Dissipare la nebbia della hasbara*

Recensione di Steve France

2 ottobre 2023 – Mondoweiss

Una nuova guida cerca di disinnescare e combattere “ l’israelese”, la rete di ingannevoli cliché e stereotipi che ha profondamente radicato la narrazione sionista nella coscienza degli americani.

 

* sforzi propagandistici per diffondere all’estero informazioni positive sullo Stato di Israele, ndt.]

Prima o poi, forse fra poco, gli americani cominceranno a porre molte più domande su Israele e Palestina. Quando succederà gli attivisti dovranno essere pronti. Specialmente in questo momento di dubbi e divisioni crescenti fra i sostenitori di Israele dobbiamo suscitare un dibattito che li metta di fronte a questa realtà razzista.

Fino a poco tempo fa avrei detto che stavo facendo il possibile per accelerare l’arrivo del giorno in cui questi dibattiti abbondassero. Non mi sembra di aver avuto molto successo nel risvegliare la gente all’importanza e urgenza di pari diritti per i palestinesi. Troppo spesso noto un’espressione distante e inquieta negli occhi di quelli che spero di illuminare. Ho la sensazione che anche altri sostenitori lottino per ampliare il cerchio di chi ha capito oltre al “coro” di quelli già convinti.

Tuttavia ora vedo che il mio approccio manca di efficacia. Invece di tentare di spiegare agli individui la verità come la conosco io, dovrei prima chiedere la loro opinione su Israele e Palestina, e poi ascoltare attentamente, persino con empatia. Invece di insegnare, dovrei fare delle domande indagatrici basate su fatti chiave sul posto e sulla storia per rivelare le inconsistenze inerenti al concetto di Israele quale “Stato ebraico e democratico.”

Potreste chiamare il nuovo approccio “Non dire. Chiedi.” È esposto chiaramente in un volumetto auto-pubblicato nel 2021, intitolato When They Speak Israel: A Guide to Clarity in Conversations about Israel (Quando parlano ‘israelese’: una guida alla chiarezza nel dibattito su Israele) di Alex McDonald, un quacquero, attivista di lunga data, che si batte per pari e pieni diritti per i palestinesi, incluso quello al ritorno per i rifugiati.

McDonald è un texano cresciuto accettando senza farsi domande la narrazione israeliana. Tuttavia, qualche anno fa, ormai adulto, si è imbattuto in un intoppo che l’ha incuriosito: in teoria la “recinzione di sicurezza” israeliana doveva tenere i palestinesi fuori da Israele e lontano dai civili israeliani. Eppure si è espansa profondamente dentro la Cisgiordania, ingoiando moltissimi tratti di terra palestinese, e quindi nella zona israeliana si trovano più palestinesi, non meno. Cercando di far ordine si è imbattuto in ulteriori inconsistenze e, ben presto, è diventato uno sfacciato antisionista critico della complicità USA. 

Il suo ripensamento è profondo, “come in Matrix”, il film di azione/fantascienza del 1999 in cui, ingerendo una “pillola rossa”, si spezza l’incantesimo che inganna la maggior parte dei personaggi e quindi si rivela l’odiosa verità: il loro mondo e le loro stesse vite non sono altro che mere illusioni. Ma McDonald si trova davanti ad un’altra sfida. Mentre cercava di far aprire gli occhi sulla verità su Israele ai suoi amici e familiari, loro gli facevano capire che “volevano porre termine a quelle conversazioni o smettere di leggere le mie email e scritti.” Si è trovato fra le fila degli attivisti solidali con i palestinesi i cui sforzi per informare la gente sono raramente ben accolti.

Il tentativo di capire questa profonda resistenza alle critiche a Israele l’ha portato a identificare un fenomeno che chiama “israelese,” cioè la rete di cliché e stereotipi fuorvianti che ha profondamente radicato la narrazione sionista nelle menti e nei dibattiti degli americani. Come prendere la “pillola blu” in Matrix che fa credere ai personaggi che le loro vite totalmente simulate sono reali, l’israelese illude gli ascoltatori, spesso facendo ricorso al non detto e alle emozioni.

Gli attivisti per i diritti umani per i palestinesi hanno gran familiarità con l’israelese. Il libro di McDonald elenca molti stratagemmi e confutazioni. “Israele non ha forse il diritto all’autodifesa?” (o il “diritto di esistere?”). E anche “La tua opinione è sbilanciata,” “Perché stai prendendo di mira Israele?” “Noi dovremmo sostenere l’unica democrazia del Medio Oriente.” “Quando Israele diede Gaza ai palestinesi essi hanno risposto lanciando razzi contro Israele,” oltre alle accuse e insinuazioni di antisemitismo che fanno sempre capolino.

McDonald risponde all’israelese con un processo in due fasi: primo, mettiti in contatto con gli ascoltatori diventando tu stesso un buon ascoltatore. Trova le convinzioni specifiche e i ragionamenti che stanno alla base del loro sostegno a Israele e della loro sfiducia verso i palestinesi. Questa fase può sembrare quella che Jonathan Kuttab [cofondatore di Nonviolence International e del gruppo palestinese per i diritti umani Al-Haq] ha definito ‘normalizzazione’, quelle conversazioni cioè che “mettono insieme ebrei e arabi in condizioni altamente controllate che apparentemente mirano a promuovere la coesistenza, senza veramente affrontare o mettere in dubbio l’ingiustizia sottostante.” Tuttavia l’approccio di McDonald va ben oltre questo primo passo.

La fase due del processo si fa più complicata. Adesso, l’obiettivo è, con gentilezza ma fermezza, di portare alla luce i fatti che rivelano il razzismo di Israele e chiedere come tali fatti possano conciliarsi con la nozione che Israele è giusto nei confronti dei palestinesi. Continuando il parallelo con Matrix, spiega che alcune particolari pillole blu (fatti, convinzioni e logiche infondati) stanno alla base delle posizioni sioniste del tuo interlocutore e poi offri gli antidoti appropriati, la pillola rossa.

Ecco, per esempio, come neutralizzare, anzi “ribaltare” la seguente frasetta in israelese: “Perché stai prendendo di mira e criticando Israele” (in un mondo pieno di altri governi che violano i diritti umani)?

Primo, assicurati che il tuo interlocutore “sappia che Israele viola i diritti umani,” implicito nella domanda stessa in israelese; (2) chiarisci che tu, in realtà, critichi gli altri violatori; (3) chiedi se loro proteggono dalle critiche altri violatori che non siano Israele e in ultimo, (4) chiedi perché si concentrano su Israele per la protezione. Come sempre devi essere chiaro che tu sei contro tutte le forme di razzismo, incluso il razzismo antiebraico e che non sei “pro-palestinese,” solo “pro-uguaglianza.”

È divertente vedere come McDonald dissolva vecchie battute sioniste con una gragnuola gentile, ma persistente, di confutazioni e contestualizzazioni. In effetti il libro offre una splendida parata di “fregato!”.” Comunque McDonald vuole evitare questo atteggiamento. Non importa quanto gli attivisti siano tentati, ogni presa in giro danneggia le possibilità di uno scambio proficuo. È determinato a intrattenere conversazioni sincere e rispettose con i sionisti e i loro simpatizzanti se anche loro parlano in buona fede. Consiglia i lettori di non perdere tempo con persone “che pur consapevoli del razzismo di Israele, comunque sostengono lo Stato.” Secondo lui lascia fuori molti potenziali interlocutori perché “la maggior parte dei sionisti sono brave persone,” sinceramente contro il razzismo, ma a cui è stato inculcato che sostenere Israele è giustificato, anzi un solenne dovere morale. Devono ancora rendersi conto che Israele ha cominciato e si dedica attivamente al razzismo e alle violazioni dei diritti umani.

McDonald si rende conto che potrebbe volerci del tempo per i sostenitori di Israele per accettare che Israele è razzista fino al midollo. Scrive che potrebbero dover passare attraverso le “cinque fasi del dolore: diniego, rabbia, contrattazione, depressione e infine accettazione,”. I difensori devono mostrare empatia senza tentennare nella loro posizione a favore di uguaglianza e diritti umani.

Il vostro interlocutore potrebbe essere confuso o rendersi conto di essere stato turlupinato” dalle false formule dell’israelese, precisa. “Dategli tempo e spazio. È davanti a una situazione molto difficile: buoni amici danno una cattiva notizia ai loro amici con dolcezza.” Ma continuano a dare la notizia: l’unico modo per una vera pace passa dall’uguaglianza dei diritti per tutti.

McDonald ci spinge a una specie di ri-orientamento “copernicano” per aprire le menti di individui e piccoli gruppi. Ci spinge verso un discorso che si basi sulla persona con cui stiamo parlando e non su noi stessi o sull’informazione che stiamo tentando di impartire, pur se di grande importanza. In un certo senso il punto focale della conversazione non è tanto come è Israele per l’altra persona ed esattamente perché lui o lei non vedono le clamorose diseguaglianze del dominio di Israele sui palestinesi. Così pur “amando” la persona con cui stai parlando devi essere forte abbastanza per combatterla.

Considerando la mia esperienza mi sono reso conto che il mio approccio è spesso stato troppo timido e troppo aggressivo. Ho cercato di dimostrare la mia conoscenza della storia pertinente e delle circostanze presenti. Mi sono concentrato sulle dichiarazioni in astratto delle altre persone, non sulle loro convinzioni errate, ma sincere. Ancora più sconcertante, il mio desiderio che la persona davanti a me avrebbe capito quanto sia razzista Israele verso i palestinesi non è espresso direttamente, ma resta sospeso in aria. Ho presunto che fosse trasmesso implicitamente, ma la connessione da persona a persona che mi avrebbe permesso di esprimerlo direttamente e personalmente manca.

Usare l’approccio di McDonald richiede sforzo. I passi sono semplici ma, come in un balletto, devono essere armoniosi, precisi e seguire la giusta sequenza. Eppure promettono di rendere la difesa meno stressante e frustrante. Una delle intuizioni più innovative di McDonald è che “Noi [critici di Israele] non dobbiamo portare delle prove alla nostra storia. Dobbiamo solo chiedere di spiegarci la loro” nel quadro di fatti noti e innegabili come, fra gli altri: il linguaggio decisamente razzista della Legge Fondamentale dello Stato-Nazione di Israele, il muro di separazione brutalmente invadente, il sostegno governativo ai coloni in Cisgiordania e l’impunità per la loro violenza contro i palestinesi, la sistematica detenzione in Israele dei minori secondo il diritto militare.

Il metodo di McDonald libera anche i difensori dalla necessità di conseguire una conoscenza enciclopedica sulla Palestina. Infatti egli ci mette in guardia dal farci coinvolgere in domande confuse su fatti che richiederebbero tempo prezioso e sono impossibili da risolvere. Attenetevi ai fatti più importanti. “La maggior parte delle persone a cui parlate di Israele sapranno che offre un trattamento preferenziale agli ebrei e discrimina contro i non ebrei, specialmente contro i palestinesi,” dice. “L’esempio più facile da sottolineare è la cittadinanza. Solo gli ebrei hanno il diritto alla cittadinanza entro 48 ore dall’arrivo in Israele.”

Sulla differenza che ha sperimentato usando il suo nuovo approccio dice: “La grande differenza è che, da quando ho interiorizzato il fatto che io sono a favore dell’uguaglianza per tutti e contro le discriminazioni contro chiunque, non sono più sulla difensiva sulle accuse di antisemitismo. Se si solleva il tema chiedo come sia possibile che sostenere l’uguaglianza per tutti possa discriminare qualcuno.”

Il gran sollievo che adesso prova è la chiave: “Il mio obiettivo è metterti più a tuo agio durante queste conversazioni,” conclude, “e sottolineare… i difetti logici nei messaggi che spesso potresti ascoltare sulla situazione Israele-Palestina.”

WHEN THEY SPEAK ISRAEL
A Guide to Clarity in Conversations About Israel
Alex McDonald
156 pp. Great Tree Publishing, $12.95

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Dei coloni ebrei hanno rubato la mia casa. Non è colpa mia se sono ebrei

Mohammed el Kurd 

 26 SEtTEMBre 2023, Mondoweiss

Ai palestinesi viene detto che le parole che usiamo minimizzano i decenni di violenza messa in atto contro di noi dall’autoproclamato Stato ebraico. Un drone va bene, ma gli stereotipi… uno stereotipo è inaccettabile. Ora basta.

Mentre crescevamo nella Gerusalemme occupata, le persone che cercavano di espellerci dal nostro quartiere erano ebrei e le loro organizzazioni spesso avevano “ebraico” nel nome. Lo stesso vale per le persone che ci hanno rubato la casa, buttato i nostri mobili per strada e bruciato la culla della mia sorellina. Anche i giudici che battevano il martelletto a favore della nostra espulsione erano ebrei, così come lo erano i legislatori le cui leggi facilitavano e sistematizzavano la nostra espropriazione.

Il burocrate che rilasciava – e talvolta revocava – le nostre carte d’identità blu era un ebreo, e io lo detestavo soprattutto perché un tratto della sua penna si frapponeva tra mio padre e la città dei suoi avi. Per quanto riguarda i soldati che ci perquisivano per controllare quei documenti, alcuni di loro erano drusi, altri musulmani, la maggior parte ebrei, e tutti loro, secondo mia nonna, erano “bastardi senza Dio”. Quelli che gestivano i fucili e le manette, quelli che redigevano meticolosi e sanguinari piani urbanistici erano … avete indovinato.

Non era un segreto. Vivevamo sotto il dominio dell’autoproclamato “Stato ebraico”. I politici israeliani hanno abusato di questa storia mentre i loro colleghi internazionali annuivano. L’esercito si è dichiarato esercito ebraico e ha marciato sotto quella che ha chiamato bandiera ebraica. I consiglieri comunali di Gerusalemme si vantavano di “prendere casa dopo casa” perché “la Bibbia dice che questo paese appartiene al popolo ebraico”, e i membri della Knesset intonavano canti simili. Quei legislatori non erano marginali o di estrema destra: la legge israeliana sullo Stato nazionale sancisce esplicitamente “l’insediamento ebraico” come un “valore nazionale… da incoraggiare e promuovere”.

Tuttavia, sebbene questo non fosse un segreto, ci veniva detto di trattarlo come tale, a volte dai nostri genitori, a volte da attivisti solidali ben intenzionati. Ci è stato detto di ignorare la Stella di David sulla bandiera israeliana e di distinguere gli ebrei dai sionisti con precisione chirurgica. Non importava che i loro stivali fossero sul nostro collo e che i loro proiettili e manganelli ci colpissero. Il nostro essere apolidi e senzatetto erano irrilevanti. Ciò che contava era il modo in cui parlavamo dei nostri guardiani, non le condizioni in cui ci tenevano – bloccati, circondati da colonie e avamposti militari – o il fatto stesso che ci tenessero.

Il linguaggio era un campo minato peggiore del confine tra la Siria e le alture del Golan occupate, e noi, all’epoca bambini, dovevamo aggirarlo, sperando di non calpestare accidentalmente uno stereotipo esplosivo che ci avrebbe screditato. Usare le “parole sbagliate” aveva la magica capacità di far scomparire le cose:gli stivali, i proiettili,i manganelli e i lividi diventano tutti invisibili se dici un qualcosa per scherzo o con rabbia. Ancora più pericoloso credere nelle “cose sbagliate”: ti rende meritevole di quella brutalità. La cittadinanza e il diritto alla libertà di movimento non erano gli unici privilegi che ci venivano derubati, anche la mera ignoranza era un lusso.

Come palestinesi comprendiamo fin da giovani che la violenza semantica che pratichiamo con le nostre parole fa impallidire decenni di violenza sistemica e materiale messa in atto contro di noi dall’autoproclamato Stato ebraico. Va bene un drone, ma uno stereotipo… lo stereotipo è inaccettabile. Impariamo a interiorizzare la museruola.

Quindi ho dato ascolto a quei messaggi – cos’altro dovrebbe fare un bambino di 10 anni? – e ho imparato a conoscere Hitler e l’Olocausto, ho imparato a riconoscere gli stereotipi del naso, i pozzi avvelenati, i banchieri, i vampiri, i serpenti e le lucertole (ho appena scoperto la piovra), e ho imparato che, quando parlo con i diplomatici in visita a quello zoo che è un nostro quartiere, i coloni che occupano casa nostra devono essere argomento secondario nella mia esposizione, dopo un’accalorata denuncia dell’antisemitismo globale. E quando mia nonna ottantenne si rivolgeva a quei visitatori stranieri, la interrompevo per correggerla ogni volta che descriveva i coloni ebrei in casa nostra come, be’, ebrei.   

Più di un decennio dopo non è cambiato molto. Lo stivale resta lì, lo stesso vale per i proiettili e i manganelli (e sarei negligente se non parlassi del genio creativo delle armi da fuoco robotiche azionate dall’Intelligenza Artificiale recentemente aggiunte all’arsenale dello Stato ebraico).

Il governo chiama il suo progetto in Galilea “l’ebreizzazione della Galilea” e le sue quasi-istituzioni fanno lo stesso. Per quanto riguarda i membri del consiglio che hanno promesso di prendere “casa dopo casa”, oltre al loro successo nel rubare case a Sheikh Jarrah, nella Città Vecchia, a Silwan e altrove, marciano regolarmente nelle nostre città con megafoni e bandiere cantando “vogliamo una Nakba ora.” I giudici continuano a battere martelletti per garantire la continuazione di questa Nakba, governano ancora a favore della supremazia ebraica. E, nonostante il disaccordo con la Corte Suprema su vari aspetti, i parlamentari legiferano in conformità con questo atteggiamento suprematista. Alcuni affermano apertamente che la vita ebraica è semplicemente “più importante della [nostra] libertà” (e talvolta sono anche così gentili da scusarsi con i presentatori televisivi arabi mentre gli comunicano questa dura verità).

Più di un decennio dopo lo status quo rimane immutato. E noi, e mi si spezza il cuore, continuiamo a ballare tra le mine. Continuiamo a puntare sulla moralità e sull’umanità così come loro puntano sulle loro armi.

Qualche settimana fa 16 agenti di polizia israeliani hanno spento le loro telecamere e hanno marchiato, intendo dire inciso fisicamente, la Stella di David sulla guancia del 22enne Orwa Sheikh Ali, un giovane arrestato nel campo profughi di Shufat.

Sempre poche settimane fa, MEMRI, un gruppo di controllo dei media co-fondato da un ex ufficiale dell’intelligence militare israeliana, ha pubblicato filmati del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas che affermava che gli europei “hanno combattuto [gli ebrei] a causa della loro posizione sociale” e dell’ ”usura” e “non a causa della loro religione”.

In risposta, un gruppo di rinomati intellettuali palestinesi, molti dei quali ammiro e rispetto, ha pubblicato una lettera aperta “condannando senza mezzi termini” – indovinate un po’? – i “commenti moralmente e politicamente riprovevoli” di Abbas.

Forse si può definire la loro dichiarazione congiunta una mossa “strategica” per confutare la convinzione che i palestinesi nascano intolleranti. Altri potrebbero dire che rappresenti ciò che significa avere un “codice morale coerente”. Sono certo che alcuni firmatari credono che la nostra cosiddetta autorità morale ci imponga di deplorare il revisionismo storico “rispetto all’Olocausto” e di dare l’esempio nel rifiutare ogni forma di razzismo, non importa quanto retorica.

Sia quel che sia, quando l’ho letta ho provato un senso di deja vu. Eccoci qui, presi ancora una volta in una crisi sconclusionata, a rispondere precipitosamente di crimini che non abbiamo commesso. La strategia di difenderci dall’accusa infondata di antisemitismo ci ha storicamente avvicinato ad essa. E soprattutto un simile impulso eleva inconsapevolmente la storia della sofferenza ebraica, che è certamente studiata e addirittura glorificata, molto al di sopra della nostra sofferenza odierna, una sofferenza negata e dibattuta.

Anche se i firmatari della lettera, alcuni dei quali criticavano l’Autorità Palestinese da prima che io nascessi, hanno denunciato “il governo sempre più autoritario e draconiano dell’Autorità Palestinese” e hanno preso atto delle “forze occidentali e filo-israeliane” che sostengono il mandato presidenziale scaduto di Abbas, nessuna di queste circostanze è servita da catalizzatore per quella che sembra essere la prima dichiarazione congiunta di condanna per Mahmoud Abbas. La lettera non menzionava nel titolo la sua collaborazione con il regime sionista, né la brutalizzazione di manifestanti e prigionieri politici, per non parlare dell’omicidio di Nizar Banat [militante e attivista per le libertà assassinato dalle Forze di Sicurezza Palestinesi, ndt.]

Il catalizzatore qui sono state le parole. Solo parole. Ed è sempre così. Ancora una volta, un drone va bene, ma uno stereotipo è vietato.

Ironicamente, sia la lettera congiunta che il discorso di Abbas cercavano di prendere le distanze dall’antisemitismo. Verso la fine del filmato, Abbas ha voluto “chiarire” che ha detto ciò che ha detto riguardo “gli ebrei d’Europa che non hanno nulla a che fare con il semitismo” perché dovremmo “sapere chi dobbiamo accusare di essere nostro nemico”. “

Che impeto impegnativo. Non solo viviamo nella paura di essere evacuati per mano di un colonialismo che si professa ebraico, non solo il nostro popolo è bombardato da un esercito che marcia sotto quella che sostiene essere la bandiera ebraica, e non solo i politici israeliani enunciano ossessivamente l’ebraicità delle loro azioni, ci viene detto di ignorare la Stella di David che sventola sulla loro bandiera – la Stella di David che incidono sulla nostra pelle.

Questo impeto è vecchio di decenni, se non di un secolo. Nella trascrizione manoscritta di un discorso tenuto al Cairo nell’ottobre 1948, lo studioso palestinese Khalil Sakakini cancellò un frammento di frase che diceva “… la lotta tra arabi ed ebrei” per sostituirla con “la lotta tra noi e gli invasori .” Gli accademici palestinesi, l’Istituto per gli studi sulla Palestina e il Centro di Ricerca sulla Palestina dell’OLP (che fu saccheggiato e bombardato ripetutamente negli anni ’80) hanno dedicato articoli, libri e volumi allo studio dell’antisemitismo, delle sue radici europee e delle sue manifestazioni, europee e non – e la sua fusione con l’antisionismo.

Il popolo palestinese ha continuamente chiarito che il nostro nemico è l’ideologia colonialista e razzista del sionismo, non gli ebrei. La nostra capacità di cogliere tale distinzione è ammirevole e impressionante, considerando la mano pesante con cui il sionismo tenta di farsi sinonimo di ebraismo.

Tuttavia, questa distinzione non è nostra responsabilità e, personalmente, non è fra le mie priorità. Il risentimento provato da un palestinese non ha il sostegno di una Knesset che lo codifichi in legge. Gli stereotipi non sono droni, né si possono convertire le teorie della cospirazione in armi nucleari. Siamo oltre i primi del ‘900. Le cose sono diverse, il potere è cambiato. Le parole non ammazzano.

Nei giorni trascorsi tra il gesto di 16 soldati che marchiano la Stella di David sul volto di un uomo e la pubblicazione della lettera congiunta, un soldato israeliano ha ucciso un adolescente disabile vicino a un posto di blocco militare a Qalqilya; un altro ha sparato alla testa a un bambino a Silwan; un giovane già colpito durante un raid israeliano nel campo profughi di Balata è morto per le ferite riportate; un cecchino ha sparato alla testa di un giovane palestinese a Beita; un diciassettenne è stato ucciso a colpi di arma da fuoco a sud di Jenin; un altro giovane è morto a causa delle ferite riportate in seguito all’invasione del campo profughi; famiglie di palestinesi i cui cadaveri sono trattenuti dalle autorità di occupazione avevano marciato con bare vuote a Nablus; un soldato ha ucciso un uomo vicino a Hebron; la polizia ha giustiziato un ragazzo di 14 anni a Sheikh Jarrah tra gli applausi di centinaia di coloni; la polizia ha poi lanciato gas lacrimogeni sulla sua famiglia a Beit Hanina; un palestinese è stato ucciso dopo aver speronato soldati israeliani a Beit Sira uccidendone uno; nel nord di Gerico un palestinese è stato ucciso e un soldato è rimasto ferito in uno scontro a fuoco; un soldato ha sparato alla testa a un uomo a Tubas, uccidendolo – e questa è solo la punta dell’iceberg.

Quale di questi eventi ha causato un ampio dibattito? Nessuno. C’è stato molto dibattito in televisione riguardo all’affermazione di Itamar Ben-Gvir secondo cui la vita ebraica è “più importante della libertà [palestinese]”, molto meno riguardo al marchio della Stella di David e, naturalmente, Mahmoud Abbas ha ricevuto la reazione più rumorosa di tutte. (Questo vale in generale, non solo nel caso della lettera aperta).

Tutti e tre questi esempi riguardano l’estetica. Le dichiarazioni di Ben-Gvir erano concrete e vere: la vita ebraica vale più della nostra sotto il dominio israeliano, ma è stata la sua esplicita orazione a scatenare l’indignazione, piuttosto che le politiche istituzionalizzate che hanno reso le sue osservazioni razziste la realtà materiale sul campo. Anche la deformazione fisica del volto di un palestinese è risultata degna di nota solo per ciò che l’incisione simboleggiava, non per l’incisione stessa: se i soldati avessero inciso dei segni senza significato sulla sua guancia dubito del tutto che la cosa avrebbe attirato l’attenzione.

Per quanto riguarda la morte dei palestinesi, è quotidiana e trascurabile. Se siamo fortunati, i nostri martiri vengono comunicati in cifre sulle pagine dei resoconti di fine anno. Il “revisionismo”, d’altro canto, merita una cacofonia di condanne.

E questa è la mia posizione. C’è un ebreo che vive – con la forza – in metà della mia casa a Gerusalemme, e lo fa per “decreto divino”. Molti altri risiedono – con la forza – in case palestinesi mentre i loro proprietari restano nei campi profughi. Non è colpa mia se sono ebrei. Non ho alcun interesse nel ripetere a memoria o chiedere scusa per i luoghi comuni secolari creati dagli europei, o nel dare alla semantica più peso di quanto gli spetti, soprattutto quando milioni di noi affrontano un’oppressione reale e tangibile, vivendo dietro muri di cemento, o sotto assedio, o in esilio, e convivendo con pene troppo grandi per essere riassunte. Sono stanco dell’impulso a prendere preventivamente le distanze da qualcosa di cui non sono colpevole, e particolarmente stanco del presupposto che io sia intrinsecamente fazioso. Sono stanco della pretesa fintamente inorridita secondo cui se tale animosità esistesse, la sua esistenza sarebbe inspiegabile e senza radici. Soprattutto, sono stanco della falsa equivalenza tra violenza semantica e violenza sistemica.

So che questo saggio è già di per sé un campo minato. Che verrà estrapolato dal contesto e divulgato, ma io non sarò mai la vittima perfetta: non si può sfuggire all’accusa di antisemitismo. È una battaglia persa e, cosa ancora più importante, un’evidente diversivo. Ed è ora di riconsiderare questa tattica. Ci sono cose migliori da fare: abbiamo delle bare da trasportare. Abbiamo dei parenti nelle camere mortuarie israeliane che dobbiamo seppellire.

Questo saggio è stato ispirato dallo storico articolo di James Baldwin del 1967 “I negri sono antisemiti perché sono anti-bianchi”.

Mohammed el-Kurd (1998-) è uno scrittore e poeta palestinese che risiede a Sheikh Jarrah, Gerusalemme Est. Prima della crisi Israele-Palestina del 2021 stava conseguendo un master negli Stati Uniti ma è tornato per protestare contro lo sfratto dei palestinesi dalle loro case a Gerusalemme Est da parte di Israele.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Un comitato dell’ONU pubblica un esaustivo studio sulla legalità dell’occupazione di Israele 

Jeff Wright

4 settembre 2023,  Mondoweiss

Lo studio è la più esaustiva e persuasiva analisi del perché l’occupazione di Israele è ora diventata illegale”, afferma l’ex Relatore Speciale dell’ONU Michael Lynk. “Sarà a lungo il punto di riferimento intellettuale e politico sulla Palestina e il diritto internazionale.”

La settimana scorsa il Comitato ONU per l’Esercizio dei Diritti Inalienabili del Popolo Palestinese (CEIRPP) ha pubblicato uno studio durato due anni: ‘La legalità dell’occupazione israeliana dei territori occupati, compresa Gerusalemme est.’

Il Presidente del Comitato ambasciatore Cheikh Niang ha presentato lo studio commissionato dal CEIRPP ed elaborato dal Centro Irlandese per i Diritti Umani dell’Università Nazionale di Irlanda a Galway. Niang ha detto: “L’importanza e l’urgenza di questo studio non possono essere sovrastimate…E’ un obbligo per noi, comunità internazionale, approfondire la nostra comprensione delle questioni giuridiche sollevate da questa prolungata occupazione e dal suo forte impatto sui diritti umani, la pace e la stabilità nella regione.”

Su invito del Comitato ONU l’ex Relatore Speciale per l’ONU sulla Palestina Michael Link ha fatto delle riflessioni sullo studio. Ha evidenziato molte delle sue conclusioni e lo ha descritto come “la più esaustiva, dettagliata, accurata documentazione che affronta le questioni che l’Assemblea Generale dell’ONU ha posto di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia per il suo parere consultivo sulla legalità dell’occupazione della Palestina da parte di Israele, che dura ormai da più di 56 anni.”

Il rapporto di 106 pagine è uno studio esaustivo (ricco di oltre 700 note a margine) che conclude che la condotta di Israele incorre in “due chiari presupposti del diritto internazionale che stabiliscono quando un’occupazione belligerante può essere definita illegale.” (Un’occupazione belligerante, il termine più spesso usato nel diritto internazionale, è chiamata più comunemente occupazione militare ed è definita come il controllo militare da parte di una potenza dominante su un territorio al di fuori del territorio sovrano di tale potenza).

Lo studio conduce il lettore nei meandri del diritto internazionale: le definizioni; i casi in cui un’occupazione permessa ai sensi del diritto internazionale può essere considerata illegale; casi analoghi portati davanti alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ); un’analisi – e confutazione – delle politiche e delle posizioni di Israele relativamente alla sua amministrazione del territorio palestinese; la presentazione della prova che l’occupazione belligerante è diventata illegale; un esame della responsabilità – in base al diritto internazionale – per la comunità internazionale di agire per porre termine all’occupazione.

E lo studio giuridico è accessibile a lettori profani. Coloro che sono ben informati sulla perdurante situazione in Palestina/Israele potranno corroborare le proprie conoscenze attraverso le tante risorse e conclusioni rivelate dallo studio.

Mentre riconosce che “la sede più appropriata per esaminare la legalità dell’occupazione è la Corte Internazionale di Giustizia”, lo studio, come si legge, “fornisce la base concreta per sostenere la conclusione che l’occupazione di Israele è illegale.”

A seguito della rilevazione di illegalità, lo studio conclude che, secondo il diritto internazionale, la conseguenza dovrebbe essere l’immediato, incondizionato e totale ritiro delle forze militari di Israele; l’allontanamento dei coloni; lo smantellamento del regime amministrativo militare, con chiare indicazioni che l’annullamento della violazione di un atto illecito a livello internazionale non è soggetto a negoziato. Dovrebbero essere accordate piene e proporzionate riparazioni a singoli individui, corporazioni ed enti palestinesi coinvolti, per il danno generazionale causato dalle appropriazioni di terra e proprietà da parte di Israele, dalle demolizioni di case, spoliazione di risorse naturali, negazione del ritorno ed altri crimini di guerra contro l’umanità organizzati per gli obbiettivi di colonizzazione e di annessione di un occupante illegale.

Si prevedono discussioni all’Aja la prossima primavera da parte della ICJ sulla legalità dell’occupazione israeliana e sulle conseguenze legali spettanti alla comunità internazionale.

Mondoweiss ha intervistato telefonicamente il professor Lynk, ora in pensione, dopo la riunione del comitato.

Mondoweiss: come è nato lo studio, perché il Centro Irlandese per i Diritti Umani?

Michael Lynk: L’idea dello studio è nata tramite il Comitato ONU sull’Esercizio dei Diritti Inalienabili del Popolo Palestinese e la Divisione per i Diritti dei Palestinesi. Hanno individuato la necessità di uno studio ad ampio raggio, sia per la formazione pubblica che per promuovere i passi diplomatici per l’autodeterminazione palestinese.

Per molte ragioni aveva senso contattare il Centro Irlandese. Anzitutto perché l’Irlanda, tra tutti gli Stati europei, ha assunto una posizione molto buona relativamente alle iniquità collegate all’occupazione. In secondo luogo, il Centro ha formato parecchi studiosi di legge che hanno continuato a scrivere molto sulla Palestina. Molti sono andati a lavorare con organizzazioni in Palestina ed Israele su questioni riguardanti l’occupazione e il diritto internazionale. Perciò il Centro aveva la disponibilità, la conoscenza dell’occupazione e la competenza giuridica per essere in grado di condurre lo studio.

Lasciatemi dire che sono una persona profondamente impegnata ad occuparsi di diritto internazionale e di Palestina. Eppure ho imparato moltissimo dallo studio. Vi sono molte fonti e molte conclusioni e molte, molte argomentazioni che non mi erano consuete. E’ rivoluzionario. Nel prossimo periodo sarà il punto di riferimento intellettuale e politico sulla Palestina e il diritto internazionale.

Quali sono alcune delle caratteristiche importanti dello studio?

Una è la visione in gran parte del nord globale – USA, Canada e molti Paesi europei: “Si, ci possono essere illegalità o atti illegittimi da parte di Israele nella gestione dell’occupazione: le colonie, l’annessione di Gerusalemme est, il muro.” Ma complessivamente questi Paesi hanno sempre ritenuto che l’occupazione fosse legale. Dicono: “Stiamo solo aspettando la giusta…magica salsa diplomatica per mettere insieme le parti a negoziare la fine di questo.”

Lo studio dice che non solo ci sono significative illegalità correlate all’occupazione, ma l’occupazione stessa è oggi illegale…

Tutto quel che dovete fare è ascoltare i commenti dei nuovi leader israeliani per capire che l’occupazione non finirà grazie a Israele. Naftali Bennet, quando era Primo Ministro due anni fa, disse: “Sono contrario ad uno Stato palestinese e sto rendendo impossibile condurre negoziati diplomatici che possano portare ad uno Stato palestinese.” Benjamin Netanyahu ha detto – e sto parafrasando: “Il massimo che possiamo offrire ai palestinesi è un non-Stato. Cioè avranno il potere di raccogliere la loro immondizia, pulire le loro strade e gestire il loro servizio idrico. Per il resto, noi controlliamo il territorio dal Mediterraneo al Giordano.”

Quale spera sarà l’impatto dello studio?

Dovrebbe essere una pietra miliare nel pensiero diplomatico riguardo a come affrontare e come porre fine all’occupazione israeliana, obbiettivo dichiarato da tutti gli Stati del mondo, a parte Israele. Se l’occupazione stessa è illegale, questo alza l’asticella della responsabilità in capo alla comunità internazionale, in particolare il nord globale, di ammettere finalmente che l’occupazione non finirà da sola. Non finirà ripetendo il mantra dei “negoziati per una soluzione a due Stati”, quando non viene fatto niente da parte del nord globale per imporre un costo diplomatico… un costo economico ad Israele che sta facendo il possibile per scrivere il necrologio dell’autodeterminazione palestinese.

Quanto all’udienza che si terrà davanti alla ICJ, quale conclusione pratica, concreta possiamo prevedere?

A dicembre dello scorso anno l’ONU ha adottato una risoluzione che chiedeva alla Corte Internazionale di Giustizia un parere consultivo su una serie di questioni – se la prolungata occupazione è sempre illegale, quali sono le conseguenze giuridiche che emergono dall’adozione da parte di Israele delle relative misure discriminatorie, quali sono le conseguenze giuridiche per la comunità internazionale e per le Nazioni Unite. Ricorderete che l’ICJ è la più alta istanza giuridica nel sistema delle Nazioni Unite. Nel 2004 emise un parere consultivo che stabilì che il muro di separazione israeliano era illegale.

Ora, molti Paesi – in primis del sud globale – hanno inviato dichiarazioni scritte alla ICJ, sostenendo che l’occupazione è divenuta illegale e che deve finire immediatamente. Alcuni hanno argomentato che Israele ha violato le norme fondamentali del diritto internazionale istituendo l’apartheid. Solo un piccolo gruppo di Stati – che comprende gli Stati Uniti, Israele, il Regno Unito e il Canada – ha inviato dichiarazioni in cui si chiede che la ICJ non risponda alla richiesta dell’Assemblea Generale di un parere consultivo, sostenendo che tutto dovrebbe invece essere posto ad un tavolo negoziale.

Il solo modo in cui i palestinesi possono mai sperare di trattare veramente ad un tavolo negoziale è se la comunità internazionale insistesse che qualunque negoziato tra Israele e Palestina sia condotto totalmente in un quadro basato sui diritti, con la richiesta centrale che Israele ponga completamente fine all’occupazione, immediatamente e senza condizioni. E che Israele sia responsabile delle riparazioni verso i palestinesi per ciò che è accaduto negli ultimi decenni.

Qualche riflessione personale sul suo lavoro?

Considero un onore nella mia vita l’aver ricoperto il ruolo di Relatore Speciale dell’ONU per sei anni (2016-2022). Prima della mia nomina avevo svolto una notevole quantità di lavoro su Palestina e Israele, avevo vissuto nei territori occupati e lavorato alle Nazioni Unite, avevo fatto ampie letture sulla Palestina. Ma l’opportunità come Relatore Speciale di parlare a livello internazionale sul peggioramento della situazione dei diritti umani, di incontrare le coraggiosissime organizzazioni palestinesi, israeliane e internazionali per i diritti umani che hanno fatto un enorme lavoro su questa questione, è stata la più significativa esperienza della mia carriera giuridica.

Aggiungerò questo: quei sei anni hanno segnato un importante punto di svolta. All’improvviso potevi iniziare a vedere l’enorme cambiamento di direzione. Nel 2016 era un’eresia pronunciare la parola apartheid. Al momento in cui me ne sono andato nel 2022 il termine apartheid era stato adottato da tutte le importanti organizzazioni per i diritti umani internazionali e regionali per descrivere ciò che avveniva nei territori occupati…oltre a ciò che è accaduto dopo il mio periodo in carica: l’avvento di questo nuovo governo israeliano estremista, l’inasprimento dell’atteggiamento internazionale verso l’occupazione. Penso che l’atteggiamento internazionale stia cambiando, e cambiando rapidamente. Non sarebbe cambiato senza tutte queste organizzazioni per i diritti umani che agiscono sul campo in Palestina ed Israele, che hanno fatto un lavoro così eroico per cambiare il vocabolario, per cambiare la consapevolezza di ciò che sta accadendo.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




La lettera sull’”apartheid” di alcuni accademici ha lo scopo di infrangere il “muro di silenzio” delle istituzioni ebraiche

Philip Weiss

28 agosto 2023 – Mondoweiss

L’elenco dei firmatari di una lettera di accademici israeliani che attacca il sostegno ebraico all'”apartheid” rivela “la grande paura” all’interno della comunità ebraica: molti hanno paura di firmare la lettera per non compromettere la loro carriera.

Il 5 agosto un gruppo di accademici ebrei israeliani ha pubblicato una lettera intitolata Lelefante nella stanza, fortemente critica nei confronti dei leader ebrei americani. Li accusa di fare uneccezione rispetto all’ impegno ebraico per la giustiziasostenendo l’”apartheid” in Israele. Afferma che i palestinesi devono avere uguali diritti, in uno o due Stati, e che solo la democrazia può salvare Israele dalla dittatura.

Da allora la coraggiosa lettera ha guadagnato lattenzione dei media globali e oltre 2000 firme, in gran parte di accademici, compresi dei sionisti tradizionali come David Myers, Paul Scham, Dan Fleshler, Rabbi Arthur Waskow e Shaul Magid. Alcuni nomi sono una vera sorpresa: Benny Morris e lo studioso dellOlocausto Saul Friedlander. La lettera ha anche ottenuto il sostegno della sinistra.

Shira Klein, una delle autrici, mi fa sapere che la lettera è stata pensata come un colpo di martello: per rompere il muro di silenzioesistente nella comunità ebraica americana in materia di diritti dei palestinesi. E nonostante abbia ottenuto un grande successo, dice, lelenco dei 2147 firmatari rivela la grande paura” allinterno della comunità ebraica: molti ebrei nelle istituzioni ebraiche le hanno detto che hanno paura di firmare per timore che ciò comprometta la loro carriera.

La Klein dice di aver avuto lidea della lettera dopo una sconcertante discussione con un rabbino da cui emergeva l’omertà presente nella comunità ebraica statunitense a proposito della Palestina.

A giugno lei e altri tre accademici israeliani presso università americane si sono messi a lavorare sulla lettera: Omer Bartov, Meir Amor e Lior Sterneld. A loro si è unito presto l’accademico David Myers, ex capo del New Israel Fund [ONG a favore dei diritti sociali e uguaglianza in Israele con sede negli Stati Uniti, ndt.] e del Center for Jewish History.

Tutti noi siamo profondamente integrati nella comunità ebraica. Siamo tutti israeliani tranne David. Siamo cresciuti in Israele, abbiamo fatto il servizio militare e tutto il resto, dice Klein. Quindi sarebbe difficile liquidare qualcuno dei promotori come ebrei che odiano sè stessi”.

Klein è una docente di storia alla Chapman University, specializzata sul ruolo degli ebrei italiani in tale comunità. Ha anche pubblicato lavori sulle distorsioni del tema dell’Olocausto su Wikipedia.

La lettera è nata in seguito alla sensazione degli studiosi che esista una incredibile dissonanzatra lo splendido spirito progressistaquale caratteristica fondamentale della comunità ebraica americana su innumerevoli questioni di giustizia sociale, dalla razza ai diritti dei gay e il silenzio assoluto su tutto ciò che riguarda Israele”, dice Klein.

Aveva tre figli nelle scuole ebraiche e nel loro programma di studi la parola palestinesenon era nemmeno menzionata. Gli insegnanti le hanno detto che dovevano tenere la bocca chiusa. Cera una coltre di grande paura di esprimersi su Israele”, afferma.

La risposta alla lettera è stata straordinaria, afferma Klein, con centinaia di accademici che hanno concordato sul termine apartheid e sulla possibilità di uno Stato democratico. Ma è emerso chiaramente anche il [blocco legato ad un] divieto.

Molti potenziali firmatari hanno detto a Klein: Sono daccordo con ogni parola. Ma hanno espresso timore per la sicurezza del lavoro o per ritorsioni da parte dei consigli di amministrazione, o riguardo la possibilità che dei committenti ritirassero i finanziamenti, che le organizzazioni di cui sono responsabili reagissero negativamente.

L’elenco dei firmatari ebrei riflette questo clima. “La stragrande maggioranza dei rabbini sono professori emeriti o cappellani”, dice Klein. I cappellani in genere lavorano per istituzioni come gli ospedali e non devono rispondere ai consigli di amministrazione.

Molti rabbini sono Ricostruzionisti. “Ci sono pochissimi rabbini conservatori o riformati”, sostiene Klein, e non è sicura se ci siano rabbini ortodossi.

Allo stesso modo gli accademici ebrei tendono ad essere professori di ruolo o docenti emeriti.

Puoi sentire il suono del silenzio, afferma Klein. Dice che vorrebbe avere un dollaro per ogni docente che le ha detto che gli piacerebbe firmare ma che non può correre il rischio.

Noto che c’è una scarsità di firmatari provenienti da organizzazioni sioniste liberali come J Street, Americans for Peace Now e New Israel Fund. [La parola] apartheid e il discorso sullo Stato unico li hanno sicuramente bloccati.

I promotori hanno deliberatamente inserito la parola apartheid. In effetti, appare due volte nella lettera e ha spaventato alcuni potenziali firmatari. Sebbene Klein abbia affermato che i redattori hanno rinunciato alla tentazione di inserire la frase, “stiamo assistendo ad un potenziale genocidio”.

Il comitato direttivo per la lettera è cresciuto fino a comprendere Tamir Sorek, Omri Boehm, Hasia Diner, Nitzan Lebovic e Peter Bainart, dice Klein. “Vi hanno partecipato una dozzina di persone in tutto.”

Hanno cercato quante più firme potevano ottenere all’interno della comunità ebraica senza alienarsi le simpatie delle persone. Ma non volevamo delle dichiarazioni superficiali e ambigue, afferma Klein. “È stato difficile trovare quell’equilibrio.”

Ecco il passaggio più incisivo della lettera:

Senza uguali diritti per tutti, sia in uno Stato, due Stati, o in qualsiasi altro quadro politico, c’è sempre il pericolo di una dittatura. Non potrà esserci democrazia per gli ebrei in Israele finché i palestinesi vivranno sotto un regime di apartheid, come lo hanno descritto esperti di diritto israeliani.

Un segno importante del gradimento della lettera è dato dall’adesione di molti esponenti del movimento di sinistra, pragmatico e solidale con i palestinesi, che hanno trovato il linguaggio gradevole. Tra di loro, Diner, Marjorie Feld, Avi Shlaim, Mazin Qumsiyeh, Mark Braverman, Jacqueline Rose, Judith Butler, Nurit Peled Elhanan, Eva Illouz, Rabbi Ellen Lippmann, James Paul del Global Policy Forum, Ian Lustick, Lowell Johnston, Joseph Levine, Rabbi Brian Walt, Brian Klug, Mark LeVine, Estee Chandler e Juan Cole.

La lettera viene alla luce nel momento in cui il Partito Democratico ha varato la legge sullapartheid: in Israele e Palestina non esisterebbe apartheid, e decine di interventi al Congresso confermano questa convinzione.

Naturalmente il destinatario principale della lettera è la comunità ebraica. “La domanda da un milione di dollari è quale impatto avrà la lettera”, afferma Klein. , abbiamo lattenzione dei media. Ma si tradurrà in sermoni durante le festività principali? Si tradurrà nellinserimento dei palestinesi nei programmi di studio delle scuole ebraiche? Se così non fosse, non cambierebbe nulla”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




I sionisti liberal hanno smesso di credere che Israele si redimerà da solo

Philip Weiss

22 agosto 2023 – Mondoweiss

Per anni la posizione dei sionisti liberal [progressisti e moderatamente di sinistra, ndt.] è stata: “Stiamo con il meglio della natura di Israele, che si redimerà da solo.” Quello che hanno ottenuto in cambio di questa convinzione sono fascismo, razzismo violento e occupazione.

Adesso ciò sta cambiando. Grazie all’arroganza e al fascismo del governo di Netanyahu, i sionisti liberal americani si stanno rivoltando contro Israele. Stanno denunciando l’“apartheid” israeliana e chiedono boicottaggio e sanzioni contro Israele per le sue violazioni dei diritti umani.

Ovviamente i palestinesi e gli antisionisti dicono queste cose da molti anni. I sionisti liberal lo possono fare ora perché altri ebrei gli stanno dando il permesso di dirle. Ma, qualunque cosa uno pensi di tali politiche etnocentriche, nella comunità ebraica è in corso un cambiamento significativo (e certamente avrà conseguenze all’interno del Partito Democratico e, in ultima analisi, sulla politica USA).

Guardiamo come stanno le cose.

In primo luogo, c’è stata quella lettera del 5 agosto di studiosi ebrei/israeliani secondo cui Israele pratica “apartheid”, “suprematismo ebraico” e pulizia etnica con il beneplacito dei dirigenti degli ebrei americani. Ed è ora che gli ebrei americani chiedano un cambiamento. La lettera è nota perché uno dei firmatari è Benny Morris, uno studioso che ha giustificato l’espulsione dei palestinesi da parte di Israele durante la Nakba [la pulizia etnica durante la guerra del 1947-49, ndt.] come necessaria per la creazione di Israele.

Ora la lettera ha più di 1.900 firme, tra cui quella del 97enne Yehuda Bauer, uno studioso israeliano dell’Olocausto e presidente onorario in pensione dell’International Holocaust Remembrance Alliance [Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto, composta da 24 Paesi, per lo più europei, ndt.], che ha emanato la falsa definizione di antisemitismo che include le dure critiche a Israele. E c’è il docente di filosofia Avishai Margalit dell’Università Ebraica, un amico di Michael Walzer ( che non ha firmato).

La Finestra di Overton [che definisce la gamma di idee accettabili nel dibattito sulle politiche pubbliche, ndt.] di una discussione accettabile si sta spostando rapidamente, evidenzia Peter Beinart [famoso editorialista e commentatore politico USA, ndt.], che ha firmato. Altri firmatari statunitensi sono Riva Hocherman, direttrice esecutiva di Metropolitan Books [importante casa editrice statunitense, ndt.], Dan Fleshler di Ameinu [organizzazione sionista legata al partito Laburista israeliano, ndt.], il rabbino Michael Lerner [politico e religioso californiano moderatamente critico con Israele, ndt.], David Nasaw, storico presso la CUNY [l’università della città di New York, ndt.], lo studioso Stephen Zunes [docente di relazioni internazionali contrario all’occupazione israeliana, ndt.] e il rabbino Arthur Waskow (mio collega studente al college della città di Baltimora).

All’inizio di questo mese, dopo che il parlamento israeliano ha sfidato le proteste di massa e ha votato per ridurre fortemente il potere della Corte [suprema] a favore del governo, vergogna riguardo a Israele, indignazione e richieste di agire sono argomenti di una discussione tra ebrei americani afflitti pubblicata da “Americans for Peace Now” [associazione USA affiliata all’omonima organizzazione pacifista israeliana, ndt.].

Queste sono alcune delle opinioni più taglienti:

Diane Blumson ha affermato che è tempo che i dirigenti dell’ebraismo statunitense chiamino Israele a rispondere delle violazioni dei diritti umani che risalgono a 75 anni fa:

“Provo una grande sofferenza e rabbia. Voglio sentire dai pulpiti di tutti i nostri rabbini e cantori che dobbiamo smettere di difendere Israele in quanto vittima come modo per giustificare le violazioni che hanno angariato i palestinesi fin dalla nascita dello Stato.”

Heidi Feldman ha osato condannare gli ignobili aspetti della formazione dell’identità ebraica:

“E’ come leggere la Bibbia, le parti imbarazzanti in cui gli israeliti sono bellicosi, insensibili, prepotenti e aggressivi sia nei confronti delle tribù attorno a loro che di chi tra loro è scettico. Non è l’ebraismo in cui io credo, io credo in un ebraismo in cui amiamo il nostro vicino, amiamo persino lo straniero.”

Harry Appelman ha invocato finalmente l’emancipazione dei palestinesi:

“Dobbiamo portare i cittadini palestinesi fuori dai margini e nel dibattito (e nell’elettorato), concentrando le proteste e le discussioni sull’occupazione.”

Anche Robert Snyder ha reso onore al potenziale politico dei palestinesi:

“(Dobbiamo) lavorare sempre più con i palestinesi all’interno di Israele e in Cisgiordania. Gli ebrei progressisti e liberal ora condividono molti interessi con i palestinesi all’interno di Israele e dovrebbero votare insieme per costruire una nuova maggioranza.” Ho più volte affermato che questo pensiero porta inevitabilmente a invocare uno Stato unico democratico e il BDS [movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni contro Israele, ndt.].

Questo è un ragionamento di Michael Rahimi a favore del boicottaggio:

“Domani vado a Tel Aviv a trovare i miei parenti e accomiatarmi da loro. Finché le cose non cambieranno non tornerò in Israele. Non posso più sopportare quello che il Paese è diventato ed è un crimine quello che ne hanno fatto negli ultimi 20 anni… Lo stanno trasformando in un abominio.”

Ci sono state varie richieste a Biden di agire. Sembra la posizione di J Street [associazione filo-israeliana moderatamente contraria all’occupazione e legata al Partito Democratico, ndt.]. Dannazione, Biden deve fare qualcosa. Ma cosa? Non lo sappiamo! Da un anonimo:

“Penso che tutti sappiamo che c’è bisogno della voce di Biden. Temo che finora la risposta di Biden sia stata piuttosto moderata.”

Elliot Feldman chiede delle sanzioni:

È finito il tempo in cui erano sufficienti i discorsi. Le azioni di Israele devono avere delle conseguenze. L’amministrazione Biden potrebbe iniziare tornando indietro rispetto alla dottrina Pompeo [ministro degli Esteri dell’amministrazione Trump, ndt.]. Potrebbe aprire un ufficio consolare a Gerusalemme est. Potrebbe ri-destinare parte dell’aiuto militare a Israele per ricostruire case, comunità e infrastrutture palestinesi. Potrebbe mostrare un’opposizione più vigorosa nei confronti dell’ambiguità di Israele riguardo all’Ucraina.”

Robert O. Freedman vede favorevolmente un colpo di stato militare!

“Finché questo processo non verrà fermato o da uno sciopero generale che blocchi il Paese… o persino da un colpo di stato da parte dei generali israeliani che non vogliono veder svanire il potere di deterrenza delle IDF [l’esercito israeliano, ndt.], il futuro di Israele sembra piuttosto cupo.”

Parecchie voci parlano di guerra civile: “Sento che lo scenario da incubo di ebrei contro ebrei è arrivato,” dice uno.

Ricordo che quando questo sito iniziò ad esistere le persone dicevano abitualmente a me e ad Adam Horowitz [direttore esecutivo di Mondoweiss, ndt.]: “Perché presentate ogni giorno cattive notizie su Israele, sembrate ossessionati.” E io rispondevo: “Beh, noi siamo ossessionati, questo è un grande problema ebreo/americano, ci impedisce di vedere il sole.” Quindi non ce ne staremo zitti e a volte essere dissonanti è una virtù. Oggi sembra che ogni minuto che passa abbiamo sempre più compagnia.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Sempre più sionisti stanno infine ammettendo l’apartheid israeliano, ma poi cosa succede?

Jonathan Ofir

14 agosto 2023 – Mondoweiss

Il generale israeliano in pensione Amiram Levin e il giornalista sudafricano Benjamin Pogrund sono gli ultimi a intervenire sull’apartheid israeliano. Adesso sorge la domanda: che cosa intendono fare in proposito?

Ora che vi è consenso all’interno della comunità dei diritti umani sul fatto che Israele sia uno Stato di apartheid, molti incominciano ad ammetterlo, persino alcuni insigni israeliani e apologeti di Israele. Ma anche se affermano ciò che è evidente, cercano comunque di limitare il danno e al tempo stesso di celare la propria personale responsabilità e provare a circoscrivere i possibili rimedi.

E’ cominciato forse all’inizio di quest’anno, quando lo storico giornalista israeliano di centro Ron Ben Yishai ha messo in guardia dall’incombente apartheid come il principale obbiettivo delle riforme giudiziarie dell’attuale governo. Ora il generale israeliano in pensione Amiram Levin ha rilasciato un’intervista alla radio Kan in Israele in cui ha fatto riferimento al “totale apartheid” nella Cisgiordania occupata:

Da 56 anni non vi è democrazia. Vige un totale apartheid. L’IDF (esercito israeliano), che è costretto a gestire il potere in quei luoghi, è in disfacimento dall’interno. Osserva dal di fuori, sta a guardare i coloni teppisti e sta iniziando a diventare complice dei crimini di guerra.”

In Israele Levin è considerato un liberale ed ha un passato scandalosamente razzista. In passato ha minacciato di “fare a pezzi i palestinesi” e “cacciarli in Giordania”, ha detto che “i palestinesi hanno meritato l’occupazione” e che nella maggioranza i palestinesi sono “nati per morire comunque, noi semplicemente li aiutiamo a farlo”. Eppure sì, egli vede un “totale apartheid”.

L’intervista viene sulla scia di una recente lettera agli ebrei americani che li rimprovera di ignorare l’apartheid, l’“elefante nella stanza”. Molti accademici e personaggi pubblici israeliani hanno firmato questa lettera che al momento ha ottenuto più di 1500 firme. Tra i firmatari vi sono anche convinti sionisti come Benny Morris. La lettera contiene suggerimenti di azione, compresa una richiesta al governo USA di sanzionare Israele:

Si chiede che i leader eletti negli Stati Uniti agevolino la fine dell’occupazione, impediscano che gli aiuti militari americani vengano usati nei Territori Palestinesi Occupati e mettano fine all’impunità israeliana alle Nazioni Unite e in altre organizzazioni internazionali.”

Un chiaro appello all’azione che, volutamente o no, riecheggia gli appelli che gli attivisti del BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) lanciano da quasi 20 anni. Ma non tutti approvano che il BDS si rafforzi come naturale risposta a questo apartheid.

La settimana scorsa Benjamin Pogrund, che è stato giornalista nel Sudafrica dell’apartheid, ha scritto un articolo su Haaretz intitolato “Per decenni ho difeso Israele dalle accuse di apartheid. Non posso più farlo.” Pogrund spiega di essere stato interpellato nel 2001 dall’allora Primo Ministro israeliano Ariel Sharon per far parte della delegazione governativa di Israele alla Conferenza Mondiale Contro il Razzismo a Durban: “Il governo Sharon mi invitò a causa della mia esperienza di un quarto di secolo come giornalista in Sudafrica; la mia specializzazione era riferire in dettaglio sull’apartheid.” Ma dice di non poterlo più difendere. Cita la legge razzista dello ‘Stato-Nazione’ del 2018, che codifica i diritti esclusivi per chi ha nazionalità ebrea. Poi c’è l’occupazione:

Israele non può più addurre la sicurezza come motivo del nostro comportamento in Cisgiordania e dell’assedio di Gaza. Dopo 56 anni la nostra occupazione non può più essere definita temporanea in attesa di una soluzione del conflitto con i palestinesi. Stiamo andando verso l’annessione, con la richiesta di raddoppiare i 500.000 coloni israeliani già presenti in Cisgiordania.”

Purtroppo Pogrund ha già “annesso” Gerusalemme est, che fa parte della Cisgiordania, che aggiungerebbe circa 250.000 persone al numero di coloni citati. Ma la sua osservazione sulla temporaneità è valida – è una parte importante del perché non può essere definita occupazione, che si presume essere temporanea. E poi, sorprendentemente, si scaglia contro il movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni per quello che definisce “ignoranza e/o malevolenza”:

In Israele sono ora testimone dell’apartheid in cui sono cresciuto. Israele sta facendo un regalo ai suoi nemici del movimento Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni e ai loro alleati, soprattutto in Sudafrica, dove la negazione dell’esistenza di Israele è forte tra molti neri, nei sindacati e negli ambienti comunisti e musulmani. Gli attivisti del BDS continueranno a lanciare le loro accuse, frutto di ignoranza e/o malevolenza, diffondendo menzogne su Israele. Hanno trasformato ciò che è già negativo in grottesco, ma ora lo rivendicano. Israele gli sta dando ragione.”

Pogrund è stizzito. Questi attivisti BDS sono arrivati prima di lui nel chiedere di redarguire Israele, ma vuole avere il controllo su quando definire qualcosa apartheid e quando no, quando difenderlo e quando no. Gli attivisti BDS utilizzano una strategia consolidata per isolare lo Stato dell’apartheid. Pogrund non vuole che ciò accada, ma sa che è destinato ad accadere, perché Israele alla fine li legittimerà.

Che prospettiva confusa.

Sia Pogrund che Levin sono arrabbiati, ma è chiaro che la loro rabbia non è dovuta al crimine contro l’umanità che si compie contro i palestinesi, ma a ciò che accade a loro. Levin, un veterano dell’apparato di sicurezza di Israele e responsabile proprio del sistema che ora critica, si scaglia contro l’attuale governo. Non addita le proprie responsabilità e fa di tutto per dire che non sta esprimendo preoccupazione per i palestinesi.

Non sto dicendo questo perché mi importa dei palestinesi. Mi importa di noi. Ci stiamo uccidendo dall’interno. Stiamo disfacendo l’esercito, stiamo disfacendo la società israeliana”, dice. Ed è tutta colpa di “Bibi” (il soprannome di Netanyahu). “Bibi ha fallito”.

Ciò è estenuante: il tipico narcisismo israeliano. Non ci importa dei palestinesi. Guardate che cosa provoca a noi questa occupazione. 

E’ interessante come si stia diffondendo il riconoscimento dell’apartheid, ma dobbiamo stare attenti ai sionisti che cercano di prendere il controllo della narrazione e limitare il dibattito. L’apartheid israeliano non è qualcosa che accade “da qualche parte”. E’ l’apartheid dal fiume (Giordano) al mare (Mediterraneo); è dovunque. E queste risposte sono anche un buon promemoria del perché la supremazia ebraica non porrà fine a sé stessa dall’interno, l’unica risposta è dall’esterno.

Jonathan Ofir

Musicista israeliano, conduttore e blogger che vive in Danimarca.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’American Anthropological Association aderisce al boicottaggio accademico di Israele

Con il 71% dei voti i membri dell’American Anthropological Association hanno approvato a larga maggioranza una risoluzione per il boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane.

Michael Arria

24 luglio 2023 – Mondoweiss

 

I membri dell’American Anthropological Association [Associazione degli Antropologi Americani] (AAA) hanno approvato a larga maggioranza una risoluzione per il boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane. Il 71% dei membri che hanno votato ha appoggiato l’iniziativa, mentre solo il 29% vi si è opposta.

“Questa è stata in effetti una questione controversa e le nostre differenze possono aver scatenato un aspro dibattito, ma abbiamo preso una decisione collettiva ed ora è nostro dovere andare avanti uniti nel nostro impegno per far progredire la conoscenza accademica, trovare soluzioni ai problemi umani e sociali e fungere da tutori dei diritti umani,” ha affermato in un comunicato la presidentessa di AAA Ramona Pérez. “Le politiche e le procedure per la votazione sono state seguite rigorosamente e senza eccezioni, e il risultato avrà tutto il peso dell’approvazione da parte dei membri dell’AAA.”

Una precedente iniziativa per il boicottaggio di Israele era stata entusiasticamente accolta da un incontro di lavoro dell’AAA nel 2015, ma terminò sconfitta in una votazione molto serrata l’anno successivo. Nel marzo 2023 oltre 200 membri dell’AAA hanno presentato una petizione al Comitato Esecutivo in cui si chiedeva un voto di tutti gli iscritti sulla questione. La votazione ha avuto luogo tra il 15 giugno e il 14 luglio.

“Lo Stato di Israele mette in atto un regime di apartheid dal fiume Giordano al mare Mediterraneo, anche nello Stato di Israele internazionalmente riconosciuto, nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania e la Convenzione Internazionale per la Soppressione e le Sanzioni contro il Crimine di Apartheid del 1973 e lo Statuto di Roma per la [creazione della] Corte Penale Internazionale (CPI) definiscono l’apartheid un crimine contro l’umanità,” si legge nella risoluzione.

“Le istituzioni accademiche israeliane sono complici del regime dello Stato israeliano di oppressione contro i palestinesi… anche fornendo ricerche e sviluppo delle tecnologie militari e di sorveglianza utilizzate contro i palestinesi,” continua. “… Le istituzioni accademiche israeliane non forniscono protezione alla libertà accademica, a discorsi nelle università a favore dei diritti umani e politici dei palestinesi né alla libertà di associazione degli studenti palestinesi nei loro campus.”

In base alla risoluzione le istituzioni accademiche israeliane non possono pubblicare nei materiali editi dall’AAA, fare promozione nelle pubblicazioni dell’AAA, utilizzare sale per le conferenze dell’AAA per incontri di lavoro, partecipare a eventi dell’AAA o riprendere articoli da pubblicazioni dell’AAA. La risoluzione si applica solo alle istituzioni, non agli studiosi e studenti ad esse collegati.

“Questa risoluzione è una significativa dimostrazione di solidarietà da parte di migliaia di studiosi che stanno dalla parte dei loro colleghi palestinesi, il cui lavoro e le cui vite sono quotidianamente condizionati dalle politiche razziste e discriminatorie e dal brutale dominio militare di Israele,” ha affermato Jessica Winegar, una docente di antropologia e membro del collettivo “Anthroboycott”, un’associazione che ha sostenuto l’iniziativa.

“Come studiosi con una lunga storia di studi sul colonialismo, gli antropologi conoscono fin troppo bene il danno devastante dell’oppressione e il furto di terra palestinese da parte di Israele. Questo voto è un’importante passo nel dimostrare che il sostegno ai diritti dei palestinesi è coerente con i valori a difesa di diritti umani per tutti dell’AAA.”

All’inizio dell’anno Alisse Waterston, docente di antropologia al John Jay College ed ex presidentessa dell’AAA aveva spiegato perché ha appoggiato la misura in un articolo per Mondoweiss.

“Riconosco che talvolta alcuni principi possono entrare in contraddizione. Se il boicottaggio da parte dell’AAA danneggia la libertà accademica, ciò deve essere valutato a fronte dei morti e delle case distrutte che sono la tragedia dei palestinesi. Se alcuni membri disdiranno la propria adesione e alcuni donatori si ritireranno, coloro che sostengono il boicottaggio dovranno impegnarsi a portare ognuno 1-2 nuovi membri e a offrire all’associazione un sostegno finanziario oltre alla quota di iscrizione. Ogni altra minaccia o danno all’AAA possono essere affrontati con l’impegno di prenderne le difese. Se il boicottaggio si dimostra inefficace, esso deve essere valutato considerando l’alternativa di essere complici del silenzio sulle condizioni dei palestinesi sotto l’apartheid, che li lascia isolati, soli e invisibili.”

 

(Traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 

 




La relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina: Israele ha trasformato tutta la Palestina in “una prigione a cielo aperto” per ulteriori piani di annessione

Jeff Wright

16 luglio 2023 – Mondoweiss

Il rapporto di giugno di Francesca Albanese al Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU afferma che Israele usa mezzi fisici, burocratici, militari e di sorveglianza per “de-palestinizzare” il territorio occupato, minacciando “l’esistenza dei palestinesi come popolo”.

Nel suo rapporto di giugno al Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina, descrive in dettaglio come, attraverso “un sistema di controllo composto da livelli multipli e interconnessi di confinamento“, Israele “ha trasformato la vita dei palestinesi in un continuum carcerario” – equivalente, come scrive, a una prigione a cielo aperto costantemente sorvegliata.

Il suo rapporto documenta i tanti mezzi fisici, burocratici, militari e di sorveglianza che consentono il “sequestro arbitrario di terra e lo sfollamento forzato dei palestinesi” da parte di Israele: caratteristiche, scrive, del colonialismo di insediamento.

Lunedì, nel corso della presentazione del rapporto al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Albanese ha dichiarato: Questi reati sembrano far parte di un piano per de-palestinizzare il territorio. Minacciano l’esistenza dei palestinesi come popolo, come compagine nazionale coesa”.

Esperta di diritto internazionale, Albanese consente al lettore una visione dettagliata dello specifico attraverso una descrizione delle leggi internazionali riguardanti il diritto umanitario e il diritto penale, che nel loro insieme mostrano chiaramente l’illegalità delle azioni di Israele relative ai palestinesi in Cisgiordania (compresa Gerusalemme Est) e a Gaza.

È fondamentale, ha detto ai membri del Consiglio per i Diritti Umani, che la comunità internazionale riconosca l’illegalità dell’occupazione israeliana che conduce naturalmente all’apartheid. Questa non può essere rettificata. Non può essere resa più umana semplicemente affrontando alcune delle sue conseguenze più gravi. E’ necessario porvi fine, per ripristinare lo stato di diritto e la giustizia”.

Israele ha sempre negato che il diritto internazionale si applichi alle sue azioni nel territorio occupato, sostenendo che il territorio è conteso, non occupato. Il rifiuto da parte di Israele dell’applicabilità del diritto internazionale, riferisce la Relatrice Speciale, ha portato a violazioni dei principi fondamentali che regolano le situazioni di occupazione, tra cui l’impossibilità di acquisire una sovranità, i doveri di amministrare il territorio occupato a beneficio della popolazione protetta, e [il principio di] provvisorietà.”

In una conferenza stampa che ha fatto seguito alla pubblicazione della relazione di 21 pagine Albanese ha affermato di aver scritto il suo rapporto sul tema della privazione arbitraria della libertà “a causa della estrema gravità della situazione sul terreno“.

Il suo rapporto aggiorna la documentazione delle Nazioni Unite sulle politiche e pratiche israeliane familiari a molti: detenzione arbitraria e arresto senza mandato; incursioni notturne con arresto di minori; il sistema legale su due livelli in Cisgiordania, uno per i cittadini israeliani che vivono in insediamenti illegali, sotto la giurisdizione di tribunali civili, l’altro creato per i palestinesi, sotto l’amministrazione e il sistema giudiziario delle forze di occupazione; il blocco illegale della Striscia di Gaza; un sistema di autorizzazioni arbitrario privo di trasparenza; 270 colonie e basi militari che circondano città, paesi e villaggi palestinesi, impedendone l’espansione; il Muro, posti di blocco, blocchi stradali e strade divise con criteri di segregazione; e la parcellizzazione dei palestinesi in aree separate con leggi diverse che regolano quasi ogni aspetto della loro vita. “L’architettura di confinamento a più livelli”, la chiama nel suo rapporto.

Uno dei contributi significativi del rapporto della Relatrice Speciale è la sua descrizione della sorveglianza digitale da parte di Israele. L’interferenza con il diritto alla privacy, come l’uso di tecnologie di sorveglianza, è regolamentata dal diritto internazionale e deve essere utilizzata solo quando strettamente necessario.

Albanese scrive:

Al contrario, la sorveglianza digitale rafforza in modo pervasivo il controllo delle forze israeliane sullo spazio e sulla vita della popolazione occupata. I palestinesi sono costantemente monitorati attraverso telecamere a circuito chiuso e altri dispositivi ai posti di blocco, negli spazi pubblici, in occasione di eventi e proteste collettive. I loro spazi privati sono spesso invasi a loro insaputa, attraverso il monitoraggio su piattaforme online come Facebook di chiamate e conversazioni online considerate “minacciose” e il tracciamento della posizione e connessione dei telefoni cellulari per stabilire reti e potenziali associazioni, o persino attraverso le loro cartelle cliniche.

“L’occupazione”, riferisce Albanese, “ha favorito da parte di Israele lo sviluppo di potenti tecnologie di sorveglianza, tra cui riconoscimento facciale, droni e monitoraggio dei social media”. Descrive l’uso di sistemi israeliani – come Blue Wolf, Red Wolf e Wolf Pack – che contribuiscono al database israeliano di immagini, informazioni personali e valutazione di sicurezza dei palestinesi della Cisgiordania, compresi quelli che vivono in quartieri di Gerusalemme come Silwan e Sheikh Jarrah. Hanno “creato una ‘sorveglianza trasformata in gioco‘”, scrive Albanese, “in base alla quale le unità militari israeliane fotografano i palestinesi senza consenso impegnandosi persino in inquietanti competizioni“.

“La sorveglianza digitale serve in definitiva a facilitare la colonizzazione”, scrive.

Incaricata nel suo mandato di documentare la situazione dei diritti umani nei territori palestinesi, Albanese elenca anche le violazioni del diritto internazionale da parte delle autorità palestinesi che contribuiscono a rafforzare la morsa del regime imposto dall’occupazione”.

“Gli arresti e le detenzioni arbitrarie effettuati dall’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania e dalle autorità de facto nella Striscia di Gaza hanno contribuito a soffocare i diritti e le libertà dei palestinesi”, scrive. “Le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato pratiche abusive, insulti, segregazione in celle di isolamento e percosse spesso per estorcere confessioni, punire e intimidire gli attivisti”, riferisce.

Albanese descrive come il coordinamento sulla sicurezza tra l’Autorità Nazionale Palestinese e Israele “ha aperto la strada a un collegamento diretto tra gli apparati di detenzione palestinesi e israeliani”. Le vittime palestinesi, scrive, sono affidate a una “politica della porta girevole”, un ciclo in cui “i palestinesi vengono prima arrestati, interrogati, detenuti e spesso sottoposti a maltrattamenti da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese e poi, una volta rilasciati, dalle forze di occupazione, o vice versa.”

Mentre la Legge Fondamentale palestinese, emendata nel 2003, dovrebbe proteggere i diritti e le libertà fondamentali, Albanese scrive che altre leggi palestinesi ancora assegnano delle ampie interpretazioni ad alcuni reati [e] possono includere insulti o calunnie nei confronti di un pubblico ufficiale o di un’autorità superiore, diffamazione a mezzo stampa, o provocazione di un ‘conflitto settario’”.

I palestinesi sospettati di collaborare con Israele affrontano un trattamento ancora più severo”, scrive, e nella Striscia di Gaza possono essere puniti con la pena di morte”.

La relatrice speciale sottolinea anche come l’Autorità Nazionale Palestinese abbia fatto propria la repressione israeliana degli studenti nei campus palestinesi, “detenendo studenti e altri per opinioni politiche dissenzienti, comprese quelle condivise sui social media”.

Tra le conclusioni del suo rapporto:

    • Sotto l’occupazione israeliana generazioni di palestinesi hanno subito una diffusa e sistematica privazione arbitraria della libertà, spesso per i più elementari atti della vita…”.

    • Col privare i palestinesi delle protezioni garantite dal diritto internazionale l’occupazione li riduce a una popolazione ‘de-civilizzata’, spogliata del loro status di persone protette e dei diritti fondamentali. Trattare i palestinesi come una minaccia collettiva da recludere sottrae loro la protezione in quanto “civili” ai sensi del diritto internazionale, li priva delle loro libertà fondamentali e li espropria del loro libero arbitrio e possibilità di restare uniti, autogovernarsi e progredire sul piano politico… “

    • Col passare dalla sicurezza del potere occupantealla sicurezza delloccupazione stessaIsraele ha camuffato la sicurezzasotto la forma di controllo permanente del territorio che occupa e cerca di annettere…. Ciò ha radicato la segregazione, la sottomissione, la frammentazione e, in ultima analisi, l’espropriazione delle terre palestinesi e lo sfollamento forzato dei palestinesi”.

    • “… Sulla base della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, in particolare la legge sulla responsabilità dello Stato, gli Stati terzi hanno il dovere di non favorire o legittimare l’apartheid coloniale di Israele…”

Albanese cita diversi modi per raggiungere la prima delle due raccomandazioni del suo rapporto: che “il sistema israeliano rivolto a privare arbitrariamente i palestinesi della loro libertà nel territorio palestinese occupato… sia abolito tout court”. La seconda raccomandazione invita il Procuratore della Corte Penale Internazionale ad esaminare, nell’ambito dell’indagine sulla Situazione in Palestina, la possibile perpetrazione dei crimini internazionali da lei descritti.

Alla richiesta di Mondoweiss di un parere sul rapporto della Relatrice Speciale Jonathan Kuttab, esperto di diritto internazionale e attivista per i diritti umani, ha affermato: A differenza di altri commentatori, la signora Albanese applica il diritto internazionale con immediatezza e specificità e non consente che le sue osservazioni vengano travisate da altri attraverso il silenzio o l’esplicita accettazione delle continue violazioni del diritto internazionale da parte di Israele. Altri agiscono come se tale silenzio persistente e prolungato avesse in qualche modo normalizzato o legittimato ciò che costituisce chiaramente un comportamento illegale e un insieme di flagranti violazioni delle norme imposte dal diritto internazionale in relazione al comportamento di una “potenza occupante” nei confronti di una “popolazione civile protetta”.

Essendole stato rifiutato l’ingresso nel territorio occupato da Israele, la Relatrice Speciale ha condotto il suo studio di sei mesi a distanza, con visite in Giordania, incontri e sopralluoghi virtuali, analisi di fonti primarie e pubbliche e [esame di] rapporti di organizzazioni della società civile palestinese.

Al momento della stesura di questo articolo, non abbiamo ancora visto una risposta dallo Stato di Israele. Ma le critiche sono attese a meno che, come successo per la riunione del Consiglio dei Diritti Umani di lunedì, Israele semplicemente ignori il rapporto.

In un articolo pubblicato all’inizio di questo mese Avi Shlaim, professore emerito di relazioni internazionali all’Università di Oxford, ha difeso Albanese dopo le accuse contro di lei di antisemitismo in risposta al suo rapporto di settembre. Schlaim ha scritto che l’approccio di Israele nei confronti delle Nazioni Unite, spesso caratterizzato da disprezzo, si trasforma in “derisione [che] lascia il posto a un’inesorabile denigrazione” di coloro che indagano sulle pratiche di Israele e cercano di indurlo a risponderne”.

“Albanese è un’ esperta internazionale straordinariamente competente e coscienziosa”, scrive Schlaim. Non merita altro che credito per il coraggio e l’impegno che ha dimostrato nell’adempimento del suo mandato presso le Nazioni Unite. Può persino esibire come simbolo d’onore la maggior parte degli attacchi contro di lei da parti sioniste.

“I tre pilastri principali dell’ebraismo sono verità, giustizia e pace”, scrive Schlaim. Albanese incarna questi valori in misura straordinariamente alta. E ci saranno molti ebrei in tutto il mondo, turbati dal tradimento da parte di Israele di questi fondamentali valori ebraici, soprattutto dopo la formazione del governo di coalizione violentemente anti-palestinese, di estrema destra, xenofobo, omofobo e apertamente razzista guidato da Benjamin Netanyahu, che dovrebbero ringraziarla per aver sostenuto questi valori in un momento critico della storia di Israele”.

I sostenitori di una pace giusta dovrebbero stampare il rapporto della Relatrice Speciale, aggiungere una breve nota personale e spedire copie evidenziate ai loro rappresentanti politici eletti e ai media locali.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele ha assolto l’assassino di Eyad al-Hallaq. Poi Ben-Gvir ha definito terrorista sua madre.

Yumna Patel 

7 luglio 2023 – Mondoweiss

Un tribunale distrettuale israeliano ha assolto l’agente della polizia di frontiera che nel 2020 sparò e uccise un palestinese affetto da autismo che era disarmato e stava scappando dalla polizia.

Tre anni dopo gli spari che provocarono indignazione a livello internazionale un tribunale israeliano ha prosciolto un agente della polizia di frontiera israeliana che uccise un palestinese affetto da autismo.

Giovedì il tribunale distrettuale di Gerusalemme ha stabilito che il poliziotto, inizialmente incriminato per omicidio colposo, agì per “autodifesa” quando sparò e uccise il trentaduenne Eyad al-Hallaq.

Il 30 maggio 2020 al-Hallaq si stava recando a una scuola per disabili nella città vecchia di Gerusalemme est occupata quando venne inseguito da agenti israeliani. All’epoca la polizia affermò che al-Hallaq, che era autistico, stava comportandosi in modo “sospetto” e che era armato, per cui gli agenti gli avevano sparato. In seguito venne dimostrato che era disarmato.

Secondo quanto riportato da Al Jazeera, nella decisione di giovedì del tribunale l’uccisione di al-Hallaq viene descritta come un “tragico errore”, affermando che l’agente “aveva preso una decisione in pochi secondi in una situazione di pericolo,”. Il tribunale ha aggiunto che il poliziotto, la cui identità è rimasta nascosta all’opinione pubblica, aveva agito in “buona fede” perché convinto che al-Hallaq fosse un “aggressore”.

Immagini video postate sulle reti sociali dopo la decisione del tribunale mostrano la madre di al-Hallaq, Ranad, urlare disperata nell’aula del tribunale, e avrebbe gridato: “Siete tutti dei terroristi, mio figlio è sottoterra.”

Il padre di al-Hallaq, Khairi al-Hallaq, ha detto ai giornalisti: “In sostanza il tribunale ha detto alla polizia: ‘Fate quello che volete agli arabi. Non sarete puniti per questo’.”

Video postati sulle reti sociali venerdì 7 luglio, il giorno dopo l’udienza in tribunale, mostrano Ranad al-Hallaq affrontare un gruppo di manifestanti israeliani, tra cui il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, di estrema destra. Benché Mondoweiss non abbia potuto comprendere quello che viene detto nella discussione tra i due, secondo un tweet di Tamy Abdul Ben-Gvir avrebbe urlato: “Vattene, terrorista,” alla madre di al-Hallaq.

In risposta alla decisione della corte Ben-Gvir ha affermato: “Gli eroici soldati che proteggono lo Stato di Israele con le proprie vite avranno un ampio e totale sostegno da me e dal governo israeliano.”

Secondo Haaretz l’agente della polizia di frontiera verrà reintegrato in servizio e parteciperà “tra poche settimane a un corso per comandanti”.

Affermazioni contraddittorie

Durante l’indagine e il procedimento giudiziario i genitori di Eyad al-Hallaq hanno accusato gli inquirenti e i pubblici ministeri israeliani di essere stati indulgenti con l’agente e che egli avrebbe dovuto essere imputato di omicidio volontario invece che colposo, che comporta una pena massima di 12 anni.

L’atto di accusa contro il poliziotto, presentato nel 2021, specificava come l’accusato avesse sparato ad al-Hallaq allo stomaco mentre era intrappolato con la schiena contro il muro, nascosto dietro un cassonetto della spazzatura. L’agente gli sparò una seconda volta al petto mentre era a terra ferito, uccidendolo.

Il poliziotto sostenne che “sospettava che al-Hallaq fosse un terrorista” perché portava guanti e mascherina neri, cosa per niente strana dato che si era all’inizio della pandemia da COVID-19, e “nel camminare si era fermato varie volte guardando indietro.”

Al-Hallaq stava andando a scuola alle prime ore del mattino e sarebbe stato spaventato dal gruppo di poliziotti israeliani che si trovavano nella zona e gli avevano detto di fermarsi. Immagini di una telecamera di sorveglianza mostrano al-Hallaq che si allontana di corsa dai poliziotti, guardando affannosamente dietro di sé mentre gli agenti lo inseguono.

Nella sua testimonianza il poliziotto ha anche affermato di temere per la vita di una donna che si trovava nelle vicinanze, sostenendo di essere stato “sicuro che al-Hallaq fosse un terrorista che intendeva compiere una strage e stava per uccidere una donna.”

Secondo Haaretz l’agente ha detto che dopo che al-Hallaq era entrato in un gabbiotto dei rifiuti avrebbe “sentito le urla di una donna,” affermando: “Da ciò che ho potuto vedere il terrorista stava per uccidere la donna. Erano urla terribili,” ha sostenuto. “Per come l’ho vista io, stavo salvando questa donna.” La donna risultò essere l’insegnante di al-Hallaq e l’unica testimone degli spari. Disse che stava gridando ai poliziotti di non sparare ad al-Hallaq, spiegando loro che si trattava di un disabile. Affermò che gli agenti ignorarono le sue invocazioni e gli spararono ugualmente.”

Lo scorso anno, poco dopo l’uccisione di suo figlio, Ranad al-Hallaq raccontò questi eventi a Mondoweiss, sostenendo che egli si era “rannicchiato per la paura” nascosto dietro al cassonetto, e gridava: “Sono con lei, sono con lei,” indicando la sua insegnante.

“Lei (la docente) vide quello che stava accadendo e urlò alla polizia di fermarsi, dicendo che egli era un disabile,” affermò Ranad. “Ma non si fermarono e continuarono a gridare ‘terrorista!’ in ebraico.”

Di rado poliziotti e soldati israeliani rispondono dei crimini commessi contro palestinesi. Secondo un rapporto di maggio dell’autorità di controllo statale israeliana nel 2021 l’1,2% delle denunce contro funzionari della sicurezza ha comportato un’incriminazione.

Adalah –Centro Giuridico per i Diritti della Minoranza Araba in Israele ha condannato la polizia e le forze di sicurezza israeliane perché non seguono le adeguate procedure prima di aprire il fuoco, affermando che l’“assoluta impunità” che i funzionari ottengono nelle indagini per omicidio colposo comporta “un’estrema facilità nell’uso delle armi da fuoco da parte degli agenti di polizia e delle guardie giurate quando si tratta di arabi.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“La nuova Nakba”: quello che un giornalista palestinese ha visto mentre informava sull’invasione di Jenin

Mohammed Abed

4 luglio 2023 – Mondoweiss

Quello che ho visto a Jenin è una nuova Nakba. Siamo stati riportati indietro al 1948, al 1967 e al 2002 quando il campo profughi di Jenin venne raso al suolo. Questa è stata la sorte della gente del campo nelle ultime 24 ore.

All’incirca verso l’1:30 della notte del 3 luglio i droni dell’esercito di occupazione hanno lanciato un attacco aereo su una delle sedi della resistenza palestinese nel campo profughi di Jenin.

Ho subito indossato il mio gilet con la scritta “Stampa” e mi sono diretto al campo dove erano avvenuti gli attacchi aerei. Lungo il percorso di 5 km per arrivare al campo hanno iniziato a giungerci notizie secondo cui le forze militari dell’occupazione avevano lasciato le basi dell’esercito che si trovano ai posti di controllo di Dotan, Jalameh e Salem che circondano Jenin. Stavano per entrare in città.

In quel momento mi sono reso conto che l’invasione era iniziata.

Carri armati in marcia verso Jenin FOTO: ATEF SAFADI/EFE VIA ZUMA PRESS/APA IMAGES)

Quando sono arrivato al campo l’esercito era già là, schierato fuori dall’ingresso occidentale presso la rotonda di Awda. Sono affluite decine di veicoli blindati che poi si sono sparpagliate per accerchiare il perimetro del campo.

Abbiamo iniziato a informare dell’invasione mentre l’esercito entrava a forza. Questa volta sembrava diverso dalle precedenti incursioni, l’esercito faceva ampio uso dei droni militari per lanciare attacchi aerei su vari luoghi all’interno del campo, qualcosa che non si era più visto dalla Seconda Intifada. Le esplosioni sono continuate per parecchie ore, mentre l’esercito continuava a martellare il campo dall’alto. Dopo un po’ le esplosioni sono diventate meno frequenti, sostituite da un suono diverso, più familiare, di ordigni artigianali fatti esplodere.

Abbiamo tentato di entrare per continuare il nostro lavoro, ma l’esercito ci ha impedito di avanzare. Ha impedito anche alle ambulanze e al personale medico di entrare per curare i feriti.

Un mezzo blindato dell’esercito israeliano blocca l’ingresso del campo di Jenin. Foto:MOHAMMED NASSER/APA IMAGES)

Siamo andati all’ospedale Ibn Sina di Jenin e abbiamo assistito all’afflusso graduale di persone, molte delle quali ferite o che cercavano un rifugio. Abbiamo notato che altri veicoli militari continuavano a passare nei pressi dell’ospedale, almeno cinque convogli, tra cui quattro bulldozer militari, diretti al campo.

Sono passate ore e dal campo proveniva il suono delle esplosioni. Abbiamo cominciato a documentare i casi di persone ferite e uccise che hanno iniziato a raggiungere l’ospedale. Dopo che le forze di occupazione avevano impedito loro di curare i feriti, sul posto sono arrivate ambulanze.

Di primo mattino i bulldozer si sono messi a disselciare le vie di Jenin, scavando trincee profonde un metro nel terreno. È stata la prima volta in vent’anni che abbiamo visto queste scavatrici in azione.

Le conseguenze del feroce attacco con bulldozer che ha sventrato il manto stradale e schiacciato una macchina . Foto: NASSER ISHTAYEH/SOPA IMAGES VIA ZUMA PRESS WIRE/APAIMAGES)

Quando è sorto il sole abbiamo visto i droni dell’esercito coprire il cielo su di noi, mettendo in chiaro che l’invasione sarebbe probabilmente continuata per un certo tempo. Durante il giorno ci siamo avviati verso vari luoghi in cui era schierato l’esercito. Il primo è stato in via Haifa, dove stazionavano vari veicoli militari. Il secondo è stato la rotonda del ministero dell’Interno, dove un convoglio di blindati stava formando un cordone attorno alla zona per chiudere le strade di accesso al campo. Il terzo luogo è stato presso il cinema Circle, nel centro di Jenin, dove si stava svolgendo uno scontro armato tra l’esercito e i combattenti della resistenza. Miliziani erano schierati ai lati delle strade e scambiavano colpi di armi da fuoco con l’esercito. Improvvisamente a un certo punto della sparatoria un nutrito gruppo di combattenti ha iniziato ad avanzare verso il centro della strada e ha continuato a sparare contro i blindati. Mentre filmavamo uno dei miei colleghi si è girato verso di me e mi ha detto che ciò gli ricordava le violente battaglie di strada della Seconda Intifada.

Queste scene di scontri armati erano già state documentate dall’inizio degli ultimi avvenimenti nel campo profughi di Jenin, ma le incursioni dell’anno scorso non hanno niente a che vedere con quello che abbiamo visto con i nostri occhi. Abbiamo assistito all’audacia e allo stoicismo dei combattenti della resistenza mentre affrontavano l’occupazione, dimostrando una tenace determinazione da far rabbrividire.

Infine, il quarto luogo è stato l’ingresso principale del campo profughi di Jenin, dove lo scontro era più feroce. Pneumatici in fiamme riempivano le strade, così come il fumo nero che saliva in colonne che servivano come temporanea cortina fumogena intesa a proteggere i combattenti. Poco dopo un attacco aereo nel campo si potevano sentire le ambulanze che portavano via decine di feriti all’Ibn Sina, dove si era riunita una folla per aiutare il personale medico nel trasporto dei feriti. È così che la gente del campo affronta queste condizioni, offrendosi aiuto reciproco indipendentemente dalla competenza specifica. Quello che vogliono fare è dare una mano in ogni modo possibile.

Il soccorso ai feriti all’ingresso del Campo Profughi. Foto:MOHAMMED NASSER/APA IMAGES

Dopo poco tempo è entrata un’altra ambulanza che portava un gruppo di giornalisti evacuati dal campo. Stavano informando sugli avvenimenti in loco quando l’esercito li ha presi di mira con proiettili veri. Nessuno è stato direttamente colpito, ma alcuni sono tornati senza il loro equipaggiamento in quanto l’esercito ha deliberatamente sparato contro le telecamere che stavano trasmettendo gli eventi dal vivo.

Ho parlato con uno dei giornalisti, Issam Rimawi:

Io e altri colleghi — Hisham Abu Shaqrah, Amid Shehadeh, Rabie Munir, and Abdulrahman Younis — ci trovavamo all’interno del campo prima che le forze di occupazione lo invadessero. Improvvisamente le forze di occupazione sono arrivate in mezzo al campo durante il nostro lavoro, non ci hanno consentito di andarcene e anzi hanno aperto il fuoco contro di noi. Ci siamo rifugiati in una delle case finché siamo stati portati via da un’ambulanza. È stato uno spettacolo terrificante.”

È così che si sono svolti i fatti a Jenin finché è scesa la notte, quando l’esercito ha obbligato migliaia di persone a lasciare il campo. Quelle famiglie sono scappate perché gli è stato detto che la loro casa sarebbe stata bombardata, ma molti sono rimasti nella propria abitazione.

Questo è ciò che significa essere profugo. Questa è la Nakba, rinata dai crimini dell’occupazione. Siamo stati riportati indietro al 1948, al 1967 e al 2002, quando il campo profughi di Jenin venne raso al suolo.

Abbiamo parlato alle famiglie del campo. Ci hanno detto che le ambulanze sono arrivate e hanno detto loro che dovevano andarsene dalle loro case perché l’occupazione intendeva bombardare molte delle loro abitazioni. Una delle persone ha descritto il livello di distruzione a cui ha assistito:

Quando abbiamo lasciato le nostre case le strade erano completamente distrutte. Ovunque nel campo c’erano segni di devastazione e abbiamo camminato sulle macerie causate dagli attacchi aerei e dai bulldozer. Nel campo niente è rimasto come prima. Tutto è stato distrutto.”

Questa è stata la sorte delle persone del campo nelle ultime 24 ore e forse è la stessa sorte che li attende nelle prossime 24 ore. Gli attacchi aerei continuano e i combattimenti si intensificano. Possiamo sentire altre esplosioni, ed è quasi certo che continueranno.

Mohammed Abed

Mohammed Abed è un giornalista palestinese che risiede a Jenin.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)