Tre giovani donne arabe aggredite da una folla violenta ad Haifa. La polizia ‘guardava e non faceva nulla’

Judith Sudilovsky

| 27 giugno 2021 – Haaretz

Gli agenti sono passati senza fermarsi vicino alle giovani donne, le figlie del console onorario spagnolo nel nord di Israele. Ci sono volute tre telefonate e parecchie ore prima che un’auto della polizia arrivasse sul posto.

La notte del 12 maggio una banda di 30 uomini ha aggredito tre giovani donne e vandalizzato la loro auto di fronte alla loro casa nella German Colony [quartiere costruito nel XIX secolo per accogliere i pellegrini tedeschi in Terra Santa, ndtr.] di Haifa. L’aggressione è avvenuta durante un’ondata di rivolte che nelle città miste è seguita all’attacco missilistico di Hamas contro Israele ed alla controffensiva israeliana nella Striscia di Gaza.

Alcune delle 16 videocamere che la loro famiglia ha installato intorno alla proprietà hanno filmato l’aggressione. Un video del cellulare di un vicino mostra le giovani donne gridare ed affrontare gli uomini che le spintonano, che scagliano sassi contro la loro auto e ne frantumano il parabrezza con dei bastoni.

Le donne – Sama Abunassar, 23, e le sue sorelle Nardine, 20, e Hala, 16 – sono le figlie di Reem e Wadie Abunassar. Wadie è il portavoce dei vescovi cattolici della Terrasanta e console onorario della Spagna nel nord di Israele.

Secondo il resoconto delle sorelle e dei loro vicini, alcuni agenti di polizia dell’unità speciale Yasam [reparto antisommossa, ndtr.] stazionavano a circa 50 metri di distanza lungo la strada, sullo stesso lato della loro casa, ma non sono intervenuti. Un agente ha perfino spinto via Sama, dicendole “vattene da qui” mentre lei lo pregava di aiutarla.

Ero scioccata che stesse accadendo una cosa del genere. Mi aspettavo che qualcuno venisse a difendermi. Non è accorso nessuno, né polizia, né vicini. Eravamo solo le mie sorelle ed io contro 30 uomini,” ricorda Sama, a poco più di un mese dall’aggressione. “Non sapevo cosa fare. Pensavo

Il giorno dopo, la polizia ha preso le riprese delle videocamere di sicurezza della famiglia. Wadie e Nardine hanno riferito alla polizia della notte dell’attacco, ma gli investigatori non hanno raccolto le testimonianze di Sama o Hala.

Nessun sospetto è stato interrogato per aver preso parte all’attacco, che ha anche causato danni ad altre proprietà di arabi lungo la strada.

Il 14 giugno la famiglia Abunassar è stata informata della chiusura del caso per mancanza di prove.

Ma più che mettere in discussione il mancato arresto di qualcuno tra i sospetti aggressori, la famiglia chiede perché gli agenti –che si trovavano a poche decine di metri dal luogo dell’attacco e sono stati testimoni dell’aggressione – non facessero nulla per fermare i facinorosi, permettendo alla violenza di continuare.

Stavo gridando per chiedere aiuto”

Quella stessa mattina circolavano sui social media e di bocca in bocca voci su possibili dimostrazioni in altri quartieri di Haifa, ma non si faceva menzione della German Colony, situata sotto i giardini Baha’i e normalmente frequentata dai turisti per i suoi bar e ristoranti alla moda.

Verso le nove di sera Sama stava tornando a casa dal lavoro all’ Haifa Mall, quando un reparto di agenti di polizia della Yasam l’ha fermata a pochi metri dalla propria casa. Lei ha chiesto il permesso di percorrere la breve distanza fino a casa. L’hanno lasciata passare ed ha parcheggiato nello spazio privato di fronte alla sua abitazione, interrompendo per un momento la chiacchierata in arabo con un vicino, che stava fuori [di casa].

Apparentemente dal nulla, una ressa si è formata intorno a loro; gli uomini provenivano dalla parte orientale della strada, proprio dove si trovava un altro gruppo di agenti di polizia, e alcuni portavano il viso coperto da magliette, altri imbracciavano bandiere d’Israele o ne erano avvolti, molti avevano il volto in piena vista. Gli agenti non hanno impedito loro di invadere la strada.

Il vicino è sparito in casa propria e Sama è stata lasciata sola mentre il gruppo di persone violente l’ha circondata ed ha iniziato a inveire contro di lei, scandendo “Morte agli Arabi” e giurando di non lasciare nemmeno un arabo in città. Hanno spinto Sama ed hanno colpito la sua macchina nuova con bastoni e pietre, frantumando il parabrezza e rompendo le maniglie delle portiere. Quando hanno finito la scorta delle proprie pietre, si sono muniti di sassi trovati nel giardino di famiglia e li hanno gettati contro la macchina, racconta Sama.

Ho chiesto ancora e ancora perché stessero facendo questo. Cosa volevano ottenere in quel modo? Qualcuno mi ha presa e spintonata, ha detto che non sarebbero rimasti più arabi e mi ha spruzzato addosso uno spray urticante. Mi sono coperta il volto con le braccia e il mio braccio ne è rimasto ustionato,” dice Sama. “Hanno usato le aste delle bandiere per spaccare il parabrezza.”

Alle grida di Sama, le sue due sorelle sono accorse fuori dalla casa e l’hanno vista circondata dalla folla violenta.

Terrorizzata, Nardine ha chiamato i suoi genitori, che avevano portato in viaggio verso Tiberiade la sorella minore Eman, di tredici anni, e un amico, poco prima della festa cattolica dell’Ascensione del 13 maggio, la prima uscita serale dopo i lunghi lockdown e le restrizioni causate dal coronavirus.

Ho gridato ai miei genitori di tornare a proteggerci perché non c’era nessun’altro a farlo, né i nostri vicini, né la nostra famiglia, né la polizia.,” dice Nardine. “Ricordo che uno fascinoroso mi ha insultata con un sacco di parolacce volgari e pesanti.”

 È troppo imbarazzante ripetere gli insulti.

Abbiamo preso un aereo verso casa, dovevamo tornare,” afferma Reem. A circa 65 kilometri di distanza, a Tiberiade, lei aveva già visto l’inizio dell’attacco, mentre controllava le telecamere di sorveglianza tramite un’app sul suo cellulare. Dopo due rapine senza arresti in casa propria, ha preso l’abitudine di controllarle regolarmente. “Ho visto le persone arrivare e non ho smesso di urlare a Wadie che dovevamo assolutamente rincasare,” racconta.

Wadie ha immediatamente chiamato il dipartimento di polizia di Haifa e chiesto che mandassero una pattuglia a proteggere le sue figlie. Hanno chiamato altre due volte precipitandosi verso casa, chiedendo che mandassero un’auto, ma inutilmente. Non ne è stata mandata nessuna prima che gli Abunassar arrivassero a casa loro. Solo circa tre ore dopo, intorno all’una di notte, si è presentata una pattuglia.

Ho visto la polizia stare da entrambi i lati [della strada] e non fare niente,” afferma Hala, raccontando l’aggressione. “Ho visto vari uomini gridare ‘Morte agli Arabi’, circondando mia sorella. Volevo aiutarla. Avevo paura che mia sorella morisse. Sono davvero furiosa con la polizia. Stavo urlando per ricevere aiuto”

Nemmeno un sospettato

Durante l’intervista, Hala è stata forte, dicendo di non essere spaventata, ma Reem confida che ora sua figlia non dorme bene e non è riuscita a svegliarsi in tempo per le ultime lezioni dell’anno. Nessuno dorme molto bene, ammette, e lei e le sue figlie cominceranno presto una terapia per il trauma subito. Reem stessa si rifiuta di andare fuori casa durante la notte, per paura di non essere lì nel caso le sue figlie avessero bisogno di lei. Sa di essere diventata troppo protettiva quando loro escono, le chiama e scrive loro messaggini in continuazione, dice.

Laila Sharif, 57 anni, una vicina sedeva con ospiti nel suo giardino, festeggiando l’Eid al-Fitr [festa della fine del Ramadan, ndtr.], quando ha sentito le donne gridare. Lei, il suo figlio diciassettenne Adam e sua nipote sono usciti per provare ad aiutare le sorelle.

Ho sentito le voci delle ragazze urlare. Le conosco. Siamo vicine. Non volevo lasciarle sole. Ho pensato di poter essere in grado di aiutare,” dice Sharif, un’insegnante di chimica delle superiori.

Ma la folla violenta l’ha spinta indietro e ha distrutto l’entrata della sua casa. Un uomo ha estratto una pistola dalla tasca e le ha intimato di rincasare. Afferma che hanno spruzzato contro suo figlio e sua nipote uno spray urticante, poi hanno cominciato a rincorrerla, ma lei è riuscita a scappare nel giardino sul retro attraverso un passaggio nascosto. Quando la maggior parte degli uomini se n’era andata, è uscita di nuovo fuori.

[Nei pressi] c’era la polizia e … non ha fatto un bel niente, Ho la sensazione che li stesse proteggendo [i rivoltosi],” dice Sharif.

Quando è riuscita a raggiungere le sorelle Abunassar, loro erano già collassate a terra, sul ciglio della strada, e piangevano istericamente.

È stato difficile per le ragazze. Erano in stato di shock. Stavano in strada a piangere e urlare. La minore, Hala, … non smetteva di gridare. Era isterica. Sono stata là con loro finché non sono arrivati i genitori,” afferma Sharif.

Sharif ha anche presentato una denuncia alla polizia sull’aggressione, ma non ha ricevuto alcun riscontro.

Descrive un uomo armato di fucile, sulla trentina, poco più alto di lei, con la pelle chiara e i capelli castani coperti da una kippah [zuccotto usato dagli ebrei osservanti, ndtr.]. “Se mi mostrassero una foto, sarei in grado di identificarlo,” dice. “Da allora non mi sento più al sicuro, Ad Haifa non ci sono scontri tra arabi ed ebrei. Bus di rivoltosi sono arrivati in autobus da tutto il Paese.”

Degli agenti di polizia le hanno sorpassate senza soccorrerle senza nemmeno fermarsi a verificare se le sorelle fossero ferite, sostiene Sama. I vicini hanno iniziato a scendere alla spicciolata in strada e qualcuno ha prestato un primo soccorso a Nardine, che aveva una gamba sanguinante.

Quando Wadie e Reem sono arrivati hanno trovato le loro figlie sul ciglio della strada, sconvolte, e qualche vicino attorno a loro. Tuttavia né la polizia né un’ambulanza erano sul posto. Le donne sono finalmente state portate al Rambam Health Care Campus per ulteriori cure, trasportate da un ex-vicino, un autista di ambulanza ebreo che per caso passava lì vicino di ritorno a casa da lavoro.

Non ci immaginavamo che ci fosse da preoccuparsi e credevamo che la polizia sarebbe stata in giro e capace di impedire che succedesse qualunque incidente,” dice Wadie. “Abbiamo voluto credere che le cose fossero sotto controllo. Ho voluto credere che niente sarebbe successo perché le autorità avrebbero svolto il loro lavoro. Conosciamo Haifa come una città tollerante.”

Wadie si aspettava che la pattuglia già appostata nei dintorni della sua casa sarebbe accorsa in aiuto delle sue figlie, così come la polizia era stata in grado di entrare ad Umm al-Fahm e soccorrere una famiglia ebrea, che era entrata per sbaglio nella città araba il giorno dopo gli attacchi alle sue figlie, afferma.

Avevo visto come la polizia aveva reagito contro i rivoltosi arabi la notte precedente,” aggiunge. “Perché tra le decine di aggressori la polizia non è riuscita a trovare neppure una persona?”

La famiglia ha presentato un esposto contro la polizia per il mancato intervento durante l’aggressione e inoltre si è opposta alla decisione di chiudere il caso.

Con tutta la tecnologia a disposizione della polizia e delle forze di sicurezza, con tutte le registrazioni video prese dalle telecamere degli Abunassar, sembra che la polizia non abbia mosso un dito per identificare gli aggressori, afferma l’avvocato della famiglia, Hani Khoury.

Supponiamo pure che quella notte ci fosse una grande quantità di eventi e forte tensione, lo comprendiamo,” sostiene Khoury. “Non c’è comunque alcuna giustificazione per il loro mancato intervento, dato che stazionavano a 50 metri dalla casa, e che la risposta alla richiesta di aiuto delle figlie sia stata: ‘Andatevene di qui’.”

Nonostante il trauma rispetto all’accaduto, nonostante la delusione per come la polizia ha gestito la situazione, loro continuano a credere nella buona volontà della gente e nella tolleranza e coesistenza tipici di Haifa, afferma Wadie. Sanno che ci sono delinquenti ovunque nel mondo e in ogni società, dice. Si aspettano solo che la polizia sia lì per proteggere le persone dalla violenza degli estremisti.

Non abbiamo un altro Paese a cui siamo legati,” dice Reem. “Amo questo e desidero vivere qui, in pace.”

In risposta all’inchiesta su questo caso, la polizia ha dichiarato: “In seguito all’acquisizione dei reclami rispetto al caso è stata aperta e condotta in maniera equa ed imparziale un’indagine ufficiale, a prescindere dalle identità dei sospetti o delle vittime; l’indagine è stata condotta in maniera professionale ed approfondita, con lo scopo di ricostruire la verità e rendere giustizia alle parti coinvolte. Come parte dell’inchiesta ufficiale, è stata presa in considerazione una serie di iniziative, come la raccolta di prove, la visione dei video di sicurezza ed altro. Nonostante gli sforzi investigativi e l’espletamento di tutte le azioni richieste, nessun sospetto è stato identificato in flagranza. Se riceveremo altri dettagli dalla polizia o emergeranno altre notizie, che potrebbero portare a sviluppi nell’indagine, queste saranno controllate come da procedura.”

(traduzione dall’inglese di Andriano Parrotta)




Israele-Palestina: pestaggi, arresti e grida di “morte agli arabi” durante la marcia dell’estrema destra nella Città Vecchia di Gerusalemme

Shady Giorgio da Gerusalemme

15 giugno 2021 – Middle East Eye

La polizia israeliana ha chiuso la simbolica Porta di Damasco e ha picchiato e arrestato i palestinesi nel corso del corteo per due volte posticipato

Martedì la polizia israeliana ha picchiato e arrestato dei palestinesi dopo aver chiuso la Porta di Damasco per far posto agli israeliani che si radunavano per l’inizio di una provocatoria marcia nazionalista attraverso la città vecchia della Gerusalemme est occupata.

La cosiddetta marcia della bandiera si è tenuta martedì dopo essere stata annullata nei giorni in cui le ripetute azioni repressive israeliane nella moschea di al-Aqsa e la minaccia di espulsione delle famiglie palestinesi stavano causando dei tumulti a Gerusalemme.

Prima della marcia, dopo aver chiuso alcune strade e la Porta di Damasco, la polizia israeliana ha arrestato a Gerusalemme dei palestinesi. I video pubblicati su Twitter mostrano agenti israeliani che picchiano un palestinese sui gradini della Porta di Damasco.

La Mezzaluna Rossa ha riferito che durante gli scontri con le forze dell’ordine israeliane nella zona della Città Vecchia sono rimaste ferite 27 persone, di cui tre a causa di proiettili d’acciaio ricoperti di gomma, uno dopo essere stato picchiato e un altro colpito da una granata stordente. Due persone sono state ricoverate.

Le autorità hanno picchiato i venditori che lavoravano nei negozi vicini alla Porta di Damasco e li hanno allontanati dalla Città Vecchia. L’area intorno alla Porta è stata isolata nel primo pomeriggio di martedì, fatta eccezione per i giornalisti, con diverse barriere erette per favorire il passaggio della marcia dei coloni.

Grida di “morte agli arabi”

All’inizio della marcia più di mille israeliani si sono radunati nella piazza della Porta di Damasco sventolando bandiere nazionali e cantando gli inni del movimento dei coloni.

I video pubblicati sui social media mostrano gli israeliani che sventolano bandiere e gridano “morte agli arabi”.

Alcuni di loro hanno issato sulle loro spalle Itamar Ben-Gvir, il parlamentare di estrema destra e alleato di Benjamin Netanyahu, e Bezalel Smotrich, leader della fazione Sionismo Religioso di estrema destra.

Prima della marcia le autorità israeliane hanno alzato il livello di allerta nel Paese, rinforzando lo schieramento di forze di polizia e di militari vicino alla Striscia di Gaza sotto assedio e nelle città israeliane con popolazione mista ebrea e palestinese.

Martedì pomeriggio sono stati lanciati da Gaza in Israele alcuni palloni incendiari e sono stati segnalati 20 incendi lungo il confine con Gaza.

Inoltre, in previsione di una possibile escalation a Gaza, le autorità israeliane hanno dirottato verso la “Rotta del Nord” i voli in entrata e in uscita da Israele.

La marcia si è svolta lungo le mura della Città Vecchia dalla Porta di Damasco alla Porta di Giaffa, prima di dirigersi verso il Muro Occidentale.

Contro manifestazioni palestinesi hanno avuto luogo a Gerusalemme e in città israeliane con un numero significativo di palestinesi, in seguito all’invito da parte di alcune organizzazioni palestinesi ad una “giornata della rabbia” in segno di denuncia contro la marcia dell’estrema destra.

Nella città di Gaza alcuni manifestanti hanno dato fuoco a immagini dell’ex leader Netanyahu e del suo successore appena nominato, il nazionalista ebreo favorevole al colonialismo ed informatico milionario Naftali Bennett.

Il primo test del nuovo governo

La Marcia della Bandiera si tiene solitamente in occasione del Giorno di Gerusalemme, che segna la conquista e la successiva occupazione di Gerusalemme Est da parte di Israele nella guerra mediorientale del 1967.

La marcia riunisce generalmente migliaia di giovani religiosi israeliani di estrema destra, che intonano slogan anti-palestinesi e sventolano bandiere israeliane mentre attraversano le stradine della Città Vecchia di Gerusalemme est.

Il percorso della Marcia della Bandiera, inizialmente programmata per il 10 maggio, è stato deviato dal luogo critico della Porta di Damasco in seguito alle proteste palestinesi contro la prevista espulsione forzata dei palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah e i violenti attacchi delle forze israeliane alla moschea di al-Aqsa.

Quel giorno la marcia è stata annullata in seguito al suono delle sirene quando Hamas ha lanciato da Gaza quattro razzi verso Gerusalemme dopo che Israele aveva ignorato il suo ultimatum che chiedeva il ritiro delle forze israeliane da al-Aqsa.

Nei successivi 11 giorni l’esercito israeliano e Hamas si sono impegnati in una guerra che avrebbe causato 248 morti a Gaza e 13 in Israele.

La marcia è stata successivamente riprogrammata per il 10 giugno, ma ancora una volta rinviata in seguito alla minaccia da parte di Hamas di una ripresa delle ostilità nel caso in cui avesse avuto luogo.

La nuova data per la marcia è stata stabilita l’8 giugno dal gabinetto dell’allora primo ministro Benjamin Netanyahu, che domenica è stato destituito dal parlamento israeliano dopo 12 anni trascorsi nella carica di primo ministro.

La Marcia della Bandiera sarà il primo test per il fragile governo di coalizione di Bennett, messo insieme dal centrista laico Yair Lapid, un ex presentatore televisivo, e comprendente otto partiti, che vanno da Yamina di Bennett, di estrema destra, al partito laburista di sinistra e a un partito islamista che rappresenta parte dei cittadini palestinesi di Israele.

Anche se Bennett è un membro di spicco dell’estrema destra israeliana, Netanyahu ha etichettato il nuovo governo come un “pericoloso” governo di “sinistra” e lo ha accusato di essere “la più grande frode elettorale nella storia” di Israele.

Una provocazione contro la nostra gente

I suprematisti ebrei, tra cui il deputato israeliano Itamar Ben-Gvir, hanno nel frattempo promesso di partecipare alla marcia indipendentemente da quanto ne potessero dire il nuovo governo – o i palestinesi.

“Arriverò oggi per partecipare alla parata della bandiera e sventolerò la bandiera israeliana”, ha scritto su Twitter martedì mattina. “Non abbiamo bisogno del permesso di Hamas o della Jihad islamica per marciare nella capitale di Israele”.

marcia come “una provocazione e un’aggressione che dovrà cessare contro il nostro popolo, Gerusalemme e la sua sacralità”.

Lunedì Shtayyeh ha twittato: “Mettiamo in guardia dalle pericolose ripercussioni che potrebbero derivare dall’intenzione della potenza occupante di consentire ai coloni israeliani estremisti di tenere domani la Marcia della Bandiera nella Gerusalemme occupata”.

Ad aprile i coloni israeliani avevano già marciato per le strade della Città Vecchia di Gerusalemme scandendo “morte agli arabi”, scatenando scontri tra palestinesi e polizia militare israeliana, la quale ha impedito ai primi di accedere alla piazza della Porta di Damasco.

L’inviato delle Nazioni Unite per la pace in Medio Oriente, Tor Wennesland, ha invitato “tutte le parti interessate ad agire in modo responsabile e ad evitare qualsiasi provocazione che potrebbe portare a un altro scontro”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)