I cittadini arabi di Gerusalemme dimostrano un coinvolgimento senza precedenti nelle proteste a Gerusalemme

Nir Hasson, Yanal Jbareen, Fatima Khamaisi

9 maggio 2021 – Haaretz

Tradizionalmente i cittadini arabi di Israele hanno evitato di unirsi alle lotte dei palestinesi. Tuttavia le recenti proteste di Gerusalemme segnano un radicale cambiamento.

Dei 200 palestinesi feriti nei violenti scontri di venerdì a Gerusalemme, due lo sono stati in modo relativamente grave. Data la partecipazione senza precedenti di cittadini arabo-israeliani agli ultimi incidenti, non è sorprendente che entrambi non siano abitanti di Gerusalemme Est, ma cittadini arabi di Israele.

Secondo Sireen Jbareen, 25 anni, un’esponente di spicco del movimento di protesta dei giovani cittadini arabi, dalla sola città araba di Umm al-Fahm più di 250 manifestanti hanno partecipato alle proteste di venerdì a Sheikh Jarrah. Inoltre le centinaia di dimostranti che venerdì sera si sono scontrate con la polizia nel complesso della moschea di Al-Aqsa erano arrivate da città arabe della parte centro-settentrionale di Israele.

Tuttavia il rapporto tra i palestinesi di Gerusalemme est e i cittadini arabi di Israele è complesso. Da una parte gli arabo-israeliani mediano tra gli abitanti di Gerusalemme est e le autorità israeliane, in quanto la maggioranza di loro ricopre posizioni di spicco nella parte orientale della capitale israeliana (avvocati, presidi di scuola e funzionari di agenzie governative). D’altra parte gli abitanti di Gerusalemme est nutrono risentimento nei confronti dei cittadini-arabo-israeliani benestanti, che, sostengono, hanno dimenticato i loro fratelli di Gerusalemme che soffrono soggetti all’occupazione israeliana.

Negli scorsi anni questo concetto è stato confermato, in quanto solo i palestinesi gerosolimitani hanno partecipato alla lotta di Gerusalemme est. Solo di rado le ondate di protesta a Gerusalemme est, soprattutto riguardo alla moschea di Al-Aqsa, hanno provocato manifestazioni anche altrove in Israele.

Tuttavia nessuno ricorda un coinvolgimento così massiccio di cittadini arabo-israeliani alle manifestazioni di Gerusalemme est. Durante gli ultimi 10 giorni di Ramadan decine di autobus di fedeli, alcuni dei quali hanno preso parte ai recenti scontri con la polizia, sono arrivati nella capitale dalle città e cittadine arabo-israeliane del nord e del centro. Per molti palestinesi, gerosolimitani e non, ciò segna un cambiamento radicale.

La vecchia generazione palestinese, che ha vissuto due intifada all’inizio degli anni ’90 e 2000, “dice che non ne è uscito niente per loro” e che “hanno ormai perso la speranza,” dice Jbareen. “Ora i giovani sentono di dover uscire (e protestare),” aggiunge. Yara, 21 anni, anche lei di Umm al-Fahm, afferma che “ciò che sta avvenendo a Gerusalemme non succede solo ai suoi abitanti,” sottolineando che gli arabi cittadini di Israele lottano affinché gli arabi in tutto Israele possano esercitare il proprio diritto di rimanere sulla loro terra. Gli abitanti di Umm al-Fahm hanno un ruolo centrale nelle proteste degli arabo-israeliani in generale. Tra i manifestanti palestinesi gerosolimitani i giovani di Umm al-Fahm hanno la reputazione di non aver paura della polizia.

Unirsi ai palestinesi di Gerusalemme è strettamente legato alla recente ondata di proteste a Umm al-Fahm contro l’indifferenza della polizia nei confronti della crescente violenza all’interno della comunità araba. Un paio di mesi fa tre organizzazioni di giovani impegnate nel sociale si sono unite per formare l’“United Fahmawi Movement” [Movimento Unitario Fahmawi] (Fahmawi è il soprannome di chi abita a Umma al-Fahm). I suoi dirigenti coordinano sia le proteste contro la polizia a nord che le proteste a Gerusalemme. Anche le reti sociali hanno giocato un ruolo fondamentale nel riunire i giovani sostenitori della lotta. Sabato molti giovani hanno cambiato l’immagine del proprio profilo sulle reti sociali in solidarietà con i feriti negli scontri nel complesso della moschea di Al-Aqsa usando l’hashtag Palestinian Lives Matter [Le vite dei palestinesi contano, in riferimento al movimento degli afroamericani contro le violenze della polizia negli USA, ndtr.].

Recentemente persino la comunità drusa di Israele, che in genere evita di unirsi alle proteste della comunità araba e sicuramente non si fa coinvolgere in quelle dei palestinesi di Gerusalemme, ha iniziato a postare video su social media utilizzando l’hashtag Save Sheikh Jarrah” [Salvare Sheikh Jarrah]. Finora, domenica [9 maggio], l’hashtag ha ricevuto più di 1.5 milioni di condivisioni su Twitter ed è comparso nel pannello di tendenza in Israele e in Cisgiordania.

“Venerdì, quando sono arrivato a Sheikh Jarrah, ho visto chiaramente la separazione razzista,” dice Shadi Nassar, 23 anni, dalla cittadina arabo-israeliana di Arabeh, nel nord. “Gerusalemme è il centro della questione palestinese, senza di essa non c’è liberazione del popolo palestinese, che vive sotto occupazione e un’ingiustizia storica.” Ha aggiunto che i giovani arabo-israeliani stanno andando a Gerusalemme “per esprimere solidarietà agli abitanti di Sheikh Jarrah la cui capitale sia Gerusalemme” così come nella lotta per la creazione di uno Stato palestinese con Gerusalemme come capitale.

Lin Jbareen, 17 anni, di Umm al-Fahm, afferma che dopo che “ho visto l’ingiustizia e la sofferenza del (suo) popolo,” ha capito “che la resistenza in ogni sua forma è efficace e quindi sto cercando di fare del mio meglio per partecipare alle manifestazioni e alle iniziative sociali in modo che forse un giorno ci sarà una grande rivoluzione.”

Ibrahim, 18 anni, della città arabo-israeliana di Kafr Kana, sempre nel nord, vede le proteste come un obbligo religioso. “Gli abitanti musulmani di Gerusalemme stanno soffrendo discriminazioni in ogni aspetto della vita, come l’espulsione dal quartiere di Sheikh Jarrah,” dice. “Sono contro le discriminazioni in generale, soprattutto nei confronti dei deboli, e quindi è un mio obbligo religioso appoggiarli,” aggiunge. Yara, 22 anni, della città settentrionale di Baka al-Garbiyeh, sostiene che i cittadini arabo-israeliani giovani si stanno unendo alle ultime proteste “perché siamo un unico popolo, una Nazione, dalla Galilea al Negev, e continueremo ad andare (alle proteste)”, dice.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




A questa famiglia palestinese vivere vicino alla moschea di Al-Aqsa costa molto caro

Aseel Jundi da Gerusalemme est occupata

20 febbraio 2021 – Middle East Eye

Da anni la famiglia Bashiti vive un ciclo senza fine di soprusi israeliani perché rifiuta di abbandonare la propria casa in posizione strategica

Mohammed Bashiti guida con estrema cautela la sua auto in via al-Wad, nella Città Vecchia di Gerusalemme. Al cartello di Bab al-Majlis [quartiere del centro storico di Gerusalemme, ndtr.] gira a destra verso la sua casa e parcheggia la macchina.

Bashiti si avvia con moglie e figlia verso un commissariato della polizia israeliana situato a destra dell’entrata della porta di Al-Aqsa ed entra in casa, solo a un metro dalla moschea di Al-Aqsa [principale edificio religioso della Spianata delle Moschee, ndtr.].

Mohammed, Binar e Baylasan sono gli unici membri della famiglia a cui è consentita questa parziale libertà di movimento. Gli altri tre figli, Hisham, Hatim e Abdul-Rahman, passano la maggior parte del loro tempo nelle prigioni israeliane, in centri di interrogatorio o agli arresti domiciliari.

Per capire le ragioni che stanno dietro queste continue vessazioni israeliane contro la famiglia è sufficiente entrare in casa, con le finestre e il cortile che si affacciano su Al-Aqsa.

Ma, poiché la famiglia conserva la proprietà rifiutandosi di venderla, le autorità israeliane hanno cercato di fare pressione su di loro provocando una difficoltà dopo l’altra, al punto che essi affermano di passare tutti i loro giorni a cercare di spegnere incendi.

I ragazzi Bashiti

Il figlio maggiore di Mohammed, il ventenne Hisham, è in prigione dall’ottobre scorso accusato di aver lanciato molotov contro forze di occupazione nella cittadina di Isawiya, nei pressi di Gerusalemme.

Si sono tenute udienze nei tribunali israeliani, ma non si è ancora raggiunto un verdetto.

Nel contempo il diciassettenne Hatim è stato il più fortunato tra i fratelli, in quanto quest’anno è riuscito a tornare a scuola e a prepararsi per la maturità.

Tuttavia continue angherie, compresi arresti, pongono ancora una minaccia alla sua istruzione e potrebbero spegnere i sogni di sua madre di vedere i figli con le uniformi di diplomati.

Il terzo figlio, Abdul-Rahman, un ragazzo di 16 anni affetto da diabete da quando ne aveva 4, recentemente è stato obbligato a lasciare la sua casa a Gerusalemme in seguito ad accuse poco chiare e attualmente è agli arresti domiciliari nella cittadina di Shuafat, a nord di Gerusalemme.

I servizi segreti israeliani hanno chiesto che i genitori rimangano con lui giorno e notte. Se devono andare nella Città Vecchia, la nonna rimane con lui finché non tornano. Mohammed, 46 anni, parla con Middle East Eye nella piccola casa di Gerusalemme per la quale la sua famiglia sta pagando un prezzo così alto per rimanervi.

Egli afferma che la causa principale che sta dietro tutto questo calvario è la posizione strategica della casa, con vista sulla moschea, oltre al rifiuto della famiglia di prendere in considerazione offerte allettanti perché lascino la proprietà.

Mohammed afferma che la sua famiglia ha delle proprietà nel quartiere di al-Sharaf, che è stato sotto il controllo di Israele dall’occupazione di Gerusalemme est nel 1967.

Nel 2004 denunciò il ministero israeliano degli Affari Religiosi chiedendo la restituzione delle sue proprietà confiscate, una delle quali era stata trasformata in una sinagoga.

Mohammed sostiene che i lavori di ristrutturazione della sinagoga vennero bloccati da un ordine del tribunale perché, riguardo a questa specifica proprietà, essa è effettivamente registrata a nome della famiglia Bashiti, come dimostra il catasto israeliano.

Tuttavia, date le spese elevate della causa e l’enorme pressione che la famiglia ha dovuto affrontare in mancanza di un qualunque appoggio ufficiale da parte palestinese, i Bashiti non ebbero altra scelta che rinunciare a proseguirla.

In seguito alla causa in tribunale le autorità dell’occupazione israeliana accentuarono la pressione su Mohammed ed iniziarono a fare irruzione più spesso nella sua casa di Gerusalemme.

Quando Hisham compì i 13 anni l’esercito israeliano iniziò a vessarlo, come è in seguito avvenuto ad Hatim e Abdul-Rahman.

“I miei tre figli e la loro sorella Baylasan non hanno mai goduto di un’infanzia pacifica,” afferma Mohammed. “Al contrario, la loro infanzia è stata segnata da irruzioni, incursioni, arresti, botte, tortura, separazione e arresti domiciliari. Le autorità dell’occupazione israeliana intendono piegarli perché vanno regolarmente a pregare nella moschea di Al-Aqsa e hanno un buon rapporto con la popolazione della Città Vecchia, una cosa che all’occupazione non piace.”

Un sacco di debiti

Fra le altre ragioni dei maltrattamenti c’è il ruolo della famiglia nella rivolta di Gerusalemme est nell’estate 2017, quando le autorità israeliane installarono metal detector e porte elettriche agli ingressi di Al-Aqsa.

I ragazzi della famiglia Bashiti appoggiarono i manifestanti che tenevano sit-in alla porta di Al-Nather, fornendo loro coperte, cibo ed acqua. Sorvegliarono e ripulirono anche la zona prima del sit-in del giorno successivo.

Mohammed lavora come badante di un anziano, ma qualche mese fa ha anche preso il lavoro di Hisham come guardia giurata per garantirgli uno stipendio mentre è in prigione. I debiti del padre aumentano di giorno in giorno.

A ogni nuovo arresto o separazione, deve pagare multe, soldi per la cauzione e costi legali, oltre a un sacco di altre spese che lo hanno oberato.

Mohammed è preoccupato di come riuscirà a far fronte ai debiti che deve rispettare e sta continuamente cercando nuovi garanti ogni volta che ha bisogno di soldi.

Ormai da anni passa la maggior parte del suo tempo in tribunali e in centri di interrogatorio, in carcere e in banca per cercare prestiti che lo aiutino ad affrontare le spese per gli arresti dei suoi figli. “Ho un armadio pieno di documenti riguardanti gli arresti dei miei tre figli, in cui ci sono decisioni del tribunale, ordini di arresto, ispezioni domiciliari, ammende e onorari,” afferma. “Ma semmai ciò non fa che aggiungere ancora più determinazione e risolutezza a rimanere in questa casa attigua a uno dei luoghi più sacri al mondo.”

L’undicenne Baylasan è seduta vicino a suo padre Mohammed. Mentre gioca con uno dei suoi giocattoli prima che tornino a Shuafat per rispettare l’ordine di risiedere con Abdul-Rahman, ascolta con attenzione quello che lui dice.

Fin dalla prima infanzia Baylasan ha assistito alle persecuzioni israeliane contro la sua famiglia, compresa la detenzione di suo padre e i continui arresti dei suoi fratelli, che sembrano non finire mai.

“Solo da poco ho iniziato ad accettare l’invito alla preghiera del muezzin della moschea di Al-Aqsa, perché per anni ho collegato la sua voce al momento in cui l’esercito attacca la nostra casa e arresta uno dei miei fratelli,” dice Baylasan a MEE.

“Ogni volta che compro vestiti nuovi da mettermi per un picnic con la famiglia o per andare da qualche parte ciò non avviene. Ora mi compro vestiti nuovi per andare a visitare mio fratello Hisham in prigione, dato che è diventata l’unico posto in cui vado.”

Baylasan parla della sua esperienza con l’esercito e i servizi segreti l’hanno perquisita mentre lei ripeteva loro che era lì da sola e non c’era nessun altro da arrestare.

“I colpi alla porta erano terrificanti e ho dovuto aprire. All’inizio ho cercato di controllarmi, ma quando è entrata mia madre ho perso il controllo ed ho iniziato a piangere in modo isterico,” dice.

“Spero che potrò vivere una vita pacifica come una qualunque bambina ovunque nel mondo, perché gli attacchi e le perquisizioni alla nostra casa e gli arresti dei miei fratelli mi terrorizzano e turbano il mio percorso educativo.” 

Mentre suo marito parla, Binar, sua moglie, ascolta in modo composto, ma la sua voce si rompe mentre parla degli anni di vessazioni contro i suoi ragazzi, soprattutto quando menziona il figlio malato, Abdul-Rahman, che è stato arrestato 20 volte in un anno. La scena della sua ultima detenzione è ancora vivida nella sua mente.

Abdul-Rahmam è stato arrestato all’alba del 4 gennaio mentre lui, suo fratello Hatim e due loro amici stavano mangiando sul tetto della casa. Il reparto Yamam della polizia, un’unità antiterrorismo, ha fatto irruzione nella casa e Binar ha sentito le parole “state fermi lì”.

Allora è corsa fuori e ha trovato i quattro giovani a terra e ammanettati, e Abdul Rahman le ha chiesto di dargli dell’acqua e il kit per il diabete. Dopo l’arresto Abdul-Rahman è stato trasferito in ospedale.

In seguito i suoi genitori hanno saputo dal medico di turno che era arrivato dal centro di interrogatorio a Gerusalemme est in uno stato molto grave, che avrebbe potuto portarlo a perdere la vista, in coma o persino alla morte.

Il figlio è rimasto in isolamento per 20 giorni prima di essere rilasciato e messo agli arresti domiciliari, dove in qualunque momento potrebbe essere convocato per essere interrogato. Durante l’ultima detenzione Abdul-Rahman ha perso 10 kg.

Benché Binar sia estremamente preoccupata per il peggioramento delle condizioni di Abdul-Rahman, è ancora più preoccupata per il maggiore, Hisham, negli ultimi quattro mesi detenuto nel carcere di Majedo.

Hisham è stato arrestato a Isawiya dal Mustaribeen, un’unità d’élite israeliana in borghese che si finge palestinese. È stato duramente picchiato e di conseguenza è stato ricoverato in ospedale per tre giorni prima di essere spostato in una cella per gli interrogatori, dove è rimasto 45 giorni.

Quando è andata a visitarlo la prima volta, Hisham ha detto a sua madre: “Durante l’arresto non ho visto niente. Ho solo sentito aprirsi le portiere dell’auto dei Mustaribeen e armare le pistole, pronte a fare fuoco.

“Sono stato gravemente ferito e mi sono svegliato in ospedale.”

Binar dice che tutto quello che spera è avere una vita stabile con tutti i membri della sua famiglia sotto lo stesso tetto e che le autorità israeliane smettano di perseguitare i suoi figli ad ogni minimo segno di disordini, persino quando si dà il caso che in quei momenti siano lontani dalla Città Vecchia.”

Detenuti palestinesi

Anche Muhammad Mahmoud, l’avvocato che rappresenta i ragazzi Bashiti, pensa che la ragione che sta dietro al fatto che questa famiglia sia presa di mira sia la collocazione strategica della loro casa. Le autorità israeliane stanno cercando di spingere il padre alla disperazione con l’intento di obbligarlo ad accettare di abbandonare la sua casa, afferma.

“A un’udienza per il caso di Abdul-Rahman erano presenti un rappresentante del servizio segreto di Gerusalemme, il consigliere giuridico dello Shabak (Il servizio di sicurezza interna di Israele) e il rappresentante incaricato della stanza quattro del centro di interrogatori,” dice Mahmoud.

“Per me era una situazione stridente e ridicola: tutti quegli ufficiali di alto rango erano venuti di persona per un ragazzino a chiedere la prosecuzione della sua detenzione.” Durante la sua carriera l’avvocato ha notato che gli investigatori israeliani evitano di tenere giovani detenuti in isolamento, salvo nei casi che considerano estremi, come presunti tentativi di accoltellamento.

Secondo Mahmoud questo fatto rende la detenzione di Abdul-Rahman in isolamento per un periodo così lungo un mistero e una violazione sia delle leggi israeliane che del diritto internazionale.

Alcune organizzazioni palestinesi, tra cui il Palestinian Prisoners Club [Centro per i Detenuti Palestinesi], la Commission of Detainees’ Affairs [Commissione per le Questioni dei Detenuti], il Prisoner Support [Appoggio ai Detenuti], la Human Rights Association [Associazione per i Diritti Umani] e il Wadi Hilweh Information Center [Centro di Informazione di Wadi Hilweh], hanno pubblicato insieme un rapporto in cui affermano che nel 2020 le autorità dell’occupazione hanno arrestato 4.634 palestinesi, tra cui 543 minorenni e 128 donne.

Gli ordini di detenzione amministrativa [cioè senza capi di imputazione né sentenze di condanna, ndtr.] emessi nello stesso periodo hanno raggiunto il numero di 1.114.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il piano di Israele per eliminare l’influenza turca a Gerusalemme a favore degli Stati del Golfo

Adnan Abu Amer

28 dicembre 2020 – Middle East Monitor

Alla luce dell’attuale serie di accordi di normalizzazione tra gli Stati arabi e l’occupante, Israele sta cercando di attirare i Paesi del Golfo, soprattutto gli Emirati Arabi Uniti (EAU) e l’Arabia Saudita, con un possibile ruolo nel controllo dei luoghi santi della Gerusalemme occupata, competendo così con la Giordania e i palestinesi per prendersi carico di questo importante compito.

L’iniziativa di Israele in questo senso ha provocato tensioni politiche tra le parti coinvolte, nascondendo nel contempo il proprio vero piano, che consiste nel dare a questi Paesi un nuovo ruolo e un’opportunità per ostacolare la crescente influenza turca tra i gerosolimitani, una manovra che pone domande sul successo o il fallimento dell’iniziativa israeliana.

Sembra che il piano di normalizzazione tra gli Emirati Arabi Uniti e l’occupazione sia in corsa contro il tempo per determinare una nuova situazione sul terreno, dato che il ministro israeliano per le questioni di Gerusalemme, il rabbino Rafi Peretz, ha annunciato un progetto per attirare migliaia di turisti emiratini che visitino Gerusalemme. Come egli ha affermato, il piano ha come obiettivo migliorare lo status della città come “capitale di Israele”.

È risultato evidente che il progetto israeliano di attrarre turisti degli Emirati Arabi Uniti, e due milioni di turisti musulmani a Gerusalemme ogni anno, è in sintonia con quanto l’occupazione ha cercato di ottenere negli ultimi dieci anni. Fa parte di un tentativo di sottomettere Gerusalemme e la moschea di Al –Aqsa alla sua asserita sovranità e di evacuarla per impedire che gli abitanti di Gerusalemme sviluppino un settore turistico religioso nazionale e controllino la santa moschea e la sua spianata.

Il piano israeliano deriva dal testo dell’accordo tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele, dato che concede ai musulmani solo il diritto alla moschea di Al-Aqsa e nega loro il resto del Monte del Tempio nel suo complesso. Ciò è conseguenza di una condanna politica e religiosa palestinese che rifiuta di ricevere qualunque visitatore emiratino, arabo o persino musulmano perché preghi nella moschea di Al-Aqsa come parte dell’accordo summenzionato.

I gerosolimitani sono stati i primi ad annunciare il proprio rifiuto dell’accordo di normalizzazione tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, dato che esso stabilisce il diritto di tutte le religioni monoteiste eliminando l’esclusività per i musulmani. Ciò ha provocato l’indignazione dei palestinesi, che hanno espresso il proprio ripudio attaccando grandi manifesti in tutta Gerusalemme.

Il progetto israeliano mette in evidenza la gravità dell’accordo di normalizzazione con gli Emirati Arabi Uniti. L’idea di patrocinare viaggi degli Emirati per pregare nella moschea di Al-Aqsa è un semplice occultamento del piano di normalizzazione, nonostante il fatto che pregare a Gerusalemme non necessiti di accordi. È un diritto religioso e giuridico sacro, così come la moschea di Al-Aqsa è un diritto esclusivo dei musulmani secondo tutte le religioni e i documenti internazionali, in particolare il riconoscimento da parte dell’UNESCO della moschea di Al-Aqsa come proprietà esclusiva dei musulmani, senza alcun legame con gli ebrei. Tuttavia gli Emirati Arabi Uniti hanno scelto di concedere agli israeliani questo accordo, un diritto che non gli compete.

I gerosolimitani si preparano a ricevere come si meritano quanti verranno a Gerusalemme con il pretesto della normalizzazione. Nessun palestinese permetterà che gli emiratini e altri violino la santità della moschea di Al-Aqsa usando le preghiere in quel luogo per legittimare il loro accordo nullo con Israele. Di conseguenza il popolo di Gerusalemme non accoglierà queste visite per via delle preoccupazioni a Gerusalemme e in Palestina, in generale, per un numero probabilmente crescente di turisti musulmani, soprattutto da Bahrein e Arabia Saudita, che possono venire a pregare a Gerusalemme sotto le pressioni e lusinghe degli Emirati.

Il nuovo piano va di pari passo con l’accordo tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti di accogliere annualmente nello Stato occupante due milioni di turisti musulmani, la maggior parte dei quali visiterà la moschea di Al-Aqsa nel quadro della cosiddetta “pace religiosa”. Nonostante il fatto che nel 2018 98.000 turisti musulmani hanno visitato Gerusalemme e la moschea di Al-Aqsa, Israele ha cominciato ad organizzare l’arrivo di turisti degli Emirati e di altri Stati del Golfo per pregare nella moschea di Al-Aqsa.

I palestinesi credono che il piano israeliano fallirà, in quanto gli emiratini non arriveranno in gran numero, forse a causa dello scontro negli Emirati Arabi Uniti tra la posizione ufficiale e quella del popolo riguardo alla normalizzazione. I turisti degli EAU non saranno centinaia o migliaia. Così la gestione degli emiratini a Gerusalemme è stata preceduta da un piano saudita per mettersi in comunicazione con le personalità di Gerusalemme al fine di garantire un punto di appoggio in città, ma gli abitanti di Gerusalemme si sono rifiutati di recarsi nel Regno.

Insieme all’annuncio del piano israeliano per portare turisti emiratini a Gerusalemme, l’Ong israeliana “Gerusalemme Terrestre” ha rivelato che gli Emirati Arabi Uniti si sono accordati per la prima volta per cambiare lo status quo nella moschea di Al-Aqsa, permettendo agli ebrei di pregare lì e limitando l’accesso dei musulmani solo alla moschea e non a tutto il Monte del Tempio. Di conseguenza il piano israeliano conferma il recente accordo degli Emirati Arabi Uniti riguardo alla moschea di Al-Aqsa, cosa che suscita preoccupazioni e timori in merito alle dotazioni giordane e palestinesi. Ciò è dovuto al fatto che l’accordo intende offrire agli Emirati Arabi Uniti un nuovo ruolo nella moschea di Al-Aqsa, che mette apertamente in discussione la presenza giordana e palestinese come principali supervisori dei luoghi santi della città.

Forse la principale preoccupazione degli abitanti di Gerusalemme riguarda la storia negativa degli Emirati Arabi Uniti, soprattutto dopo che gli emiratini hanno cercato di vendere alle associazioni per la colonizzazione ebraica le case ed i beni immobili comprati ai palestinesi. Ciò fa sì che i palestinesi temano che il prossimo passo possa segnare l’inizio della costruzione della presunta sinagoga con i contributi degli Emirati Arabi Uniti, che hanno già costruito un tempio indù a Dubai ed hanno aperto una sinagoga ad Abu Dhabi.

Nel contempo Israele non ha avuto dubbi nell’adottare tutti i mezzi necessari per sradicare le attività turche a Gerusalemme, sostenendo che i giorni dell’Impero ottomano sono finiti e che la Turchia non ha nulla a che vedere con Gerusalemme e nel contempo che la dichiarazione del presidente turco Erdogan secondo cui Gerusalemme appartiene a tutti i musulmani è esagerata e senza fondamento. Tuttavia ciò che fa infuriare i palestinesi è la notizia dell’appoggio saudita-giordano al piano orchestrato dall’occupante.

Benché i progetti turchi a Gerusalemme siano di carattere assistenziale ed economico, in quanto Israele proibisce ogni attività politica in città, la presenza della Turchia sul posto ha irritato gli israeliani ed i Paesi arabi che cercano di aumentare la propria influenza su Gerusalemme. Tra loro figurano la Giordania e l’Arabia Saudita, dato che qualunque aumento dell’influenza turca in città può ridurre il loro potere e la loro tutela religiosa sui luoghi santi che vi si trovano, benché Gerusalemme sia una causa comune per tutti i musulmani, non solo per gli arabi [i turchi non sono arabi, ndtr.] o i palestinesi.

Il piano di occupazione è motivato dal fatto che l’influenza turca tra gli abitanti di Gerusalemme ha preoccupato per anni i funzionari della sicurezza e i politici israeliani, dato che in molti luoghi della città si possono vedere bandiere e ristoranti turchi. D’altra parte negli ultimi anni la Turchia è diventata la destinazione favorita di decine di migliaia di cittadini di Gerusalemme.

L’informazione sul piano israeliano contro le attività turche a Gerusalemme indica che esiste un consenso tra i diversi decisori politici israeliani riguardo alla convinzione che la presenza della Turchia minacci la sicurezza nazionale di Israele. Quindi lo Stato di occupazione può prendersi il rischio di alimentare le tensioni già esistenti tra Ankara e Tel Aviv su vari dossier spinosi.

(traduzione dallo spagnolo di Amedeo Rossi)




La normalizzazione di Israele potrebbe portare alla divisione della moschea di Al-Aqsa

Mersiha Gadzo

14 settembre 2020 – Al Jazeera

Secondo alcuni analisti una clausola degli accordi Emirati -Bahrain e Israele spalanca la porta alle preghiere degli ebrei nel luogo sacro.

Una frase inserita negli accordi di normalizzazione fra Emirati Arabi Uniti (EAU), Bahrain e Israele, mediati dagli Stati Uniti, potrebbe portare alla divisione del complesso di Al-Aqsa perché viola lo status quo, dicono alcuni analisti.

Secondo un’inchiesta di Terrestrial Jerusalem (TJ) un’organizzazione non governativa israeliana, le affermazioni segnano un “cambiamento radicale dello status quo” e hanno ” conseguenze di vasta portata e potenzialmente esplosive”.

Secondo lo status quo stabilito nel 1967, solo i musulmani possono pregare sull’al-Haram al-Sharif [il Nobile Santuario in arabo, cioè la Spianata delle Moschee, ndtr.], Monte del Tempio, secondo gli ebrei, noto anche come complesso della moschea Al-Aqsa, un’area di 14oo mq.

I non-musulmani possono visitare il sito, ma non pregare. Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano, aveva confermato questo status quo in una dichiarazione formale nel 2015.

Tuttavia una clausola inclusa nei recenti accordi fra Israele e gli Stati del Golfo Arabo indica che potrebbe non essere più così.

Secondo la dichiarazione congiunta fra USA, Israele e EAU rilasciata il 13 agosto dal presidente americano Donald Trump: “Come sancito nella Visione di Pace, tutti i musulmani che vengono in pace possono visitare e pregare nella moschea di Al-Aqsa e gli altri siti sacri a Gerusalemme devono restare aperti ai fedeli pacifici di tutte le fedi.”

Ma Israele definisce Al-Aqsa come ‘struttura di una moschea’, come nella dichiarazione, chiarifica la relazione di TJ.

“Secondo Israele (e apparentemente gli Stati Uniti), tutto quello che c’è sul Monte che non sia la struttura della moschea, è definito come ‘uno degli altri siti sacri di Gerusalemme’, aperto a tutti, ebrei inclusi, per pregare,” dice la dichiarazione.

“Questa scelta di terminologia non è né casuale né un passo falso e non può essere vista se non come un tentativo intenzionale, seppure furtivo, di lasciare la porta spalancata alla preghiera ebraica al Monte del Tempio, cambiando così radicalmente lo status quo.”

La stessa dichiarazione è stata ripetuta nell’accordo con il Bahrain, annunciato venerdì.

Khaled Zabarqa, un avvocato palestinese specializzato nelle questioni relative ad Al-Aqsa e Gerusalemme, ha detto ad Al Jazeera che si “dice molto chiaramente che la moschea non è sotto la sovranità musulmana”.

“Quando gli EAU hanno accettato tale clausola, si sono detti d’accordo e hanno dato il via libera alla sovranità di Israele sulla moschea di Al-Aqsa,” ha detto Zabarqa.

“È una chiara e significativa violazione dello status quo legale internazionale della moschea di Al-Aqsa (concepito) nel 1967 dopo l’occupazione di Gerusalemme e secondo cui tutto ciò che si trova all’interno delle mura è sotto la custodia giordana.

Non è un errore innocente’

I palestinesi sono preoccupati da tempo per i possibili tentativi di partizione della sacra moschea, come è successo con la moschea di Ibrahimi [la Tomba dei Patriarchi per gli ebrei, ndtr.] a Hebron.

Nel corso degli anni si è sviluppato un Movimento del Tempio, costituito in gran parte da ” di ebrei religiosi nazionalisti di estrema destra” che cercano di cambiare lo status quo, riferisce TJ.

Alcuni chiedono la preghiera per gli ebrei all’interno del complesso sacro, mentre altri mirano a costruire il Terzo Tempio sulle rovine della Cupola della Roccia che, secondo le profezie messianiche, annuncerebbe la venuta del messia.

Nel corso degli anni, l’ONG israeliana Ir Amim ha pubblicato numerose relazioni di questo gruppo, un tempo marginale, ma che oggi fa parte di una tendenza politica e religiosa dominante e gode di stretti legami con le autorità israeliane.

Questi attivisti credono che permettere agli ebrei di pregare nel complesso e dividere il sito sacro fra musulmani ed ebrei sia un passo verso la sovranità, per raggiungere un giorno il loro scopo finale, la costruzione del tempio.

In anni recenti, un numero crescente di visitatori ebrei hanno cercato di pregare in violazione dello status quo.

Daniel Seidemann, un avvocato israeliano specializzato nella geopolitica di Gerusalemme, ha detto ad Al Jazeera di essere “profondamente preoccupato per quello che sta succedendo “.

“Quello che stiamo vedendo a Gerusalemme è l’ascesa delle fazioni religiose che usano la religione come un’arma. Siamo su una strada che ci porterà a una conflagrazione.

Noi sappiamo che queste clausole, ogni singola parola, sono state elaborate insieme da un gruppo congiunto USA/ Israele. Il passaggio dal termine Haram al-Sharif a quello di moschea di Al-Aqsa non è un errore,” secondo Seidemann.

‘Scritto con astuzia’

Una dichiarazione più sfacciata è stata inclusa nell’ “accordo del secolo”, il piano per il Medio Oriente svelato alla fine di gennaio da Trump e Netanyahu alla Casa Bianca.

Jared Kushner, importante consigliere e genero di Trump, è stato la persona di maggior spicco che ha lavorato alla proposta, mentre a Ron Dermer, ambasciatore israeliano negli USA, è stata attribuita la formulazione dell’accordo.  

Il piano stipula che “lo status quo del Monte del Tempio/Haram al-Sharif dovrebbe rimanere inalterato”, ma nella frase successiva si dice anche che: “persone di ogni fede possono pregare sul Monte del Tempio/Haram al-Sharif.”

La clausola ha causato polemiche e ha spinto David Friedman, ambasciatore USA in Israele, a tornare sui suoi passi durante l’incontro con la stampa il 28 gennaio. “Non c’è nulla nel piano che imporrebbe modifiche dello status quo senza l’accordo fra tutte le parti,” ha detto.

Un alto funzionario americano, che conosce sia le parti in causa che i problemi, ha detto ad Al Jazeera che “non ha dubbi che il linguaggio nella dichiarazione Israele-EAU è stato scelto con malizia premeditata da parte di Israele, senza una chiara comprensione da parte degli Emirati e con la complicità di mediatori americani incompetenti.”

“La rapida ritrattazione di Friedman della frase contenuta nel piano di Trump attesta che probabilmente Dermer l’aveva inserita e che Kushner non l’aveva capita,” ha rivelato il funzionario in forma anonima.

“Il fatto che sia stato Friedman a ritrattare e non la Casa Bianca significa anche che il linguaggio del piano di Trump è ancora ufficiale e determinante quando si arriverà al dunque… Anche se gli idioti Kushner-Friedman hanno capito le conseguenze, è chiaro che se ne fregano.”

Eddie Vasquez, esperto consigliere e portavoce del Dipartimento di Stato americano, ha riferito in un’email ad Al Jazeera di una scheda informativa pubblicata dopo l’annuncio “dell’accordo del secolo” che dice che lo status quo non verrà modificato.

“Tutti i musulmani sono benvenuti a visitare in pace la moschea di Al-Aqsa,” dice uno dei punti. Ma non si chiarisce perché negli accordi con gli EAU e Bahrain sia stato usato il termine di moschea di Al-Aqsa e non Haram al-Sharif.

Sovranità israeliana su Al-Aqsa’

Gli accordi di normalizzazione arrivano dopo che, la scorsa settimana, le autorità israeliane hanno installato degli altoparlanti sui lati est e ovest del complesso di Al-Aqsa senza il permesso del Waqf, (istituzione islamica).

Il complesso sacro è amministrato dal Waqf islamico con sede in Giordania. Secondo lo status quo, Israele è responsabile solo della sicurezza fuori dai cancelli.

“La polizia israeliana dice che è per motivi di sicurezza, ma noi non riusciamo a vedere questi motivi,” dice Omar Kiswani, direttore del complesso di Al-Aqsa.

“Noi consideriamo questa azione un tentativo di imporre il controllo sulla moschea di Al-Aqsa e di indebolire il ruolo del Waqf nella moschea,” dice Kiswani.

Zabarqa afferma che la Giordania, custode del sito, “non ha alcun potere di trattare con le [autorità] di occupazione “.

“Credo che la Giordania debba cambiare e trovare nuovi alleati, come la Turchia. Dovrebbe usare le relazioni finanziarie e diplomatiche con Israele per far pressione, ma invece sembra così debole da mettersi al fianco degli americani,” aggiunge Zabarqa.

Nel suo rapporto TJ nota che nell’accordo non si parla del Waqf e del suo ruolo autonomo.

“Le rivendicazioni musulmane su Haram al-Sharif/Al-Aqsa sono state trasformate da quelle di proprietario a quelle di ‘ospite benvenuto’ con il diritto di visitare e pregare,” conclude.

Una bomba’

Zabarqa sostiene che la clausola è “rivoluzionaria nella narrazione israelo-americana ” e crede che gli ” EAU abbiano accettato di fare da apripista “.

Zabarqa rileva che nel 2014 gli EAU sono stati coinvolti nel trasferimento della proprietà di oltre 30 edifici a coloni israeliani illegali a Silwan, nella Gerusalemme est occupata.

“Questo ci mostra il ruolo evidente che gli Emirati giocano nel cambiare il termine di status quo con un altro che riconosca la sovranità israeliana su Al-Aqsa,” afferma Zabarqa.

Seidemann dice che martedì, quando gli emiratini e i rappresentanti del Bahrain prenderanno parte alla cerimonia tenuta da Trump alla Casa Bianca per firmare una “storica dichiarazione di pace” con Israele dovrebbero chiedere dei chiarimenti per assicurarsi che lo status quo resti immutato.

Ci sarebbe solo bisogno che Kushner e Netanyahu dicano: ‘Continuo a credere a quello che ho detto nel 2015.’ Nelle ultime due settimane gli è stato chiesto, ma non l’hanno ancora detto. Questa non è ingenuità,” commenta Seidemann.

“Questa è una bomba che le amministrazioni di Trump e Netanyahu lasciano alle successive, al prossimo governo israeliano. Stanno giocando con Haram al-Sharif/Al-Aqsa/ Monte del Tempio. Accenderà una miccia,” dice Seidemann.

“Forse è una miccia lunga, ci sarà un’esplosione, ma non è troppo tardi per evitare che scoppi.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




L’attacco di Israele al pane palestinese

Mariam Barghouti

7 Mar 2020 – Al Jazeera

Perché è importante la chiusura di un vecchio forno palestinese a Gerusalemme.

Nelle rare occasioni in cui le autorità israeliane mi concedono il permesso di andare a Gerusalemme, mia madre insiste sempre che le porti una provvista di ka’ak al-Quds (ka’ak di Gerusalemme).

Il ka’ak è un pane a forma ovale ricoperto da un generoso strato di semi di sesamo. È ampiamente disponibile in tutta la Palestina e anche a Ramallah, dove viviamo. Ma per la maggior parte dei palestinesi, il ka’ak di Gerusalemme è una prelibatezza inimitabile. Come mia madre, anch’io chiedo agli amici che hanno occasione di andare a Gerusalemme di portarmi pacchi di ka’ak al-Quds – non solo perché è particolarmente buono, ma perché porta in sé parte della storia culturale di Gerusalemme.

Il 19 febbraio, la polizia israeliana ha fatto irruzione e chiuso un panificio palestinese attivo da 60 anni, e ha arrestato il suo giovane proprietario Nasser Abu Sneina. Chiunque abbia vagato per i quartieri della Città Vecchia è probabilmente passato accanto a questo vecchio forno e ha annusato il caldo aroma di pane che diffondeva. È vicino al quartiere di Bab Hutta, un luogo centrale nel corso delle proteste palestinesi del 2017 contro le misure di sorveglianza israeliane.

Le autorità israeliane hanno dichiarato che il panificio è stato chiuso perché non rispettava gli standard sanitari richiesti. Molti palestinesi, tuttavia, sostengono che il panificio sia stato preso di mira semplicemente perché distribuiva pane ai fedeli diretti alla moschea di al-Aqsa.

Il ka’ak di Gerusalemme e le panetterie che lo vendono sono – in parte – simboli dell’identità palestinese della città. Un panificio palestinese che distribuisce ka’ak ai fedeli sulla strada per la moschea di Al-Aqsa è una minaccia per le autorità israeliane perché è una dimostrazione palese della solidarietà palestinese. Mostra che i palestinesi non solo sono ancora nel cuore della città, ma sono anche pronti a sostenersi a vicenda di fronte all’oppressione israeliana.

Ricordano al mondo e agli israeliani che Gerusalemme è una città palestinese.

Questa è la vera ragione per cui il forno di Abu Sneina e molti altri esercizi simili sono stati costretti a chiudere dalle autorità israeliane.

Negli ultimi anni a Gerusalemme più di 50 negozi sono stati costretti a chiudere a causa delle pressioni finanziarie e delle continue restrizioni alla circolazione che rendono difficile la gestione di un’attività commerciale.

La chiusura di questo forno è stata solo l’ultimo capitolo di un più ampio assalto sistematico alla presenza palestinese a Gerusalemme in generale e nella Città Vecchia in particolare. Con metodi diversi Israele sta cercando di costringere tutti i palestinesi ad andarsene, rendendo insopportabile la vita quotidiana con l’imperante presenza di soldati armati che consentono ai coloni di avanzare in città, quartiere dopo quartiere.

I palestinesi a Gerusalemme vivono con la costante minaccia di umilianti perquisizioni corporali, sfratti da casa, ritiro della residenza o aggressioni da parte di coloni israeliani o forze israeliane – che si tratti di polizia o esercito.

Soprattutto nella Città Vecchia, oltre alle palesi aggressioni dell’occupazione come arresti arbitrari, azioni giudiziarie ingiustificate, restrizioni di movimento e ingiuste chiusure di negozi, i palestinesi sono costretti a barcamenarsi in una burocrazia pensata unicamente per fornire sostegno legale al tentativo di cacciarli.

Le autorità israeliane richiedono agli esercizi palestinesi di procurarsi una enorme quantità di permessi e documenti per rimanere in attività. Per molti imprenditori palestinesi, tuttavia, è sia troppo costoso che difficile ottenere questi documenti.

Le irragionevoli pressioni esercitate sui palestinesi residenti a Gerusalemme a volte raggiungono livelli tali da forzarli a fare cose che in altre parti del mondo sarebbero difficili da credere.

Proprio il mese scorso, ad esempio, un uomo palestinese che viveva a Gerusalemme ha demolito da sé la propria casa su ordine del Comune israeliano. Ha fatto da sé per evitare i costi esorbitanti che avrebbe dovuto pagare al Comune stesso se gli avesse consentito di eseguire la demolizione.

Israele sta facendo di tutto per allontanare i palestinesi da Gerusalemme a causa del significato che la città detiene per la lotta palestinese – non ha solo un valore religioso, ma è l’epicentro storico, culturale e politico della vita palestinese.

La decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump nel 2017 di dichiarare Gerusalemme capitale di Israele e di spostarvi l’ambasciata USA ha fornito un significativo sostegno politico alle affermazioni israeliane che la città appartenga a loro.

Tuttavia, Israele sa che non può dichiarare Gerusalemme esclusivamente “città israeliana” se i palestinesi continuano a viverci e a mantenere viva l’identità palestinese della città. Dai negozietti di spezie e di dolci sparsi per la Città Vecchia al vecchio negozio di musicassette aperto nel 1973, alle voci dei bambini palestinesi che ridono nei vicoli Gerusalemme è ancora una città molto palestinese.

Questo è il motivo per cui le autorità israeliane prendono di mira le panetterie come quella di Abu Sneina.

Noi palestinesi non veniamo espulsi dalle nostre terre e città ancestrali solo attraverso demolizioni, insediamenti, revoca arbitraria di permessi di residenza o semplici proiettili. Siamo anche spinti via dallo sforzo sistematico di renderci impossibile mantenere il nostro modo di vivere nel nostro Paese. Israele sta cercando di cancellare la cultura e l’identità palestinesi dalle strade, dai bazar, dai panifici e dai ristoranti.

Questo succede da molto tempo. Ein Kerem, per esempio, un tempo era un villaggio palestinese a Gerusalemme [ovest, ndtr.]. Oggi vi abitano per lo più israeliani delle classi alte. Camminarci dentro è come camminare in un insediamento israeliano, non in un villaggio palestinese.

Ovviamente, Israele sa che non può cancellare tutta la storia e la tradizione di Gerusalemme. Quindi a volte cerca di appropriarsi di aspetti della cultura palestinese come fossero i propri.

Questo è il motivo per cui il falafel viene ora venduto come spuntino nazionale di Israele, anche se il piatto è più vecchio dello Stato. E questo è il motivo per cui i ristoranti di tutto il mondo hanno “Shakshuka [piatto tipico arabo, ndtr.] israeliano” e “Tabbouleh [insalata di grano, anch’essa araba, ndtr.] israeliano” nei loro menu.

Per un osservatore esterno, il definire “israeliano” un vecchio piatto palestinese o la chiusura di una panetteria per motivi di “salute e sicurezza” possono sembrare questioni banali.

Tuttavia, per noi palestinesi, questi atti non sono diversi da demolizioni di case, espulsioni, detenzioni illegali e coprifuoco. Rappresentano solo un altro aspetto dell’occupazione: sono tentativi di cancellare dalle nostre città e strade, insieme ai nostri fisici corpi, la nostra cultura e il nostro modo di vivere.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Mariam Barghouti è una scrittrice palestinese americana residente a Ramallah.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Perché tanta indignazione? Il partito Potere Ebraico è il nuovo modello della politica israeliana

Ramzy Baroud

6 marzo 2019 Ma’an News

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha stretto un’alleanza con un gruppo politico minore, Otzma Yehudit (Potere Ebraico), e subito ne è seguita una larga indignazione.

La rabbia non proviene solo dal centro, dalla sinistra e dai partiti arabi, ma anche da destra. Persino la lobby filo-israeliana statunitense, nota per le sue posizioni politiche aggressive, si è dichiarata contro questa sinistra unione.

“Le opinioni di Otzma Yehudit”, ha scritto su Twitter l’American Israeli Public Affairs Committee (AIPAC) [la maggiore lobby filoisraeliana negli USA, ndtr.], “sono riprovevoli. Non riflettono i valori fondamentali che sono alla base dello Stato di Israele “.

Ma se invece lo facessero? E se “Otzma Yehudit” non fosse altro che una diversa articolazione politica delle tradizionali idee israeliane, e riflettesse perfettamente i “valori fondamentali” che persino l’AIPAC ha ciecamente difeso sin dagli inizi nel 1953?

Già prima dell’alleanza tra Likud, il partito di destra di Netanyahu, Jewish Home (Casa Ebraica) di estrema destra di Rafi Peretz, e Otzma Yehudit, sancita il 20 febbraio, Israele non era certo una democrazia liberale che escludesse il razzismo e sposasse il pluralismo politico. In effetti bisogna capire che l’inclusione di Otzma Yehudit nella principale scena politica israeliana è coerente con la corruzione morale della politica israeliana in generale.

Protestare contro l’alleanza tra Netanyahu e i fanatici capi di Otzma Yehudit è suggerire che i più influenti politici israeliani non rappresentino gli ideali profondamente sciovinisti, razzisti e violenti che il partito estremista ha difeso fin dalla sua formazione nel 2012.

Otzma Yehudit è stato resuscitato dai seguaci del rabbino nato a Brooklyn Meir Kahane, che ha sostenuto la pulizia etnica dei palestinesi e ha guidato i suoi seguaci in molte incursioni violente contro le comunità arabe palestinesi, in Israele e nei territori palestinesi occupati.

Il suo partito Kach, messo al bando in Israele quattro anni dopo la sua formazione nel 1984, non fu allora rifiutato per le sue “politiche razziste” come oggi molti media suggeriscono. Il partito operava fuori dai confini dell’agenda del governo israeliano, quindi è stato costretto a uscirne, ma le sue idee violente persistono nella Knesset [il parlamento israeliano] a tutt’oggi. Se il razzismo contro i palestinesi era davvero un’anomalia politica sostenuta da Kach, come si spiega la legge razzista dello Stato-Nazione, che definisce Israele come “lo Stato-Nazione del popolo ebraico” – esaltando tutto ciò che è ebreo e umiliando tutto ciò che è palestinese?

La legge non si stacca molto dalla costituzione di Otzma Yehudit, che definisce Israele come uno “Stato ebraico nel suo carattere, nei suoi simboli nazionali e nei suoi valori legali”, definendo inoltre l’ebraico “unica lingua ufficiale” di Israele.

In effetti, ad una attenta lettura, la costituzione del partito e il testo della legge dello Stato-Nazione rivelano somiglianze sorprendenti. Ciò suggerisce che, dai tempi di Meir Kahane, è la società israeliana ad avvicinarsi alle opinioni degli estremisti ebrei, non viceversa.

In effetti, Kahane è stato assassinato nel 1990 ma le sue idee sono sopravvissute, espandendosi insieme agli insediamenti ebraici per conquistare infine l’immaginazione generale. L’indignazione contro l’alleanza Netanyahu-Otzma Yehudit è probabilmente motivata da un po’ di paura nel mostrare al mondo tutta la brutta faccia del sionismo.

Quanto all’AIPAC, è chiaro che neanche il più attento linguaggio diplomatico basterà a spiegare perché il governo israeliano debba essere popolato dai membri di un partito che dal 1994 compare nelle liste del Dipartimento di Stato americano come organizzazione terroristica.

Netanyahu è disperato e, come ci insegna la storia, quando il primo ministro israeliano si trova in una situazione di impaccio politico, si abbassa a qualsiasi espediente per salvarsi. Nelle ultime elezioni generali del 2015, Netanyahu ha rivolto un appello finale ai suoi sostenitori. “Gli elettori arabi si stanno dirigendo in massa verso i seggi”, ha detto, ricorrendo al suo tipico stile terroristico. Non sorprende che abbia vinto.

Netanyahu è ora più disperato che mai. I suoi avversari al Centro stanno unendo le forze in una nuova lista, Kahol Lavan o “Bianco e blu”, che ha il potenziale di spodestarlo il 9 aprile.

Peggio ancora, il procuratore generale israeliano ha deliberato il 28 febbraio di incriminare Netanyahu per “corruzione e frode”. Un sondaggio pubblicato il giorno seguente ha rilevato che due terzi degli israeliani pensano che se Netanyahu fosse incriminato dovrebbe dimettersi.

Il retaggio opportunistico di Netanyahu è più che sufficiente a spiegare la sua decisione di arrivare fino a Otzma Yehudit, ma ciò che è davvero sconvolgente è l’indignazione scatenatasi per una mossa politica che sembra perfettamente adatta alla attuale politica di Israele.

Anche se il Comitato Elettorale Centrale di Israele decidesse di impedire a Otzma Yehudit di partecipare alle prossime elezioni, cambierà poco nei termini dei valori e ideali che il partito rappresenta, principi che, in un modo o nell’altro, definiscono anche Jewish Home, Nuova Destra , Likud e altri.

La piattaforma di Otzma Yehudit invoca una guerra contro i “nemici di Israele” che deve “essere totale, senza negoziati, senza concessioni e senza compromessi”.

Ma non è sostanzialmente lo stesso punto di vista di Ayelet Shaked, ministra della Giustizia nella coalizione di Netanyahu, e ora una dei leader del neoformato partito Nuova Destra?

Nel 2014, poco prima che Israele scatenasse la sua guerra più distruttiva sulla Striscia di Gaza occupata, Shaked dichiarò la necessità di una guerra totale. “Non un’operazione, non una cosa lenta, non un’escalation a bassa intensità, senza controllo … Questa è una guerra … Questa è una guerra tra due popoli. Chi è il nemico? Il popolo palestinese … “

Più di 2.139 palestinesi, per lo più civili, sono stati uccisi nella guerra israeliana che seguì quella dichiarazione e oltre 11.000 sono stati i feriti.

Perché l’indignazione, quindi, quando la missione di quel partito marginale è di “ristabilire la sovranità e la proprietà sul Monte del Tempio” – cioè la Moschea di Al-Aqsa -, coerentemente con le opinioni di gran parte di israeliani, religiosi e laici allo stesso modo? I membri della Knesset hanno ripetuto questo appello, spesso proprio da Al-Aqsa, circondati da decine di soldati e coloni ebrei armati.

Per quel che riguarda la confisca delle terre palestinesi e l’espansione degli insediamenti illegali ebraici, di cui Otzma Yehudit è un fautore, anche questo è un ideale comune sfacciatamente caldeggiato dalla maggior parte dei gruppi politici israeliani, da destra sino a sinistra.

L’AIPAC non è solo ipocrita nel suggerire che Otzma Yehudit violi i “valori fondamentali alla base dello Stato di Israele”, ma è anche intenzionalmente in errore.

In effetti, la piattaforma di Otzma Yehudit non fa altro che rinforzare i “valori fondamentali” esistenti in Israele, gli stessi valori che proprio l’AIPAC difende senza il minimo riguardo per i diritti umani, il diritto internazionale e i principi dei veri valori democratici.

Ramzy Baroud è giornalista, autore e redattore di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story (Pluto Press, Londra, 2018). Ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è uno studioso non residente presso il Centro Orfalea per gli studi globali e internazionali, UCSB.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale della Ma’an News Agency.

(traduzione di Luciana Galliano)