Il piano di annessione di Netanyahu è una finzione. L’apartheid è in atto da decenni

Richard Silverstein

24 giugno 2020 Middle East Eye

L’annessione è una finzione.

Non fraintendetemi: questo non significa che il proposito di annessione della Valle del Giordano da parte di Israele non causerà ulteriori espropriazioni ai palestinesi. Israele ruberà il 30% della terra riservata a uno Stato palestinese sulla base di precedenti proposte di pace fallite, causando ulteriore sofferenza ai palestinesi.

Ma questa particolare proposta di annessione, sulla quale il nuovo governo israeliano si è accordato nel suo programma di coalizione, rappresenta un diversivo, una distrazione dalla natura sistemica dell’espropriazione israeliana nei confronti dei palestinesi. Essa consente ai sionisti progressisti e alla comunità internazionale di focalizzare la loro attenzione sul come annullare questa grave ingiustizia, sollevandoli dalla responsabilità riguardo all’intero regime di apartheid sviluppato da Israele, sia all’interno che all’esterno della linea verde [linea di demarcazione fra Israele e alcuni fra i Paesi arabi confinanti esistente dalla fine della guerra arabo-israeliana del 1948 -1949 n.d.tr.].

Intolleranza religiosa

Dichiarazioni di leader ebrei britannici, membri del Congresso degli Stati Uniti, funzionari dell’Unione Europea ed esperti in diritti umani hanno ammonito sulle conseguenze dell’annessione. Hanno preso di mira il ventre molle, “moderato”, della coalizione di governo, i membri della Knesset del partito Blu e Bianco [partito di centro, ndtr.], dicendo loro con quanta riprovazione il mondo avrebbe guardato Israele se questa proposta fosse stata approvata.

Ma tutto questo lamentarsi dei progressisti distoglie da un male molto più profondo: un regime di suprematismo ebraico basato sull’intolleranza religiosa e sulla pulizia etnica.

Il problema con lo Stato israeliano non è legato ad una politica particolare, per quanto odiosa. Risale alle stesse fondamenta dello Stato e al pensiero dei suoi fondatori, in primis David Ben-Gurion. Mentre tra i primi leader sionisti esistevano alcune voci che cercavano l’integrazione, o almeno la coesistenza pacifica, con i loro vicini palestinesi, Ben-Gurion era un massimalista che nei suoi diari e lettere ha fatto propria la pulizia etnica molto prima di fondare lo Stato.

Il sine qua non dello Stato era per lui una maggioranza e la superiorità degli ebrei. Gli “arabi” avrebbero potuto rimanere all’interno dei confini della nuova Nazione, ma solo se avessero accettato la loro condizione di inferiorità.

Anche allora Ben-Gurion temeva così tanto la presenza palestinese che lui e la milizia Palmach [“compagnie d’attacco”, forze paramilitari fondate all’epoca del protettorato britannico, ndtr.] organizzarono e condussero il Piano Dalet, [“Piano D”, redatto durante la prima fase della guerra arabo-israeliana del 1948, ndtr.] che provocò la Nakba – l’espulsione di 750.000 palestinesi, in concomitanza con la fondazione di Israele nel 1948.

Le comunità palestinesi sopravvissute alla guerra rimasero sotto la legge marziale per due decenni, sebbene non rappresentassero alcuna minaccia per la sicurezza.

Bollire la rana

Come ebreo americano, sono cresciuto con il sionismo progressista. Mi è stato insegnato sin da piccolo che Israele era uno Stato ebraico e democratico. Mi è stato insegnato ad essere orgoglioso della coesistenza reciproca di quei due termini. Ma la componente religiosa dell’identità israeliana, come è stata definita, preclude la democrazia; non possono coesistere. Mi ci sono voluti decenni per rendermene conto.

Mentre sarebbe sconsigliato tentare di eliminare o reprimere la religione in uno Stato Israele-Palestina veramente democratico, la religione dovrebbe essere separata dalla governance politica se questo Stato dovesse mai diventare normale.

Le religioni dei cittadini ebrei e palestinesi di Israele rimarranno determinanti per loro e per le loro identità. Se praticate in modo appropriato, arricchirebbero il tessuto dello Stato senza pregiudicare un gruppo religioso o etnico rispetto a un altro. Ma l’attuale regime israeliano ha molto in comune con la repubblica islamica iraniana, il protettorato islamico dell’Arabia Saudita o i talebani afgani piuttosto che con la democrazia occidentale.

Uno degli aspetti astuti dell’espansionismo sionista è quello di perseguire i suoi obiettivi gradualmente, piuttosto che tutti in una volta. La povera rana non si rende conto di essere bollita nella pentola fino a quando non è troppo tardi, perché la fiamma aumenta la temperatura gradualmente e quasi impercettibilmente.

Pertanto, Netanyahu ha già rinunciato alla sua proposta originale di annettere l’intera Valle del Giordano. Ora si sta baloccando con un'”annessione leggera”, che comprenda le principali enclavi di colonie di Ariel, Maaleh Adumim e Gush Etzion, lasciando intatto il resto del territorio. Ciò nasconde il fatto che una volta che questi blocchi diverranno parte di Israele, il territorio circostante risulterà palestinese solo di nome; tutto ciò che rimarrà sarà circondato da recinzioni, strade e infrastrutture israeliane. E Israele potrebbe, in un secondo momento, annettere il resto.

L’unica cosa positiva

In un recente webinar su Middle East Eye, il professor Rashid Khalidi [noto storico americano-palestinese, ndtr.] ha descritto l’annessione come “in gran parte un diversivo”, osservando che essa è in corso in un modo o nell’altro dal 1967, con le leggi israeliane già applicate in tutti i territori occupati.

“Dobbiamo pensare in termini più ampi rispetto al linguaggio strettamente diplomatico che è stato utilizzato. Israele ha iniziato ad annettere, costruendo la realtà di uno Stato unico, dal 1967. Questo [attuale piano di annessione] è solo un piccolo passo nel processo”, ha detto Khalidi, osservando che la proposta più limitata di Netanyahu riguardante le tre enclavi di insediamenti coloniali equivale a una “farsa”.

“Dovremmo parlare in termini molto più essenziali dei problemi strutturali sistemici che sarà necessario affrontare se questo problema deve essere risolto su una base giusta ed equa”, ha affermato.

Se c’è un lato positivo nel piano di annessione, è che i sionisti progressisti, i quali una volta denunciavano il movimento di boicottaggio e chiunque etichettava Israele come uno Stato di apartheid, sono stati costretti a fare i conti con il fallimento della loro visione.

Benjamin Pogrund, attivista anti-apartheid sudafricano, che ha trascorso decenni a combattere l’idea che Israele sia uno Stato di apartheid, ha recentemente dichiarato in un’intervista: “Se annettiamo la Valle del Giordano e le aree coloniali, siamo un’apartheid. Punto. Non ci sono dubbi al riguardo.”

I bantustan sudafricani [enclavi di confinamento razziale del Sudafrica dell’era dell’apartheid, n.d.tr.] “erano semplicemente una forma più raffinata di apartheid per mascherare la realtà”, ha aggiunto Pogrund, osservando che le conseguenze della prevista annessione da parte israeliana “saranno ovviamente estremamente gravi. I nostri amici nel mondo non saranno in grado di difenderci ”.

Crepe e divisioni

Allo stesso modo, anche il partito tedesco pro-Israele Die Linke [La Sinistra, ndtr.] ha chiesto di sanzionare Israele se questo programma andrà avanti. “Se il governo israeliano dovesse decidere di attuare l’annessione – ha affermato in una nota – Die Linke proporrà la sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele.

Questo protocollo UE è importante non solo perché offre a Israele scambi senza dazi doganali e privilegi degli Stati membri, ma anche per lo status che conferisce a Israele, sia in Europa che nel mondo. Perdere questi privilegi sarebbe un duro colpo economico e politico.

Come notato dal giornalista Ali Abunimah, la dichiarazione del partito, si avvicina all’abbandono della soluzione dei due Stati, che è il nucleo del sionismo progressista che Die Linke sostiene: “Di fronte all’apparente rifiuto del governo israeliano di un equa soluzione con due Stati, in cui i cittadini di entrambe le parti vivrebbero con pari diritti, Die Linke chiede pari diritti civili per palestinesi e israeliani “, ha affermato il partito.

“Per Die Linke, il seguente principio vale ovunque e sempre: tutti gli abitanti di ogni Paese dovrebbero godere di pari diritti, indipendentemente dalla loro religione, lingua o gruppo etnico.”

È importante non esagerare il significato di questi cambiamenti. Sicuramente segnano delle variazioni nelle fila dei sostenitori progressisti di Israele. Non vi sono, inoltre, dubbi sugli scivolamenti tettonici nella politica americana su Israele / Palestina, che hanno notevolmente ampliato il dibattito. Ma come abbiamo visto in passato, proprio come le placche tettoniche possono rompersi e dividersi, le forze geologiche possono riportarle di nuovo insieme.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Richard Silverstein

Richard Silverstein scrive sul blog Tikun Olam, dedicato ad esporre gli eccessi dello Stato di sicurezza nazionale israeliano. I sui lavori sono apparsi su Haaretz, Forward, Seattle Times e Los Angeles Times. Ha contribuito alla raccolta di saggi dedicata alla guerra del Libano del 2006, A Time to Speak Out [Un tempo per parlare a voce alta, ndtr.] (Verso) ed è autore di un altro saggio della raccolta, Israel and Palestine: Alternate Perspectives on Statehood [Israele e Palestina: punti di vista alternativi sulla governance] (Rowman & Littlefield)

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta




Nessun permesso di uscita per i palestinesi senza documenti

Ola Mousa

26 giugno 2020 – The Electronic Intifada

Khadija al-Najjar rovistava tra le fotografie dei suoi figli e nipoti agitandosi sempre più.

Alcuni dei suoi figli adesso vivono in Europa o in Nord America. Ma Khadija, di 72 anni, non può andarli a trovare. Non possiede né può ottenere un documento di identità palestinese nemmeno per cercare di andare da loro. Senza quello non ha nessun documento che le consenta di partire.

Non è l’unica. Secondo il locale ufficio del Ministero per gli Affari Civili dell’Autorità Nazionale Palestinese, a Gaza ci sono circa 5.000 palestinesi che condividono la sua stessa situazione. Israele ha interrotto la consegna di carte di identità destinate ai residenti della striscia costiera dopo il 2007, quando Hamas ha preso il totale controllo di Gaza togliendolo a Fatah, avendo vinto le elezioni parlamentari dell’anno precedente.

Kadijja e suo marito, Muhammad Issa al- Najjar, vivono nel quartiere di al-Rimal di Gaza City. Muhammad è nato nel 1945 a Masmiya al-Kabira, un villaggio palestinese nell’allora distretto di Gaza (attualmente sul lato israeliano del confine) che è stato spopolato con la forza e in gran parte distrutto durante la Nakba del 1948.

Ha studiato in Egitto prima della guerra del 1967 ed è uno di quelli che non si sono registrati nel censimento israeliano del 1967 della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.

Per questo motivo lui e la sua famiglia non hanno potuto tornare a Gaza fino al 1999 quando, sulla spinta di un’ondata di ottimismo sul processo di pace e della promessa che Gaza sarebbe diventata una versione araba della ricca e dinamica Singapore, lo hanno appunto fatto.

Siamo entrati a Gaza con permessi temporanei, dato che i miei parenti vivono a Gaza”, ha detto Muhammad. Ma solo metà della famiglia è riuscita ad ottenere carte di identità permanenti. “Abbiamo fatto domanda di ricongiungimento familiare; (i miei figli) Nasser, Razan ed io le abbiamo ottenute. Purtroppo mia moglie, Ahmad e Lina non ci sono riuscite.”

Khadijja si arrabbia quando guarda la sua carta di identità temporanea. Non le serve a niente. Non vede sua figlia Lamis, di 41 anni, che vive nel Regno Unito, da 20 anni. Nasser, di 38 anni, ha vissuto in Canada negli ultimi 5 anni. Ha anche dei fratelli a Dubai che spera di andare a trovare.

La madre dei cinque figli spera ancora di ottenere una carta di identità, ma nonostante abbia fatto diverse richieste alle autorità competenti a Ramallah nella Cisgiordania occupata, le è stato sempre detto che la decisione spetta agli israeliani.

Mi sembra di essere in prigione; non posso vedere i miei figli e i miei nipoti né celebrare Hajjj o Umrah. Quando mio figlio Nasser era a Gaza, stava per ottenere un lavoro in una banca, ma è stato escluso quando hanno saputo che non aveva una carta di identità”, ha raccontato Khadijja a The Electronic Intifada.

In trappola

Almeno Mahmoud Mufid Abdel-Hadi, di 40 anni, ha un lavoro. Benché non possegga una carta di identità palestinese, ha trovato impiego come project manager nel settore delle ONG. I suoi genitori avevano lasciato Gaza prima del 1967 per andare a lavorare negli Emirati Arabi Uniti, dove Mahmoud è nato, e la famiglia non ha potuto tornare facilmente dopo il 1967 e l’occupazione.

Il processo di pace e la creazione dell’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) hanno cambiato tutto per Abdul-Hadis, i Najjars e decine di migliaia di altri che sono tornati nei territori occupati negli anni ’90, dopo la firma degli Accordi di Oslo.

Mahmoud è tornato a Gaza con la sua famiglia nel 1998. Erano otto, ma solo due hanno ottenuto le carte di identità. Lui, i suoi genitori ottantenni e tre dei suoi fratelli sono tra i 5.000 palestinesi che aspettano di ottenerle.

Siamo vittime delle attuali circostanze politiche. Per quel che so, la pratica per la carta di identità è chiusa. Israele, che non fa che discriminare i palestinesi, non ha interesse ad aiutarci a Gaza. Purtroppo l’ANP, che è parte del negoziato, si è mostrata debole di fronte agli israeliani”, ha detto.

Ma Mahmoud ritiene i leader politici palestinesi di tutte le fazioni responsabili della mancata soluzione di questa questione con Israele.

Queste pratiche dovrebbero essere tra i principali elementi dei negoziati, accanto a questioni come quella dei prigionieri”, ha detto a The Electronic Intifada. “A Gaza Hamas ne porta la responsabilità in quanto fazione dominante.”

Si è dichiarato frustrato dal fatto che la questione delle carte di identità non è più prioritaria.

Siamo in una prigione a cielo aperto, condannati a vita. Senza documenti di identità non abbiamo potuto uscire da Gaza da quando siamo arrivati”, ha detto.

L’ultima parola

Il blocco è interamente causato dagli israeliani, ha detto Saleh al-Ziq, del Ministero per gli Affari Civili di Gaza.

Migliaia di palestinesi vivono attualmente a Gaza senza documenti di identità. Il ministero non ha ricevuto l’autorizzazione israeliana per emettere le loro carte di identità”, ha detto al-Ziq a The Electronic Intifada.

Le 5.000 persone in questione erano l’ultimo gruppo il cui status dei documenti di identità era in corso di trattativa quando Hamas ha preso il controllo di Gaza nel 2007, ha detto al-Ziq. Per la maggior parte si sono trasformati in permessi temporanei a fronte della domanda di ricongiungimento familiare. Quando le trattative sono state interrotte lo status di queste persone non è mai stato risolto.

In base agli accordi tra Israele e l’OLP degli anni ’90, Israele ha l’ultima parola sui documenti di identità. Mentre è l’ANP ad emettere le carte di identità, Israele emette i loro numeri, senza i quali esse non sono valide. Le informazioni contenute nelle carte sono scritte sia in arabo che in ebraico.

Purtroppo alle persone senza carta di identità sono negati i fondamentali diritti sociali e politici. Israele rifiuta di concedere le carte con il pretesto del dominio di Hamas sulla Striscia di Gaza. Non so quale forma di minaccia le carte di identità costituiscano per Israele.”, ha detto al-Ziq, aggiungendo di sperare che la questione possa risolversi presto.

Iman al-Sir, di 30 anni, è originaria di Jaffa. Disponendo solamente di un documento temporaneo, non si è mai sentita stabilizzata in Palestina, ha detto a The Electronic Intifada.

Iman è cresciuta nel campo profughi di Yarmouk a Damasco, ma è tornata a Gaza con sua madre nel 2012 a causa del conflitto in Siria. Suo nonno era stato espulso in Egitto ed è andato in Siria dopo la guerra del 1967, durante la quale aveva combattuto con gli eserciti arabi.

Fin dalla mia infanzia mio padre ci ha sempre parlato della Palestina e della nostra terra a Jaffa, da cui siamo stati sradicati. La prima volta che io ho visto un soldato israeliano è stato in televisione nel 2000.”

Ha detto che per molti anni, prima di poterlo fare realmente, aveva desiderato tornare a vivere in Palestina.

Tuttavia quando sono arrivata a Gaza ho scoperto che è l’occupazione israeliana che controlla la mia identità. Che razza di pace è questa? Come si può promuovere la pace con uno Stato che non riconosce la tua esistenza?”

Ha detto a The Electronic Intifada che se avesse saputo che sarebbe finita in una “prigione a cielo aperto”, avrebbe affrontato il pericoloso viaggio verso l’Europa, intrapreso da tanti rifugiati siriani.

Almeno in Europa non avrei mai dovuto provare l’esperienza dell’occupazione israeliana che decide se io sono o non sono palestinese”.

Ola Mousa è un’artista e scrittrice di Gaza.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Qual è il futuro della resistenza popolare palestinese a Gaza? Un colloquio con la giornalista Wafaa Aludaini

Ramzy Baroud e Romana Rubeo

2 giugno 2020 – Palestine Chronicle

Wafaa Aludaini è una testimone di molte delle recenti tragedie di Gaza ed anche della sua resistenza senza fine. Ha sperimentato la violenta occupazione israeliana, il successivo blocco dell’impoverita Striscia e varie guerre che hanno portato alla morte e al ferimento di decine di migliaia di palestinesi.

Ma nessuna delle guerre di Israele ha ha avuto un tale impatto sulla vita di Aludaini quanto il massacro del 2014 che Israele ha denominato “operazione Margine Protettivo”.

Tra le circa 18.000 case distrutte dalle bombe israeliane lo sono state anche una della famiglia di Wafaa e l’altra della famiglia di suo marito.

Durante i bombardamenti durati 51 giorni le infrastrutture di Gaza, già in rovina in seguito a precedenti guerre e a un lungo assedio, hanno subito un pesante colpo.

La perdita più insostituibile è stata quella di vite umane, in quanto 2.251 palestinesi sono stati uccisi e oltre 11.000 feriti, molti dei quali mutilati per sempre.

Tuttavia guerra e assedio hanno solo rafforzato la risolutezza di Wafaa in quanto si è impegnata ancor di più nell’informare da Gaza, sperando di svelare verità a lungo nascoste e sfidare la narrazione prevalente dei media e gli stereotipi più diffusi.

Durante la “Grande Marcia del Ritorno”, un movimento popolare iniziato il 30 marzo 2018, Wafaa si è unita ai manifestanti informando giornalmente dell’uccisione e del ferimento di giovani disarmati che accorrevano nei pressi della barriera che separa Gaza da Israele per chiedere la libertà e i propri diritti umani fondamentali.

Infuriati dai quotidiani slogan dei rifugiati di “Fine all’assedio” e “Palestina libera” e dall’insistenza risoluta sul loro “Diritto al Ritorno” ai villaggi d’origine in Palestina, che subirono la pulizia etnica durante la nascita violenta di Israele nel 1948, i cecchini israeliani hanno aperto il fuoco. Nei primi due anni della Marcia [del Ritorno] sarebbero stati uccisi oltre 300 palestinesi e migliaia feriti.

Aludaini era là durante tutta questa dura prova, informando su morti e feriti, consolando famiglie in lutto e partecipando anche a un momento storico, quando tutta Gaza si è sollevata e si è unita dietro a un unico canto di libertà.

Aludaini non è stata una tipica giornalista che corre dietro ad una storia nei pressi della barriera, in quanto è stata sia la storia che la narratrice.

Sono una giornalista, ma anche una rifugiata. I miei genitori furono espulsi dal loro villaggio in Palestina, che oggi è Israele,” afferma.

Non è facile essere giornalista a Gaza, perché ogni giorno rischi di essere uccisa, ferita o arrestata dalle forze di occupazione israeliane. Di fatto molti giornalisti sono stati uccisi dal fuoco israeliano in questo modo.”

Sul perché abbia scelto il giornalismo come professione benché abbia studiato letteratura inglese in un’università di Gaza, Aludaini sostiene che più ha compreso come i principali mezzi di informazione raccontano della Palestina più si è sentita frustrata dalla descrizione scorretta della Palestina e della lotta dei palestinesi.

I giornalisti che propongono la narrazione sulla Palestina nei principali media stanno in un certo modo aiutando l’occupazione israeliana a uccidere più persone innocenti in Palestina, e in particolare nella Striscia di Gaza. Stanno rafforzando la gente (gli israeliani) che ci espulse nel 1948, incoraggiandola a violare le leggi internazionali,” dice Aludaini.

Chiedo a loro di venire qui, in Palestina, a vedere con i propri occhi, a vedere il muro dell’apartheid, a vedere i checkpoint, a vedere quello che sta succedendo nelle carceri israeliane. Solo dopo che avranno visto con i propri occhi potranno dire la verità, perché i giornalisti dovrebbero dire la verità e stare dalla parte dell’umanità, indipendentemente dalla religione e di qualunque altra cosa.”

Allo stesso modo Aludaini sfida i “difensori dell’occupazione israeliana” a venire in Palestina e ad “ascoltare le persone a cui sono stati uccisi i figli; quelle che sono state espulse dalle proprie case. In ogni casa in Palestina c’è una storia di sofferenza, ma non troverai mai (queste storie) nei media più importanti.”

Riguardo alla Grande Marcia del Ritorno Aludaini afferma che è stata “una protesta popolare, in cui la gente di Gaza si è riunita presso la barriera di separazione tra Gaza e Israele” per manifestare varie forme di resistenza centrate soprattutto sulla resistenza culturale.

I manifestanti hanno portato avanti varie forme di “attività tradizionali, come ballare la dabka [ballo tipico palestinese, ndtr.], cantare vecchie canzoni, cucinare piatti palestinesi,” afferma Aludaini, notando che le scene più toccanti sono state quelle di “anziani palestinesi che portavano le chiavi delle case da cui vennero espulsi a forza nel 1948 durante la Nakba,” cioè la Grande Catastrofe.

Questa forma di resistenza popolare non è nuova per i palestinesi, in quanto essi hanno sempre usato tutti i mezzi a disposizione per lottare per i propri diritti, contro l’occupazione (militare israeliana), come le proteste settimanali (alla barriera di Gaza), o (l’atto simbolico di) lanciare pietre. Persino quando i gazawi hanno fatto ricorso alla resistenza armata la gente non ha mai smesso si mettere in atto anche forme di resistenza popolare.”

Ma questa è la fine della Marcia del Ritorno?

Aludaini dice che la Marcia non è finita, tuttavia la strategia verrà ridefinita per ridurre il numero di vittime.

Dopo circa tre anni di proteste l’Alto Comitato della Grande Marcia del Ritorno ha deciso di cambiare l’approccio delle proteste. D’ora in avanti le marce si terranno solo in occasioni nazionali invece che ogni settimana, perché Israele usa forze letali contro manifestanti pacifici e disarmati.”

Secondo Aludaini il ministero della Salute di Gaza, già in crisi per la mancanza di materiale sanitario, elettricità e acqua potabile, non può più sostenere la pressione di morti e feriti quotidiani.

La stessa Aludaini ha passato molte ore negli ospedali di Gaza, a intervistare e confortare i feriti. Ci ha detto di una madre di Gaza con quattro figli che ha partecipato ogni venerdì senza mai mancare alla Marcia. “Un giorno è stata colpita a una gamba, e faceva fatica a camminare. Ma il venerdì seguente è tornata alla barriera. Quando le ho chiesto perché fosse tornata nonostante la ferita mi ha detto: ‘Non permetterò mai agli israeliani di rubare la mia terra. Questa è la mia terra, questi sono i miei diritti e tornerò continuamente (a difenderli).’”

Per Aludaini è la resilienza di quelle persone apparentemente ordinarie che la ispira e le dà speranza.

Un’altra storia riguarda una diciannovenne che implorava continuamente i suoi genitori di unirsi alle proteste. Quando finalmente hanno ceduto, la giovane è stata colpita a un occhio da un cecchino. Aludaini e i suoi compagni sono corsi all’ospedale per dimostrare solidarietà alla manifestante che aveva perso un occhio per poi trovarla con il morale alto, più forte e determinata che mai.

Ci ha detto che appena avesse lasciato l’ospedale pensava di tornare alla barriera.”

Aludaina smentisce la “propaganda israeliana” secondo cui le sue guerre e la continua violenza a Gaza sono motivate dall’autodifesa. Se così fosse “perché Israele prende di mira la Cisgiordania, anch’essa sottoposta all’annessione e all’apartheid?” chiede.

(In genere) non c’è resistenza armata (in Cisgiordania), ma nonostante ciò (l’esercito israeliano di occupazione) continua ogni giorno ad uccidere persone.”

Aludaini, frustrata dalla scarsa importanza data agli studi mediatici nelle università di Gaza, è determinata a continuare il suo lavoro come giornalista e come attivista perché, quando i media non denunciano i crimini di Israele a Gaza, sono persone come Wafa Aludaini che fanno la differenza.

Ramzy Baroud è giornalista ed editore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è “Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle carceri israeliane” (Clarity Press, Atlanta). Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA), Istanbul Zaim University (IZU).

Romana Rubeo è una giornalista italiana e caporedattrice di The Palestine Chronicle. I suoi articoli sono apparsi su molti giornali online e riviste accademiche. Ha conseguito un Master in Lingue e letterature straniere ed è specializzata nella traduzione audiovisiva e giornalistica.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La terra, radice della narrazione nazionale israeliana

Mehdi Belmecheri-Rozental

26 maggio 2020 – Orient XXI

Per lo Stato israeliano la storia palestinese non può esistere, perché perturberebbe la narrazione nazionale, basata sulla continuità storica dai tempi biblici alla fondazione di Israele. In nome di questo rapporto con la terra che sarebbe esclusivo, la politica israeliana fa di tutto per spogliare la memoria palestinese delle sue tradizioni e della sua cultura.

Ogni Nazione ha i suoi miti fondatori, scrive un’autorappresentazione nazionale al servizio dei propri interessi. Per la giovane Nazione israeliana una frase serve da matrice per la costruzione di questo immaginario: “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Questa affermazione più volte smentita definisce ancor oggi la strategia israeliana per costruire la propria narrazione nazionale e dimostrare la legittimità di Israele su questa terra. Come diceva nel 1998 Ariel Sharon: “Tutti si devono muovere, correre a impossessarsi di quante più colline possibile per ingrandire le colonie, perché tutto quello che prenderemo rimarrà nostro”. La colonizzazione è, in effetti, una delle linee guida di tutti i governi che da decenni si sono succeduti alla testa del Paese.

Per Israele la posta in gioco non è solamente conquistare ettari di terreno in più, ma anche iscrivere la propria presenza su questa terra all’interno di una lunga storia. Nei territori palestinesi occupati come dall’altra parte del muro di separazione, ieri come oggi sono visibili le tracce di questa lotta per affermarsi come padrone della terra.

Non è facile sradicare la presenza di un popolo. Nel 1948, quando venne creato Israele, centinaia di migliaia di palestinesi abbandonarono in tutta fretta i loro villaggi per sfuggire alle milizie sioniste e all’esercito israeliano. Quest’ultimo fu il primo a utilizzare il termine “Nakba” (catastrofe) minacciando quei contadini in un volantino: “Se volete sfuggire alla Nakba, evitare il disastro, un inesorabile sterminio, arrendetevi.” Tuttavia questo termine è diventato un tabù nella società israeliana. La Nakba la ossessiona perché il suo ricordo scrosta la vernice israeliana. Se Israele riconoscesse di aver espulso con la violenza 800.000 palestinesi, confesserebbe la legittimità del diritto al ritorno dei loro discendenti. Come spiega il ricercatore Thomas Vescovi, l’idea “che al momento della creazione del Paese i suoi combattenti non siano stati vittime ma carnefici rovinerebbe la ‘purezza delle armi’, di cui si fregia l’esercito detto ‘di difesa’ di Israele.” È in questa prospettiva che Israele ha lavorato per cancellare la storia palestinese, per meglio riscrivere la propria.

Un villaggio nascosto sotto i cactus e i pini

A nord di Nazareth Emad mi accompagna sulle rovine del villaggio di Saffuriyya. Vi si reca regolarmente con i giovani palestinesi che vivono in Israele. Il suo obiettivo è di non lasciare che Israele soffochi il ricordo di questi luoghi. David Ben Gurion aveva detto: “Dobbiamo fare di tutto per assicurarci che i palestinesi non tornino più, i vecchi moriranno e i giovani dimenticheranno.”

Emad cerca di lottare contro questa cancellazione delle tracce della vita dei palestinesi. Girando per questi luoghi è difficile vedere i resti di questo villaggio. Ma Emad, grazie alle ricerche fatte e a numerosi documenti, racconta la sua storia. Davanti a un campo di cactus e a un bosco di pini ci spiega che sono stati piantati dagli israeliani per far sparire le tracce del villaggio, una pratica frequente in Israele. Un po’ più lontano, sulla cima di una collina, come per nascondere per sempre nella loro ombra i ruderi palestinesi, sono stati costruiti dei villaggi israeliani: Tzippori, ha-Solelim, Allon ha -Galil Hosha’aya.

E il villaggio di Saffuriyya non è affatto l’unico. Se Amadou Hampâté Bâ sosteneva che “in Africa quando muore un anziano è una biblioteca che brucia”, il motto si ripete in Palestina. Il villaggio di Lifta è uno dei pochissimi che non sia stato distrutto o nascosto, anche se il luogo è molto degradato. Yacoub è la memoria dei luoghi. Nel corso della visita alle rovine del villaggio mostra e parla con nostalgia dei forni tradizionali in cui sua madre faceva cuocere il pane. Questa terra che li ha nutriti è oggi minacciata di distruzione dalla vicina autostrada e dai programmi immobiliari in progetto che fioriscono nel quadro della colonizzazione di Gerusalemme.

In territorio israeliano ci sono centinaia di villaggi distrutti. L’Ong israeliana “Decolonizer”, fondata da due antropologi, ha creato una mappa che censisce tutte le località palestinesi demoliti dal XIX secolo fino ai giorni nostri, così come i villaggi palestinesi minacciati di distruzione. Questa mappa è un prezioso strumento di memoria contro i progetti dello Stato israeliano che si impegna a cancellare la storia palestinese per radicare meglio la propria storia in quelle terre.

In questo progetto Israele ridisegna anche i paesaggi, sradicando gli alberi che segnano una presenza storica palestinese e piantandone altri. Nel parco Ayalon-Canada, tra Tel Aviv e Gerusalemme, le rovine di tre villaggi palestinesi, Yalou, Imwas e Beit Nouba, distrutti nel 1967, sono invisibili, coperte dagli alberi. L’antropologa Chiristine Pirinoli ha quindi fatto una ricerca su come Israele ha cancellato la Palestina trasformandone il paesaggio: “Rimboschire, disboscare, piantare e sradicare sono azioni efficaci per agire sul paesaggio e trasformarlo in modo permanente – sono i mezzi per appropriarsi dello spazio e consolidare la propria supremazia; d’altra parte l’albero è il simbolo stesso del radicamento di un popolo sulla propria terra. In questo caso è al contempo il sostegno della memoria nazionale e una garanzia dell’appropriazione di una terra contesa.” Effettivamente “da una parte, rappresentando il successo di mettere radici nell’ ‘antica patria’, garantisce una continuità simbolica tra il passato descritto nella Torah e il presente; dall’altra consente di cancellare dalla terra ogni segno della storia palestinese che rischia di minacciare la sua trasformazione in territorio nazionale ebraico.”

Scavi di dimensione ideologica

Per sostituire la propria memoria a quella palestinese Israele investe anche negli scavi archeologici. A Gerusalemme, Hebron, Sebastia, ovunque Israele perfora e scava il terreno. Per affermarsi come proprietario legittimo di questa terra lo Stato israeliano intraprende o appoggia degli scavi archeologici per dimostrare una continuità storica tra il passato dei libri sacri e la sua creazione. Qualche anno fa il primo ministro Benjamin Netanyahu ha sostenuto che “Israele non occupa una terra straniera: l’archeologia, la storia e il buon senso dimostrano che noi abbiamo dei legami particolari con questo territorio da più di tremila anni.” Dall’inizio dell’occupazione di Gaza e della Cisgiordania, nel 1967, Israele ha realizzato degli scavi totalmente illegali nei territori palestinesi occupati.

A Gerusalemme gli scavi sono ampiamente visibili nella Città Vecchia, ma anche fuori dalle sue mura. Mahmoud, membro della comunità africana a Gerusalemme, una piccola comunità di musulmani originari del Senegal, del Ciad e del Niger che vive qui da parecchi secoli, è una delle memorie storiche della città. Guidandomi per le strade di Gerusalemme parla degli scavi archeologici di Israele nella Città Vecchia. Spiega che nel 1967, all’indomani della guerra dei Sei Giorni, Israele si è affrettato a radere al suolo il quartiere Harat al-Magharba (quartiere dei maghrebini). Esso si trovava ai piedi del Muro del Pianto. Vi risiedevano centinaia di abitanti e vennero distrutti edifici storici, costruiti in epoca ayyubide [dinastia curdo-musulmana fondata dal Saladino e durata dal 1174 al 1250, ndtr.].

Arrivando sulla spianata che si trova davanti al muro è impossibile immaginare che abbia preso il posto di un quartiere arabo raso al suolo. In compenso sono visibili grandi scavi. Sono stati intrapresi sotto la Spianata delle Moschee, con il rischio di indebolire le fondamenta su cui si trovano la moschea di Al Aqsa e la Cupola della Roccia. Questi lavori hanno come scopo ritrovare le tracce del tempio di Erode e di affermare la legittimità di Israele su questo spazio sacro. Nella società israeliana molte voci reclamano la ricostruzione del tempio e quindi la distruzione delle due moschee.

Nel 2016 l’Unesco ha adottato una risoluzione contro la politica israeliana in questi luoghi che appartengono al patrimonio dell’umanità. All’esterno delle mura della Città Vecchia, nel quartiere di Silwan, a Gerusalemme est, anche una Ong sionista, Elad, scava per trovare l’originaria città di David. Gli scavi hanno danneggiato numerose case palestinesi in un quartiere che subisce la colonizzazione israeliana.

Dal 1967, nella più totale illegalità rispetto al diritto internazionale, sono stati realizzati da parte del governo o di Ong israeliane centinaia di scavi nei territori occupati. A Sebastia, per esempio, il villaggio è minacciato dagli scavi archeologici che intendono dimostrare che questo territorio è il sito della Samaria biblica. Di fronte alla forza militare israeliana gli abitanti del villaggio, come nel resto dei territori palestinesi occupati, hanno difficoltà a lottare contro questo fenomeno.

A Hebron si riscontra lo stesso processo attorno alla Tomba dei Patriarchi, dove i coloni portano avanti degli scavi per dimostrare in base ai racconti biblici la legittimità della loro presenza, cacciando al contempo i palestinesi dalle loro case con la violenza. La narrazione nazionale israeliana si costruisce con i bulldozer e distrugge ogni altra memoria che la potrebbe ostacolare.

La cucina come rapporto con la terra

Per inserirsi al meglio in questo spazio millenario, Israele non esita neppure ad appropriarsi della cucina palestinese. Nel campo di rifugiati di Ein El-Sultan, limitrofo a Gerico, Khader, un abitante del campo, invita a condividere una scodella di hummus e un piatto di dajaj mahlous a base di pollo, riso e sumac, una spezia acidula coltivata soprattutto nei dintorni di Jenin, nel nord della Cisgiordania. Evoca una cultura gastronomica palestinese di “condivisione e convivialità”, tradizione venuta “dalle nostre campagne”. Khader si indigna quando evoca le vicine colonie “che ci rubano le terre, l’acqua e gli alberi.” Gerico si trova alle porte della valle del Giordano, di cui Israele prepara l’annessione. Questa valle è la zona più fertile della Palestina e l’86% dei terreni agricoli è stato rubato dai coloni israeliani, che si impossessano dei frutti di questa terra etichettandoli come “prodotti in Israele”. E questa appropriazione delle coltivazioni arriva fin nel piatto.

Nelle strade di Tel Aviv è frequente trovare ristoranti che cucinano questi piatti palestinesi con l’etichetta di “cucina israeliana”. Per Israele l’appropriazione culinaria dei piatti della Palestina e dei Paesi vicini si iscrive nella ricerca della stesura della propria narrazione nazionale, con l’eredità gastronomica a segnare il rapporto agricolo con questa terra. Rania, cuoca palestinese, spiega che “è una strategia israeliana molto aggressiva. È pura propaganda, il tentativo di ridefinirsi positivamente attraverso il cibo. […] È così che per un mese su una rete nazionale il pubblico francese si è beccato la promozione della “gastronomia israeliana” attraverso la trasmissione condotta dallo chef Cyrill Lignac: “Uno chef in Israele.”

Di fronte a questa situazione i palestinesi contrattaccano. Rania ha deciso di aprire un centro culturale, “ARDI”, per farne l’“incrocio di tutte le nostre eccellenze, che siano gastronomiche o artistiche. Un luogo per degustare un piatto tradizionale palestinese, rifornirsi di spezie palestinesi o orientali […] ARDI mi permette anche di mantenere un legame concreto con la Palestina e di sviluppare dei progetti con le donne di laggiù: la mia grafica è una giovane palestinese di Ramallah, le spezie saranno prodotte da cooperative di donne ed è in corso una collaborazione con le fabbriche di ceramica.” Così vengono diffuse forme di resistenza per difendere le radici dei palestinesi in questa terra.

Israele impone quindi con la forza la sua volontà di radicare la propria Nazione a spese di ogni altra memoria e cultura, dissoda questa terra patrimonio dell’umanità e del popolo palestinese per farne scomparire i semi e insediarvisi meglio. Ma costruire un Paese e unire una Nazione su un immaginario riduttivo sacrificando la memoria dell’Altro non è un simbolo di un nazionalismo disgustoso, origine di troppi conflitti?

Mehdi Belmecheri-Rozental

Laureato in scienze sociali all’École des hautes études [Scuola di Studi Superiori] (EHESS), la sua tesi ha riguardato “Il video come strumento di lotta in Palestina”.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)




Decenni di perdite: lettere di un secolo fa evidenziano le radici della resistenza palestinese

Jihad Abu Raya

22 maggio 2020 – Middle East Eye

Lettere di lamentele scritte da palestinesi nel 1890 e nel 1913 rivelano l’impatto del colonialismo sionista di insediamento

L’avvio del progetto sionista e la fondazione dei primi insediamenti in Palestina alla fine del XIX secolo diede inizio a una sistematica e deliberata campagna per espellere e cacciare i palestinesi dalla loro terra.

La resistenza palestinese a questi tentativi era a volte disorganizzata e limitata da ristrettezze economiche, ma gli scritti sionisti in merito non hanno trasmesso la vera immagine di quanto avvenne.

Tuttavia due lettere inviate da palestinesi nel 1890 e nel 1913 al Gran Visir [equivalente di un primo ministro, ndtr.] dell’impero ottomano a Istanbul gettano luce su questa situazione.

Contadini beduini e palestinesi che vivevano nelle zone rurali furono le prime comunità colpite dalla costruzione dell’insediamento sionista nel XIX secolo. Vessazioni ed aggressioni da parte dei coloni aumentarono, nel tentativo di espellere le famiglie palestinesi che avevano vissuto sulla propria terra da centinaia di anni.

Nonostante il loro modo di vita molto semplice, queste comunità palestinesi capirono rapidamente i pericoli del colonialismo di insediamento. Non è quindi sorprendente che il movimento per resistere all’occupazione sionista si sia inizialmente manifestato all’interno delle comunità di contadini e beduini, la cui sopravvivenza dipendeva proprio dalla terra.

Dalla fine del XIX secolo fino alla creazione di Israele nel 1948 vennero documentati molti scontri tra quelle comunità e i coloni sionisti.

I primi arrivi dei coloni furono improvvisi e scioccanti per gli abitanti palestinesi. Non potevano comprendere le affermazioni dei coloni secondo cui essi erano i proprietari della terra e che gli abitanti se ne dovessero andare dalle proprie case con i loro prodotti agricoli ancora da raccogliere. Essi erano i reali e concreti proprietari della terra in quanto l’avevano dissodata, coltivata e abitata per centinaia di anni.

All’inizio del colonialismo britannico in Palestina, nel 1917, c’erano circa 47 colonie sioniste, concentrate a nord e al centro del Paese, costruite su circa 55.000 dunam [5.500 ettari, ndtr.] di terra confiscata.

Venduta a stranieri”

Nella sua lettera, inviata nel 1890, il clan palestinese al-Sataria, che viveva a Khirbet Darwan, si lamentava presso il Gran Visir dell’ingiustizia, dei maltrattamenti e delle aggressioni seguiti alla fondazione sulla loro terra dell’insediamento di Rehovot.

Recentemente il supremo Stato ottomano ha venduto la terra di Khirbeh a persone ricche del posto. I vostri fedeli servitori non hanno manifestato nessuna obiezione in merito, perché i nuovi proprietari della terra erano consapevoli che noi coltiviamo il podere e ci siamo occupati di esso da tempo immemorabile. Non hanno cercato né di intralciarci né di espellerci dai luoghi in cui abitiamo o dai nostri terreni agricoli,” affermava la lettera.

Tuttavia in questo caso la fattoria è stata venduta a stranieri che sono venuti con molti soldi e risorse economiche… Hanno iniziato ad espellerci dai luoghi in cui abitiamo e ad impedirci di arare la terra.”

Contro molte delle nuove colonie vennero presentate al Gran Visir lamentele, che dimostrano che i palestinesi, nonostante le loro ridotte possibilità e le consistenti risorse economiche e il sostegno ufficiale di cui godevano gli stranieri, non si arresero allo status quo.

Tali lettere erano una attestazione da parte degli abitanti palestinesi che avrebbero resistito all’ingiustizia che avevano davanti agli occhi – parte di una resistenza organizzata contro i tentativi di cacciarli dalle loro terre e di depredarli dei loro diritti. La lettera dei palestinesi del clan Sataria rivela la loro consapevolezza del proprio diritto di rimanere sulla loro terra; lo Stato che trasferisce la proprietà a ricchi stranieri potrebbe concedere al proprietario i diritti su alcuni raccolti, ma non il diritto di espellere coloro che vivono lì.

Lettura critica

La lettera non fa riferimento ai metodi utilizzati dai coloni per espellere e cacciare gli abitanti palestinesi, né menziona i piani per ostacolare la sopravvivenza della nuova colonia e impedire quindi la propria espulsione. Ma una lettura attenta e critica dei documenti scritti dai coloni di Rehovot e delle vicine colonie getta una luce su questo punto.

Molte fonti ebraiche che documentano la fondazione di queste colonie affermano che la zona era spopolata e in abbandono, e che i nuovi coloni portarono la salvezza e un’opportunità di crescita. Ciò corrispondeva allo slogan sionista di una “terra senza popolo per un popolo senza terra.”

La lettera del clan Sataria smentisce categoricamente questa affermazione, mettendo in evidenza gli abitanti che avevano a lungo vissuto là e coltivato la terra.

Altre fonti ebraiche suggeriscono che gli arabi in quella zona fossero aggressori violenti, che saccheggiavano e rubavano la proprietà dei coloni e non rispettavano i diritti dei coloni sulla loro terra. Mentre il clan Sataria considerava un diritto legittimo continuare a raccogliere i prodotti nelle proprie terre, i nuovi coloni lo ritenevano un saccheggio e un furto.

Disordini singolari”

Decenni dopo, nel 1913, un’altra lettera al Gran Visir venne firmata da decine di mukhtar [capo villaggio, ndtr.] e da autorità giuridiche dei villaggi nei pressi delle colonie ebraiche, compresi quelli di Zarnuqa, al-Qubayba, Yibna, al-Maghar ed altri, senza la partecipazione di rappresentanti delle città vicine.

Gli abitanti dei villaggi si lamentavano del comportamento dei nuovi coloni, citando “le loro aggressioni contro i nostri villaggi, le uccisioni, i furti e gli stupri”. La lettera nota che, in mezzo a questi attacchi, “siamo stati gravemente sconvolti e subiamo disordini singolari finché, dio non voglia, la necessità ci obblighi ad emigrare dalla nostra patria, nonostante il nostro amore e affetto per essa.”

La lettera afferma: “Qualunque contadino passi sulla strada è rapinato e picchiato e gli prendono i vestiti e i soldi. Chiunque osi sfidarli viene ucciso, e sparano proiettili veri a chi passa sulla pubblica via.”

Firmata dai rappresentanti di vari villaggi e cittadine, la lettera evidenzia la sensazione di pericolo collettivo provata dai cittadini palestinesi dell’epoca, decenni prima della Nakba [la catastrofe, cioè la cacciata dei palestinesi a partire dal 1947-48, ndtr.]. I firmatari non dicono come rispondevano ai soprusi da parte dei nuovi coloni, ma documenti nell’archivio di Rehovot affermano che gli abitanti del villaggio di Zarnuqa uccisero uno dei coloni.

Nelle aree palestinesi adiacenti alle colonie sioniste contadini e beduini guidarono la lotta contro il colonialismo, una lotta che continua fino a nostri giorni.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Jihad Abu Raya è un avvocato ed attivista palestinese che vive nel nord di Israele. È uno dei fondatori del movimento Falestaniyat.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il piano di annessione di Israele è la riproposizione della Nakba

David Hearst

15 maggio 2020 – Middle East Eye

Nella sua visione attuale Israele conosce un solo percorso: intensificare il suo dominio su un popolo a cui ha rubato e continua a rubare la terra

Gli anniversari commemorano eventi passati. E sarebbe lecito pensare che un evento accaduto 72 anni fa faccia parte davvero nel passato.

Questo è vero per la maggior parte degli anniversari, tranne che nel caso della Nakba, il “disastro, catastrofe o cataclisma” che segna la ripartizione del Protettorato della Palestina del 1948 e la creazione di Israele.

La Nakba non è un evento passato. Da allora, la spoliazione di terre, case e la creazione di rifugiati è proseguita quasi senza sosta. Non è qualcosa che è successo ai nostri nonni.

Succede o potrebbe succedere a noi in qualsiasi momento della nostra vita.

Un disastro ricorrente

Per i palestinesi la Nakba è un disastro ricorrente. Nel 1948 almeno 750.000 palestinesi furono sfollati dalle loro case. Un numero ulteriore, da 280.000 a 325.000, abbandonarono nel 1967 le loro abitazioni situate nei territori conquistati da Israele.

Da allora, Israele ha escogitato mezzi più sottili per spingere i palestinesi fuori dalle loro case. Uno di questi strumenti è la revoca della residenza. Tra l’inizio dell’occupazione israeliana di Gerusalemme est nel 1967 e la fine del 2016, Israele ha revocato, nella Gerusalemme est occupata, lo status di almeno 14.595 palestinesi.

Altri 140.000 abitanti di Gerusalemme est sono stati “tacitamente trasferiti” dalla città nel 2002, con la costruzione del muro di separazione, attraverso il blocco dell’accesso al resto della città. Quasi 300.000 palestinesi di Gerusalemme est possiedono una residenza permanente rilasciata dal ministero degli interni israeliano.

Due aree sono state tagliate fuori dalla città, sebbene si trovino all’interno dei suoi confini municipali: Kafr ‘Aqab a nord e Shu’fat Refugee Camp a nord-est.

I residenti dei quartieri in queste aree pagano le tasse municipali e di altro genere, ma né le istituzioni comunali di Gerusalemme né quelle governative si occupano di questo territorio o lo considerano sottoposto alla loro responsabilità.

Di conseguenza, queste parti di Gerusalemme est sono diventate terra di nessuno: la città non fornisce servizi comunali di base come la rimozione dei rifiuti, la manutenzione delle strade e l’istruzione, e mancano le aule e le strutture per gli asilo nido.

Gli impianti idrici e fognari non soddisfano i bisogni della popolazione, tuttavia le autorità non fanno nulla per ripararli. Per raggiungere il resto della città, i residenti devono quotidianamente passare sotto le forche caudine dei posti di blocco.

Un altro strumento di esproprio è l’applicazione della Legge sulla Proprietà degli Assenti, che, quando venne approvata, nel 1950, fu concepita come fondamento per poter trasferire le proprietà dei palestinesi allo Stato di Israele.

Il ricorso ad essa a Gerusalemme est venne generalmente evitato fino alla costruzione del muro. Sei anni dopo, fu usata per espropriare il “territorio abbandonato” dai residenti palestinesi di Beit Sahour per la costruzione di 1.000 unità abitative ad Har Homa, a Gerusalemme sud. Ma generalmente il suo scopo è quello di fornire uno stratagemma per un”espropriazione strisciante”.

Una Nakba in tempo reale

Il fulcro della campagna elettorale del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il fine giuridico essenziale dell’attuale coalizione di governo israeliana costituirebbero un altro capitolo, nel 2020, dell’ espropriazione nei confronti dei palestinesi. Tali sono i piani per annettere un terzo – o peggio due terzi – della Cisgiordania.

Tre scenari sono attualmente in discussione: il piano radicale dell’annessione della Valle del Giordano e di tutto ciò che gli Accordi di Oslo definiscono Area C. Questa costituisce circa il 61 % del territorio della Cisgiordania che è amministrato direttamente da Israele e ospita 300.000 palestinesi.

Il secondo scenario è rappresentato dall’annessione della sola Valle del Giordano. Secondo i sondaggi israeliani e palestinesi condotti nel 2017 e nel 2018, c’erano 8.100 coloni e 53.000 palestinesi che vivevano in questa terra. Israele ha diviso questo territorio in due entità: la valle del Giordano e il Consiglio Regionale di Megillot-Mar Morto.

Il terzo scenario consiste nell’annessione delle colonie intorno a Gerusalemme, la cosiddetta area E1, che comprende Gush Etsion e Maale Adumin [insediamenti coloniali israeliani situati rispettivamente a Sud e a Est di Gerusalemme, ndtr.]. In entrambi i casi i palestinesi che vivono nei villaggi vicini a questi insediamenti sono minacciati di espulsione o trasferimento. Ci sono 2.600 palestinesi che vivono nel villaggio di Walaja e in parti di Beit Jala che sarebbero coinvolti nell’annessione di Gush Etsion, nonché 2.000-3.000 beduini che vivono in 11 comunità intorno a Maale Adumin, come Khan al-Ahmar.

Cosa succederebbe ai palestinesi che vivono nei territori annessi da Israele?

In teoria potrebbe venire loro offerta la residenza, come nel caso dell’annessione di Gerusalemme est. In pratica, la residenza sarebbe offerta solo a pochi eletti. Israele non vorrà risolvere un problema creandone un altro.

La maggior parte della popolazione palestinese delle aree annesse sarebbe trasferita nella grande città più vicina, come è accaduto per i beduini del Negev e gli abitanti di Gerusalemme est, che si ritrovano in aree isolate dal resto della città.

Il monito dei generali

Questi piani hanno generato reazioni di allarme nei responsabili della sicurezza di Israele, che sono abituati ad essere ascoltati, ma che ora esercitano una minore influenza rispetto al passato sui processi decisionali.

Ciò non è dovuto al fatto che gli ex generali abbiano alcuna obiezione morale riguardo l’espropriazione delle terre palestinesi o perché ritengano che i palestinesi abbiano un diritto legale ad esse. No, le loro obiezioni si basano sull’eventualità che l’annessione possa mettere in pericolo la sicurezza di Israele.

Un interessante riassunto del loro pensiero è fornito da un documento accessibile pubblicato anonimamente dall’Institute for Policy and Strategy (IPS) di Herzliya [Centro di studi internazionale e interdisciplinare privato situato nel distretto di Tel Aviv, ndtr.]. Essi affermano che l’annessione destabilizzerebbe il confine orientale di Israele, che è “caratterizzato da grande stabilità e da un grado molto basso di attività terroristiche” e che provocherebbe una “scossa profonda” alle relazioni di Israele con la Giordania.

“Per il regime hascemita, l’annessione è sinonimo dell’idea di una patria alternativa per i palestinesi, vale a dire la distruzione del regno hascemita a favore di uno stato palestinese.

“Per la Giordania – afferma il documento dell’ IPS – una tale mossa costituirebbe una violazione materiale dell’accordo di pace tra i due paesi. In queste circostanze, la Giordania potrebbe violare l’accordo di pace. Accanto a ciò, potrebbe esserci una minaccia strategica alla sua stabilità interna, a causa di possibili inquietudini tra i palestinesi, in combinazione con le gravi difficoltà economiche che la Giordania sta affrontando “

Ciò costituirebbe per la Giordania solo il primo dei problemi legati all’annessione. Anche un’opzione minimalista di annettere la E1 – l’area adiacente a Gerusalemme – separerebbe Gerusalemme est dal resto della Cisgiordania, mettendo a rischio la custodia da parte della Giordania dei siti sacri islamici e cristiani di Gerusalemme.

L’annessione, sostiene l’IPS, porterebbe anche alla “graduale disintegrazione” dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Ancora una volta, non c’è nessuno spirito di bontà qui. Ciò che preoccupa gli analisti israeliani è l’onere che graverebbe sull’esercito. “L’efficacia della cooperazione con Israele in materia di sicurezza si deteriorerà e si indebolirà, e chi la sostituirà? l’IDF [forze di difesa israeliane, ndtr]! Costringendo ingenti forze ad occuparsi del contrasto delle rivolte e delle violazioni dell’ordine e del mantenimento del sistema organizzativo sui palestinesi”.

I responsabili della sicurezza continuano affermando che l’annessione potrebbe innescare un’altra intifada e rafforzare l’idea di una soluzione di un solo Stato “che sta già acquisendo una presa crescente nella comunità palestinese”.

Il fattore saudita

Nell’ambito più esteso del mondo arabo, il documento rileva che Israele perderebbe molte delle alleanze che ritiene di aver realizzato in Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti e in Oman e, sul piano internazionale, determinerebbe uno sviluppo della campagna sul Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni.

Il ruolo dell’Arabia Saudita nel domare le fiamme della reazione araba al piano di annessione di Netanyahu è stato recentemente menzionato specificamente negli ambienti della sicurezza israeliani. Il sostegno saudita a qualsiasi forma di annessione è stato ritenuto cruciale.

Come al solito, il regime del principe ereditario Mohammed bin Salman ha cercato di attenuare l’ostilità saudita nei confronti di Israele attraverso i media e in particolare le serie televisive. Una serie dal titolo Exit 7 prodotta dalla MBC TV dell’Arabia Saudita recentemente conteneva una scena con due attori che discutevano del processo di normalizzazione con Israele.

“L’Arabia Saudita – afferma uno dei personaggi – non ha ottenuto nulla quando sosteneva i palestinesi e ora deve stabilire relazioni con Israele … Il vero nemico è colui che ti maledice, rinnega i tuoi sacrifici e il tuo sostegno e ti maledice giorno e notte più degli israeliani”.

La scena ha provocato una reazione sui social media e infine una piena dichiarazione di sostegno alla causa palestinese da parte del ministro degli Esteri degli Emirati.

Il tentativo ha dimostrato i limiti del controllo sulle menti da parte dello Stato saudita, che sarà ulteriormente indebolito dal calo del prezzo del petrolio e dall’avvento dell’austerità nel mondo arabo.

Il futuro re saudita non sarà più in grado di risolvere i suoi problemi.

Il Comitato

Vale la pena ripetere ancora una volta che il motivo alla base dell’elenco degli effetti destabilizzanti dell’annessione non è una qualche inquietudine inerente alla perdita della proprietà o dei diritti. La preoccupazione centrale dei responsabili della sicurezza deriva dalla possibilità che le frontiere esistenti di Israele possano essere messe in pericolo a causa della voglia di strafare.

Per ragioni analoghe, un certo numero di giornalisti israeliani ha previsto che l’annessione non avverrà mai.

Potrebbero avere ragione. Il pragmatismo potrebbe avere la meglio. Oppure potrebbero sottovalutare la parte che svolgono nei calcoli di Netanyahu il fondamentalismo religioso nazionalista, David Friedman, ambasciatore degli Stati Uniti e il miliardario statunitense Sheldon Adelson, i tre architetti dell’attuale politica.

Mentre il ruolo degli Stati Uniti come “l’onesto mediatore” nel conflitto è stato a lungo messo in scena come una finzione, questa è la prima volta che io ricordi che un ambasciatore USA e un importante finanziatore americano fanno sì che i coloni siano più zelanti dello stesso primo ministro del Likud.

Friedman è presidente del comitato congiunto USA-Israele sull’annessione delle colonie, che dovrebbe determinare i confini di Israele dopo l’annessione. Questo comitato è insignificante sul piano internazionale, poiché non rappresenta nessun’altra parte in conflitto, senza poi parlare dei palestinesi, i cui leader hanno boicottato il processo.

Due fonti separate del comitato congiunto hanno dichiarato a Middle East Eye che esso si sta orientando verso l’espansione, una volta per tutte, di Israele in Cisgiordania, e non in modo graduale. Una fonte ha detto che riguarderà l’intera area C – in altre parole l’opzione radicale.

Ancora una volta potrebbero sbagliarsi. Entrambi sostengono che l’annessione perseguita seguirà i tratti dell’ “Accordo del Secolo” di Donald Trump, che riduce l’attuale 22 % della Palestina storica a un gruppo di bantustan sparsi per il Grande Israele.

Il culmine

La Nakba, che oggi compie 72 anni, continua a vivere e a respirare veleno. La Nakba non riguarda solo i rifugiati originari ma i loro discendenti – oggi circa cinque milioni di loro sono idonei a ricevere i servizi dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi (UNWRA).

La decisione di Trump di interrompere il finanziamento dell’UNWRA e l’insistenza di Israele sul fatto che solo i sopravvissuti originari del 1948 dovrebbero essere riconosciuti [rifugiati palestinesi, ndtr.], hanno scatenato una campagna internazionale con cui i palestinesi sottoscrivono una dichiarazione in cui rifiutano di rinunciare al loro diritto al ritorno.

La dichiarazione afferma: “Il mio diritto al ritorno in patria è un diritto inalienabile, individuale e collettivo, garantito dalle leggi internazionali. I rifugiati palestinesi non cederanno mai ai progetti su “una patria alternativa”. Qualsiasi iniziativa che colpisca le basi intrinseche del diritto al ritorno e lo annulli è illegittima e inefficace e non mi rappresenta in alcun modo”.

Significativamente è stata diffusa dalla Giordania, un altro segno che gli animi si stanno lì accendendo.

La valutazione da parte della sicurezza israeliana, secondo cui la soluzione dei due stati è morta nelle menti della maggioranza dei palestinesi, è sicuramente corretta. La maggior parte dei palestinesi vede l’annessione come il culmine del progetto sionista per stabilire uno stato a maggioranza ebraica e la conferma della loro convinzione che l’unico modo in cui questo conflitto finirà è nella sua dissoluzione.

Ma per lo stesso motivo, i piani di annessione in discussione dovrebbero costituire una prova per la comunità internazionale, se ne fosse necessaria una, che Israele, tanto lontano dall’essere un Paese che viva nella paura e sotto attacco permanente da parte di oppositori irrazionali e violenti, sia uno Stato che non può condividere il territorio con i palestinesi, e tanto meno tollerare l’autodeterminazione dei palestinesi in uno Stato indipendente.

Nella sua attuale visione, Israele conosce un solo percorso: approfondire il suo dominio su un popolo del quale ha rubato e continua a rubare la terra.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst

David Hearst è caporedattore di Middle East Eye. Ha lasciato The Guardian come capo redattore esteri. Nel corso di 29 anni di carriera ha scritto sulla bomba di Brighton [attentato dell’IRA contro la Thatcher il 12 ottobre 1984 con l’uccisione di 5 membri del Partito Conservatore, ndtr.], sullo sciopero dei minatori, sul contraccolpo lealista sulla scia dell’accordo anglo-irlandese nell’Irlanda del Nord, sui primi conflitti, dopo la dissoluzione dell’ex Jugoslavia, in Slovenia e Croazia, sul crollo dell’Unione Sovietica, sulla Cecenia, e sui conseguenti molteplici conflitti. Ha descritto il declino morale e fisico di Boris Eltsin e le condizioni che hanno creato l’ascesa di Putin. Dopo l’Irlanda, è stato nominato corrispondente dall’Europa per la sezione europea del Guardian, poi è entrato a far parte dell’ufficio di Mosca nel 1992, prima di diventare direttore di redazione nel 1994. Ha lasciato la Russia nel 1997 per entrare nell’ufficio esteri, è diventato direttore per l’Europa e quindi direttore associato per gli esteri. E’ passato a The Guardian da The Scotsman, dove ha lavorato come corrispondente per il settore istruzione.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Settant’anni dopo i palestinesi sfollati interni aspettano ancora di ritornare a casa

Orly Noy

15 maggio 2020 – +972Magazine

Muhammad Kayal è uno delle centinaia di migliaia di cittadini palestinesi in Israele che, 72 anni dopo la Nakba, restano rifugiati all’interno del Paese e a cui Israele non permette di ritornare a quelle che erano le loro terre, ora spesso abbandonate.

Le restrizioni imposte dalla pandemia da coronavirus e il divieto di assembramenti quest’anno hanno attutito, in un certo modo, la tensione emotiva, simbolica e fisica in occasione della Festa dell’Indipendenza/ Giornata della Nakba.

Ogni anno Israele si compiace nell’autocelebrazione con massicci sorvoli dell’aeronautica e fuochi di artificio, ignorando con tutte le sue forze il fatto che questo per i palestinesi è il giorno della catastrofe. Ogni volta gli israeliani restano sorpresi del fatto che né il passare del tempo né le leggi draconiane sono riusciti a cancellare il disastro o a estirparne il ricordo fra i palestinesi.

Non è chiaro quanto gli israeliani siano consapevoli del fatto che persino mentre ogni anno loro stanno celebrando il Giorno dell’indipendenza nei parchi in tutto il paese i cittadini palestinesi tengono annualmente marce del ritorno verso le diverse comunità da cui i loro anziani furono espulsi nel 1948 e a cui non sono mai più potuti tornare.

Sebbene la data ufficiale che segna la Giornata della Nakba sia il 15 maggio, le marce del ritorno si svolgono tradizionalmente durante la Festa dell’Indipendenza di Israele (che cambia in base al calendario ebraico). La pandemia ha spostato su Zoom le commemorazioni, che includono altre attività organizzate dal

, con una minore partecipazione rispetto agli anni scorsi.

Quando il tema del ritorno appare nei discorsi israeliani, essi tendono a focalizzarsi sul ritorno dei rifugiati palestinesi che al momento vivono fuori dai confini del Paese. Eppure il Comitato stima che fra i cittadini di Israele ci siano circa 400.000 sfollati interni (IDPs).

Muhammad Kayal, consigliere ed ex direttore del Comitato, è un giornalista e traduttore la cui famiglia fu espulsa da al-Birwa, vicino a San Giovanni d’Acri, nel nord del Paese. Kayal lo chiama orgogliosamente “il villaggio di Mahmoud Darwish,” il defunto poeta palestinese. Oggi vive a Jedeidi-Makr, a circa due chilometri da al-Birwa, dove ora ci sono un kibbutz e un insediamento agricolo.

Cosa rispondi quando la gente ti chiede da dove vieni?

Dico che sono di al-Birwa e che vivo a Jedeidi. Mio padre ha detto per tutta la sua vita: ‘Sono di al-Birwa’, anche se ha abitato a Jedeidi per circa 60 anni. Quando parlava della ‘gente del nostro villaggio,’ si riferiva ad al-Birwa”.

I discendenti degli abitanti originari si tengono in contatto? Conosci altri che fanno parte di quella comunità, che condividono la tua identità?

Sicuro, siamo in contatto costante. Ogni anno per la Festa dell’Indipendenza, o, per meglio dire, la giornata della Nakba, gli abitanti originari di al-Birwa e ora residenti in tutto il Paese si incontrano sui terreni del villaggio. Quando ci sono delle celebrazioni e nelle giornate di lutto invitiamo centinaia di espulsi e loro discendenti, in migliaia vengono al paese per trovare conforto.”

Come instillate questo senso di appartenenza nelle generazioni dei più giovani? Se tuo padre ha detto fino al giorno della sua morte che era di al-Birwa e tu dici che sei di al-Birwa e Jedeidi, cosa diranno le future generazioni?

Nella giornata della Nakba durante le marce del ritorno portiamo bambini e giovani al villaggio. Organizziamo per i giovani delle visite ai paesini spopolati, stampiano t-shirt con la scritta ‘Sono di al-Birwa’ in arabo e abbiamo un gruppo attivo su Facebook per i discendenti degli espulsi.

Promuoviamo anche la poesia nazionale come quella di Mahmoud Darwish e progetti come ‘Udna’ (che in arabo significa “siamo ritornati”, un progetto congiunto del Comitato, della ONG israeliana Zochrot, che si focalizza sulla Nakba, e altri, nda). Va avanti da tre anni e porta i giovani ai villaggi spopolati, con molte conferenze e produzione di materiali scritti.

Ci sono anche film che trattano il tema. Abbiamo un progetto speciale, ‘Il cammino del ritorno delle donne’, rivolto a centinaia di donne di diverse comunità che partecipano a visite, conferenze e film sui villaggi, che includono molte attività mirate alle giovani.”

Ti sembra che stia funzionando? Che questo senso di appartenenza si stia diffondendo fra le generazioni dei più giovani?

Sai, è come per tutte le cose: ci sono quelli più coinvolti e attivi e quelli meno. Ma se prendi come esempio le marce, più del 70% dei partecipanti sono giovani di seconda, terza e quarta generazione dalla Nakba.”

Il compito principale del Comitato è la conservazione della memoria e la creazione della consapevolezza. Evitate intenzionalmente le attività politiche concrete che mirano a ottenere il diritto al ritorno di rifugiati e sfollati interni?

Noi ci coordiniamo con l’High Follow-Up Commitee [Alto Comitato per il Seguimento, ndtr.], che include i partiti arabi, per esempio quando organizziamo le marce annuali. Tutti i movimenti politici vi partecipano.”

C’è l’impressione che la Lista Unita vada cauta sul conflitto sollevato da questo tema. Il ritorno di rifugiati e IDPs non è ai primi posti nei programmi.

Durante la campagna elettorale ho sollevato precisamente questo problema con un gruppo di attivisti della Lista Unita. Loro hanno detto che se ne è parlato nelle pubblicazioni della Lista Unita rivolte alla società araba. Ma per noi non è abbastanza. Sia l’Autorità Nazionale Palestinese che la Lista Unita sottovalutano il tema e non mettono in evidenza la Nakba e il diritto al ritorno, per concentrarsi invece su altre questioni. Eppure parlarne è esattamente quello che farebbe ottenere loro un maggiore sostegno nella società araba.

È vero che questo è un dibattito impopolare nella società ebraica. Loro cercano di insabbiare e minimizzare, eppure eccoci qua: Benny Gantz non voleva la Lista Unita. Persino l’Autorità Nazionale Palestinese parla della fine dell’occupazione e del blocco agli insediamenti, ma non si preoccupa del diritto al ritorno. Così tutto è nelle mani di Abu Mazen (il presidente palestinese Mahmoud Abbas) e della Lista Unita. Tutto ciò mentre ci sono decine di marce del ritorno a Gaza.

È anche importante sottolineare che la Nakba non si è conclusa, ma continua, con demolizioni di case, espropri di terreni, politiche di espulsione, la legge dello Stato Nazione (ebraico). Fino ad oggi non un solo rifugiato è potuto ritornare al villaggio da cui era stato espulso.”

Le marce annuali di solito si dirigono verso zone remote e non c’è stata una marcia di massa, per esempio, su Manshiyyeh o Sheikh Muwannis [quartieri palestinesi distrutti che ora si trovano rispettivamente a sud e a nord di Tel Aviv]. Si teme che queste marce diventino il luogo di uno scontro diretto con l’establishment israeliano?

Nel 1948 sono stati spopolati 531 villaggi e 11 città, per esempio San Giovanni d’Acri, Haifa, Yaffa, Be’er Sheva e altre. Fino ad ora ci sono state 22 marce e quest’anno il coronavirus ne ha impedito lo svolgimento. In passato abbiamo organizzato una marcia a Wadi Zubala nel Naqab e nelle zone intorno a Tiberiade, San Giovanni d’Acri e Haifa. Ci sono molti posti in cui non siamo ancora andati. Stiamo decisamente considerando l’idea di organizzarne in una delle grandi città.

In tutta sincerità, il Comitato e i suoi amministratori sono rappresentanti dei villaggi e delle città spopolate e non tutti la pensano allo stesso modo. Alcuni sono più cauti, altri meno. Alcuni si battono per i propri diritti, in questo caso il diritto di protestare e sollevare il dibattito sui IDPs, mentre altri preferiscono organizzare le marce in zone dove gli scontri sono meno probabili.

Cinque anni fa abbiamo tenuto un incontro ad Haifa e per noi è stato importante che i rappresentanti della zona fossero preparati a tenere là una marcia. Ma poi ci sono state le elezioni e la gente ha detto che voleva concentrarsi su quello. Non stiamo dicendo di no, al contrario siamo assolutamente intenzionati a fare una delle prossime in una delle grandi città da cui i palestinesi sono stati espulsi.”

Durante tutta la nostra conversazione, Kayal ha frequentemente menzionato i rifugiati palestinesi della diaspora e il loro diritto al ritorno. Mi chiedo cosa sia più difficile: desiderare ardentemente la propria terra da lontano, dall’esilio fuori dai confini del Paese, o da una casa le cui finestre quasi si affacciano sui terreni a cui ti è proibito tornare.

Ancora oggi, alcuni degli anziani di al-Birwa sanno indicare esattamente il pezzo di terra che apparteneva loro,” dice Kayal. “Dobbiamo tenerlo bene in mente. Un piccolo kibbutz occupa un’area gigantesca, mentre a Jedeidi la gente vive in condizioni di sovraffollamento. Quindi è ovvio che vogliono ritornare, che rivogliono la loro terra.”

Quando parli di ritornare ad al-Birwa intendi dire che vorresti vivere accanto al kibbutz e all’insediamento agricolo o al loro posto? Quando si parla del ritorno molti ebrei fanno proprio questa domanda.

Nella vasta maggioranza dei casi, le zone costruite dei villaggi originari sono ora terre abbandonate. È così per esempio a Iqrit e Bir’im e in molti altri posti, eppure la gente non può ritornarci. Noi non ignoriamo la realtà presente, ma crediamo che ristabilire il diritto al ritorno sia possibile. L’ostacolo è rappresentato dal pensiero ideologico e politico sionista.

Noi facciamo visite dal Naqab all’Alta Galilea. Per la maggior parte dei territori vuoti è stato dichiarato che il proprietario non esiste, anche se i proprietari ci sono e sono cittadini dello Stato che li ha cacciati. È una decisione politica basata su un’ideologia razzista.”

Quest’articolo è apparso la prima volta in ebraico su Local Call [edizione in ebraico di +972, ndtr.].

Orly Noy è una redattrice di Local Call, un’attivista politica e una traduttrice di poesia e prosa in farsi. Fa parte del consiglio di amministrazione di B’Tselem [ong israeliana per la difesa dei diritti umani, ndtr.] ed è un’attivista del partito politico Balad [partito ebreo e palestinese che fa parte della Lista Unita, ndtr.]. Nei suoi scritti parla delle linee che intersecano e definiscono la sua identità di ebrea mizrahi [cioè originaria di un Paese musulmano, ndtr.], di donna di sinistra, di donna, una migrante temporanea che vive dentro un’immigrata perpetua e del dialogo costante fra entrambe.

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Città palestinesi “accerchiate” dalle politiche discriminatorie di Israele

Human Rights Watch afferma che per decenni il governo israeliano ha imposto all’interno di Israele prassi discriminatorie riguardo alla terra.

12 maggio 2020 – Al Jazeera

Un nuovo rapporto di Human Rights Watch (HRW) afferma che ai palestinesi con cittadinanza israeliana è stato negato l’accesso alla terra per l’edilizia abitativa al fine di adeguarsi all’ “aumento naturale della popolazione”, riflettendo la politica israeliana di confinamento delle comunità palestinesi persino al di là dei territori occupati.

Martedì l’associazione per i diritti umani con sede negli USA ha detto che la politica del governo israeliano favorisce i cittadini ebrei, in quanto decenni di confisca di terreni e di politiche discriminatorie hanno rinchiuso i cittadini palestinesi in centri urbani e villaggi densamente popolati che hanno uno spazio molto ridotto per espandersi.

Ha anche sostenuto che il governo israeliano “favorisce la crescita e l’espansione” delle vicine comunità prevalentemente ebraiche, molte delle quali costruite sulle rovine di villaggi palestinesi distrutti durante la Nakba del 1948, quella che i palestinesi chiamano la catastrofe che si abbatté su di loro nella guerra che portò alla fondazione di Israele, quando centinaia di migliaia di loro vennero cacciate con la forza dalle proprie case.

La politica israeliana da entrambi i lati della Linea Verde [cioè sia in Israele che nella Cisgiordania occupata, ndtr.] rinchiude i palestinesi in centri abitati densamente popolati, mentre aumenta il più possibile la terra a disposizione delle comunità ebraiche,” afferma Eric Goldstein, direttore esecutivo ad interim per il Medio Oriente di HRW.

Queste pratiche sono ben note quando si tratta della Cisgiordania occupata, ma le autorità israeliane stanno imponendo pratiche discriminatorie riguardo alla terra anche all’interno di Israele.”

Secondo il rapporto, nonostante il fatto che i cittadini palestinesi di Israele costituiscano il 21% della popolazione del Paese, nel 2017 le associazioni per i diritti umani israeliane e palestinesi stimavano che in Israele meno del 3% di tutta la terra ricadesse sotto la giurisdizione delle amministrazioni locali palestinesi.

Il governo israeliano controlla direttamente il 93% della terra del Paese, compresa Gerusalemme est occupata. Secondo HRW un ente governativo, l’“Israel Land Authority” [Autorità Israeliana per la terra] (ILA), gestisce e decide la destinazione di questi terreni statali.

Circa metà dei membri dell’ILA fa parte del Jewish National Fund [Fondo Nazionale Ebraico] (JNF), il cui compito esplicito è di “sviluppare e concedere in affitto terra agli ebrei e non a qualunque altro segmento della popolazione,” nota HRW.

Oltretutto molte piccole cittadine ebraiche hanno commissioni per l’ ammissione, che di fatto impediscono ai palestinesi di andarci a vivere. Queste commissioni sono in genere legalmente autorizzate e hanno il potere di vendere e comprare terra dello Stato e definire i requisiti per ottenervi la residenza.

Questo avviene anche nei villaggi beduini palestinesi del Negev, la maggior parte dei quali non sono riconosciuti. Nel Negev le autorità israeliane mettono in atto sistematicamente degli ordini di demolizione in base al fatto che questi villaggi non hanno permessi di costruzione, che secondo gli abitanti sono impossibili da ottenere.

Parole sulla carta”

Dal 1948 Israele ha autorizzato lo sviluppo di più di 900 centri abitati ebraici, rispetto a solo un pugno di cittadine e villaggi per i palestinesi con cittadinanza israeliana. Ha anche approvato la costruzione di strade e di altre infrastrutture attorno alle comunità palestinesi, impedendone ulteriormente l’espansione.

Omar Shakir, direttore di HRW per Israele e la Palestina, afferma che è “palese” che le cittadine e i villaggi palestinesi siano stati “messi in trappola”.

Nel corso di molti anni le politiche di pianificazione e la confisca di terreni da parte di Israele li hanno rinchiusi in una serie di centri densamente abitati, mentre alle comunità ebraiche è stato consentito di crescere,” dice Shakir ad Al Jazeera.

Il Centro Arabo di Pianificazione Alternativa, con sede in Israele, stima che in Israele, esclusa Gerusalemme, sono a rischio di demolizione dalle 60.000 alle 70.000 case.

Shakir afferma che, mentre negli ultimi anni il governo israeliano ha riconosciuto che si tratta di un “problema serio”, non è stata presa alcuna iniziativa concreta per mettere in atto piani e proposte che possano contribuire ad alleviarlo.

Shakir aggiunge che quello di cui c’è bisogno sono investimenti significativi in quelle comunità e destinare loro terre statali.

Il rapporto nota che politiche simili sono state utilizzate anche per limitare la crescita delle comunità palestinesi nella Cisgiordania occupata, dove non si sono ridotte le demolizioni di case, le confische di terreni e l’espansione delle colonie ebraiche illegali.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Gli ulivi che raccontano la storia dell’espropriazione palestinese

Meron Rapoport

28 aprile 2020 – +972mag

I palestinesi di Saffuriya furono espulsi con la forza nel 1948 e gli fu vietato il ritorno; abbandonarono i loro antichi ulivi di cui oggi si prendono cura gli ebrei israeliani.

La scorsa settimana, il mio collega Edo Konrad ha pubblicato un articolo in cui rivelava come, in onore del Giorno del Ricordo [dei caduti nel conflitto con arabi e palestinesi, ndtr.] di Israele, il Ministero della Difesa avesse deciso di consegnare alle famiglie israeliane in lutto bottiglie di olio d’oliva prodotte in una colonia della Cisgiordania occupata.

L’olio d’oliva è prodotto da Meshek Achiya, un’azienda situata nel cuore dei territori occupati a circa 45 chilometri a nord di Gerusalemme, fondata nel 1997 nell’avamposto di Achiya. Come ha spiegato a Konrad Dror Etkes, esperto per le attività di insediamento, Meshek Achiya era uno dei sei avamposti costituiti a ovest dell’insediamento di Shiloh al fine di conquistare terre palestinesi di proprietà privata.

Dopo la pubblicazione dell’articolo, un certo numero di famiglie in lutto ha lanciato una petizione chiedendo al Ministero della Difesa di riprendersi il suo dono.

Durante il fine settimana, Haaretz Magazine [inserto settimanale dell’omonimo quotidiano israeliano di centro-sinistra, ndtr.] ha pubblicato un articolo sugli israeliani che coltivano ulivi secolari in Galilea, nel nord di Israele. L’articolo si concentra sulla famiglia Noy-Meir, che coltiva “centinaia di alberi secolari”, molti dei quali hanno tra i 200 e gli 800 anni, su terreni adiacenti a Moshav Tzippori nella bassa Galilea. L’olio d’oliva prodotto dall’azienda di Noy-Meir, Rish Lakish, veniva molto elogiato da Ronit Vered, autore dell’articolo e critico gastronomico di Haaretz.

Ma come mai alberi così antichi sono di proprietà della famiglia Noy-Meir, che si stabilì a Tzippori solo 20 anni fa? Nell’articolo non viene fornito alcun contesto storico per spiegare l’esistenza di questi alberi, che, scrive Vered, “sono sparsi su una vasta area e si trovano su terreni difficili per la coltivazione e la raccolta”.

Non è necessario essere un esperto di alberi per trovare una risposta: Moshav Tzippori si trova sulla terra appartenente al villaggio palestinese distrutto e spopolato di Saffuriya.

Secondo Palestine Remembered, un sito web dedicato alla conservazione della memoria degli oltre 400 villaggi palestinesi distrutti durante la Nakba, nel 1948 Saffuriya era una comunità relativamente grande con oltre 5.000 residenti. Secondo il libro di Walid Khalidi Ciò che rimane, l’area intorno al villaggio “aveva molti terreni fertili e risorse idriche di superficie e sotterranee”, e le olive costituivano il “principale prodotto agricolo” del villaggio.

Saffuriya fu conquistata dalle forze israeliane il 15 luglio 1948. Secondo gli abitanti del villaggio, solo un piccolo numero di persone rimase nel villaggio dopo che fu bombardato dagli aerei israeliani, e pochissimi furono in grado di tornare e recuperare le loro proprietà.

Nel suo libro L’origine del problema dei rifugiati palestinesi, che ha svelato archivi statali israeliani precedentemente nascosti (a cui fa riferimento Khalidi), lo storico israeliano Benny Morris scrive che coloro che rimasero a Saffuriya furono espulsi nel 1948, ma che “a centinaia tornarono di nascosto indietro” nei mesi seguenti.

Le autorità israeliane, scrisse Morris, temevano che se i palestinesi di ritorno fossero stati autorizzati a rimanere, il villaggio sarebbe “presto tornato alla sua popolazione prebellica”. All’epoca, i vicini insediamenti ebraici avevano già “messo gli occhi sulle terre di Saffuriya”.

Secondo Morris, un alto funzionario israeliano nel novembre del 1948 dichiarò: “Accanto a Nazareth c’è un villaggio … le cui terre lontane sono necessarie per i nostri insediamenti. Forse gli si può dare un altro posto. ” Poco dopo, “nel gennaio del 1949 gli abitanti furono caricati su camion e nuovamente espulsi verso le comunità arabe di ‘Illut, al-Rayna e Kafr Kanna”.

In breve, le “centinaia di ulivi secolari” non sono cresciute dal nulla. I residenti palestinesi di Saffuriya li hanno piantati e coltivati per secoli. Gli alberi gli sono stati rubati con la forza. Lo Stato dà in affitto quegli alberi dopo aver rivendicato la terra del villaggio come propria. Su parte di quella terra è stata piantata una nuova foresta dal Fondo Nazionale Ebraico [ente sovranazionale dell’Organizzazione Sionista Mondiale e proprietario di circa il 15% della terra di Israele, ndtr.].

A suo merito, la famiglia Noy-Meir si è coinvolta negli aiuti ai raccoglitori di olive palestinesi in Cisgiordania e ha lavorato a fianco dei palestinesi le cui famiglie sono state sradicate da Saffuriya. Tuttavia, ignorare la storia del villaggio, come ha fatto l’articolo di Haaretz, non è meno grave che ignorare il furto della terra in Cisgiordania, su cui Meshek Achiya produce il suo olio d’oliva.

Taha Muhammad Ali, il famoso poeta palestinese, è nato ed è stato espulso da Saffuriya. La famiglia di Mohammad Barakeh, il politico che dirige l’Alto Comitato di Controllo per i Cittadini Arabi di Israele, è stata cacciata via dal villaggio. Saffuriya può anche essere sparito, ma il suo ricordo vive.

Appartengo a un movimento israelo-palestinese – Due stati, una Patria – che propone che ogni israeliano palestinese ed ebreo possa vivere ovunque desideri tra il fiume [Giordano] e il mare, sia nello Stato di Israele che nello Stato di Palestina. I rifugiati che torneranno saranno cittadini della Palestina, ma potranno vivere come residenti con pieni diritti in Israele, proprio come i cittadini israeliani potranno vivere come residenti con pieni diritti in Palestina. Una federazione istituirebbe un meccanismo per facilitare il ritorno e / o offrire un risarcimento finanziario per i beni espropriati durante il conflitto.

Non abbiamo un futuro qui se chiudiamo gli occhi su ciò che è accaduto nel 1948, immaginando che il conflitto sia iniziato solo con l’occupazione del 1967. Non è così.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il giorno in cui i miei inquisitori israeliani sono rimasti senza parole

Awad Abdelfattah

29 aprile 2020 – Middle East Eye

Indottrinati da uno Stato coloniale, sembrava fosse la prima volta che si rendessero conto del lato umano della tragedia palestinese

Nel settembre 2016, in un raid partito dopo mezzanotte mentre dormivamo, la polizia israeliana arrestò decine di attivisti palestinesi. All’epoca, come capo del partito Balad [partito politico arabo-israeliano per uno Stato democratico dei cittadini indipendentemente dall’identità etnica, ndtr.], ero il primo della lista.

Il regime dell’apartheid sionista aveva regolarmente perseguitato e maltrattato attivisti e leader di partito, dato che eravamo considerati una sfida inaudita al razzismo e al colonialismo israeliani, ma una campagna repressiva di quella portata aveva scioccato persino noi.

Era chiaro che l’obiettivo di Israele era quello di distruggere il nostro partito attraverso pretesti inventati ad arte, come acccuse di presunti finanziamenti illegali. L’establishment israeliano non era riuscito a trovare una giustificazione ragionevole per incriminare un partito legale rappresentato nella Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] e per liquidare la sfida che esso costituiva per lo Stato razzista.

Una storia simbolica

Dopo 10 giorni di detenzione, mi trovavo ammanettato nel furgone di polizia in viaggio verso il tribunale quando i tre poliziotti che mi avevano interrogato e che mi accompagnavano si lanciarono in una discussione politica con me sul conflitto israelo-palestinese. Presto il clima si riscaldò; le voci si alzarono mentre ci scambiavamo opinioni e convinzioni diverse. Poi per un minuto ci fu silenzio – ed è stato allora che mi sono ricordato di uno degli eventi più traumatici nel corso del mio attivismo politico.

Trentacinque anni prima, da giovane, ero stato preso dalla mia sedia nella redazione di un giornale palestinese con sede a Gerusalemme da quattro ufficiali dell’intelligence israeliana. Mi misero in macchina e mi picchiarono brutalmente finché cominciai a sanguinare. L’aggressione durò 15 minuti, il tempo necessario a raggiungere il centro di detenzione. Quello che mi successe dopo è una storia lunga e persino più cupa.

Dopo il momentaneo silenzio nel furgone di polizia, uno dei poliziotti mi stupì chiedendomi: “Awad, perché sei entrato in politica e come sei diventato segretario generale del tuo partito?” Ho aspettato qualche secondo, cercando di accettare quella che sembrava una domanda mossa più dalla curiosità che da interessi di sicurezza.

Ciò che mi sorprese ulteriormente è che mi lasciarono raccontare la storia di mio padre e la mia, ascoltando attentamente e rimanendo in silenzio quando ebbi finito. Mi sembrò che fosse probabilmente la prima volta che incontravano il lato umano della tragedia palestinese direttamente attraverso un’esperienza personale, in quanto membri di una società di colonialismo di insediamento fortemente indottrinata.

La mia risposta costituiva un atto d’accusa contro il loro Stato. La storia della mia famiglia è rappresentativa dell’intera tragedia palestinese.

Perché mi sono politicizzato         

Come dissi loro, per me fare politica non è stata una scelta. Non ho studiato politica all’università. Sono nato nella dura realtà che lo Stato israeliano ha creato, e che influenza il corso delle nostre vite.

Quando ero bambino, mi piaceva giocare. Da giovane amavo la musica, il calcio e il karate. Ma all’età di 14 anni sono stato convocato per un interrogatorio in una stazione di polizia – un’esperienza terrificante. È successo perché ero in lutto per la morte improvvisa e scioccante del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser.

Tutti intorno a me – mio padre, mia madre, mio nonno, i miei vicini – piansero amaramente la sua morte. Per i palestinesi, Nasser era un leader rivoluzionario che sarebbe venuto in loro soccorso e avrebbe fatto tornare i loro parenti, i rifugiati espulsi dallo Stato israeliano.

Nel corso degli anni ho appreso la storia della mia famiglia e l’intera narrativa palestinese, totalmente ignorata nei programmi di studio imposti dallo Stato. Le lezioni di storia si concentrano sulla storia degli ebrei e sulla narrativa sionista. Pochissimi insegnanti sono disposti a resistere a questa norma, perché sono soggetti a intimidazioni e rischierebbero di essere licenziati.

Nel 1980, subito dopo essermi laureato in lingua e letteratura inglese all’età di 23 anni, sono stato assunto come insegnante di scuola superiore. Le scuole arabe avevano un disperato bisogno di insegnanti di inglese. Solo poche settimane dopo, tuttavia, il “Dipartimento arabo” del Ministero della Pubblica Istruzione israeliano ha ordinato al preside della scuola di licenziarmi, presumibilmente per aver istigato gli studenti [a ribellarsi] contro lo Stato.

Dire la verità

Il preside disse che li aveva supplicati di cambiare idea, dato che non era possibile trovare un altro insegnante di inglese. Ma petizioni, scioperi degli studenti e manifestazioni ritardarono il licenziamento di alcuni mesi.

Era accaduto perché avevo deciso di dire la verità ai miei studenti. Non ero disposto a mentire con loro. Il Ministero della Pubblica Istruzione israeliano obbliga gli insegnanti arabi a mentire, a essere complici della nostra denazionalizzazione, ad affossare la nostra identità e a nascondere agli studenti la nostra difficile situazione.

Il testo “My Dungeon Shook” [La mia cella tremò, parte del saggio La prossima volta il fuoco, Fandango, 2020, ndtr.] dello scrittore afroamericano James Baldwin faceva parte del programma di studi. È una lettera impressionante e di grande impatto indirizzata a suo nipote sulla discriminazione e l’umiliazione praticate contro i neri americani, in un Paese con una terribile storia di razzismo, sfruttamento e schiavitù. Ho trovato naturale coinvolgere i miei studenti in una discussione confrontando le nostre vite come palestinesi con quelle degli afroamericani, nonostante le enormi differenze tra i due casi. Questo è stato uno dei motivi del mio licenziamento.

“È giusto questo?” Ho chiesto nel furgone della prigione a quelli che mi avevano interrogato. “Pensate ancora che il vostro Stato sia democratico?” Ma non ho avuto risposta – solo un pesante silenzio, ed evidenti espressioni di sorpresa sui loro volti.

Una tetra storia di famiglia

Sono nato da una famiglia di agricoltori che lavoravano duro a Kawkab, un villaggio nel nord della Palestina, oggi Israele. Sin dall’infanzia mio padre mi raccontava episodi della sua storia. I miei familiari erano tra coloro che sopravvissero all’espulsione e alla pulizia etnica operata dalle bande sioniste durante e dopo la Nakba [lett. catastrofe, cioè la pulizia etnica, ndtr.] del 1948.

All’epoca, la popolazione del villaggio era di circa 400 persone e la maggior parte era rimasta, grazie a una figura carismatica e influente che aveva condotto con successo negoziati con le bande che occuparono il villaggio. Tuttavia circa il 20 % dei residenti di Kawkab – molti dei quali miei parenti – fuggirono non appena seppero che le bande avevano radunato gli uomini del villaggio fuori dalla casa di mio nonno.

Quegli uomini furono sottoposti a tortura e tutti si aspettavano che fossero massacrati, come era accaduto in molti altri luoghi. Le donne urlavano e piangevano; fu spaventoso.

All’epoca, mia nonna aveva appena perso uno dei suoi figli, coinvolto nella difesa del villaggio, e si aspettava che anche gli altri tre figli e il marito sarebbero stati massacrati dai sionisti; per fortuna furono risparmiati.

Mio padre ricorda come suo fratello avesse sanguinato per ore prima di morire, e ha convissuto con il trauma per molti anni. Prima di morire, mio padre e mia madre sperarono per decenni di rivedere i parenti più stretti che erano stati costretti a fuggire dal villaggio nel 1948.

Durante l’invasione israeliana del Libano nel 1982, due cugini di mia madre furono uccisi mentre difendevano i campi profughi, aumentando il numero di traumi vissuti dai miei genitori.

Indipendenza” e catastrofe   

Il 29 aprile, lo Stato israeliano di apartheid commemora la sua cosiddetta indipendenza. Le scuole elementari arabe sono costrette a celebrare il “Giorno dell’Indipendenza” di Israele – la nostra Nakba. Il piano sionista è di riprogettare, denazionalizzare e far crescere una generazione palestinese docile.  

Ai cittadini palestinesi di Israele è stato proibito commemorare la loro catastrofe. Tuttavia, ogni anno si organizzano marce a livello nazionale nei villaggi che sono stati distrutti durante la Nakba. Gli studiosi politici hanno chiamato questo cambiamento, avvenuto a causa di una crescente coscienza politica, il ritorno dei palestinesi alla storia – una rivendicazione della loro narrativa. La loro storia, la catastrofe, iniziò nel 1948 e anche molto prima – non nel 1967.

Rimuovere gli eventi del 1948 e le sue conseguenze dal curriculum [scolastico] israeliano è un tentativo di negare ai cittadini palestinesi di Israele l’accesso alla propria storia e, soprattutto, di impedirci di vedere la Nakba in corso, in tutti i suoi preoccupanti aspetti.

La colonizzazione della nostra terra sta procedendo a un ritmo sempre più rapido, aumentando la nostra sofferenza e angoscia. La minaccia globale della pandemia da coronavirus, che sta motivando molti a ritrovare valori e costumi, non ha interrotto la brutalità di questo regime anacronistico.

Ironia della sorte, con questo comportamento Israele ha volontariamente rimosso la maschera dal proprio volto: è un regime coloniale di apartheid. Questa realtà dovrebbe unire i palestinesi di ogni dove, fornendo l’opportunità di condurre una lotta unitaria per decolonizzare il nostro Paese e instaurare una politica democratica ed egualitaria sulle rovine dell’attuale regime brutale e spietato.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Awad Abdelfattah è un commentatore politico ed ex segretario generale del partito Balad. È coordinatore della One Democratic State Campaign (Campagna per un Unico Stato Democratico) di Haifa, costituita alla fine del 2017.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)