Israele progetta di espellere con la forza migliaia di palestinesi per far spazio a una colonia che dividerà a metà la Cisgiordania

Zena al-Tahhan

22 settembre 2025 Mondoweiss

Il progetto di insediamento E1 comporterà la pulizia etnica di migliaia di comunità palestinesi residenti nell’area, dividendo al contempo la Cisgiordania in due. I membri delle comunità prese di mira affermano che Israele vuole spingerli nelle città e rubare la loro terra

Mentre diverse nazioni occidentali annunciano il riconoscimento di uno Stato palestinese in occasione dell’imminente voto dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla questione, Israele sta accelerando le sue misure di annessione illegale della Cisgiordania occupata per rendere impossibile la creazione di uno Stato palestinese.

Arroccato lungo antiche rotte commerciali che collegano la Gerusalemme urbana al deserto di Gerico, il piccolo villaggio beduino di Jabal al-Baba è una delle decine di comunità palestinesi che rischiano l’imminente trasferimento forzato da parte dell’occupazione israeliana.

Il progetto di espellere queste comunità palestinesi è il fulcro del piano israeliano per rilanciare il piano di insediamento E1, che ha ricevuto per decenni reazioni negative a livello internazionale a causa delle sue vaste implicazioni.

L’area che Israele vuole riempire di coloni illegali e interdire ai palestinesi è un tratto di terra strategico che costituisce uno dei pochi collegamenti rimasti tra la Cisgiordania settentrionale e quella meridionale e uno degli ultimi punti di contiguità tra Gerusalemme occupata e il territorio.

Una volta attuato, il piano taglierebbe a metà la Cisgiordania occupata e consoliderebbe ulteriormente Gerusalemme in mani israeliane.

“Questo seppellirà l’idea di uno Stato palestinese”, ha dichiarato con orgoglio il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich a metà agosto, quando il piano E1 è stato di nuovo riproposto. Il 14 agosto il ministro, che sovrintende alla demolizione delle case palestinesi e all’espansione degli insediamenti illegali, ha annunciato l’approvazione di migliaia di nuovi appartamenti nella zona per i coloni illegali.

Jabal al-Baba ospita circa 450 residenti che furono espulsi dalle loro terre ancestrali nel deserto del Naqab (Negev) durante la Nakba del 1948, la violenta pulizia etnica della Palestina da parte delle milizie sioniste.

Attratti dal paesaggio semiarido e vasto che riecheggiava il territorio familiare del Naqab, gli esuli si rinsediarono sulle pendici orientali di Gerusalemme, ideali per il loro stile di vita beduino – lo stesso da generazioni.

Ora, 77 anni dopo, rischiano di nuovo l’espulsione.

“Stiamo parlando dell’occupazione di 12.000 dunam di terra (12 chilometri quadrati)”, ha dichiarato a Mondoweiss Atallah Mazaar’a, portavoce di Jabal al-Baba. “Circa 22 villaggi beduini palestinesi, che ospitano almeno 7.000 residenti, sarebbero evacuati”.

“C’è un attacco a tutto il territorio palestinese da nord a sud, e in particolare ai beduini che vivono in aree aperte e remote”, ha continuato Mazaar’a. “L’attuale occupazione di terra palestinese è massiccia”.

I beduini palestinesi che vivono nell’area destinata a E1 vengono progressivamente espulsi, mentre le autorità israeliane demoliscono le loro case, li sfrattano dai terreni e installano coloni israeliani al loro posto. “E1 è il progetto più aggressivo per i palestinesi di Gerusalemme”, ha affermato Mazaar’a. “Israele sa quanto sia importante. Ecco perché sta correndo per attuare il piano dell’insediamento di colonie”.

Nonostante l’imminente deportazione, Mazaar’a afferma che il villaggio rimarrà saldo. “Preferiremo morire da persone dignitose sulle nostre terre piuttosto che consegnarle a coloni e occupanti”, ha affermato.

“Una deportazione dopo l’altra”

Tra il 12 e il 15 agosto le forze di occupazione israeliane hanno emesso circa 40 ordini di demolizione di abitazioni a Jabal al-Baba e in altri due villaggi beduini nelle vicinanze, concedendo 60 giorni di tempo per presentare ricorso.

Ma non sono le prime ingiunzioni. Il progetto israeliano di colonie E1 è in cantiere dall’inizio degli anni ’90, proposto per la prima volta dall’ex primo ministro Yitzhak Rabin. Il piano prevede la costruzione di migliaia di alloggi e unità commerciali per i coloni illegali, creando un’area edificata continua tra l’insediamento di Ma’ale Adumim dove vivono circa 70.000 israeliani e Gerusalemme.

Dal 2009 l’occupazione israeliana ha demolito in decine di comunità nell’area E1 più di 500 case palestinesi e altre strutture vitali, comprese quasi 200 finanziate da donatori internazionali come l’Unione Europea. Almeno 900 persone sono state sfollate con la forza.

Solo nel 2025 l’esercito ha già demolito almeno nove case e oltre 50 stalle per animali.

“Si tratta di una deportazione continua”, ha detto a Mondoweiss Bassam Bahar, capo del comitato per la protezione delle terre di Gerusalemme Est. “Queste famiglie sono qui dagli anni ’50 e vivono su terreni privati ​​palestinesi con il consenso dei proprietari”.

“Le autorità di occupazione israeliane vogliono trasferire questi residenti nei centri abitati di Abu Dis e forse anche a Gerico per creare una nuova realtà demografica [israeliana] nelle zone orientali di Gerusalemme, l’unica area rimasta ai palestinesi di Gerusalemme per espandersi”, ha continuato.

“L’obiettivo di tutti questi progetti è giudaizzare Gerusalemme e creare una cintura di insediamenti attorno a Gerusalemme per circondarla da tutti i lati, sia a nord che a sud e a est”, ha spiegato Bahar. “Hanno occupato tutte le aree a sud verso Betlemme, e a nord verso Ramallah. Oggi, l’unica area in cui potremmo estenderci ulteriormente è quella a est, verso Gerico”.

Ma’ale Adumim fu costruita nel 1975 su terreni palestinesi sottratti principalmente alle città e ai villaggi di al-Aizariya, Abu Dis, al-Issawiyya e Anata. Queste aree costituivano storicamente la periferia orientale di Gerusalemme, situate a pochi chilometri dal centro città.

Dopo l’occupazione di Gerusalemme Est e dell’intera Cisgiordania nel 1967, Israele ha ridisegnato i confini municipali di Gerusalemme escludendo quelle città e ponendole sotto controllo militare come parte della Cisgiordania occupata. Di conseguenza centinaia di migliaia di palestinesi hanno improvvisamente avuto bisogno di permessi per accedere alla propria città. Nel 2002 Israele ha rafforzato questa separazione costruendo il suo muro illegale alto otto metri attorno a queste aree, isolandole – insieme alle vicine comunità beduine – da Gerusalemme a ovest.

Il piano E1 peggiorerà ulteriormente le condizioni dei palestinesi. In primo luogo, Israele prevede di costruire il muro attorno a queste aree ad est, circondandole completamente. Non saranno solo tagliate fuori da Gerusalemme ma anche dalla Cisgiordania, trasformate così in una prigione a cielo aperto.

In secondo luogo Israele ha recentemente approvato la costruzione di una serie di strade e tunnel sotterranei – ingannevolmente definiti da Israele “Fabric of Life” o “Sovereignty Road” – che correranno sotto il cuore dell’area E1.

Questo escluderà il traffico palestinese dalle principali autostrade che attraversano l’E1 in superficie, oltre alla storica strada per Gerico sulla Route 1 utilizzata poi solo dai coloni illegali. Jabal al-Baba non sarà solo isolata da Gerusalemme ma anche dalla città più vicina di al-Aizariya.

“La strada alternativa che vogliono costruire per i palestinesi non è adatta al passaggio delle persone. Più di un milione di palestinesi che viaggiano tra il centro e il sud la dovranno usare. Costituirà un pericolo per la vita dei residenti”, ha affermato Mazaar’a di Jabal al-Baba. 

Sgombrare le terre”

Questi sviluppi si inseriscono nell’ambito dell’annessione sempre più pervasiva da parte di Israele delle aree orientali di Gerusalemme così come dell’intera Cisgiordania occupata, nel tentativo di impedire la creazione di qualsiasi tipo di Stato palestinese. I residenti che vivono in aree aperte vengono trasferiti con la forza – un crimine di guerra ai sensi del diritto internazionale – mentre l’esercito israeliano consolida l’occupazione della maggiore parte di terra palestinese possibile.

Le autorità israeliane hanno compiuto atti di annessione nella Cisgiordania occupata per oltre cinquant’anni. Ma dal genocidio di Gaza l’appropriazione di terre palestinesi e la costruzione di colonie illegali hanno raggiunto livelli record. Il governo israeliano finanzia direttamente i coloni con milioni di dollari e li arma per cacciare i palestinesi dalle loro terre.

I funzionari non operano più in segreto. In una sessione della Knesset a luglio i parlamentari israeliani hanno votato a larga maggioranza a favore per imporre l’annessione alla Cisgiordania occupata.

Il 3 settembre il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, responsabile anche della demolizione delle case palestinesi e della costruzione di colonie illegali, ha presentato una proposta di mappa in base alla quale l’82% della Cisgiordania occupata diventa parte di Israele. Tre milioni e mezzo di palestinesi sarebbero stipati nei centri urbani in appena il 18% della Cisgiordania occupata.

“Il massimo della terra con un minimo di popolazione”, ha detto Smotrich.

E con i recenti appelli di diversi paesi occidentali alla creazione di uno Stato palestinese, l’obiettivo e l’intento dell’annessione sono diventati uno dei fini più urgenti per Israele, con politici di ogni genere che chiedono alla propria leadership di agire in tal senso.

“Vogliono spingere le persone che vivono in aree remote e nei villaggi verso le città per assediarli”, ha detto Bahar. “Si tratta di sgombrare la terra dei suoi residenti”.

Mazaar’a ha affermato che i residenti sono ben consapevoli che questa è una politica ben radicata. “Israele paga i coloni per razziare i nostri villaggi. Vengono e si spogliano nel centro delle nostre comunità per indurci ad andarcene”, ha detto.

“Anche se il mondo intero ci abbandonasse, noi palestinesi continueremo a portare avanti la nostra causa”, ha aggiunto.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il Qatar confuta l’affermazione di Trump secondo cui gli Stati Uniti avrebbero avvertito il Paese degli attacchi israeliani

Michael Arria

9 Settembre 2025 – MONDOWEISS

In risposta all’attacco israeliano al Qatar, che ha preso di mira alti funzionari di Hamas nel Paese, l’amministrazione Trump ha dichiarato di “provare un profondo dispiacere”. Il governo degli Stati Uniti ha affermato di aver informato il Qatar dell’imminente attacco, affermazione che il Qatar nega.

Il Qatar confuta l’affermazione dell’amministrazione Trump secondo cui gli Stati Uniti avrebbero avvertito il Paese prima che Israele bombardasse i negoziatori del cessate il fuoco di Hamas a Doha.

Si ritiene che l’attacco abbia preso di mira il capo negoziatore Khalil al-Hayya. Suheil al-Hindi, membro dell’ufficio politico di Hamas, ha dichiarato ad Al Jazeera che al-Hayya era sopravvissuto al “vile tentativo di assassinio”. L’emittente ha riferito che cinque “membri di rango inferiore sono rimasti uccisi” nell’esplosione.

“L’amministrazione Trump è stata informata dall’esercito statunitense che Israele stava attaccando Hamas, che sfortunatamente si trovava in una zona di Doha, la capitale del Qatar”, ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt durante un briefing martedì. Leavitt ha affermato che il presidente Trump considera il Qatar un “amico” e “si sente molto a disagio” per l’attacco.

“Bombardare unilateralmente all’interno del Qatar, una nazione sovrana e stretto alleato degli Stati Uniti che sta lavorando duramente e correndo coraggiosamente rischi con noi per mediare la pace, non promuove gli obiettivi di Israele o dell’America”, ha dichiarato Leavitt ai giornalisti. “Tuttavia, eliminare Hamas, che ha tratto profitto dalla miseria di chi vive a Gaza, è un obiettivo meritevole”.

In un post sui social media, il portavoce del Ministero degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari, ha confutato le affermazioni di Leavitt.

“Le dichiarazioni rilasciate secondo cui il Qatar sarebbe stato informato in anticipo dell’attacco sono infondate”, ha scritto. “La chiamata di un funzionario statunitense è arrivata mentre si sentivano le esplosioni causate dall’attacco israeliano a Doha”.

Le dichiarazioni pubbliche dell’amministrazione Trump sull’attentato sembrano anche contraddire le dichiarazioni di alti funzionari israeliani, i quali affermano che gli Stati Uniti hanno dato il via libera all’attacco.

Un giorno prima dell’attacco Trump ha minacciato Hamas in un post su Truth Social [la piattaforma di Donald Trump, ndt.]. “Gli israeliani hanno accettato le mie Condizioni. È ora che anche Hamas le accetti”, ha scritto. “Ho avvertito Hamas delle conseguenze del rifiuto. Questo è il mio ultimo avvertimento, non ce ne sarà un altro!”

Diversi membri del Congresso degli Stati Uniti hanno celebrato l’attacco di Israele ai negoziatori del cessate il fuoco.

“A coloro che hanno pianificato e applaudito l’attacco del 7 ottobre contro Israele, il più grande alleato degli Stati Uniti nella regione: questo è il vostro destino”, ha scritto il senatore Lindsey Graham (repubblicano del Sud Carolina).

“Israele sta eliminando i leader di un’organizzazione terroristica”, ha affermato il senatore Eric Schmitt (repubblicano del Missouri). “Hanno il diritto di farlo”.

Il senatore John Fetterman (democratico della Pennsylvania) in risposta al bombardamento ha pubblicato una GIF di Winnie the Pooh che balla.

Il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer (democratico di New York) ha dichiarato di essere “preoccupato” per l’attacco e di aver richiesto un briefing riservato sulla questione, ma pochi politici hanno criticato l’attacco fino a questo momento.

Un’eccezione è stata il deputato Ro Khanna (democratico della Carolina). “Non vedo come questo possa contribuire al rilascio degli ostaggi o alla fine della guerra”, ha dichiarato in un’intervista.

L’ultima escalation di Israele è stata condannata dall’intera comunità internazionale.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres l’ha definita una “flagrante violazione della sovranità e dell’integrità territoriale del Qatar”.

“Gli attacchi israeliani di oggi contro il Qatar sono inaccettabili, qualunque ne sia la ragione”, ha twittato il presidente francese Emmanuel Macron. “Esprimo la mia solidarietà al Qatar e al suo emiro, lo sceicco Tamim Al Thani. In nessun caso la guerra dovrebbe estendersi a tutta la regione”. Il Primo Ministro italiano Giorgia Meloni ha espresso il suo “sincero sostegno all’emiro Tamim bin Hamad Al Thani e al Qatar, ribadendo il sostegno dell’Italia a tutti gli sforzi per porre fine alla guerra a Gaza”.

Una dichiarazione dell’ufficio del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che l’operazione israeliana è stata “totalmente indipendente”.

“Israele l’ha avviata, Israele l’ha condotta e Israele si assume la piena responsabilità”, recita la dichiarazione.

(traduzione dell’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Come Israele sta “gestendo” la carestia a Gaza attraverso i commercianti locali

Tareq S. Hajjaj  

2 settembre 2025 – Mondoweiss

Israele sta “gestendo” la carestia a Gaza prendendo di mira l’invio di aiuti mentre consente ad alcuni beni di arrivare sui mercati locali solo se i commercianti pagano all’esercito una tassa esorbitante. Il sistema raggiunge due obiettivi: progettare la carestia e creare caos

Dal 27 maggio l’esercito israeliano ha consentito l’ingresso a Gaza di un numero limitato di camion con aiuti. Alcuni di essi sono del World Food Program [Programma alimentare mondiale] (WFP) dell’Onu ed entrano attraverso i valichi di Zikim a nord e di Karam Abu Salem a sud. La maggioranza di essi è stata saccheggiata, mentre altri sono stati attaccati da palestinesi affamati. In molti casi l’esercito israeliano ha aperto il fuoco contro la folla e anche i camion. Ma ci sono stati alcuni convogli che sono entrati senza incidenti, godendo di una scorta armata fino all’arrivo a destinazione. Questi camion sono proprietà di commercianti privati della Striscia.

Secondo l’ufficio stampa del governo di Gaza dal 27 maggio dal valico di Zikim sono entrati solo 941 camion di aiuti, mentre sono stati lasciati entrare 287 camion privati di commercianti palestinesi.

In entrambi i casi viene consentito l’ingresso a una goccia nell’oceano delle attuali necessità giornaliere di Gaza e della sua popolazione di 2.4 milioni, tra cui 1.2 milioni di minorenni,” dice a Mondoweiss Ismail Thawabta, direttore dell’ufficio stampa del governo di Gaza.

Ma mentre la maggioranza dei 941 camion è stata saccheggiata attraverso il sistema della cosiddetta “auto-distribuzione”, i camion privati non vengono attaccati perché, secondo un commerciante che parla a Mondoweiss in forma anonima, i negozianti pagano consistenti “tasse di ingresso” all’esercito israeliano per un valore di centinaia di migliaia di shekel [1 shekel = 0,26 €]. La fonte ha aggiunto che i commercianti destinano anche fondi considerevoli per assoldare scorte armate private.

Secondo Ismail Thawabta i rivenditori fanno entrare i camion attraverso mediatori che si accordano con le autorità israeliane.

Questi mediatori operano come collegamento logistico, afferma Thawabta, con permessi limitati forniti a poche decine di camion al giorno. Tuttavia questi non rappresentano un vero flusso di prodotti sui mercati della Striscia di Gaza in quanto sono sottoposti a regole strettamente controllate riguardo al tipo e alla quantità di beni. “Invece di porvi fine, questo è lo schema di gestione della carestia da parte dell’occupazione,” spiega Thawabta.

All’inizio della guerra la polizia di Gaza hanno tentato di proteggere i convogli con gli aiuti, ma Israele l’ha sistematicamente presa di mira come parte della sua politica di smantellamento del sistema di governo civile locale di Hamas, comprese le forze di polizia e gli impiegati del ministero dell’Interno di Gaza.

L’esercito israeliano ha ucciso finora più di 780 persone del sistema di sicurezza del governo,” dice Thawabta a Mondoweiss.

Progettazione della carestia”

Un commerciante di Gaza che preferisce rimanere anonimo dice a Mondoweiss che le somme che i rivenditori privati pagano per far arrivare i camion dipendono dall’esercito israeliano, che decide anche quali prodotti lasciare entrare, spesso bloccandone alcuni.

Il commerciante spiega che ogni spedizione dei camion costa 100.000 shekel (circa 25.000 €) che lui paga all’esercito israeliano come “tassa di ingresso”.

Appena i camion arrivano a Gaza i mercanti pagano altri 100.000 shekel a società di vigilanza per garantire che i camion raggiungano i negozi dei rivenditori,” afferma il commerciante.

Aggiunge che il coordinamento per la sicurezza di questo traffico avviene direttamente tra i rivenditori e le compagnie di sicurezza private senza alcun coinvolgimento del governo civile. Nota che i camion che l’esercito israeliano sospetta siano protetti da personale del governo civile di Hamas sono presi di mira prima che raggiungano i negozi, e questo porta i commercianti a far ricorso in primo luogo a queste imprese di sicurezza. Pertanto per la protezione dei loro camion i mercanti preferiscono basarsi su compagnie private invece che sulla polizia.

Chi deve sopportare il peso di tutti questi pagamenti è il consumatore attraverso gli altissimi prezzi dei beni,” ammette il commerciante. “A causa della scarsità di cibo la quantità disponibile si vende a prezzi alti.”

Sono stati fatti entrare persino alcuni prodotti elettronici, afferma il mercante, e il loro prezzo è astronomico. “Un telefonino può raggiungere i 20.000 shekel (circa 5.000 €),” spiega.

Muhammad Abdul Salam, un impiegato della sicurezza di al-Ikhlas Security [con sede a Dubai, ndt.], una compagnia da poco attiva a Gaza, dice a Mondoweiss che la sua impresa non scorta alcun camion di aiuti gratuiti che entrano e si incarica solo di proteggere i convogli dei commercianti.

Abdul Salam afferma che i negozianti informano la società di vigilanza dei tempi di ingresso dei loro camion, spesso nel nord della Striscia attraverso il valico di Zikim, dopodiché vengono inviati da 10 a 15 uomini per scortare il convoglio.

La forza di sicurezza conta oltre 600 dipendenti armati,” afferma, chiarendo che il personale della sicurezza spesso è dotato di pistole o kalashnikov.

Abdul Salam sostiene che loro non hanno ordine di attaccare o uccidere nessuno, ma che la loro unica missione è proteggere i camion, anche se ciò significa rischiare la propria vita. “Siamo consapevoli che l’esercito israeliano potrebbe prenderci di mira, ma finora nessuno dei nostri membri o di quelli delle altre compagnie di sicurezza private è stato colpito,” dice.

Ismail Thawabta descrive questa politica selettiva di consentire il passaggio di prodotti dei commercianti venduti a prezzi esorbitanti, impedendo nel contempo l’ingresso di aiuti gratuiti, come una politica sistematica di “progettazione della carestia”.

L’occupazione sta ottenendo un duplice risultato,” spiega Thawabta. “Privare la popolazione degli aiuti gratuiti di cui ha bisogno e creare caos nella distribuzione di alimenti.”

Ciò rende difficile che il cibo arrivi alle persone che ne hanno bisogno e quello che riesce ad arrivare sul mercato rimane inaccessibile a causa del prezzo. “Questo accentua la crisi e trasforma la fame in uno strumento di punizione collettiva,” aggiunge Thawabta.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




In Israele, “animali in forma umana“ possono essere uccisi

Tamir Sorek

31 Agosto 2025 – MONDOWEISS

Ricerche dimostrano con coerenza che gli ebrei israeliani considerano i palestinesi meno che umani. Questo razzismo radicato affonda le sue radici nel progetto coloniale sionista e contribuisce a spiegare l’ampio sostegno al genocidio di Gaza.

Nel mezzo dei combattimenti nella Striscia di Gaza, due psicologi della politica di prestigiose università americane hanno condotto un sondaggio tra 521 israeliani. Agli intervistati è stato presentato uno scenario ipotetico: un soldato israeliano ferito giace in un’area controllata dalle forze palestinesi. Agli intervistati è stato detto che per salvarlo sarebbe necessario bombardare un quartiere civile palestinese. Quanti civili palestinesi sarebbe giustificato uccidere per questo scopo? Gli ingenui ricercatori hanno proposto una scala tra 0 e 1.000, sperando di osservare un’ampia gamma di risposte. In pratica circa la metà degli intervistati ha selezionato il numero massimo: 1.000. Sebbene il campione non fosse stato concepito per essere rappresentativo, le inclinazioni politiche degli intervistati erano solo leggermente più a destra rispetto a quelle riportate in un sondaggio condotto tre mesi dopo dall’Israel Democracy Institute. Inoltre anche tra coloro che si identificavano come di sinistra o tendenzialmente di sinistra circa un quarto ha scelto il numero massimo.

Alcuni potrebbero credere a qualcosa del tipo “dopo lo shock della crudeltà di Hamas del 7 ottobre, gli israeliani hanno perso la capacità di provare empatia verso i palestinesi”. Se non fosse stato per quel massacro, potrebbero dire, i numeri sarebbero stati diversi. Ma Emile Bruneau e Nour Kteily, due psicologi della politica, hanno condotto questo sondaggio all’inizio di agosto 2014. Casualmente, è stato condotto la stessa settimana in cui Israele ha massacrato centinaia di civili palestinesi a Rafah (un incidente noto come “Venerdì Nero”), un episodio che ha dato concretezza allo scenario del sondaggio. L’esercito israeliano è l’esercito del popolo e si è comportato in linea con l’opinione pubblica. Il Procuratore Capo Militare si è astenuto dall’avviare un’indagine penale. In ogni caso la sequenza degli eventi mostra chiaramente che il 7 ottobre non è la ragione della svalutazione della vita palestinese agli occhi degli israeliani.

Altri potrebbero dire che in una situazione di conflitto violento e prolungato è naturale che si sviluppi odio tra le parti in conflitto e che la vita del nemico perda valore. Dopotutto, il principio secondo cui “la carità inizia a casa propria” è un sentimento umano comune. Questa affermazione è valida, ma insufficiente. Solo poche settimane dopo quell’indagine i ricercatori ne hanno condotta un’altra, questa volta tra 354 palestinesi della Cisgiordania rappresentanti una gamma di opinioni politiche. Ai partecipanti palestinesi è stato presentato uno scenario in cui assistevano a due auto che precipitavano in un burrone: una con a bordo quattro bambini coloni israeliani e l’altra un uomo palestinese. Avevano solo il tempo di fermare una delle auto. I ricercatori hanno chiesto: in che misura (su una scala da 0 a 100) è moralmente giusto salvare i bambini israeliani al posto del Palestinese? Circa la metà degli intervistati ha affermato, con oltre il 50% di certezza, che salvare i bambini israeliani sarebbe stata la cosa giusta da fare. Un intervistato su sei era sicuro al 100% che questa fosse la scelta moralmente corretta. È importante notare che questo sondaggio è stato condotto poco dopo quello che all’epoca era stato l’attacco più mortale a Gaza, che aveva ucciso più di 550 bambini palestinesi: 15 volte di più del numero di bambini israeliani uccisi il 7 ottobre. In altre parole, almeno nel 2014, il sanguinoso conflitto e l’elevato numero di vittime non hanno spinto l’intera opinione pubblica palestinese a una mentalità vendicativa e spietata

Inoltre a entrambi i gruppi è stata mostrata la cosiddetta scala “Ascesa dell’Uomo”. Sul lato destro appare un essere umano moderno mentre sul lato sinistro una figura simile a un Neanderthal che cammina a quattro zampe. Agli intervistati è stato chiesto di valutare sé stessi e i membri della nazionalità rivale su una scala da 0 (umano simile a una scimmia) a 100 (umano completamente evoluto). Il divario tra l’autovalutazione e la valutazione dell’altro è considerato dagli psicologi della politica una misura della disumanizzazione. I risultati hanno mostrato che la disumanizzazione israeliana dei palestinesi era di sei punti superiore rispetto quella dei palestinesi nei confronti degli israeliani. In effetti la misura della disumanizzazione dei palestinesi da parte degli israeliani era la più alta ottenuta mediante questo strumento fino a quel momento (studi simili erano stati precedentemente condotti in Ungheria, Stati Uniti e Inghilterra).

L’immagine dei palestinesi come creature scimmiesche ha echeggiato in modo agghiacciante negli ultimi due anni. “Animali in forma umana [hayot adam in ebraico]!! Cancellate Gaza dalla faccia della terra!!” “Animali in forma umana, dal bambino all’anziano, distruggete tutta Gaza”. Frasi come queste sono apparse con innumerevoli varianti sui social media nei giorni successivi al 7 ottobre, pubblicate da israeliani comuni. Molti hanno fatto eco alla dichiarazione dell’allora Ministro della Difesa che esprimeva un’idea simile. Richiedere l’annientamento di milioni di persone presuppone l’allontanamento delle vittime dalla famiglia umana, annullando così le relative norme sociali che considerano immorale l’uccisione di civili e in particolare di bambini.

Gli ebrei non sono intrinsecamente più o meno crudeli dei membri di altri gruppi. Ma in Israele gli ebrei vivono in un contesto politico coloniale che richiede una disumanizzazione sempre crescente e una continua svalutazione della vita palestinese. La necessità di giustificare l’espropriazione in corso dal 1948, il regime di supremazia ebraica e la mortale repressione della resistenza che ne è seguita impongono agli israeliani di sminuire l’umanità dei palestinesi. A tal fine, nell’ebraico contemporaneo è stato sviluppato un vocabolo specifico: il “mehabel” (tradotto liberamente come “terrorista”, ma usato quasi esclusivamente per i palestinesi) – una persona senza storia e senza personalità, la cui “hisul” (eliminazione) è permessa e persino auspicabile, e chiunque entri nelle “shithei hashmada” (“zone di sterminio”) verrà “neutralizzato”.

Pertanto sin dalla fondazione dello Stato di Israele è stato raro che un ebreo israeliano venisse punito adeguatamente per aver ucciso un arabo. La disumanizzazione ha permesso l’uccisione di migliaia di palestinesi che hanno cercato di tornare nelle loro terre nei primi anni dello Stato, senza procedure legali né processo. Tutti i condannati per il massacro di Kafr Qasim del 1956 [49 contadini palestinesi vennero uccisi al ritorno dai campi benché non fossero stati avvertiti che il coprifuoco era stato anticipato, ndt.]  sono tornati a casa in meno di tre anni e alcuni di loro sono stati ricompensati con impieghi pubblici. I responsabili dei massacri di Khan Younis e Rafah [almeno 386 fucilati durante la guerra del 1956 con l’Egitto, ndt.], avvenuti nelle settimane successive non sono stati mai processati, così come coloro che qualche anno prima hanno perpetrato il massacro di Qibya [69 civili uccisi in un’azione di rappresaglia nel 1953, ndt.]. Un filo diretto collega questi massacri alla grazia concessa ai membri del movimento ebraico clandestino negli anni ’80, alla condanna assurdamente lieve del soldato Elor Azaria che nel 2016 ha ferito e ucciso un palestinese davanti alle telecamere e alla recente licenza di fatto di uccidere concessa ai coloni in Cisgiordania. La clemenza legale ha creato un mondo normativo in cui le vite dei palestinesi non vengono considerate.

Gli attuali giorni di orrore con le immagini di bambini affamati nel ghetto di Gaza e il tardivo risveglio persino di quel poco che resta del sionismo di sinistra a dare un nome al crimine – genocidio – affondano le radici in decenni di disumanizzazione e di permessi di versare sangue che ci hanno portato a questo punto.

Come sarebbero state distribuite le risposte se lo studio del 2014 avesse proposto un tetto massimo più alto di 1.000 vittime palestinesi? Un altro zero? Altri due? O forse un noto numero di sette cifre [si riferisce ovviamente ai 6.000.000 di vittime della Shoah, n.d.t.]? La diffusa indifferenza verso il genocidio che Israele sta commettendo ci offre un indizio.

Una precedente versione di questo articolo è stata pubblicata in ebraico da Siha Mekomit.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




L’esercito israeliano ferisce 24 palestinesi durante il più grave attacco a Ramallah degli ultimi anni

Qassam Muaddi

26 agosto 2025 Mondoweiss

L’esercito israeliano ha effettuato una delle più massicce incursioni degli ultimi anni nel centro della città di Ramallah, sparando ai civili con gas lacrimogeni, granate stordenti e vere munizioni

Martedì le forze israeliane hanno ferito 24 palestinesi, tra cui un bambino di 12 anni e un anziano di 71, nel più grande raid degli ultimi anni sulla città di Ramallah. Intorno alle 12:00 ora locale, veicoli blindati israeliani sono entrati nel centro della città in Cisgiordania e hanno sparato proiettili veri, granate stordenti e gas lacrimogeni nell’affollato centro cittadino delle ore di punta. Le forze israeliane hanno fatto irruzione in un’importante società di cambio valuta e nella sede centrale della Arab Bank nella centrale piazza Manara.

Il raid è durato tre ore e mezza, durante le quali i soldati israeliani hanno appostato cecchini sui tetti della zona mentre veicoli blindati israeliani bloccavano il centro città e continuavano a sparare gas lacrimogeni e proiettili veri contro i giovani che lanciavano pietre contro le forze israeliane.

Secondo fonti locali i gas lacrimogeni e le granate stordenti sono stati lanciati contro diverse attività commerciali locali tra cui un barbiere, una popolare caffetteria, il mercato ortofrutticolo e diversi altri negozi.

Testimoni oculari nel centro città hanno riferito a Mondoweiss che l’esercito israeliano ha confiscato ingenti somme di denaro contante all’ufficio di cambio valuta di Ajjouli.

La Mezzaluna Rossa Palestinese ha dichiarato in un comunicato che le forze israeliane hanno impedito alle sue ambulanze di raggiungere almeno un palestinese ferito vicino al mercato ortofrutticolo.

“Abbiamo tutti pensato a Gaza”

“Ero seduto in un bar che guarda la Piazza dei Leoni [nome popolare della piazza Manara per via della sua fontana con cinque statue di leoni, ndt.] quando all’improvviso ho sentito una forte esplosione”, ha raccontato a Mondoweiss un testimone oculare che ha chiesto di rimanere anonimo. “La gente nel bar si è precipitata alle finestre per vedere cosa stesse succedendo, poi ha iniziato ad allontanarsi perché il proprietario diceva che l’esercito di occupazione stava facendo irruzione a Ramallah. Poi ho visto un veicolo blindato parcheggiato proprio accanto all’ingresso dell’Arab Bank, con diversi soldati in piedi vicino alla porta e un altro soldato appollaiato sul balcone proprio sopra la banca. Stava puntando il fucile verso la piazza.”

“I giovani si radunavano dietro gli angoli, lanciando a turno pietre contro le forze di occupazione che sparavano gas lacrimogeni in tutte le direzioni, e poi ho iniziato a sentire odore di gas lacrimogeni all’interno del bar e la gente all’interno ha iniziato a tossire nonostante i dipendenti avessero chiuso tutte le finestre”, ha aggiunto il testimone oculare.

Un’altra testimone oculare ha raccontato a Mondoweiss che stava andando in università quando è iniziato il raid. “Mi sono fermata in un negozio di cosmetici in piazza Yasser Arafat, proprio accanto al centro città, quando improvvisamente ho visto gente correre via e ho sentito esplosioni di quelle che in seguito ho capito essere granate assordanti”, ha detto. “La gente ha iniziato a correre nei negozi per ripararsi, e ci siamo ritrovati in 13 persone – uomini, donne e due bambini – dentro il negozio di cosmetici”.

“Una soldatessa è arrivata e si è fermata per un po’ davanti al negozio, poi se n’è andata e poco dopo dei giovani si sono radunati nello stesso punto e hanno iniziato a lanciare pietre contro i soldati di occupazione”, ha ricordato la testimone, raccontando di aver visto un giovane colpito a una gamba. “Si teneva la gamba che sanguinava, finché degli altri non lo hanno portato via su un’ambulanza”.

La testimone ha riferito che, dopo tre ore, i palestinesi rifugiati nel negozio avevano fame. “Una bambina ha tirato fuori dei datteri e li ha fatti passare, ma non erano sufficienti per tutti, così li abbiamo divisi, e poi una donna anziana ha detto: ‘Che Dio aiuti la gente di Gaza’. Stavamo tutti pensando alla carestia nella Striscia”, ha aggiunto.

Le adiacenti città gemelle di Ramallah e al-Bireh ospitano la sede centrale dell’Autorità Nazionale Palestinese e i ministeri e le agenzie del governo palestinese. Entrambe le città sono state oggetto di raid israeliani più volte dall’ottobre 2023, e le forze israeliane hanno sistematicamente effettuato incursioni negli uffici di cambio valuta durante ogni raid. Nel dicembre 2023 le forze israeliane hanno lanciato un raid su larga scala uccidendo un palestinese di 23 anni e confiscando 2,8 milioni di dollari da diversi uffici di cambio valuta.

Nel maggio 2024 durante un raid mattutino le forze israeliane hanno lanciato grandi quantità di gas lacrimogeni nel mercato ortofrutticolo di Ramallah, provocando un vasto incendio tra le bancarelle del mercato che si è esteso a un edificio commerciale adiacente e ha distrutto almeno 80 piccole attività commerciali.

Sebbene Ramallah e al-Bireh siano classificate come Area A secondo gli accordi di Oslo – che dovrebbero essere sotto il totale controllo di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese – le forze israeliane effettuano regolarmente incursioni in diversi quartieri di entrambe le città nell’ambito delle loro campagne di arresti notturni in Cisgiordania. Tuttavia le incursioni diurne in queste città erano diventate meno comuni dopo la fine della Seconda Intifada nel 2006. Le forze israeliane effettuano regolarmente incursioni anche in altre città designate come Area A quali Nablus, Jenin, Hebron e Betlemme.

La governatrice dell’Autorità Nazionale Palestinese per l’area di Ramallah e al-Bireh, Leila Ghannam, ha descritto l’incursione come “terrorismo di Stato organizzato”. La Mezzaluna Rossa Palestinese ha affermato che sette dei feriti sono stati colpiti da proiettili veri e quattro da proiettili rivestiti di gomma, mentre tre sono stati feriti da schegge e dieci hanno sofferto di asfissia a causa dei gas lacrimogeni. Secondo il ministero della Salute palestinese, dall’ottobre 2023 le forze armate e i coloni israeliani hanno ucciso 1.016 palestinesi in Cisgiordania, mentre nello stesso periodo vi sono stati arrestati oltre 10.000 palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Marwan Barghouti, Itamar Ben Gvir e il bisogno di Israele di umiliare

Abdaljawad Omar

16 agosto 2025 – MondoWeiss

Il tentativo messo in scena da Itamar Ben Gvir di umiliare Marwan Barghouti ha mostrato l’impotenza dell’ordine politico palestinese – ma ha anche messo a nudo le insicurezze e le inquietudini che alimentano il bisogno di Israele di soggiogare pubblicamente i palestinesi.

Itamar Ben Gvir ha messo in scena il suo tentativo di umiliare Marwan Barghouti con la precisione di un allestimento teatrale politico. Entrando in carcere accompagnato dalle telecamere, il ministro israeliano per la Sicurezza Nazionale ha fronteggiato il detenuto leader palestinese di Fatah nella sua cella, lanciando la brutale minaccia che chi fa del male a Israele sarà “spazzato via”.

La scena è stata poi diffusa sui social media di Ben Gvir. Barghouti, smagrito ma calmo, è apparso sia come un prigioniero che come un simbolo; la sua sola presenza ha trasformato il corridoio del carcere in un palcoscenico in cui i miti e le rivalità nazionali hanno potuto essere messe in scena per il pubblico al di là dei muri.

L’incontro si è svolto nel quadro di un più vasto teatro di umiliazioni avvenute negli ultimi due anni: uomini denudati e fatti sfilare verso l’arresto, gazawi alla fame attirati in trappole mortali presso i punti di distribuzione degli aiuti, soldati ai posti di blocco con il potere di tenere i palestinesi in attesa, coloni che linciano i palestinesi in tutta la Cisgiordania e prigionieri palestinesi picchiati e stuprati.

Lo scopo della visita di Ben Gvir era quello di consumare il capitale simbolico del conflitto, per rafforzare la sua immagine politica attraverso il rituale pubblico dell’umiliazione. In questa coreografia la forza si misura non semplicemente sulle vittorie ottenute, ma sulla nitidezza dell’immagine dei nemici sottomessi esposti all’occhio della telecamera.

Il tentativo di umiliazione, teatrale nella sua intenzione, non era diretto al prigioniero, ma alla collettività da lui rappresentata. L’atto rientra nella logica duplice della degradazione politica: un occhio concentrato sull’obbiettivo, riducendolo ad un oggetto di scena dell’esibizione di dominio; l’altro rivolto verso il pubblico dell’esecutore, esaltando la carica emotiva dello spettacolo.

La stessa logica è alla base delle innumerevoli scene di teatrale umiliazione filmate avidamente dai soldati israeliani e condivise entusiasticamente più volte in tutti i social media dai comuni cittadini israeliani dall’ottobre 2023.

Allora perché questo bisogno perverso, questa ossessione di diffondere immagini di umiliazione ed esibire la forza attraverso la degradazione, esercita un simile fascino politico tra gli israeliani?

L’economia dell’umiliazione

La risposta sta nell’economia emotiva dell’umiliazione. Non è sufficiente che un atto sia compiuto, deve essere visto, deve circolare ed essere riproposto per riaffermare sia l’autorappresentazione del dominatore che la sensazione del pubblico di un potere condiviso. La spettacolarizzazione è inseparabile dall’atto in sé: lo spettacolo trasforma la violenza in narrazione e la narrazione in legittimazione. A sua volta, ciò può convertirsi in moneta politica.

Il gracile corpo di un leader politico, le grida di quelli che implorano pietà, la violazione di sfere intime, tutte queste scene diventano cariche emotive che alimentano il senso di dominio dell’esecutore assicurando allo spettatore israeliano che il potere non viene solo esercitato ma esposto, non solo agito ma condiviso.

Ecco come dovrebbero essere intese le pagliacciate di Ben Gvir. La sua denuncia principale non è che le carceri non mettono in sicurezza lo Stato, ma che non umiliano abbastanza. Per Ben Gvir il regime carcerario di Israele è troppo dignitoso, troppo moderato, non abbastanza spettacolare. Ha più volte condannato il servizio penitenziario per ciò che considera eccessiva indulgenza, arrivando nel dicembre 2023 a licenziare il capo del Servizio Penitenziario Israeliano, accusato di essere “troppo lassista e non abbastanza severo.”

Ha richiesto esplicitamente misure punitive quali la riduzione delle razioni alimentari per i prigionieri palestinesi, configurando la fame come forma di deterrenza, ed ha ipotizzato in termini grotteschi che sarebbe meglio sparare in testa ai prigionieri piuttosto che dargli di più da mangiare. Associazioni per i diritti umani hanno ulteriormente documentato che sotto il suo comando sono state introdotte sistematicamente politiche di privazione, quali restrizioni alimentari, idriche, igieniche, sanitarie e legali, accompagnate da umiliazioni simboliche come costringere i detenuti a rimbiancare i muri della prigione o esibirli come trofei. Ha addirittura esaltato la creazione di celle detentive sotterranee, destinate ad intensificare l’isolamento e le sofferenze psichiche.

Nella retorica e nella prassi di Ben Gvir il carcere, nell’impossibilità di giustiziare i prigionieri, dovrebbe essere un luogo di costante umiliazione, la cui efficacia viene misurata in base all’esplicitazione della degradazione. Ciò che Ben Gvir incarna a livello politico riflette sinteticamente una più ampia logica coloniale: chi predomina ha bisogno di rammentare a sé stesso il proprio dominio. La dominazione, lungi dal costituire un possesso stabile, tende a svanire: deve essere quindi ribadita, esibita e reiterata.

Questo bisogno continuo di affermazione tradisce la sua debolezza: il senso di supremazia del colono poggia su una continua riproposizione di scene di soggiogamento, come se il potere potesse essere verificato solo nel momento in cui viene esercitato sull’altro. La dominazione diventa, più che uno stato permanente, un agire apprensivo, sempre ossessionato dalla possibilità che, se non è continuamente rimessa in scena, possa dissolversi.

È proprio la paura di tale dissoluzione che alimenta il bisogno compulsivo di umiliare ed è proprio la capacità di umiliare che produce l’effimera sensazione di dominazione. Questo doppio legame è ciò che conferisce all’umiliazione la sua forza politica: la debolezza si maschera da forza e la forza si ripropone attraverso la debolezza.

E la psicologia del predominio diventa una forma di assuefazione. Il colono si guarda intorno: oggi hai preso a schiaffi uno di loro? Hai preso la tua dose di droga? L’umiliazione produce un’effimera esaltazione e un’ondata di certezza che la propria supremazia sia intatta. Ma come per ogni droga l’effetto dura poco lasciandosi alle spalle una più intensa amarezza.

Ogni atto di umiliazione calma temporaneamente l’ansia che la supremazia possa svanire, solo per aumentare la dipendenza ogni volta che si ripete. In questo modo il dominio mostra la sua intima natura patologica: non può mantenersi senza la costante creazione di degradazione. Non può soddisfarsi se l’altro non è messo in ginocchio. L’esibizione del potere inizia così a riguardare il bisogno di alimentare una compulsione più che la sicurezza, un insaziabile appetito di conferma che corrode proprio quella pretesa di stabilità che vorrebbe sostenere.

Ciò che rende così duratura questa patologia non è solo la dipendenza dei coloni dall’umiliazione, ma la volontà del mondo di soddisfarla. L’ordine globale offre le condizioni in cui questa compulsione può prosperare: il silenzio delle istituzioni che dovrebbero condannare, gli scudi diplomatici che evitano l’assunzione di responsabilità e il flusso continuo di armi e risorse che garantisce che ogni atto di degradazione sia materialmente garantito. Il diritto internazionale viene invocato come principio ma viene sospeso nella pratica: l’indignazione è espressa a parole, ma neutralizzata nei fatti.

Questa patologia non si limita strettamente alle colonie di insediamento, è generalizzata e alimentata dal tacito investimento del mondo nel mantenimento di una gerarchia in cui alcune vite sono violabili all’infinito. Ciò che appare come una disfunzione israeliana è in realtà un assetto mondiale, perché il mondo permette e addirittura premia la dipendenza dall’umiliazione, nella misura in cui è funzionale alle sue alleanze strategiche.

La reazione palestinese

Ma qualcuno potrebbe ancora chiedere: che ne è degli oggetti di scena? Che ne è dei palestinesi che soffrono dentro questa dinamica? Forse la riduzione dei palestinesi a strumenti di spettacolo e corpi esibiti per l’umiliazione è una prova del potere totale che Israele esercita su di loro? C’è del vero in questo: quando Ben Gvir è entrato tronfiamente nella cella di uno dei leader più amati della Palestina e membro del Comitato Centrale di Fatah, il suo obiettivo era quello di umiliare l’ordine politico palestinese.

Intenzionale o meno, il silenzio di Mahmoud Abbas e la passività del Comitato Centrale di Fatah fin dall’inizio del genocidio, e perfino quando uno dei suoi principali leader viene esibito come trofeo nella messinscena populista di Ben Gvir, non fa che confermare quanto profonda sia l’impotenza. Forse Barghouti può non aver avvertito l’umiliazione in quel momento, ma la natura dell’umiliazione non richiedeva il suo cedimento soggettivo, perché non era nemmeno diretta a lui.

Ben Gvir ha portato alla luce il paradosso di una leadership palestinese che continua ad agire in un contesto di obliterazione, coordinando la sicurezza, controllando il suo stesso popolo e sostenendo proprio quell’ingranaggio che lo opprime. Ben Gvir non aveva bisogno di inventarsi lo spettacolo: ha semplicemente amplificato ciò che già esisteva.

Molti palestinesi parlano di questo incontro in modi differenti. Certo, molti di noi si sentono umiliati, spaventati da quanto grande può essere il sadismo umano. Essere fermati ad un posto di blocco e picchiati dai soldati israeliani senza alcuna ragione è scioccante. Essere aggrediti sessualmente dai soldati ai posti di blocco è scioccante. Essere umiliati e trattati come animali è scioccante. Tutto questo provoca gravi traumi, specie nei bambini che Israele arresta e abusa in diversi modi.

Ma non è tutto qui. Insieme al senso di umiliazione ci sono strategie di evasione e gesti di scherno. Alcuni raccontano di aver riso in faccia ai soldati mentre venivano picchiati, trasformando le botte in occasioni per dimostrare l’assurdità del potere. Molti dicono di come l’umiliazione divenga una routine che si sussegue quotidianamente, affrontata non come un fallimento, ma come una condizione che deve essere gestita, a volte persino utilizzata. Queste svariate risposte rivelano che lo spettacolo dell’umiliazione non segue lo stesso copione ma è vissuto e contestato da coloro che dovrebbero recitare la parte degli oggetti di scena.

Ricordo un episodio, raccontato da due amici circa dieci anni fa, che coglie con dolorosa chiarezza questa dinamica. Erano stati catturati da soldati israeliani, bendati e ammanettati con le mani legate dietro la schiena, poi filmati mentre i soldati li picchiavano a turno. Ciò che è rimasto loro impresso non era il dolore, ma la strana interazione che ha prodotto: quando uno di loro gridava l’altro rideva, schernendo il suo amico proprio mentre soffriva. I soldati si sono arrabbiati, incapaci di capire perché le loro vittime non prendessero sul serio le botte. La risata, invece di interrompere la scena, l’ha esasperata, provocando altri colpi.

Questo fatto svela qualcosa di profondo circa la psicologia dell’umiliazione e l’instabilità della dominazione. La violenza non mira solo a ferire il corpo, ma a garantire un copione in cui il dominato conferma il potere del dominante. La risata ha sconvolto il copione. Non si trattava di negare il dolore, ma del rifiuto di permettere al dolore di diventare l’unico significato di quel momento.

In quella risata, per quanto crudele tra due amici, l’umiliazione è stata spiazzata; la vittima è diventata sia il sofferente che lo spettatore, trasformando la scena in una scena dell’assurdo. Ci sono molte storie simili e moltissime altre che restano taciute. E insieme ad esse spesso sorge un’altra domanda quando i coloni scoppiano in un esaltato entusiasmo, muovendosi nel paesaggio come costretti a riaffermare il loro potere con la violenza o con le parole. La domanda è illusoriamente semplice, formulata in arabo: shu malhom? Che cosa li ha scatenati? E dietro questa si cela la domanda più profonda, più inquietante: che cosa c’è di sbagliato in loro?

Abdaljawad Omar

Abdaljawad Omar è uno studioso e teorico palestinese che incentra il suo lavoro sulle politiche di resistenza, decolonizzazione e sulla lotta palestinese.


(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Potere e resistenza: un nuovo rapporto mostra come la repressione antipalestinese rafforzi l’autoritarismo

Michael Arria

5 agosto 2025, Mondoweiss

Sappiamo che la repressione antipalestinese inevitabilmente porta all’inasprimento della repressione contro tutta la popolazione, ma un nuovo studio mostra nel dettaglio come questo avviene.

L’associazione dei Musulmani Americani per la Palestina (AMP) ha appena pubblicato un esauriente rapporto intitolato “Come la repressione antipalestinese sta creando un precedente autoritario in America”.

Dall’inizio del secondo mandato presidenziale di Trump il governo degli Stati Uniti ha drasticamente intensificato gli sforzi per punire l’attivismo filopalestinese creando modelli e precedenti legali per la repressione degli immigrati e delle minoranze in tutto il paese”, spiega il rapporto. “In effetti questi attacchi non hanno solo un effetto dissuasivo ma mirano a punire e criminalizzare qualsiasi protesta contro le politiche del governo USA. L’amministrazione Trump ha strumentalizzato le agenzie federali e gli organismi di regolamentazione (compreso il sistema giudiziario statunitense) e il Congresso dominato dai Repubblicani allo scopo di rafforzare il potere del presidente e sostenere provvedimenti incostituzionali volti a mettere a tacere e indebolire le lotte interconnesse per i diritti dei palestinesi, i diritti degli immigrati e la giustizia razziale”.

L’AMP ha tracciato gli attacchi del governo federale contro studenti e amministratori, la revoca dei visti, la detenzione illegale di attivisti e le minacce contro i finanziamenti alle università.

Inoltre, ha identificato i principali responsabili che rendono possibile o mettono in atto la repressione antipalestinese, tra cui funzionari dell’amministrazione Trump, organizzazioni filoisraeliane, social media e parlamentari.

Il rapporto evidenzia alcuni casi connessi alla repressione in ambito universitario. Ad esempio, ecco una voce che riguarda una studente di psicologia della Virginia Commonwealth University (VCU):

  • Sereem Haddad, una studente palestinese americana di 20 anni, faceva parte del movimento studentesco della VCU che mirava a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’oppressione dei palestinesi e sul genocidio a Gaza. Più di 200 componenti della sua famiglia allargata sono stati uccisi durante il genocidio. Nell’aprile del 2024 insieme ad altri studenti ha tentato di allestire un accampamento di solidarietà ben visibile nel campus della VCU. La stessa notte l’amministrazione dell’università ha chiamato la polizia perché sgomberasse gli studenti. Quando gli studenti si sono rifiutati di abbandonare l’accampamento la polizia li ha attaccati violentemente con spray al peperoncino, ha confiscato i loro beni e ha arrestato 13 di loro. Haddad ha dovuto essere portata in ospedale dopo che la polizia l’ha sbattuta per sei volte sul cemento causandole ferite alla testa, emorragie, tagli e contusioni. È stata arrestata senza alcuna accusa. In seguito, ha aiutato ad allestire una commemorazione pacifica per le vittime del genocidio di Gaza. Dato però che l’università ha cambiato velocemente le regole riguardanti le proteste nel campus, la commemorazione è stata considerata una violazione ai protocolli universitari per le proteste studentesche. Le è stata quindi negata la laurea dopo quattro anni, nonostante avesse conseguito il massimo dei voti”.

Il rapporto dell’AMP si conclude con una serie di raccomandazioni politiche. Il gruppo invita, tra le altre cose, a opporsi al progetto di legge n. 9495 della Camera dei deputati, tristemente noto come “ammazza associazioni senza scopo di lucro”, alla controversa definizione di antisemitismo della International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), e a sostenere le iniziative del movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS).

Chi lavora nell’ambito della giustizia per gli immigrati, della giustizia razziale, delle tutele sociali e più in generale della democrazia deve inoltre aver ben chiaro che l’eccezione palestinese alla libertà di parola e altri diritti ha reso possibile lo sgretolamento delle fondamenta istituzionali di tutte queste cause”, conclude il rapporto. “Proprio come la giustizia razziale e penitenziaria, insieme alla giustizia per gli immigrati, sono le stelle polari della fedeltà ai valori americani, non si può più tollerare che i palestinesi, i musulmani o i difensori della causa palestinese siano vittime giustificabili della violenza dello Stato o della cancellazione mediatica e istituzionale. I casi di repressione antipalestinese costituiscono un precedente autoritario e contro le minoranze”.

La Columbia paga 200 milioni di dollari per ripristinare i finanziamenti

Il mese scorso la Columbia University di New York ha annunciato che avrebbe pagato 200 milioni di dollari all’amministrazione Trump in relazione alle accuse di violazione delle leggi antidiscriminazione.

Questo accordo costituisce un importante passo avanti dopo un prolungato periodo di controlli governativi e di incertezza istituzionale”, ha dichiarato la presidente ad interim dell’università Claire Shipman.

La Columbia University è inoltre tenuta a pagare 21 milioni di dollari per chiudere le indagini avviate dalla Commissione statunitense per le pari opportunità sul lavoro (U.S. Equal Employment Opportunity Commission) e ha accettato di porre fine all’utilizzo della razza come criterio per promuovere la diversità nel processo di ammissione.

La decisione arriva mesi dopo che l’università ha accettato una serie di richieste da parte dell’amministrazione Trump, quasi tutte volte a soffocare le proteste filopalestinesi nel campus. Tra queste figurano il divieto di indossare maschere durante le proteste, l’aumento del numero di agenti di sicurezza nel campus e la revisione dei corsi di studi sul Medio Oriente, l’Asia meridionale e l’Africa.

La decisione coincide con la sospensione e l’espulsione di quasi 80 studenti coinvolti nelle proteste riguardanti Gaza.

Le interruzioni delle attività accademiche costituiscono una violazione delle politiche e delle regole dell’università e tali violazioni comporteranno inevitabilmente delle conseguenze”, ha dichiarato l’università.

Su Mondoweiss, Tamara Turki descrive in dettaglio come gli studenti attivisti si stanno riorganizzando in risposta a questa ondata di repressione.

È semplicemente assurdo che mentre vediamo i bambini morire di fame a Gaza siano gli studenti della Columbia a finire sotto processo”, ha dichiarato uno studente.

Rashid Khalidi cancella il corso

Rashid Khalidi, professore emerito di studi arabi moderni alla Columbia nella cattedra intitolata a Edward Said, afferma che si ritirerà dall’insegnamento del suo corso autunnale a causa dell’accordo.

Mi rammarico profondamente che le decisioni della Columbia mi abbiano costretto a privare dell’opportunità di seguire questo corso i quasi 300 studenti che si sono iscritti per frequentarlo nel prossimo semestre, così come hanno fatto centinaia di altri studenti per oltre vent’anni, negando loro la possibilità di conoscere la storia del Medio Oriente moderno”, ha scritto Khalidi in un articolo pubblicato sul Guardian. “Sebbene non sia possibile compensarli pienamente della privazione dell’opportunità di seguire il corso, ho intenzione di offrire una serie di conferenze pubbliche a New York incentrate su alcune parti del programma, che saranno trasmesse in streaming e rese poi disponibili online. I proventi, se ce ne saranno, andranno alle università di Gaza, tutte distrutte da Israele con munizioni statunitensi, un crimine di guerra sul quale né la Columbia né altre università statunitensi hanno ritenuto opportuno dire una sola parola”.

La capitolazione della Columbia ha trasformato un’università che un tempo era un luogo di libera ricerca e apprendimento nell’ombra di ciò che era, un’anti-università, una zona di sicurezza recintata con controlli elettronici all’ingresso, un luogo di paura e disgusto, dove docenti e studenti ricevono dall’alto indicazioni su ciò che possono insegnare e dire, sotto pena di severe sanzioni”, ha continuato. “È vergognoso che tutto questo venga fatto per coprire uno dei più grandi crimini di questo secolo, il genocidio in corso a Gaza, un crimine di cui la leadership della Columbia è ora pienamente complice”.

In un’intervista con Democracy Now, a Khalidi è stato chiesta specificatamente un’opinione sulla presidente ad interim dell’università Claire Shipman, che ha difeso l’accordo.

Khalidi:

Penso che stia fungendo da portavoce di quella che io chiamo la quinta colonna all’interno del Consiglio di amministrazione, della comunità dei donatori e fra alcuni docenti, per i quali qualsiasi critica a Israele è inaccettabile, certamente molte critiche a Israele sono inaccettabili, e qualsiasi o molte critiche al sionismo sono inaccettabili.

Non credo che i valori della Columbia includano la possibilità che un supervisore nominato dal governo e proveniente da un’azienda che a giugno ha celebrato l’indipendenza di Israele, o ha celebrato Israele, possa entrare nelle aule, possa partecipare alle riunioni, possa raccogliere i nostri dati. Se questo è il valore che la Columbia sostiene, è un valore da Stasi [ la principale organizzazione di sicurezza e spionaggio della Germania dell’Est, ndt.]. È un valore dittatoriale, in cui il governo nomina un supervisore per controllare ciò che accade all’interno di un’università privata e indipendente. Quali valori sono protetti dalla definizione dell’IHRA? L’unico valore protetto è l’impunità di Israele mentre commette un genocidio.

Ci sono molti altri aspetti dell’accordo, come la nomina di un amministratore speciale, un vice-rettore. Perché i corsi di studio sul Medio Oriente richiedono un esame approfondito? Cosa c’è di sbagliato in ciò che viene insegnato alla Columbia? Si tratta di corsi estremamente popolari. Rappresentano il sapere di una vasta gamma di persone, non solo di coloro che insegnano alla Columbia. Rappresentano, in sostanza, il sapere più rispettato nel campo. Non c’è bisogno di qualcuno che supervisioni gli studi sul Medio Oriente alla Columbia, così come non c’è bisogno di nessuno che supervisioni altri studi di area, che è poi quello a cui si mira. E senza dubbio l’amministrazione Trump continuerà a tirare la corda su questioni di razza, di genere, sull’espansione della Columbia ad Harlem. Queste cose saranno proibite. Non sarà permesso parlare di razza, non sarà permesso parlare di genere, proprio come presto non sarà permesso parlare di… ora, secondo queste regole, non è permesso parlare di certi aspetti di Israele e del sionismo.

Secondo alcuni, per quanto riguarda la Columbia non si può parlare di “capitolazione”, dato che l’amministrazione stava già prendendo di mira gli studenti filopalestinesi prima che Trump entrasse in carica.

Non possiamo inquadrare la questione come ‘capitolazione di fronte all’amministrazione Trump’ SPECIALMENTE nel caso della Columbia. Trump fa la parte del poliziotto cattivo mentre l’amministrazione universitaria fa la parte del poliziotto buono in un assalto coordinato alla solidarietà con la Palestina, ha scritto su Twitter il critico dei media Adam Johnson. “I donatori e i dirigenti della Columbia sono in larga parte d’accordo con Trump su questo punto”.

[traduzione di Federico Zanettin]




Un contractor statunitense della sicurezza: “Ho visto Israele commettere crimini di guerra nei siti di distribuzione degli aiuti a Gaza”

Michael Arria

29 luglio 2025-Mondoweiss

Un contractor della sicurezza statunitense che lavorava per la Gaza Humanitarian Foundation (GHF) afferma di aver visto soldati israeliani commettere crimini di guerra nei siti di distribuzione degli aiuti a Gaza corroborando le denunce palestinesi che durano da mesi secondo cui i siti di distribuzione degli aiuti sono “trappole mortali”.

Un ex contractor della Gaza Humanitarian Foundation (GHF) afferma di aver visto soldati israeliani commettere crimini di guerra nei siti di distribuzione degli aiuti gestiti dall’agenzia americana sostenuta da Israele.

In una serie di interviste l’ex dipendente della GHF ed ex- Berretto Verde [membro delle forze speciali dell’esercito USA, ndt.] Anthony Aguilar ha affermato di aver visto soldati israeliani fare uso indiscriminatamente della forza contro i civili in vari siti di distribuzione degli aiuti a Gaza.

“Ad essere sincero direi che sono dei criminali”, ha detto Aguilar. “In tutta la mia carriera non ho mai assistito a un simile livello di brutalità e all’uso di una tale forza indiscriminata e non necessaria contro una popolazione civile, una popolazione disarmata e affamata.”

Ha proseguito: “Fino a Gaza e per mano delle IDF e dei contractor statunitensi non ho mai assistito a una cosa del genere in tutti i luoghi in cui sono stato impegnato in guerra “.

In un’intervista a Democracy Now Aguilar ha affermato che i siti di distribuzione degli aiuti erano “progettati come trappole mortali”.

“Tutti e quattro i siti di distribuzione sono stati intenzionalmente, deliberatamente costruiti, pianificati e realizzati nel mezzo di una zona di combattimento attiva.

“Quei siti sono stati costruiti intenzionalmente in quelle aree. Non è un caso. Ciò, ovvero designare siti di distribuzione umanitaria per assistere una popolazione disarmata e affamata e costruirli deliberatamente in una zona di combattimento attiva di per sé è una violazione dei protocolli della Convenzione di Ginevra”, ha continuato. “È una violazione del diritto umanitario. E, a mio parere, è una violazione dell’umanità in generale”.

In una conversazione con il gruppo israeliano anti-Netanyahu UnXeptable Aguilar ha raccontato la storia di un ragazzo affamato e scalzo che lo ha ringraziato per il cibo prima di essere ucciso dai soldati israeliani.

“Il 28 maggio, al sito di distribuzione sicuro n. 2, questo ragazzo, Amir, si avvicina a me, mi allunga la mano e mi bacia”, ha spiegato Aguilar. “Questo ragazzo non indossa scarpe. I suoi vestiti gli cadono addosso perché è così magro… Non ha un contenitore una scatola, ha mezzo sacco di riso e lenticchie e ci stava ringraziando. Ha camminato per 12 chilometri per arrivare lì… e quando è arrivato ci ha ringraziato per quel poco che aveva ricevuto… mi ha baciato e mi ha detto ‘grazie'”.

“[Amir] è tornato tra la folla, poi è stato colpito con spray al peperoncino, gas lacrimogeni, granate assordanti e proiettili, gli hanno sparato ai piedi e in aria e lui è scappato… e le IDF [esercito israeliano] sparavano sulla folla… Palestinesi, civili, esseri umani, si sono accasciati a terra e Amir è stato uno di loro”, ha continuato. “Amir ha camminato per 12 chilometri per procurarsi del cibo, non ha ottenuto altro che degli avanzi, ci ha ringraziato ed è morto”.

In risposta alle affermazioni di Aguilar la GHF ha rilasciato una dichiarazione in cui insiste sul fatto che queste “non hanno alcun fondamento”.

“Va sottolineato che il signor Aguilar era impiegato come subcontrator ed è stato licenziato più di un mese fa per comportamento inappropriato”, afferma la fondazione. “In seguito al licenziamento abbiamo ricevuto minacce secondo cui, se non fosse stato reintegrato, sarebbero stati presi provvedimenti contro di noi, sollevando dubbi sulle motivazioni alla base delle sue interviste.”

“Abbiamo anche prove che probabilmente ha falsificato documenti e presentato video fuorvianti per promuovere la sua falsa narrazione”, ha aggiunto l’associazione. Tuttavia non ha prodotto alcuna delle presunte prove.

Questa settimana, un gruppo di senatori statunitensi, guidato dal senatore (della minoranza democratica eletto nel Maryland) Chris Van Hollen, ha inviato al Segretario di Stato Marco Rubio una lettera in cui chiede all’amministrazione Trump di interrompere i finanziamenti alla GHF e di riprendere il sostegno al programma di distribuzione alimentare delle Nazioni Unite.

“Confondere i confini tra la distribuzione degli aiuti e le operazioni di sicurezza viola norme consolidate che regolano la distribuzione degli aiuti umanitari sin dalla ratifica delle Convenzioni di Ginevra nel 1949”, si legge nella lettera

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che a Gaza non c’è fame, ma in recenti dichiarazioni ai giornalisti il Presidente Trump ha riconosciuto la gravità della situazione.

“A giudicare dalla televisione, … quei bambini sembrano molto affamati”, ha detto Trump. “Ma stiamo dando un sacco di soldi e cibo, e altre Nazioni stanno intensificando gli aiuti”.

“Alcuni di quei bambini sono… si tratta veramente di denutrizione”, ha aggiunto.

Venerdì della scorsa settimana il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres ha dichiarato che dalla fine di maggio un migliaio di palestinesi sono stati uccisi nel tentativo di procurarsi cibo.

“Facciamo videochiamate con i nostri operatori umanitari che stanno morendo di fame davanti ai nostri occhi”, ha detto Guterres. “Continueremo a denunciarlo apertamente in ogni occasione. Ma le parole non sfamano i bambini che muoiono di fame”.

La scorsa settimana, donne palestinesi di Gaza hanno raccontato a Mondoweiss di essere state attirate in un sito della GHF con la promessa di aiuti solo per essere picchiate e fatte segno di colpi d’arma da fuoco, con la conseguente morte di almeno due donne. Le testimonianze di queste donne rispecchiano precedenti episodi in cui la GHF è stata accusata di attirare persone nei suoi punti di distribuzione dove poi le forze israeliane compiono quelli che molti descrivono come “massacri degli aiuti” con il pretesto della distribuzione umanitaria.

Secondo l’Ufficio Stampa governativo di Gaza, da maggio scorso [quando è iniziata l’attività sul campo della GHF, ndt.] il numero di palestinesi colpiti dalle forze israeliane all’interno o nelle vicinanze dei centri di distribuzione della GHF ha superato i 1.000 morti e oltre 6.011 feriti.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Come il Wall Street Journal è caduto nella trappola dell'”emirato” di Hebron

Qassam Muaddi

8 luglio 2025-Mondoweiss

Il Wall Street Journal voleva far credere che il suo articolo su uno “sceicco” che vuole formare un “emirato” a Hebron sotto il controllo israeliano sia una rivelazione politica eccezionale. Ma chiunque abbia una conoscenza di base della Palestina può raccontare una storia diversa

In un raro caso la scorsa settimana il Wall Street Journal si è finalmente interessato a una voce palestinese, arrivando persino a dedicargli un intero articolo. Il fulcro dell’articolo “di rottura” del WSJ è un uomo di Hebron, di nome Wadea Jaabari, che si propone di guidare una nuova potenziale entità: l'”emirato” di Hebron che, a suo dire, si separerebbe dall’Autorità Nazionale Palestinese e riconoscerebbe Israele come Stato ebraico.

Il WSJ presenta Jaabari e il suo “emirato” come se si trattasse di un importante sviluppo nella politica palestinese, soprattutto perché l’uomo che lo sostiene viene presentato come il “leader del clan più influente di Hebron”. Il WSJ sottolinea che Jaabari ha dichiarato che avrebbe riconosciuto Israele come Stato ebraico in cambio dell’adesione agli Accordi di Abramo, presumibilmente interrompendo “decenni di rifiuto” da parte palestinese. Raffigura inoltre il cosiddetto emirato come un’idea creativa e “fuori dagli schemi”, al posto del quadro della soluzione a due Stati che l’articolo inizia liquidando come futile. Tuttavia, l'”emirato” di Jaabari era una notizia di scarso rilievo in Palestina, non riuscendo nemmeno a comparire sui titoli locali e venendo per lo più ridicolizzato sui social media. È scomparso dalla scena pubblica nel giro di 24 ore, dopodiché gli altri leader del clan Jaabari hanno rilasciato una dichiarazione in cui sconfessavano l’autoproclamato “leader”, affermando che non aveva alcuno status all’interno della famiglia e che non parlava a nome di nessuno se non di sé stesso.

Nella dichiarazione si affermava che Wadea Jaabari è “sconosciuto alla famiglia e non vive a Hebron”. Un residente palestinese di Hebron che ha chiesto di rimanere anonimo ha dichiarato a Mondoweiss che “l’uomo in questione vive a Gerusalemme e non ha alcuna influenza a Hebron, né all’interno del clan Jaabari né in città”.

“Suo padre era una persona influente ma, alla sua morte, suo figlio non aveva lo stesso status ed è stato completamente assente dagli affari della famiglia e della città”, ha affermato la fonte. “A Hebron la gente non ha nemmeno preso sul serio la notizia, perché tutti sanno che il cosiddetto emirato non ha alcuna base in città o in alcun clan”. La fonte ha aggiunto che gli anziani Jaabari hanno tenuto la conferenza stampa per porre fine alla accesa controversia mediatica.

Una vecchia storia fallita

Non è la prima volta che un individuo o un gruppo palestinese cerca di dare vita a una leadership locale in completa conformità con i dettami israeliani, spesso come alternativa al movimento nazionale palestinese. Infatti, poco dopo l’occupazione del 1967, un gruppo di élite locali a Hebron e a Nablus si rivolse alle autorità militari israeliane chiedendo il riconoscimento come rappresentanti delle proprie regioni in cambio di collaborazione.

In seguito, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, Israele organizzò una serie di consigli locali composti da collaborazionisti ed élite rurali tradizionali che accettarono di partecipare a creare un’alternativa all’influenza politica dell’OLP. Questi consigli erano chiamati Leghe di Villaggio e ricevettero ampi poteri municipali per avviare progetti di sviluppo locale e controllare le esigenze amministrative dei palestinesi, come la concessione di permessi di costruzione e di viaggio e persino la patente di guida.

Le Leghe di Villaggio durarono meno di cinque anni e fallirono miseramente. Il fatto che ogni espressione politica palestinese in Cisgiordania e a Gaza fosse severamente punita all’epoca dalle autorità israeliane alimentò la falsa impressione che le Leghe non avrebbero trovato concorrenza. Ma gli eventi dimostrarono che non si trattava di competizione politica: il motivo per cui Israele cercò di creare un’alternativa all’OLP nei villaggi era che in precedenza non era riuscito a farlo nelle città.

Negli anni ’70 Israele permise elezioni municipali nelle città palestinesi, aspettandosi che candidati “moderati” favorevoli alle autorità israeliane avrebbero vinto facilmente. Molti di loro vinsero alle elezioni municipali del 1972, ma, con un inaspettato colpo di scena, quattro anni dopo, alle elezioni del 1976, i candidati indipendenti noti per essere vicini all’OLP conquistarono le municipalità con una schiacciante vittoria.

Fu allora che Israele decise di riprovare nelle campagne, aspettandosi che la struttura sociale più “tradizionale” e i legami sociali basati sui clan li avrebbero resi disponibili a collaborare con Israele. Nel 1978 fu proclamata la prima Lega dei rappresentanti dei villaggi di Hebron, seguita da altre due per i villaggi intorno a Nablus e Ramallah. Israele contava così tanto su queste Leghe che nel 1981 l’allora Ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon decise di consegnare ai loro leader 100 armi da fuoco.

Ma Israele aveva fatto di nuovo male i suoi calcoli. Non aveva compreso la storia anticoloniale delle campagne palestinesi, che era incisa nel sentimento pubblico rurale palestinese fin dagli anni ’30 e dai tempi della rivolta contro il dominio britannico. Già da decenni i clan si vantavano di aver partecipato alla lotta anticoloniale, poiché questa era una fonte di rispetto sociale e di influenza, ove le piccole famiglie potevano competere con i clan più grandi. Nell’arco di cinque anni, tra il 1978 e il 1983, le figure più note delle Leghe di Villaggio furono assassinate da militanti palestinesi o rinnegate dalle loro stesse famiglie.

Contemporaneamente un intero movimento di gruppi giovanili di volontariato si era sviluppato in Cisgiordania e a Gaza, offrendo alternative supportate dalla comunità ai progetti di sviluppo proposti dalle Leghe. Uno dopo l’altro i villaggi iniziarono ad accogliere volontari per costruire muri agricoli, tinteggiare scuole o pavimentare strade al posto delle Leghe di Villaggio e poi formarono i propri comitati di volontariato locali. Nel 1981 i delegati di 40 comitati di volontariato di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est si incontrarono in una conferenza fondativa del movimento, dove annunciarono esplicitamente il loro rifiuto delle Leghe. Alla fine, Israele abbandonò completamente il progetto.

La lotta contro le Leghe di Villaggio gettò le basi, nelle sue diverse forme, per un movimento di massa che continuò a fermentare fino a esplodere nella Prima Intifada del 1987, durata sei anni. La rivolta fu interamente guidata dalla base palestinese e vide la partecipazione di tutti i settori della società palestinese, inclusi sindacati, comitati di volontariato e di quartiere e gruppi femminili. Fu un raro esempio di azione civica, politica e comunitaria combinata a dimostrazione del fatto che la società palestinese si era da tempo evoluta oltre le lealtà di clan e i legami tribali per abbracciare la lotta nazionale.

Questa parte della storia e dello sviluppo sociale della Palestina è rimasta estranea alla maggior parte dei più importanti media occidentali. Nella maggior parte dei casi non c’era alcun interesse. Ma questo è prevedibile per i principali media, che non hanno mai mostrato alcun genuino interesse per la composizione culturale, sociale e politica dei palestinesi come popolo. Una figura di clan o uno “sceicco” tribale – anche uno finto – disposto a recitare senza riserve il copione politico USA-Israele è di gran lunga preferibile.

Chiunque abbia una conoscenza minima della Palestina e dei palestinesi avrebbe saputo che la storia dell'”emirato” è una classica “sola” palestinese per turisti, del tipo per cui Hebron è famosa tra le città palestinesi. Oltre alla loro ospitalità, gentilezza e al senso di comunità incentrato sulla famiglia, gli abitanti di Hebron sono noti anche per la loro ingegnosità nel commercio e negli affari, soprattutto con i turisti. In Palestina si dice che un abitante di Hebron possa vendere qualsiasi cosa a chiunque e che riesca a capire immediatamente cosa sta cercando un turista e a offrirglielo. A quanto pare, non c’è bisogno di essere turisti a Hebron per cadere in una simile trappola. A migliaia di chilometri di distanza, tutto ciò che serve è una mentalità ingenua e orientalista che si rifiuta di riconoscere i palestinesi come un popolo con aspirazioni nazionali di libertà e autodeterminazione.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)

 




Israele sta costruendo un tunnel per tagliare fuori i palestinesi dal centro della Cisgiordania

Qassam Muaddi

23 giugno 2025 – Mondoweiss

Israele sta costruendo nel centro della Cisgiordania tunnel e per attraversarli ai palestinesi verrà chiesto un lasciapassare, rendendo accessibili solo agli israeliani vaste aree dei territori occupati. L’intenzione è eliminare la presenza dei palestinesi attorno a Gerusalemme.

Presto un tunnel sotterraneo sarà l’unico collegamento tra 1.5 milioni di palestinesi della parte meridionale della Cisgiordania e il resto del territorio. Questo progetto infrastrutturale recentemente approvato, denominato progetto “Fabric of Life” [Tessuto della Vita], di fatto dividerebbe la Cisgiordania in due parti.

Il transito dei palestinesi dei governatorati di Betlemme ed Hebron verso Gerico, nella Valle del Giordano, passerebbe attraverso un nuovo tunnel sotterraneo che Israele sta progettando di costruire per aggirare la zona desertica a est di Gerusalemme. Ciò significa che l’intera area tra Gerusalemme e i confini della Valle del Giordano diventerebbe accessibile solo agli israeliani.

Il progetto, approvato dal governo israeliano all’inizio di questo mese, costerà 90 miliardi di dollari, che Israele prevede di coprire con un fondo speciale alimentato con soldi sottratti alle tasse doganali raccolte per conto dell’Autorità Palestinese (AP). Questi soldi dovrebbero essere destinati a progetti di sviluppo per la popolazione palestinese in Cisgiordania, ma il progetto non riguarda il miglioramento della viabilità dei palestinesi, ma il consolidamento del controllo israeliano sull’area geografica della Cisgiordania a est di Gerusalemme. Il progetto Fabric of Life impedirebbe di fatto ogni possibilità di circolazione dei palestinesi in questa zona.

Il contesto più complessivo di Fabric of Life è solo una parte dei più ampi piani di sviluppo israeliani della “Grande Gerusalemme”, che Israele delineò per la prima volta all’inizio degli anni 2000 sotto l’allora primo ministro Ariel Sharon.

L’idea è semplice: connettere Gerusalemme est, che Israele annesse nel 1981 e tratta come parte del suo territorio, a una serie di colonie israeliane che si estendono a est della città attraverso il deserto di Gerusalemme, arrivando ai confini della Valle del Giordano. Ciò trasformerebbe i circa 12 km2 della Cisgiordania interessati dal progetto in un ampliamento dei confini orientali di Gerusalemme. Sulle mappe israeliane è noto come l’area E-1, che sta per “Est-1”.

Questa striscia di terra, lunga 35 km e larga 25, diventerebbe una parte dell’Israele vero e proprio, tagliando la Cisgiordania da ovest a est.

Nel 2007 Israele approvò un altro progetto simile, denominato “Sovereignty Road” [Strada della Sovranità], che include la costruzione di un altro tunnel sotterraneo che corre sotto la Strada-1 di Israele collegando la Cisgiordania meridionale al centro, rendendola l’unica via praticabile per i palestinesi e sgombrando la strada in superficie per uso esclusivo degli israeliani.

Mentre la Sovereignty Road aggira la periferia orientale di Gerusalemme, che rappresenta la continuità palestinese tra il centro e il sud, Fabric of Life farebbe altrettanto nel deserto a est, che costituisce la continuità palestinese tra Gerusalemme e la Valle del Giordano. Questi due progetti insieme svuotano tutta l’area della Cisgiordania a est di Gerusalemme dal transito dei palestinesi, isolando le comunità palestinesi che vivono ancora lì.

Com’è iniziato il progetto delle strade sotterranee

Il rilancio del progetto della “Grande Gerusalemme” è giunto con la coalizione di governo di destra di Benjamin Netanyahu, che si è affrettato a realizzare l’annessione della Cisgiordania a un ritmo accelerato con il pretesto dell’attuale guerra contro Gaza, scatenata da Israele in seguito agli attacchi del 7 ottobre. Ma tre anni prima degli attacchi, nel 2021, il governo israeliano aveva già proceduto con la prima parte del progetto Fabric of Life.

All’epoca il governo di Netanyahu approvò lo stanziamento di 14 milioni di shekel (circa 3,5 milioni di euro) per iniziare la prima fase del progetto, che consisteva nell’isolare due comunità palestinesi della periferia orientale di Gerusalemme: al-Aizariyah e Abu Dis. Le due cittadine, che nel corso degli anni si sono praticamente accorpate in una sola, si trovano nel punto in cui si uniscono i progetti dei tunnel, sia Sovereignty che Fabric of Life.

Fin dai tempi biblici entrambe le città sono state il naturale prolungamento di Gerusalemme. Il collegamento tra queste località e la città è stato un dato di fatto fino alla fine degli anni ’70, quando Israele fondò la colonia di Maale Adumim, che oggi ha lo status di comune sotto la sovranità israeliana e ospita oltre 40.000 israeliani.

Oggi l’unico collegamento che al-Aizariyah ha [con Gerusalemme] è il vicino comune di Abu Dis e le due cittadine sono di fatto una sola,” dice Sara (non è il suo vero nome), un’abitante di al-Aizariyah che parla a Mondoweiss in forma anonima: “Ci sono un ingresso comune alla rotonda d’entrata di Maale Adumim e un altro a sud verso Betlemme.”

Il progetto approvato dal governo israeliano nel 2021 includeva nella prima fase la chiusura con un muro dell’ingresso per al-Aizariyah alla rotonda di Maale Adumim. Ciò lascerebbe al-Aizariyah intrappolata tra quel nuovo muro e il muro di Abu Dis dall’altra parte, separandola da Gerusalemme. Le uniche uscite per entrambe le cittadine sarebbero verso sud, per Betlemme, e a nord, verso un checkpoint israeliano nella città di Zaayem.

Vivere in una “grande prigione”

Se abiti ad al-Aizariyah stai fondamentalmente vivendo in una grande prigione, con una strada principale permanentemente affollata,” dice Sara. “Puoi soddisfare le tue esigenze vitali quotidiane, ma uscirne è un processo talmente lungo e penoso che preferisci evitarlo finché non hai una buona ragione, come andare in ospedale o se lavori fuori città.”

Io lavoro in un centro culturale di al-Aizariyah, quindi non devo uscire dalla cittadina e prima dell’ottobre 2023 solevo andare a Ramallah una volta al mese solo per vedere amici, benché Ramallah sarebbe letteralmente a 15 minuti di distanza se non ci fossero sempre così tanti ingorghi,” sottolinea Sara.

Dall’inizio dell’attuale guerra la polizia israeliana ha chiuso arbitrariamente a qualsiasi ora l’ingresso della rotonda, a volte per minuti, a volte per ore, aumentando le code in città, il che rende sempre più difficile vivere ad al-Aizariyah e Abu Dis. Dall’ottobre 2023 ho vissuto tra la mia casa e il centro culturale e lascio al-Aizariyah sono una volta ogni tre o quattro mesi,” nota Sara. “Se questa non è una prigione, allora cos’è?”

Al centro culturale offriamo corsi di musica, arte e lingue a ragazzini di al-Aizariyah e Abu Dis e l’anno scorso abbiamo dovuto cancellare alcuni corsi perché gli insegnanti rimanevano bloccati per ore lungo il percorso a causa della chiusura di un posto di blocco o di un ingorgo. Alcuni colleghi che vengono da Betlemme o da Ramallah spesso devono lavorare da casa per la stessa ragione,” precisa.

Questa situazione è stata lo status quo ad al-Aizariyeh per anni, molto prima che Fabric of Life e Sovereignty Road iniziassero ad essere realizzati. Ma i progetti taglierebbero fuori ancora di più la cittadina, spostando il traffico dei palestinesi in uscita verso un tunnel che inizierebbe ad al-Aizariyah a sud-est e si dirigerebbe sottoterra lungo il suo margine orientale per 4,5 km, riemergendo in superficie dall’altro lato del checkpoint di Zaayem, nei pressi della cittadina palestinese di Anata, portando direttamente da lì a Ramallah. La seconda parte del progetto, Fabric of Life, è stata approvata all’inizio di maggio. Sposterebbe la circolazione dei palestinesi attraverso un altro tunnel che inizia nello stesso luogo a sud di al-Aizariyeh, ma porterebbe a est, dove i palestinesi riemergerebbero presso Gerico, evitando il deserto orientale di Gerusalemme.

Il posto di blocco di Zaayem, che attualmente limita la circolazione dei veicoli palestinesi sulla Road-1 costruita da Israele, verrebbe rimosso e la strada diventerebbe esclusivamente israeliana. L’impatto avrebbe ripercussioni oltre al-Aizariyeh e Abu Dis e includerebbe tutto il traffico palestinese tra Ramallah, Gerico e i governatorati meridionali di Betlemme ed Hebron, dove vive un milione e mezzo di palestinesi.

Un autista palestinese di minibus, che ha chiesto di rimanere anonimo per problemi di sicurezza, descrive il difficile percorso quotidiano tra Ramallah e Betlemme.

Ogni giorno lascio Ramallah verso sud, vado dritto proprio davanti al checkpoint di Qalandia, che ci separa da Gerusalemme, e mi dirigo al checkpoint di Zaayed,” dice a Mondoweiss. Da lì, afferma, continua lungo un tratto della Road 1, viaggiando accanto a coloni israeliani diretti a Maale Adumim. Poco prima dell’ingresso nella colonia gira a destra nelle vie congestionate di al-Aizariyah, raggiungendo alla fine il posto di blocco “Container” appena a nord di Betlemme.

L’autista dice che prima dell’ottobre 2023 riusciva a fare quattro viaggi di andata e ritorno al giorno, portando sette passeggeri per viaggio. “Era appena sufficiente a coprire le spese del minibus e guadagnarmi da vivere,” spiega. “Ma dopo la guerra contro Gaza l’esercito israeliano ha iniziato a chiudere più spesso Zaayem, Container e l’ingresso di Aizariyah, provocando ingorghi.”

Ora la situazione è peggiorata ulteriormente, fino al punto che riesce a fare solo un viaggio di andata e ritorno al giorno. “Ogni mattina, quando il minibus è pieno di passeggeri e lascio Ramallah, inizio a pensare alla lunga strada che ho davanti,” dice.

Che sia un ingorgo a Qalandia, un blocco improvviso a Zaayem o al checkpoint Container, spesso si ritrova a passare due o tre ore sulla strada con i suoi passeggeri: “E dico ancora una volta a me stesso che odio questo lavoro.”

Per il futuro esprime preoccupazioni riguardo ai tunnel di Sovereignty Road e Fabric of Life, che secondo lui potrebbero complicare ulteriormente la circolazione viaria per i palestinesi. In base ai cambiamenti prospettati aggirerebbe totalmente al-Aizariyah attraverso il sistema dei tunnel progettati, il che significherebbe che non sarà più in grado di far scendere i passeggeri direttamente ad al-Aizariyah o Abu Dis. “Dovranno tornarsene a casa da lì con i loro mezzi,” afferma.

Oltretutto teme che le nuove strade possano portare a restrizioni più severe. “Probabilmente il traffico peggiorerà,” aggiunge. “Quando non condivideremo la strada con i coloni per l’esercito israeliano non sarà un problema chiudere la strada per tutto il giorno. Ci vorrà solo un soldato per bloccare il tunnel.”

Sfoltire la popolazione palestinese nella “Grande Gerusalemme”

L’autista del minibus spiega anche come i progetti infrastrutturali incideranno sui palestinesi che vivono nella zona esclusa dalla circolazione dei palestinesi, decine di comunità beduine.

Smetterò di viaggiare nei pressi delle comunità beduine lungo la Road-1,” dice l’autista. “Vivono tra al-Aizariyah e Gerico e non potrò più trasportare passeggeri da quelle comunità.”

I passeggeri che non potranno prendere il minibus Ramallah-Betlemme sono gli abitanti di 25 comunità beduine nelle terre a est di Gerusalemme, dove Israele intende espandere il suo progetto Grande Gerusalemme. Queste sono proprio i villaggi che il tunnel di Fabric of Life escluderà da ogni linea viaria palestinese. Includono le famose comunità beduine di Khan al-Ahmar e Jabal al-Baba, che da anni Israele cerca di spostare.

Il fatto che questi villaggi si trovino sulla strada palestinese che passa dal centro verso il sud della Cisgiordania ha garantito la continuità della presenza palestinese in Cisgiordania, soprattutto nell’area cruciale che unisce il nord e il sud. L’isolamento di queste comunità, che nel corso degli anni hanno resistito all’espulsione in parte grazie all’accesso dei palestinesi ad esse, agevolerà la pulizia etnica.

L’isolamento e poi lo spostamento di queste comunità sarebbe la mossa finale prima di annettere tutta l’area E-1 ai nuovi confini di Gerusalemme, eliminando la continuità demografica palestinese in Cisgiordania ed ogni fondamento geografico di uno Stato palestinese.

Non è l’unico impatto a lungo termine del progetto dei tunnel. “La vita ad al-Aizariyah e Abu Dis è già abbastanza difficile e il sovraffollamento delle due cittadine è principalmente dovuto al fatto che sono a metà del percorso tra il centro e il sud,” evidenzia Sara. “Tra l’altro ciò contribuisce al commercio locale e la gente può ancora andare a lavorare e tornare a casa nonostante le difficoltà. Ma se questo progetto verrà realizzato saremo completamente isolati e ulteriormente esclusi. Immagino già lunghe chiusure e quelli che lavorano a Ramallah o a Betlemme si troveranno obbligati a traslocare in quelle città.”

Le condizioni di vita di cui fanno esperienza i palestinesi di al-Aizariyah sono le stesse di altre cittadine nella periferia di Gerusalemme, isolate dalla città da muri e posti di blocco di Israele, come Shu’fat, Qalandia e Anata. Isolarle ulteriormente rende solo più difficile viverci, spingendo i palestinesi a emigrare dalle comunità insieme ai loro vicini beduini. L’obiettivo più complessivo è “sfoltire” la presenza demografica dei palestinesi nella zona.

Qassam Muaddi

Qassam Muaddi è giornalista di Mondoweiss per la Palestina.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)