I gangster di Israele a Gaza

Abdaljawad Omar

9 giugno 2025 – Mondoweiss

Israele usa da tempo forze sotto copertura che si fingono palestinesi per seminare conflitti. Ora sta usando di nuovo questa strategia a Gaza sotto forma di bande che prendono il controllo degli aiuti umanitari. L’obiettivo è quello di frammentare e smembrare la società palestinese.

Nella lunga e amara storia dello scontro della Palestina con il sionismo poche figure hanno prodotto una rottura epistemica e affettiva così profonda come l’unità di forze speciali sotto copertura che si fingono palestinesi. Conosciuta come “unità arabizzata” o “Musta’ribeen”, l’agente israeliano sotto copertura, spesso un ebreo arabo, non opera come un colonizzatore visibile ma come un sosia dei nativi. Parlando fluentemente il dialetto ed esperto nei modi di fare dei palestinesi, l’agente “arabizzato” si muove tra i palestinesi come una presenza spettrale che imita e sorveglia dall’interno mentre conduce anche operazioni a sorpresa intese a catturare la “preda” alla sprovvista, sia per l’arrestarla che per assassinarla. Non raccoglie semplicemente dati, distrugge la fiducia della comunità e la possibilità di auto-riconoscimento collettivo. In questo modo i Musta’ribeen non sono solo una forza tattica, ma usano una modalità di infiltrazione che è essa stessa un’arma, in quanto infrange lo specchio attraverso il quale i palestinesi si vedono.

Israele ha sviluppato per la prima volta queste unità “arabe” per svolgere operazioni rapide all’interno dei campi palestinesi, densi spazi urbani che sono altrimenti inaccessibili ai soldati in uniforme, quasi senza alcuna possibilità di prendere i loro obiettivi alla sprovvista.

La Musta’rib era una risposta alla domanda su come raggiungere il “bersaglio” prima che fosse consapevole della presenza dell’esercito.

Questa logica di infiltrazione, che costituisce da sempre una parte della strategia coloniale di Israele, è riemersa nel momento presente. In un recente video delle brigate di Qassam di Hamas, un’unità palestinese che lavora con l’esercito israeliano è stata designata dalla resistenza come Musta’ribeen. Nell’uso di quel termine per designare i collaborazionisti palestinesi – che in genere verrebbero indicati come collaborazionisti o spie, jawasi – piuttosto che agenti israeliani sotto copertura, Hamas stava deliberatamente annullando il confine tra collaborazionista e nemico.

Non è un fatto sconcertante che Israele trovi tra gli occupati coloro che sono disposti a sopravvivere attraverso i suoi stessi meccanismi di dominio. Tale complicità nasce non solo dalla stanchezza – il venir meno del coraggio sotto l’assedio incessante – ma anche dall’incerta speranza di ottenere un potere, per quanto marginale, all’interno dell’ordine imposto. È anche il prodotto di un intreccio più profondo: le sollecitazioni silenziose e gli incitamenti attivi che a volte provengono dai ranghi palestinesi stessi. Questo fenomeno è radicato nella contraddizione storica dell’azione di governo e amministrazione come forma di resistenza che esercita però anche un potere coattivo.

Una delle figure più famigerate tra questi agenti israeliani ora utilizzato a Rafah è Yasser Abu Shabab, un ex prigioniero un tempo condannato per il contrabbando di droga dal governo di Hamas, che ha guidato un gruppo di centinaia di uomini armati che hanno saccheggiato per tutta la guerra gli aiuti diretti a Gaza. La sua ascesa esemplifica il modo in cui l’interazione della lealtà di clan, la sopravvivenza materiale, l’opportunismo e il tacito sostegno di elementi all’interno dell’autorità palestinese si uniscono per aprire lo spazio all’emergere di tali bande. La loro presenza cerca non solo di distruggere il tessuto sociale, ma infligge una nuova ferita su quella aperta del genocidio.

L’uso da parte di Israele di queste unità di collaborazionisti serve a vari obiettivi.

In primo luogo, esse contribuiscono a ostruire e reindirizzare il flusso di aiuti umanitari, trasformando gli aiuti stessi in un meccanismo di controllo.

In secondo luogo fungono da collettori di una sorta di “pizzo”, ricavando profitti dalla stessa economia della sofferenza che aiutano a provocare, posizionandosi così come intermediari non solo con la forza occupante, ma anche con l’apparato sempre più privatizzato degli aiuti internazionali.

In terzo luogo sono anche usati come meccanismo di corruzione: sfruttano la disperazione per attirare gli affamati di Gaza e la sua gioventù. Questo potere emerge da ciò che sono autorizzati a offrire: un sacchetto di cibo, una promessa di accesso, una possibile esclusione dai massacri. Queste offerte non sono benevole: funzionano come leve di controllo, operando all’interno della tensione tra la sopravvivenza della singola famiglia e la resistenza collettiva (sumud) dell’intera comunità. Inserendosi come mediatori tra Israele e la popolazione favoriscono reti informali e formali di dipendenza e l’autorità per infettare e crescere. Diventano un fattore indigeno che media con Israele.

In quarto luogo, e forse in modo più insidioso, funzionano come protagonisti in una coreografia della propaganda. I video accuratamente messi in scena – uomini in uniforme che scaricano sacchi di farina o gesticolano alle code degli sfollati – sono circolati per suggerire l’emergere di una governance palestinese alternativa, apparentemente più “pragmatica” o flessibile e più disposta a stare al gioco di Netanyahu.

Il loro ruolo non è solo quello di seminare il caos, ma di suggerire la possibilità di un altro ordine. La loro stessa presenza fomenta sfiducia e spezza le fragili reti di solidarietà che si formano sotto assedio. Sono, in un certo senso, i primi a inghiottire l’esca: i primi a immaginare un futuro incistato all’interno dell’apparato dello sterminio. Ma ciò che viene loro offerto non è la vita, solo una sua imitazione – una sopravvivenza gestita all’interno di un paesaggio progettato per estinguere la presenza dei palestinesi – e per estinguere infine anche a loro utilità.

E, come in molti casi di collaborazionismo, mascherano lo schierarsi brutalmente contro la loro gente con il mantra di essere “forze popolari”, come lo stesso Abu Shabab chiama la sua banda di saccheggiatori.

Ma c’è un problema: mentre questi gruppi possono essere tatticamente utili a Israele – convenienti per reindirizzare gli aiuti, disciplinare la fame e colpire la già sfilacciata coesione del tessuto sociale di Gaza – la loro utilità rimane fondamentalmente limitata. Non sono attori strategici in alcun senso trasformativo. La loro geografia è stretta, la loro influenza parassitaria e la loro esistenza è legata interamente all’ombra protettiva del potere israeliano. Sono criminali trasformati in collaborazionisti, molti appena fuggiti dalle carceri palestinesi all’inizio della guerra, altri sono ex impiegati dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania, e alcuni millantano legami con l’ISIS e di essere stati tra i suoi ranghi. Sopravvivono, letteralmente, grazie alla guerra, a convogli che saccheggiano, alle armi date loro in modo selettivo, all’indulgenza dell’esercito israeliano.

Mafia senza dignità

Ma ciò che conta di più per Israele non è il loro successo, ma il loro spettacolo. Il punto non è che vinceranno a Gaza – nessuno, compresi i loro gestori, immagina che possano, ma che fungano da esibizione vivente di infiltrazione. Diventano simboli della frattura, danno un’immagine della società palestinese a Gaza come penetrabile, divisibile e corruttibile. Mostrano che la resistenza ha il suo contoraltare.

La loro vera funzione non è quella di governare, ma di annebbiare il confine tra opposizione e collaborazione. Seminano il dubbio per rendere sospetta l’idea stessa di una volontà collettiva di resistere. In questo senso la milizia collaborazionista è meno una risorsa militare che un dispositivo narrativo – un attore nello sforzo in corso di Israele per narrare la disintegrazione palestinese come endogena, inevitabile e forse, agli occhi sionisti, anche “meritata”.

Tuttavia la loro posizione sociale di reietti – la loro esclusione dall’immaginario comune – segna la loro incapacità di essere accolti nel corpo sociale palestinese, a differenza delle mafie tradizionali che spesso si radicano nella parentela, nel quartiere o nella solidarietà di classe. Invece questi collaborazionisti esistono in una zona di sovranità negativa: temuta ma non rispettata, conosciuta ma non rivendicata, presente ma non accettata. Si capiscono meglio

nel quadro di una tecnica coloniale di frammentazione: bande senza lealtà e mafie senza dignità.

Questa tecnica di frammentazione ancora una vota non è una novità. Israele ha coltivato a lungo alleanze con attori locali per gestire e interrompere la coesione palestinese. La recente ascesa di bande all’interno delle comunità palestinesi con cittadinanza israeliana è uno di questi esempi. La convergenza del tacito sostegno israeliano, in particolare gli apparati di intelligence, nonché il deliberato fallimento della sorveglianza e più ampi rivolgimenti economici hanno prodotto nuove strutture più radicate di criminalità organizzata.

Queste bande non sono semplici sottoprodotti del decadimento sociale; sono sintomi di un disordine gestito, coltivato ​​e tollerato nella misura in cui spiazza l’azione collettiva e rivolge la violenza all’interno, anche tra quelli che Israele vanta come suoi cittadini e impiega felicemente come strumenti di propaganda per dire: “Guarda, abbiamo arabi che camminano in spiaggia. Pertanto, non siamo razzisti”.

Lo stesso vale per l’Autorità Palestinese in Cisgiordania, che oggi rappresenta la forma più avanzata di una cultura politica da gangster. Cannibalizzando l’apparato amministrativo, l’ANP governa non solo sotto l’ombra di Israele, ma anche usando come arma la propria versione della storia nazionale. Ridefinisce i confini della lealtà e del tradimento, di amico e nemico in modi che gli consentono di nascondere i suoi comportamenti da gangster.

Ma forse questo è ciò che è più centrale nel contesto di Gaza: l’umanitarismo e l’osceno genocidio, la gioia del soldato israeliano e la sua felicità nell’uccidere i palestinesi e nella distruzione delle loro case – tutto ora è messo a nudo. È una guerra senza coperture. Niente maschere, niente veli, niente paraocchi ideologici. La forma sociale di questa collaborazione, il suo rozzo affiorare nella visibilità pubblica, rivela qualcosa di fondamentale sulla natura di questa guerra.

Non è solo genocida: è oscena e spudorata, non chiede nulla al mondo se non passività. Ciò a cui stiamo assistendo non è semplicemente una campagna militare, ma una rappresentazione del crollo, non di Gaza, ma dei paraocchi ideologici, dei discorsi e delle affermazioni morali di un mondo non più in grado di giustificarsi. Una banda a Gaza rappresenta le molte bande che governano su di noi.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Quattro palestinesi colpiti e uccisi da armi da fuoco in un’incursione dell’esercito israeliano a Jenin

Al Jazeera – agenzie di stampa

16 Agosto 2021 – Al Jazeera

Lunedì mattina sono scoppiati scontri quando l’esercito israeliano ha fatto irruzione nel campo profughi di Jenin nel nord della Cisgiordania occupata.

Almeno quattro uomini palestinesi sono stati colpiti a morte durante gli scontri con l’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin, nel nord della Cisgiordania occupata.

Saleh Mohammed Ammar, di 19 anni, e Raed Ziad Abu Seif, di 21, sono stati colpiti da armi da fuoco lunedì e sono morti per le ferite poco dopo l’arrivo all’ospedale cittadino di Jenin, secondo una fonte della struttura sanitaria.

Due cittadini sono arrivati al pronto soccorso, colpiti dall’esercito israeliano, e sono morti poco dopo, in seguito alle ferite”, ha detto una fonte interna all’ospedale, secondo i media locali.

Alcune fonti hanno riferito che i corpi dei due altri uomini, uno dei quali identificato come Noor Jarrar e l’altro come Amjad Iyad Azmi, sono stati portati via dalle forze israeliane.

Il governatore di Jenin ha confermato i decessi.

Almeno due altri palestinesi sono stati arrestati. Uno è stato colpito ad una mano e l’altro, identificato come Mohammed Abu Zina, è stato portato via da casa sua durante l’incursione.

Nel frattempo nel campo profughi di Jenin sono iniziati i cortei funebri per le vittime.

Testimoni hanno detto che un gruppo di palestinesi è stato coinvolto in scontri con i membri della Musta’ribeen della polizia israeliana – un’unità di infiltrati composta da israeliani travestiti da palestinesi.

Gli agenti di questa unità normalmente si infiltrano in zone palestinesi con l’intenzione di arrestare delle persone. La Maan (agenzia di informazione palestinese, ndtr.) ha riferito che gli agenti si trovavano dentro il campo ore prima che le forze israeliane irrompessero nella zona.

Secondo Maan, gli agenti della Musta’ribeen hanno aperto il fuoco “direttamente su un numeroso gruppo di giovani” appena le truppe israeliane sono entrate nel campo.

Testimoni hanno riferito che sono stati lanciati contro i palestinesi anche granate assordanti e candelotti lacrimogeni.

La polizia israeliana ha affermato in una dichiarazione che i soldati hanno sparato contro “aggressori” dopo che i palestinesi hanno aperto il fuoco contro le “forze in borghese” dell’esercito.

Nessuno tra le forze israeliane è stato ferito nell’incidente. Esse sarebbero state in missione per arrestare una persona, ha detto la polizia.

L’alto dirigente palestinese Hussein Al Sheikh ha accusato Israele di “un crimine odioso” ed ha twittato: “La comunità internazionale dovrebbe vergognarsi del suo silenzio su fatti come questi e della propria incapacità di dare protezione al popolo palestinese da questa oppressione”.

Nelle scorse settimane vi sono stati numerosi scontri tra israeliani e palestinesi nel nord della Cisgiordania occupata, soprattutto a Jenin e Beita.

Beita è teatro di ricorrrenti manifestazioni contro l’occupazione illegale israeliana e l’espansione delle colonie, che spesso si risolvono in scontri.

La lotta contro le forze israeliane è costata la vita a molti palestinesi ed ha provocato centinaia di feriti.

Colonie illegali

Circa mezzo milione di persone vivono in colonie illegali israeliane nella Cisgiordania occupata, accanto a 2 milioni e 800mila palestinesi.

A partire da maggio i palestinesi hanno organizzato proteste quasi quotidiane a Beita per gridare la loro rabbia contro un vicino avamposto illegale di coloni israeliani.

La colonia è stata evacuata all’inizio di luglio, ma le truppe dell’esercito israeliano rimangono posizionate là, mentre le autorità decidono sul loro destino. Se la colonia verrà autorizzata, i suoi fondatori potranno prendervi la residenza in modo permanente.

Gli abitanti di Beita hanno giurato che proseguiranno la loro campagna finché anche l’esercito non abbandonerà l’avamposto.

La Cisgiordania occupata è parte del territorio in cui è previsto uno Stato palestinese in base alla soluzione di due Stati.

Israele ha occupato la Cisgiordania durante la guerra del 1967 e tutti gli insediamenti al suo interno sono considerati illegali dalla maggior parte della comunità internazionale.

Le forze israeliane effettuano sovente incursioni in diverse zone in tutta la Cisgiordania, in cui arrestano e spesso uccidono dei palestinesi.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)