Chi è Gadi Eisenkot, l’ex capo di stato maggiore che sfida Netanyahu?

Nadav Rapaport

28 luglio 2026, Middle East Eye

Eisenkot, già membro del Gabinetto di Guerra di Israele, è emerso come lo sfidante più forte da anni del primo ministro Benjamin Netanyahu

Tra tre mesi il primo ministro Benjamin Netanyahu affronterà la sfida elettorale più difficile della sua carriera politica.

Le conseguenze dell’attacco del 7 ottobre 2023 guidato da Hamas, le campagne militari israeliane in tutto il Medio Oriente e la controversa decisione della coscrizione per gli ebrei ultraortodossi hanno rimodellato il paesaggio politico del Paese, erodendo il sostegno per Netanyahu e la sua coalizione governativa.

Al centro di questo cambiamento c’è Gadi Eisenkot, l’ex capo di stato maggiore che sta emergendo come lo sfidante più forte del primo ministro.

Gli israeliani andranno a votare il 27 ottobre e i sondaggi indicano costantemente che il Likud, il partito di Netanyahu, e i suoi alleati sono in difficoltà nell’assicurarsi la maggioranza parlamentare di 61 seggi necessaria a formare un governo.

Ora Eisenkot guida un ampio blocco di opposizione che abbraccia partiti, ebraici e palestinesi, di destra, centro e centro-sinistra, con recenti sondaggi che suggeriscono che, fino ad ora, ha la massima probabilità di porre fine alla lunga egemonia di Netanyahu.

Da umili origini a capo di stato maggiore

Eisenkot è nato nel 1960 a Tiberiade in Marocco da immigrati ebrei ma è cresciuto a Eilat, la città israeliana più meridionale.

Dopo le scuole, nel 1978 si è arruolato nell’esercito iniziando una carriera militare culminata nella sua nomina nel 2015 a capo di stato maggiore, terminata dopo quattro anni con il pensionamento nel 2019.

Nel corso di quarant’anni Eisenkot è salito nei ranghi militari coprendo una serie di posizioni di comando ad alto livello. 

Agli inizi del 2000, durante la Seconda Intifada, comandava l’esercito nella Cisgiordania occupata prima di passare a guidare l’influente Direttorato delle Operazioni militari e poi del suo/locale Comando Nord.

Quando era a capo del Comando Nord, Eisenkot si è avvicinato alla “Dottrina Dahiya” che prende il nome dal quartiere meridionale di Beirut a maggioranza sciita.

La dottrina raccomanda un uso schiacciante della forza militare contro infrastrutture civili in zone da cui sono lanciati gli attacchi con lo scopo di causare ampie distruzioni per ottenere degli obiettivi militari.

Nel 2008 parlando con Yedioth Ahronoth [il tabloid ebraico centrista più diffuso, ndt.] Eisenkot aveva delineato la strategia.

“In ogni villaggio da cui sparano contro Israele useremo una forza sproporzionata causando danni e distruzioni terribili,” aggiungendo che “dal nostro punto di vista queste sono basi militari”, chiarendo che i villaggi da cui partono gli attacchi sarebbero stati trattati come bersagli militari legittimi.

Sette anni dopo Netanyahu nomina Eisenkot capo di stato maggiore, sostituendo Benny Gantz di cui era stato il vice.

Durante il mandato di Gantz come capo di stato maggiore con Eisenkot quale vice, l’esercito israeliano uccise oltre 2200 palestinesi durante la guerra a Gaza del 2014 che, durata fino al 2023 è tutt’ora la più lunga campagna militare di Netanyahu.

“Il Medio Oriente sta andando a pezzi. Gli Stati stanno crollando. In questo vuoto un impero ci sta attaccando: l’Iran. Aspira ad armarsi con armi nucleari,” ha detto Netanyahu quando Eisenkot si insediò nel 2015.

“Il popolo di Israele si fida di te, il governo di Israele si fida di te, e Gadi, io mi fido di te,” ha aggiunto il primo ministro.

“Ci batteremo per scoraggiare il nemico, tenere la guerra sotto controllo, minacciare e vincere,” Eisenkot disse insediandosi al comando.

Sebbene durante il mandato di Eisenkot non ci sia stata un’offensiva militare sulla scala della guerra contro Gaza nel 2014, c’è stata un’escalation di violenza nei territori palestinesi occupati.

Tra il 2018 e il 2019, durante le proteste lungo la barriera Gaza-Israele della Grande Marcia del Ritorno, le forze israeliane uccisero oltre 200 palestinesi, ferendone migliaia, molti uccisi mentre si avvicinavano al confine.

Uno dei momenti decisivi del mandato di Eisenkot arrivò nel 2016 dopo l’uccisione di Abdel Fattah al–Sharif da parte del soldato israeliano Elor Azaria nella Cisgiordania occupata.

Sharif, dopo un attacco con un coltello, giaceva a terra ferito nel quartiere di Tel Rumeida a Hebron e Azaria gli sparò in testa; la scena fu ripresa da un video che scatenò una vasta condanna.

Nonostante le pressioni da parte di politici di destra e manifestanti, Eisenkot insistette che Azaria venisse giudicato da un tribunale militare, sostenendo che il soldato aveva violato il codice etico dell’esercito.

Alla fine Azaria fu condannato a 18 mesi di prigione anche se poi Eisenkot approvò una riduzione di pena a 14 mesi. Azaria fu rilasciato dopo nove mesi e non espresse mai rimorso.

Nel 2022, dopo il pensionamento, Eisenkot è entrato in politica, unendosi a Benny Gantz, suo ex comandante, nel Partito Unità Nazionale di centro-destra. Alla fine dell’anno, con il ritorno al potere di Netanyahu, è poi stato eletto alla Knesset, il parlamento di Israele.

L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 ha indotto il Partito Unità Nazionale a unirsi al governo di emergenza di Netanyahu, e sia Gantz che Eisenkot hanno occupato seggi nel gabinetto di guerra.

Ma le tensioni fra i due ex generali e il primo ministro diventarono ben presto di dominio pubblico.

Eisenkot ha ripetutamente criticato Netanyahu per la sua condotta della guerra, accusandolo di non aver dato la priorità al ritorno dei 251 ostaggi catturati da Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre. Ha sostenuto che la pressione politica di Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, i suoi partner nella coalizione di estrema destra, hanno minato gli sforzi per trovare un accordo.

“Quarantasei ostaggi che sarebbero dovuti ritornare non sono ritornati, alcuni di loro avremmo potuto riportarli a casa,” ha detto Eisenkot a Channel 12 News a gennaio.

“Abbiamo commesso degli errori,” ha detto, accusando Netanyahu di aver “sabotato” un accordo con Hamas all’inizio della guerra dopo averlo inizialmente approvato.

“Chiunque sia in una posizione di comando o leadership deve pagare il prezzo e tornarsene a casa,” ha aggiunto Eisenkot riferendosi ai leader sia politici che militari che erano in carica durante l’attacco.

La sua attrattiva

A settembre Eisenkot ha abbandonato il sempre più impopolare Partito di Unità Nazionale di Benny Gantz per lanciare il proprio movimento politico, Yashar – in ebraico “dritto” o “onesto”.

Annunciando il nuovo partito, Eisenkot ha detto che avrebbe lavorato per “riparare, guarire, e per dare speranza alla società israeliana” collocando allo stesso tempo “la sicurezza e gli interessi nazionali dello Stato di Israele al di sopra di ogni altra considerazione”, una critica non troppo velata a Netanyahu, ripetutamente accusato di mettere la propria sopravvivenza politica davanti agli interessi del Paese.

Sembra che abbia vinto la scommessa.

Recenti sondaggi hanno regolarmente posto Yashar fra i primi partiti in Israele, alcuni mettendolo davanti al Likud e suggerendo che le opposizioni avranno abbastanza seggi per formare una coalizione di governo.

Ma Dahlia Scheindlin, analista politica israeliana, dice che l’ascesa di Eisenkot riflette un più ampio trend politico e non solo la sua popolarità personale.

“Parte del sostegno a Eisenkot non dipende da lui,” ha detto Scheindlin a MEE. “C’è un intero elettorato che si oppone a Netanyahu dai primi mesi della formazione governativa.”

Ha puntato l’attenzione sulle proteste di massa contro la riforma giudiziaria del governo nel 2023, sostenendo che gli elettori anti-Netanyahu hanno cercato fin da allora un leader di opposizione credibile.

“Questo non è un piccolo gruppo,” ha detto. “Dopo il 7 ottobre il suo sostegno è andato prima a Gantz e dopo a Bennett [ex Primo Ministro]. Non è solo grazie a Eisenkot, ma è perché c’è un campo politico in cerca di un leader.”

Anche la carriera militare di Eisenkot ha sostenuto la sua posizione, ha detto Scheindlin.

“I leader militari godono del sostegno pubblico sin dalla fondazione dello Stato, grazie all’alto livello di fiducia che gli israeliani pongono nell’esercito.”

Come altri ex generali che sono poi entrati in politica, dice, Eisenkot è visto da tanti come “efficiente, pragmatico e professionale”.

Inoltre, Scheindlin sostiene che anche la storia personale di Eisenkot è un forte elemento che lavora in favore dell’ex generale.

Fra l’ottobre 2023 e il novembre 2024 suo figlio Gal e due nipoti sono stati uccisi durante l’assalto militare di Israele contro Gaza.

“Ha perso il figlio e due nipoti mentre il governo chiudeva la porta alle famiglie in lutto e alle sofferenze del popolo, in un momento in cui la maggioranza degli israeliani voleva un accordo,” ha detto Scheindlin.

E nota che Eisenkot è visto da molti israeliani “come uno che ha sofferto in prima persona con la sua gente, sacrificando il figlio e nipoti “.

“Questo crea un contrasto tra lui e Netanyahu,” ha aggiunto. “Provoca rabbia verso il governo e incanala contro di esso la rabbia pubblica.”

Anche il suo background è diventato parte della sua identità politica.

Eisenkot diventerebbe infatti il primo mizrahi eletto premier. Figlio di ebrei immigrati dal Marocco, è di recente diventato bersaglio di quelli che i critici descrivono come attacchi razzisti nella campagna di Netanyahu.

I mizrahi, ebrei le cui famiglie provengono dal Medio Oriente e dal Nord Africa, hanno da sempre subìto discriminazioni da parte degli ashkenaziti, l’élite sociale storicamente dominante in Israele.

“I miei genitori sono immigrati dal Marocco e io sono fiero di loro e delle mie origini, ma io sarei felice se, innanzitutto, fossimo fieri di essere israeliani,” ha detto Eisenkot dopo gli attacchi del partito Likud di Netanyahu che da tempo si presenta come la casa politica di molti votanti mizrahi.

Amal Oraby, avvocata dei diritti umani palestinesi, ha detto che Eisenkot ha anche ottenuto un certo favore da parte dei cittadini palestinesi di Israele.

“Ha una buona reputazione su cui contare nella società palestinese di Israele,” dice Oraby a MEE. “A differenza di Benny Gantz, quando era capo di stato maggiore Eisenkot non ha condotto una guerra contro i palestinesi.”

Nonostante noti che Eisenkot sia rimasto per lo più in silenzio mentre i partiti dell’opposizione gareggiavano nell’adottare un linguaggio sempre più intransigente verso i cittadini palestinesi di Israele, Oraby sostiene che nonostante ciò molti palestinesi lo vedono come una figura più pragmatica di Netanyahu.

Oraby riferisce il commento di suo padre: ‘Netanyahu ci fa rimpiangere Golda [Meir] e [Menachem] Begin’. “Il livello di violenza e fascismo di questo governo hanno portato i palestinesi a volere qualcuno di normale, qualcuno con cui dialogare.”

I piani di Eisenkot e come pensa di trattare i palestinesi

Eisenkot si presenta come un leader interessato a ricucire le divisioni politiche in Israele dopo quasi tre anni di guerra.

“La difficile e prolungata guerra ha rivelato la profondità delle spaccature e la necessità di un leader di tipo diverso: professionale, unificante e impegnato in una condotta democratica,” riporta il sito web del suo partito Yashar.

Il partito ha assicurato che darà la priorità alla leva degli ebrei ultra-ortodossi, rafforzando le istituzioni democratiche e attutendo la polarizzazione politica. 

All’inizio del mese Eisenkot ha anche promesso di abrogare le leggi approvate dal governo Netanyahu, accusandolo di indebolire l’esercito con il suo rifiuto di arruolare gli ultra-ortodossi.

Ma gli analisti dicono che Eisenkot è rimasto deliberatamente sul vago su molti dei temi che probabilmente caratterizzeranno il suo premierato, particolarmente il conflitto israelo-palestinese.

“Eisenkot non dice niente,” ha detto Scheindlin a MEE.  “Si concentra su cose che possono essere implementate immediatamente e sulla sua vita personale.”

Sostiene che la sua ambiguità si estende persino a temi che hanno dominato nella politica israeliana, inclusa la riforma giudiziaria che aveva innescato le proteste di massa nel 2023.

“I suoi consiglieri hanno adottato l’approccio che non c’è bisogno di parlare del problema palestinese,” ha detto Scheindlin.

“È possibile che i votanti del centro pensino che Eisenkot voglia raggiungere un qualche tipo di accordo con i palestinesi, ma è come uno schermo bianco su cui proiettare tutti i tuoi desideri.”

Oraby ha detto che Eisenkot sembra favorire il ritorno alla vecchia politica israeliana di gestire invece che risolvere il conflitto.

“Eisenkot vuole ritornare alla politica di gestione del conflitto,” dice Oraby, riferendosi a un approccio praticamente abbandonato dal presente governo.

Nonostante tutto ciò Oraby sostiene che molti palestinesi vedono Eisenkot come una figura più pragmatica.

“I palestinesi possono consolarsi del fatto che non sia un colono,” dice riferendosi alla presente guerra a Gaza e alle politiche israeliane nella Cisgiordania occupata.

Ma Oraby ha detto che Eisenkot ha fatto pochi sforzi nel coinvolgere direttamente i cittadini palestinesi in Israele.

“Non si rivolge all’elettorato palestinese come a un pubblico che vuole convincere,” dice Oraby, aggiungendo che Eisenkot non ha presentato alcuna proposta per combattere la violenta criminalità contro le comunità palestinesi in Israele.

Dall’inizio dell’anno circa 150 cittadini arabi di Israele sono stati uccisi in atti di violenza criminale, la maggioranza dei quali casi irrisolti.

“C’è una accettazione tra i palestinesi in Israele che un governo guidato da Eisenkot non farà miracoli e certamente non risolverà il conflitto israelo-palestinese,” dice Oraby.

“I palestinesi vogliono un ritorno alla normalità.”

Scheindlin in linea di massima è d’accordo, sostenendo che la principale differenza tra Eisenkot e Netanyahu non stia tanto nella loro visione a lungo termine quanto nel loro stile politico.

“Questo è il significato di pragmatico. Non vuole spostarsi verso una visione fondamentalista.”

I commenti di Eisenkot fanno pensare che sia a favore del mantenimento del controllo israeliano su parti della Cisgiordania occupata anche se si oppone a un’annessione immediata.

“Se annettessimo a Israele i palestinesi, ciò sarebbe una seria minaccia al progetto sionista” ha detto a Channel 13, aggiungendo che la fondazione delle colonie dovrebbe continuare entro i limiti della legge israeliana.

“Io non ho mai parlato di uno Stato palestinesi,” ha detto Eisenkot lunedì, ricusando la critica di essere un candidato di sinistra, ma aggiungendo che farà tutto il possibile affinché non si realizzi il piano di Smotrich di annettere la Cisgiordania.

“L’idea è assurda, una cosa completamente folle,” ha detto Eisenkot, sostenendo che, riferendosi ai palestinesi, Israele deve distinguere “fra terroristi e popolazione”.

Su Gaza Eisenkot sostiene che Hamas dovrebbe essere sostituito da un’Autorità Palestinese riformata.

” L’Autorità Palestinese a Gaza sarebbe meno peggio di Hamas,” ha detto lo scorso mese a i24News.

“Hamas deve essere eliminato come forza militare e governativa, e deve nascere una leadership diversa, affiliata con un’Autorità Palestinese che dovrebbe passare attraverso un accurato processo di de-radicalizzazione.”

Eisenkot può diventare primo ministro?

Resta incerto se Eisenkot saprà tradurre i suoi forti sondaggi in una vittoria elettorale.

“Le sue possibilità non sono così male,” ha detto Scheindlin a MEE facendo notare che, dal ritorno al potere di Netanyahu, i partiti di opposizione hanno costantemente avuto la maggioranza in molti sondaggi.

“Da tre anni e mezzo i partiti di opposizione hanno avuto la maggioranza in quasi tutti i sondaggi,” ha detto, sostenendo che adesso è “molto più difficile per il Likud formare un governo dopo le elezioni.”

Molto dipende se Eisenkot vorrà lavorare con i partiti palestinesi nella Knesset.

“I palestinesi vogliono abbattere il presente governo,” ha detto Oraby a MEE, aggiungendo che molti palestinesi cittadini di Israele dicono: “Siamo pronti a fare qualsiasi cosa per deporre Netanyahu.”

Ma ha messo in guardia che “l’opinione contro il coinvolgimento dei partiti arabi nel governo è così forte che non è certo se Eisenkot avrà il coraggio di farlo “.

In quasi tutti i sondaggi, il partito Yashar guidato da Eisenkot e i suoi alleati ebraici di opposizione non arrivano alla maggioranza dei 61 seggi necessari a formare un governo senza il sostegno dei partiti palestinesi. 

Si prevede che gli islamisti e i conservatori della Lista Araba Unita, noti come Raam, l’acronimo in ebraico, e i socialisti dell’unione Hadash-Taal vinceranno circa 10 seggi il che li renderebbe l’ago della bilancia nei negoziati per una coalizione.

Scheindlin afferma che molti partiti di opposizione hanno inutilmente limitato le loro opzioni di coalizione rifiutandosi di collaborare con i partiti palestinesi.

Comunque Eisenkot ha lasciato la porta aperta almeno a Raam.

“Lascia la porta aperta alla cooperazione con Raam,” ha detto Scheindlin, osservando che i tre princìpi essenziali di Eisenkot – mantenere Israele uno Stato ebraico e democratico, sostenere i valori della Dichiarazione di Indipendenza e appoggiare il servizio militare o nazionale – potrebbero costituire una base comune con il partito.

Ha detto che l’enfasi di Eisenkot sul servizio nazionale come alternativa civile al servizio militare sostenuta da Raam, è ampiamente vista come un segnale che sarebbe favorevole a includere il partito in una futura coalizione.

Tuttavia Scheindlin ha avvertito che Netanyahu resta un formidabile oppositore politico nonostante i bassi sondaggi della sua coalizione.

Consolidando il sostegno a destra e rimodellando la sua coalizione prima delle elezioni, “c’è una possibilità non trascurabile che Netanyahu riuscirà a formare un governo”, ha detto.

Anche se nessuna delle parti riuscisse a ottenere una maggioranza parlamentare, Scheindlin ha detto che Netanyahu potrebbe ancora costringere Israele a un’altra tornata elettorale, uno scenario che ha più volte allungato la sua permanenza in carica.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Netanyahu ammette di non essere riuscito a distruggere il governo civile di Hamas, ma afferma che la ‘migrazione volontaria’ è ancora un’opzione

Redazione di MEMO

1 luglio 2026 – Middle East Monitor

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ammesso che Israele non ha ancora raggiunto il suo obiettivo di porre fine all’amministrazione civile di Hamas nella Striscia di Gaza, ma ha affermato che prima o poi lo farà.

Le sue affermazioni provengono da rapporti che indicano che l’esercito israeliano sta espandendo il suo controllo su Gaza. Netanyahu aveva precedentemente detto che aveva istruito l’esercito per incrementare il controllo fino al 70% del territorio dall’attuale 60%, una azione che viola l’accordo di cessate il fuoco mediato a ottobre 2025 dall’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump.

Parlando riguardo al piano proposto di “migrazione volontaria” per gli abitanti di Gaza, Netanyahu ha affermato che la proposta rimane oggetto di discussione. I mezzi di informazione israeliani hanno riferito che fonti ufficiali hanno deciso di sostituire il termine “migrazione volontaria” con “piano di libertà di movimento” nell’evidente tentativo di rendere la proposta più accettabile sul piano internazionale in seguito alle molte critiche.

Il ministro israeliano della Difesa Israel Katz aveva detto in precedenza che il “piano di migrazione volontaria da Gaza sarà implementato al momento e nel modo appropriati.”

Organizzazioni per i diritti civili hanno avvertito che la creazione di condizioni di vita che rendono impossibile per i civili rimanere con dignità e facendo loro pressione affinché vogliano lasciare Gaza, “non è un piano per incoraggiare la migrazione volontaria, ma un piano per l’evacuazione e la deportazione forzate.”

Alla domanda riguardo la possibilità di fondare colonie ebraiche nella Striscia di Gaza, Netanyahu ha risposto: “E’ meglio parlare meno e agire saggiamente.”

I suoi commenti arrivano mentre il governo israeliano, sostenuto dai suoi partner di coalizione di estrema destra, continua a promuovere la ricostituzione di colonie a Gaza. Alcuni analisti osservano che l’obiettivo dichiarato di porre fine all’amministrazione civile di Hamas serve come copertura per un più ampio piano israeliano per svuotare il territorio.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Gli architetti della post-verità: come Netanyahu e Trump stanno pianificando l’Apocalisse

Sahar Huneidi

15 marzo 2026 – Middle East Monitor

Per decenni la politica estera americana è stata costruita sulla base di un ibrido di realismo, interesse personale e idealismo. Oggi è stata ridefinita sul terreno allucinante di un’era della “post-verità” in cui Benjamin Netanyahu agisce come l’architetto principale. Presentando una guerra regionale contemporanea come la lotta biblica contro “Amalek”, Netanyahu ha allineato con successo la sua stessa sopravvivenza politica con i sogni deliranti dell’escatologia evangelica americana. È una strategia ad alto rischio che offre a Donald Trump esattamente quello che desidera ardentemente: un mondo in cui la strategia geopolitica è sostituita da un teatro transazionale del “bene contro il male” e in cui l’apparato dello Stato viene utilizzato come scudo personale contro la responsabilità dei fatti. Insieme non stanno solo combattendo una guerra, stanno invitando l’Apocalisse al tavolo dei negoziati.

La chiave per comprendere l’attuale situazione è riconoscere che questi elementi, la teologia evangelica della fine dei tempi, l’espansionismo sionista, la politica transazionale di Trump e il contesto della post-verità nell’informazione non sono solo fenomeni paralleli, ma sono simbiotici. Ognuno si nutre dell’altro, creando un circolo del caos che si autoalimenta e che rende normale la distopia.

E mentre i missili dominano le prime pagine, gli Epstein files sono il contesto di cui non si parla: un potenziale sottoprodotto di una dirigenza compromessa in tutto lo spettro politico. La loro pubblicazione completa e il loro potenziale ricattatorio sarebbero catastrofici, non solo per Trump ma per tutta una rete dell’élite che ha passato anni a garantire che la verità rimanesse nascosta. Questa guerra ora ha spinto fuori dalle prime pagine ogni vicenda scomoda e nel dimenticatoio ogni commissione parlamentare d’inchiesta.

 Incentivi narcisistici

Il bisogno di Trump di essere adorato è patologico: la sua visione del potere è assolutista. Tutto è un affare: soldi, lealtà, missili. Non vede la guerra come una tragedia umana, ma come uno stilare classifiche, una distrazione, come una cosa che alla fine fa in modo che la gente smetta di parlare di tutti gli scandali di cui al momento si sta occupando il suo gruppo di avvocati. Nel mondo binario di Trump ci sono solo vincitori e perdenti, ragazzi bravi o cattivi. Parla del Medio Oriente nello stesso modo in cui un bambino di quarta elementare descrive un video gioco: “Li abbiamo colpiti duramente,” dice, “sono tipi tosti, ma noi lo siamo di più”. Su una scala da 1 a 10 su come stava andando la guerra in Iran nelle prime 48 ore Trump ha affermato che era a 1 su 15. Il nono giorno ha detto che la guerra è “davvero finita, sostanzialmente,” aggiungendo: “Per molti versi abbiamo già vinto, ma non abbastanza.” Il 13 marzo POTUS [acronimo di President of The United States, Presidente degli Stati Uniti, ndt.] ha dichiarato che avrebbe posto fine alla guerra di USA e Israele contro l’Iran “quando lo sentirò io nelle ossa”.

Il vocabolario è semplice e la sintassi è stentata. Per anni i più importanti commentatori l’hanno liquidata come colorita retorica, ma non hanno colto il punto. I limiti linguistici di Trump non sono una bizzarria comunicativa ma lo specchio di una psicologia che ora sta modellando il destino del Medio Oriente, se non di tutto il mondo.

Per un uomo che misura il proprio valore in vittorie, la tentazione è irresistibile. Il 7 marzo ha già affermato che l’Iran di fatto “si è arreso” e che “è la prima volta che l’Iran abbia mai perso, in migliaia di anni, contro i vicini Paesi mediorientali.” Ma Trump non è l’architetto, bensì lo strumento di questo caos. Il piano venne stilato decenni fa a Gerusalemme da un uomo che capisce esattamente come sfruttare i bisogni narcisistici. Netanyahu, il padrone del gioco, ha passato quarant’anni ad attendere un presidente USA da poter finalmente influenzare per entrare in guerra con l’Iran.

Il padrone e il suo piano

Facendo un passo indietro si mette a fuoco un’altra figura. Nel 1982 un giornalista e diplomatico israeliano di nome Oded Yinon pubblicò un articolo su un giornale in ebraico chiamato Kivunim, delineando la strategia per Israele negli anni ‘80. La sicurezza e l’esistenza a lungo termine di Israele, sostenne, dipendono dallo spezzettamento del mondo arabo nelle sue componenti etniche e settarie: uno Stato maronita in Libano, uno Stato druso nel sud della Siria, un’entità curda nel nord, uno Stato alawita sulla costa, un rimasuglio sunnita in mezzo. Un mosaico di mini-Stati deboli e in conflitto tra loro, nessuno dei quali in grado di sfidare la supremazia regionale di Israele, ciò che in un simile mosaico “naturalizza” lo Stato ebraico.

Per decenni questa venne liquidata come una teoria cospirativa. Ma Benjamin Netanyahu, che entrò in politica nello stesso anno in cui il piano di Yinon venne pubblicato, ha passato la sua carriera a concretizzarlo. Si è sostenuto che il piano di Yinon fosse stato adottato e raffinato in un documento di politica del 1996 intitolato “Una rottura netta: una nuova strategia per assicurare il regno”, scritto da un gruppo di ricerca dell’Institute for Advanced Strategic and Political Studies [Istituto per gli Studi Strategici e Politici Avanzati] di Washington, guidato dal neoconservatore Richard Perle.

Guardate oggi la mappa: l’Iraq è stato frammentato tra entità sunnite, sciite e curde. La Siria si sta disgregando sotto i nostri occhi, con le forze israeliane che si sono radicate ben oltre le Alture del Golan, attualmente schierate a 21- 25 km da Damasco. Il Libano, il laboratorio originario di questa strategia, è uno Stato fallito consumato da una paralisi settaria. Il piano è sempre stato a portata di mano, in attesa del momento buono.

Un’accoppiata infernale

È fondamentale capire la dinamica tra i due uomini. Netanyahu non ha bisogno di Trump per capire il piano di Yinon. Ha bisogno di lui per metterlo in atto senza che guardi troppo da vicino i dettagli. E lo scambio è stato straordinariamente chiaro: Trump ha le “vittorie” che brama, in cambio la lobby di Netanyahu offre la forza politica e i soldi per la campagna elettorale che mantiene intatta la coalizione di Trump.

Quando nell’aprile 2025 Trump ha annunciato i negoziati sul nucleare con l’Iran, cogliendo di sorpresa Netanyahu durante una visita a Washington, sembrava un tradimento. Nel giro di qualche settimana ci sono stati comunque gli attacchi. La lezione è stata chiara: Trump avrebbe posato per le telecamere, ma Netanyahu avrebbe avuto quello che voleva. Il padrone conosce il suo strumento.

E quando recentemente Netanyahu ha svelato il suo “esagono di alleanze”, una fantasiosa coalizione che include Israele, India, Grecia, Cipro e due Stati arabi non citati, la stampa lo ha trattato come uno statista, mentre gli analisti lo hanno definito un “mondo di fantasia” e un “esercizio di immaginazione”. Nessun governo lo ha appoggiato. Poiché la Grecia e Cipro sono membri della Corte Penale Internazionale, che ha emanato un mandato di arresto per Netanyahu, sarebbero legalmente obbligati ad arrestarlo. Questo è il risultato finale: quando un leader impazzito si rifugia in alleanze fantasiose che esistono solo nei comunicati stampa è perché le vere alleanze stanno crollando. Piuttosto che formare alleanze con Israele, gli Stati a maggioranza sunnita come Turchia, Arabia Saudita ed Egitto si sono coordinati diplomaticamente contro l’aggressione israeliana e hanno preso le distanze dalla precedente tendenza alla normalizzazione [con Israele]. Tuttavia niente aveva preparato l’opinione pubblica alla vera bomba. In una conferenza stampa venerdì 13 marzo 2026 Netanyahu ha fatto una rara e molto discussa affermazione legando esplicitamente le attuali operazioni militari di Israele contro l’Iran a una profezia messianica.

La situazione ha preso una svolta surreale quando Netanyahu ha affermato ripetutamente: “Credo che tutti noi sappiamo che raggiungeremo il regno. Lo faremo per il ritorno del Messia, ma ciò non avverrà il prossimo giovedì.”

La nebbia

Niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza un quarto livello di questa catastrofe: il collasso completo di una realtà fattuale condivisa. Stiamo vivendo nel 1984 di Orwell, in cui il passato è costantemente riscritto e il presente è qualunque cosa dicano i titoli di prima pagina. I “fatti alternativi” di Trump, il suo stesso Ministry of Truth Social [la piattaforma informativa di Trump qui citata come il Ministero della Verità del libro di Orwell, ndt.] e l’enorme velocità del circolo informativo creano un vuoto di memoria. La vicenda di Epstein di ieri è sepolta dall’odierno attacco contro l’Iran. Le vittime civili di oggi sono sepolte dal summit diplomatico di domani. L’opinione pubblica non può stare al passo e verificare, e alla fine smette di provarci.

La nebbia consente a tutti e tre i gruppi di agire senza doverne rendere conto. Gli evangelici vedono miracoli. I sommi sacerdoti della strategia vedono materializzarsi il progetto. Il narcisista vede prime pagine vittoriose. E il resto del mondo vede caos e distoglie lo sguardo, incapace di distinguere i fatti dalla finzione, le profezie dalla politica, la strategia dalla follia.

La resa dei conti

Funzionerà? Netanyahu può riuscire a frammentare l’intera regione in staterelli settari, con un “Grande Israele” seduto saldamente al centro?

I dati suggeriscono il contrario. Gli attacchi contro l’Iran non hanno eliminato il suo programma nucleare, lo hanno portato sottoterra. La devastazione genocida a Gaza non ha prodotto sicurezza, ma una generazione di orfani che ricorderanno perfettamente chi ha ucciso i loro genitori. La continua aggressione su tutti i fronti non ha prodotto alleati, ma il contrario.

Il declino della popolarità di Trump e il suo bisogno costante di conferme sono debolezze, non punti di forza. Un presidente che lotta per la propria sopravvivenza politica è imprevedibile. Quando arriverà la resa dei conti, e succederà, gli storici ripercorreranno l’arco di tempo dalla telefonata di Netanyahu che ha lusingato lo sprovveduto ego di Trump fino al denaro dell’AIPAC [principale organizzazione della lobby filo-israeliana negli USA, ndt.] che inonderà le elezioni americane, alle pile di corpi a Gaza, a Beirut e in Iran. Chiederanno com’è stato possibile che la Nazione più forte al mondo abbia consentito che la sua politica militare ed estera fosse esternalizzata alle fantasie disturbate di un leader straniero.

Non stiamo assistendo alla realizzazione di un piano generale. Stiamo assistendo a un caso di studio psicologico, a un sogno teologico allucinato e a un progetto coloniale che entrano in collisione in tempo reale. L’architetto crede di poter controllare le forze che ha scatenato. Il narcisista crede che le vittorie siano sue. I profeti credono di stare assistendo alla fine dei giorni.

Noialtri siamo lasciati a raccogliere i pezzi, incerti se stiamo vivendo la storia o la sua fine. Se c’è un barlume di speranza in mezzo a tutta questa follia è che le fantasie di Netanyahu e Trump sono così confuse, così intrinsecamente contraddittorie, così ovviamente slegate dalla realtà che la gente si sta rifiutando di viverci dentro.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Netanyahu revoca la cittadinanza a due palestinesi con cittadinanza israeliana e ne ordina la deportazione a Gaza

Redazione di MEMO

10 febbraio 2026 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha firmato un ordine di revoca della cittadinanza israeliana a due palestinesi che secondo l’emittente pubblica israeliana saranno deportati a Gaza con un’iniziativa senza precedenti.

Scrivendo su X, la società statunitense dei social media, Netanyahu ha affermato che “questa mattina ho firmato la revoca della cittadinanza e gli ordini di deportazione per due terroristi israeliani.”

Netanyahu, lui stesso ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra a Gaza, ha dichiarato che i due “hanno effettuato accoltellamenti e sparatorie contro civili israeliani.”

Molti altri come loro subiranno la stessa sorte,” ha avvertito, minacciando misure aggiuntive contro i palestinesi nei territori occupati da Israele nel 1948 [cioè in Israele, ndt.].

L’emittente pubblica israeliana ha affermato che i due palestinesi verranno deportati a Gaza.

La Striscia di Gaza sta soffrendo conseguenze catastrofiche da quando Israele, sostenuto dagli Stati Uniti, da ottobre 2023 ha avviato una guerra genocida, che è durata due anni, con circa 2,4 milioni di palestinesi che vivono nell’enclave.

Secondo l’emittente israeliana Channel 12 i due palestinesi obiettivo della misura sono Mahmoud Ahmed e Mohammed Ahmed Hussein Halasi.

Su oltre 10 milioni [di abitanti] i palestinesi all’interno di Israele sono più del 20% della popolazione e sostengono di dover affrontare discriminazione e marginalizzazione e di essere stati presi di mira dai successivi governi israeliani.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La nuova era dell’espansionismo israeliano e l’economia di guerra che la alimenta

Ahmed Alqarout  

2 febbraio 2026 – Mondoweiss

Come l’economia trainata dalla guerra, la ridefinizione regionale e la spinta di Netanyahu per l’indipendenza negli armamenti stanno dando inizio a un nuovo periodo di espansionismo israeliano nella sua ricerca di supremazia a livello regionale.

Israele ha avviato una nuova era di espansionismo territoriale e aggressione militare al di là dei confini della Palestina storica. Le sue bellicose azioni hanno subito un’accelerazione in Giordania, Libano, Siria, Yemen, Iran, Qatar e, più di recente, Somaliland [territorio del Corno d’Africa che ha dichiarato unilateralmente la propria indipendenza dalla Somalia, ndt.]. Questi sviluppi non sono dovuti a un cambiamento nelle ambizioni strategiche israeliane ma piuttosto alla perdita delle costrizioni che le avevano limitate prima dell’ottobre 2023.

Questa svolta espansionistica riflette una ridefinizione strutturale dei rischi, dei vantaggi e della tolleranza internazionale piuttosto che un improvviso cambiamento ideologico. Ma è anche dovuta al modo in cui attualmente è strutturato il sistema economico israeliano: l’industria militare l’ha trainato da quando Israele ha sperimentato un certo livello di isolamento internazionale che negli ultimi due anni ha colpito la maggioranza degli altri settori. Il risultato? Ora Israele ha un ulteriore incentivo strutturale a vivere in un costante stato di guerra.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dato voce a questa situazione quando ha annunciato che Israele dovrebbe diventare una “Super Sparta”, uno Stato bellicoso altamente militarizzato con un’industria degli armamenti autosufficiente in grado di sfidare le pressioni internazionali e l’embargo sulla fornitura di armi perché non più costretto a dipendere dalla generosità militare statunitense.

Una fondamentale dichiarazione strategica acutizza questa traiettoria. Nel gennaio 2026 il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato l’intenzione di porre fine all’aiuto militare USA a Israele entro approssimativamente un decennio, inquadrando tutto ciò come un percorso verso l’autosufficienza militare-industriale e l’autarchia strategica. Questo annuncio segnala che Israele non si accontenta più di rimanere subordinato agli USA e cerca invece di agire come loro partner strategico regionale in un momento in cui la strategia della sicurezza nazionale statunitense sta spostando la sua attenzione dal Medio Oriente all’emisfero ovest.

La dichiarazione di Netanyahu amplifica l’urgenza di un modello di sviluppo trainato dalle esportazioni significativamente basato sulle industrie belliche e legate alla sicurezza. Il problema è che se Israele intende sostituire 3,8 miliardi all’anno di aiuti militari USA deve incrementare notevolmente la sua produzione interna e la sua capacità di esportazione.

Lo Stato israeliano sta cercando di istituzionalizzare questo incremento di esportazioni attraverso le politiche con commesse di circa 350 miliardi di shekel (equivalenti a 100-108 miliardi di dollari) nel prossimo decennio per espandere una propria industria bellica interna. Economicamente ciò significa che la produzione di armi diventerà centrale per la strategia industriale israeliana a lungo termine spostando capitali, lavoro e sostegno dello Stato verso l’industria militare invece che verso il rilancio [dell’economia] civile, una strategia che è insostenibile in un periodo di guerra. Ciò inserisce anche le imprese israeliane ancora più a fondo nella catena di forniture per la sicurezza a livello globale, persino nel momento in cui lo Stato si trova isolato a livello diplomatico.

La dimensione strutturale: un incentivo per la guerra permanente

Dal 2023 le esportazioni militari israeliane sono diventate uno dei pochi settori che compensano il rallentamento generale della sua economia. Nel 2023 le esportazioni per la difesa hanno raggiunto approssimativamente i 13 miliardi e nel 2024 sono salite ulteriormente a circa 14,7-15 miliardi, segnando successivi record. Questa espansione è avvenuta mentre la crescita dell’economia civile si è indebolita, a causa della prolungata mobilitazione dell’esercito la carenza di lavoro e la disoccupazione si sono accentuate e vasti settori delle piccole e medie imprese hanno segnato sostanziali perdite e fallimenti. Durante le tensioni del periodo bellico l’esportazione di armamenti ha funzionato come stabilizzatore anticiclico, ma ora è diventata una parte permanente del modo in cui l’economia israeliana intende riprodursi.

Nel 2025 questa traiettoria ha accelerato ulteriormente. Israele ha firmato alcuni dei suoi maggiori accordi fino ad ora per la difesa con USA, EAU [Emirati Arabi Uniti], Germania, Grecia e Azerbaigian che riguardano sistemi di difesa, missili, droni e tecnologie avanzate per la sorveglianza. Mentre non sempre gli importi degli accordi sono stati resi pubblici, si prevede che essi porteranno il totale delle esportazioni per la difesa oltre il record del 2024, rafforzando il settore bellico come l’industria più dinamica delle esportazioni israeliane proprio quando altri settori, come l’agricoltura, secondo quanto dicono i coltivatori, devono affrontare un imminente “collasso”. L’economia bellica è diventata il principio organizzatore della sopravvivenza politica e l’assicurazione sulla vita del regime.

Mentre i settori civili sono in stagnazione, l’economia di guerra fornisce crescita, entrate di valuta estera e isolamento politico. Ciò crea un incentivo strutturale per una mobilitazione permanente: la guerra sostiene la domanda, protegge il governo dal rendere conto delle sue azioni e rafforza una visione del mondo in cui la forza è considerata la principale moneta nelle relazioni internazionali.

In questo contesto le aggressioni militari e l’espansionismo territoriale sono i meccanismi attraverso i quali l’economia israeliana tenta ora di riprodursi. Come conseguenza la coalizione di governo di Israele si basa sulla sicurezza. L’economia bellica è diventata il principio cardine della sopravvivenza politica e l’assicurazione sulla vita del regime.

La dimensione globale: la fine delle leggi internazionali

La dimensione internazionale è altrettanto decisiva. L’espansionismo territoriale e le aggressioni militari di Israele sono stati possibili grazie allo svuotamento di meccanismi internazionali vincolanti, come il diritto internazionale.

Gli Stati occidentali hanno dimostrato che non c’è una ragionevole linea rossa quando la violenza è inquadrata come controterrorismo o difesa della civiltà. Le norme giuridiche rimangono intatte a parole ma operativamente sospese. Ciò ha modificato i calcoli strategici di Israele, perché se Gaza determina scalpore diplomatico ma nessuna sanzione concreta, allora Libano, Siria o Iraq implicano costi previsti ancora minori.

Il collasso della normalizzazione: nessuna ragione per comportarsi correttamente

Anche le politiche di normalizzazione giocano un ruolo. Il collasso dei colloqui di normalizzazione tra Israele e l’Arabia Saudita, che durante il 2023 sotto la mediazione USA avevano accelerato ma sono stati sospesi dopo che Israele ha scatenato il genocidio a Gaza, non ha sanzionato il comportamento di Israele ma l’ha affrancato.

Senza il riconoscimento saudita come merce di scambio o incentivo a moderarsi, Israele ha abbandonato ogni pretesa di usare compromessi territoriali come strumento negoziale. Ciò ha promosso l’obiettivo di stabilire fatti sul terreno cercando nel contempo rapporti bilaterali con attori più piccoli o più vulnerabili. Ora l’espansione sostituisce il morente potere di persuasione di Israele e il riconoscimento è ottenuto sempre più attraverso il potere piuttosto che con i negoziati.

Ciò che rende diverso il periodo successivo al 2023 è il fatto che Israele ha combattuto simultaneamente e apertamente su vari scenari e con la certezza che l’escalation non avrebbe scatenato contraccolpi sistemici. Oltretutto la strategia israeliana è stata strutturalmente possibile grazie a un sempre crescente ricorso a nuove tecnologie sviluppate durante la guerra. Non è più una risposta a minacce ma un metodo di governo interno e di influenze all’estero.

Dal 2023 Israele non ha più perseguito la pace attraverso il contenimento, come fece nel periodo delle Primavere Arabe. Al contrario si è spostato verso l’occupazione permanente, l’esproprio delle terre e la ridefinizione delle mappe politiche per sostenere ed espandere la sua macchina da guerra.

Come Israele sta perseguendo il dominio regionale

In patria l’espansionismo israeliano intende risolvere in modo definitivo la questione palestinese attraverso una combinazione di espulsione, cantonizzazione, cooptazione e in definitiva trasferimento. La logica sottesa è eliminare una volta per tutte quello che viene percepito come il principale problema di sicurezza israeliano, la presenza stessa del popolo palestinese sulla sua terra, ripristinando così la fiducia dell’élite e della società nella sopravvivenza a lungo termine dello Stato.

A livello regionale, nei Paesi in cui interviene Israele persegue diversi obiettivi, alcuni che riguardano l’acquisizione territoriale o l’occupazione semi-permanente, altri focalizzati sulla subordinazione, frammentazione e neutralizzazione delle minacce percepite.

In Iran l’aggressione prende la forma della ricerca di una destabilizzazione e indebolimento militare del regime attraverso pesanti attacchi aerei sulle strutture nucleari e militari insieme a tentativi di esacerbare la rivolta sociale e politica. Nel giungo 2025 la guerra tra Israele e Iran ha segnato lo scontro militare finora più diretto tra i due Stati, eppure è finito in una tregua informale invece che in un’escalation di guerra totale e nessuna delle due parti ha superato il limite riconosciuto di deterrenza nonostante l’intensità degli scontri.

Da allora le proteste su vasta scala in Iran hanno introdotto un nuovo punto di pressione interna che gli attori esterni inquadrano sempre più come una vulnerabilità strategica. Ciò ha coinciso con esplicite minacce di guerra da parte di Donald Trump e rinnovati segnali militari USA, che insieme rafforzano la tradizionale idea israeliana dell’Iran come una minaccia esistenziale che deve essere affrontata attraverso un cambiamento di regime. Eppure la persistenza della mancata escalation riflette come l’aggressione contro l’Iran operi all’interno di limiti impliciti che l’espansionismo territoriale in Palestina o in Siria non affronta, anche se l’insieme di rivolta interna e retorica coercitiva all’estero rende questo equilibrio più fragile.

In Libano Israele intende smantellare Hezbollah non solo come attore militare ma anche come la colonna portante dell’ordine politico guidato dagli sciiti che ostacola il dominio regionale israeliano. L’obiettivo più complesso è dividere il Libano in un sistema basato sulle minoranze in cui drusi, cristiani e altri gruppi siano incentivati a cercare la protezione dall’estero e rapporti economici con Israele. Un Libano debole e frammentato garantisce profondità strategica senza i costi e le responsabilità di un’occupazione diretta. Per ora in Libano l’escalation attraverso il confine funge meno come un percorso verso una vittoria militare totale e più come uno strumento per ridefinire gradualmente l’equilibrio politico interno del Libano.

A gennaio 2026, nonostante il cessate il fuoco formalmente in vigore, Israele ha conservato posizioni “temporanee” in cinque luoghi “strategici” nel sud del Libano, rifiutando di completare il ritiro. Il risultato è una situazione di stallo tesa, in cui Israele conserva il potere militare sul Libano e nel contempo non rispetta il suo impegno a un totale ripiegamento e lascia aperta la possibilità di una nuova pesante escalation.

Gli attacchi israeliani in Siria sono in un certo senso più complessi, ed è diventato un teatro fondamentale dell’intervento militare di Israele e della realizzazione di una frammentazione politica in seguito alla caduta del regime di Assad nel dicembre 2024. La strategia israeliana in Siria riguarda sia l’azione militare diretta che tentativi di impedire il consolidamento di uno Stato siriano unificato fornendo aiuto militare e coordinamento alle Forze Curde Siriane (le SDF) con l’inteto di frammentare l’autorità del nuovo governo siriano.

Nel marzo 2025 il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato pubblicamente che Israele permetterà ai lavoratori drusi siriani di entrare nelle Alture del Golan [occupate da Israele nel 1967, ndt.] da occupare nell’agricoltura e nelle costruzioni, presentandolo come un gesto umanitario e promuovendo simultaneamente dipendenza occupazionale e rapporti economici che leghino le comunità di confine a Israele. Nel luglio 2025 Netanyahu ha adottato una politica formale di “demilitarizzazione del sud della Siria”, dichiarando che le forze israeliane vi rimarranno a tempo indeterminato e che a nessuna forza militare siriana verrà permesso di restare a sud di Damasco, separando di fatto il territorio siriano. Netanyahu ha definito questa politica come “protezione dei drusi”.

Difficoltà israeliane in Siria

Alla fine del 2025 e all’inizio del 2026 la posizione delle SDF [Sirian Democratic Forces, milizia curda siriana, ndt.] è crollata. Le defezioni delle tribù arabe a Raqqa e a Deir Ez-Zour, la crescente pressione delle forze turche nel nord e la mancanza di un sostanziale appoggio esterno hanno portato nel gennaio 2026 a una rapida ritirata delle SDF da buona parte del nord e dell’est della Siria. Questo crollo del principale alleato curdo di Israele, insieme al fallimento della resistenza della milizia drusa sostenuta da Israele per evitare il consolidamento dell’autorità di Damasco nel sud della Siria, ha minato la strategia israeliana di impedire la ricostruzione di uno Stato siriano unificato attraverso un conflitto per mezzo di alleati.

Le popolazioni drusa e alawita rappresentano potenziali risorse economiche e demografiche in un momento in cui Israele deve affrontare una carenza strutturale sia di soldati che di lavoratori. Dal 2023 questa carenza è diventata grave. Le aree periferiche siriane offrono un bacino di forza lavoro che può essere incorporata in modo selettivo sotto accordi di autonomia o annessione informale che Israele ha già fatto consentendo a un certo numero di drusi siriani di lavorare nelle Alture del Golan. Quella che sta emergendo è una strategia di annessione economica senza confini formali, integrando in posizione subordinata le zone periferiche della Siria meridionale nell’economia israeliana.

Riguardo allo Yemen, il suo posizionamento a favore di Gaza e la sua dimostrata capacità di intralciare la navigazione nel Mar Rosso lo hanno elevato da un conflitto periferico a una minaccia strategica per Israele, soprattutto da quando il blocco di Ansar Allah [il movimento degli Houti, ndt.] danneggia l’organizzazione del commercio internazionale di Israele e i suoi rapporti di sicurezza con le compagnie assicurative marittime occidentali, le imprese della logistica e gli operatori portuali. I crescenti rapporti dello Yemen con Russia e Cina hanno solo aggravato questa minaccia. È per questo che attaccare lo Yemen non riguarda solo lo Yemen, ma anche la salvaguardia di un ordine marittimo occidentale per la cui sicurezza Israele è uno snodo fondamentale.

È qui che interviene il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, che gli consente di evitare Stati riconosciuti a livello internazionale e lavorare direttamente con entità para-statali. In cambio del suo riconoscimento il Somaliland avrebbe accettato di avere una base militare israeliana sul proprio territorio e di accogliere palestinesi espulsi da Gaza.

Riguardo più in generale al coinvolgimento israeliano diretto in Nord Africa, Israele non ha effettuato operazioni militari dirette in Egitto né ha sostenuto interventi militari in Sudan o in Libia, ma ha perseguito strategie indirette di influenza e raccolta di informazioni, dal mantenimento di contatti con entrambe le parti della guerra civile sudanese a incontri segreti con politici libici prima dell’ottobre 2023.

I costi dell’espansionismo e il potenziale della resistenza

Mentre l’attuale traiettoria israeliana è stata descritta all’interno come un trionfo, la sua prospettiva a lungo termine rimane oscura e costosa. La guerra permanente blocca Israele in una mobilitazione militare permanente, accelera lo sfinimento demografico e morale e accentua l’esposizione a lungo termine a rappresaglie asimmetriche da parte della resistenza palestinese, della Siria, del Libano e di altri.

Ogni mancanza di conseguenze ridefinisce le aspettative da entrambe le parti. All’interno di Israele ciò rafforza la convinzione che la forza non comporti costi significativi. Ciò incentiva in quelli che vengono presi di mira lo sviluppo di strategie a lungo termine di attrito e rappresaglie. Spingersi troppo oltre dal punto di vista territoriale aggrava ulteriormente queste vulnerabilità. I tentativi israeliani di inserirsi in infrastrutture militari all’estero in posti come il Somaliland e lo Yemen del Sud (e di creare basi attraverso alleati regionali come gli EAU) espone il raggio di azione di Israele a linee logistiche estese che sono lontane, insicure e soggette a possibili interruzioni.

Invece di strutture operative israeliane queste modalità si basano su basi di terze parti (principalmente gli Emirati), la cui stabilità dipende da mutevoli dinamiche di potere regionali e da priorità statali al di là del controllo diretto di Israele. Mantenere una presenza effettiva a tale distanza aumenta la probabilità di ulteriori intralci dal punto di vista militare, condizionamenti economici e complicazioni impreviste che potrebbero dimostrarsi difficili da sostenere nel tempo, soprattutto in quanto lo yemenita Ansar Allah minaccia di prendere di mira ogni futura base militare nel Somaliland.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Sono tutti dei bugiardi”: così reagiscono i cittadini di Gaza alla proposta di “pace” di Trump e al potenziale cessate il fuoco

Tareq S. Hajjaj  

7 ottobre 2025 Mondoweiss

Molti a Gaza credono che il piano di “pace” di Trump sia uno stratagemma per liberare i prigionieri israeliani e poi riprendere il genocidio. Ma nonostante il profondo scetticismo, l’ansia di porre fine alla guerra prevale su tutto

L’annuncio del piano per porre fine alla guerra su Gaza del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avuto un impatto immediato sui palestinesi che vivono sotto i violenti bombardamenti israeliani. Quando il 29 settembre è arrivato l’annuncio alcune famiglie di Gaza City hanno ritardato ad evacuare anche dopo aver ricevuto molteplici avvertimenti dell’esercito di spostarsi a sud, aggrappandosi alla speranza che il piano di Trump avrebbe posto fine alla guerra e risparmiato loro un altro turno di sfollamento.

Dopo la risposta positiva di Hamas del 3 ottobre, che si è dichiarato pronto a “discutere i dettagli”, alcune famiglie sono addirittura tornate dal sud. Il primo giorno le famiglie sono tornate pacificamente. Il secondo giorno, quando l’esercito israeliano ha notato un aumento delle persone dirette a nord, ha iniziato a prenderle di mira su al-Rashid Street, l’unica strada che collega la metà settentrionale e quella meridionale di Gaza.

Molti a Gaza hanno respinto il piano di Trump, definendolo uno stratagemma per ingannare Hamas e la resistenza palestinese, prima ottenendo il rilascio dei prigionieri israeliani e poi consentendo a Israele di abbandonare l’accordo e riprendere la sua campagna di bombardamenti e demolizioni. Ma nonostante il profondo scetticismo, la maggior parte della popolazione di Gaza vede il piano come l’ultima possibilità di fermare il genocidio. Il loro disperato bisogno che si ponga fine alle uccisioni quotidiane ha spinto molti a sostenere qualsiasi accordo.

A Gaza anche l’ottimismo è evidente; molti credono che ci sia una reale possibilità che la guerra possa finalmente finire. Credono che il mondo intero sia ora d’accordo nel fermare la guerra a Gaza, nonostante i dubbi persistenti sulle vere intenzioni di Trump e sull’impegno di Israele a rispettare il ritiro.

“Confidiamo in Dio. Non ci fidiamo di Trump”, ha detto Muhammad Badr, 44 anni, di Gaza City. “Non ci fidiamo degli Stati Uniti e non ci fidiamo di Israele. Ma speriamo che questa volta tutti questi paesi, guidati da Trump, pongano finalmente fine a questa guerra devastante”.

“Votiamo a favore di qualsiasi piano che fermi la guerra”, ha continuato. “Qualsiasi cosa che ci riporti alle nostre case, anche se sono state distrutte da Israele e dagli Stati Uniti. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è stabilità, pace e la fine dell’eccidio”.

“Abbiamo alle spalle molte false speranze e preghiamo che questa volta non sia come la volta precedente, che aveva solo lo scopo di ingannarci e prolungare la guerra”, aggiunge Badr.

Mentre i negoziati in Egitto proseguono, la gente di Gaza attende i risultati e l’annuncio che questa guerra sia finalmente finita. Nonostante le preoccupazioni sui termini del piano e la diffusa convinzione che serva agli interessi israeliani, il desiderio di porre fine alla guerra prevale su tutto.

Alcuni abitanti di Gaza sottolineano che la prima fase del piano prevede il rilascio di tutti i prigionieri israeliani da Gaza City – prova, a loro dire, che il piano avvantaggia principalmente Israele. Fadi Harb, 33 anni, residente nel campo profughi di al-Nuseirat nella zona centrale di Gaza, ha espresso un cauto ottimismo riguardo all’accordo, definendolo un passo avanti verso la fine della guerra.

“Abbiamo perso le nostre case e le nostre città sono distrutte”, ha detto Harb. “Ma abbiamo ancora speranza. Se questa guerra finisce presto, potremo ricostruire la nostra patria”.

“Eravamo davvero contenti quando Hamas ha risposto accettando”, ha aggiunto. “Speriamo che entrambe le parti – Hamas e l’occupazione israeliana – abbiano la sincera intenzione di fermarsi”.

Harb ritiene che la pressione internazionale su Israele l’abbia costretto ad accettare il piano e che Israele stia “perdendo più di quanto guadagni combattendo a Gaza”.

“La loro reputazione mondiale è rovinata, stanno perdendo legittimità e vengono emarginati ovunque vadano”, ha spiegato. “La guerra ha smascherato Israele per quello che è: uno Stato di criminali assetati di sangue. La pressione internazionale ha spinto Israele al tavolo delle trattative”.

Harb ha anche affermato che le condizioni poste da Hamas per il piano erano legittime: fermare il fuoco israeliano in modo di poter localizzare i prigionieri e consegnarli a Israele. “Hanno bisogno dell’atmosfera e del contesto giusti per svolgere questo lavoro. È normale”, ha spiegato. “Sono ottimista sul fatto che una volta consegnati tutti i prigionieri questa guerra finirà”. Alla domanda da dove provenga questo ottimismo, Harb ha risposto di essere fiducioso che la pressione internazionale costringerà Israele a mantenere gli impegni. “E anche perché il Presidente degli Stati Uniti sta guidando questo piano”, ha aggiunto.

“Forse per loro pace significa resa totale”

L’ottimismo, tuttavia, non è condiviso da tutti i palestinesi della Striscia. Alcuni ricordano la lunga storia di coinvolgimento americano con palestinesi e israeliani e credono che Israele e Stati Uniti stiano ancora una volta ingannando Hamas.

“Sono tutti bugiardi”, ha detto Muhammad Tanja, un residente di Gaza. “Gli americani, gli israeliani, sono tutti bugiardi. Non danno nulla ai palestinesi. Prendono solo.”

“Prendono le nostre terre. Prendono le nostre vite. E lo fanno con l’inganno”, ha continuato Tanja. “Ogni tanto escogitano un nuovo piano o un nuovo accordo. Ci tengono lì a sperare in svolte positive mentre continuano a ucciderci. Parlano di pace e di fine della guerra. Ma proprio ora hanno ucciso 20 persone nella loro casa e nessuno può tirarle fuori da sotto le macerie. Di quale pace stanno parlando?”

“Forse per loro pace significa la resa totale o l’uccisione totale dei palestinesi”, ha aggiunto Tanja. “Forse la loro la pace è una terra senza un popolo.”

Altri vedono il piano come poco più che un’operazione di salvataggio per Netanyahu, portata avanti per suo conto da Trump.

“Questo piano non è il piano di Trump, è un piano israeliano”, ha detto Jihad Wadi, 51 anni, di Deir al-Balah. “È solo per salvare Netanyahu. Il piano libererà i prigionieri, distruggerà Hamas e le sue armi e li caccerà da Gaza dopo due anni di distruzione e uccisioni. Il risultato è che tutta Gaza è stata distrutta”.

“Non abbiamo più nulla dopo questa guerra: niente scuole, niente ospedali, niente case, niente parenti, niente amici. Israele ha distrutto tutto”, ha continuato Wadi. “Ora vogliono porre fine alla guerra, ma vogliono anche un’idea di vittoria. Netanyahu la vuole per le prossime elezioni. Con questo piano Trump lo ha salvato”.

“Israele si atterrà a questo piano, e credo che lo farà anche Hamas”, ha aggiunto. “Israele vuole porre fine alla guerra, rivendicare la vittoria e sfuggire alle pressioni internazionali. Hamas vuole fermare l’uccisione dei palestinesi a Gaza”.

In Israele, ha spiegato Wadi, questo sarà celebrato come un successo. “Hanno distrutto Gaza, hanno ripreso i prigionieri e hanno distrutto Hamas. Quindi sì, festeggeranno se questo piano si concretizzerà.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il ‘tempo dei miracoli’ della destra israeliana è finito. I palestinesi non stanno andando da nessuna parte

Meron Rapoport

2 ottobre 2025 – +972 Magazine

Benché per molti versi problematico, il piano in 20 punti di Trump per porre fine alla guerra di Gaza sembra segnare la fine delle fantasticherie di espulsione del governo.

Dovremmo saperne di più prima di prendere sul serio qualunque cosiddetta proposta di pace presentata dal presidente USA Donald Trump insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Ma, mentre il mondo aspetta la risposta di Hamas al piano di Trump in 20 punti per porre fine alla guerra a Gaza, reso pubblico lunedì al momento della conferenza stampa dei due, è possibile incominciare a delineare alcune iniziali conclusioni su quanto tutto ciò significa per Israele e i palestinesi.

Tuttavia prima di ogni discussione su chi “ha vinto” o “perso” negli scorsi due anni non dobbiamo dimenticare il semplice fatto che se questo accordo sarà applicato alla lettera il genocidio finirà, la distruzione di Gaza si fermerà, gli aiuti umanitari entreranno impedendo altre morti per fame, tutti gli ostaggi israeliani rimasti verranno rilasciati insieme a migliaia di palestinesi detenuti con o senza accuse nelle prigioni israeliane e i soldati israeliani non saranno più uccisi in missione in una guerra insensata e criminale.

C’è una quantità di elementi di confusione e contraddittorietà sia nel discorso di Trump che nella proposta scritta, mentre alcuni dei Paesi che inizialmente hanno appoggiato il testo stanno già prendendone le distanze dopo le modifiche dell’ultimo minuto di Netanyahu. Ma i punti fondamentali sono praticamente gli stessi che hanno caratterizzato i negoziati sul cessate il fuoco a partire da ottobre 2023: il rilascio degli ostaggi israeliani in cambio della fine della guerra e del rilascio di prigionieri palestinesi, un graduale ritiro israeliano da Gaza, la rinuncia al potere da parte di Hamas e l’ingresso di una forza di sicurezza multinazionale con il coinvolgimento di diversi Stati arabi.

Dopo la morte stimata di 100.000 palestinesi e la maggior parte delle città di Gaza rase al suolo ogni espressione di “vittoria” per Hamas sarebbe del tutto assurda. Ma questa proposta non è nemmeno una vittoria per Israele, certo non per Netanyahu ed i suoi partner di governo, le cui ambizioni di ripulire Gaza dalla sua popolazione palestinese sono da molto tempo esplicite.

Non era neanche passata una settimana dagli attacchi di Hamas del 7 ottobre che il Ministero dell’Intelligence di Israele (in qualche modo impotente), guidato da Gila Gamliel del partito Likud di Netanyahu, pubblicò un piano ufficiale che auspicava l’evacuazione di 2.3 milioni di abitanti di Gaza. L’esercito iniziò ad attuare una politica di distruzione di interi quartieri per impedire il ritorno degli sfollati nel breve tempo e questo divenne il suo principale modus operandi a partire dal cosiddetto “Piano dei Generali” della fine del 2024.

Il risultato è che la maggior parte di Khan Younis nel sud insieme a Beit Hanoun, Beit Lahiya ed ora parti di Gaza City nel nord non esistono più, essendo state completamente rase al suolo e la loro popolazione compressa in un’area di solo il 13% della terra della Striscia.

Dal momento in cui Trump ha presentato il suo piano per la “Riviera di Gaza” nel febbraio di quest’anno la pulizia etnica, definita “migrazione volontaria” o semplicemente espulsione, è diventata il programma di azione centrale del governo israeliano. Netanyahu ne ha parlato esplicitamente. Il Ministro della Difesa Israel Katz ha creato un’ “amministrazione dei trasferimenti” per sviluppare i piani per implementarla. Funzionari israeliani e americani sono andati in giro per trovare Paesi che fossero disposti ad accettare grandi numeri di rifugiati palestinesi.

L’esercito ha presentato “l’allontanamento della popolazione” come uno degli obiettivi dell’ “Operazione Carri di Gedeone” lanciata a marzo e si è vantato dei convogli di centinaia di migliaia di persone scacciate da Gaza City nelle ultime settimane come di un risultato dei “Carri di Gedeone II”. Il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha sostenuto di stare già spartendo le proprietà immobiliari di Gaza con l’amministrazione Trump, dato che una “vittoria decisiva” sui palestinesi sembrava alla portata. Per la destra israeliana era, come ha affermato lo scorso anno il Ministro delle Colonie e delle Missioni Nazionali Orit Strook, “un tempo di miracoli”.

Nel piano in 20 punti della Casa Bianca molto è stato lasciato nell’ambiguità, ma quando si tratta della questione della migrazione il linguaggio è inequivocabile. “Nessuno verrà costretto a lasciare Gaza e chi intende andarsene sarà libero di farlo e libero di ritornare”, recita l’articolo 12. “Incoraggeremo le persone a rimanere e offriremo loro l’opportunità di costruire una Gaza migliore.”

Il “tempo dei miracoli”, quell’opportunità unica in un secolo di eliminare i palestinesi da Gaza una volta per tutte, è finito. Bastonati e malconci, i gazawi restano lì.

L’articolo 16 inoltre stabilisce che “Israele non occuperà o annetterà Gaza”. Accanto ai commenti di Trump della scorsa settimana che implicano che l’annessione della Cisgiordania per il momento non è sul tavolo dei negoziati, la lista dei desiderata del governo si sta velocemente dissolvendo.

Inoltre il vertiginoso voltafaccia del portavoce di Netanyahu sui media della destra – dall’euforia per l’imminente espulsione al fervente appoggio al patto anti-trasferimento di Trump – nasce non solo dalla volontà di esaltare il primo ministro prima in vista di elezioni anticipate che molti prevedono per il prossimo anno; può anche nascere dal tardivo riconoscimento che una deportazione di massa semplicemente non è attuabile.

I fatti sono che l’Egitto non permetterà nessun trasferimento forzato nel Sinai e non un solo Paese ha concordato di accettare centinaia di migliaia di rifugiati palestinesi. Anche se Israele riuscisse a distruggere Gaza City e spingere tutti i restanti abitanti ad Al-Mawasi nel sud, sarà comunque “impantanato” con 2 milioni di palestinesi e con un livello di isolamento internazionale un tempo considerato impossibile.

Sembra che molti in Israele, anche tra i sostenitori di Netanyahu, stiano ora realizzando che sia meglio chiudere il capitolo Gaza e dichiarare vittoria piuttosto che continuare a finanziare una campagna militare senza un chiaro punto finale e con obbiettivi che non potranno mai essere raggiunti.

Via il blocco, sì allo Stato?

Hamas e i palestinesi in generale non sono certo felici della nuova proposta, e per buone ragioni. Con l’eccezione di un iniziale e limitato ripiegamento delle forze israeliane, non ci sono date o garanzie per i successivi ritiri. Questo lascia aperta la porta ad Israele per dire che le sue condizioni non sono state rispettate e che perciò continuerà ad occupare grandi parti di Gaza. La proposta comprende anche la “demilitarizzazione” della Striscia e la distruzione di tutte le infrastrutture militari, il che significa che nessun gruppo armato palestinese sarà in grado di respingere l’aggressione israeliana.

A livello politico l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) non tornerà a Gaza fino a che non abbia attuato un “programma di riforme” la cui durata è rimasta indefinita. Lo scollamento da lungo tempo esistente tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania continuerà quindi indefinitamente e Gaza stessa verrà posta sotto una specie di gestione fiduciaria americano-britannica. Hamas lascerà tutti i poteri di governo ed i suoi leader “che si impegneranno ad una coesistenza pacifica” otterranno l’amnistia e un transito sicuro qualora volessero lasciare la Striscia.

In quanto organizzazione nata sull’idea di “resistenza” sarà molto arduo per Hamas accettare ciò che inevitabilmente sarà percepito come una resa. Potrebbe respingere l’accordo proprio per questo motivo.

Ma qui le cose si complicano un po’. La Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF) preconizzata nel testo somiglia molto a qualcosa che il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ed anche alcuni governi europei hanno richiesto da due decenni per proteggere i palestinesi da Israele. Israele non si è mai degnato di commentare quelle proposte: adesso Netanyahu presenta l’idea come un risultato storico.

Non è ancora chiaro che forma avrà l’ISF, di quali poteri godrà e come funzionerà il suo coordinamento con l’esercito israeliano. Ma è certo che includerà soldati stranieri – dal Pakistan, dall’Indonesia e forse dall’Egitto – accanto alla polizia locale palestinese.

Non per niente Netanyahu ha preferito che fosse Hamas a governare Gaza: sapeva che non aveva appoggi internazionali perciò lui poteva sganciare bombe sulla Striscia quando voleva. Sarà molto più difficile agire con la forza contro soldati pachistani che hanno alle spalle una potenza nucleare. Il Capo di Gabinetto israeliano Yossi Fuchs può continuare a vantare che Israele manterrà il totale controllo della sicurezza su Gaza, ma il testo afferma altro. In nessuno degli articoli vi è l’ipotesi che le forze israeliane potranno operare in aree sotto il controllo dell’ISF.

Inoltre la Striscia di Gaza è stata sotto assedio israeliano per quasi venti anni. Se attuato, il piano di Trump coinvolgerà la creazione di un cosiddetto “Comitato di Pace” con a capo lo stesso presidente USA e l’ex primo ministro del Regno Unito Tony Blair, che significa che il blocco terminerà davvero. In base alla proposta non solo gli aiuti entreranno a Gaza almeno nella misura concordata nel cessate il fuoco di gennaio di quest’anno (600 camion al giorno), ma “l’ingresso e la distribuzione degli aiuti procederà senza interferenze delle due parti attraverso le Nazioni Unite e le loro agenzie e la Mezzaluna Rossa”, segnando la fine del letale meccanismo della Gaza Humanitarian Foundation (GHF).

Mentre molti osservatori hanno sottolineato che il “Comitato di Pace” ha più di un sentore di governo coloniale, tutto in questo meccanismo – dalle forze di sicurezza all’amministrazione locale e, cosa più importante, ai finanziamenti – coinvolge i palestinesi accanto a personale di altri Stati arabi e musulmani. Se quei Paesi saranno insoddisfatti di ciò che vedono, questa amministrazione di transizione si sgretolerà.

E Blair può giustamente essere biasimato per la mortale guerra in Iraq e le sue disastrose conseguenze, ma è difficile immaginare che con la sua nuova brillante immagine consenta che l’esercito israeliano decida se permettere o no l’ingresso di ortaggi o farina nel suo piccolo emirato a Gaza. Analogamente, prima del 2023 il blocco israeliano rese virtualmente impossibile ai palestinesi lasciare la Striscia, a volte addirittura pretendendo che rinunciassero alla loro residenza come condizione per ottenere un permesso di uscita o si impegnassero a non ritornare per almeno un anno. In base alla nuova proposta ingressi e uscite non avranno impedimenti.

E poi c’è la questione dello Stato palestinese. Su questo il testo non potrebbe essere più vago: “In base all’avanzamento della ricostruzione di Gaza e quando il programma di riforme dell’ANP fosse portato fedelmente avanti, potrebbero finalmente esserci le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e lo Stato palestinese”, sancisce il penultimo articolo.

Il programma di riforme, è scritto, si baserà sulle proposte già presenti nell’ “Accordo del Secolo” di Trump del 2020 e nella più recente iniziativa franco-saudita, che includono riferimenti all’interruzione dei pagamenti dell’ANP alle famiglie dei prigionieri (cosa già avvenuta), alla modifica del curriculum nelle scuole dell’ANP sotto la supervisione europea (anch’essa già avvenuta in passato) e all’indizione di libere elezioni, cosa che i palestinesi chiedono da anni.

Se le decisioni relative a quanto “fedelmente” sia realizzato questo programma di riforme e in quale momento “possano finalmente verificarsi le condizioni” per andare verso lo Stato vengono lasciate nelle mani di Israele, il percorso verso uno Stato palestinese resterà senza dubbio precluso per sempre. Di certo Netanyahu ha già iniziato a raccontare ai suoi sostenitori che in nessun modo questo accordo porterà all’indipendenza dei palestinesi.

Ma se tali decisioni faranno capo al “Comitato di Pace” di Blair e Trump, insieme alla forza di sicurezza multinazionale, le cose potranno essere abbastanza differenti. E se loro decideranno che l’ANP ha rispettato le principali condizioni, Netanyahu si troverà di fronte al fatto di aver firmato un accordo che si impegna ad un “percorso credibile” verso uno Stato Palestinese.

Cambio di paradigma

Netanyahu cercherà di presentare l’accordo come una specie di ritorno al 6 ottobre 2023, alla politica della “gestione del conflitto” che era sostenuta con uguale forza dai leader di opposizione Yair Lapid e Naftali Bennet. Ma quella politica si basava sull’idea che la comunità internazionale, e specialmente gli Stati del Golfo, fossero d’accordo a stringere i legami con Israele ignorando e isolando i palestinesi.

Oggi sembra che la situazione sia completamente diversa. Dopo il bombardamento di Israele sul Qatar gli Stati arabi, compresi quelli del Golfo, sembra siano giunti alla conclusione che Israele sia una costante minaccia alla loro stabilità e che l’unico modo per stabilizzare il Medio Oriente passi attraverso la creazione di uno Stato palestinese, non per solidarietà con i palestinesi, ma perchè preoccupati per sé stessi. La recente ondata di riconoscimenti diplomatici di uno Stato palestinese mostra che la comunità internazionale è in maniera schiacciante della stessa opinione.

La solidarietà mondiale con la Palestina non si prevede scomparirà presto, come evidenziato questa settimana dall’esplosione di manifestazioni di solidarietà con la Sumud Flotilla che tentava di rompere il blocco navale. Di conseguenza Netanyahu, o chiunque gli succeda se perdesse le elezioni, potrebbe essere in procinto di scoprire che ciò che funzionava prima dell’ottobre 2023 non è più possibile.

E’ troppo presto per dire se questo cambiamento del programma di lunga data della destra israeliana provocherà lo stesso genere di crisi di quella causata dal “disimpegno” del 2005 da Gaza, ma certamente è una possibilità. Resta da vedere quale tipo di paradigma lo sostituirà.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call.

Meron Rapoport è un redattore di Local Call

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)





Il Qatar confuta l’affermazione di Trump secondo cui gli Stati Uniti avrebbero avvertito il Paese degli attacchi israeliani

Michael Arria

9 Settembre 2025 – MONDOWEISS

In risposta all’attacco israeliano al Qatar, che ha preso di mira alti funzionari di Hamas nel Paese, l’amministrazione Trump ha dichiarato di “provare un profondo dispiacere”. Il governo degli Stati Uniti ha affermato di aver informato il Qatar dell’imminente attacco, affermazione che il Qatar nega.

Il Qatar confuta l’affermazione dell’amministrazione Trump secondo cui gli Stati Uniti avrebbero avvertito il Paese prima che Israele bombardasse i negoziatori del cessate il fuoco di Hamas a Doha.

Si ritiene che l’attacco abbia preso di mira il capo negoziatore Khalil al-Hayya. Suheil al-Hindi, membro dell’ufficio politico di Hamas, ha dichiarato ad Al Jazeera che al-Hayya era sopravvissuto al “vile tentativo di assassinio”. L’emittente ha riferito che cinque “membri di rango inferiore sono rimasti uccisi” nell’esplosione.

“L’amministrazione Trump è stata informata dall’esercito statunitense che Israele stava attaccando Hamas, che sfortunatamente si trovava in una zona di Doha, la capitale del Qatar”, ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt durante un briefing martedì. Leavitt ha affermato che il presidente Trump considera il Qatar un “amico” e “si sente molto a disagio” per l’attacco.

“Bombardare unilateralmente all’interno del Qatar, una nazione sovrana e stretto alleato degli Stati Uniti che sta lavorando duramente e correndo coraggiosamente rischi con noi per mediare la pace, non promuove gli obiettivi di Israele o dell’America”, ha dichiarato Leavitt ai giornalisti. “Tuttavia, eliminare Hamas, che ha tratto profitto dalla miseria di chi vive a Gaza, è un obiettivo meritevole”.

In un post sui social media, il portavoce del Ministero degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari, ha confutato le affermazioni di Leavitt.

“Le dichiarazioni rilasciate secondo cui il Qatar sarebbe stato informato in anticipo dell’attacco sono infondate”, ha scritto. “La chiamata di un funzionario statunitense è arrivata mentre si sentivano le esplosioni causate dall’attacco israeliano a Doha”.

Le dichiarazioni pubbliche dell’amministrazione Trump sull’attentato sembrano anche contraddire le dichiarazioni di alti funzionari israeliani, i quali affermano che gli Stati Uniti hanno dato il via libera all’attacco.

Un giorno prima dell’attacco Trump ha minacciato Hamas in un post su Truth Social [la piattaforma di Donald Trump, ndt.]. “Gli israeliani hanno accettato le mie Condizioni. È ora che anche Hamas le accetti”, ha scritto. “Ho avvertito Hamas delle conseguenze del rifiuto. Questo è il mio ultimo avvertimento, non ce ne sarà un altro!”

Diversi membri del Congresso degli Stati Uniti hanno celebrato l’attacco di Israele ai negoziatori del cessate il fuoco.

“A coloro che hanno pianificato e applaudito l’attacco del 7 ottobre contro Israele, il più grande alleato degli Stati Uniti nella regione: questo è il vostro destino”, ha scritto il senatore Lindsey Graham (repubblicano del Sud Carolina).

“Israele sta eliminando i leader di un’organizzazione terroristica”, ha affermato il senatore Eric Schmitt (repubblicano del Missouri). “Hanno il diritto di farlo”.

Il senatore John Fetterman (democratico della Pennsylvania) in risposta al bombardamento ha pubblicato una GIF di Winnie the Pooh che balla.

Il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer (democratico di New York) ha dichiarato di essere “preoccupato” per l’attacco e di aver richiesto un briefing riservato sulla questione, ma pochi politici hanno criticato l’attacco fino a questo momento.

Un’eccezione è stata il deputato Ro Khanna (democratico della Carolina). “Non vedo come questo possa contribuire al rilascio degli ostaggi o alla fine della guerra”, ha dichiarato in un’intervista.

L’ultima escalation di Israele è stata condannata dall’intera comunità internazionale.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres l’ha definita una “flagrante violazione della sovranità e dell’integrità territoriale del Qatar”.

“Gli attacchi israeliani di oggi contro il Qatar sono inaccettabili, qualunque ne sia la ragione”, ha twittato il presidente francese Emmanuel Macron. “Esprimo la mia solidarietà al Qatar e al suo emiro, lo sceicco Tamim Al Thani. In nessun caso la guerra dovrebbe estendersi a tutta la regione”. Il Primo Ministro italiano Giorgia Meloni ha espresso il suo “sincero sostegno all’emiro Tamim bin Hamad Al Thani e al Qatar, ribadendo il sostegno dell’Italia a tutti gli sforzi per porre fine alla guerra a Gaza”.

Una dichiarazione dell’ufficio del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che l’operazione israeliana è stata “totalmente indipendente”.

“Israele l’ha avviata, Israele l’ha condotta e Israele si assume la piena responsabilità”, recita la dichiarazione.

(traduzione dell’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Secondo alcune fonti, Israele sta trattando con il Sud Sudan per ricollocarvi i palestinesi da Gaza

Gavin Blackburn

12 agosto 2025 – Yahoo!News (Euronews)

Pare che Israele stia discutendo con il Sud Sudan riguardo la possibilità di ricollocare i palestinesi da Gaza nella martoriata nazione dell’Africa orientale, come parte di un più ampio sforzo di Israele per facilitare una emigrazione di massa dal territorio in larga parte distrutto in seguito ai 22 mesi di offensiva contro Hamas.

Sei persone al corrente in materia hanno confermato all’agenzia di notizie Associated Press che i colloqui hanno avuto luogo, sebbene non sia chiaro fino a che punto siano arrivati.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu afferma che vuole realizzare il progetto del presidente USA Donald Trump di ricollocare buona parte della popolazione di Gaza attraverso quella a cui Netanyahu si riferisce come una “migrazione volontaria.”

Israele ha lanciato simili proposte di ricollocazione con altre nazioni africane, inclusi il Sudan e la Somalia.

I palestinesi, le organizzazioni per i diritti umani e buona parte della comunità internazionale hanno rifiutato le proposte come modello per una espulsione forzata in violazione del diritto internazionale.

Il ministro degli Esteri israeliano ha evitato di commentare e quello del Sud Sudan non ha risposto a domande riguardo i colloqui.

Un portavoce del dipartimento di stato statunitense ha affermato che non si pronuncia su conversazioni diplomatiche private.

Opposizione al ricollocamento

Joe Szlavik, il fondatore di una società lobbystica statunitense che lavora con il Sud Sudan, ha affermato che è stato aggiornato da funzionari sud sudanesi riguardo ai colloqui.

Ha sostenuto che una delegazione israeliana ha in progetto di visitare la nazione per verificare la possibilità di crearvi campi per i palestinesi.

Non c’è una data certa per la visita e Israele non ha risposto subito ad una richiesta di conferma della stessa. Szlavik ha affermato che Israele probabilmente pagherebbe per dei campi provvisori.

Edmund Yakani, che guida un gruppo sud sudanese della società civile, ha affermato di aver parlato anche lui con politici del suo Paese riguardo ai colloqui.

Altri quattro politici al corrente delle discussioni hanno confermato in condizioni di anonimità, perché non sono stati autorizzati a parlarne pubblicamente, che i colloqui hanno avuto luogo.

Due di essi, entrambi egiziani, hanno detto all’Associated Press che avevano saputo da mesi riguardo ai tentativi israeliani di trovare uno Stato che accetti i palestinesi, inclusi i contatti con il Sud Sudan. Essi hanno detto di aver fatto pressioni sul Sud Sudan contro il trasferimento dei palestinesi.

L’Egitto si è fortemente opposto al piano di trasferire i palestinesi fuori da Gaza, con cui condivide il confine, temendo un ingresso di rifugiati nel proprio territorio.

Da una zona di conflitto ad un’altra

Molti palestinesi potrebbero voler lasciare temporaneamente Gaza per scappare dalla guerra e dalla mancanza di cibo che sconfina nella carestia.

Ma essi hanno fermamente rifiutato un ricollocamento permanente da quella che vedono come parte integrale della propria terra natale.

Essi temono che Israele non permetterebbe loro di rientrare mai più e che una partenza di massa consentirebbe ad Israele di annettere Gaza e ricostruire lì colonie ebraiche, come chiesto dai ministri di estrema destra del governo israeliano.

Inoltre è improbabile che anche i palestinesi che vorrebbero lasciare Gaza intendano andare in Sud Sudan, una delle nazioni più instabili e conflittuali del mondo.

Il Sud Sudan ha lottato per riprendersi da una guerra civile che è scoppiata dopo aver ottenuto l’indipendenza, che ha ucciso 400.000 persone e che ha precipitato parti della nazione in una carestia.

Il paese, ricco di petrolio, è afflitto dalla corruzione e si affida agli aiuti internazionali per nutrire i suoi 11 milioni di abitanti, una sfida che non ha fatto che crescere da quando l’amministrazione Trump ha tagliato radicalmente l’assistenza estera.

Un accordo di pace raggiunto sette anni fa è stato fragile e parziale e la minaccia di una guerra è tornata ad affacciarsi quando all’inizio di quest’anno il principale capo dell’opposizione Riek Machar è stato messo agli arresti domiciliari.

In particolare i palestinesi potrebbero non sentirsi i benvenuti. La lunga guerra per l’indipendenza dal Sudan ha contrapposto il sud in maggioranza cristiano e animista al nord prevalentemente arabo e musulmano.

Yakani, dell’organizzazione della società civile, ha affermato che i sud sudanesi avrebbero bisogno di sapere chi starebbe per arrivare e quanto tempo penserebbero di rimanere, oppure potrebbero esserci delle ostilità dovute a “questioni storiche con i musulmani e gli arabi.”

Il Sud Sudan non dovrebbe diventare una discarica di persone,” ha affermato. “E non dovrebbe accettare di prendere persone come pedine di scambio per migliorare le relazioni internazionali.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Secondo i media israeliani Netanyahu si appresterebbe alla totale occupazione di Gaza

Redazione di MEE

5 agosto 2025  Middle East Eye

Fonti anonime vicine a Benjamin Netanyahu lunedì hanno riferito ai media locali che il primo ministro ora preme per la totale occupazione della Striscia di Gaza.

L’emittente Canale 12 ha citato le parole di “personaggi di spicco dell’ufficio del primo ministro: “La decisione è stata presa, Israele va verso l’occupazione della Striscia di Gaza.”

Il canale riferisce che i ministri che hanno parlato con Netanyahu – che è attualmente ricercato dalla Corte Penale Internazionale per presunti crimini di guerra – hanno affermato che ha deciso di ampliare l’offensiva militare a Gaza, che negli ultimi mesi è stata perlopiù ferma.

Secondo quanto riportato, ha usato esplicitamente il termine “occupazione della Striscia” nel corso di conversazioni con diversi membri del gabinetto.

Il sito web di notizie Ynet, citando anch’esso fonti vicine a Netanyahu, ha riferito analogamente che Israele si sta preparando alla “totale occupazione della Striscia di Gaza.”

Questo comporterebbe espandere le operazioni di terra in aree in cui si pensa siano tenuti gli ostaggi e in luoghi in cui le truppe israeliane non operano da oltre un anno, compresa la parte occidentale di Gaza City e i campi profughi al centro della striscia.

Le indiscrezioni che citano fonti vicine all’ufficio del primo ministro sono consuete nei media israeliani e spesso vengono interpretate come provenienti direttamente dallo stesso Netanyahu.

La scorsa settimana media israeliani hanno riferito che Netanyahu aveva affermato che il suo governo annetterà parti della Striscia di Gaza se non verrà raggiunto un accordo di cessate il fuoco con Hamas.

Middle East Eye non ha potuto verificare in modo indipendente la credibilità delle fonti citate dai media israeliani.

Stanchezza delle truppe

La simultanea fuga di notizie dello scorso lunedì giunge in un momento in cui si segnalano tensioni tra Netanyahu e il capo di stato maggiore dell’esercito di Israele, Eyal Zamir.

Secondo media israeliani Zamir è contrario all’ espansione dell’invasione di terra a Gaza, preoccupato per l’incolumità dei prigionieri israeliani e per la crescente stanchezza tra le truppe.

Secondo le fonti Zamir dovrebbe dimettersi se non fosse d’accordo con l’occupazione di Gaza.

Inoltre, Ynet ha riferito che Netanyahu ha deciso di ampliare l’aggressione a Gaza dopo il via libera da parte del presidente USA Donald Trump.

L’emittente pubblica di Israele Kan 11 ha riferito che Netanyahu ha convocato una riunione del gabinetto di sicurezza per discutere la possibile espansione della guerra.

L’emittente ha aggiunto che i vertici della sicurezza si oppongono all’incursione sul terreno in aree dove si trovano i prigionieri temendo di mettere a rischio la loro vita.

Canale 12 ha anche citato una fonte della sicurezza vicina ai negoziatori secondo cui Israele stava per raggiungere un accordo parziale con Hamas, ma “il governo si è affrettato a respingerlo.”

Lo scorso mese Israele e Hamas hanno tenuto una serie di colloqui indiretti per il cessate il fuoco e uno scambio di prigionieri.

Tuttavia, sia Israele che il suo principale sostenitore, gli Stati Uniti, si sono improvvisamente ritirati dai colloqui, nonostante notizie che indicavano ci fossero stati dei progressi.

Dall’inizio della guerra 22 mesi fa le forze israeliane hanno ucciso più di 60.000 palestinesi, compresi almeno 18.000 bambini, in bombardamenti indiscriminati e continui.

La guerra è stata ampiamente descritta come genocidio, e Israele è stato accusato di prendere deliberatamente di mira i civili, di bombardare gli ospedali e di usare la fame come arma, oltre a molte altre presunte violazioni di diritti umani.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)