Il razzismo dei coloni israeliani non è un’anomalia. È parte di un sistema di apartheid

Ben White

14 ottobre 2020 – Middle East Eye

Molti di coloro che hanno criticato la recente istigazione anti-araba nella colonia di Yitzhar continuano a sostenere la discriminazione istituzionale contro i palestinesi

La colonia israeliana di Yitzhar [in Cisgiordania, a sud della città di Nablus, ndtr.], a lungo sinonimo di estremismo nazionalista e violenza anti-palestinese, è tornata all’onore delle cronache lunedì, dopo che i suoi abitanti hanno collocato all’esterno della colonia un cartello che recita: “Questa strada conduce alla comunità di Yitzhar – L’ingresso per gli arabi è pericoloso.”

Come illustrato da Haaretz, il retroscena della trovata è un fatto avvenuto due settimane fa, quando “è stato rifiutato l’ingresso a Yitzhar ad un operatore sanitario arabo inviato per somministrare un test per il Covid-19”, in quanto, secondo quanto riportato, “era un arabo”.

In risposta il comandante in capo israeliano della regione “ha chiarito agli abitanti di Yitzhar che devono consentire l’ingresso degli arabi”, interpretando la posa del cartello stradale come un segnale di “protesta”.

Le foto del cartello sono state rapidamente condivise su Twitter, suscitando indignazione e contrarietà generali.

Secondo alcuni, il motivo per cui la scritta è diventata virale è che rappresenterebbe un momento rivelatore del fatto che un sistema di segregazione sia stato espresso in modo brutale ed esplicito. Questo potrebbe essere parzialmente vero, ma racconta solo una parte della storia, come possiamo vedere dalla ampia varietà di individui che hanno espresso irritazione per il cartello di Yitzhar.

Tra chi ha manifestato delle critiche sono compresi, ad esempio, apologeti e persino compartecipi del processo di colonizzazione israeliana nella Cisgiordania occupata, come l’ex leader delle colonie e diplomatico israeliano Dani Dayan, che ha definito il cartello “razzista”.

Un colono della Cisgiordania, insegnante Uri Pilichowski, ha dichiarato: “Sono un colono e ho trovato quella scritta spregevole”. Ha aggiunto in un post di Facebook: “Ogni gruppo ha le sue mele marce e la comunità dei coloni non è diversa”.

In modo significativo, Pilichowski ha concluso così il suo post: “Il mio unico sollievo è che Yitzhar si comporta continuamente in questo modo, il che evidenzia come tutte le altre comunità ebraiche in Giudea e Samaria [cioè le colonie in Cisgiordania] non fanno mai queste cose”.

Sulla base di questo modo di vedere, i comportamenti dei cittadini di Yitzhar, sebbene deplorevoli, diventano in realtà una prova della moralità del 99% dei coloni (si noti che l’immagine di Yitzhar come eccezione, o anomalia, è una risposta abituale di fronte al verificarsi di questo tipo di episodi).

Storia della violenza

In effetti, il razzismo dei coloni di Yitzhar può essere compreso solo in quanto parte, piuttosto che elemento estraneo o eccezionale, delle politiche attuate nel corso della storia e attualmente e sostenute dalla leadership politica, militare e giudiziaria di Israele e dalla maggioranza dell’opinione pubblica ebraica.

L’esclusione e l’allontanamento dei palestinesi dalla terra e dalle comunità attraverso la violenza, le leggi e la prassi sono parte integrante della storia di Israele, a cominciare dall’esodo causato dai coloni sionisti prima della fondazione dello Stato e dalla pulizia etnica della Nakba.

Oggi il controllo ebreo israeliano sulla terra e sulle risorse – a spese dei cittadini palestinesi – è assicurato attraverso varie leggi e meccanismi di pianificazione, incluso il rifiuto di consentire ai palestinesi esiliati di tornare nelle loro terre e il ruolo dei comitati di ammissione residenziale [in alcune zone di Israele queste commissioni possono negare il diritto di residenza a persone indesiderate ed escludono metodicamente i palestinesi cittadini di Israele, ndtr.].

Nella Cisgiordania occupata, nel frattempo, le autorità israeliane hanno a lungo escluso i palestinesi da aree estese della regione, un divieto di accesso che è inseparabile dalla colonizzazione del territorio [che avviene] principalmente attraverso la creazione di colonie ebraiche.

Come ha evidenziato su Twitter l’esperto della colonizzazione Dror Etke, è il massimo dell’ipocrisia che qualcuno come Dayan condanni l’episodio del cartello di Yitzhar quando, come documentato in dettaglio nel rapporto di Kerem Navot [organizzazione di valutazione e ricerca sulle politiche israeliane del territorio in Cisgiordania, ndtr.] del 2015, i settori amministrativi delle colonie giocano un ruolo chiave nell’esclusione dei palestinesi da aree della Cisgiordania occupata.

Il rapporto ha rilevato che quasi un terzo della Cisgiordania e più della metà dell’Area C [il 60% della Cisgiordania dove, in base agli accordi di Oslo, Israele esercita il pieno controllo civile e della sicurezza, ndtr.] sono state “definite come aree militari chiuse” – l’obiettivo principale è “ridurre drasticamente le possibilità da parte della popolazione palestinese di utilizzare la terra e consegnarne il più possibile ai coloni israeliani.”

“Minaccia demografica”

I coloni che imbrattano i muri delle case e delle moschee palestinesi con graffiti razzisti sono condannati da vaste fasce della società israeliana, ma l’istigazione anti-araba e anti-palestinese è diffusa sui media e nella politica israeliana, a partire dai commenti dei lettori fino alle politiche strategiche nei confronti dei palestinesi.

Secondo l’indice annuale di 7 amleh [ONG palestinese ndtr.] su razzismo e istigazione nei media informatici israeliani, il 2019 ha visto un commento razzista ogni 64 secondi. Nel frattempo, le comunità palestinesi nella Cisgiordania occupata sono descritte nelle riunioni di commissione della Knesset [parlamento israeliano, ndtr.] come un “virus” e un “cancro”.

I più importanti leader israeliani abitualmente trattano con sufficienza, minacciano e disumanizzano i palestinesi su entrambi i lati della Linea Verde [linea di demarcazione stabilita negli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949, ndtr.] con politici come Gideon Saar [membro del parlamento israeliano, ndtr.] del Likud o il defunto Shimon Peres [laburista, presidente di Israele dal 2007 al 2014, ndtr.] che si preoccupavano dei “tassi di fertilità” ebrei rispetto a quelli arabi o definivano i cittadini palestinesi una “minaccia demografica”.

Concentrarsi su attori come i coloni “estremisti” può essere indispensabile e vantaggioso, in particolare quando vengono alla ribalta gli attacchi violenti commessi contro i palestinesi e le loro proprietà, condotti nell’impunità e persino con la cooperazione attiva delle forze israeliane.

Tuttavia, è importante contestualizzare eventi come il cartello di Yitzhar in modo tale da non oscurare gli abusi pluridecennali e quotidiani subiti dai palestinesi per mano dello Stato israeliano di apartheid. Il parlamentare del Meretz [partito politico della sinistra sionista, ndtr] ed ex generale dell’esercito Yair Golan è stato tra coloro che hanno condannato la scritta dei coloni di Yitzhar, chiedendo retoricamente: “È questo quello che vogliamo essere, uno Stato razzista?”

Una simile risposta mostra che i momenti rivelatori possono anche essere utili come opportunità di autocompiacimento morale da parte di coloro che disdegnano e prendono le distanze in modo assertivo dal volgare razzismo dei coloni, pur sostenendo la discriminazione e la segregazione istituzionalizzata la cui portata e impatto fanno sì che gli attivisti di Yitzhar appaiano, al confronto, ben poca cosa.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Ben White

Ben White è uno scrittore, giornalista e analista specializzato sul tema Palestina / Israele. I suoi articoli sono apparsi ampiamente sui media internazionali, tra cui Al Jazeera, The Guardian, The Independent e altri. È autore di quattro libri, l’ultimo dei quali, ‘Cracks in the Wall: Beyond Apartheid in Palestine / Israel’ [Crepe nel muro: dietro l’apartheid in Palestina, ndtr.] (Pluto Press), è stato pubblicato nel 2018.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Pace senza giustizia: perché la sinistra in Israele sostiene gli accordi di Netanyahu coi Paesi del Golfo

Orly Noy,

23 settembre 2020 – Middle East Eye

Senza coraggio storico e priva di una solida determinazione morale, la sinistra sionista plaude ai pericolosi accordi conclusi dal governo più di destra che Israele abbia mai avuto

Se ci fosse stato bisogno di un’ulteriore prova dell’intrinseca incapacità della sinistra sionista di Israele di analizzare correttamente le circostanze politiche e rispondere di conseguenza, l’abbiamo avuta quando i leader di questo fronte si sono affrettati a concedere la loro benedizione agli “accordi di pace” tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti e successivamente con il Bahrain.

Tamar Zandberg, leader del partito Meretz [storico partito della sinistra sionista, ndtr.], ha dichiarato di “plaudire alla decisione di rinunciare all’annessione e di passare invece a un accordo con un importante Paese arabo”. Peace Now [movimento israeliano non-governativo pacifista, ndtr.] ha dichiarato che “l’accordo con gli Emirati Arabi Uniti è un grande passo nella giusta direzione”.

Nitzan Horowitz, presidente del partito Meretz, ha affermato che “l’instaurazione di relazioni con gli Emirati Arabi Uniti dimostra che la revoca dell’annessione e [il perseguimento] di una soluzione a due Stati è la via per la normalizzazione regionale”.

Il New Israel Fund [organizzazione statunitense no profit per la giustizia e uguaglianza in Israele, ndtr.] lo ha descritto come un importante sviluppo. Anche Gideon Levy, il giornalista di solito più critico e attento, ha plaudito all’iniziativa: “Qualsiasi tentativo da parte di Israele di essere accettato con mezzi non violenti nel contesto regionale in cui è entrato con passo pesante circa un secolo fa è uno sviluppo positivo”.

Un triste scherzo

Indaffarata a concedere le sue benedizioni, la sinistra ebraica israeliana è stata del tutto cieca alla reazione ovunque profondamente critica dei palestinesi all’accordo. Che avrebbe dovuto essere in sé un campanello di allarme.

Ma a prescindere dalla ferma opposizione palestinese, la natura problematica della posizione della sinistra israeliana sarebbe stata evidente, se qualcuno si fosse preso la briga di chiedersi in cosa consistessero veramente quegli accordi, cosa spingesse il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a firmarli, a favore di chi fossero stati progettati e quale fosse il loro obiettivo.

Normalizzazione: che scherzo triste.

Basta guardare agli accordi di pace che Israele ha firmato con l’Egitto e la Giordania per capire esattamente quanto Israele sia oggi “normalizzato” agli occhi dei cittadini di quei Paesi. Non solo non si sono mai visti turisti egiziani o giordani per le strade di Israele, gli accordi non sono serviti a mitigare il modo in cui gli egiziani e i giordani vedono Israele – come un brutale occupante.

Non appena i nuovi accordi sono stati resi pubblici, il popolo del Bahrein stava già protestando con rabbia contro qualsiasi normalizzazione con Israele. Mentre gli accordi di Israele con l’Egitto e la Giordania hanno portato almeno a un’era senza guerre con due dei vicini e hanno risolto controversie di confine di vecchia data, l’accordo con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein non servono nemmeno a qualcosa di simile. Quale conflitto risolvono esattamente questi accordi?

Quand’è che abbiamo paventato una guerra con gli Emirati Arabi Uniti? Quale nostro confine è ora più sicuro? Israele non ha confini con gli Emirati Arabi Uniti o il Bahrein.

Eludere la questione palestinese

È triste e scoraggiante che la sinistra ebraica in Israele si sia affrettata a sposare un accordo il cui obiettivo principale, oltre all’apertura di un altro mercato per l’industria delle armi israeliana, è di eludere la questione palestinese e ottenere la legittimità regionale pur continuando a perpetrare l’occupazione, le violenze e la spoliazione del popolo palestinese.

L’argomento della sinistra secondo cui un accordo con Emirati Arabi Uniti e Bahrein “ha tolto dal tavolo l’opzione dell’annessione” è infantile in modo imbarazzante. Sin dall’inizio l’annessione è stata una minaccia architettata per fornire a Israele proprio questo spazio di manovra.

Bisognerebbe essere davvero ingenui per pensare che le relazioni con gli Emirati Arabi Uniti o il Bahrein possano eliminare dal programma l’annessione. Dopotutto, Netanyahu e il suo governo di estrema destra esistono da oltre un decennio. Se davvero avessero voluto l’annessione, l’avrebbero realizzata molto tempo fa.

Ma poiché l’annessione de facto si rafforza quotidianamente senza comportare alcun costo reale per Israele né a livello locale né internazionale, Netanyahu non ha alcun interesse a scatenare l’opinione pubblica mondiale attraverso un’annessione de jure.

Al contrario con quella vuota minaccia miete capitale politico, mentre la deplorevole stoltezza della sinistra alimenta la sua corsa.

Contrariamente a quanto sostiene la sinistra, non solo questi accordi non fanno nulla per risolvere il conflitto con i palestinesi, peggio, ribadiscono il vecchio slogan della destra: puoi ottenere la pace per la pace, non è necessario pagare per la pace restituendo la terra.

L’etica della “pace”

Come spiegare allora il sostegno della sinistra ebraica israeliana a un accordo così irrealistico e dannoso?

Ha molto a che fare con l’etica della “pace” abbracciata tanto orgogliosamente dalla sinistra israeliana come fronte israeliano della pace. Penso non sia un caso che la sinistra sionista abbia scelto come emblema la “pace”, piuttosto che l’idea di giustizia.

Questo è in realtà da sempre uno dei maggiori inganni nel ruolo di quella che è conosciuta come la sinistra sionista: convertire la richiesta di giustizia in vaghi sogni di pace. Non che la pace non sia un valore importante; anzi. I Paesi, come le persone, dovrebbero certamente aspirare alla pace. Ma quando la pace diventa una via per aggirare la giustizia, non solo la giustizia viene fatta a pezzi, di fatto non si raggiunge nemmeno la pace.

La ragione per cui la sinistra sionista in Israele preferisce parlare più di pace e meno di giustizia ha a che fare con il carattere del sionismo. Il sionismo può offrire vuoti accordi di pace ma non può offrire alcun tipo di giustizia, perché per sua natura aspira a preservare ed estendere la superiorità ebraica e i privilegi che ne derivano.

Così, questa sinistra immaginaria a Oslo è stata in grado di imporre ai palestinesi un “accordo di pace” progettato per perpetuare l’inferiorità palestinese nei confronti di Israele (e nemmeno il poco che Oslo ha promesso ai palestinesi è stato reso effettivo da Israele) – ma Israele si è attentamente astenuto da qualsiasi accenno alla giustizia storica per non aprire il vaso di Pandora dell’ingiustizia intrinseca che è stata la Nakba.

Oggi, senza coraggio storico e priva di una solida determinazione morale, una sinistra che sta gradualmente scomparendo plaude agli accordi manipolatori e pericolosi conclusi dal primo ministro del governo più a destra che Israele abbia mai avuto.

Le opinioni espresse in questo articolo sono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica della redazione di Middle East Eye.

Orly Noy è una giornalista e attivista politica che risiede a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Una rara opportunità”: palestinesi attraversano un varco nella barriera di separazione per godersi il mare

Ahmad Al-Bazz e Oren Ziv 

11 agosto 2020 – +972

Migliaia di famiglie palestinesi stanno passando attraverso grandi buchi nella barriera della Cisgiordania per visitare la costa, mentre l’esercito israeliano per lo più fa finta di niente.

Nelle ultime due settimane decine di migliaia di palestinesi della Cisgiordania hanno viaggiato liberamente nelle città e paesi al di là della Linea Verde [il confine tra Israele e i territori occupati, ndtr.] attraverso brecce nella barriera di separazione israeliana, e la maggior parte di loro si è diretta verso le spiagge.

Questo attraversamento di massa, avvenuto mentre i soldati israeliani stavano a guardare, ha coinciso con la festa musulmana del Eid al-Adha [festa del sacrificio], che dura quattro giorni ed è iniziata il 30 luglio. Ogni anno i palestinesi che celebrano la ricorrenza in occasione della festa presentano domanda per avere permessi, che a volte il ministero della Difesa concede in base a condizioni molto restrittive.

Quest’anno Israele non ha concesso permessi festivi, apparentemente a causa della crisi da COVID-19, ma il varco nella barriera di separazione ha consentito ai palestinesi di andare comunque verso la costa, in genere a loro vietata, per festeggiare i giorni di festa.

I buchi nella barriera si trovano soprattutto lungo la parte centro-settentrionale della Cisgiordania, benché ce ne siano alcuni anche nei pressi di Hebron [Al-Khalil in arabo] e Modi’in [nella zona centro-meridionale, ndtr.]. Uno dei principali punti di passaggio si trova nei pressi del villaggio cisgiordano di Far’oun, a ovest di Tulkarem, dove sono stati usati dai viaggiatori locali almeno due buchi larghi tre metri.

Lo scorso mercoledì, quando +972 ha visitato quella parte della barriera, che è attrezzata con sensori di movimento e telecamere di sorveglianza, i palestinesi attraversavano tranquillamente in sicurezza sotto gli occhi di due soldati israeliani che stavano controllando la zona. +972 ha visto tre jeep militari israeliane passare davanti ai varchi senza impedire ai palestinesi di attraversare.

Sul lato israeliano della barriera decine di autisti di autobus offrivano ai palestinesi che passavano dalla loro parte di portarli ad Haifa, Giaffa e Acre [città israeliane da cui nel ’48 furono espulsi molti palestinesi, ndtr.]. Dalla parte opposta, oltre a qualche ambulante che vendeva i propri prodotti nell’affollato punto di passaggio, c’erano autisti che offrivano di riportarli nelle città cisgiordane di Nablus e Tulkarem.

Questa mattina l’esercito israeliano ha chiuso con filo spinato il buco nella barriera a Far’oun e sparato lacrimogeni contro i palestinesi che si trovavano lì vicino e stavano cercando di attraversare. Tuttavia i viaggiatori si sono spostati verso altri varchi aperti più avanti lungo la barriera.

Che permesso potrei avere?”

Dalla fondazione di Israele nel 1948 i palestinesi sono stati sottoposti a limitazioni sempre diverse sugli spostamenti, prima sotto il governo militare all’interno della Linea Verde sui cittadini palestinesi di Israele fino al 1966, poi sotto l’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.

Queste restrizioni sono state notevolmente estese in seguito alla firma degli accordi di Oslo negli anni ’90 e alla costruzione del muro di separazione israeliano iniziata negli anni 2000. Mentre ai palestinesi della Cisgiordania con permessi viene in genere richiesto di attraversare certi posti di controllo per soli palestinesi, i cittadini israeliani viaggiano liberamente senza permessi e con pochi controlli attraverso i checkpoint per soli israeliani sulla Linea Verde.

Sto visitando Giaffa per la prima volta dal 1999,” dice K.J., che ha chiesto l’anonimato per la sua sicurezza personale e ha viaggiato con sua moglie e due figlie. Aggiunge di non aver potuto andare al di là della Linea Verde o all’estero a causa di un “divieto dovuto a motivi di sicurezza” imposto alla sua famiglia dalle autorità israeliane. “Questo buco è una rara opportunità di visitare il territorio del 1948 (all’interno della Linea Verde).

Il sistema di permessi di Israele, gestito dal ministero della Difesa, vieta agli uomini palestinesi con meno di 50 anni e alle donne con meno di 45 di attraversare la Linea Verde senza un permesso. Chiunque sia più giovane deve fare richiesta per ragioni specifiche, come lavoro o cure mediche.

Alcuni palestinesi che attraversano i varchi nella barriera affermano di non avere i requisiti per ottenere i permessi in base alla rigida normativa israeliana. “Sono giovane e celibe. Che permesso potrei avere?” dice M.A., affermando che non gli è mai stato concesso un permesso di viaggio.

Lunedì pomeriggio centinaia di palestinesi hanno continuato ad attraversare la barriera nella zona di Tulkarem. La mattina soldati israeliani che stazionavano a Far’oun hanno lanciato lacrimogeni contro quelli che cercavano di attraversare, ma in seguito la gente ha continuato a passare dall’altra parte senza problemi.

La polizia militare israeliana ha arrestato e rimandato indietro decine di palestinesi che cercavano di attraversare la barriera tra Zeita, un villaggio palestinese nella zona di Tulkarem, e Jatt, una cittadina palestinese in Israele. Uno degli arrestati afferma di essere entrato in Israele con un permesso, ma che voleva tornare indietro attraverso quel punto di passaggio. “Possiamo tornare da dove vogliamo,” dice.

Salah, un altro palestinese arrestato, mentre veniva preso da una jeep militare ha raccontato a +972: “Se non vogliono che entriamo, perché hanno aperto la barriera? O chiudono i buchi o smettono di intervenire quando noi entriamo (in Israele) per andare a lavorare o alla spiaggia.” Un soldato gli ha risposto: “È una barriera, perché di punto in bianco la state attraversando? Non potete attraversare qui.”

Chi ha fatto il buco?

Secondo gli abitanti palestinesi di Far’oun il buco nella barriera, come molti altri come questo, è stato praticato in origine da passeur che portano lavoratori palestinesi a giornata all’interno della Linea Verde. Questo varco è stato a lungo una causa di conflitto tra l’esercito israeliano e i lavoratori palestinesi “che a volte è finito con incursioni nel mio villaggio e persino con spari contro i lavoratori,” afferma Khaled Badir, un giornalista palestinese che vive a Far’oun.

Secondo lui, in seguito alla crisi del COVID-19 e alle conseguenti restrizioni imposte sui lavoratori con permesso, un numero maggiore di persone ha iniziato a utilizzare i buchi nella barriera, ma l’esercito israeliano non ha fatto niente per bloccare il crescente uso. “Abbiamo iniziato a renderci conto che l’esercito sta implicitamente consentendo ai lavoratori di attraversare non presentandosi vicino alla barriera durante le ore in cui passano i pendolari,” dice.

È stata la prima volta che Badir ha assistito al fatto che i soldati israeliani abbiano fatto finta di niente mentre i palestinesi passavano attraverso la breccia nella barriera per entrare in Israele. “Sono sicuro che si tratta di una decisione presa dagli alti comandi. Ma non capisco la ragione che ci sta dietro,” afferma.

All’inizio di agosto, durante l’Eid, il buco nei pressi di Far’oun è diventato sempre più trafficato, in quanto i palestinesi sono stati informati attraverso le reti sociali della rara opportunità di attraversare la barriera. Ci sono state reazioni contrastanti riguardo a quelli che approfittavano del varco: anche se alcuni invitavano gli amici a visitare luoghi in genere a loro vietati, altri hanno criticato il fatto di contravvenire alla chiusura totale dovuta al COVID-19 imposta dall’Autorità Nazionale Palestinese durante l’Eid.

L’ANP deve ancora emanare un comunicato ufficiale riguardo agli spostamenti a Far’oun. Tuttavia i mezzi di informazione palestinesi hanno riportato che la ministra della Salute dell’ANP, Mai Kaileh, ha evidenziato i “gravi rischi” di viaggiare nelle “zone del ‘48” a causa dell’alto numero di casi di COVID-19 tra gli israeliani.

Nel contempo Bashar Masri, un imprenditore e uomo d’affari palestinese, ha chiesto all’ANP di riconsiderare le attuali regole riguardanti il COVID-19, affermando che queste “provocano una depressione economica sul mercato palestinese… dopo che improvvisamente l’occupazione ha aperto i posti di controllo, cosa che ha spinto le persone a viaggiare per svago e per fare spese (nei mercati israeliani).”

Ma le affermazioni di Masri, ed altre simili, hanno provocato grandi proteste da parte dei palestinesi, che hanno invitato altri come loro “a viaggiare ed andare a vedere le città da cui sono stati espulsi nel 1948.” In risposta alcuni palestinesi hanno postato su Facebook storie in cui i visitatori cantano canzoni palestinesi di liberazione, mentre altri foto dei loro parenti rifugiati che visitano, per la prima volta dopo molti anni, le città di origine da cui vennero cacciati.

Se solo potessimo entrare sempre”

A poche decine di chilometri di distanza, lungo il litorale tra Giaffa e Tel Aviv, migliaia di palestinesi si sono goduti la spiaggia, e qualcuno ci è rimasto fino a notte. Quelli che hanno viaggiato dalla Cisgiordania erano facilmente identificabili, perché continuavano a stare in acqua persino dopo che per quel giorno i bagnini erano tornati a casa. Molti di loro hanno postato sulle reti sociali immagini riprese in diretta per le loro famiglie rimaste a casa.

Osama, 43 anni, di Nablus, che è andato in spiaggia a Giaffa con la moglie e i figli, non aveva visto il mare da 34 anni. i suoi familiari ci sono stati per la prima volta.

È una sensazione incredibile,” dice. “Mio nonno era di Giaffa, di Kufr Salame [villaggio a sud di Tel Aviv, distrutto dalle milizie sioniste nel 1948, ndtr.]. Per guadagnarsi da vivere confezionava arance, e venne espulso durante la Nakba [la “catastrofe” in arabo, cioè la pulizia etnica a danno dei palestinesi nel ’48, ndtr.].”

Osama aggiunge di non essere sicuro se sia stato per ragioni economiche o politiche che gli è stato concesso di attraversare la Linea Verde, ma ciò non incide sulla sua gioia per aver avuto questa possibilità. “Spero di poter tornare, ma chissà cosa succederà domani,” dice.

Rashid, 16 anni, di Deir Abu Mash’al, nei pressi di Ramallah, racconta come lui e i suoi amici sono entrati in Israele attraverso il varco nei pressi del villaggio di Ni’lin senza essere bloccati dai soldati.

Questa è la seconda volta nella mia vita che vado al mare,” afferma. “Sono contentissimo. Se solo potessimo entrare sempre!”

Alaa, una laureata in pubbliche relazioni di Nablus, è andata in spiaggia con i suoi amici, con cui ha raccolto conchiglie e ha scritto parole sulla sabbia. “Sono entusiasta di essere qui,” dice. “Non ho avuto paura di attraversare la barriera.”

Basel, 42 anni, di Qalquilya, dice di non essere mai stato sulla spiaggia prima. È stato accompagnato da sua moglie e da tre figli, che sono rimasti in mare dopo il tramonto. “Siamo rimasti rinchiusi per cinque mesi, per via del coronavirus, in isolamento a casa. Dovevamo uscire a prendere aria,” dice Basel. “La gente è disoccupata. È meglio che (la barriera) sia aperta, in modo che la gente possa lavorare e andare a farsi un giro. È meglio che morire chiusi in casa imprigionati.”

Anche il valico di Allenby dalla Cisgiordania alla Giordania è soggetto a nuove restrizioni a causa della pandemia da coronavirus, facendo sentire i palestinesi ancor più in gabbia del solito.

Basel stenta a descrivere le sue impressioni su Giaffa: “È veramente la sposa del mare, come si dice. Dopo la spiaggia andremo al (famoso ristorante di Giaffa) “Il vecchio e il mare”, che ci hanno detto essere eccellente.” Benché il viaggio sia stato dispendioso, dato che è disoccupato, Basel afferma di aver intenzione di tornare il prossimo mese.

La scorsa settimana sono tornato qui tre volte,” dice un giovane di Jayyous, nei pressi di Qalqilya. “Sono passati cinque anni dall’ultima volta che sono stato in spiaggia.”

Le scene sulla spiaggia di Giaffa hanno ricordato quanto il litorale sia vicino alla Cisgiordania, e come sarebbe una situazione “normale”, senza separazioni.

Se fosse un vero confine, pensi che lo lascerebbero attraversare dalle persone?”

Questa settimana il confine tra Israele e la Cisgiordania era praticamente del tutto cancellato,” ha twittato sabato un giornalista israeliano. Questa è stata infatti l’impressione presso la barriera di separazione e in spiaggia. Molte persone hanno evidenziato che non c’erano soldati presenti nei vari punti attraverso i quali sono passati in Israele, o se c’erano, i soldati sono semplicemente rimasti a guardare da lontano.

Un cinquantenne di Betlemme, che con la moglie e la figlia ha viaggiato da Far’oun a Giaffa, dice: “La situazione della Cisgiordania è arrivata a un punto di rottura. C’è tensione, e trovare la barriera aperta sta consentendo alle persone di respirare un po’, di godersi la spiaggia.”

Benché l’Eid sia finito la scorsa settimana, durante il fine settimana e anche dopo il flusso di visitatori verso la spiaggia è continuato. Anche se non si sa per quanto tempo questa politica ufficiosa durerà, i media israeliani sono rimasti relativamente indifferenti alla questione, e qualcuno ha notato che la situazione pone scarsi rischi per la sicurezza o per la salute. Ci sono stati persino commenti ironici sul fatto che, in assenza dei turisti dall’estero, ci sono stati almeno turisti palestinesi dalla Cisgiordania.

Si sono fatte varie supposizioni sul perché sia stato consentito ai palestinesi di entrare in Israele attraverso buchi nella barriera di sicurezza, e un’ipotesi è che ciò rappresenti un’esibizione di autorità da parte di Israele.

La ragione per cui è tutto aperto è politica,” dice un autista di Taybeh in attesa di passeggeri. “(Israele) vuole dimostrare chi comanda, e indebolire l’ANP. Quando l’ANP istituisce una chiusura totale, Israele apre tutto.”

Nei pressi di uno dei varchi nella barriera un palestinese di 60 anni dà una spiegazione simile. “Vogliono dimostrare che non ci sono Israele e Palestina, ma solo un unico territorio. Si stanno preparando ad annettere tutta la Cisgiordania. Se ci fosse un vero confine, pensi che lascerebbero passare la gente? Vogliono annullare la frontiera.”

Ci hanno impedito di entrare, ma io sto andando in Palestina,” ha detto un altro mentre stava attraversando la barriera con la sua famiglia. “Abbiamo aspettato per decenni che (il confine) fosse aperto, e ora possiamo andare liberamente in spiaggia.”

Il portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che loro non si occupano della questione del movimento dei palestinesi attraverso i varchi nella barriera di separazione.

Ahmad Al-Bazz è un giornalista e documentarista che vive nella città cisgiordana di Nablus. Dal 2012 è membro del collettivo di fotografi “Activestills” [collettivo di fotografi impegnato nel sostegno dei diritti dei popoli oppressi con particolare riguardo ai palestinesi, ndtr.].

Oren Ziv è fotoreporter, membro fondatore del collettivo di fotografia “Activestills” e redattore di Local Call [versione in lingua ebraica di +972, ndtr.]. Dal 2003 ha documentato una serie di questioni sociali e politiche in Israele e nei territori palestinesi occupati, con particolare attenzione alle comunità che si mobilitano e alle loro lotte. I suoi reportage si sono concentrati sulle proteste popolari contro il muro e le colonie, sulle case popolari e altre questioni socio-economiche, sulle lotte contro il razzismo e la discriminazione e su quelle a favore della libertà degli animali.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele non può più nascondere le prove della sua occupazione

Zena Agha

3 agosto 2020 – Foreign Policy

Per più di 20 anni un’oscura legge USA ha tenuto nascoste le immagini satellitari delle attività di Israele nei territori occupati. In seguito a un brusco capovolgimento, la tecnologia satellitare ora può essere utilizzata per difendere i diritti umani dei palestinesi.

Negli ultimi 20 anni c’è stato un generale, e per lo più indiscusso, accordo in base al quale le immagini satellitari dei territori israeliani, palestinesi e siriani occupati da Israele rimanessero riservate. Ciò in seguito a una normativa USA del 1996, nota come il Kyl-Bingaman Amendment [Emendamento Kyl-Bingaman] (KBA), che ha limitato la qualità e la disponibilità di immagini satellitari ad alta risoluzione fornite da imprese USA che riguardano Israele (e, per implicita estensione, i territori palestinesi e delle Alture del Golan occupati). Il risultato è che immagini disponibili a tutti su piattaforme come Google Earth sono state deliberatamente sgranate e sfuocate.

Il 25 giugno, in seguito a due anni di forti pressioni da parte delle istituzioni accademiche e della società civile, il KBA, composto da 97 parole, è stato inaspettatamente modificato, rendendo legalmente accessibili e facilmente disponibili a tutti immagini satellitari ad alta risoluzione. La notizia, benché positiva, solleva alcune domande: in primo luogo, quali sono stati gli effetti del KBA? Secondo, dato che nei 24 anni da quando esso è stato approvato le immagini satellitari sono migliorate in modo significativo sia come scala che definizione, perché ci è voluto così tanto per questa modifica?

Il KBA è stato un sottoprodotto della fine della Guerra Fredda, quando l’industria delle immagini satellitari era ancora agli inizi. Il presidente Bill Clinton cercò di rimettere mano alla tecnologia utilizzata in precedenza per lo spionaggio a favore di un suo uso commerciale più ampio. Si attivò anche per declassificare immagini dei satelliti spia USA degli anni ‘60 e ’70.

La combinazione di attività commerciali e declassificazione fece suonare un campanello d’ allarme in alcuni ambienti. Israele, spinto dalla volontà di segretezza della Guerra Fredda, fece pressione sul Congresso per una regolamentazione più stringente, che portò all’approvazione del KBA: l’unica censura del governo USA sulle immagini di qualunque parte del mondo.

La legge, messa in atto con il pretesto di proteggere la sicurezza nazionale di Israele, fu in effetti più che altro un atto di censura. Dopotutto, immagini satellitari ad alta risoluzione consentono ai ricercatori di comprendere, identificare e documentare i cambiamenti del territorio. La National Oceanic and Atmospheric Administration [Amministrazione Nazionale degli Oceani e dell’Atmosfera] (NOAA) all’interno del Dipartimento del Commercio USA è responsabile di mettere in pratica le norme riguardanti il rilevamento a distanza. Dato che il KBA non specificava la definizione consentita, la norma venne fissata a 2 metri per pixel.

Al contrario, le immagini commerciali disponibili oggi sono più frequentemente tra i 0,25 e i 0,6 metri per pixel. È la differenza tra vedere il contorno complessivo di un grande edificio e poter vedere i singoli veicoli parcheggiati all’esterno. Entro il limite di 2 metri è possibile identificare sostanziali cambiamenti nell’uso del territorio (per esempio, gli edifici di colonie delle dimensioni di una città oppure la distruzione con i bulldozer di strutture palestinesi), ma cambiamenti meno percettibili, come la crescita di un avamposto di una colonia o piccole installazioni militari, sono più difficili da individuare. Per 24 anni la legge ha oscurato i dannosi effetti dell’occupazione israeliana nascondendoli letteralmente alla vista.

La censura su Israele e i territori occupati ha avuto implicazioni negative dal punto di vista archeologico, geografico e umanitario. Presumibilmente i più eclatanti sono stati gli effetti sul monitoraggio della pluridecennale occupazione israeliana, compresa la documentazione della demolizione di case, di dispute territoriali e della crescita delle colonie. Le immagini a bassa risoluzione hanno impedito i tentativi di bloccare e verificare violazioni dei diritti umani, soprattutto in zone difficili da raggiungere come la Striscia di Gaza, che è sotto assedio dal 2007. Per esempio, immagini satellitari ad alta risoluzione potrebbero essere utilizzate da gruppi di ricercatori come “Forensic Architecture” [organizzazione di architetti che monitora le violazioni dei diritti umani in Palestina e altrove, ndtr.], per identificare il punto esatto da cui è stato sparato un colpo letale contro manifestanti disarmati.

Benché la legge KBA si applicasse solo alle imprese USA, i maggiori attori sul mercato globale – imprese come Maxar e Planet, e punti di accesso libero in rete come Google e Bing – sono americani. Anche se negli anni 2010 imprese straniere hanno iniziato a produrre immagini ad alta definizione, la predominanza USA ha comportato che, in realtà, il KBA di fatto è stato applicato su scala globale.

Nonostante esempi di resistenza silenziosa nel corso degli anni al limite di due metri da parte di giganti della tecnologia come Google Earth e Bing Maps, così come richieste di cancellazione del KBA, ci sono stati fino a poco tempo fa pochi tentativi di modifica. La censura sulle immagini satellitari di Israele e dei territori occupati è diventata una di quelle eccezioni apparentemente immutabili che caratterizzano il conflitto israelo-palestinese.

Il KBA ha avuto anche un impatto negativo sulla ricerca scientifica. Le immagini satellitari sono uno strumento fondamentale di controllo e monitoraggio, e immagini a bassa risoluzione non hanno il livello di dettaglio necessario per una disciplina come l’archeologia per rilevare le modifiche a siti archeologici o scavi da parte di ladri. Allo stesso modo analisi di cambiamenti climatici spesso si basano su dati derivati da immagini satellitari, che non sono state disponibili nonostante i pericoli posti alla regione dai cambiamenti climatici.

Presi insieme questi effetti rappresentano una zona d’ombra deliberata creata dal KBA, che ha direttamente impedito l’insostituibile lavoro di ricercatori, accademici e operatori per i diritti umani.

Il KBA è stato generalmente vago, ma ha stabilito che le limitazioni sulle immagini satellitari su Israele si applicassero solo finché le immagini satellitari ad alta definizione non fossero facili da ottenere da imprese non statunitensi. Se aziende straniere avessero iniziato a rendere pubbliche immagini più dettagliate, le restrizioni imposte dal KBA alla risoluzione [delle immagini] sarebbero state modificate continuamente nel tempo perché corrispondessero alla qualità di quelle prodotte da imprese non statunitensi. Ma non è stato così.

Il problema è diventato evidente quando un certo numero di aziende non USA – a cominciare dalla francese Airbus nel 2011 – si sono messe a produrre e a vendere immagini satellitari ad alta risoluzione di Israele e dei territori occupati. Di fatto lo stesso Israele fornisce immagini aeree gratuite ad alta risoluzione dei territori che controlla, rendendo nel contempo inutile il KBA e contraddicendo l’affermazione secondo cui esso garantisse gli interessi della sicurezza nazionale di Israele.

Questi progressi hanno reso anacronistico e obsoleto il KBA per quasi un decennio. E benché esso avrebbe dovuto essere periodicamente rinnovato, non c’è stata alcuna revisione formale fino al 2017, con il risultato che la tecnologia ha superato la politica e le imprese USA sono state svantaggiate.

Questa contraddizione sta al cuore della richiesta di annullare il KBA. Gli archeologi dell’università di Oxford che hanno identificato questa mancata modifica, Michael Fradley e il defunto Andrea Zerbini, nel 2018 hanno pubblicato un documento rivoluzionario chiedendo la sua modifica.

Le loro ricerche hanno esplicitamente dimostrato che esso è obsoleto, dato che una serie di imprese non statunitensi hanno prodotto immagini che avrebbero dovuto provocare la riforma e la ridefinizione dei limiti della legge.

Questi dati hanno portato a una pressione durata due anni sulla NOAA, sul dipartimento del Commercio e sul Congresso. La richiesta era semplice: consentire alle imprese USA di produrre e distribuire immagini ad alta risoluzione di Israele e dei territori palestinesi occupati oppure dichiarare superato il KBA.

Poi, improvvisamente, durante la riunione dell’Advisory Council of Commercial Remote Sensing [Comitato Consultivo del Rilevamento Commerciale a Distanza] alla fine di giugno, è stato annunciato che la NOAA aveva finalmente riconosciuto che da parte di fonti non statunitensi erano disponibili immagini con una risoluzione maggiore ai due metri per pixel, fino ad una risoluzione massima di 0,4 metri per pixel, che sarebbe diventata il nuovo punto di riferimento per le restrizioni; quando alla fine di quest’anno Airbus lancerà la sua nuova generazione di satelliti, potrebbe essere richiesto alla NOAA di scendere fino a 0,3 metri.

Le implicazioni di questo cambiamento sono ad ampio raggio. Quella più evidente è che le imprese tecnologiche USA saranno più competitive rispetto a quelle straniere. Da un punto di vista scientifico, la riforma darà come risultato un significativo miglioramento delle possibilità di monitorare da remoto questa regione fragile dal punto di vista ambientale. Riguardo ai mutamenti climatici, le immagini ad alta definizione consentiranno il rilevamento più accurato di cambiamenti della vegetazione, delle condizioni delle coltivazioni, dell’ulteriore diffusione della desertificazione (un impatto fondamentale del cambiamento climatico nella regione), mutamenti nella distribuzione delle acque, l’abuso di fertilizzanti e le discariche inquinanti – modificazioni che sono notevolmente più difficili da individuare e registrare con immagini satellitari a bassa risoluzione. Per discipline come l’archeologia ciò contribuirà a identificare siti e monitorare i danni.

Significativamente il cambiamento potenzia le associazioni per i diritti umani che lavorano per rendere responsabile Israele delle sue violazioni del diritto internazionale, comprese le uccisioni illegali e la costruzione di colonie (che, in base alla Quarta Convenzione di Ginevra, costituisce un crimine di guerra). Forse è per questa ragione che la cancellazione del KBA ha già provocato qualche inquietudine negli ambienti militari israeliani. Essa ha anche ripercussioni geopolitiche. Le immagini satellitari delle zone di confine di Giordania, Siria, Libano ed Egitto sono state finora sia poco definite che scarsamente rilevate (con molti operatori prudenti nel riprendere qualunque parte del territorio israeliano). Il cambiamento legislativo fornirà immagini non censurate di quelle zone e consentirà che vengano controllate e indagate, soprattutto riguardo a problemi ambientali come lo sfruttamento idrico.

Infine, in prospettiva della giustizia storica e della responsabilizzazione, immagini non censurate e ad alta definizione consentono ai palestinesi di elencare accuratamente i resti dei villaggi e cittadine distrutti durante gli avvenimenti del 1948 e successivi. Il potere di democratizzazione della riforma consentirà ai palestinesi di utilizzare la tecnologia per riscoprire un passato cancellato e per immaginare un futuro alternativo.

La riforma del KBA potrebbe aver vinto la battaglia sulla commercializzazione, ma la declassificazione rimane nel complesso una battaglia a sé. La prossima frontiera è garantire che vengano rese pubbliche al livello corretto di risoluzione le immagini satellitari di Israele e dei territori occupati archiviate – infatti fu in primo luogo un’immagine declassificata del reattore di Dimona (un’istallazione nucleare israeliana situata nel deserto del Negev) sui mezzi di informazione israeliani che innescò la spinta che portò al KBA. La declassificazione di fotografie della Palestina prese dall’aviazione britannica tra il 1944 e il 1948 ha già mostrato gli enormi cambiamenti del paesaggio da allora; immagini declassificate USA dell’ultima metà del XX secolo potrebbero rivelare molto di più.

Il ruolo che possono giocare le innovazioni tecnologiche nella protezione dei diritti umani deve ancora essere definito. Che controllino la persecuzione degli uiguri nei cosiddetti campi di rieducazione cinesi, la pulizia etnica dei rohingia e di altre minoranze in Myanmar o gli attacchi con i droni da parte degli USA in Somalia, le immagini satellitari sono state usate per molto tempo da gruppi di difesa internazionali, ricercatori, giornalisti e comuni cittadini per documentare e monitorare atrocità e crimini di guerra.

Lo stravolgimento del KBA dopo 24 anni ha messo tutti allo stesso livello e fornito uno strumento fondamentale a quanti lavorano per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza. Tuttavia di per sé il monitoraggio può arrivare solo fino a un certo punto. Le immagini satellitari ad alta risoluzione rimangono un mezzo – non il risultato finale – perché si possa ottenere che i responsabili di violazioni ne paghino le conseguenze.

Zena Agha è una giornalista e politologa di Al-Shabaka, la rete politica palestinese.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele trasforma le moschee in sinagoghe o bar

Middle East Monitor

28 luglio 2020, Middle East Monitor

Uno dei punti di riferimento di Tiberiade è la moschea, nota anche come moschea Zaydani, prodotto dell’architettura mamelucca, con una grande cupola e un minareto.

“Come la maggior parte dei palestinesi, gli abitanti di Tiberiade sono fuggiti in Siria e in Libano dopo la Nakba”, ha detto Kamal Khatib dell’Alto comitato di controllo per i cittadini arabi di Israele, all’Agenzia Anadolu.

“La famiglia Zaydani, tuttavia, si è trasferita nella città adiacente di Nazareth”, ha detto.

Khatib ha detto che la famiglia Zaydani ha chiesto alle autorità israeliane di concedere il permesso di restaurare la moschea Umari.

“Il Comune di Tiberiade, però, si è rifiutato, sostenendo che l’avrebbe ristrutturata, ma non è successo nulla”, ha detto.

“Anche da quando la moschea è stata chiusa, le autorità israeliane hanno vietato l’ingresso ai fedeli e ai visitatori”, ha detto.

Lo studio ha anche dimostrato che 40 moschee sono state distrutte, chiuse o abbandonate, mentre altre 17 sono state trasformate in bar, ristoranti o musei.

Per esempio, secondo lo studio, la moschea Al-Ahmar nella città settentrionale di Safed è stata trasformata in una sala da concerto, mentre la moschea Al-Jadid nella città di Cesarea in un bar.

Khatib ricorda che le moschee pre-Nakba erano piene di fedeli. “Dopo la Nakba, però, le moschee furono distrutte, specialmente quelle dei villaggi. Altre moschee furono trasformate in sinagoghe, bar, musei, caffè o ristoranti”.

Khatib si è lamentato che la polizia israeliana “non tiene conto dei sentimenti dei musulmani”, citando il cimitero di al-Isaaf a Giaffa, dove le tombe sono state rase al suolo nonostante le proteste dei residenti locali.

Khatib ha detto che le autorità israeliane hanno promulgato una legge per confiscare i beni dei palestinesi, che sono fuggiti dalle loro case.

“La Knesset (il parlamento di Israele) ha approvato la legge degli assenteisti, con la quale Israele ha confiscato edifici e proprietà dei cittadini arabi [che lasciarono le loro case si trasferirono in altre zone]”, ha detto.

Israele nega le accuse di usare le moschee per scopi diversi dal culto.

A ottobre del 2015, il Ministero degli Esteri israeliano ha detto che c’erano circa 400 moschee in Israele e che il numero dei fedeli è raddoppiato cinque volte negli ultimi 25 anni.

Khatib però respinge l’affermazione israeliana, dicendo “Nella storia del paese il governo israeliano non mai costruito una moschea”.

Traduzione di Elisabetta Valento – Assopace Palestina




Il piano di annessione di Netanyahu è una finzione. L’apartheid è in atto da decenni

Richard Silverstein

24 giugno 2020 Middle East Eye

L’annessione è una finzione.

Non fraintendetemi: questo non significa che il proposito di annessione della Valle del Giordano da parte di Israele non causerà ulteriori espropriazioni ai palestinesi. Israele ruberà il 30% della terra riservata a uno Stato palestinese sulla base di precedenti proposte di pace fallite, causando ulteriore sofferenza ai palestinesi.

Ma questa particolare proposta di annessione, sulla quale il nuovo governo israeliano si è accordato nel suo programma di coalizione, rappresenta un diversivo, una distrazione dalla natura sistemica dell’espropriazione israeliana nei confronti dei palestinesi. Essa consente ai sionisti progressisti e alla comunità internazionale di focalizzare la loro attenzione sul come annullare questa grave ingiustizia, sollevandoli dalla responsabilità riguardo all’intero regime di apartheid sviluppato da Israele, sia all’interno che all’esterno della linea verde [linea di demarcazione fra Israele e alcuni fra i Paesi arabi confinanti esistente dalla fine della guerra arabo-israeliana del 1948 -1949 n.d.tr.].

Intolleranza religiosa

Dichiarazioni di leader ebrei britannici, membri del Congresso degli Stati Uniti, funzionari dell’Unione Europea ed esperti in diritti umani hanno ammonito sulle conseguenze dell’annessione. Hanno preso di mira il ventre molle, “moderato”, della coalizione di governo, i membri della Knesset del partito Blu e Bianco [partito di centro, ndtr.], dicendo loro con quanta riprovazione il mondo avrebbe guardato Israele se questa proposta fosse stata approvata.

Ma tutto questo lamentarsi dei progressisti distoglie da un male molto più profondo: un regime di suprematismo ebraico basato sull’intolleranza religiosa e sulla pulizia etnica.

Il problema con lo Stato israeliano non è legato ad una politica particolare, per quanto odiosa. Risale alle stesse fondamenta dello Stato e al pensiero dei suoi fondatori, in primis David Ben-Gurion. Mentre tra i primi leader sionisti esistevano alcune voci che cercavano l’integrazione, o almeno la coesistenza pacifica, con i loro vicini palestinesi, Ben-Gurion era un massimalista che nei suoi diari e lettere ha fatto propria la pulizia etnica molto prima di fondare lo Stato.

Il sine qua non dello Stato era per lui una maggioranza e la superiorità degli ebrei. Gli “arabi” avrebbero potuto rimanere all’interno dei confini della nuova Nazione, ma solo se avessero accettato la loro condizione di inferiorità.

Anche allora Ben-Gurion temeva così tanto la presenza palestinese che lui e la milizia Palmach [“compagnie d’attacco”, forze paramilitari fondate all’epoca del protettorato britannico, ndtr.] organizzarono e condussero il Piano Dalet, [“Piano D”, redatto durante la prima fase della guerra arabo-israeliana del 1948, ndtr.] che provocò la Nakba – l’espulsione di 750.000 palestinesi, in concomitanza con la fondazione di Israele nel 1948.

Le comunità palestinesi sopravvissute alla guerra rimasero sotto la legge marziale per due decenni, sebbene non rappresentassero alcuna minaccia per la sicurezza.

Bollire la rana

Come ebreo americano, sono cresciuto con il sionismo progressista. Mi è stato insegnato sin da piccolo che Israele era uno Stato ebraico e democratico. Mi è stato insegnato ad essere orgoglioso della coesistenza reciproca di quei due termini. Ma la componente religiosa dell’identità israeliana, come è stata definita, preclude la democrazia; non possono coesistere. Mi ci sono voluti decenni per rendermene conto.

Mentre sarebbe sconsigliato tentare di eliminare o reprimere la religione in uno Stato Israele-Palestina veramente democratico, la religione dovrebbe essere separata dalla governance politica se questo Stato dovesse mai diventare normale.

Le religioni dei cittadini ebrei e palestinesi di Israele rimarranno determinanti per loro e per le loro identità. Se praticate in modo appropriato, arricchirebbero il tessuto dello Stato senza pregiudicare un gruppo religioso o etnico rispetto a un altro. Ma l’attuale regime israeliano ha molto in comune con la repubblica islamica iraniana, il protettorato islamico dell’Arabia Saudita o i talebani afgani piuttosto che con la democrazia occidentale.

Uno degli aspetti astuti dell’espansionismo sionista è quello di perseguire i suoi obiettivi gradualmente, piuttosto che tutti in una volta. La povera rana non si rende conto di essere bollita nella pentola fino a quando non è troppo tardi, perché la fiamma aumenta la temperatura gradualmente e quasi impercettibilmente.

Pertanto, Netanyahu ha già rinunciato alla sua proposta originale di annettere l’intera Valle del Giordano. Ora si sta baloccando con un'”annessione leggera”, che comprenda le principali enclavi di colonie di Ariel, Maaleh Adumim e Gush Etzion, lasciando intatto il resto del territorio. Ciò nasconde il fatto che una volta che questi blocchi diverranno parte di Israele, il territorio circostante risulterà palestinese solo di nome; tutto ciò che rimarrà sarà circondato da recinzioni, strade e infrastrutture israeliane. E Israele potrebbe, in un secondo momento, annettere il resto.

L’unica cosa positiva

In un recente webinar su Middle East Eye, il professor Rashid Khalidi [noto storico americano-palestinese, ndtr.] ha descritto l’annessione come “in gran parte un diversivo”, osservando che essa è in corso in un modo o nell’altro dal 1967, con le leggi israeliane già applicate in tutti i territori occupati.

“Dobbiamo pensare in termini più ampi rispetto al linguaggio strettamente diplomatico che è stato utilizzato. Israele ha iniziato ad annettere, costruendo la realtà di uno Stato unico, dal 1967. Questo [attuale piano di annessione] è solo un piccolo passo nel processo”, ha detto Khalidi, osservando che la proposta più limitata di Netanyahu riguardante le tre enclavi di insediamenti coloniali equivale a una “farsa”.

“Dovremmo parlare in termini molto più essenziali dei problemi strutturali sistemici che sarà necessario affrontare se questo problema deve essere risolto su una base giusta ed equa”, ha affermato.

Se c’è un lato positivo nel piano di annessione, è che i sionisti progressisti, i quali una volta denunciavano il movimento di boicottaggio e chiunque etichettava Israele come uno Stato di apartheid, sono stati costretti a fare i conti con il fallimento della loro visione.

Benjamin Pogrund, attivista anti-apartheid sudafricano, che ha trascorso decenni a combattere l’idea che Israele sia uno Stato di apartheid, ha recentemente dichiarato in un’intervista: “Se annettiamo la Valle del Giordano e le aree coloniali, siamo un’apartheid. Punto. Non ci sono dubbi al riguardo.”

I bantustan sudafricani [enclavi di confinamento razziale del Sudafrica dell’era dell’apartheid, n.d.tr.] “erano semplicemente una forma più raffinata di apartheid per mascherare la realtà”, ha aggiunto Pogrund, osservando che le conseguenze della prevista annessione da parte israeliana “saranno ovviamente estremamente gravi. I nostri amici nel mondo non saranno in grado di difenderci ”.

Crepe e divisioni

Allo stesso modo, anche il partito tedesco pro-Israele Die Linke [La Sinistra, ndtr.] ha chiesto di sanzionare Israele se questo programma andrà avanti. “Se il governo israeliano dovesse decidere di attuare l’annessione – ha affermato in una nota – Die Linke proporrà la sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele.

Questo protocollo UE è importante non solo perché offre a Israele scambi senza dazi doganali e privilegi degli Stati membri, ma anche per lo status che conferisce a Israele, sia in Europa che nel mondo. Perdere questi privilegi sarebbe un duro colpo economico e politico.

Come notato dal giornalista Ali Abunimah, la dichiarazione del partito, si avvicina all’abbandono della soluzione dei due Stati, che è il nucleo del sionismo progressista che Die Linke sostiene: “Di fronte all’apparente rifiuto del governo israeliano di un equa soluzione con due Stati, in cui i cittadini di entrambe le parti vivrebbero con pari diritti, Die Linke chiede pari diritti civili per palestinesi e israeliani “, ha affermato il partito.

“Per Die Linke, il seguente principio vale ovunque e sempre: tutti gli abitanti di ogni Paese dovrebbero godere di pari diritti, indipendentemente dalla loro religione, lingua o gruppo etnico.”

È importante non esagerare il significato di questi cambiamenti. Sicuramente segnano delle variazioni nelle fila dei sostenitori progressisti di Israele. Non vi sono, inoltre, dubbi sugli scivolamenti tettonici nella politica americana su Israele / Palestina, che hanno notevolmente ampliato il dibattito. Ma come abbiamo visto in passato, proprio come le placche tettoniche possono rompersi e dividersi, le forze geologiche possono riportarle di nuovo insieme.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Richard Silverstein

Richard Silverstein scrive sul blog Tikun Olam, dedicato ad esporre gli eccessi dello Stato di sicurezza nazionale israeliano. I sui lavori sono apparsi su Haaretz, Forward, Seattle Times e Los Angeles Times. Ha contribuito alla raccolta di saggi dedicata alla guerra del Libano del 2006, A Time to Speak Out [Un tempo per parlare a voce alta, ndtr.] (Verso) ed è autore di un altro saggio della raccolta, Israel and Palestine: Alternate Perspectives on Statehood [Israele e Palestina: punti di vista alternativi sulla governance] (Rowman & Littlefield)

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta




Nessun permesso di uscita per i palestinesi senza documenti

Ola Mousa

26 giugno 2020 – The Electronic Intifada

Khadija al-Najjar rovistava tra le fotografie dei suoi figli e nipoti agitandosi sempre più.

Alcuni dei suoi figli adesso vivono in Europa o in Nord America. Ma Khadija, di 72 anni, non può andarli a trovare. Non possiede né può ottenere un documento di identità palestinese nemmeno per cercare di andare da loro. Senza quello non ha nessun documento che le consenta di partire.

Non è l’unica. Secondo il locale ufficio del Ministero per gli Affari Civili dell’Autorità Nazionale Palestinese, a Gaza ci sono circa 5.000 palestinesi che condividono la sua stessa situazione. Israele ha interrotto la consegna di carte di identità destinate ai residenti della striscia costiera dopo il 2007, quando Hamas ha preso il totale controllo di Gaza togliendolo a Fatah, avendo vinto le elezioni parlamentari dell’anno precedente.

Kadijja e suo marito, Muhammad Issa al- Najjar, vivono nel quartiere di al-Rimal di Gaza City. Muhammad è nato nel 1945 a Masmiya al-Kabira, un villaggio palestinese nell’allora distretto di Gaza (attualmente sul lato israeliano del confine) che è stato spopolato con la forza e in gran parte distrutto durante la Nakba del 1948.

Ha studiato in Egitto prima della guerra del 1967 ed è uno di quelli che non si sono registrati nel censimento israeliano del 1967 della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.

Per questo motivo lui e la sua famiglia non hanno potuto tornare a Gaza fino al 1999 quando, sulla spinta di un’ondata di ottimismo sul processo di pace e della promessa che Gaza sarebbe diventata una versione araba della ricca e dinamica Singapore, lo hanno appunto fatto.

Siamo entrati a Gaza con permessi temporanei, dato che i miei parenti vivono a Gaza”, ha detto Muhammad. Ma solo metà della famiglia è riuscita ad ottenere carte di identità permanenti. “Abbiamo fatto domanda di ricongiungimento familiare; (i miei figli) Nasser, Razan ed io le abbiamo ottenute. Purtroppo mia moglie, Ahmad e Lina non ci sono riuscite.”

Khadijja si arrabbia quando guarda la sua carta di identità temporanea. Non le serve a niente. Non vede sua figlia Lamis, di 41 anni, che vive nel Regno Unito, da 20 anni. Nasser, di 38 anni, ha vissuto in Canada negli ultimi 5 anni. Ha anche dei fratelli a Dubai che spera di andare a trovare.

La madre dei cinque figli spera ancora di ottenere una carta di identità, ma nonostante abbia fatto diverse richieste alle autorità competenti a Ramallah nella Cisgiordania occupata, le è stato sempre detto che la decisione spetta agli israeliani.

Mi sembra di essere in prigione; non posso vedere i miei figli e i miei nipoti né celebrare Hajjj o Umrah. Quando mio figlio Nasser era a Gaza, stava per ottenere un lavoro in una banca, ma è stato escluso quando hanno saputo che non aveva una carta di identità”, ha raccontato Khadijja a The Electronic Intifada.

In trappola

Almeno Mahmoud Mufid Abdel-Hadi, di 40 anni, ha un lavoro. Benché non possegga una carta di identità palestinese, ha trovato impiego come project manager nel settore delle ONG. I suoi genitori avevano lasciato Gaza prima del 1967 per andare a lavorare negli Emirati Arabi Uniti, dove Mahmoud è nato, e la famiglia non ha potuto tornare facilmente dopo il 1967 e l’occupazione.

Il processo di pace e la creazione dell’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) hanno cambiato tutto per Abdul-Hadis, i Najjars e decine di migliaia di altri che sono tornati nei territori occupati negli anni ’90, dopo la firma degli Accordi di Oslo.

Mahmoud è tornato a Gaza con la sua famiglia nel 1998. Erano otto, ma solo due hanno ottenuto le carte di identità. Lui, i suoi genitori ottantenni e tre dei suoi fratelli sono tra i 5.000 palestinesi che aspettano di ottenerle.

Siamo vittime delle attuali circostanze politiche. Per quel che so, la pratica per la carta di identità è chiusa. Israele, che non fa che discriminare i palestinesi, non ha interesse ad aiutarci a Gaza. Purtroppo l’ANP, che è parte del negoziato, si è mostrata debole di fronte agli israeliani”, ha detto.

Ma Mahmoud ritiene i leader politici palestinesi di tutte le fazioni responsabili della mancata soluzione di questa questione con Israele.

Queste pratiche dovrebbero essere tra i principali elementi dei negoziati, accanto a questioni come quella dei prigionieri”, ha detto a The Electronic Intifada. “A Gaza Hamas ne porta la responsabilità in quanto fazione dominante.”

Si è dichiarato frustrato dal fatto che la questione delle carte di identità non è più prioritaria.

Siamo in una prigione a cielo aperto, condannati a vita. Senza documenti di identità non abbiamo potuto uscire da Gaza da quando siamo arrivati”, ha detto.

L’ultima parola

Il blocco è interamente causato dagli israeliani, ha detto Saleh al-Ziq, del Ministero per gli Affari Civili di Gaza.

Migliaia di palestinesi vivono attualmente a Gaza senza documenti di identità. Il ministero non ha ricevuto l’autorizzazione israeliana per emettere le loro carte di identità”, ha detto al-Ziq a The Electronic Intifada.

Le 5.000 persone in questione erano l’ultimo gruppo il cui status dei documenti di identità era in corso di trattativa quando Hamas ha preso il controllo di Gaza nel 2007, ha detto al-Ziq. Per la maggior parte si sono trasformati in permessi temporanei a fronte della domanda di ricongiungimento familiare. Quando le trattative sono state interrotte lo status di queste persone non è mai stato risolto.

In base agli accordi tra Israele e l’OLP degli anni ’90, Israele ha l’ultima parola sui documenti di identità. Mentre è l’ANP ad emettere le carte di identità, Israele emette i loro numeri, senza i quali esse non sono valide. Le informazioni contenute nelle carte sono scritte sia in arabo che in ebraico.

Purtroppo alle persone senza carta di identità sono negati i fondamentali diritti sociali e politici. Israele rifiuta di concedere le carte con il pretesto del dominio di Hamas sulla Striscia di Gaza. Non so quale forma di minaccia le carte di identità costituiscano per Israele.”, ha detto al-Ziq, aggiungendo di sperare che la questione possa risolversi presto.

Iman al-Sir, di 30 anni, è originaria di Jaffa. Disponendo solamente di un documento temporaneo, non si è mai sentita stabilizzata in Palestina, ha detto a The Electronic Intifada.

Iman è cresciuta nel campo profughi di Yarmouk a Damasco, ma è tornata a Gaza con sua madre nel 2012 a causa del conflitto in Siria. Suo nonno era stato espulso in Egitto ed è andato in Siria dopo la guerra del 1967, durante la quale aveva combattuto con gli eserciti arabi.

Fin dalla mia infanzia mio padre ci ha sempre parlato della Palestina e della nostra terra a Jaffa, da cui siamo stati sradicati. La prima volta che io ho visto un soldato israeliano è stato in televisione nel 2000.”

Ha detto che per molti anni, prima di poterlo fare realmente, aveva desiderato tornare a vivere in Palestina.

Tuttavia quando sono arrivata a Gaza ho scoperto che è l’occupazione israeliana che controlla la mia identità. Che razza di pace è questa? Come si può promuovere la pace con uno Stato che non riconosce la tua esistenza?”

Ha detto a The Electronic Intifada che se avesse saputo che sarebbe finita in una “prigione a cielo aperto”, avrebbe affrontato il pericoloso viaggio verso l’Europa, intrapreso da tanti rifugiati siriani.

Almeno in Europa non avrei mai dovuto provare l’esperienza dell’occupazione israeliana che decide se io sono o non sono palestinese”.

Ola Mousa è un’artista e scrittrice di Gaza.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Qual è il futuro della resistenza popolare palestinese a Gaza? Un colloquio con la giornalista Wafaa Aludaini

Ramzy Baroud e Romana Rubeo

2 giugno 2020 – Palestine Chronicle

Wafaa Aludaini è una testimone di molte delle recenti tragedie di Gaza ed anche della sua resistenza senza fine. Ha sperimentato la violenta occupazione israeliana, il successivo blocco dell’impoverita Striscia e varie guerre che hanno portato alla morte e al ferimento di decine di migliaia di palestinesi.

Ma nessuna delle guerre di Israele ha ha avuto un tale impatto sulla vita di Aludaini quanto il massacro del 2014 che Israele ha denominato “operazione Margine Protettivo”.

Tra le circa 18.000 case distrutte dalle bombe israeliane lo sono state anche una della famiglia di Wafaa e l’altra della famiglia di suo marito.

Durante i bombardamenti durati 51 giorni le infrastrutture di Gaza, già in rovina in seguito a precedenti guerre e a un lungo assedio, hanno subito un pesante colpo.

La perdita più insostituibile è stata quella di vite umane, in quanto 2.251 palestinesi sono stati uccisi e oltre 11.000 feriti, molti dei quali mutilati per sempre.

Tuttavia guerra e assedio hanno solo rafforzato la risolutezza di Wafaa in quanto si è impegnata ancor di più nell’informare da Gaza, sperando di svelare verità a lungo nascoste e sfidare la narrazione prevalente dei media e gli stereotipi più diffusi.

Durante la “Grande Marcia del Ritorno”, un movimento popolare iniziato il 30 marzo 2018, Wafaa si è unita ai manifestanti informando giornalmente dell’uccisione e del ferimento di giovani disarmati che accorrevano nei pressi della barriera che separa Gaza da Israele per chiedere la libertà e i propri diritti umani fondamentali.

Infuriati dai quotidiani slogan dei rifugiati di “Fine all’assedio” e “Palestina libera” e dall’insistenza risoluta sul loro “Diritto al Ritorno” ai villaggi d’origine in Palestina, che subirono la pulizia etnica durante la nascita violenta di Israele nel 1948, i cecchini israeliani hanno aperto il fuoco. Nei primi due anni della Marcia [del Ritorno] sarebbero stati uccisi oltre 300 palestinesi e migliaia feriti.

Aludaini era là durante tutta questa dura prova, informando su morti e feriti, consolando famiglie in lutto e partecipando anche a un momento storico, quando tutta Gaza si è sollevata e si è unita dietro a un unico canto di libertà.

Aludaini non è stata una tipica giornalista che corre dietro ad una storia nei pressi della barriera, in quanto è stata sia la storia che la narratrice.

Sono una giornalista, ma anche una rifugiata. I miei genitori furono espulsi dal loro villaggio in Palestina, che oggi è Israele,” afferma.

Non è facile essere giornalista a Gaza, perché ogni giorno rischi di essere uccisa, ferita o arrestata dalle forze di occupazione israeliane. Di fatto molti giornalisti sono stati uccisi dal fuoco israeliano in questo modo.”

Sul perché abbia scelto il giornalismo come professione benché abbia studiato letteratura inglese in un’università di Gaza, Aludaini sostiene che più ha compreso come i principali mezzi di informazione raccontano della Palestina più si è sentita frustrata dalla descrizione scorretta della Palestina e della lotta dei palestinesi.

I giornalisti che propongono la narrazione sulla Palestina nei principali media stanno in un certo modo aiutando l’occupazione israeliana a uccidere più persone innocenti in Palestina, e in particolare nella Striscia di Gaza. Stanno rafforzando la gente (gli israeliani) che ci espulse nel 1948, incoraggiandola a violare le leggi internazionali,” dice Aludaini.

Chiedo a loro di venire qui, in Palestina, a vedere con i propri occhi, a vedere il muro dell’apartheid, a vedere i checkpoint, a vedere quello che sta succedendo nelle carceri israeliane. Solo dopo che avranno visto con i propri occhi potranno dire la verità, perché i giornalisti dovrebbero dire la verità e stare dalla parte dell’umanità, indipendentemente dalla religione e di qualunque altra cosa.”

Allo stesso modo Aludaini sfida i “difensori dell’occupazione israeliana” a venire in Palestina e ad “ascoltare le persone a cui sono stati uccisi i figli; quelle che sono state espulse dalle proprie case. In ogni casa in Palestina c’è una storia di sofferenza, ma non troverai mai (queste storie) nei media più importanti.”

Riguardo alla Grande Marcia del Ritorno Aludaini afferma che è stata “una protesta popolare, in cui la gente di Gaza si è riunita presso la barriera di separazione tra Gaza e Israele” per manifestare varie forme di resistenza centrate soprattutto sulla resistenza culturale.

I manifestanti hanno portato avanti varie forme di “attività tradizionali, come ballare la dabka [ballo tipico palestinese, ndtr.], cantare vecchie canzoni, cucinare piatti palestinesi,” afferma Aludaini, notando che le scene più toccanti sono state quelle di “anziani palestinesi che portavano le chiavi delle case da cui vennero espulsi a forza nel 1948 durante la Nakba,” cioè la Grande Catastrofe.

Questa forma di resistenza popolare non è nuova per i palestinesi, in quanto essi hanno sempre usato tutti i mezzi a disposizione per lottare per i propri diritti, contro l’occupazione (militare israeliana), come le proteste settimanali (alla barriera di Gaza), o (l’atto simbolico di) lanciare pietre. Persino quando i gazawi hanno fatto ricorso alla resistenza armata la gente non ha mai smesso si mettere in atto anche forme di resistenza popolare.”

Ma questa è la fine della Marcia del Ritorno?

Aludaini dice che la Marcia non è finita, tuttavia la strategia verrà ridefinita per ridurre il numero di vittime.

Dopo circa tre anni di proteste l’Alto Comitato della Grande Marcia del Ritorno ha deciso di cambiare l’approccio delle proteste. D’ora in avanti le marce si terranno solo in occasioni nazionali invece che ogni settimana, perché Israele usa forze letali contro manifestanti pacifici e disarmati.”

Secondo Aludaini il ministero della Salute di Gaza, già in crisi per la mancanza di materiale sanitario, elettricità e acqua potabile, non può più sostenere la pressione di morti e feriti quotidiani.

La stessa Aludaini ha passato molte ore negli ospedali di Gaza, a intervistare e confortare i feriti. Ci ha detto di una madre di Gaza con quattro figli che ha partecipato ogni venerdì senza mai mancare alla Marcia. “Un giorno è stata colpita a una gamba, e faceva fatica a camminare. Ma il venerdì seguente è tornata alla barriera. Quando le ho chiesto perché fosse tornata nonostante la ferita mi ha detto: ‘Non permetterò mai agli israeliani di rubare la mia terra. Questa è la mia terra, questi sono i miei diritti e tornerò continuamente (a difenderli).’”

Per Aludaini è la resilienza di quelle persone apparentemente ordinarie che la ispira e le dà speranza.

Un’altra storia riguarda una diciannovenne che implorava continuamente i suoi genitori di unirsi alle proteste. Quando finalmente hanno ceduto, la giovane è stata colpita a un occhio da un cecchino. Aludaini e i suoi compagni sono corsi all’ospedale per dimostrare solidarietà alla manifestante che aveva perso un occhio per poi trovarla con il morale alto, più forte e determinata che mai.

Ci ha detto che appena avesse lasciato l’ospedale pensava di tornare alla barriera.”

Aludaina smentisce la “propaganda israeliana” secondo cui le sue guerre e la continua violenza a Gaza sono motivate dall’autodifesa. Se così fosse “perché Israele prende di mira la Cisgiordania, anch’essa sottoposta all’annessione e all’apartheid?” chiede.

(In genere) non c’è resistenza armata (in Cisgiordania), ma nonostante ciò (l’esercito israeliano di occupazione) continua ogni giorno ad uccidere persone.”

Aludaini, frustrata dalla scarsa importanza data agli studi mediatici nelle università di Gaza, è determinata a continuare il suo lavoro come giornalista e come attivista perché, quando i media non denunciano i crimini di Israele a Gaza, sono persone come Wafa Aludaini che fanno la differenza.

Ramzy Baroud è giornalista ed editore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è “Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle carceri israeliane” (Clarity Press, Atlanta). Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA), Istanbul Zaim University (IZU).

Romana Rubeo è una giornalista italiana e caporedattrice di The Palestine Chronicle. I suoi articoli sono apparsi su molti giornali online e riviste accademiche. Ha conseguito un Master in Lingue e letterature straniere ed è specializzata nella traduzione audiovisiva e giornalistica.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La terra, radice della narrazione nazionale israeliana

Mehdi Belmecheri-Rozental

26 maggio 2020 – Orient XXI

Per lo Stato israeliano la storia palestinese non può esistere, perché perturberebbe la narrazione nazionale, basata sulla continuità storica dai tempi biblici alla fondazione di Israele. In nome di questo rapporto con la terra che sarebbe esclusivo, la politica israeliana fa di tutto per spogliare la memoria palestinese delle sue tradizioni e della sua cultura.

Ogni Nazione ha i suoi miti fondatori, scrive un’autorappresentazione nazionale al servizio dei propri interessi. Per la giovane Nazione israeliana una frase serve da matrice per la costruzione di questo immaginario: “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Questa affermazione più volte smentita definisce ancor oggi la strategia israeliana per costruire la propria narrazione nazionale e dimostrare la legittimità di Israele su questa terra. Come diceva nel 1998 Ariel Sharon: “Tutti si devono muovere, correre a impossessarsi di quante più colline possibile per ingrandire le colonie, perché tutto quello che prenderemo rimarrà nostro”. La colonizzazione è, in effetti, una delle linee guida di tutti i governi che da decenni si sono succeduti alla testa del Paese.

Per Israele la posta in gioco non è solamente conquistare ettari di terreno in più, ma anche iscrivere la propria presenza su questa terra all’interno di una lunga storia. Nei territori palestinesi occupati come dall’altra parte del muro di separazione, ieri come oggi sono visibili le tracce di questa lotta per affermarsi come padrone della terra.

Non è facile sradicare la presenza di un popolo. Nel 1948, quando venne creato Israele, centinaia di migliaia di palestinesi abbandonarono in tutta fretta i loro villaggi per sfuggire alle milizie sioniste e all’esercito israeliano. Quest’ultimo fu il primo a utilizzare il termine “Nakba” (catastrofe) minacciando quei contadini in un volantino: “Se volete sfuggire alla Nakba, evitare il disastro, un inesorabile sterminio, arrendetevi.” Tuttavia questo termine è diventato un tabù nella società israeliana. La Nakba la ossessiona perché il suo ricordo scrosta la vernice israeliana. Se Israele riconoscesse di aver espulso con la violenza 800.000 palestinesi, confesserebbe la legittimità del diritto al ritorno dei loro discendenti. Come spiega il ricercatore Thomas Vescovi, l’idea “che al momento della creazione del Paese i suoi combattenti non siano stati vittime ma carnefici rovinerebbe la ‘purezza delle armi’, di cui si fregia l’esercito detto ‘di difesa’ di Israele.” È in questa prospettiva che Israele ha lavorato per cancellare la storia palestinese, per meglio riscrivere la propria.

Un villaggio nascosto sotto i cactus e i pini

A nord di Nazareth Emad mi accompagna sulle rovine del villaggio di Saffuriyya. Vi si reca regolarmente con i giovani palestinesi che vivono in Israele. Il suo obiettivo è di non lasciare che Israele soffochi il ricordo di questi luoghi. David Ben Gurion aveva detto: “Dobbiamo fare di tutto per assicurarci che i palestinesi non tornino più, i vecchi moriranno e i giovani dimenticheranno.”

Emad cerca di lottare contro questa cancellazione delle tracce della vita dei palestinesi. Girando per questi luoghi è difficile vedere i resti di questo villaggio. Ma Emad, grazie alle ricerche fatte e a numerosi documenti, racconta la sua storia. Davanti a un campo di cactus e a un bosco di pini ci spiega che sono stati piantati dagli israeliani per far sparire le tracce del villaggio, una pratica frequente in Israele. Un po’ più lontano, sulla cima di una collina, come per nascondere per sempre nella loro ombra i ruderi palestinesi, sono stati costruiti dei villaggi israeliani: Tzippori, ha-Solelim, Allon ha -Galil Hosha’aya.

E il villaggio di Saffuriyya non è affatto l’unico. Se Amadou Hampâté Bâ sosteneva che “in Africa quando muore un anziano è una biblioteca che brucia”, il motto si ripete in Palestina. Il villaggio di Lifta è uno dei pochissimi che non sia stato distrutto o nascosto, anche se il luogo è molto degradato. Yacoub è la memoria dei luoghi. Nel corso della visita alle rovine del villaggio mostra e parla con nostalgia dei forni tradizionali in cui sua madre faceva cuocere il pane. Questa terra che li ha nutriti è oggi minacciata di distruzione dalla vicina autostrada e dai programmi immobiliari in progetto che fioriscono nel quadro della colonizzazione di Gerusalemme.

In territorio israeliano ci sono centinaia di villaggi distrutti. L’Ong israeliana “Decolonizer”, fondata da due antropologi, ha creato una mappa che censisce tutte le località palestinesi demoliti dal XIX secolo fino ai giorni nostri, così come i villaggi palestinesi minacciati di distruzione. Questa mappa è un prezioso strumento di memoria contro i progetti dello Stato israeliano che si impegna a cancellare la storia palestinese per radicare meglio la propria storia in quelle terre.

In questo progetto Israele ridisegna anche i paesaggi, sradicando gli alberi che segnano una presenza storica palestinese e piantandone altri. Nel parco Ayalon-Canada, tra Tel Aviv e Gerusalemme, le rovine di tre villaggi palestinesi, Yalou, Imwas e Beit Nouba, distrutti nel 1967, sono invisibili, coperte dagli alberi. L’antropologa Chiristine Pirinoli ha quindi fatto una ricerca su come Israele ha cancellato la Palestina trasformandone il paesaggio: “Rimboschire, disboscare, piantare e sradicare sono azioni efficaci per agire sul paesaggio e trasformarlo in modo permanente – sono i mezzi per appropriarsi dello spazio e consolidare la propria supremazia; d’altra parte l’albero è il simbolo stesso del radicamento di un popolo sulla propria terra. In questo caso è al contempo il sostegno della memoria nazionale e una garanzia dell’appropriazione di una terra contesa.” Effettivamente “da una parte, rappresentando il successo di mettere radici nell’ ‘antica patria’, garantisce una continuità simbolica tra il passato descritto nella Torah e il presente; dall’altra consente di cancellare dalla terra ogni segno della storia palestinese che rischia di minacciare la sua trasformazione in territorio nazionale ebraico.”

Scavi di dimensione ideologica

Per sostituire la propria memoria a quella palestinese Israele investe anche negli scavi archeologici. A Gerusalemme, Hebron, Sebastia, ovunque Israele perfora e scava il terreno. Per affermarsi come proprietario legittimo di questa terra lo Stato israeliano intraprende o appoggia degli scavi archeologici per dimostrare una continuità storica tra il passato dei libri sacri e la sua creazione. Qualche anno fa il primo ministro Benjamin Netanyahu ha sostenuto che “Israele non occupa una terra straniera: l’archeologia, la storia e il buon senso dimostrano che noi abbiamo dei legami particolari con questo territorio da più di tremila anni.” Dall’inizio dell’occupazione di Gaza e della Cisgiordania, nel 1967, Israele ha realizzato degli scavi totalmente illegali nei territori palestinesi occupati.

A Gerusalemme gli scavi sono ampiamente visibili nella Città Vecchia, ma anche fuori dalle sue mura. Mahmoud, membro della comunità africana a Gerusalemme, una piccola comunità di musulmani originari del Senegal, del Ciad e del Niger che vive qui da parecchi secoli, è una delle memorie storiche della città. Guidandomi per le strade di Gerusalemme parla degli scavi archeologici di Israele nella Città Vecchia. Spiega che nel 1967, all’indomani della guerra dei Sei Giorni, Israele si è affrettato a radere al suolo il quartiere Harat al-Magharba (quartiere dei maghrebini). Esso si trovava ai piedi del Muro del Pianto. Vi risiedevano centinaia di abitanti e vennero distrutti edifici storici, costruiti in epoca ayyubide [dinastia curdo-musulmana fondata dal Saladino e durata dal 1174 al 1250, ndtr.].

Arrivando sulla spianata che si trova davanti al muro è impossibile immaginare che abbia preso il posto di un quartiere arabo raso al suolo. In compenso sono visibili grandi scavi. Sono stati intrapresi sotto la Spianata delle Moschee, con il rischio di indebolire le fondamenta su cui si trovano la moschea di Al Aqsa e la Cupola della Roccia. Questi lavori hanno come scopo ritrovare le tracce del tempio di Erode e di affermare la legittimità di Israele su questo spazio sacro. Nella società israeliana molte voci reclamano la ricostruzione del tempio e quindi la distruzione delle due moschee.

Nel 2016 l’Unesco ha adottato una risoluzione contro la politica israeliana in questi luoghi che appartengono al patrimonio dell’umanità. All’esterno delle mura della Città Vecchia, nel quartiere di Silwan, a Gerusalemme est, anche una Ong sionista, Elad, scava per trovare l’originaria città di David. Gli scavi hanno danneggiato numerose case palestinesi in un quartiere che subisce la colonizzazione israeliana.

Dal 1967, nella più totale illegalità rispetto al diritto internazionale, sono stati realizzati da parte del governo o di Ong israeliane centinaia di scavi nei territori occupati. A Sebastia, per esempio, il villaggio è minacciato dagli scavi archeologici che intendono dimostrare che questo territorio è il sito della Samaria biblica. Di fronte alla forza militare israeliana gli abitanti del villaggio, come nel resto dei territori palestinesi occupati, hanno difficoltà a lottare contro questo fenomeno.

A Hebron si riscontra lo stesso processo attorno alla Tomba dei Patriarchi, dove i coloni portano avanti degli scavi per dimostrare in base ai racconti biblici la legittimità della loro presenza, cacciando al contempo i palestinesi dalle loro case con la violenza. La narrazione nazionale israeliana si costruisce con i bulldozer e distrugge ogni altra memoria che la potrebbe ostacolare.

La cucina come rapporto con la terra

Per inserirsi al meglio in questo spazio millenario, Israele non esita neppure ad appropriarsi della cucina palestinese. Nel campo di rifugiati di Ein El-Sultan, limitrofo a Gerico, Khader, un abitante del campo, invita a condividere una scodella di hummus e un piatto di dajaj mahlous a base di pollo, riso e sumac, una spezia acidula coltivata soprattutto nei dintorni di Jenin, nel nord della Cisgiordania. Evoca una cultura gastronomica palestinese di “condivisione e convivialità”, tradizione venuta “dalle nostre campagne”. Khader si indigna quando evoca le vicine colonie “che ci rubano le terre, l’acqua e gli alberi.” Gerico si trova alle porte della valle del Giordano, di cui Israele prepara l’annessione. Questa valle è la zona più fertile della Palestina e l’86% dei terreni agricoli è stato rubato dai coloni israeliani, che si impossessano dei frutti di questa terra etichettandoli come “prodotti in Israele”. E questa appropriazione delle coltivazioni arriva fin nel piatto.

Nelle strade di Tel Aviv è frequente trovare ristoranti che cucinano questi piatti palestinesi con l’etichetta di “cucina israeliana”. Per Israele l’appropriazione culinaria dei piatti della Palestina e dei Paesi vicini si iscrive nella ricerca della stesura della propria narrazione nazionale, con l’eredità gastronomica a segnare il rapporto agricolo con questa terra. Rania, cuoca palestinese, spiega che “è una strategia israeliana molto aggressiva. È pura propaganda, il tentativo di ridefinirsi positivamente attraverso il cibo. […] È così che per un mese su una rete nazionale il pubblico francese si è beccato la promozione della “gastronomia israeliana” attraverso la trasmissione condotta dallo chef Cyrill Lignac: “Uno chef in Israele.”

Di fronte a questa situazione i palestinesi contrattaccano. Rania ha deciso di aprire un centro culturale, “ARDI”, per farne l’“incrocio di tutte le nostre eccellenze, che siano gastronomiche o artistiche. Un luogo per degustare un piatto tradizionale palestinese, rifornirsi di spezie palestinesi o orientali […] ARDI mi permette anche di mantenere un legame concreto con la Palestina e di sviluppare dei progetti con le donne di laggiù: la mia grafica è una giovane palestinese di Ramallah, le spezie saranno prodotte da cooperative di donne ed è in corso una collaborazione con le fabbriche di ceramica.” Così vengono diffuse forme di resistenza per difendere le radici dei palestinesi in questa terra.

Israele impone quindi con la forza la sua volontà di radicare la propria Nazione a spese di ogni altra memoria e cultura, dissoda questa terra patrimonio dell’umanità e del popolo palestinese per farne scomparire i semi e insediarvisi meglio. Ma costruire un Paese e unire una Nazione su un immaginario riduttivo sacrificando la memoria dell’Altro non è un simbolo di un nazionalismo disgustoso, origine di troppi conflitti?

Mehdi Belmecheri-Rozental

Laureato in scienze sociali all’École des hautes études [Scuola di Studi Superiori] (EHESS), la sua tesi ha riguardato “Il video come strumento di lotta in Palestina”.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Decenni di perdite: lettere di un secolo fa evidenziano le radici della resistenza palestinese

Jihad Abu Raya

22 maggio 2020 – Middle East Eye

Lettere di lamentele scritte da palestinesi nel 1890 e nel 1913 rivelano l’impatto del colonialismo sionista di insediamento

L’avvio del progetto sionista e la fondazione dei primi insediamenti in Palestina alla fine del XIX secolo diede inizio a una sistematica e deliberata campagna per espellere e cacciare i palestinesi dalla loro terra.

La resistenza palestinese a questi tentativi era a volte disorganizzata e limitata da ristrettezze economiche, ma gli scritti sionisti in merito non hanno trasmesso la vera immagine di quanto avvenne.

Tuttavia due lettere inviate da palestinesi nel 1890 e nel 1913 al Gran Visir [equivalente di un primo ministro, ndtr.] dell’impero ottomano a Istanbul gettano luce su questa situazione.

Contadini beduini e palestinesi che vivevano nelle zone rurali furono le prime comunità colpite dalla costruzione dell’insediamento sionista nel XIX secolo. Vessazioni ed aggressioni da parte dei coloni aumentarono, nel tentativo di espellere le famiglie palestinesi che avevano vissuto sulla propria terra da centinaia di anni.

Nonostante il loro modo di vita molto semplice, queste comunità palestinesi capirono rapidamente i pericoli del colonialismo di insediamento. Non è quindi sorprendente che il movimento per resistere all’occupazione sionista si sia inizialmente manifestato all’interno delle comunità di contadini e beduini, la cui sopravvivenza dipendeva proprio dalla terra.

Dalla fine del XIX secolo fino alla creazione di Israele nel 1948 vennero documentati molti scontri tra quelle comunità e i coloni sionisti.

I primi arrivi dei coloni furono improvvisi e scioccanti per gli abitanti palestinesi. Non potevano comprendere le affermazioni dei coloni secondo cui essi erano i proprietari della terra e che gli abitanti se ne dovessero andare dalle proprie case con i loro prodotti agricoli ancora da raccogliere. Essi erano i reali e concreti proprietari della terra in quanto l’avevano dissodata, coltivata e abitata per centinaia di anni.

All’inizio del colonialismo britannico in Palestina, nel 1917, c’erano circa 47 colonie sioniste, concentrate a nord e al centro del Paese, costruite su circa 55.000 dunam [5.500 ettari, ndtr.] di terra confiscata.

Venduta a stranieri”

Nella sua lettera, inviata nel 1890, il clan palestinese al-Sataria, che viveva a Khirbet Darwan, si lamentava presso il Gran Visir dell’ingiustizia, dei maltrattamenti e delle aggressioni seguiti alla fondazione sulla loro terra dell’insediamento di Rehovot.

Recentemente il supremo Stato ottomano ha venduto la terra di Khirbeh a persone ricche del posto. I vostri fedeli servitori non hanno manifestato nessuna obiezione in merito, perché i nuovi proprietari della terra erano consapevoli che noi coltiviamo il podere e ci siamo occupati di esso da tempo immemorabile. Non hanno cercato né di intralciarci né di espellerci dai luoghi in cui abitiamo o dai nostri terreni agricoli,” affermava la lettera.

Tuttavia in questo caso la fattoria è stata venduta a stranieri che sono venuti con molti soldi e risorse economiche… Hanno iniziato ad espellerci dai luoghi in cui abitiamo e ad impedirci di arare la terra.”

Contro molte delle nuove colonie vennero presentate al Gran Visir lamentele, che dimostrano che i palestinesi, nonostante le loro ridotte possibilità e le consistenti risorse economiche e il sostegno ufficiale di cui godevano gli stranieri, non si arresero allo status quo.

Tali lettere erano una attestazione da parte degli abitanti palestinesi che avrebbero resistito all’ingiustizia che avevano davanti agli occhi – parte di una resistenza organizzata contro i tentativi di cacciarli dalle loro terre e di depredarli dei loro diritti. La lettera dei palestinesi del clan Sataria rivela la loro consapevolezza del proprio diritto di rimanere sulla loro terra; lo Stato che trasferisce la proprietà a ricchi stranieri potrebbe concedere al proprietario i diritti su alcuni raccolti, ma non il diritto di espellere coloro che vivono lì.

Lettura critica

La lettera non fa riferimento ai metodi utilizzati dai coloni per espellere e cacciare gli abitanti palestinesi, né menziona i piani per ostacolare la sopravvivenza della nuova colonia e impedire quindi la propria espulsione. Ma una lettura attenta e critica dei documenti scritti dai coloni di Rehovot e delle vicine colonie getta una luce su questo punto.

Molte fonti ebraiche che documentano la fondazione di queste colonie affermano che la zona era spopolata e in abbandono, e che i nuovi coloni portarono la salvezza e un’opportunità di crescita. Ciò corrispondeva allo slogan sionista di una “terra senza popolo per un popolo senza terra.”

La lettera del clan Sataria smentisce categoricamente questa affermazione, mettendo in evidenza gli abitanti che avevano a lungo vissuto là e coltivato la terra.

Altre fonti ebraiche suggeriscono che gli arabi in quella zona fossero aggressori violenti, che saccheggiavano e rubavano la proprietà dei coloni e non rispettavano i diritti dei coloni sulla loro terra. Mentre il clan Sataria considerava un diritto legittimo continuare a raccogliere i prodotti nelle proprie terre, i nuovi coloni lo ritenevano un saccheggio e un furto.

Disordini singolari”

Decenni dopo, nel 1913, un’altra lettera al Gran Visir venne firmata da decine di mukhtar [capo villaggio, ndtr.] e da autorità giuridiche dei villaggi nei pressi delle colonie ebraiche, compresi quelli di Zarnuqa, al-Qubayba, Yibna, al-Maghar ed altri, senza la partecipazione di rappresentanti delle città vicine.

Gli abitanti dei villaggi si lamentavano del comportamento dei nuovi coloni, citando “le loro aggressioni contro i nostri villaggi, le uccisioni, i furti e gli stupri”. La lettera nota che, in mezzo a questi attacchi, “siamo stati gravemente sconvolti e subiamo disordini singolari finché, dio non voglia, la necessità ci obblighi ad emigrare dalla nostra patria, nonostante il nostro amore e affetto per essa.”

La lettera afferma: “Qualunque contadino passi sulla strada è rapinato e picchiato e gli prendono i vestiti e i soldi. Chiunque osi sfidarli viene ucciso, e sparano proiettili veri a chi passa sulla pubblica via.”

Firmata dai rappresentanti di vari villaggi e cittadine, la lettera evidenzia la sensazione di pericolo collettivo provata dai cittadini palestinesi dell’epoca, decenni prima della Nakba [la catastrofe, cioè la cacciata dei palestinesi a partire dal 1947-48, ndtr.]. I firmatari non dicono come rispondevano ai soprusi da parte dei nuovi coloni, ma documenti nell’archivio di Rehovot affermano che gli abitanti del villaggio di Zarnuqa uccisero uno dei coloni.

Nelle aree palestinesi adiacenti alle colonie sioniste contadini e beduini guidarono la lotta contro il colonialismo, una lotta che continua fino a nostri giorni.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Jihad Abu Raya è un avvocato ed attivista palestinese che vive nel nord di Israele. È uno dei fondatori del movimento Falestaniyat.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)