A Gaza si accumulano i rifiuti. Le conseguenze per la salute pubblica sono disastrose.

Ahmed Abu Abdu  

25 settembre 2024 – Mondoweiss

Oltre 150.000 tonnellate di rifiuti sono accumulati dentro Gaza City. Questo è uno degli obiettivi del genocidio di Israele: far annegare nella spazzatura Gaza, una città una volta fiera di sé.

Come capo della gestione della salute e dell’ambiente del Comune di Gaza City sono responsabile del trattamento e smaltimento di ogni tipo di rifiuti, compresi quelli casalinghi, sanitari, industriali, agricoli e marini. Con una popolazione che supera le 800.000 persone la nostra città produce oltre 700 tonnellate di rifiuti al giorno. Già prima che il 7 ottobre, quasi un anno fa, iniziasse il genocidio da parte di Israele, era difficile gestire questa quantità di rifiuti in una città sotto assedio. Durante gli ultimi vent’anni l’occupazione israeliana ci ha impedito sistematicamente di importare o costruire le attrezzature necessarie, compresi camion della spazzatura o strutture per il trattamento dei rifiuti, per svolgere il nostro lavoro. Dopo che il genocidio è iniziato l’occupazione israeliana, con l’obiettivo di creare una crisi ambientale e sanitaria a Gaza, ha lanciato una guerra contro ogni nostra struttura sanitaria e i sistemi per il trattamento dei rifiuti.

Nel corso degli anni ho vissuto vari attacchi israeliani contro Gaza — nel 2008, 2012, 2014 e 2021. Ogni volta ci siamo adattati e abbiamo continuato a svolgere i nostri servizi essenziali. Ma questa guerra è diversa da tutte quelle che abbiamo visto. Non è solo un ennesimo attacco, ma un genocidio inteso a privare la nostra città della possibilità di funzionare. Ogni giorno sembra una inutile lotta contro il tempo per garantire i servizi essenziali per una città che viene sistematicamente annientata.

L’occupazione ha preso di mira le nostre squadre a Gaza est, dove è situata la nostra discarica, rendendo impossibile trasportarvi la spazzatura e obbligandoci ad ammassarla in mezzo alla città, creando condizioni pericolose per gli abitanti di Gaza.

Fin dall’inizio della guerra mi sono costantemente preoccupato della sicurezza della mia famiglia. Quando l’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione ho portato la mia famiglia a Khan Younis, nel sud, come ci è stato imposto. L’immagine della supplica di mia madre in lacrime perché rimanessi con loro quando ho deciso di tornare a nord mi tormenterà per sempre. Eppure mi sono sentito in obbligo di tornare a Gaza City per continuare il mio lavoro per quanti erano ancora lì. Mentre guidavo da solo di ritorno ho superato un veicolo colpito da un attacco aereo. Ho visto corpi fatti a pezzi lungo la strada e macerie ovunque. Ho accelerato nonostante la paura.

Di ritorno a Gaza ero da solo. Abbiamo lottato per salvare ciò che rimaneva del sistema di gestione dei rifiuti e per fornire servizi operativi di base per quanti erano rimasti. In mezzo a condizioni terribili ho perso oltre 8 kg in un mese. Mia madre non mi ha quasi riconosciuto quanto ci siamo parlati con una videochiamata.

Gestire rifiuti solidi durante un genocidio

Prima del genocidio il blocco ci aveva già impedito di importare gli impianti adatti, come compattatori o inceneritori. Tutto il nostro sistema era già fragile in conseguenza dell’assedio di 17 anni.

Si suppone che la gestione avvenga in tre fasi: raccolta, trasporto e smaltimento. Il blocco ci obbligava a ricorrere a soluzioni di ripiego, come l’uso di 300 carretti trainati da animali, che per anni ha funzionato in città fino a quando è iniziato il genocidio.

Il primo giorno del genocidio le forze israeliane hanno preso di mira i lavoratori della discarica, ferendone molti e distruggendo 1,5 milioni di dollari di equipaggiamento. Non ci è rimasto altro che smaltire i rifiuti nel centro della città in luoghi provvisori come il mercato di Yarmouk e gli spazi aperti nel mercato al-Feras. Queste zone, una volta animate, ora sono sommerse di rifiuti in decomposizione, rappresentando gravi pericoli per la salute dei pochi abitanti che sono rimasti.

Gestire oltre 500 lavoratori è diventato praticamente impossibile. Metà dei miei dipendenti vive nel nord di Gaza, dove nei primi giorni della guerra hanno continuato ad usare carretti. Quando i combattimenti si sono intensificati persino questo sistema non è più stato sicuro. La parte settentrionale di Gaza ha subito pesanti bombardamenti e molti lavoratori sono stati sfollati e si sono rifugiati nelle scuole.

I loro carretti sono stati parcheggiati nei pressi, ma sono stati distrutti dagli attacchi aerei. Molti lavoratori hanno perso i loro mezzi di sussistenza e di sopravvivenza. In un attacco abbiamo perso oltre 40 operatori che si erano rifugiati nel nostro principale garage. Otto missili hanno distrutto oltre 120 veicoli utilizzati per la raccolta dei rifiuti, per la gestione delle acque reflue e le forniture idriche. Metà dei miei dipendenti è stata ferita, molti non saranno più in condizione di tornare al lavoro.

Una città sommersa dai suoi rifiuti

Con più di 150.000 tonnellate di rifiuti accumulati a Gaza City le conseguenze ambientali e sanitarie sono disastrose. L’inverno si avvicina e questi cumuli di spazzatura bloccheranno i sistemi di drenaggio, portando a potenziali inondazioni in una città già devastata. Molti abitanti sfollati che vivono in rifugi provvisori dovranno affrontare l’orrore aggiuntivo di allagamenti. L’aria è densa dell’odore di spazzatura che brucia in quanto gli abitanti disperati cercano di gestire i rifiuti incendiandoli. Il fumo tossico peggiora la situazione, provocando un incremento dei disturbi respiratori. Il ministero della Salute di Gaza ha registrato oltre 250.000 casi di malattie dermatologiche dovuti all’esposizione alla spazzatura. Con rifiuti ospedalieri e pericolosi che si accumulano insieme a quelli domestici siamo sull’orlo di una catastrofica crisi sanitaria.

Il nostro sistema di gestione della spazzatura, una volta fragile ma funzionante, ora è in rovina. Oltre 150.000 tonnellate di rifiuti stanno avvelenando la città e la stagione delle piogge non farà che peggiorare la situazione. Abbiamo urgente bisogno di assistenza. Il sistema infrastrutturale di Gaza sta collassando e la sua gente è sconvolta dal peso del genocidio. Non possiamo sopportare questo per molto tempo ancora. Il mondo deve agire prima che Gaza diventi inabitabile, che la sua gente se ne vada con nient’altro che i ricordi di una città che una volta era fiera di sé e ora è sepolta sotto i suoi rifiuti.

Ahmed Abu Abdu

Ahmed Abu Abdu è un tecnico con una lunga esperienza nella gestione dei rifiuti solidi e in problemi ambientali che attualmente guida le difficoltà delle crisi umanitarie e l’impatto del cambiamento climatico. Con oltre un decennio di esperienza e un passato di gestione di rifiuti pericolosi dal Giappone, è impegnato ad affrontare le molteplici sfide che si trovano di fronte le comunità in zone di conflitto come Gaza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Per il New York Times non tutti gli americani uccisi in Palestina sono uguali

Lara-Nour Walton  

9 settembre 2024 – Mondoweiss

Quando un governo straniero e i suoi cittadini uccidono un americano ciò in genere suscita l’indignazione dei media statunitensi. Ma la recente ondata di violenza di Israele contro americani, compresa l’uccisione di Ayşenur Ezgi Eygi, ha ricevuto pochissimo spazio.

La ventiseienne americana Ayşenur Ezgi Eygi è arrivata in Palestina solo tre giorni prima che le forze israeliane le sparassero in testa. Al momento della sua morte, il 6 settembre, stava protestando pacificamente contro le colonie illegali nel villaggio di Beita, nella Cisgiordania occupata. Questa uccisione è ordinaria amministrazione. Israele ha una storia di omicidi di cittadini americani a sangue freddo. All’inizio del nuovo secolo c’è stato uno stillicidio di uccisioni ogni anno. Nel 2003 un soldato dell’esercito israeliano che guidava un Caterpillar D9 passò ripetutamente sul corpo di Rachel Corrie, cittadina statunitense che stava cercando di fermare la demolizione di una casa palestinese. Morì schiacciata.

Poi, nel 2010, il diciannovenne Furkan Doğan cadde vittima del fuoco israeliano a bordo di una nave in acque internazionali. Il cittadino americano stava tentando di consegnare aiuti umanitari alla Striscia di Gaza assediata.

Era il 2016 quando Mahmoud Shaalan, che indossava una felpa North Face e jeans, uscì per andare a trovare sua zia. Non ci arrivò, un soldato israeliano sparò a morte all’adolescente della Florida a un checkpoint in Cisgiordania.

Il 2022 è stato un anno letale, inaugurato dal brutale arresto e conseguente morte dell’americano-palestinese Omar Abdulmajeed Asaad. Il ministero della Sanità palestinese ha affermato che l’ottantenne Asaad, che era stato preso durante una retata nella sua città natale, ha avuto un attacco di cuore “provocato molto probabilmente dal pestaggio e aggravato dalla lunga costrizione e poi dall’abbandono con le manette ai polsi per varie ore in un edificio… in una notte freddissima.”

Poi, ovviamente, nel 2022 c’è stata Shireen Abu Akleh. La giornalista americana di Al Jazeera indossava un giubbotto chiaramente contrassegnato dalla scritta “STAMPA” quando è stata assassinata da un cecchino dell’esercito israeliano.

Ma, mentre Israele continua a condurre la sua guerra a Gaza, che ormai è costata la vita ad almeno 40.000 palestinesi, quello stillicidio di uccisioni di cittadini USA è improvvisamente diventato una cascata. La morte di Eygi è stata preceduta dagli omicidi di due diciassettenni americani, Mohammad Khdour e Tawfic Abdel Jabbar, e del dipendente di World Central Kitchen [ong statunitense che si occupa di aiuti alimentari, ndt.] Jacob Flickinger. Ad agosto l’insegnante americano Amado Sison è stato colpito e ferito durante la stessa protesta settimanale contro le colonie in cui è stata uccisa Eygi.

Quando un governo straniero e i suoi cittadini uccidono un americano dietro l’altro è ragionevole supporre che questo comportamento susciti un minimo di indignazione nei media statunitensi. Ma la recente ondata di violenza di Israele contro americani, compresa l’uccisione di Ayşenur Ezgi Eygi, ha ricevuto pochissimo spazio.

Fino al 6 settembre il presunto giornale di riferimento, The New York Times, non aveva pubblicato un solo articolo riguardante Khdour o Sison. I nomi di Jabbar e Flickinger insieme sono stati citati in otto articoli – quello di Jabbar in due, Flickinger in sei.

Di contro l’uccisione da parte di Hamas dell’ostaggio americano Hersh Goldberg-Polin ha attirato un’attenzione molto maggiore sui media. Dalla sua esecuzione, il primo settembre, il nome di Goldberg-Polin il 6 settembre era già apparso in 26 articoli e newsletters del New York Times.

Mentre la scarsa informazione sulla morte di palestinesi è una tendenza che ha segnato a lungo il New York Times e più in generale i grandi media, ora risulta che il solo fatto di schierarsi con la causa palestinese toglie rilevanza alla propria morte, anche se le vittime della violenza di stato di Israele sono americane.

Nella sua scarsa informazione sulle morti che hanno preceduto quella di Eygi, il New York Times ha dimenticato di evocare, anche solo una volta, la consolidata storia di uccisioni di cittadini americani da parte di Israele. Senza che venga incluso questo contesto fondamentale, come può un lettore cogliere eventualmente la portata di questo fenomeno?

Subito dopo la morte di Eygi, l’informazione del New York Times non è migliorata. Il 6 settembre il giornale ha intitolato “Donna americana colpita e uccisa durante una protesta in Cisgiordania.” Evidentemente il Times non pensa che ciò sia abbastanza degno di nota da includere nel titolo la responsabilità di Israele per l’omicidio. Di fatto un lettore avrebbe dovuto superare tre paragrafi prima di scoprire una frase esplicita che suggerisce la responsabilità dell’esercito israeliano. Avrebbe dovuto avventurarsi ancora più in basso, dopo le citazioni di Anthony Blinken sull’importanza di “raccogliere informazioni” prima di arrivare a delle conclusioni, per trovare il racconto di un testimone oculare che accusa [i soldati israeliani] dell’uccisione.

Più tardi quel giorno il Times ha pubblicato “Aysenur Eygi, l’attivista americana uccisa in Cisgiordania, è stata una organizzatrice delle proteste nei campus,” rifiutando ancora di incolpare nel titolo il fuoco israeliano.

L’approccio assolutorio del New York Times nel raccontare questa tragedia non è unico. Altri importanti mezzi d’informazione americani hanno evitato allo stesso modo di affrontare la questione del responsabile, tenendo la parola “Israele” lontano dai titoli:

  • Attivista americana colpita a morte alla testa in Cisgiordania (ABC, 9/6/24)

  • Cittadina americana uccisa durante una protesta contro i coloni in Cisgiordania (USA Today, 9/6/24)

  • Attivista americana colpita a morte nella Cisgiordania occupata (Politico, 9/6/24)

  • Donna americana, 26 anni, muore dopo essere stata colpita alla testa in Cisgiordania (New York Post, 9/6/24)

Tuttavia, data la sua diffusione e reputazione nazionale di affidabilitè, è più grave quando il New York Times non rispetta il suo dovere di utilizzare un linguaggio esplicito. Ciò è particolarmente vero quando, di fronte alla violenza israeliana verso americani, il governo USA continua a concedere carta bianca. Perché se il quarto potere, il presunto cane da guardia del governo americano, non può nemmeno chiedere a Israele di darne conto, allora chi lo farà?

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Chiarire il funzionamento della dirigenza di Hamas

Hanna Alshaikh

30 agosto 2024 – Mondoweiss

Tratteggiando una semplicistica contrapposizione tra il “moderato” Ismail Haniyeh e l’“estremista” Yahya Sinwar, i media hanno frainteso il modo in cui opera la dirigenza di Hamas. In realtà il processo decisionale di Hamas è molto più istituzionalizzato.

Dopo che Ismail Haniyeh, capo dell’Ufficio Politico di Hamas, è stato assassinato a Teheran, il Consiglio della Shura, il più alto organo consultivo del Movimento, ha rapidamente e unanimemente scelto Yahya Sinwar come suo successore. Quando è stato ucciso, Haniyeh era a capo della rappresentanza di Hamas nei negoziati per il cessate il fuoco con i mediatori e molti analisti hanno affermato che l’ascesa di Sinwar fosse il segnale di una rottura radicale con le politiche di Haniyeh e di altri esponenti di spicco dell’Ufficio Politico.

Questa analisi è in larga parte fuorviante.

Essa dimostra scarsa comprensione non solo della dirigenza del Movimento di Resistenza Islamica (Hamas), ma del più ampio Movimento nel suo insieme. Che la direzione di Sinwar costituisca una rottura con il passato è una tesi sintomatica della tendenza nell’analisi occidentale a leggere le figure dei dirigenti palestinesi attraverso dicotomie semplicistiche come “falco/colomba” o “moderato/radicale”. Queste etichette nascondono più di quanto rivelino.

A questa carenza analitica si somma la sensazionalistica fissazione per la psicologia di Sinwar. Questo approccio riduce politiche complesse a caratteri personali e presuppone che i processi decisionali di Hamas siano in larga parte riconducibili a singole personalità piuttosto che a solidi dibatti interni ed elezioni, complesse deliberazioni e consultazioni e contrappesi istituzionali.

Nonostante queste distorsioni nel dibattito generale, vale comunque la pena approfondire in quale misura il mandato di Sinwar a Capo dell’Ufficio Politico si distinguerà da quello di Haniyeh. Vi sono segni di rottura?

Sfidare l’isolamento

Per poter meglio valutare un’eventuale rottura occore considerare alcuni parallelismi nelle traiettorie di Haniyeh e Sinwar. Il primo è il più ovvio: entrambi hanno scalato i vertici della dirigenza palestinese prima e di quella di Hamas poi. Nati nei campi profughi della Striscia di Gaza nei primi anni ’60, Haniyeh e Sinwar si sono affacciati al mondo come rifugiati, condizione che comporta un’esistenza fatta di esclusione, spossessamento e marginalizzazione. A dispetto di questa condizione, entrambi si sono uniti al movimento islamico a Gaza e sono stati ulteriormente isolati e dislocati: Haniyeh fu esiliato nella città libanese di Marj al-Zouhour nel 1992, mentre Sinwar fu imprigionato nel 1988 e condannato a quattro ergastoli l’anno seguente. Queste avversità non hanno impedito ai due dirigenti né di maturare la loro preparazione politica né di giocare un ruolo nello sviluppo della stessa Hamas.

Dalle dure condizioni del suo esilio a Marj al-Zouhour, Haniyeh ha maturato esperienza nel coordinamento delle attività con i palestinesi fuori da Hamas, nella gestione dei rapporti con Hezbollah e nel confronto con gli Stati arabi e la comunità internazionale – culminata con l’approvazione da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di una risoluzione che ne chiedeva il ritorno, che avvenne l’anno successivo. Questa esperienza in diplomazia e negoziazione con altri gruppi palestinesi, Haniyeh l’avrebbe portata con sé per il resto della sua carriera. Nel 2006 Haniyeh fu il primo capo del governo palestinese democraticamente eletto. Mentre il sabotaggio di questo governo di unità nazionale portava a brutali scontri tra fazioni e all’instaurazione del blocco israeliano su Gaza, Haniyeh ha dedicato anni al perseguimento della riconciliazione e dell’unità nazionali, oltre al lavoro a livello diplomatico.

Dalla prigione Sinwar ha continuato a sviluppare le capacità di controspionaggio del Movimento, un processo che aveva avviato nel 1985 con la creazione dell’“Organizzazione per la sicurezza e la vigilanza” nota come “Majd”, con l’obbiettivo di provvedere all’addestramento in materia di sicurezza e controspionaggio e identificare sospetti collaboratori. Quando Sinwar è stato arrestato nel 1988, dopo solo un mese dall’inizio della Prima Intifada, è stato accusato di aver ucciso 12 collaboratori. Da prigioniero, Sinwar ha continuato a spendersi per il rafforzamento del controspionaggio del Movimento e a investire nelle capacità dei prigionieri palestinesi. Ha imparato l’ebraico ed è stato un avido lettore. La sua competenza ha segnato nel tempo lo sviluppo del Movimento e consolidato la sua figura di autorità del Movimento in prigione.

Un capitolo importante e più diffusamente conosciuto dell’esperienza politica di Sinwar è quello relativo al ruolo chiave che ha avuto nelle negoziazioni che hanno portato al rilascio di più di 1000 prigionieri palestinesi nel 2011, incluso lo stesso Sinwar, in cambio di Gilad Shalit, soldato israeliano catturato dai combattenti delle brigate Qassam nel 2006. Aspetto meno conosciuto del tempo che ha passato in prigione è invece l’accorta destrezza con cui ha coinvolto e radunato i palestinesi di diverse fazioni in scioperi e proteste di detenuti. Nel periodo immediatamente successivo al suo rilascio, è riuscito a utilizzare queste abilità per ottenere maggiore influenza nei negoziati con Israele e trovare punti di accordo con i palestinesi di altre fazioni.

Negoziati dopo la prigione

Nel 2012, poco dopo il suo ritorno a Gaza, Sinwar è stato eletto all’Ufficio Politico di Hamas. Solo cinque anni dopo, nel 2017, Sinwar è stato eletto successore di Haniyeh a capo della dirigenza di Gaza. I primi anni di Sinwar a Gaza sono speso ricordati come un periodo in cui Hamas ha serrato i ranghi internamente e si è impegnata in campagne pubbliche contro la collaborazione con Israele, anche se in forme piuttosto diverse rispetto ai primissimi giorni del Majd.

Fatto meno sensazionalistico e non adatto a narrazioni enfatiche, mentre era a capo della dirigenza di Gaza Sinwar si è anche impegnato in diversi negoziati complessi e tortuosi.

Nel 2017, a dieci anni dall’inizio del blocco israeliano su Gaza, la lotta quotidiana di 2 milioni di palestinesi stava per peggiorare ulteriormente a causa di una serie di decisioni di Mahmoud Abbas che avrebbero aggravato le conseguenze economiche dell’isolamento di Gaza. Nel marzo del 2017, l’Autorità Palestinese, con sede a Ramallah, aveva ridotto i salari dei propri dipendenti a Gaza fino al 30% e a giugno i salari dei prigionieri palestinesi “deportati” a Gaza nel 2011 furono completamente eliminati. Poi, con una mossa molto discussa e considerata una forma di punizione collettiva, cancellando un’esenzione fiscale Abbas di fatto ridusse i rifornimenti di carburante a Gaza, provocando una crisi energetica che ridusse la fornitura di elettricità per i palestinesi di Gaza da otto a quattro ore al giorno circa.

Con una mossa che sorprese molti osservatori, per fare fronte alle crisi provocate dai cambiamenti politici a Ramallah, Sinwar strinse un accordo con l’ex capo della Forza di sicurezza preventiva dell’Autorità Palestinese, Muhammad Dahlan. Nato come Sinwar nel campo profughi di Khan Younis, Dahlan era stato un dirigente chiave di Fatah fino al 2011, quando si trasferì negli Emirati Arabi Uniti dopo uno scontro con la dirigenza del partito. L’idea di un accordo tra Hamas e l’uomo che aveva realizzato il desiderio dell’amministrazione Bush di minare il governo di unità palestinese guidato dal neoeletto Haniyeh era inconcepibile all’inizio della divisione tra Gaza e Cisgiordania, dieci anni prima. Ragioni interne e regionali imponevano tuttavia alla dirigenza del Movimento di adattarsi, e Sinwar era pronto a negoziare.

L’accordo tra Hamas e Dahlan ebbe scarso successo, ma mise in luce due aspetti fondamentali del mandato di Sinwar come capo della dirigenza di Gaza: la capacità di colmare le divergenze con altri segmenti della politica e della società palestinesi e quella di mantenere relazioni estere equilibrate in un mutato scenario regionale. Più specificamente, attraverso i suoi stretti legami con i governi degli Emirati Arabi Uniti e dell’Egitto, Dahlan riuscì a far entrare un po’ di carburante attraverso il valico di Rafah. In un momento in cui le relazioni tra Hamas e l’Egitto erano al massimo della tensione, all’inizio del primo mandato di Sinwar, fu un fatto significativo.

Nei mesi e negli anni successivi, Sinwar è riuscito a continuare ad allentare le tensioni con l’Egitto. Servendosi dell’influenza costruita con la mobilitazione civile indipendente dei palestinesi in seguito nota come Grande Marcia del Ritorno (2018-19) e di un maldestro tentativo da parte del Mossad di infiltrare e installare apparecchiature di sorveglianza a Gaza nel novembre 2018, la dirigenza di Hamas ha ottenuto diverse concessioni che hanno attenuato l’impatto del blocco israeliano su Gaza, inclusi un allentamento delle restrizioni sui viaggi attraverso il valico di Rafah con l’Egitto, un maggior numero giornaliero di camion carichi di merci in ingresso a Gaza e denaro per pagare i salari dei funzionari pubblici.

È ampiamente riconosciuto che Sinwar abbia giocato un ruolo di primo piano nel miglioramento delle relazioni di Hamas con altri membri dell’“Asse della Resistenza” dopo che la dirigenza di Hamas lasciò Damasco nel 2012, nel pieno dell’insurrezione siriana e della guerra civile. Non altrettanto riconosciuto è il ruolo di Sinwar nel miglioramento e nella rinegoziazione delle condizioni nei rapporti di Hamas con altri attori regionali al di fuori degli alleati più stretti. Concentrare l’attenzione sui suoi legami con l’“Asse” limita il dibattito sulla guida di Sinwar entro i confini di una certa corrente ideologica, ma la sua volontà di negoziare indica un approccio agli equilibri di potere regionali più sofisticato di quanto prevedano queste etichette arbitrarie.

Sinwar e i suoi predecessori

Due concetti operativi nel lessico politico di Hamas – accumulazione e consultazione – sono fondamentali per comprendere come funziona il Movimento e come lavorano i suoi dirigenti. Qualsiasi comprensione del Movimento in generale e del ruolo di Sinwar in particolare deve tenere conto di questi fattori imprescindibili nell’evoluzione del potere e del dinamismo istituzionale di Hamas.

Con il termine “accumulazione” ci si riferisce generalmente allo sviluppo sul piano militare nel tempo. É inoltre utile considerare come accumulazione anche l’esperienza e le capacità politiche cui i dirigenti di Hamas ricorrono per gestire difficili problemi di amministrazione sotto il blocco: esigenze umanitarie sotto l’assedio, fasi di isolamento a livello regionale, fasi di costruzione e stabilizzazione di alleanze a livello regionale, riconciliazione nazionale con altre fazioni palestinesi. La costruzione delle basi del successo politico e dell’accumulazione militare richiede continuità più che rotture.

Con il termine “consultazione” ci si riferisce alle buone pratiche e alle strutture interne a Hamas. Il Movimento ha organi consultivi a diversi livelli che fungono da organi di controllo e di consulenza per la dirigenza politica. I membri sono eletti e comprendono palestinesi della Cisgiordania, di Gaza, dalla diaspora e dalle prigioni. L’organo consultivo più alto, il Consiglio Generale della Shura, nomina i membri di un organo indipendente che coordina e supervisiona l’elezione dell’Ufficio Politico per garantirne la trasparenza. Se normalmente poche informazioni su queste strutture raggiungono il pubblico, in una situazione di emergenza come l’assassinio di Ismail Haniyeh si è appreso che il Consiglio Generale della Shura può nominare un successore in circostanze eccezionali (Sinwar è stato scelto all’unanimità).

La pratica e la struttura della consultazione non sono circoscritte all’ala politica di Hamas. Anche l’ ala militare del Movimento, le Brigate Qassam, ha procedure di consultazione – infatti, Sinwar aveva operato come coordinatore tra il ramo militare e quello politico dopo essere entrato a far parte dell’ufficio politico. Zaher Jabareen, che aveva radicato le Brigate Qassam nella Cisgiordania settentrionale, ha spiegato che non è corretto rappresentare il Majd come una struttura centralizzata, poiché le decisioni sui sospetti non sono nelle mani di un individuo solo – esse sono soggette a procedure articolate in più fasi, nonché a ulteriori indagini da parte di un’“organizzazione professionale” distinta. Jabareen ha sottolineato che sono previste sanzioni severe per il personale che non gestisce correttamente un caso.

Secondo questa stessa dinamica, quando dirigenti come Sinwar o Haniyeh prendono una decisione importante, non solo giungono a quella conclusione attraverso la consultazione con figure di grande esperienza, ma ne rispondono agli elettori che si aspettano un’iniziativa, siano essi interni al Movimento o nella società in generale. Come capi della dirigenza di Gaza e dell’Ufficio Politico, Sinwar e Haniyeh hanno lavorato insieme e spesso sono apparsi in incontri pubblici con diversi corpi elettorali per costruire consenso sul tema della riconciliazione nazionale. Per loro riconciliazione nazionale non è stata solo la priorità assoluta del fare ammenda con Fatah e unire il corpo politico palestinese, ma significava anche colmare altre forme di divisioni politiche, nonché questioni sociali e socioeconomiche a Gaza. Tutto questo per prepararsi all’imminente battaglia, per accumulare forza militare, sostegno popolare e l’unità politica necessari. Sembra che la consultazione proceda sia dall’alto verso il basso che dal basso verso l’alto.

Diverse dichiarazioni di Sinwar e di due fra i suoi predecessori mostrano come l’accumulazione di forza e risultati abbia promosso la continuità in ogni nuova fase. Khaled Meshaal aveva delineato le priorità del suo ultimo mandato in un’intervista del maggio 2013: resistenza, concentrazione su Gerusalemme come cuore della causa palestinese, liberazione dei prigionieri, lotta per il diritto al ritorno e promozione del ruolo della diaspora nella lotta, riconciliazione nazionale tra le fazioni palestinesi per unire e raccogliere il corpo politico palestinese in sostegno alla resistenza, coinvolgimento dei paesi arabi e musulmani, coinvolgimento della comunità internazionale sia a livello ufficiale che a livello popolare, rafforzamento istituzionale interno a Hamas, espansione del suo potere e apertura verso altre formazioni palestinesi e verso altri arabi e musulmani in generale.

Il commento di Meshaal sui prigionieri balza agli occhi. Li aveva definiti come “l’orgoglio del nostro popolo”. Quando gli è stato chiesto di entrare nei dettagli circa il piano per ottenerne la liberazione e se questo prevedesse la cattura di altri soldati israeliani, Meshaal ha preferito tacere. Due mesi più tardi, il rovesciamento del governo Morsi in Egitto avrebbe determinato un cambiamento nelle operazioni di Hamas, cosa che probabilmente ha indotto la dirigenza dell’Ufficio Politico ad alcuni ripensamenti. Nonostante le difficoltà che tutto ciò ha implicato per Hamas, soltanto un anno dopo, nel corso della guerra di 51 giorni di Israele contro Gaza del 2014, in almeno cinque occasioni le brigate Qassam sono entrate in Israele, puntando alle sue basi militari, e hanno catturato i corpi di due soldati. Oggi questa accumulazione e questa continuità sono riscontrabili nelle dichiarazioni dei dirigenti di Hamas che spiegano che lo scopo dell’operazione del 7 ottobre era quello di catturare soldati israeliani in vista di uno scambio di prigionieri.

All’inizio del suo ultimo mandato, Meshaal aveva pubblicamente smentito insieme ad Haniyeh le voci di tensioni tra loro. Queste voci sono perdurate negli anni, mentre non si è prestata sufficiente attenzione alla corrispondenza fra i due dirigenti, che coerentemente dimostra priorità condivise.

La prospettiva comune, la comunicazione e le priorità condivise sono continuate con Haniyeh a capo dell’Ufficio Politico. In seguito alla guerra del 2021 di Israele contro Gaza, che i palestinesi chiamano “la battaglia della spada di Gerusalemme” – in occasione della quale ebbe luogo un sollevamento noto come “Intifada dell’Unità” che si diffuse da Gerusalemme alla Cisgiordania, fino ai palestinesi con cittadinanza israeliana e alle comunità dei rifugiati in Libano e Giordania – Ismail Haniyeh pronunciò un discorso della vittoria che sottolineava il ruolo centrale nel Movimento della continuità e dell’accumulazione.

Haniyeh descrisse la battaglia come una “vittoria strategica” e dichiarò che ciò che sarebbe avvenuto dopo non sarebbe stato “come ciò che è avvenuto prima”, aggiungendo che “è una vittoria divina, una vittoria strategica, una vittoria complessa” sui piani della scena nazionale palestinese, dalla nazione araba e musulmana, sul piano delle masse globali e su quello della comunità internazionale. Il discorso sottolineava l’importanza per questa vittoria dell’accumulazione di forze e della dedizione a priorità e obbiettivi riconducibili a epoche precedenti del Movimento. Preannunciava anche grandi cambiamenti futuri.

Prima del 7 ottobre, Sinwar tenne un discorso in occasione del quale ebbe a dire:

Nell’arco di alcuni mesi, io stimo non più di un anno, obbligheremo l’occupazione ad affrontare due opzioni: o li obbligheremo ad applicare la legge internazionale, rispettare le risoluzioni internazionali, ritirarsi dalla Cisgiordania e da Gerusalemme, smantellare le colonie, liberare i prigionieri e garantire il ritorno ai rifugiati, ottenendo l’istituzione di uno Stato palestinese sulle terre occupate nel 1967, inclusa Gerusalemme, o metteremo questa occupazione in contraddizione e contrasto con l’intero ordine internazionale, la isoleremo in modo radicale e potente, e metteremo fine alla sua integrazione nella regione e nel mondo intero, affrontando lo stato di collasso che si è verificato su tutti i fronti di resistenza negli ultimi anni”.

Alla luce di ciò, vale la pena chiedersi se Sinwar sia davvero così imprevedibile come sostengono gli opinionisti. Le sue dichiarazioni mettono in dubbio anche la lettura dell’ascesa di Sinwar come una rottura totale con il passato del Movimento.

Hamas come mediatore

La personalità di Yahya Sinwar è stata rappresentata in modo sensazionalistico dai media occidentali (e anche arabi). In generale, queste discussioni su Hamas sono spesso basate su voci, insinuazioni e affermazioni prive di fondamento che tendono a mettere in evidenza i disaccordi tra i componenti della sua dirigenza, etichettando i dirigenti sulla falsariga dell’opposizione tra “moderati che favoriscono la diplomazia e i negoziati” e “falchi militanti”. Esaminando gli aspetti delle carriere di Sinwar e Haniyeh dovrebbe risultare più chiaro che, sebbene le personalità e le specificità del percorso di ciascun dirigente abbiano un impatto sul loro processo decisionale, si tratta solo di una parte del modo in cui questi dirigenti, e il Movimento in generale, prendono le decisioni.

Nel corso degli anni, Hamas ha dimostrato di saper sfruttare le diverse esperienze dei suoi leader per rafforzare le proprie capacità sul piano militare, politico, diplomatico e popolare. Radicato nei principi di consultazione e accumulazione, Hamas è allo stesso tempo un Movimento orizzontale e un Movimento di istituzioni. Istituzioni efficaci come il Consiglio della Shura hanno aiutato il Movimento a superare momenti di incertezza, come l’assassinio di Ismail Haniyeh.

Questo è l’ultimo esempio di come Hamas abbia dimostrato livelli di dinamismo e flessibilità istituzionale senza precedenti rispetto alla storia della creazione di istituzioni tra le fazioni palestinesi.
In questo contesto, quelle che potrebbero apparire come differenze significative tra i dirigenti possono diventare una fonte di forza per il Movimento, permettendogli di bilanciare le richieste, a volte contrastanti, di vari elettorati, soprattutto mentre gestisce il processo decisionale tra gli alti livelli di sorveglianza, la costante minaccia di assassinio e di incarcerazione dei suoi dirigenti e i continui assalti alle sue strutture e istituzioni.

Con ciò non si vuole negare che a volte possano esserci divergenze tra i dirigenti del Movimento. Questo è un fattore in gioco sin dalla fondazione dell’organizzazione nel 1987. Tuttavia, Hamas è anche un Movimento di istituzioni, procedure e strumenti di controllo. La regola generale è stata la consultazione, l’accumulazione e il bilanciamento delle esigenze dei vari gruppi. La comunicazione della dirigenza ne ha dato prova pubblicamente e con coerenza nel tempo, non solo durante la guerra genocida in corso, ma per tutti i suoi 37 anni di storia.

In seguito all’operazione “al-Aqsa Flood” del 7 ottobre 2023 e al susseguente genocidio a Gaza, sono stati sollevati ulteriori interrogativi su Hamas in generale e sulla personalità di Yahya Sinwar in particolare. Molti ancora parlano di Sinwar come dell’imprevedibile mente dietro all’operazione, insistendo su una narrazione in cui Sinwar ha avuto da solo il potere di condurre un’operazione senza precedenti contro Israele, con tutte le complesse implicazioni locali, regionali e internazionali che ne deriverebbero. Non è perché si voglia fare un favore ad Hamas – non si tratta di uno stratagemma per dare la colpa a una “mela marcia” e favorire il ritorno al governo di un Hamas “demilitarizzato”. Per alcuni sedicenti esperti, il ricorso a questa spiegazione è dovuto a una scarsa comprensione del Movimento. Per altri permette di fornire una copertura ai fallimenti militari di Israele nel caso in cui catturi Sinwar e sostituisca questo risultato alla “vittoria totale”. Se Sinwar è Hamas e Hamas è Sinwar, allora l’eliminazione dell’uno comporterebbe quella del secondo.

In realtà, ciò che pensiamo di sapere sulla pianificazione e sull’esecuzione dell’offensiva del 7 ottobre – e sulla successiva operazione di Hamas di fronte alla guerra genocida di Israele – è probabilmente una goccia nell’oceano. Ma le prove pubblicamente disponibili ci dicono che Yahya Sinwar non è poi così imprevedibile. Egli, come i suoi predecessori, è stato piuttosto trasparente e chiaro sulla direzione in cui l’organizzazione era diretta. I segnali erano evidenti da almeno due anni, sia a livello ufficiale che di base. Le grandi potenze sono rimaste scioccate perché hanno sottovalutato e ignorato il Movimento, non perché siano state ingannate. La narrazione intorno a Sinwar fornisce anche una copertura agli “esperti” per spiegare la loro conoscenza superficiale del Movimento nel migliore dei casi o l’analisi insincera nel peggiore.

Quello che gli analisti avrebbero dovuto sapere è che Hamas è un Movimento di istituzioni e, come qualsiasi altro movimento di massa, riunisce diverse correnti e orientamenti politici che possono essere in disaccordo sulla tattica, ma non sulla strategia. Il governo dell’organizzazione è stato improntato alla continuità, nonostante la frammentazione geografica e le diverse scuole di pensiero su come procedere. Ci sono stati momenti di acceso dibattito e disaccordo, ma non sono un segreto e a volte si sono svolti pubblicamente. Questo è coerente con le dinamiche di un’organizzazione con elezioni interne solide e competitive.

Pochissime delle notizie attribuite a “fonti anonime vicine a Hamas” sui disaccordi interni a Hamas o sulla ristrutturazione del Movimento da parte di Sinwar sono fondate. Forse le operazioni del Movimento cambieranno a causa della guerra in corso ed è possibile che le sue istituzioni si trasformino di conseguenza. Tuttavia, fino a quando non saranno disponibili prove concrete, gli analisti farebbero bene a basare le loro riflessioni sulla vasta mole di scritti, discorsi e interviste che fanno luce su aspetti inutilmente mistificati di Hamas e della sua dirigenza. Non ci sono prove credibili che suggeriscano che Sinwar abbia completamente rivisto la struttura del Movimento e accentrato il potere attorno a sé. Tuttavia, ci sono molte prove che Sinwar non è solo un prodotto del Movimento, ma uno che ha trascorso decenni a costruirlo ed è improbabile che abbia ignorato le persone con cui è cresciuto politicamente e i processi che ha contribuito a stabilire.

Un giorno, dopo la fine di questa guerra genocida, è possibile che emergano nuovi dettagli che cambieranno la comprensione di Hamas e contraddiranno le ipotesi che circolano ora. Quando ciò accadrà, sarà opportuno collocare le nuove prove nel loro giusto contesto storico e chiedere uno standard più elevato agli “esperti” che non hanno fatto i loro compiti a casa.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Il nuovo status quo dopo l’attacco israeliano contro il nord della Cisgiordania

Qassam Muaddi

30 agosto 2024 – Mondoweiss

La vecchia politica israeliana di contenimento della resistenza armata in Cisgiordania è finita. Ora i palestinesi si stanno chiedendo se la guerra contro Gaza si sia estesa alla Cisgiordania.

La continua offensiva militare israeliana contro le città di Jenin, Tulkarem e Tubas, nel nord della Cisgiordania, è ora entrata nel suo terzo giorno. L’esercito israeliano ha insistito nel descriverla come l’invasione più vasta della Cisgiordania dall’operazione “Scudo di Difesa” nel 2002, un messaggio destinato soprattutto all’opinione pubblica israeliana e forse anche inteso a terrorizzare i palestinesi come una forma di guerra psicologica – il ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz, ha affermato che Israele dovrebbe fare i conti con la Cisgiordania nello stesso modo in cui lo sta facendo con Gaza, anche “evacuando temporaneamente” gli abitanti.

Le attuali dimensioni dell’operazione “Campi Estivi”, come Israele l’ha denominata, finora non è stata delle dimensioni dell’invasione della Cisgiordania di 22 anni fa, ma in ogni caso i palestinesi si chiedono: questo è l’inizio per noi di quello che sta toccando a Gaza?

Fin dalle prime ore dell’occupazione le forze israeliane hanno isolato Jenin e assediato il suo ospedale pubblico, mentre altre forze hanno fatto irruzione nei campi profughi di Nur Shams a Tulkarem e di al-Fara’a a Tubas. Per molti aspetti non si è trattato di uno spettacolo inconsueto in questi campi anche prima del 7 ottobre. La repressione israeliana contro la resistenza armata nel nord della Cisgiordania e altrove è progressivamente aumentata dalla fine del 2021.

La nascita della Brigata Jenin, seguita da quella delle Brigate di Tubas e Tulkarem e del Covo dei Leoni a Nablus, di breve durata, hanno sfidato seriamente i tentativi israeliani di conservare la stabilità in Cisgiordania mentre espandeva il suo progetto di colonizzazione.

Le aree di Jenin, Tubas, Tulkarem e Nablus sono diventate sempre più difficili da attaccare per le forze israeliane, obbligando Israele a militarizzare ulteriormente queste zone e a far ricorso ad attacchi aerei e ai blindati.

Ciò ha cambiato il contesto della sicurezza in Cisgiordania per un intero anno prima del 7 ottobre.

Un’estensione della guerra a Gaza?

Dal 7 ottobre Israele ha incrementato le sue incursioni nelle città del nord della Cisgiordania, soprattutto nei campi profughi che sono serviti come rifugio per i gruppi della resistenza. La strategia israeliana è stata prevenire l’ulteriore sviluppo di attività armate palestinesi in risposta all’operazione Inondazione al-Aqsa e per neutralizzare la Cisgiordania come fronte aggiuntivo della guerra contro Gaza. Mentre la Cisgiordania nel suo complesso è stata largamente pacificata, il nord era rimasto un campo di battaglia attivo. Invece di essere scoraggiati, a Tulkarem, Jenin e altrove i gruppi della resistenza hanno incrementato le loro capacità, soprattutto in termini di produzione di ordigni artigianali. Poi la resistenza armata ha iniziato a diffondersi nelle zone rurali del nord della Cisgiordania, segnando un incremento della presenza di gruppi armati.

Con il passare dei mesi la retorica degli alleati di Netanyahu, come il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, hanno chiesto sempre più insistentemente un’azione decisiva in Cisgiordania, per estendervi la guerra totale contro Gaza. Ciò è stato accompagnato da un aumento dell’espansione delle colonie e delle misure per l’annessione, con Smotrich e Ben-Gvir che spingevano in questa direzione con il sostegno della loro base popolare dei coloni militanti.

Tuttavia il continuo impegno di Israele a Gaza e la sua impossibilità di dichiarare una vittoria militare decisiva contro Hamas ha reso più difficile aprire nuovo fronte di guerra la Cisgiordania, soprattutto con un secondo fronte aperto contro Hezbollah lungo il confine meridionale del Libano.

Nel contempo negli ultimi mesi la guerra a Gaza si è trasformata in una guerra di attrito, aumentando le pressioni interne ed esterne su Netanyahu per porvi fine. È qui che entra in gioco l’attacco contro la Cisgiordania.

Mentre si prevede che Israele esaurisca e riduca le operazioni a Gaza, ora si attende che estenda le operazioni in Cisgiordania per prolungare il più possibile lo stato di guerra, dato che gli interessi di Netanyahu sono in linea con la continuazione dello scenario di tensione. Se è così, ciò significa che l’attacco in Cisgiordania è solo nelle sue fasi iniziali; quando le forze israeliane si ritireranno da Gaza saranno libere di intensificare la pressione in Cisgiordania.

Oltretutto la Cisgiordania è di importanza strategica per Israele, dato il suo tentativo di annettere vaste zone dell’Area C, che comprende oltre il 60% della sua estensione. Questo piano è il fulcro del progetto politico della destra israeliana, che attualmente domina anche la politica di Israele. In più la vicinanza geografica della Cisgiordania con il centro di Israele e la porosità del muro di separazione rendono intollerabile per Israele l’idea di un progetto di resistenza armata in Cisgiordania.

Cambiamento di strategia

Le ultime operazioni israeliane in Cisgiordania hanno già ucciso 17 palestinesi, tra cui due gemelli adolescenti. Ha distrutto più infrastrutture nelle città prese di mira, mentre decine di abitanti sono stati arrestati. Mentre questa situazione diventa gradualmente lo status quo in Cisgiordania, quello che emerge è un cambiamento nella strategia israeliana. Avremmo già potuto rendercene conto dal 7 ottobre, ma le ultime operazioni in Cisgiordania lo hanno messo chiaramente a fuoco: è il passaggio da una politica di contenimento a una di attacco intensificato.

Per anni Israele ha seguito la politica di evitare gravi disordini e conservare la stabilità impegnandosi in ridotte incursioni in Cisgiordania, soprattutto scatenando grandi campagne di arresti che, in molti casi, sono stati per loro natura preventivi. Dal 7 ottobre questa politica ha lasciato il posto a quella di terrorizzare la popolazione palestinese nel suo complesso: non è solo una campagna per prevenire la rivolta contro i gruppi della resistenza armata, ma una guerra contro la società palestinese in Cisgiordania come mezzo per scoraggiarla dal resistere.

Indipendentemente dal fatto che la guerra in Cisgiordania sia un’estensione di quella contro Gaza, ciò che è chiaro è che stiamo entrando in una nuova fase della politica israeliana nei confronti della Cisgiordania. Anche se la guerra a Gaza finisse domani, la Cisgiordania ora diventerà la nuova arena dell’escalation e dell’espansione annessionista della colonizzazione nel futuro immediato. Il vecchio status quo di una stabilità artificiosa è stato distrutto e non c’è ritorno al passato. Ciò favorisce sia le ambizioni di colonizzazione israeliane, ma è anche a suo discapito, in quanto ciò rischia di provocare un’esplosione in Cisgiordania e nell’intera regione.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Incubo a Sde Teiman: la storia mai raccontata di Ibrahim Salem

Yousef M. Aljamal

20 agosto 2024 – Mondoweiss

Ibrahim Salem è stato arrestato dalle forze israeliane a Gaza e trattenuto per 8 mesi, di cui 52 giorni nell’ormai famigerato centro di tortura di Sde Teiman. Salem racconta le torture che ha subito, tra cui abusi fisici, fame e scosse elettriche.

Le forze israeliane hanno arrestato Ibrahim Salem, 35 anni, nel dicembre 2023 presso l’ospedale Kamal Edwan di Jabalia, nella Striscia di Gaza. Era lì con i suoi figli, che si trovavano in terapia intensiva dopo che un attacco aereo israeliano aveva preso di mira la sua casa di famiglia, uccidendo alcuni dei suoi fratelli, nipoti e pronipoti. Dopo il suo arresto è stato spogliato e tenuto nudo per due giorni in una fossa sotterranea in un luogo sconosciuto e poi trasferito nella prigione del Negev. Dopo essersi lamentato con i suoi carcerieri sul motivo per cui era stato arrestato, è stato trasferito al centro di detenzione di Sde Teiman, dove per 52 giorni ha vissuto “un incubo” fatto tra l’altro di torture, scosse elettriche, percosse, umiliazioni e stupri.

La Cnn ha pubblicato una sua foto diventata virale, in cui compare in piedi con le mani sulla testa come punizione, il che è accaduto dopo aver discusso con un soldato israeliano sul perché avesse lasciato che un uomo anziano si urinasse addosso invece di permettergli di usare il bagno.

Quella che segue è un’intervista esclusiva condotta con Ibrahim Salem l’11 agosto 2024 da Yousef Aljamal, che lavora per il Palestine Activism Program dell’American Friends Service Committee [società religiosa di quaccheri che si batte per la giustizia sociale e i diritti umani, ndt].

Grazie per aver accettato questa intervista. Per favore, si presenti e descriva come è stato arrestato.

Mi chiamo Ibrahim Atef Salem, sono nato nel campo profughi di Jabalia nel 1989. Sono stato arrestato l’11 dicembre presso l’ospedale Kamal Adwan. Ho scelto di non evacuare verso il sud [dopo l’ottobre 2023]. Due giorni prima del mio arresto, la mia casa è stata bombardata in pieno tra le 7:30 e le 8 del mattino mentre le mie sorelle e i miei figli dormivano. Una delle mie sorelle, Ahlam, è stata uccisa e i miei figli sono rimasti feriti. Quando sono stato in grado di cercare i miei figli, li ho trovati in condizioni terribili. Mio figlio Waseem era ferito ed era in coma a causa di una commozione cerebrale. Mia figlia Nana aveva molte ferite, tra cui una frattura completa del cranio. Naturalmente, anche lei era in coma. Mia figlia Fatima, mia moglie e un’altra sorella erano rimaste ferite, ero con loro in ospedale. Dopo sono riuscito a seppellire mia sorella e i nostri parenti nel cortile dell’ospedale.

Il giorno dopo l’esercito israeliano è venuto all’ospedale e ha ordinato a tutti gli uomini di scendere al piano di sotto. Loro sono scesi, ma io no. Dopo due, due ore e mezza, i soldati sono saliti. Mi hanno chiesto cosa stessi facendo. Ho raccontato loro la mia storia e ho mostrato il referto medico in mio possesso. Prima che l’esercito ordinasse agli uomini di scendere, il medico aveva scritto un referto sulle condizioni dei miei figli, che attestava che non era loro permesso di muoversi e che avevano bisogno di cure. Il soldato ha detto: “Non muoverti”, e ha chiamato un altro soldato. Quando ha letto il referto, ha detto: “Prendetelo”. Mi hanno preso, non so perché; mi hanno preso, e questo è tutto. Dopo di che, siamo scesi. Ho camminato per un po’ con altri uomini, e un soldato ci ha detto: “Fermatevi, toglietevi i vestiti e metteteli a terra”. E’ stato l’inizio della persecuzione, l’inizio dell’umiliazione psicologica che mi tormenta [ancora oggi]..

Ci hanno fatti spogliare e ci hanno portato in un posto sconosciuto, dove ci hanno lasciato nudi per due giorni. Di mattina ci hanno portato al campo di prigionia, che faceva parte di una caserma militare. Restammo lì al freddo e sotto la pioggia, completamente nudi.

Come venivano eseguite le torture in prigione, quanto duravano e quante ore le era concesso di dormire?

Non potevamo dormire. Ad esempio, nel campo di detenzione di Sde Teiman ci lasciavano dormire a mezzanotte e ci davano coperte inutili che non riscaldavano i nostri corpi. Erano sporche e piene di insetti. Alle 4 del mattino, e a volte prima a seconda dell’umore dei soldati, venivamo svegliati da picchiettii, rumori, urla e saltellii sulle lamiere, che ci strappavano al sonno facendoci sobbalzare. Chi si svegliava tardi veniva punito.

In che modo vi punivano?

C’erano diversi tipi di tortura. Essere in prigione di per sé è una tortura perché ti costringono a inginocchiarti dalle 4 del mattino fino a mezzanotte. Questa è tortura. Se ti siedi sul sedere o sul fianco, ti tirano fuori immediatamente e ti tengono sospeso. Devi stare in ginocchio. Tenere qualcuno in ginocchio per 20 ore è una tortura.

C’era anche la tortura psicologica, con cui i soldati maledicevano e umiliavano me, mia madre e mia sorella. Ci facevano maledire le nostre sorelle, ci facevano maledire le nostre madri, ci facevano maledire noi stessi e le nostre mogli. Una volta, mentre ero sotto interrogatorio, l’ufficiale mi ha detto: “Ibrahim, mi dispiace, ma ho delle brutte notizie da darti”. Gli ho risposto: “Dimmi”. Mi ha detto che mio figlio Waseem era morto. Che Dio abbia pietà di lui [piangendo].

Una volta, durante la tortura e l’interrogatorio, un soldato mi ha chiesto con atteggiamento molto ostile dove fossero i miei figli e dove mi avessero arrestato. Gli dissi che ero stato portato via da Kamal Adwan. Mi ha domandato cosa stessi facendo lì e gli ho risposto che stavo seppellendo mia sorella. Poi mi ha chiesto dove avevo seppellito mia sorella e io risposi che era a Kamal Adwan. Voleva sapere il luogo esatto, così gli mostrai dove l’avevo sepolta. Allora mi ha mostrato una foto di una ruspa che trasportava i cadaveri. E’venuto fuori che le ruspe avevano scavato l’intera area e portato via i corpi.

Mi ha chiesto: “Quanti corpi c’erano?” Sei, ho risposto. Poi mi ha mostrato una foto in cui c’erano tre corpi sulla lama della ruspa e tre a terra. Ho indicato i corpi sulla ruspa e ho detto: “Quei tre sono mia sorella e i suoi due figli. Li ho seppelliti io e li riconosco”. Ho domandato: “Cosa volete da questi corpi? Perché li avete presi?” Ho pianto a lungo. Poi ha detto: “Voi siete dei bastardi e dei bugiardi. Come puoi piangere su un cadavere mentre quando ti ho detto che tuo figlio era morto, non hai reagito?” Gli ho risposto: “Questo cadavere ha una sua santità e sacralità per noi, il che significa che è proibito anche solo toccarlo”.

Quanto spazio avevi per muoverti in prigione?

A Sde Teiman non c’è spazio. Non mi era nemmeno permesso di andare in bagno; le guardie continuavano a tergiversare quando glielo chiedevo. Nel Negev c’è solo una pausa e potevo muovermi solo durante quel lasso di tempo. Uscivo alle 13:30 per la pausa. Normalmente, nelle prigioni [dei centri di detenzione israeliani], ci sono tre pause: una al mattino, una al pomeriggio e una alla sera.

Ci concedevano una pausa di un’ora alle 13:30, il momento più caldo e peggiore della giornata, e non ci permettevano di stare lontani dal sole anche se non avevamo l’energia per camminare. Se non camminavamo, venivamo puniti. Dovevamo camminare per tutto il campo di detenzione, circa un dunam (1.000 metri quadrati), con tende sparse ovunque. Abbiamo finito per camminare in un’area di circa 200 metri.

In che modo le guardie carcerarie trattavano i prigionieri palestinesi?

Era orribile. Nella prigione del Negev, durante la nostra pausa di un’ora, se le guardie vedevano due persone andare in bagno o fare qualsiasi cosa mentre loro si trovavano nella torre di guardia, urinavano in una bottiglia e ce la rovesciavano addosso. Ci fermavano e ce la rovesciavano addosso. Ci dicevano di sollevare la testa e di guardarli, e nel momento in cui li guardavamo, ci rovesciavano addosso l’urina e ci insultavano. Se qualcuno li insultava o semplicemente chiedeva perché lo stessero facendo ci punivano ordinandoci di rimanere in piedi per più di due o tre ore, a seconda di quanto fossimo fortunati.

Com’era la qualità del cibo che vi veniva dato?

Non c’era quasi cibo. Non ne vedevamo quasi mai. Alcuni prigionieri riuscivano a prendere del cibo dal carceriere. Impedivamo ai prigionieri che avevano del cibo di avvicinarsi a noi perché spesso era disgustoso. A volte il cibo arrivava con mozziconi di sigaretta dentro. Le ciotole in cui veniva servito il cibo sembravano non essere state lavate da mesi. A un certo punto, abbiamo chiesto di lavarle noi stessi, ma i soldati si sono rifiutati e si sono scagliati contro di noi per questo.

Come comunicava con la famiglia? Come aveva le loro notizie?

Non avevo contatti con la mia famiglia e non sapevo nulla di loro [mentre ero in prigione]. Quando sono stato rilasciato e sono sceso dall’autobus a Khan Younis, ho chiesto: “Dove siamo?” Mi hanno risposto: “Sei al confine tra Khan Younis e Deir al-Balah, nella zona di Khan Younis”. Ho detto: “Sono del nord; non ci sto a far niente qui. Perché mi avete portato a Khan Younis?” Ho chiesto se potevo andare a nord e il soldato ha detto: “No, c’è un posto di blocco lungo la strada; non puoi andarci”.

Gli ho detto che non volevo scendere dall’autobus lì. Come avrei potuto vedere i miei figli? Volevo vedere i miei figli e la mia casa. Allora il soldato accanto a me mi ha dato un pugno sull’orecchio e ha detto: “Scendi qui, non sono affari miei”. Appena sceso dall’autobus, ho chiamato la mia famiglia e mia moglie. Ho chiesto prima dei bambini. Mia moglie mi ha detto che Waseem era uscito dal coma il mese prima, il che significava che era rimasto in coma per oltre sei mesi. Ho ringraziato Dio e gli ho chiesto come stava. Ha detto: “Grazie a Dio, sta bene, ma ha bisogno di cure e di un intervento chirurgico. Nana sta bene, Fatima sta bene, grazie a Dio, ma anche loro hanno bisogno di un intervento chirurgico”.

Le ho detto: “passami uno dei miei fratelli con cui parlare, chiunque si trovi nelle vicinanze”. Poi ho chiesto a mio padre: “Papà, voglio chiederti una cosa”. Ha detto di sì e gli ho chiesto dei corpi dei miei fratelli, Ahlam e Muhammad. Ha detto: “Figlio mio, i soldati israeliani li hanno presi da Kamal Adwan”. Mi sono ricordato di quando il carceriere mi aveva mostrato le foto e l’incubo è diventato realtà. Per me era un incubo; ne avevo davvero paura.

Hai avuto modo di conoscere in prigione qualcuno e di apprendere le sue vicende?

Certo, ho avuto modo di conoscere alcuni prigionieri. Abbiamo parlato mentre eravamo nel Negev, dove vivevamo insieme e conversavamo. Nella caserma di Sde Teiman ho fatto delle conoscenze ma eravamo bendati, quindi non potevamo vederci.

Ognuno ha la sua storia. La mia foto diventata virale, in cui venivo torturato, costretto a stare in piedi per sei ore con le mani sulla testa solo perché avevo protestato contro un carceriere che ha costretto un anziano palestinese a farsi la pipì addosso. La scena catturata nella foto non era nulla in confronto alle altre punizioni che abbiamo subito. Ovviamente c’è indignazione per questo – le persone dovrebbero essere indignate – ma ci sono cose più gravi che sono successe. Ad esempio, gli insulti che abbiamo sopportato, ci hanno privato della nostra dignità! Stare seduti in ginocchio per 20 ore, non è forse una punizione più grande? Le scosse elettriche che abbiamo sopportato, il freddo che ci ha quasi reso inabili.

Sono stato interrogato forse 10 o 12 volte, mi venivano poste le stesse domande e venivano ripetute ogni volta le stesse cose. Ogni volta che andavo all’interrogatorio i soldati israeliani mi facevano spogliare e poi rivestire. Quando entri nella stanza, devi toglierti i vestiti e quando torni nella stanza, devi toglierli di nuovo. Non è un insulto e una vergogna?

C’erano soldatesse che ci colpivano sulle parti sensibili del corpo, e altri prigionieri si rifiutavano di parlarne, forse per imbarazzo. Una volta, un tizio si è seduto accanto a me e si è aperto. Gli ho chiesto: “Cosa ti è successo?” Lui ha risposto: “Dovresti chiedere cosa non mi è successo! Mi è successo di tutto; mi hanno fatto di tutto”. Questo mi è bastato per capire cosa aveva passato.

Cosa ha causato la debolezza fisica nel tuo corpo?

Mancanza di cibo, torture e percosse: c’erano molte torture. Ho le costole rotte, i denti rotti. Cosa pensi che abbiamo mangiato? Non ci portavano nemmeno abbastanza cibo. Al Negev il cibo che arrivava veniva distribuito tra 150 persone. Giuro su Dio che la porzione destinata a 150 persone non sarebbe stata sufficiente per sole cinque persone. Ma abbiamo dovuto dividerla tra di noi.

Abbiamo saputo che in prigione sei stato portato nel reparto clinico. Perché?

Un giorno mi si sono rotte le costole a causa delle percosse e delle torture. Anche dopo avermi rotto le costole, le guardie mi colpivano volutamente lì. Inoltre prima di essere arrestato avevo subito un’operazione al rene e la ferita era visibile. Quando mi spogliavo, vedevano la ferita e mi colpivano lì apposta. Un giorno mi hanno colpito molto forte con un bastone: è stato atroce. Ero esausto, molto stanco; sono rimasto così per due o tre giorni, incapace di alzarmi o di fare qualsiasi cosa, e urinavo sangue. Il sergente ha detto a una guardia che ero in condizioni talmente pessime che se fossi rimasto lì, sarei potuto morire o sarebbe potuto succedermi qualcosa di terribile.

Dopo circa tre giorni hanno accettato di portarmi in clinica. Al mio arrivo, il medico mi ha detto che avevo bisogno di un intervento chirurgico e che avrebbero eseguito una procedura endoscopica per valutare le mie condizioni. Mi hanno fatto la procedura endoscopica, o almeno così la chiamavano. Non lo so nemmeno per certo perché persino il medico mi picchiava e mi umiliava. Quando ho fatto delle domande al medico, lui non ha risposto.

Ho lasciato il reparto due giorni dopo e sono stato portato dentro per l’interrogatorio. Mi chiedevo: “Cosa ho fatto? Sono un civile, un barbiere. Qual è la mia colpa? Per favore, spiegatemelo così posso capire. Perché tutte queste torture, umiliazioni e percosse? Perché sono stato imprigionato per così tanto tempo? Qual è la mia accusa?” Alla fine, il giudice non è riuscito a trovare alcuna accusa contro di me. Tutti gli altri con me sono stati accusati di essere “combattenti illegali”, ma non mi è mai stato detto quale fosse la mia accusa.

Ibrahim Salem ora vive in una tenda a Khan Younis. Soffre di un grave disturbo post-traumatico da stress (PTSD) ed evita di stare vicino alle recinzioni. Il suo corpo è smagrito. Ha vissuto un incubo che è stato fotografato e fatto trapelare, lasciando i suoi familiari sopravvissuti a svegliarsi un giorno con una foto di lui che veniva torturato a Sde Teiman. Ibrahim vuole saperne di più sulle sue condizioni di salute e sapere quale intervento gli hanno eseguito i dottori israeliani. Il sogno di Ibrahim è di potersi riunire ai suoi figli nel nord di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele assassina il capo dell’ufficio politico di Hamas nel contesto di un’escalation regionale

Qassam Muaddi

31 luglio 2024 – Mondoweiss

Israele ha assassinato il capo dell’ufficio politico di Hamas Ismail Haniyeh a Tehran dopo una serie di crescenti tensioni regionali che hanno incluso attacchi senza precedenti all’ “Asse della resistenza”, compresi attacchi aerei su Beirut e sullo Yemen.

Il capo dell’ufficio politico di Hamas ed ex Primo Ministro palestinese, Ismail Haniyeh, è stato ucciso la mattina di mercoledì in un attacco israeliano alla sua residenza nella capitale iraniana Tehran. Haniyeh era in visita in Iran per partecipare alla cerimonia di insediamento del nuovo presidente iraniano, Masoud Pezeshkian.

Hamas ha annunciato in una dichiarazione che Haniyeh è stato ucciso in un attacco israeliano, mentre la guida suprema iraniana, Ali Khamenei, ha accusato Israele dell’assassinio, aggiungendo che “sarà punito severamente”. Anche la Guardia Rivoluzionaria iraniana ha accusato Israele in una dichiarazione, giurando che “il regime sionista riceverà una dura risposta dall’asse della resistenza e specialmente dall’Iran.”

Da parte sua, Israele non ha rivendicato ufficialmente la responsabilità dell’uccisione di Haniyeh, anche se il suo ministro dei Beni Culturali, Amichai Eliyahu, si è rallegrato dell’assassinio commentando che “questo è il modo giusto per purificare il mondo.” Anche l’emittente pubblica ha detto che l’assassinio è avvenuto tramite un missile lanciato da fuori il territorio iraniano.

Haniyeh è la personalità di più alto grado ad essere assassinata da Israele dall’inizio dell’attuale guerra. Negli ultimi mesi stava inoltre conducendo i negoziati per il cessate il fuoco per conto di Hamas.

L’assassinio è avvenuto ore dopo un attacco israeliano al quartiere meridionale di Beirut, Dahiya, ritenuto la principale roccaforte di Hezbollah. L’attacco aveva come obiettivo l’alto comandante di Hezbollah Fouad Shukr, descritto come il braccio destro di Hassan Nasrallah. La sorte di Shukr, al momento in cui scriviamo, resta ignota, ma Hezbollah ha ammesso che Shukr si trovava all’interno dell’edificio preso di mira da Israele. L’attacco di Israele a Beirut segna il secondo importante assassinio nella capitale libanese, mentre il primo era stato l’uccisione del leader di Hamas Saleh Aruri a gennaio. L’attacco è stato probabilmente anche una risposta all’uccisione di 12 bambini siriani drusi nelle Alture del Golan occupate da Israele, in un’esplosione della cui orchestrazione Israele accusa Hezbollah, nonostante l’organizzazione libanese neghi categoricamente la propria responsabilità.

Entrambi gli incidenti inoltre sono avvenuti dopo il bombardamento dell’aeroporto yemenita di Hodeida, di cui Israele ha rivendicato la responsabilità come rappresaglia per un precedente attacco con drone lanciato dal movimento yemenita Ansar Allah a Tel Aviv, che ha provocato la morte di un cittadino israeliano.

Queste tre azioni sono indice di un’escalation regionale mentre la guerra genocida di Israele a Gaza entra nel suo decimo mese. Al tempo stesso gli USA hanno continuato ad arrabattarsi per concludere un accordo di cessate il fuoco e scambio di prigionieri prima delle elezioni presidenziali di novembre. Ma i due attacchi a Beirut e Tehran hanno fatto seguito alla visita del primo ministro Benjamin Netanyahu negli USA ed al suo discorso di fronte al Congresso, in cui ha giurato di continuare la guerra “fino alla vittoria totale”, senza menzionare un accordo sul cessate il fuoco.

Gli attacchi su Beirut e Tehran, che si aggiungono al precedete attacco a Hodeida, indicano le intenzioni di Netanyahu di prolungare la guerra allargando la sua portata regionale allo scopo di sabotare un possibile accordo di cessate il fuoco, specialmente dopo i rapporti di media israeliani secondo cui i capi della sicurezza e dell’esercito hanno fatto pressioni su Netanyahu perché si mostri più flessibile sui negoziati. Benché Israele e USA abbiano dichiarato che non vogliono una guerra regionale, le azioni di Israele rendono più vicina che mai la possibilità di tale guerra. Gli USA hanno anche annunciato che difenderanno Israele nel caso di un conflitto più vasto.

Secondo Mokhimar Abu Saadah, un professore di scienze politiche all’università al-Azhar di Gaza, ora distrutta, “l’assassinio di Haniyeh porterà all’interruzione dei negoziati sul cessate il fuoco. Resteranno congelati per un pezzo.”

Credo che al momento nessuno possa parlare di un accordo o di un cessate il fuoco a Gaza, dopo questo assassinio”, ha detto Abu Saadah al corrispondente da Gaza di Mondoweiss Tareq Hajjaj. “I colloqui su questo argomento verranno rimandati di parecchi giorni.”

Abu Saadah ha puntualizzato che “Hamas potrebbe lanciare operazioni suicide o sparare a soldati in Cisgiordania, soprattutto dato che è in corso uno sciopero generale e un lutto collettivo per l’assassinio.” Tuttavia ha scartato la possibilità di una risposta di Hamas da Gaza, “perché non ci sono a Gaza maggiori potenzialità rispetto a quanto ha fatto negli scorsi dieci mesi.”

L’Iran non intende entrare in guerra con Israele a causa di questo assassinio”, ritiene Abu Saadah. “Se ci sarà una risposta, sarà per togliersi d’imbarazzo, perché una guerra non sarebbe con Israele ma con gli USA e gli iraniani non vogliono entrare in guerra con gli alleati di Israele.”

Neanche gli USA sembrano intenzionati a supportare Israele in una guerra regionale, soprattutto prima delle elezioni presidenziali e con una transizione incerta nella candidatura democratica. Tuttavia finora la politica USA è stata di evitare di fare pressioni su Israele in alcun modo concreto e significativo.

Dopo dieci mesi di incessanti uccisioni di massa di civili a Gaza e dopo l’incriminazione di Israele da parte della Corte Internazionale di Giustizia di plausibile genocidio, unitamente all’incombente minaccia di mandati d’arresto della Corte Penale Internazionale per i leader israeliani, l’appoggio che Netanyahu ha ottenuto a Washington la settimana scorsa è solo servito ad incoraggiare la sua condotta che ora ha spinto l’intera regione più vicino all’orlo di una guerra che tutti hanno cercato di evitare.

Ha contribuito a questo articolo il corrispondente di Mondoweiss a Gaza Tareq Hajjaj.

Qassam Muaddi

Qassam Muaddi è il corrispondente per la Palestina di Mondoweiss.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il Congresso ha applaudito il genocidio di Gaza, ma il discorso di Netanyahu ha dimostrato che il consenso politico di cui ha goduto Israele è finito

Mitchell Plitnick

28 Luglio 2024 – Mondoweiss

L’appello di Benjamin Netanyahu a mantenere il sostegno al genocidio di Gaza può aver ricevuto scroscianti applausi al Congresso, ma il discorso ha rivelato una situazione di incertezza politica per Israele sia tra i democratici che tra i repubblicani.

Mercoledì 24 luglio, in uno degli episodi più vergognosi della sua storia, il Congresso ha ospitato a camere riunite un discorso del Primo Ministro israeliano.

Il discorso grondava militarismo, razzismo e bugie così sfacciate che persino i media americani tradizionali ne hanno rilevate alcune. In un grossolano tentativo di dimostrare che Israele non è uno Stato razzista in cui si pratica l’apartheid Netanyahu ha esibito due soldati dell’esercito israeliano, uno musulmano e uno etiope, vantandosi di quanti palestinesi hanno ucciso.

Ha mentito sul fatto che Israele prende di mira i civili palestinesi (oggi più di quanto abbia mai fatto prima), sul rapporto tra il numero di civili e il numero di combattenti uccisi a Gaza e sul bilancio delle vittime a Rafah. Sono tutte oscenità, un’ostentata negazione del genocidio nelle sale del Congresso, degna dei peggiori negazionisti dell’Olocausto. Ancora peggio, questa negazione è stata fatta dall’assassino stesso mentre ancora commetteva questi atroci crimini e le bugie sono state accolte con standing ovation e applausi da membri del Congresso intervenuti per assistere a tutto ciò.

Netanyahu ha persino riesumato bugie sul 7 ottobre smentite da tempo: storie di bambini bruciati vivi e di bambini uccisi mentre si nascondevano in una soffitta. Queste storie sono state smentite da fonti israeliane, ma ciò non ha impedito a Netanyahu di ripeterle a Washington di fronte a una plaudente folla di islamofobi e razzisti anti-palestinesi.

Come previsto, ha anche affermato che i manifestanti radunatisi in gran numero per contestarlo in occasione del suo discorso sono stati finanziati dall’Iran, corroborato dalla recente testimonianza falsa e del tutto priva di fondamento della Direttrice dell’Intelligence Nazionale statunitense Avril Haines.

Il discorso di Netanyahu aveva lo scopo di consolidare il sostegno del Congresso al genocidio di Gaza e di ribadire l’idea sciovinista e militarista che Israele stia combattendo la prima linea della battaglia americana contro la barbarie musulmana. Ogni sua parola trasudava razzismo ed è stata accolta con grandissimo calore e apprezzamento sia dai repubblicani che dai falchi democratici presenti.

Ma al di là dell’enfasi c’era poca sostanza nel suo discorso: esso non conteneva nulla di nuovo, soltanto i soliti triti argomenti, falsità e puro razzismo. In definitiva è stato un riflesso dell’evento stesso: un tentativo di protagonismo da parte del presidente della Camera Mike Johnson, nazionalista cristiano, che i leader democratici con la loro tipica codardia non hanno voluto contrastare.

Gli obiettivi di Netanyahu

La sostanza del discorso non era tuttavia il punto centrale per Netanyahu. Con questa apparizione egli perseguiva due obiettivi principali. Il primo era quello di consolidare il sostegno americano, soprattutto da parte dei repubblicani, ma il più possibile da entrambi gli schieramenti. Il secondo era che gli israeliani vedessero il modo in cui era stato acclamato al Congresso.

Sul primo obiettivo ha avuto un discreto successo, con alcuni dei democratici più spregevoli come John Fetterman, Kyrsten Sinema e Steny Hoyer in prima fila insieme ai loro colleghi repubblicani nel loro zelante sostegno a un criminale di guerra. Mentre metà del caucus democratico del Congresso ha boicottato il discorso (Rashida Tlaib ha partecipato tenendo un cartello con scritto “criminale di guerra” da un lato e “colpevole di genocidio” dall’altro), Netanyahu se lo aspettava e non avrebbe potuto chiedere di più del sostegno che ha ampiamente ottenuto da quei democratici che erano presenti.

Si tratta di un sostegno sufficiente a Netanyahu per garantire che il Congresso continui ad aprire il libretto degli assegni per l’esercito di Israele e le sue azioni genocide.

Ma rispetto al secondo obiettivo non ha ottenuto risultati altrettanto positivi.
Gli israeliani noteranno che non solo il presidente del Senato, Kamala Harris, ha evitato l’evento, ma anche il leader della maggioranza del Senato Chuck Schumer, pur avendo partecipato, ha rifiutato di presiedere l’evento – cosa che avrebbe significato sedersi proprio dietro Netanyahu, con la telecamera puntata costantemente addosso. Un’immagine che non voleva. Schumer è stato sostituito
dal senatore Ben Cardin, presidente uscente del Comitato per le relazioni estere del Senato, che non intende ricandidarsi.

Netanyahu ha cercato di parlare di appoggio trasversale agli schieramenti, ma ha dimostrato ai suoi elettori di aver gravemente danneggiato il sostegno “bipartisan” che per decenni, insieme ai gruppi di pressione americani pro-Israele, i suoi predecessori hanno lavorato instancabilmente per mantenere.

Molti ritengono che la più grande risorsa strategica di Israele sia stata la trasversalità del sostegno di cui ha goduto. Ebbene, tale sostegno non è più così generalmente condiviso e tende anzi sempre più a diventare una questione divisiva. Questa non può che essere una buona notizia per i sostenitori dei diritti dei palestinesi.

Inoltre, mentre Netanyahu ha parlato in termini altisonanti della forza militare di Israele e di come intende riportare a casa gli ostaggi israeliani, gli israeliani noteranno sicuramente che non ha menzionato nemmeno una volta la diplomazia o un accordo per il rilascio degli ostaggi. Poiché è proprio un accordo che ha consentito la restituzione di quasi tutti gli ostaggi che sono stati liberati, egli stava dicendo al pubblico israeliano che si rifiuta ancora di rinunciare a perseguire la loro liberazione con mezzi militari – mezzi che hanno ucciso più ostaggi israeliani di quanti ne abbiano salvati. Questa è ormai una posizione largamente impopolare in Israele, tanto che persino la stessa squadra di Netanyahu per i negoziati sugli ostaggi lo sta denunciando per aver bloccato un accordo.

Quale sarà il prossimo passo dei Democratici?

Dopo il suo discorso, giovedì Netanyahu ha incontrato separatamente sia Joe Biden che la candidata democratica Kamala Harris. Biden ha avuto poco da dire, lasciando i riflettori ad Harris, e il rapporto della Casa Bianca sul suo incontro con Netanyahu corrisponde nel merito con la dichiarazione pubblica di Harris sul loro incontro.

Il tono di Harris è stato tuttavia leggermente diverso da quello di Biden. Ha parlato più a lungo e con più convinzione delle “sofferenze di Gaza” di quanto abbia mai fatto Biden. Ha anche dichiarato di aver detto a Netanyahu che l’accordo per il cessate il fuoco deve essere completato, ma non ha affermato, come hanno fatto ripetutamente – mentendo – sia Biden che il Segretario di Stato Antony Blinken, che è Hamas a bloccare l’accordo.

Harris ha però parlato delle sofferenze di Gaza come se gli Stati Uniti non fossero coinvolti in alcun modo. Ha riciclato la stanca e subdola frase “il modo in cui Israele si difende è importante”, ma ha parlato delle condizioni di Gaza come se si fossero create senza alcun intervento esterno, senza gli enormi crimini di guerra di Israele e senza assumersi alcuna responsabilità per il fatto che gli Stati Uniti hanno fornito la maggior parte degli armamenti e tutta la protezione politica per quei crimini.

I funzionari israeliani hanno criticato Harris anche solo per il lieve rimprovero che ha avanzato, accusandola orwellianamente di aver in qualche modo reso più difficile con le sue parole la conclusione di un accordo per il rilascio degli ostaggi israeliani. Si tratta di una tipica mossa israeliana, alla quale Harris ha risposto chiedendo: “Di cosa stanno parlando?”, proprio come ha fatto Biden quando Netanyahu lo ha accusato, in modo ancora più assurdo, di non averli armati a sufficienza.

Harris non ha dato nessun segno di essere pronta a prendere provvedimenti, una volta in carica, per fare pressione su Israele affinché cessi il suo comportamento, che la Corte internazionale di giustizia ha appena confermato essere criminale. Netanyahu l’ha certamente notato, e le critiche rivolte a Harris dal suo team per il suo piccolo rimprovero erano semplicemente un test per vedere come avrebbe risposto.

Chuck Schumer, che si è rifiutato di presiedere il discorso di Netanyahu, ma ha comunque partecipato e si è seduto in prima fila, ha inviato il suo messaggio. Schumer, che è il più fervente sostenitore di Israele al Congresso, sa bene che Netanyahu ha arrecato un danno senza precedenti alla posizione di Israele nel mondo e persino negli Stati Uniti.

Per Schumer il problema è Netanyahu, con la sua associazione con l’estrema destra israeliana, rappresentata da figure come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Egli sostiene figure come Benny Gantz e Yair Lapid, nonostante anche Gantz abbia recentemente votato a favore di una dichiarazione della Knesset che si oppone alla fine dell’occupazione e dell’apartheid di Israele. Lapid e il suo partito si sono rifiutati di votare contro quella legge, preferendo abbandonare l’aula.

Schumer non ignora queste realtà. È uno dei principali promotori della strategia democratica di isolare Netanyahu come problema, rifiutando di riconoscere le criticità strutturali di Israele e della società israeliana che danno origine e forza all’estrema destra e che concorrono al rafforzamento del sistema di apartheid e dell’occupazione.

A questo punto, sembra che Harris porterà avanti la politica di questa ala del partito, mentre a parole asseconderà l’ala più progressista.

L’equilibrismo dei repubblicani

Tra i repubblicani ci sono meno sfumature, ma sarebbe un errore pensare che ci sia una completa unità.

L’incontro di Donald Trump con Netanyahu è stato più privato, ma le dichiarazioni di Trump mostrano alcuni dei suoi equilibrismi. Ha criticato Harris per quello che ha definito un incontro “insultante” con Netanyahu. Probabilmente si riferiva alle osservazioni di Harris dopo l’incontro, mentre i funzionari israeliani hanno detto che l’incontro stesso si è svolto senza problemi.

Trump ha ripetutamente parlato della necessità che Israele finisca il lavoro rapidamente. Questo riflette diverse opinioni di Trump.

La più importante è lo scarso valore riconosciuto alla vita dei palestinesi, poiché egli esprime chiaramente il desiderio di una massiccia ondata di attacchi israeliani che rada al suolo Gaza una volta per tutte. Questo riflette anche i desideri e i punti di vista della sua base cristiano-evangelica, la quale ritiene che Israele abbia ogni diritto a rivendicare tutta la Terra Santa e che qualsiasi rivendicazione contraria vada contro alla volontà di Dio e debba essere affrontata con forza e senza compromessi.

Ma Trump vuole una rapida conclusione anche a causa dei settori del partito repubblicano che insistono nel porre fine al sostegno finanziario su larga scala agli alleati stranieri, incluso Israele. Non si oppongono agli aiuti annuali a Israele, ma non vedono altrettanto di buon occhio quelli molto più consistenti elargiti a Israele [dopo il 7 ottobre, n.d.t]. Quest’ala del partito si concentra soprattutto sugli aiuti all’Ucraina, ma gli isolazionisti del partito repubblicano costituiscono una minoranza significativa della base di Trump e si oppongono a ogni aiuto all’estero.

Trump non vuole che gli aiuti a Israele diventino un problema all’interno del suo partito, come potrebbe accadere se il sostegno americano continuasse nel 2025, enormemente aumentato [come è oggi, n.d.t.] e lui fosse alla Casa Bianca a gennaio.

Ma oltre a ciò Trump è desideroso di dipingere i repubblicani come pro-Israele e i democratici come anti-israeliani. Netanyahu, che certamente vuole vedere Trump vincere a novembre, sembra disposto a collaborare in questo sforzo, anche se meno apertamente.

I più accorti tra i sostenitori di Israele non condividono questo approccio, ma molti tra i sionisti ebrei più conservatori e quasi tutti i sionisti cristiani non sono disposti a scendere a compromessi sul diritto di Israele di fare la guerra, uccidere e distruggere all’ingrosso a Gaza, in Cisgiordania, in Libano e oltre. Questo ha già indebolito la tradizionale capacità di Israele di raccogliere consensi trasversali e, se continuerà, nel Partito Democratico ci saranno sempre più opportunità per sostenere i diritti dei palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Funzionari dell’amministrazione Biden che si sono dimessi a causa di Gaza affermano che gli USA hanno distrutto il diritto internazionale e hanno messo in pericolo gli americani

Philip Weiss

23 luglio 2024 – Mondoweiss

L’amministrazione Biden sopprime l’ampio dissenso al suo interno riguardo alla sua politica su Gaza, imponendo una “cultura del silenzio”, affermano alcuni di coloro che si sono dimessi.

Joe Biden ha ottenuto un’infinità di consensi dai democratici per il suo record di successi realizzati durante un solo mandato.

Ma il record di Biden sarà per sempre offuscato dal suo appoggio all’aggressione israeliana a Gaza che attraverso l’utilizzo di munizioni americane ha distrutto città e ucciso decine di migliaia di civili.

Con un notevole gesto di resistenza, 12 funzionari dell’amministrazione Biden hanno pubblicamente rassegnato le dimissioni piuttosto di portare avanti la sua politica. Il 4 luglio hanno pubblicato una lettera di “dissenso dal servizio” che definiva la politica USA “moralmente riprovevole” e “un fallimento”.

La lettera – che ha ottenuto scarsa attenzione dai media – affermava che le scelte di Biden “mettono a rischio gli interessi USA in tutta la regione.” Si riferiva agli interessi politici e economici ed anche al danno per la “credibilità” degli USA.

La scorsa settimana nove dei firmatari sono intervenuti in un webinar del gruppo di esperti DAWN sul Medio Oriente. Riassumerò i punti principali.

Alexander Smith, un ex funzionario di USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale) che si è dimesso a maggio, ha detto che, difendendo il comportamento israeliano, gli USA hanno distrutto “il sistema della legislazione sui diritti umani” creato dopo la seconda guerra mondiale.

E’ sconvolgente e davvero desolante vedere gli USA prendere ora la decisione di distruggere sostanzialmente il sistema internazionale dei diritti umani che è stato costruito dopo la seconda guerra mondiale”, ha detto.

Gli USA non sono mai stati parte attiva del diritto internazionale, ha detto Smith. “Ma non abbiamo cercato attivamente di distruggere quel sistema e di ostacolarlo. Non abbiamo cercato di affermare in modo formale che queste persone sono persone e queste altre non sono persone, fino ad ora.”

Smith ha detto che la condotta degli USA è agli antipodi delle loro azioni in Ucraina. USAID ha dei video molto eclatanti relativi al suo lavoro di aiuto agli ucraini. Quando i russi hanno bombardato un ospedale gli USA hanno espresso sdegno. Ma Israele ha bombardato 36 ospedali a Gaza col pieno sostegno degli USA.

Stacy Gilbert, una funzionaria di lungo corso del Dipartimento di Stato, ha dato le dimissioni dopo che l’amministrazione a maggio ha pubblicato un rapporto del Dipartimento di Stato/Dipartimento della Difesa (un NSM-20) che affermava che Israele non stava bloccando gli aiuti umanitari, anche se Gaza stava affrontando la carestia.

Pensavo che questa amministrazione non avrebbe falsificato i fatti”, ha detto Gilbert. “Vedere scritto in una relazione congiunta al Congresso un fatto così ovviamente dimostrabile come falso mi ha sconvolta. Quando il rapporto è uscito il 10 maggio è stato il momento in cui ho comunicato che mi sarei dimessa.”

Gilbert ha detto che lei “era in una posizione unica avendo elaborato quel rapporto per poter dire ‘Non è vero, tutti sanno che non è vero,’”

Così tanti funzionari di Biden sono contrari alla politica su Gaza che ora vi è una “cultura del silenzio” all’interno dell’amministrazione, ha detto Maryam Hassanein, un’ex collaboratrice del Dipartimento degli Interni che si è dimessa all’inizio di questo mese:

Una delle questioni principali è la cultura pervasiva del silenzio nel momento di una grave crisi – specificamente, il genocidio che sta avvenendo. Almeno all’interno del mio ente, ci si aspettava che la crisi, indotta dalle azioni israeliane e dal finanziamento e dal consenso USA, non dovesse essere materia di esplicita discussione.”

Lily Greenberg Call, un’ex funzionaria degli Interni, ha ribadito questo aspetto. “C’era una vasta cultura del silenzio e una paura di menzionare queste cose perché non erano, cito, ‘rilevanti per il nostro lavoro’”, ha detto.

Hassanein ha detto che lo scorso anno l’amministrazione ha tenuto “sessioni di ascolto” per dar voce alle preoccupazioni del personale, ma esse hanno dato a molte persone l’impressione di essere ignorate.

Hassanein ha aggiunto che vi è “una significativa quota di dissenso nell’amministrazione”. Molte persone hanno silenziosamente lasciato l’amministrazione. Altre stanno lavorando all’interno per organizzare interruzioni del lavoro e azioni di protesta.

Smith ha detto di essersi dimesso la scorsa primavera dopo che il suo previsto intervento sugli effetti della carestia sulla salute di mamme e bambini a Gaza è stato improvvisamente cancellato. Non si trattava di un discorso politico, ma di un intervento che constatava “i fatti” relativi agli effetti sulle donne incinte e sui bambini di “quando si affama una popolazione”.

Quell’intervento è stato improvvisamente cancellato dalla programmazione della conferenza…proprio all’ultimo momento”, ha detto Smith. “E’ stato davvero desolante” assistere a questo mentre l’amministrazione Biden si esprime apertamente sulle condizioni in Ucraina. “Per me i diritti umani sono universali”.

Il Dipartimento di Stato sta vanificando gli sforzi per avvertire i funzionari americani che potrebbero essere perseguiti per il loro ruolo in un genocidio, ha detto Josh Paul, un ex alto funzionario di Stato.

Paul ha detto che quando gli USA hanno fornito armi per l’attacco saudita allo Yemen “è stata inviata alle alte sfere una nota legale e non è stata approvata”, che avvertiva della responsabilità giuridica delle singole persone in conseguenza alla loro complicità in quegli attacchi. Ciò è accaduto solo perché “un avvocato molto coraggioso” ha redatto la nota.

Quella persona non lavora più per il Dipartimento di Stato in parte per quel motivo”, ha detto Paul. Nel caso della guerra di Gaza nessun individuo di quel tipo sta scrivendo simili avvertimenti.

A nessuno è consentito neppure di discutere i danni per l’interesse nazionale USA, dice Annelle Sheline, ex funzionaria del Dipartimento di Stato.

Non so se c’è un modo per noi di riguadagnare credibilità come difensori dello stato di diritto e dei diritti umani”, dice Sheline.

C’è urgente necessità di discutere un cambio di politica, ma il governo non lo permetterà, dice. “Per anni ogni seria discussione su un ripensamento della politica USA è stata attivamente negata o sottoposta ad autocensura, sia all’interno che all’esterno del governo. E’ qualcosa che ho osservato al (Dipartimento di) Stato prima del 7 ottobre.”

L’amministrazione Biden non solo avalla attivamente il genocidio, ma sta procurando un danno irreparabile alla sicurezza nazionale”, dice Sheline.

Per esempio, “il perseguimento della competizione tra grandi potenze era davvero un obbiettivo strategico” per la Casa Bianca – per superare Cina e Russia a livello mondiale. Ma quell’obbiettivo è stato messo da parte quando si è trattato di sostenere Israele.

Gli esperti hanno elencato molte leggi USA che l’amministrazione Biden sta infrangendo.

Tariq Habash ha detto di aver dovuto lasciare il Dipartimento dell’Educazione a causa della “quasi quotidiana disumanizzazione delle vite dei palestinesi e nel vedere le nostre armi fornite incondizionatamente provocare la morte e la distruzione di così tante persone e infrastrutture civili.”

Quella è stata la linea rossa di Habash perché lui è palestinese, ma ha detto di avere punti di intesa con altri impiegati federali. Vedono che la politica USA ha “minato lo status dell’America in tutto il mondo e….in realtà ha reso meno sicuri gli americani qui a casa loro.”

Harrison Mann, un ex funzionario dell’intelligence della Difesa, ha ribadito il concetto che la politica di Biden reca danno agli americani.

Abbiamo rivoltato l’opinione mondiale, e specialmente quella regionale, contro gli Stati Uniti in un modo tale che non avevamo visto forse dall’invasione dell’Iraq. Questo alimenta l’odio che indubbiamente provocherà il terrorismo in futuro. Penso sia solo questione di tempo perché raccogliamo ciò che abbiamo seminato laggiù.”

Il mondo sa che Israele non potrebbe sostenere l’intensità e la portata del suo attacco senza “l’inesauribile flusso” di armi dagli Stati Uniti, e la guerra ha fatto stare tutti peggio. Mann ha detto:

Israele ha fatto di sé stesso un paria mondiale ed ha trascinato con sé gli USA. Penso che gli Stati Uniti abbiano definitivamente perso la capacità di usare un ragionamento basato sui valori per mobilitare gli alleati mondiali.

Philip Weiss

Philip Weiss è caporedattore di Mondoweiss.net ed ha creato il sito nel 2005-2006.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Perché la Cisgiordania non si solleva – per ora

Qassam Muaddi

5 luglio 2014 – Mondoweiss

La Cisgiordania rimane stranamente calma mentre Israele porta avanti il genocidio a Gaza. Ma se la repressione israeliana ha dissuaso una rivolta nelle strade, le placche tettoniche sottostanti continuano a muoversi

Mentre la guerra infuria a Gaza e lungo il confine libanese la Cisgiordania ha occupato una posizione mediatica di secondo piano a fronte dell’incessante genocidio di Israele. A parte la proliferazione di piccole sacche di resistenza armata nei campi profughi e nei centri urbani del nord, la Cisgiordania ha mantenuto un’insolita tranquillità.

Questo silenzio è inusuale. In anni precedenti i palestinesi in Cisgiordania hanno reagito ai crimini dell’occupazione con una serie di mobilitazioni di massa, scontri quotidiani con le truppe israeliane, scioperi generali e campagne di disobbedienza civile. La prima Intifada del 1987, anche se iniziò a Gaza, fu condotta da un movimento unitario e organizzato in Cisgiordania, un ruolo che essa ha continuato a ricoprire nella seguente trentina d’anni.

Ciò include l’ “Intifada dell’Unità” nel maggio 2021, quando i palestinesi della Cisgiordania, di Gerusalemme e della Palestina del ’48 insorsero in una reazione collettiva ai tentativi di Israele di espellere le famiglie palestinesi dalle loro case nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme. L’ondata di proteste di massa in tutte le città della Cisgiordania fu più ampia che mai, raggiungendo il culmine il 18 maggio, quando uno sciopero generale venne attuato in tutta la Palestina storica, dal fiume al mare.

Tutto questo è cambiato dopo il 7 ottobre. Negli scorsi nove mesi la mobilitazione di massa è stata praticamente assente, nonostante gli orrori senza precedenti della guerra genocidaria di Israele a Gaza, che è costata la vita di oltre 37.000 palestinesi. 

Anche se la memoria degli eventi passati di rivolta popolare è ancora viva nella mente delle persone, l’attuale mancanza di mobilitazione in Cisgiordania ha portato molti a concludere che Israele la ha effettivamente neutralizzata come terreno di lotta.

Prima di ottobre: tutt’altro che neutralizzata

Scorrendo le notizie nei mesi ed anni prima del 7 ottobre un osservatore poteva pensare che la Cisgiordania fosse un fronte attivo nella guerra. Le quotidiane incursioni israeliane nelle città palestinesi e nei campi profughi si trovavano ad affrontare palestinesi che sempre più spesso usavano armi invece di pietre per far fronte alle truppe che invadevano le loro case. Gruppi locali di resistenza armata hanno iniziato a proliferare in diverse città, da Jenin a Nablus, Tulkarem, Tubas e Gerico.

Il fenomeno ha attirato analisti e giornalisti, che parlavano di una “nuova generazione di resistenza palestinese”. I mezzi di informazione occidentali riferivano della rivolta armata dei “combattenti della generazione Z della Cisgiordania” su giornali come The Economist, Wall Street Journal e Vice. Molti si sono trovati a chiedersi se ciò che avveniva in Cisgiordania si potesse definire una terza Intifada.

Questa situazione di sollevazione si stava sviluppando da almeno due anni. Nel 2021 l’evasione di sei prigionieri palestinesi dl carcere di massima sicurezza di Gilboa scatenò un’ondata di resistenza armata a Jenin, dove si erano rifugiati due degli evasi. Le forze israeliane li ricatturarono dopo uno scontro con un piccolo gruppo di uomini armati. Dopo la cattura altri giovani iniziarono ad unirsi al gruppo finché nacque la Brigata Jenin. Le fecero seguito la Fossa dei Leoni a Nablus, la Brigata Tulkarem a Tulkarem e la Brigata Tubas a Tubas. Queste città e i campi profughi adiacenti divennero rifugi per i gruppi di resistenza armata.

Contemporaneamente movimenti locali di resistenza civile crescevano in diverse località dove le terre venivano minacciate dall’espansione dei coloni, come a Kufr Qaddoum, Salfit e Nabi Saleh. In alcuni posti la resistenza civile era continuata per oltre un decennio. In altri era stata assente dopo la prima Intifada, ma ora tornava a rivivere. Uno dei casi più famosi è il villaggio di Beita a sud di Nablus, dove gli abitanti hanno manifestato contro l’avamposto dei coloni israeliani di Eyyatar sul Monte Sabih per tre anni. Le forze israeliane hanno imposto e continuano ad imporre ripetute chiusure del villaggio, pattugliando l’ingresso, facendo sistematiche incursioni, revocando i permessi di lavoro delle migliaia di capifamiglia che lavorano in Israele, arrestando e ferendo centinaia di abitanti ed uccidendo finora almeno dieci dei giovani di Beita.

Dopo ottobre: nuovi livelli di repressione

Se qualunque cosa impallidisce a confronto della campagna genocidaria a Gaza, la repressione israeliana contro la resistenza in Cisgiordania ha assunto un significato completamente differente dopo il 7 ottobre. Israele ha revocato decine di migliaia di permessi di lavoro ai palestinesi, ha bloccato decine di strade che i palestinesi utilizzavano per muoversi tra le città e i villaggi in Cisgiordania ed ha drasticamente intensificato la campagna di arresti contro i palestinesi.

Nei primi due mesi dopo il 7 ottobre Israele ha raddoppiato il numero di prigionieri palestinesi, raggiungendo oltre i 10.000 prigionieri. Il numero di detenuti amministrativi – quelli detenuti senza accuse né processo – ha raggiunto i 3.600, mentre prima della guerra erano 1.300.

Anche l’ambito degli arresti è stato ampliato, allargandosi a comprendere palestinesi di tutti i generi, compresi molti non politicamente attivi. Molti degli arrestati sono leader di comunità, giornalisti e attivisti della società civile con scarsi o deboli legami con la politica. All’interno delle prigioni rapporti sui diritti umani e testimonianze di palestinesi rilasciati hanno rivelato livelli senza precedenti di umiliazioni, violenze e torture, che di fatto estendono il genocidio dei palestinesi ai prigionieri sotto custodia israeliana.

Secondo un portavoce dell’Associazione di Sostegno ai Prigionieri Addameer, che ha chiesto di rimanere anonimo, “gli arresti israeliani prendono di mira sistematicamente membri attivi della comunità che sono in grado di mobilitarla, soprattutto quelli che hanno dei trascorsi a riguardo”, ed ha aggiunto che “questo si può vedere chiaramente negli arresti di persone che lavorano nella società civile, nel settore accademico, nei media e nell’ambito dei diritti umani.”

Fuori dalle città la violenza dei coloni israeliani si è scatenata in modo esponenziale, di fatto espellendo circa 20 comunità rurali in Cisgiordania con attacchi violenti e minacce di morte. I coloni israeliani hanno anche aumentato le aggressioni contro palestinesi in viaggio sulle strade cisgiordane, in aggiunta ai rischi di pestaggi e arresti ai posti di blocco militari israeliani.

Queste azioni israeliane negli scorsi nove mesi hanno provocato l’uccisione di 554 palestinesi e l’arresto di 9.400 in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est.

Il motivo dell’intensità della repressione israeliana non è un mistero. Essa è preventiva, con lo scopo di traumatizzare e dissuadere i palestinesi in Cisgiordania dall’aprire un secondo fronte nella battaglia “tempesta di Al-Aqsa”.

L’impatto nelle strade

Nelle città del nord di Jenin e Tulkarem l’escalation impressionante dei raid israeliani, sia nel numero che nella portata delle violenze e distruzioni, ha portato ad un aumento dell’intensità degli scontri armati con i combattenti della resistenza palestinese. Almeno sette soldati israeliani, compresi due ufficiali, sono stati uccisi dal 7 ottobre durante i raid in Cisgiordania, inclusa la morte di un ufficiale e il ferimento di 17 soldati a Jenin solo la scorsa settimana.

Eppure, mentre i gruppi armati in Cisgiordania sono riusciti finora a contrastare l’aggressione, la mobilitazione civile nella sua forma tradizionale in Cisgiordania è rimasta ampiamente assente.

Il 17 ottobre, dieci giorni dopo l’inizio del genocidio a Gaza, palestinesi in diverse città della Cisgiordania sono scesi in strada in seguito alle notizie del bombardamento israeliano dell’ospedale al-Ahli Baptist a Gaza, che ha ucciso 500 persone. A Jenin e Ramallah alcuni manifestanti hanno gridato slogan contro ciò che ritenevano l’inazione dell’Autorità Nazionale Palestinese. Le proteste si sono trasformate in scontri con la polizia palestinese e cinque manifestanti sono stati uccisi. Nelle settimane seguenti i manifestanti hanno evitato di scontrarsi con l’ANP, in quanto il loro numero diminuiva e sono state arrestate da Israele altre figure di primo piano delle proteste.

Il 30 marzo, Giornata della Terra palestinese, la città di Ramallah ha vissuto un momento speciale di risveglio. In migliaia hanno marciato nelle strade della città, comprese persone di ogni età, per circa due ore, con grida in sostegno dei palestinesi a Gaza e denunce di genocidio. Poi è finito tutto.

Dopo la marcia un manifestante ha detto a Mondoweiss che “la gente vi ha visto l’opportunità di esprimersi dopo essere stati costretti per mesi al silenzio, ecco perché il numero dei partecipanti è stato più alto rispetto ad altre marce dall’inizio della guerra ed anche perché è durata così a lungo.”

Tradizionalmente la marcia dovrebbe dirigersi all’ingresso della città (vicino alla colonia Beit El) e finire con alcuni manifestanti che si scontrano con i soldati dell’occupazione, ma questa volta tutti sapevano che ciò non sarebbe accaduto, per questo motivo la marcia ha vagato nel centro della città così a lungo”, ha detto il manifestante.

Il 15 maggio, giorno della Nakba, decine di palestinesi in maggioranza giovani hanno corso il rischio e sono andati all’entrata nord di Ramallah e al-Bireh, protestando di fronte al posto di blocco di Beit El. Parecchi sono stati feriti e un manifestante palestinese è stato ucciso.

Aysar Safi, di 20 anni, era studente al secondo anno di educazione fisica all’università Birzeit e proveniva dal campo profughi di Jalazone a nord di Ramallah. E’stato il sesto palestinese di Jalazone ad essere ucciso dalle forze israeliane dopo il 7 ottobre.

Il fratello maggiore e il padre di Aysar sono entrambi detenuti nelle carceri israeliane. Dopo il loro arresto Aysar si era occupato del negozio di alluminio del padre, lavorando e studiando contemporaneamente. Suo zio lo ha descritto come “il braccio destro di sua madre”. Intanto la madre era troppo soffocata dal lutto per poter parlare.

Aysar era molto colpito dal genocidio a Gaza e diceva che noi dovevamo fare di più qui in Cisgiordania per aiutare il nostro popolo laggiù”, ha detto a Mondoweiss un amico di Aysar. “Era sempre presente all’accoglienza dei prigionieri rilasciati e ai funerali dei martiri.”

La sua uccisione non è stata casuale. I soldati occupanti hanno mirato al suo ventre”, ha sottolineato l’amico. “Hanno usato proiettili veri, non pallottole rivestite di gomma. Intendevano mandare il messaggio che non avrebbero tollerato alcuna protesta, perché vogliono tenere la gente nella paura e mantenere passiva la Cisgiordania.”

Ma per lo storico palestinese Bilal Shalash, che studia la storia della resistenza palestinese, “La Cisgiordania è tutt’altro che passiva.”

Storicamente in Palestina c’è un modello secondo cui quando in una regione si verificano forti ondate di resistenza, al ritorno della calma si riprende in un’altra regione”, dice Shalash a Mondoweiss. “L’occupazione teme un contagio da Gaza alla Cisgiordania, specialmente a nord, ed ecco perché intensifica in modo così brutale la repressione.”

Quanto alla mobilitazione civile, Shalash ritiene che dipenda molto dalla geografia. “Non è del tutto assente”, dice. “Nei villaggi vicini al muro di annessione o alle strade dei coloni israeliani la mobilitazione di massa può variare. Alcuni villaggi hanno sviluppato il proprio movimento di massa locale negli scorsi anni o decenni e continuano le proteste settimanalmente, mentre in altri villaggi una manciata di giovani si scontra con le forze di occupazione e con i coloni quando fanno incursioni.”

Nelle città la gente spesso protesta all’interno dei propri centri urbani senza scontrarsi con l’occupazione, conseguenza della separazione spaziale dei palestinesi dagli occupanti dovuta al regime di Oslo. Ciò ha portato molti ad astenersi dal partecipare a queste azioni, sottolinea Shalash. “Non ne vedono lo scopo”, spiega. “Alcuni ancora partecipano perché vogliono mandare un messaggio all’ANP relativamente alla politica interna palestinese.”

L’ANP ha mostrato l’intenzione di reprimere un sollevamento di massa in Cisgiordania, ma Shalash pensa che vi siano limiti a quanto l’ANP possa impedire le proteste senza rischiare una più vasta reazione. “Per questo esse possono ancora verificarsi”, dice.

Inoltre la mobilitazione di massa in Palestina dipendeva in parte dal coinvolgimento della classe media, che costituiva una parte dell’intellighenzia politica e del movimento popolare. Quella stessa classe media è stata ora risucchiata in uno stile di vita consumistico e spoliticizzato, che viene mantenuto solamente dal flusso di denaro dall’estero – sia verso l’ANP che verso il settore delle ONG.

Però proprio quella stabilità adesso è compromessa da Israele. 

Con il rifiuto di Israele di terminare la guerra a Gaza e l’aumento delle tensioni in tutta la regione tutti i precedenti sintomi di stabilità in Cisgiordania sono scomparsi uno dopo l’altro. Israele non ha fatto che rispondere con sempre maggior repressione, sperando di impedire una grossa scossa di ribellione almeno a livello superficiale. Il problema è che in profondità le placche tettoniche non hanno smesso di muoversi.

Qassam Muaddi è il redattore dello staff sulla Palestina per Mondoweiss.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Le violenze che non fanno mai notizia

Adam Horowitz

23 giugno 2024 – Mondoweiss

 

Le morti quotidiane e il numero delle vittime che abbiamo conteggiato da ottobre si riferiscono solo a coloro che sono stati uccisi direttamente dall’offensiva militare israeliana. E quelli che sono stati uccisi dalla distruzione di una società? Questa è una domanda che mi ha perseguitato per mesi. Cosa è successo ai pazienti oncologici? Come hanno fatto i palestinesi con altri problemi di salute a ottenere le cure di cui hanno bisogno?

Parte della risposta è stata chiarita da una storia di Tareq Hajjaj che abbiamo pubblicato questa settimana sulle condizioni del settore medico a Gaza. I momenti di violenza più scioccanti di cui siamo stati testimoni nei passati 8 mesi, l’assedio degli ospedali, il massacro dei palestinesi che cercavano di ricevere aiuti, lo sfollamento forzato di oltre 2 milioni di persone sotto la minaccia delle armi sono solo la punta dell’iceberg della violenza a cui sono stati sottoposti i palestinesi di Gaza.

Tareq racconta la storia di Nabil Kuhail, un paziente di 3 anni affetto da leucemia che semplicemente non ha potuto ricevere le cure mediche necessarie perché gli ospedali di Gaza sono stati distrutti. “La storia di Nabil è una di tante,” scrive Tareq. “Sono innumerevoli i pazienti che lottano per avere i trattamenti per varie malattie, quelle comuni spesso più mortali di quelle serie.”

Tale distruzione della vita palestinese è la prova dell’intento genocida di Israele a Gaza. E, come Jonathan Ofir ci ha aiutato a confermare questa settimana, il sostegno per queste politiche si estende a tutto lo spettro politico israeliano, inclusi quelli spesso lodati in Occidente come i campioni più progressisti della “democrazia” israeliana.”

Naturalmente questa violenza quotidiana che i palestinesi affrontano oltre a quella riportata nei titoli dei giornali non è solo nella Striscia di Gaza. Shatha Hanaysha ci ha riferito del caso di sadismo dei soldati israeliani che hanno usato un palestinese ferito come scudo umano durante un attacco a Jenin in Cisgiordania questo fine settimana. 

Shatha racconta:

Un testimone oculare che preferisce rimanere anonimo ha detto a Mondoweiss che i soldati israeliani hanno deliberatamente maltrattato il ferito.

Sembrava che lo facessero per divertirsi,” ha detto il testimone, aggiungendo che l’uomo non era né ricercato né un combattente della resistenza, ma un civile disarmato. Ciò era evidente dal fatto che i militari israeliani non l’hanno arrestato, ma l’hanno consegnato all’ambulanza palestinese dopo che era rimasto legato sul cofano del veicolo per parecchi minuti nel caldo estivo.

Questa storia probabilmente non arriverà sulle testate internazionali ma ci dice di più sulla realtà dell’occupazione israeliana e l’apartheid che testimoniano molte relazioni sui diritti umani. 

E le minacce di violenza sembrano solo aumentare. Leggete questa relazione di Qassam Muaddi sulla crescente minaccia di un attacco israeliano su larga scala contro il Libano. Come chiarisce Qassam, probabilmente spetterà all’amministrazione Biden fermare un attacco israeliano che potrebbe avere conseguenze regionali gigantesche e devastanti. Sfortunatamente sembra che gli USA non vogliano opporsi a Israele. 

Tuttavia gli sforzi della politica statunitense continuano con molti occhi puntati sulle imminenti elezioni USA. Questa settimana Michael Arria ha delineato due importanti tentativi di sfidare lo status quo politico. 

Da quando la campagna “Uncommitted” per esprimere disapprovazione verso l’amministrazione Biden ha cominciato a comparire a sorpresa sui titoli dei giornali durante le primarie del partito Democratico la domanda è: cosa succederà dopo? Questa settimana Michael ha parlato con Lexis Zeidan, co-direttore di Listen to Michigan, per scoprirlo. Michael ha anche parlato con Usamah Andrabi, portavoce di Justice Democrats, sulla coalizione Reject AIPAC [Contro AIPAC, principale organizzazione della lobby filoisraeliana negli USA, ndt.] per un podcast di Mondoweiss. Per favore, prestategli ascolto.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)