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A proposito di ‘gassare gli arabi’ e altre patologie: Israele è una ‘società malata’?

Ramzy Baroud

6 dicembre 2021 – Middle East Monitor

Alcuni credono erroneamente e chissà perché che il quotidiano israeliano Haaretz sia di centro-sinistra, progressista e persino ‘filo-palestinese’. Chiaramente nulla di tutto ciò è vero. Questa descrizione distorta di un giornale essenzialmente sionista e anti-palestinese racconta una situazione molto più complessiva riguardo a quanto sia confusa la politica israeliana e come molti di noi siano altrettanto confusi quando si tratta di capire il dibattito politico israeliano.

Il 28 novembre, Isaac Herzog, appena eletto presidente di Israele, ha fatto irruzione nella moschea di Ibrahimi nella città palestinese di Al-Khalil (Hebron) con centinaia di soldati e molti coloni ebrei illegali, incluso il gotha degli estremisti israeliani.

La scena ricorda un evento simile, quando nel settembre 2000 Ariel Sharon, ex primo ministro, entrò con migliaia di soldati e poliziotti nell’Haram Sharif [la Spianata delle Moschee, ndtr.] nella Gerusalemme Est occupata. Fu proprio questo evento a scatenare la seconda Intifada palestinese (2000-05) che causò migliaia di morti.

Il gesto di Herzog di solidarietà con i coloni di Kiryat Arba [colonia particolarmente violenta nei pressi di Al Khalil /Hebron, ndtr.] è identico a quello precedente di Sharon, anch’esso rivolto a conquistare l’approvazione degli influenti estremisti di destra israeliani in costante crescita.

Appena pochi mesi fa Haaretz ha descritto Herzog come un “centrista, pacato, non un istrione che, a volte, “si sente fuori posto sul tempestoso e frammentato campo di battaglia della politica israeliana “. Herzog, secondo Haaretz, “potrebbe essere proprio quello di cui Israele ha bisogno.”

Ma è davvero così? Stupiscono alcune dichiarazioni rilasciate da Herzog in occasione della sua visita al luogo dove ventinove palestinesi furono massacrati da Baruch Goldstein, un estremista di Kiryat Arba e dove molti altri sono stati uccisi dai soldati israeliani in conseguenza del tragico evento. Non solo molti israeliani celebrano Goldstein con un santuario degno di eroi e santi, ma molti di quelli che hanno accompagnato Herzog durante la provocatoria ‘visita’ sono ardenti seguaci del terrorista ebreo israeliano.

“Dobbiamo continuare a sognare la pace,” ha dichiarato Herzog in occasione della prima notte della festività ebraica di Hanukkah dentro il complesso della moschea di Ibrahimi che era stato in precedenza svuotato dei fedeli musulmani [il luogo sacro è condiviso sia dai fedeli ebrei che da quelli musulmani, ndtr.]. Egli orgogliosamente ” ha condannato qualsiasi forma di odio o violenza”. Intanto centinaia di soldati israeliani stavano terrorizzando 35.000 abitanti della città vecchia di Al-Khalil. Questi palestinesi, vittime di violenze quotidiane per mano dei circa 800 coloni ebrei armati di Kiryat Arba e di circa un numero simile di soldati israeliani, sono stati tutti rinchiusi: i loro negozi chiusi, le loro vite sospese, i muri coperti di scritte razziste.

Riferendosi al presidente israeliano il sito israeliano di notizie +972Mag ha affermato: “Se Herzog avesse girato l’angolo avrebbe potuto vedere le scritte sui muri che dicevano: ‘gassate gli arabi.’”

È probabile che Herzog conosca già, anzi sostenga, tale razzismo: dopotutto insieme a lui c’erano tipi come Eliyahu Libman, che capeggia il consiglio regionale di Kiryat Arba, e Hillel Horowitz, il leader dei coloni ebrei di Al-Khalil. Questi sono i due che predicano, come cosa normale, estremismo e violenza contro i palestinesi. A parte ospitare la tomba e il santuario di Goldstein, la colonia ha un parco intitolato a Meir Kahane, il leader spirituale degli estremisti israeliani più violenti.

In un discorso emotivo tenuto da Horowitz in presenza di Herzog, il leader dei coloni ha proclamato che la violenta irruzione del presidente israeliano nella moschea di Ibrahimi “ci rammenta che noi non abbiamo preso la terra di stranieri.” Ha continuato dicendo: “La tua visita rafforza la nostra missione.”

Dal punto di vista di Horowitz, Libman e di quelli della loro genia, la loro ‘missione’ è stata un grande successo. Essi sono riusciti a orientare verso destra quasi tutta la politica israeliana. Ora persino il presidente, “centrista e pacato”, abbraccia totalmente la loro infame missione.

Ma Haaretz  ammetterà questa situazione? Che la linea editoriale ‘liberal’ e ‘progressista’ che avrebbe caldeggiato per molti anni ha completamente fallito e, di conseguenza, dire la verità su Israele?

Paragonate il ritratto positivo di Herzog dipinto da Haaretz con i suoi reportage su Reuven Litvin, l’ex presidente israeliano di destra. Giustamente e in varie occasioni quest’ultimo era stato criticato per la sua linea politica filo-Likud [il principale partito israeliano di destra, ndtr.] e per il suo ruolo divisivo che ha contribuito a creare una scena politica israeliana già frammentata. Ma quando Rivlin nell’ottobre 2014 ha dichiarato che la “società israeliana è malata ed è nostro dovere curare questa malattia,” un editorialista di Haaretz aveva insinuando sferzante che “i commenti di Rivlin sono decisamente zeppi di odio antiebraico”.

“Prima ha definito come ‘malata’ la società ebraica, facendo affiorare ricorrenti temi antisemiti sugli ebrei come portatori di una malattia culturale e ideologica. Poi ha chiesto se gli ebrei siano ‘esseri umani decenti’, mettendo in dubbio la loro stessa umanità,” sosteneva l’articolo.

Naturalmente le malattie di “violenza, ostilità, bullismo (e) razzismo”, che Rivlin aveva poi fatto notare, sono molto reali. Altri sintomi di questa orribile patologia includono anche occupazione militare, apartheid e violenza genocida, come quella inflitta frequentemente contro la striscia di Gaza assediata.

Mentre questa ‘malattia’ israeliana sta diventando famosa a livello globale presso organizzazioni come Human Rights Watch [nota Ong per i diritti umani con sede negli USA, ndtr.] e molte altre che la descrivono nel modo più onesto e schietto, la maggioranza della società israeliana, inclusi i suoi rappresentanti e il suo ‘moderato’ presidente restano ciechi, protetti dalla verità dalla loro stessa arroganza, infatuati del loro potere militare e inebriati dall’umiliazione e dalla violenza a cui i palestinesi sono sottoposti ad Al-Khalil, a Gaza, a Gerusalemme e nella Palestina occupata.

Non ci sono segnali che la società, il governo e i media israeliani ‘liberal’ o di destra svilupperanno da soli gli anticorpi necessari per curare le malattie di razzismo, occupazione militare e apartheid. Sì, alla fine sarà la resistenza palestinese che contribuirà in modo decisivo a fare in modo che Israele ne debba rispondere. Ma questo succederà solo quando la comunità internazionale prenderà una posizione coraggiosa, promuovendo i diritti dei palestinesi e sostenendo incondizionatamente la loro ricerca di libertà.

Di destra, sinistra o di centro, Israele è più che mai legato alla sua superiorità militare, al suo razzismo e all’occupazione militare. Prima accetteremo questo fatto e smetteremo di credere nell’illusione che i cambiamenti in Israele avvengano dall’interno, prima il popolo palestinese finalmente otterrà la giustizia di cui ha bisogno e che si merita.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




C’è bisogno di una nuova strategia per impedire la totale ebraizzazione della moschea di Ibrahimi

Lama Khater

17 agosto 2021 Middle East Monitor

Diversi giorni fa le autorità di occupazione hanno avviato l’attuazione di un nuovo progetto di ebraizzazione nelle vicinanze della moschea di Ibrahimi [Abramo ndt] nella città di Hebron. L’obiettivo apparente di questo progetto è costruire un ascensore per facilitare l’assalto dei coloni alla moschea, la cui costruzione comporterà il sequestro circa 300 metri quadrati dei cortili e delle strutture della moschea. Tuttavia il progetto ha l’obiettivo di ebraizzare completamente la moschea e renderla un sito esclusivamente ebraico, oltre a controllare il più possibile la terra e gli immobili circostanti.

Il problema di Hebron con l’ebraizzazione è stato e continuerà ad essere difficile. La sua causa principale è l’esistenza di un quartiere esclusivamente di coloni nel cuore della città, che si è ampliato con il sequestro di molte proprietà immobiliari possedute dai palestinesi nella Città Vecchia di Hebron, dove si trova la Moschea di Ibrahim. A causa di questa presenza ebraica a Hebron, nel 1997 è stato stipulato lo sciagurato accordo di Hebron, derivante dagli accordi di Oslo. L’intesa ha diviso Hebron in due aree, una sotto il controllo palestinese e l’altra sotto il controllo israeliano, e quest’area comprende gran parte del sud e dell’est della città, inclusa la Moschea di Ibrahim.

L’accordo prevede la riapertura di via Al-Shuhada nella città, chiusa e controllata dalle forze di occupazione, ma queste ultime non hanno mai attuato le disposizioni dell’accordo. Invece l’hanno sfruttato per estendere la loro operazione di ebraizzazione della città e hanno espulso i palestinesi dalla zona meridionale attraverso restrizioni sistematiche per i palestinesi, a cominciare dal massacro della moschea di Ibrahim nel 1994, quando venne temporalmente e spazialmente divisa tra i coloni ebrei e i musulmani [nel 1994 un fondamentalista sionista entrò in divisa nella sala di preghiera riservata ai fedeli musulmani, aprì il fuoco e uccise trenta persone e ne ferì 125, ndt.]. Tuttavia la situazione della moschea ora è tale da essere sul punto di diventare un sito puramente ebraico, poiché i dintorni della moschea, compresi i cortili, gli ingressi e le aree palestinesi limitrofe sono considerati caserme militari, intersecate da diverse barriere e posti di blocco. Ai palestinesi non è permesso accedere all’area con le loro auto, mentre i coloni possono attraversare le barriere. I cortili della moschea sono riservati ai coloni. Inoltre chiunque riesca ad arrivare in quest’area deve sorbirsi i commenti razzisti e gli incitamenti a uccidere gli arabi da parte di giovani coloni e dei loro anziani.

È risaputo che il progetto di occupazione israeliano aveva come giustificazione morale un mito religioso senza fondamento che rivendicava il diritto alla terra di Palestina; la prosecuzione di questo progetto resterà legata alla necessità di controllare i siti religiosi musulmani in Palestina, specialmente quelli altamente simbolici, come la Moschea Al-Aqsa e la Moschea di Ibrahim. Ciò significa che la lotta per questi luoghi è essenziale per l’identità palestinese e richiede un grande ed eccezionale sforzo che scaturisca dalla consapevolezza della realtà dei pericoli che minacciano questi luoghi santi.

Oggi Hebron sta affrontando una grande sfida, ed è a un bivio: o opporsi a questo progetto mobilitando la popolazione e creando le condizioni per contrastarlo, oppure ignorare ciò che sta accadendo, per poi dover affrontare una realtà amara: la perdita della moschea per i musulmani. Ciò costringerà i palestinesi rimasti a lasciare le loro case e proprietà sotto la pressione dell’espansione delle colonie e dei feroci attacchi dei coloni contro i restanti abitanti di quell’area.

E’vero che la sfida è grande e quasi supera la capacità dell’opinione pubblica, delle fazioni palestinesi e delle loro limitate potenzialità, ma è possibile invertire l’equazione che rende la vita difficile per i palestinesi. Questo può essere fatto cercando di rendere difficile la vita dei coloni invece di lasciare che siano loro a rendere difficile la vita dei palestinesi. È necessaria una nuova equazione che richiede volontà e iniziativa.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale del Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




La normalizzazione di Israele potrebbe portare alla divisione della moschea di Al-Aqsa

Mersiha Gadzo

14 settembre 2020 – Al Jazeera

Secondo alcuni analisti una clausola degli accordi Emirati -Bahrain e Israele spalanca la porta alle preghiere degli ebrei nel luogo sacro.

Una frase inserita negli accordi di normalizzazione fra Emirati Arabi Uniti (EAU), Bahrain e Israele, mediati dagli Stati Uniti, potrebbe portare alla divisione del complesso di Al-Aqsa perché viola lo status quo, dicono alcuni analisti.

Secondo un’inchiesta di Terrestrial Jerusalem (TJ) un’organizzazione non governativa israeliana, le affermazioni segnano un “cambiamento radicale dello status quo” e hanno ” conseguenze di vasta portata e potenzialmente esplosive”.

Secondo lo status quo stabilito nel 1967, solo i musulmani possono pregare sull’al-Haram al-Sharif [il Nobile Santuario in arabo, cioè la Spianata delle Moschee, ndtr.], Monte del Tempio, secondo gli ebrei, noto anche come complesso della moschea Al-Aqsa, un’area di 14oo mq.

I non-musulmani possono visitare il sito, ma non pregare. Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano, aveva confermato questo status quo in una dichiarazione formale nel 2015.

Tuttavia una clausola inclusa nei recenti accordi fra Israele e gli Stati del Golfo Arabo indica che potrebbe non essere più così.

Secondo la dichiarazione congiunta fra USA, Israele e EAU rilasciata il 13 agosto dal presidente americano Donald Trump: “Come sancito nella Visione di Pace, tutti i musulmani che vengono in pace possono visitare e pregare nella moschea di Al-Aqsa e gli altri siti sacri a Gerusalemme devono restare aperti ai fedeli pacifici di tutte le fedi.”

Ma Israele definisce Al-Aqsa come ‘struttura di una moschea’, come nella dichiarazione, chiarifica la relazione di TJ.

“Secondo Israele (e apparentemente gli Stati Uniti), tutto quello che c’è sul Monte che non sia la struttura della moschea, è definito come ‘uno degli altri siti sacri di Gerusalemme’, aperto a tutti, ebrei inclusi, per pregare,” dice la dichiarazione.

“Questa scelta di terminologia non è né casuale né un passo falso e non può essere vista se non come un tentativo intenzionale, seppure furtivo, di lasciare la porta spalancata alla preghiera ebraica al Monte del Tempio, cambiando così radicalmente lo status quo.”

La stessa dichiarazione è stata ripetuta nell’accordo con il Bahrain, annunciato venerdì.

Khaled Zabarqa, un avvocato palestinese specializzato nelle questioni relative ad Al-Aqsa e Gerusalemme, ha detto ad Al Jazeera che si “dice molto chiaramente che la moschea non è sotto la sovranità musulmana”.

“Quando gli EAU hanno accettato tale clausola, si sono detti d’accordo e hanno dato il via libera alla sovranità di Israele sulla moschea di Al-Aqsa,” ha detto Zabarqa.

“È una chiara e significativa violazione dello status quo legale internazionale della moschea di Al-Aqsa (concepito) nel 1967 dopo l’occupazione di Gerusalemme e secondo cui tutto ciò che si trova all’interno delle mura è sotto la custodia giordana.

Non è un errore innocente’

I palestinesi sono preoccupati da tempo per i possibili tentativi di partizione della sacra moschea, come è successo con la moschea di Ibrahimi [la Tomba dei Patriarchi per gli ebrei, ndtr.] a Hebron.

Nel corso degli anni si è sviluppato un Movimento del Tempio, costituito in gran parte da ” di ebrei religiosi nazionalisti di estrema destra” che cercano di cambiare lo status quo, riferisce TJ.

Alcuni chiedono la preghiera per gli ebrei all’interno del complesso sacro, mentre altri mirano a costruire il Terzo Tempio sulle rovine della Cupola della Roccia che, secondo le profezie messianiche, annuncerebbe la venuta del messia.

Nel corso degli anni, l’ONG israeliana Ir Amim ha pubblicato numerose relazioni di questo gruppo, un tempo marginale, ma che oggi fa parte di una tendenza politica e religiosa dominante e gode di stretti legami con le autorità israeliane.

Questi attivisti credono che permettere agli ebrei di pregare nel complesso e dividere il sito sacro fra musulmani ed ebrei sia un passo verso la sovranità, per raggiungere un giorno il loro scopo finale, la costruzione del tempio.

In anni recenti, un numero crescente di visitatori ebrei hanno cercato di pregare in violazione dello status quo.

Daniel Seidemann, un avvocato israeliano specializzato nella geopolitica di Gerusalemme, ha detto ad Al Jazeera di essere “profondamente preoccupato per quello che sta succedendo “.

“Quello che stiamo vedendo a Gerusalemme è l’ascesa delle fazioni religiose che usano la religione come un’arma. Siamo su una strada che ci porterà a una conflagrazione.

Noi sappiamo che queste clausole, ogni singola parola, sono state elaborate insieme da un gruppo congiunto USA/ Israele. Il passaggio dal termine Haram al-Sharif a quello di moschea di Al-Aqsa non è un errore,” secondo Seidemann.

‘Scritto con astuzia’

Una dichiarazione più sfacciata è stata inclusa nell’ “accordo del secolo”, il piano per il Medio Oriente svelato alla fine di gennaio da Trump e Netanyahu alla Casa Bianca.

Jared Kushner, importante consigliere e genero di Trump, è stato la persona di maggior spicco che ha lavorato alla proposta, mentre a Ron Dermer, ambasciatore israeliano negli USA, è stata attribuita la formulazione dell’accordo.  

Il piano stipula che “lo status quo del Monte del Tempio/Haram al-Sharif dovrebbe rimanere inalterato”, ma nella frase successiva si dice anche che: “persone di ogni fede possono pregare sul Monte del Tempio/Haram al-Sharif.”

La clausola ha causato polemiche e ha spinto David Friedman, ambasciatore USA in Israele, a tornare sui suoi passi durante l’incontro con la stampa il 28 gennaio. “Non c’è nulla nel piano che imporrebbe modifiche dello status quo senza l’accordo fra tutte le parti,” ha detto.

Un alto funzionario americano, che conosce sia le parti in causa che i problemi, ha detto ad Al Jazeera che “non ha dubbi che il linguaggio nella dichiarazione Israele-EAU è stato scelto con malizia premeditata da parte di Israele, senza una chiara comprensione da parte degli Emirati e con la complicità di mediatori americani incompetenti.”

“La rapida ritrattazione di Friedman della frase contenuta nel piano di Trump attesta che probabilmente Dermer l’aveva inserita e che Kushner non l’aveva capita,” ha rivelato il funzionario in forma anonima.

“Il fatto che sia stato Friedman a ritrattare e non la Casa Bianca significa anche che il linguaggio del piano di Trump è ancora ufficiale e determinante quando si arriverà al dunque… Anche se gli idioti Kushner-Friedman hanno capito le conseguenze, è chiaro che se ne fregano.”

Eddie Vasquez, esperto consigliere e portavoce del Dipartimento di Stato americano, ha riferito in un’email ad Al Jazeera di una scheda informativa pubblicata dopo l’annuncio “dell’accordo del secolo” che dice che lo status quo non verrà modificato.

“Tutti i musulmani sono benvenuti a visitare in pace la moschea di Al-Aqsa,” dice uno dei punti. Ma non si chiarisce perché negli accordi con gli EAU e Bahrain sia stato usato il termine di moschea di Al-Aqsa e non Haram al-Sharif.

Sovranità israeliana su Al-Aqsa’

Gli accordi di normalizzazione arrivano dopo che, la scorsa settimana, le autorità israeliane hanno installato degli altoparlanti sui lati est e ovest del complesso di Al-Aqsa senza il permesso del Waqf, (istituzione islamica).

Il complesso sacro è amministrato dal Waqf islamico con sede in Giordania. Secondo lo status quo, Israele è responsabile solo della sicurezza fuori dai cancelli.

“La polizia israeliana dice che è per motivi di sicurezza, ma noi non riusciamo a vedere questi motivi,” dice Omar Kiswani, direttore del complesso di Al-Aqsa.

“Noi consideriamo questa azione un tentativo di imporre il controllo sulla moschea di Al-Aqsa e di indebolire il ruolo del Waqf nella moschea,” dice Kiswani.

Zabarqa afferma che la Giordania, custode del sito, “non ha alcun potere di trattare con le [autorità] di occupazione “.

“Credo che la Giordania debba cambiare e trovare nuovi alleati, come la Turchia. Dovrebbe usare le relazioni finanziarie e diplomatiche con Israele per far pressione, ma invece sembra così debole da mettersi al fianco degli americani,” aggiunge Zabarqa.

Nel suo rapporto TJ nota che nell’accordo non si parla del Waqf e del suo ruolo autonomo.

“Le rivendicazioni musulmane su Haram al-Sharif/Al-Aqsa sono state trasformate da quelle di proprietario a quelle di ‘ospite benvenuto’ con il diritto di visitare e pregare,” conclude.

Una bomba’

Zabarqa sostiene che la clausola è “rivoluzionaria nella narrazione israelo-americana ” e crede che gli ” EAU abbiano accettato di fare da apripista “.

Zabarqa rileva che nel 2014 gli EAU sono stati coinvolti nel trasferimento della proprietà di oltre 30 edifici a coloni israeliani illegali a Silwan, nella Gerusalemme est occupata.

“Questo ci mostra il ruolo evidente che gli Emirati giocano nel cambiare il termine di status quo con un altro che riconosca la sovranità israeliana su Al-Aqsa,” afferma Zabarqa.

Seidemann dice che martedì, quando gli emiratini e i rappresentanti del Bahrain prenderanno parte alla cerimonia tenuta da Trump alla Casa Bianca per firmare una “storica dichiarazione di pace” con Israele dovrebbero chiedere dei chiarimenti per assicurarsi che lo status quo resti immutato.

Ci sarebbe solo bisogno che Kushner e Netanyahu dicano: ‘Continuo a credere a quello che ho detto nel 2015.’ Nelle ultime due settimane gli è stato chiesto, ma non l’hanno ancora detto. Questa non è ingenuità,” commenta Seidemann.

“Questa è una bomba che le amministrazioni di Trump e Netanyahu lasciano alle successive, al prossimo governo israeliano. Stanno giocando con Haram al-Sharif/Al-Aqsa/ Monte del Tempio. Accenderà una miccia,” dice Seidemann.

“Forse è una miccia lunga, ci sarà un’esplosione, ma non è troppo tardi per evitare che scoppi.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)