – è per noi persino peggiore della pandemia da coronavirus. Le forze di occupazione hanno approfittato della pandemia da coronavirus per impossessarsi di altre porzioni del territorio della Valle del Giordano”.

Secondo Bisharat durante l’epidemia da coronavirus Israele ha confiscato nella valle del Giordano settentrionale oltre 1800 ettari di terra di proprietà palestinese e l’ha posta sotto il controllo dello Stato.

Abdelrahim Abdallah, abitante di al-Hadidiya, un piccolo borgo nella valle del Giordano settentrionale, è uno delle centinaia di palestinesi della zona a cui nel corso della pandemia da coronavirus è stata confiscata la terra e che hanno subito la minaccia di demolizione delle loro case.

L’assistenza sanitaria è un diritto dell’uomo. Il governo israeliano dovrebbe avere un po’ di umanità a ragione di questa emergenza e della pandemia che ha attaccato il mondo intero”, afferma Abdallah a Mondoweiss dall’interno della sua casa – una piccola tenda di incerata appoggiata su una lastra di cemento.

“Invece hanno accentuato i loro attacchi e le pressioni su di noi: raid notturni, arresti, divieti di pascolo e attacchi ai terreni agricoli”, aggiunge Abdallah. “Questo è ciò che stanno facendo le forze di occupazione.”

Dall’inizio della pandemia Abdallah e suo figlio, insieme ad altri uomini del villaggio, sono stati arrestati in varie occasioni dalle forze israeliane.

Abdallah afferma che in una circostanza le forze israeliane lo hanno accusato di “aver rubato l’acqua” da una sorgente naturale posta nel territorio palestinese, ma sottratta dai coloni israeliani durante la pandemia.

All’una del mattino sono arrivati più di 100 soldati e ci siamo svegliati con loro in piedi davanti a noi”, afferma. “Ci hanno arrestati e ci hanno ammanettati, ci hanno coperto gli occhi e ci hanno portato in una base militare a pochi chilometri di distanza”.

“Ci hanno tenuti lì dall’una di notte alle nove – racconta Abdallah – senz’ acqua, senza liberarci le mani e senza nemmeno permetterci di usare il bagno”.

Oltre ad affrontare le aggressioni quotidiane da parte dei militari israeliani, le comunità palestinesi della Valle del Giordano vivono senza avere accesso ai beni di prima necessità come l’elettricità, l’acqua corrente e all’assistenza sanitaria.

L’ospedale o la clinica più vicini dove fare il test per COVID-19 si trova a circa 25 chilometri da al-Hadidiya e per arrivarci si impiegano 30 minuti in auto.

Anche se i residenti potessero avere la disponibilità di un veicolo privato dovrebbero percorrere strade non asfaltate e superare lungo il percorso una serie di posti di blocco e insediamenti militari israeliani.

“Per tutta la nostra esistenza non abbiamo certo avuto una vita decente perché l’occupazione ci ha negato tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vivere”, dice Abdallah.

“L’unica cosa che non possono negarci è l’aria che respiriamo. Se potessero negarcela, lo farebbero”.

Motaz Bisharat sottolinea il fatto che “la Quarta Convenzione di Ginevra prevede che lo Stato occupante si assuma la responsabilità dell’area occupata”.

“Dovrebbero fornire assistenza sanitaria, istruzione, acqua e tutto il resto“, afferma. “Ma ciononostante l’occupazione non offre assolutamente nulla”.

Ad agosto Israele ha raggiunto un accordo con gli Emirati Arabi Uniti, il che ha reso gli Emirati il terzo Paese arabo a normalizzare le relazioni con Israele.

Come parte dell’accordo gli Emirati Arabi Uniti hanno rivendicato la responsabilità di aver fermato l’annessione. Ma i palestinesi della Valle del Giordano affermano che nella realtà l’annessione è in corso da anni, specialmente durante la pandemia da coronavirus, ed è una politica che Israele probabilmente non smetterà mai di cercare di applicare.

“Il presupposto secondo cui gli Emirati Arabi Uniti avrebbero stipulato questo accordo con Israele per fermare l’annessione è una totale assurdità“, sostiene Bisharat. “Qualsiasi civile, qualsiasi leader, qualsiasi politico nel mondo che afferma che l’occupazione ha fermato l’annessione sta delirando“.

Le forze di occupazione hanno fatto l’opposto. Hanno accentuato gli attacchi e hanno scoperto che il coronavirus rappresenta la migliore occasione per portare a termine il loro piano di annessione sul campo”.

“Il nostro messaggio al mondo, alle persone libere del mondo, è di mettere il loro Paese al posto della Palestina”, dice Abdallah. “Accetteresti che i tuoi figli vivano come vivono i bambini palestinesi? Accetteresti di perdere i tuoi diritti come i palestinesi, che non hanno (più) diritti?”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’eminente astrofisico palestinese Imad Barghouthi condannato alla detenzione amministrativa da Israele

Scientists for Palestine  

8 settembre 2020 – Mondoweiss

” Ai sensi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani il ripetuto arresto di uno degli scienziati più attivi e importanti della Palestina è un attacco diretto ai diritti dei palestinesi “, afferma George Smith, premio Nobel per la chimica. “La violazione del diritto alla scienza in qualunque luogo è un attacco agli scienziati ovunque”.

Nota redazionale: la seguente dichiarazione è stata rilasciata il 4 settembre 2020 da Scientists for Palestine [organizzazione internazionale che promuove la scienza e l’integrazione dei palestinesi nella comunità scientifica internazionale, ndtr.]. Mondoweiss pubblica occasionalmente comunicati stampa e dichiarazioni di organizzazioni nel tentativo di attirare l’attenzione su questioni trascurate

Il 2 settembre il dottor Imad Barghouthi, professore di fisica presso l’Università Al-Quds in Palestina, è stato condannato a detenzione amministrativa fino al 15 novembre per ordine di un comandante militare israeliano in Cisgiordania, ordine che è arrivato appena poche ore prima del suo rilascio su cauzione.

Il prof. Barghouthi è stato arrestato una prima volta il 16 luglio a un check-point israeliano, poi trattenuto senza accuse per oltre due settimane e infine accusato per la sua attività su Facebook. Dopo che migliaia di studiosi in tutto il mondo hanno chiesto che il prof. Barghouthi venisse liberato dalla prigione, il suo avvocato ha richiesto con successo il rilascio su cauzione, che è stato concesso il 2 settembre dal giudice incaricato della sua causa. Dopo di che, contraddicendo la decisione del giudice, è stato emesso un ordine militare israeliano che conferma a tempo indeterminato la detenzione illegale del prof. Barghouthi.

La famiglia e i figli sentono la sua mancanza e sono in ansia per il suo rilascio. Il prolungamento della sua prigionia, col ricorso illegale alla detenzione amministrativa per impedire il rilascio su cauzione, “ […] viola i diritti dei miei studenti, la mia ricerca e le mie attività scientifiche”, scrive lo stesso prof. Barghouthi in una lettera dal carcere diffusa dall’organizzazione internazionale Scientists for Palestine.

“Il ripetuto arresto di uno degli scienziati più attivi e importanti della Palestina è un attacco diretto al diritto dei palestinesi alla scienza, tutelato dall’articolo 27 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, di cui Israele è firmatario, così come dall’articolo 15 della Convenzione internazionale ONU sui diritti economicisociali e culturali“, afferma George Smith, Premio Nobel per la Chimica nel 2018. “La violazione del diritto alla scienza in qualsiasi luogo è un attacco agli scienziati ovunque”.

Non è la prima volta che le forze militari israeliane arrestano il professor Barghouti, uno dei più eminenti scienziati palestinesi. Nel 2014 era stato sottoposto a detenzione amministrativa per due mesi e nel 2016 è stato nuovamente detenuto per sei mesi. In entrambi i casi il suo arresto ha scatenato una forte condanna da parte della comunità scientifica internazionale. E l’arresto del Prof. Barghouthi non è un evento isolato, ma fa parte di un modello più ampio di disturbo e repressione della cultura e della società civile palestinesi.

“In qualità di membro interessato della comunità scientifica internazionale, condanno con la massima fermezza la detenzione arbitraria e illegale del professor Imad Barghouthi”, ha dichiarato Franz Ulm, professore di ingegneria civile e ambientale al MIT. “Si tratta di un attacco insensato al prof. Barghouthi e alla sua famiglia, così come ai suoi studenti e alla comunità scientifica di tutto il mondo”.

La detenzione amministrativa, una procedura impiegata dalle autorità israeliane per incarcerare a tempo indeterminato senza processo e senza accuse e usata regolarmente contro i palestinesi, è stata condannata dalle Nazioni Unite ed è in aperta violazione dell’articolo 14 della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici. “È davvero spaventoso che le autorità israeliane possano perseguitare in modo così arbitrario un illustre collega palestinese, utilizzando pratiche riconosciute come illegali a livello internazionale. È necessaria una forte risposta da parte della comunità scientifica internazionale!” ha detto Mario Martone, fisico teorico e portavoce di Scientists for Palestine.

Per reagire alla detenzione del prof. Imad Barghouthi, Scientists for Palestine ha lanciato una petizione sostenuta da studiosi tra cui il linguista Noam Chomsky, il premio Nobel George Smith, il Field Medalist [Medaglia Field, premio assegnato ogni 4 anni al miglior matematico con meno di 40 anni, ndtr.] David Mumford e molti altri, invitando le persone a chiedere un trattamento giusto per il prof. Barghouthi firmando la petizione a questo link: https://actionnetwork.org/petitions/demand-an-end-to-the-harassment-of-palestinian-scientists-and-academics-and-an-immediate-release-of-prof -imad-barghouthi /

(traduzione dallinglese di Luciana Galliano)




Gaza entra nella seconda settimana di isolamento tra le difficoltà per il controllo dell’epidemia

DALLA REDAZIONE DI Mondoweiss

4 SETTEMBRE 2020 Mondoweiss

Gli ultimi dati:

32.817 palestinesi sono risultati positivi per COVID-19; 24.445 in Cisgiordania; 697 a Gaza; 7.675 a Gerusalemme Est; 192 morti

126.419 israeliani sono risultati positivi per COVID-19; 993 morti;

mercoledì Israele ha registrato il maggior numero di nuovi casi con 3.074 persone risultate positive

Per la seconda settimana di seguito la maggior parte della Striscia di Gaza resta sotto isolamento mentre le autorità sanitarie, nel tentativo di rallentare la diffusione del coronavirus, si affrettano ad incrementare rapidamente i test e impongono ai palestinesi di restare nelle loro case. La scorsa settimana l’intera Striscia di Gaza è stata isolata, quando sono stati scoperti i primi casi di trasmissione all’interno della comunità. Questa settimana gli isolamenti sono stati limitati a 19 focolai.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità nel suo ultimo rapporto sulla situazione ha fatto una descrizione del coprifuoco a più livelli di Gaza, riferendo che a nord non c’è “nessun movimento tranne che per motivi di emergenza fino a nuovo avviso”, e nel centro e nel sud le persone sono costrette nelle loro case durante la notte tra le 20:00 e le 8:00.

Allo stesso tempo i test, che erano circa 18.000 la scorsa settimana, sono aumentati nel corso della settimana successiva, quando l’OMS, in collaborazione con l’Agenzia austriaca per lo sviluppo, ha consegnato altri 50 kit di test, sufficienti per sottoporre a screening quasi 5.000 persone, e ulteriori 4.000 tamponi. Dal 24 agosto più di 7.000 persone sono state sottoposte al test e quasi 500 sono risultate positive.

Nello stesso momento in cui venivano emessi gli ordini di isolamento a Gaza è stato interrotto il servizio idrico, lasciando molti palestinesi in quarantena nelle loro case con circa quattro ore di elettricità al giorno e senza acqua dal rubinetto. Torniamo un po’ indietro per fare chiarezza:

In concomitanza con la pandemia c’è stata un’escalation tra Hamas e Israele che ha avuto poca copertura mediatica. I palestinesi di Gaza hanno rilasciato dei palloncini che trasportavano dispositivi incendiari e lanciato razzi su Israele, e Israele ha sferrato quasi ogni notte attacchi aerei contro Gaza. Nel contesto di queste ostilità Israele ha fermato il trasferimento di carburante, il che ha fatto interrompere il funzionamento dell’unica centrale elettrica di Gaza. Ciò ha di punto in bianco lasciato i palestinesi in una crisi energetica che poi è sfociata in una crisi idrica.

A Gaza il servizio idrico comunale dipende dal flusso costante di energia verso gli impianti di desalinizzazione al fine di depurare l’acqua che viene pompata da pozzi che attingono da una falda acquifera. L’intera operazione collassa se manca la corrente.

Per una famiglia l’interruzione si è rivelata fatale.

Omar al-Hazeen ha usato delle candele per illuminare la sua casa nel campo profughi di al-Nuseirat, nella parte centrale della striscia di Gaza. Mercoledì è scoppiato un incendio nella camera da letto condivisa da tre dei suoi figli che sono rimasti tragicamente uccisi nell’incendio.

Niente elettricità, niente acqua, l’isolamento priva i più poveri di Gaza del sostentamento essenziale

Tareq S. Hajjaj ha riportato sul nostro sito le conseguenze devastanti parlando con le famiglie del quartiere di Shujaiyeh, nel nord-est di Gaza.

Abbiamo sentito e visto i pericoli di questa pandemia, ma restare a casa costituisce un ulteriore pericolo mortale. Potremmo morire di fame, ha detto Baker Mousa, 52 anni, ad Hajjaj che lo ha intervistato davanti alla sua casa, dove il soggiorno è stato trasformato in un piccolo negozio di alimentari. “Giorni fa ho dovuto bussare alla porta del mio vicino per prendere dell’acqua.”

Hajjaj ha scoperto che a Shujaiyeh molte persone, essendo loro impedito di lasciare le loro case a causa delle misure di isolamento e restando bloccate in casa con i rubinetti asciutti, hanno dovuto fare la difficile scelta di acquistare l’acqua al posto del cibo.

Hajjaj racconta:

Majeda al-Zaalan, 49 anni, siede al tavolo della sua cucina con i suoi tre figli adolescenti e organizza le loro razioni per la giornata. Divide una singola porzione di pane e formaggio da condividere in quattro. Successivamente fa le razioni dell’acqua, dando a ciascuno tre litri al giorno per uso personale. Nel corso dell’ultima settimana ha fatto il bucato per la casa una volta e a ciascuno è stata concessa una doccia.

Afferma: “In questi tempi l’acqua è la cosa più preziosa e deve esserci in ogni casa ma sfortunatamente di solito non l’abbiamo per nulla”.

Al – Zaalan prosegue: ‘La famiglia viveva con una piccola entrata del mio figlio maggiore Ahmed, che vendeva boccette di profumo in una strada principale. Ma da lunedì nessuno di noi ha attraversato la porta per uscire”. Ora la sua unica fonte di reddito proviene da una sovvenzione dell’organizzazione benefica britannica Oxfam International che le fornisce la modesta cifra di 30 euro al mese.

“Ho solo la mia famiglia – prosegue – e non ho intenzione di perdere nessuno di loro.”

Cosa ha portato all’epidemia?

Il dottor Yasser Jamei, responsabile del Gaza Community Mental Health Program, il più grande istituto palestinese della Striscia di Gaza per la salute mentale, ha raccontato come i funzionari siano venuti a conoscenza della diffusione inosservata del coronavirus abbastanza per caso.

Jamei riporta una sinossi dal tracciamento dei contatti,

lunedì 24 agosto 2020 drammatiche notizie per la popolazione nella Striscia di Gaza. Quel giorno, l’ospedale Makassed di Gerusalemme ha informato le autorità sanitarie che una donna di Gaza che era presente all’ospedale è risultata positiva al COVID-19. La donna era lì per fare compagnia alla figlia malata che aveva ricevuto un permesso per uscire da Gaza per motivi umanitari. Erano arrivate a Gerusalemme sei giorni prima. Il ministero della salute di Gaza ha contattato la famiglia della donna che vive nel campo profughi di Maghazi, nella parte centrale della Striscia, e ha sottoposto al test i suoi familiari. Quattro di loro sono risultati positivi, di cui uno è proprietario di un supermercato. Un altro lavora in una scuola.

Poco prima di lasciare Gaza, la donna risultata positiva a Gerusalemme aveva partecipato a un matrimonio. Le grandi feste erano state vietate, ma poche settimane prima [della sua partenza, ndtr.] le autorità locali hanno adottato misure diverse al fine di allentare le restrizioni. Ciò era stato giustificato dal fatto che Gaza veniva considerata libera da COVID. Le moschee sono state riaperte. Sono state permesse le riunioni e nella prima settimana di agosto gli studenti sono rientrati a scuola”.

Subire la pandemia sotto l’occupazione

Per buona parte dell’estate abbiamo riferito dello sbalorditivo aumento del numero di nuovi casi giornalieri in Cisgiordania, dove si è verificata una seconda ondata più virulenta del coronavirus. L’OMS riferisce che, soltanto in agosto, il numero totale di coloro che sono risultati positivi in tutti i territori palestinesi occupati è raddoppiato da 15.201 a 31.929. La maggior parte dell’incremento interessa la Cisgiordania.

Questa settimana la corrispondente di Mondoweiss, Yumna Patel, ha pubblicato un secondo video della sua serie in cinque parti che racconta come i palestinesi stanno subendo la pandemia sotto l’occupazione. La sua ultima puntata ci porta al villaggio di al-Walaja, nei pressi di Betlemme, che si trova nell’Area C della Cisgiordania [area sotto esclusivo controllo israeliano, ndtr.], e osserva che “all’Autorità Nazionale Palestinese è stato qui impedito di portare aiuto con interventi di contenimento” e che il governo israeliano “non ha fornito nulla” ai palestinesi “in termini di test, trattamento o contenimento del coronavirus”.

Patel riferisce:

Immagina di essere lasciato a difenderti da solo contro il coronavirus mentre la tua casa è minacciata di demolizione e la tua famiglia vive sotto l’occupazione militare.

Questa è la realtà per i palestinesi che vivono nel villaggio di Al-Walaja, annidato tra le colline di Betlemme e Gerusalemme, nel sud della Cisgiordania occupata”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Negli USA un’associazione che ha contribuito a stilare leggi contro il BDS non ha dichiarato di aver ricevuto sovvenzioni da Israele…immaginate se la Russia avesse fatto qualcosa del genere.

Michael Arria

3 settembre 2020 – Mondoweiss

Ci sono state molte discussioni riguardo a governi stranieri che negli ultimi anni si sono intromessi nel nostro processo politico, ma alcune vicende sono di certo rimaste fuori dal discorso generale.

Un esempio emblematico è emerso questa settimana. The Forward [storico giornale della comunità ebraica USA, ndtr.] ha informato che lo scorso anno l’Israel Allies Foundation [Fondazione degli Alleati di Israele] (IAF) ha ricevuto una sovvenzione di più di 100.000 dollari [circa 85.000 €] dal governo israeliano. La IAF è un’organizzazione senza fini di lucro fondata nel 2007 per rafforzare la cooperazione tra forze filo-israeliane e governi in tutto il mondo. Nel 2014 l’associazione ha contribuito all’elaborazione della legge della Carolina del Sud contro il BDS, che vieta ad enti pubblici di firmare contratti con gruppi che boicottino Israele. L’IAF ha fatto pressioni su altri 25 Stati perché adottassero misure contro il BDS dopo che è stata approvata quella della Carolina del Sud.

L’IAF non ha dichiarato la sovvenzione (che probabilmente è illegale), ma non è sicuramente l’unica organizzazione del genere che riceve soldi da Israele. The Forward riferisce che dal 2018 11 gruppi filo-israeliani hanno ricevuto 6,6 milioni di dollari da quel governo. Ci sono regole pensate per cercare di evitare cose come il Foreign Agents Registration Act [egge per la registrazione di agenti stranieri] (FARA). Tuttavia Israele evidentemente utilizza società di facciata per aggirare questi fastidiosi dettagli. L’avvocato di Washington Amos Jones, che lavora su casi relativi al FARA, ha detto a The Forward: “Possono avere tutte le imprese fittizie che vogliono o comunque tu le voglia chiamare. Se si tratta di un’organizzazione o di un gruppo di persone stranieri, allora possono essere committenti stranieri, e dunque le persone che lavorino sotto la loro direzione all’interno degli Stati Uniti si devono registrare.”

Proviamo a fare un semplice esperimento mentale. Immaginate che un’associazione senza fini di lucro a favore della Russia accetti una sovvenzione dal governo di Putin, si schieri con dei politici USA e poi contribuisca a far approvare un certo numero di leggi che vietino, per esempio, di boicottare la vodka russa a favore dei diritti LGBTQ. Come reagirebbero i progressisti USA a un simile avvenimento? Quante ore di programmi dedicherebbe Rachel Maddow [nota conduttrice televisiva lesbica, ndtr.] a una storia simile?

Questo è ovviamente solo esempio del tutto inadeguato. Perché il confronto sia sensato, gli USA dovrebbero dare ogni anno 3,8 miliardi di dollari in aiuti militari alla Russia. La questione è già stata chiarita un sacco di volte, ma vale la pena di ripeterla in seguito a storie come questa: negli USA la gente può condannare le azioni di governi stranieri, ma non può in generale assumersene la responsabilità. Siamo tutti complici dell’apartheid israeliano.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il pestaggio israeliano di un anziano manifestante davanti a giornalisti provoca proteste a livello internazionale

Redazione di Mondoweiss

3 settembre 2020 – Mondoweiss

Un’altra atrocità israeliana nella Cisgiordania occupata sta provocando l’indignazione internazionale: il pestaggio di un manifestante disarmato di 65 anni che stava cercando di impedire ad Israele di costruire una zona industriale sulle terre di un villaggio palestinese. Martedì Khairy Hanoun è stato gettato a terra da un soldato israeliano e bloccato con un ginocchio protetto da una corazza sul collo, ripreso in un video e in immagini ampiamente circolati sulle reti sociali.

Ciò che stupisce è il fatto che i soldati lo abbiano fatto attorniati dalle telecamere della stampa ufficiale, evidentemente convinti della loro totale impunità. Le autorità israeliane hanno giustificato l’aggressione come risposta a disordini, ma hanno anche detto che se ne stanno occupando.

Al Jazeera ha paragonato l’episodio al soffocamento di George Floyd [afroamericano ucciso per soffocamento a maggio da un poliziotto con un ginocchio sul collo, ndtr.].

Hannoun ha detto che si trovava con decine di manifestanti nel villaggio di Shufa, nei pressi della città cisgiordana occupata di Tulkarem, che stavano protestando contro i progetti israeliani di confiscare circa 800 dunum (80 ettari) di terre per costruire una zona industriale.

Il video mostra Hannoun spingere un soldato israeliano dopo che questi aveva strappato una bandiera palestinese ad un altro manifestante, scatenando una colluttazione.

I soldati israeliani mi hanno colpito duramente e uno di loro ha premuto il ginocchio contro il mio collo per qualche minuto,” ha detto all’Associated Press. “Sono rimasto immobile per evitare una maggiore pressione sul mio collo, ma della gente mi ha tirato fuori.”

La BBC ha citato le autorità israeliane che hanno detto che i manifestanti hanno iniziato “violenti disordini” e i soldati non hanno fatto niente fuori dall’ordinario, ma il video è “parziale” e “tendenzioso”.

Alcuni anziani stavano dimostrando, convinti che i soldati non ci avrebbero attaccati, ma ci siamo sbagliati. Ci hanno aggrediti come teppisti,” avrebbe detto Hanoun secondo il giornale israeliano Haaretz. “Ho 60 anni, cosa posso fare a un soldato armato? Ma per l’ufficiale che era presente sono una minaccia, e dopo qualche minuto ha iniziato ad aggredirmi brutalmente.”

La natura iconica della protesta di Hanoun è stata rapidamente immortalata da un mezzo di comunicazione.

Halaby di IMEMC [International Middle East Media Center, rete informativa indipendente palestinese, ndtr.] ha twittato:

Nel volto di quell’uomo ho visto quello di mio nonno e mi ha fatto ribollire il sangue di rabbia!”

L’articolo di IMEMC sottolinea che questa è un’ulteriore appropriazione illegale di terra.

Martedì forze israeliane hanno attaccato palestinesi che protestavano contro il progetto israeliano di espropriare terra palestinese occupata nei pressi della città di Tulkarem, nella parte settentrionale della Cisgiordania.

(Un) corrispondente dell’agenzia di notizie palestinese WAFA [agenzia di stampa ufficiale dell’ANP, ndtr.] …ha affermato che le truppe israeliane hanno sparato lacrimogeni contro i dimostranti e aggredito fisicamente un anziano.

La manifestazione era organizzata per esprimere il rifiuto collettivo contro i piani israeliani di costruire un insediamento industriale illegale su terre palestinesi.”

Una sommossa violenta? Questa è una protesta con l’appoggio generalizzato di tutta la comunità palestinese: il governatore di Tulkarem, Issam Abu Bakr, ha partecipato alla protesta, affermando che il popolo continuerà a manifestare finché il progetto dell’insediamento verrà bloccato, aggiungendo che esso minaccia di tagliare fuori Tulkarem dal vicino governatorato di Qalqilia.

Questo ovviamente è il contesto qui, la confisca da parte di Israele di quanta più terra può avere con meno palestinesi possibile. E gli Stati Uniti non diranno assolutamente niente, in quanto i nostri politici acclamano la democrazia israeliana.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




A Gaza il sistema sanitario è a rischio mentre da una settimana continuano gli attacchi aerei israeliani

Yumna Patel

21 agosto 2020- Mondoweiss

È già successo tante di quelle volte,” ha detto a Mondoweiss il giornalista palestinese Omar Ghraieb, 33 anni, “ma adesso con una pandemia globale e l’intero mondo che sta andando a pezzi, senza elettricità né acqua è più dura.”

Israele bombarda Gaza ininterrottamente da otto giorni (dal 13 agosto, ndtr.), secondo Israele come parte della risposta al lancio di palloni incendiari da Gaza sul territorio israeliano. 

Ogni notte, da oltre una settimana, il cielo notturno di Gaza si accende di rosso e arancione, giovedì è stata l’ottava notte consecutiva di raid aerei israeliani. 

Nonostante si parli di tentativi da parte di alcuni funzionari egiziani di mediare un cessate il fuoco, non sembra che le tensioni ai confini finiranno tanto presto, stando alla dichiarazione rilasciata dal movimento Hamas secondo cui “non esiterà a combattere” le forze israeliane, “se continuano l’escalation, i bombardamenti e l’assedio (di Gaza).”

L’esercito israeliano sostiene che i bombardamenti sono diretti su avamposti che appartengono all’ala militare di Hamas che, secondo Israele, è responsabile dei “lanci di palloni esplosivi e incendiari dalla Striscia di Gaza verso Israele”.

I media locali palestinesi nell’ultima settimana hanno riportato vari episodi in cui i bombardamenti israeliani hanno causato danni a strutture residenziali e non legate ad Hamas e che, in alcuni casi, hanno ferito dei civili. 

All’inizio di questa settimana, Wafa, l’agenzia stampa (palestinese), ha sostenuto che in seguito a un attacco aereo su Bureij, il campo profughi situato nella zona centrale della Striscia di Gaza, una bambina di 3 anni, un ragazzo di 11 e una donna sono stati ricoverati in ospedale dopo essere stati gravemente feriti. Sono anche stati riportati “danni seri” a case nella zona. 

Un’altra donna è stata ricoverata in seguito un attacco aereo separato contro la cittadina di Beit Hanoun, nel nord di Gaza. 

Domenica i media palestinesi hanno riferito che un palestinese di 35 anni è stato gravemente ferito a causa dello scoppio di un ordigno israeliano inesploso nei dintorni di al-Zaytoun, nel sud della Striscia. 

Ci siamo passati migliaia di volte,” dice a Mondoweiss Omar Ghraieb, 33 anni,

riferendosi a bombardamenti e attacchi israeliani contro Gaza, che nel passato sono andati avanti ogni volta per settimane. 

Ma adesso con una pandemia globale e l’intero mondo che sta andando a pezzi, è più dura senza elettricità né acqua,” afferma. 

Ghraieb sottolinea che, sebbene gli abitanti di Gaza siano “abituati a cose terribili e traumi,” situazioni come queste “non miglioreranno mai.” 

È semplicemente troppo .”

Interruzioni di corrente elettrica mentre salgono i casi di COVID-19

I recenti bombardamenti arrivano in un momento difficile per i 2 milioni di abitanti di Gaza che soffrono per i problemi quotidiani con acqua, elettricità, crescita della disoccupazione e, più recentemente, a causa della pandemia da coronavirus. 

Anche se Gaza ha avuto successo nel mantenere il tasso di contagi da coronavirus straordinariamente basso, rispetto a Cisgiordania e Gerusalemme Est occupate, il ministero della Salute ha riportato ora nove nuovi casi, arrivando mercoledì a un totale di 18. 

Oltre alla costante minaccia del COVID-19, all’inizio di questa settimana l’unica centrale elettrica di Gaza ha chiuso e interrotto le attività a causa del blocco israeliano di importazioni di gasolio nel territorio.

Il divieto è una punizione di Israele, anche in risposta ai palloncini incendiari che sono stati la ragione dell’ultima serie di attacchi aerei. 

Da anni gli abitanti subiscono interruzioni di corrente e ore di blackout, ma adesso dicono che le cose sono più difficili per via del COVID-19. 

Abbiamo subito interruzioni giornaliere di elettricità per oltre dieci anni,” dice Ghraieb. “[Ma] in estate, con una pandemia globale e gli attacchi israeliani, è più difficile restare in contatto con il mondo e condividere l’inferno in cui stiamo vivendo senza luce o Internet.”

Uno si sente isolato e condannato a vivere in un inferno in fiamme,” dice. 

Martedì il CIRC [Comitato internazionale della Croce Rossa, ndtr.] ha espresso preoccupazione per la carenza di energia elettrica a Gaza, segnalando che i recenti blackout potrebbero colpire in maniera sproporzionata il già fatiscente settore sanitario, dato che le otto ore di elettricità al giorno sono state ridotte ad appena tre o quattro.

Quando gli abbiamo chiesto che messaggio avesse per la comunità internazionale circa i recenti attacchi, Ghraieb ha detto a Mondoweiss di “non avere un messaggio per un mondo che ci ha delusi per decenni e che ci vede vittime di violenze, occupazione, apartheid e pulizia etnica da parte degli israeliani. Al mondo non importa niente di noi e io non imploro giustizia,” afferma Ghraieb. “Ma prima o poi giustizia sarà fatta.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Thomas Friedman si sbaglia di nuovo – questa volta sull’accordo tra Emirati Arabi Uniti e Israele

James North

14 agosto 2020 – MondoWeiss

Thomas Friedman [commentatore e autore politico americano, tre volte vincitore del Premio Pulitzer ed editorialista settimanale del New York Times, ndtr.] sbaglia sempre sul Medio Oriente, e ha di nuovo sbagliato. Il suo articolo sul New York Times di sabato, “Un terremoto geopolitico ha appena colpito il Medio Oriente”, interpreta male l’accordo Israele-Emirati Arabi Uniti – e mostra ancora una volta come Friedman abbia avuto paura di prendere posizione sulla prevista annessione da parte di Israele del 30 % della Cisgiordania palestinese.

Friedman l’ha presa al contrario. L’accordo, che si limita a ratificare la cooperazione già esistente tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele, non è un “terremoto” – ma, almeno per ora, ha ridotto le occasioni di disordini in Palestina ed evitato un’enorme crisi del sostegno statunitense a Israele, in particolare all’interno della comunità ebraica. Lo stesso Friedman riconosce che:Se Israele avesse annesso parte della Cisgiordania, avrebbe diviso ogni sinagoga e comunità ebraica in America in annessionisti intransigenti contro anti-annessionisti progressisti.

Oggi riconosce che l’annessione costituirebbe “un disastro incombente” per “la comunità ebraica americana”.

Fermiamoci un attimo e consideriamo il patetico primato di Friedman nelle ultime settimane. È il giornalista di affari esteri più influente al mondo, venerato specialmente in molte delle case ebraiche statunitensi. Si è fatto un nome coprendo dal 1980 il Medio Oriente. Ma non ha pubblicato una sola parola contro l’annessione di Israele fino a ieri, quando gli Emirati Arabi Uniti e Donald Trump lo hanno spiazzato. Friedman è un codardo intellettuale. Si è comportato esattamente come l’organizzazione di punta della lobby israeliana americana, l’AIPAC, che allo stesso modo non ha dichiarato alcun allarme per l’annessione, ma è subito intervenuta nel sostenere l’accordo Emirati Arabi Uniti-Israele.

Larticolo di Friedman include ulteriori prove della sua negligenza giornalistica. Dopo aver sottolineato che la proposta di annessione è “un piano molto pro-Israele” – punto di vista su cui aveva sinora mantenuto il silenzio – ha aggiunto: “(Mi chiedo se l’ambasciatore di Trump in Israele, David Friedman, un estremista pro-colonie, abbia incoraggiato Bibi [Netanyahu] a pensare che avrebbe potuto farla franca.)”

Friedman “si chiede”? Il punto centrale dell’essere un giornalista influente è poter raggiungere al telefono chiunque si voglia. Ieri non ha avuto problemi ad ottenere immediatamente una risposta di prima mano da Itamar Rabinovich, ex ambasciatore israeliano, e da Ari Shavit, lo scrittore.

Non ha Friedman sicuramente qualche fonte in Israele che avrebbe potuto fornire dettagli eloquenti sull’ “estremismo pro-colonie” dell’ambasciatore statunitense Friedman? Il quotidiano israeliano Haaretz copre Friedman continuamente.

Thomas Friedman ha commesso in passato errori peggiori sul Medio Oriente. Ha appoggiato con entusiasmo l’invasione dell’Iraq del 2003 e, a differenza di molti appassionati sostenitori dellepoca non ha mai ammesso di essersi sbagliato o detto di essere dispiaciuto. “Lo rifarei”, ha detto. Ha parlato enfaticamente del sovrano de facto dell’Arabia Saudita, il principe ereditario Mohammed, e ha fatto un po’ marcia indietro solo dopo che il principe ereditario ha ordinato il terribile omicidio del giornalista dissidente saudita Jamal Khashoggi.

Ma ci sono segnali incoraggianti del fatto che l’influenza di Friedman stia progressivamente diminuendo. I commenti dei lettori all’editoriale di oggi, ad esempio, sono fortemente critici. La migliore risposta a Friedman da un lettore, “Russell in Oakland”, andava direttamente al punto: Insomma Israele ha annunciato il suo piano per commettere un crimine, l’annessione dei territori della Cisgiordania, e poi accetta di firmare la “pace” con un paese con cui, per quanto ne so, non era in guerra in cambio di non commettere quel crimine. Per ora.

La tragedia è che Friedman continua ad occupare spazi giornalistici che potrebbero essere occupati da qualcuno intelligente che non ha paura di scrivere quello che pensa.

(traduzione dall’ inglese di Luciana Galliano)




Corte Suprema: Le carceri non sono autorizzate ad applicare il distanziamento sociale

Yumna Patel

24 luglio 2020 – Mondoweiss

Adalah boccia la decisione: “I prigionieri palestinesi non hanno il diritto alla protezione del distanziamento sociale contro il COVID-19”.

La Corte Suprema israeliana ha respinto una petizione che chiedeva che il Servizio Carcerario Israeliano (IPS) applicasse gli ordini di distanziamento sociale nel carcere di Gilboa, in seguito alla propagazione del coronavirus in quella prigione.

Adalah, Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba, ha inoltrato la petizione per conto delle famiglie di due prigionieri palestinesi detenuti nel carcere, che attualmente conta 30 agenti carcerari e 7 prigionieri contagiati da COVID-19, e 489 agenti e 58 prigionieri sottoposti a quarantena.

Adalah ha bocciato la decisione della Corte, che sostanzialmente ha sentenziato che “i prigionieri palestinesi non hanno diritto alla protezione del distanziamento sociale contro il COVID-19.”

Secondo l’associazione, la Corte ha accettato la versione dello Stato, che sostiene che i prigionieri palestinesi “non sono diversi dai membri di una famiglia o dai coinquilini che vivono nella stessa casa.”

Questo punto di vista, ha dichiarato Adalah, “ignora completamente il fatto che i prigionieri sono sotto costrizione e le autorità israeliane sono responsabili della loro salute e delle condizioni della loro detenzione.”

In un comunicato l’avvocatessa di Adalah Myssana Morany ha affermato: “La Corte Suprema israeliana ha scelto di accettare la finzione propostale dalle autorità israeliane secondo cui le politiche di distanziamento sociale relative al COVID-19 – essenziali per chiunque altro – non sono importanti per i “prigionieri per ragioni di sicurezza” palestinesi che (Israele) detiene dietro le sbarre”.

Morany ha espresso preoccupazione riguardo al precedente che questa sentenza creerebbe, dicendo che “essa mette a rischio la vita e la salute dei palestinesi detenuti da Israele e costituisce una minaccia per l’intera società.”

È uno schiaffo in faccia agli operatori sanitari e per i diritti umani di tutto il mondo che hanno perorato il distanziamento sociale all’interno delle carceri, e lascia i palestinesi detenuti da Israele esposti al virus senza possibilità di proteggersi”, ha detto.

La prigione di Gilboa è una delle decine di carceri e centri di detenzione che in cui sono rinchiuse migliaia di prigionieri politici palestinesi. In maggio vi erano 4.236 prigionieri palestinesi detenuti in queste strutture.

Inoltre Adalah afferma che l’IPS continua ad ignorare una precedente sentenza della Corte Suprema che stabilisce che le strutture carcerarie israeliane devono garantire uno spazio vitale di almeno 4,5 metri quadrati.

Nel carcere di Gilboa ogni cella misura circa 22 metri quadri e ospita almeno sei prigionieri, che condividono una toilette e un bagno.

Associazioni per i diritti come Adalah hanno sostenuto che le condizioni delle prigioni israeliane rendono impossibile conformarsi alle linee guida di distanziamento sociale, esponendo la salute e la sicurezza dei prigionieri ad un rischio crescente di contagio.

Nonostante il COVID-19, Israele ha continuato a condurre operazioni di perquisizioni ed arresti nei territori occupati, imprigionando negli ultimi mesi centinaia di palestinesi.

Yumna Patel è la corrispondente per la Palestina di Mondoweiss

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




La vendetta contro i palestinesi è giustificabile, afferma un giudice israeliano nell’assolvere i due agenti di sicurezza che hanno assalito un uomo innocente

Jonathan Ofir

21 luglio 2020 – Mondoweiss

Ieri un incredibile verdetto è stato pronunciato dal tribunale distrettuale di Beersheba in Israele.

Due agenti di sicurezza israeliani sono stati assolti in una causa relativa al linciaggio di Haftom Zarhum, un rifugiato eritreo, nonostante fossero stati ripresi mentre lo picchiavano e lo colpivano ripetutamente alla testa con una panca. Il giudice ha addotto il “ragionevole dubbio”.

Il linciaggio dell’ottobre 2015 da parte di una folla assetata di sangue è stato parte di una serie di episodi di “errore di identificazione” in Israele. In effetti in precedenza si era verificato un attacco terroristico alla stazione centrale degli autobus di Beersheba; un uomo non identificato di un villaggio beduino del Negev aveva aperto il fuoco, uccidendo un soldato e ferendo altre 11 persone.

Zarhum passava di lì ed è stato scambiato da un agente di sicurezza per l’assalitore perché aveva la pelle scura. Un portavoce della polizia ha dichiarato dopo l’accaduto: “Non è chiaro se [Zarhum] sia coinvolto nell’episodio o se gli abbiano sparato a causa del suo aspetto esteriore”.

Gli hanno sparato 8 colpi. Sebbene Zarhum fosse stato reso inoffensivo, la folla ha continuato a picchiarlo duramente, gridando “Terrorista!”, “Uccidetelo!”, “Rompetegli la testa, figlio di puttana!”. I due ufficiali si trovavano tra la folla. Il Times of Israel osserva:

L’accusa afferma che nelle fasi successive all’assalto [il soldato Yaakov] Shimba ha sferrato con forza un calcio a Zarhum alla testa e alla parte superiore del corpo. Pare che [l’ufficiale dei servizi penitenziali Ronen] Cohen gli abbia scagliato addosso una panca, e dopo che un altro uomo l’ha rimossa, l’avrebbe riafferrata per scagliarla nuovamente sull’uomo inerte.”

L’accusa afferma che, sebbene Zarhum risultasse tra i feriti più gravi nei tafferugl, sia stato condotto in ospedale solo dopo che tutti gli altri feriti erano stati evacuati (secondo Haaretz).

Gli autori del linciaggio hanno esultato per l’assassinio in diretta televisiva, quando ancora credevano che Zarhum fosse quello che aveva sparato.

È importante evidenziare che l’autopsia ha concluso che Zarhum è morto a causa delle ferite da arma da fuoco, non delle percosse, ma che le percosse erano gravi. L’accusa ha affermato che “gli imputati hanno commesso gravi atti di violenza nei confronti del defunto cittadino Haftom Zarhum, a cui avevano già sparato, che era ferito e perdeva molto sangue, per motivi di vendetta e al fine di scaricare la propria rabbia e non, come gli imputati hanno dichiarato, per auto-difesa”.

In origine in questo processo erano sotto accusa quattro persone, tra cui due civili. I civili nel 2018 hanno sottoscritto un patteggiamento che ha declassato l’accusa da “procurate lesioni con grave dolo” (che comporta un potenziale carcere di 20 anni) ad “abuso su incapace”. Uno di loro è stato condannato a quattro mesi di prigione e l’altro ha ricevuto 100 giorni di servizio comunitario e otto mesi di libertà vigilata e gli è stato ordinato di pagare un risarcimento di 2000 shekel [circa 470 euro] alla famiglia di Zarhum.

Ma gli agenti di sicurezza non hanno richiesto un patteggiamento, si sono dichiarati non colpevoli e hanno ottenuto l’assoluzione dal giudice.

Il giudice Aharon Mishnayot ha una lunga esperienza come consulente legale e giudice militare (dal 1990, giudice dal 1998), e ha trascorso l’ultima fase della sua carriera militare dal 2007 al 2013 come primo giudice dei tribunali militari nella Cisgiordania occupata.

Il giudice ha dichiarato che, dopo aver visto le prove era “certo che gli imputati fossero convinti che il defunto fosse uno dei tanti terroristi”, che gli attacchi (soprattutto da parte di lupi solitari) all’epoca avevano “creato tra la gente un’atmosfera di paura e panico” e che non poteva “ignorare il collegamento di quanto accaduto ai frequenti eventi terroristici succedutisi in quei giorni nello Stato prima del fatto in questione e le implicazioni che tutto ciò poteva avere sullo stato di sensibilità delle persone coinvolte”.

Ma gli imputati non stavano rispondendo a una minaccia alla sicurezza in quanto tale. Stavano agendo per vendetta. Il giudice suggerisce quindi che la mera vendetta nei confronti degli attacchi palestinesi sia una circostanza attenuante.

Di fronte all’affermazione dell’accusa secondo cui gli imputati erano in grado di distinguere tra “neutralizzare un terrorista, o tale in apparenza, e aggredire una persona innocente”, il giudice ha aggiunto di avere “paura che tale valutazione sia giusta nel contesto di una condizione utopica, in cui si possa facilmente distinguere tra bene e male e tra amico e nemico, ma sia in contrasto con la realtà effettiva e con il mondo reale e non rifletta correttamente le complesse circostanze della difficile situazione in cui sfortunatamente le persone nella stazione centrale, compresi gli imputati, si sono trovate la sera dell’assalto.

Quindi gli autori del linciaggio, e in particolare gli agenti di sicurezza, sarebbero semplicemente stati, secondo il giudice, essi stessi delle vittime, vittime di una “sfortunata circostanza”.

Ma che dire di Zarhum? Non è stato forse lui la vittima e in maniera più agghiacciante di questa “sfortunata congiuntura”? E gli autori del linciaggio non sono stati particolarmente determinanti perché questa congiuntura letale si verificasse? Dopotutto era solo un passante, ucciso per il colore della sua pelle.

E cosa accadrebbe se dei palestinesi, ad esempio, si comportassero come hanno fatto gli imputati?

Alma Bilbash [esponente dell’organizzazione Human Rights Defenders Fund, ndtr.] ha citato un caso paragonabile sulla sua pagina Facebook: nel 2005 un soldato israeliano, Eden Nathan Zada, ha aperto il fuoco su un autobus nel villaggio palestinese-israeliano di Shefa-Amr, uccidendo quattro [viaggiatori] e ferendone dodici. Dopo essere stato catturato e ammanettato, è stato picchiato a morte dalla folla. Quindi qui abbiamo a che fare con un vero e proprio attacco terroristico, con conseguente linciaggio del terrorista.

Mettiamo da parte la struttura asimmetrica del potere dei palestinesi in Israele nel confronto con lo Stato ebraico. Alla fine, sei palestinesi con cittadinanza israeliana sono stati condannati, quattro per tentato omicidio colposo, due per percosse aggravate. Tre di loro sono stati condannati a due anni di prigione, gli altri a 20, 18 e 11 mesi di prigione.

Orly Noy [redattrice di Local Call, sito israeliano di notizie politiche, e attivista dell’Ong B’Tselem, ndtr.] cita nel suo post di Facebook un altro parallelo, il caso del 2015 di Shlomo Haim Pinto, un ebreo israeliano che, in seguito ad una “chiamata spirituale” ha preso la decisione di pugnalare un palestinese in un supermercato, ma ha scambiato Uri Razkan, ebreo mizrahi [cioè originario di un Paese arabo o musulmano, ndtr,], per un palestinese, lo ha pugnalato e gli ha causato ferite leggere. Pinto è stato condannato a 11 mesi di carcere.

Noy chiarisce che Pinto è andato in prigione solo perché la sua vittima era ebrea. Se Razkan non fosse stato ebreo, è possibile presumere che il giudice Mishnayot del caso Zarhum avrebbe assolto Pinto a causa di “ragionevoli dubbi”. Lei riassume così la “piramide della razza dominante”:

Se sei un uomo dalla pelle scura, ti trovi, per definizione, in un gruppo a rischio. Il colore della tua pelle ti segnala come bersaglio. Se sei ebreo e il tuo assassino è in uniforme, otterrai una copertura mediatica, ma dimenticati la giustizia o una condanna. Se non sei ebreo e il tuo assassino indossa l’uniforme, ringrazia se non verrai dichiarato terrorista post mortem. Se sei ebreo e il tuo aggressore non è un ebreo in uniforme, c’è la possibilità che paghi per le sue azioni. Se non sei ebreo e il tuo assalitore è un ebreo non in uniforme, la tua famiglia otterrà 2000 shekel [505 euro, ndtr.] per il tuo funerale. Se sei palestinese, indipendentemente dal fatto che il tuo assassino indossi l’uniforme o meno, stai sicuro che verrai dichiarato terrorista dopo la tua morte”.

Nel commentare il verdetto di ieri, l’avvocato di Ronen Cohen, Zion Amir, ha affermato che Cohen è un eroe:

Non c’è dubbio che questo è un grande giorno per un ufficiale che ha agito eroicamente durante l’accaduto, e invece di un premio ha ottenuto un atto d’accusa. Sono contento che il tribunale lo abbia assolto dopo una battaglia legale di quasi cinque anni “.

Cohen non sarebbe l’unico eroe nell’uccisione di Hafton Zarhum. Il soldato e compagno imputato Yaakov Shimba, secondo il generale israeliano (riservista) Gershon Hacohen, avrebbe meritato per il suo comportamento una medaglia d’onore. Hacohen ha testimoniato nel processo due anni fa e pur ammettendo di non aver nemmeno letto le accuse ha affermato che processare il soldato fosse “immorale” e che il soldato fosse “degno di rispetto” poiché “non ha sparato un proiettile”. (nemmeno l’assassino di George Floyd, Derek Chauvin, osserva Edith Breslauer su Facebook.)

Un altro generale che ha testimoniato nel 2018, Dan Biton, ha affermato che il soldato avrebbe agito “con calma” anche quando ha maledetto Zarhum.

“Proveniva dalla Golani (brigata di fanteria), quindi non ho bisogno di aggiungere altro. Se fosse appartenuto all’Armeria non sarebbe stato così. È la calma (nel maledire) che è tipica di quelli della Golani. Chi proviene dalla Golani maledice istintivamente. Alla fine, dopo aver verificato lo svolgersi dettagliato dei fatti, ha agito con calma”.

Immaginate come sarebbe andata se Shimba avesse avuto una brutta giornata. Per il generale Biton è stata una buona giornata, dopo tutto.

Non c’è alcun dubbio che Haftom Zarhum sia stato linciato. Non vi è certamente alcun dubbio che i due imputati abbiano svolto un ruolo decisivo nel suo linciaggio. Ma poiché sospettavano che Zarhum fosse un terrorista, sebbene non lo avessero visto ammazzare neanche una mosca né rappresentare alcun tipo di pericolo per loro, in realtà era innocuo, la loro sanguinaria vendetta era “ragionevole”. Ecco cos’è il “ragionevole dubbio”, nella neolingua israeliana.

Un particolare ringraziamento a Ofer Neiman [impegnato attivista israeliano a favore dei diritti civili dei palestinesi, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)