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Il New York Times e il Dipartimento di Stato collaborano sfacciatamente con l’insabbiamento dell’assassinio di Abu Akleh da parte di Israele

JAMES NORTH

5 luglio 2022 Mondoweiss

Ieri il Dipartimento di Stato USA ha seguito l’antica tradizione di divulgare notizie che il governo vuole insabbiare durante una vacanza, e il New York Times lo ha assecondato. Gli Stati Uniti hanno ammesso – quasi 2 mesi dopo che la giornalista palestinese americana Shireen Abu Akleh è stata uccisa a colpi d’arma da fuoco – che l’esercito israeliano è stato “probabilmente responsabile”, ma poi hanno aggiunto che i funzionari americani “non hanno trovato motivo di credere che ciò sia stato intenzionale, ma piuttosto il risultato di tragiche circostanze durante un’operazione militare guidata dall’IDF.”

L’operazione di copertura [delle responsabilità israeliane, ndt.] da parte degli Stati Uniti è sfacciata. Non sorprende che il Dipartimento di Stato sperasse che gli americani fossero troppo distratti dai fuochi d’artificio del 4 luglio per prestare attenzione.

Non c’è nulla di nuovo nel “rapporto” del Dipartimento di Stato. Indagini precedenti, inclusa una tardiva dello stesso New York Times, avevano già confutato il tentativo israeliano di incolpare “miliziani palestinesi” per l’omicidio. A quel punto Israele, e i suoi complici statunitensi nell’inganno, hanno cercato di concentrarsi sul proiettile che ha ucciso la rispettata giornalista. L’inchiesta americana ha rilevato che la pallottola è troppo “danneggiata” per arrivare a una “chiara conclusione” su da dove essa sia partita.

I giornalisti del New York Times hanno agito come stenografi dell’insabbiamento USA/Israele fino al 20° paragrafo, quando hanno permesso alla famiglia di Abu Akleh di interromperlo brevemente dicendo: “L’attenzione sul proiettile è sempre stata fuori luogo ed è stato un tentativo da parte israeliana di volgere la narrazione a proprio favore, come se si trattasse di una specie di poliziesco che potrebbe essere risolto con un test forense di tipo CSI [Crime Scene Investigation, indagine della polizia scientifica, nonché nome di una fortunata serie televisiva statunitense, ndt.].”

Ma l’elemento più sorprendente nell’operazione di copertura degli Stati Uniti è l’assoluta convinzione che non sia stata uccisa intenzionalmente. Diamo un’occhiata ai fatti. Le truppe israeliane che hanno sparato erano a diverse centinaia di metri di distanza. Un primo proiettile ha colpito Shireen Abu Akleh alla testa. Un secondo ha colpito alla schiena un altro giornalista che le stava accanto, Ali al-Samoudi. Almeno altri due proiettili hanno colpito l’albero vicino a cui si trovava. Chi può credere che un tiratore scelto israeliano addestrato, sparando all’impazzata, avrebbe potuto colpire accidentalmente due persone da una tale distanza?

Il Times non ha fatto alcun tentativo di intervistare i testimoni oculari che erano con Abu Akleh quando è morta. Il resoconto del Washington Post ha citato la rispettata organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem la quale ha sostenuto che “le probabilità che i responsabili dell’uccisione di Shireen Abu Akleh saranno ritenuti responsabili sono quasi inesistenti”, ma il Times ha avuto molte difficoltà a trovare Il numero di telefono di B’Tselem.

Le uniche domande senza risposta sull’uccisione di Abu Akleh sono:

Il soldato israeliano che le ha sparato ha agito da solo? O stava seguendo degli ordini? E quanto in alto nella catena di comando arriva l’insabbiamento?

A meno che i funzionari statunitensi non abbiano effettivamente interrogato i soldati israeliani, non c’è modo di dire che l’omicidio non sia stato “intenzionale”.

Ancora una volta bisogna rivolgersi all’autorevole quotidiano israeliano Haaretz per un resoconto accurato. Il giornalista per le questioni riguardanti la sicurezza, Amos Harel, non ha paura di dire la verità: “per quanto riguarda Israele, è molto improbabile che venga aperta un’indagine penale da parte della polizia militare”.

Harel riassume così la situazione:

Il primo ministro Yair Lapid e il capo di stato maggiore dell’IDF [Forze di Difesa Israeliane] Aviv Kochavi vivono tra la loro stessa gente. L’ultima cosa di cui hanno bisogno ora è un’indagine penale contro un soldato…

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il New York Times afferma che “molto probabilmente” forze israeliane hanno sparato a Shireen Abu Akleh.

Redazione di Al Jazeera

20 giugno 2022 – Al Jazeera

Un rapporto del New York Times si aggiunge al crescente numero di indagini che puntano il dito contro Israele per l’uccisione della giornalista di Al Jazeera.

Un’inchiesta del New York Times ha concluso che “molto probabilmente” un soldato israeliano ha colpito a morte la giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh, aggiungendosi a un crescente numero di indagini indipendenti che sono arrivati alla conclusione che l’inviata palestinese con cittadinanza americana è stata uccisa da forze israeliane.

Il rapporto del New York Times pubblicato lunedì [20 giugno] afferma che nessun uomo armato palestinese si trovava vicino a Abu Akleh quando è stata uccisa nella Cisgiordania occupata, smentendo la prima versione israeliana che incolpava i palestinesi per l’incidente.

L’indagine si basa sulle immagini video disponibili, su testimonianze dirette e su un’analisi acustica dei proiettili sparati nel momento in cui Abu Akleh è stata uccisa.

Un’inchiesta durata un mese del New York Times ha trovato che il proiettile che ha ucciso Abu Akleh è stato sparato più o meno dal luogo in cui si trovava il convoglio militare israeliano, molto probabilmente da un soldato di un’unità d’élite,” afferma il rapporto.

L’uccisione di Abu Akleh l’11 maggio ha suscitato l’indignazione internazionale e invoca la condanna delle aggressioni contro i giornalisti. La giornalista uccisa informava su avvenimenti e attacchi israeliani nei territori palestinesi occupati da 25 anni ed era diventata un volto familiare in tutto il mondo arabo.

È stata uccisa mentre indossava il giubbotto antiproiettile della stampa che la indicava chiaramente come giornalista, mentre stava per informare su un’incursione israeliana nella città cisgiordana di Jenin.

In precedenza inchieste del Washington Post, dell’Associated Press e dell’organizzazione di specialisti Bellingcat [gruppo di giornalisti investigativi con sede in Olanda, ndt.] erano arrivate alla conclusione che probabilmente Abu Akleh è stata uccisa dalle forze israeliane. Il mese scorso un’inchiesta della CNN [emittente televisiva di notizie statunitense, ndt.] ha affermato che le prove suggeriscono che l’esperta giornalista è stata uccisa in un “attacco mirato delle forze israeliane”.

Anche un’indagine dell’Autorità Nazionale Palestinese ha rilevato che Abu Akleh è stata deliberatamente colpita da forze israeliane.

La scorsa settimana Al Jazeera ha ottenuto un’immagine del proiettile che ha ucciso Abu Akleh estratto dal suo cranio. Secondo esperti di balistica e medici legali la pallottola era in grado di perforare una protezione blindata e viene utilizzata nei fucili M4, in dotazione all’esercito israeliano. Secondo gli esperti il proiettile è stato prodotto negli Stati Uniti.

La rete multimediale Al Jazeera ha accusato le forze israeliane di aver assassinato la giornalista “a sangue freddo”.

Israele, che ha ripetutamente cambiato la sua versione su come Abu Akleh è stata uccisa e la sua posizione riguardo all’indagine, ha respinto tali rapporti.

Alla fine di maggio il ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid ha affermato di aver espresso la propria “protesta” al suo collega Antony Blinken riguardo a quella che ha definito “indagine tendenziosa sulla morte (di Abu Akleh) da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese così come la cosiddetta ‘inchiesta’ della CNN.”

Blinken e altri funzionari dell’amministrazione del presidente Joe Biden hanno sollecitato un’indagine trasparente riguardo all’uccisione di Abu Akleh, insistendo che Israele è l’autorità che la deve condurre. Washington ha anche rifiutato il possibile coinvolgimento della Corte Penale Internazionale nel caso.

I sostenitori dei diritti dei palestinesi hanno denunciato la posizione degli USA, sottolineando che Israele non può essere considerato affidabile nell’indagare su sé stesso.

Raramente le morti dei palestinesi suscitano l’attenzione internazionale, e soldati accusati di crimini contro i palestinesi in Cisgiordania raramente vengono incriminati,” afferma il rapporto del New York Times di lunedì.

Nonostante inchieste e prove disponibili puntino il dito contro Israele, questo mese Blinken ha detto chiaramente che i fatti relativi all’ uccisione di Abu Akleh “non sono stati ancora accertati.”

Nelle stesse dichiarazioni il capo della diplomazia USA ha chiesto un’indagine “indipendente”, ma in seguito il Dipartimento di Stato ha detto ad Al Jazeera che “non ci sono stati cambiamenti” nella posizione USA, secondo cui Israele deve essere la parte che conduce l’indagine.

Dopo l’omicidio di Abu Akleh le forze israeliane hanno aggredito i partecipanti al suo funerale, spingendo quelli che portavano il feretro della giornalista uccisa a farlo quasi cadere.

Inizialmente Israele ha affermato che “pare probabile che palestinesi armati” siano stati responsabili dell’uccisione di Abu Akleh.

Dopo l’incidente l’ufficio del primo ministro Naftali Bennett ha reso pubblico un video di palestinesi armati che sparano in un vicolo, suggerendo che erano stati loro ad aver sparato ad Abu Akleh. Ma questa versione è stata rapidamente smentita in quanto gli uomini armati non avevano una linea di tiro verso la giornalista assassinata, uccisa a centinaia di metri di distanza. E il video era stato ripreso ore prima che l’inviata venisse colpita.

Dopo qualche giorno l’esercito israeliano ha ammesso che la giornalista potrebbe essere stata uccisa da fuoco israeliano, ma ha escluso la possibilità che sia stata colpita deliberatamente.

Le autorità israeliane hanno anche cambiato la loro posizione riguardo all’inchiesta. Mentre Israele ha chiesto di visionare il proiettile che ha ucciso la giornalista, all’inizio ha affermato che non ci sarebbe stata un’indagine penale sull’incidente.

Ma in seguito mezzi di comunicazione israeliani hanno citato l’avvocato generale militare, secondo cui l’esercito sta “facendo ogni sforzo” per indagare sull’incidente.

Tuttavia all’inizio del mese il Washington Post ha citato l’affermazione dell’esercito israeliano secondo cui “ha già concluso che non c’è stato un comportamento criminoso” nell’uccisione di Abu Akleh.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il New York Times continua a tacere sul rapporto sull'”apartheid” di Amnesty

James North

18 Febbraio 2022-Mondoweiss

Il rapporto sull’apartheid di Amnesty viene oscurato perché il New York Times rifiuta di darne notizia.

Bret Stephens, l’editorialista filo-israeliano del New York Times, è in un dilemma lacerante. Stephens, che ha vissuto in Israele e diretto il quotidiano di destra Jerusalem Post, non perde occasione di correre in difesa di questo paese. Quindi quando Amnesty International ha pubblicato il suo rapporto del 1° febbraio che accusa Israele di essere caratterizzato da “apartheid” Stephens deve aver acceso il suo computer per rispondere.

Ma poi deve essersi fermato e aver pensato che, in realtà, il modo migliore in cui il Times poteva parare il colpo di Amnesty era fingere che il rapporto di Amnesty con le prove dell’apartheid non fosse mai comparso. Quindi, sebbene dal 1° febbraio abbia pubblicato due editoriali, non ha detto nulla. Probabilmente stringe i denti per la frustrazione.

Ma Stephens non è solo. Il New York Times non ha ancora pubblicato una sola parola sul fondamentale rapporto di Amnesty. Sono passati 18 giorni e ancora non è apparso nulla sul giornale di un rapporto che politici, il Dipartimento di Stato e molti gruppi ebraici hanno fatto il possibile e l’impossibile per condannare.

La cosa stupefacente è che il New York Times continua a fare affidamento su Amnesty International per informazioni sulle violazioni dei diritti umani in altri paesi, purché non siano Israele/Palestina.

Fino ad ora in questo mese i giornalisti del Times hanno citato Amnesty in tre diversi articoli, dopo aver fatto affidamento sulle notizie fornite dall’organizzazione sette volte a gennaio. I giornalisti del Times hanno citato Amnesty nove volte a dicembre. Ciò significa quasi una volta ogni tre giorni.

Thomas Friedman è un altro editorialista del Times, supposto esperto del Medio Oriente, che ha tenuto la bocca ben tappata sul verdetto di apartheid di Amnesty, ma il suo silenzio lascia meno sorpresi. Questo sito ha già notato come Friedman abbia l’abitudine di nascondersi quando le notizie da Israele/Palestina non sono buone.

La cancellazione delle notizie da parte del New York Times è ancora più importante di quanto non sarebbe stato un paio di decenni fa. All’epoca, un certo numero di giornali regionali statunitensi gestiva uffici esteri, che fornivano canali alternativi di informazione. Oggi la maggior parte di essi ha chiuso. La copertura televisiva delle notizie dall’estero, sia in rete che via cavo, è ridicolmente inadeguata o inesistente. (La National Public Radio, che vanta all’infinito la qualità dei suoi programmi di notizie, ha pubblicato un solo pezzo sull’apartheid di Israele sul suo sito web. Nelle trasmissioni radiotelevisive i suoi annunciatori non hanno detto una parola.)

Il Times stabilisce la programmazione, almeno negli Stati Uniti. Se il giornale avesse pubblicato anche un solo articolo di cronaca o di opinione, il rapporto di Amnesty non sarebbe stato oscurato.

A quanto pare un giornalista del Times ha cercato di accennare alle notizie di Amnesty. Patrick Kingsley, il capo dell’ufficio di Gerusalemme, ha fatto un valido rapporto sulla violenza dei “coloni” israeliani in Cisgiordania. Entrambi gli schieramenti gli richiedevano di includere anche resoconti di attacchi palestinesi ai coloni, ma infine ha aggiunto questa frase straordinaria:

I coloni beneficiano di un sistema legale a due livelli in cui i coloni che commettono violenza sono raramente puniti, mentre i sospetti palestinesi sono spesso arrestati e perseguiti dai tribunali militari.

Questo era il luogo ideale per presentare il rapporto di Amnesty. Quello che Kingsley ha descritto – “un sistema legale a due livelli” – è un esempio da manuale di “apartheid”. Ma non è venuto fuori nulla. Kingsley è come un membro dell’Unione degli scrittori sovietici dopo il mite disgelo dei primi anni ’60. Gli è permesso accennare alla verità, purché rimanga vago e indiretto.

Intanto possiamo simpatizzare con Bret Stephens. È seduto su uno dei filoni di notizie più preziosi al mondo, ma non può dire una parola sul suo argomento prediletto.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele consente in sordina agli ebrei di pregare nel complesso di Al Aqsa: rapporto.

24 agosto 2021 – Al Jazeera

Il NYT informa che il governo israeliano sta consentendo agli ebrei di pregare nel complesso della moschea di Al- Aqsa, alimentando il timore di modifiche allo status quo del luogo sacro.

Il New York Times informa che il governo israeliano sta consentendo agli ebrei di pregare nel complesso della moschea di Al-Aqsa, noto agli ebrei come il Monte del Tempio, nella Gerusalemme occupata, con un’iniziativa che rischia di modificare lo status quo del luogo.

In un articolo pubblicato martedì il Times afferma che il rabbino Yehudah Glick ha fatto “ben poco per nascondere le sue preghiere” e le ha persino diffuse in diretta video.

L’area è all’interno delle mura della Città Vecchia di Gerusalemme e fa parte del territorio che Israele ha conquistato nella guerra del 1967 in Medio Oriente. Israele ha occupato [in realtà ha annesso, ndtr.] Gerusalemme est nel 1980, con un’iniziativa che non è mai stata riconosciuta dalla comunità internazionale.

Dal 1967 la Giordania e Israele hanno concordato che il Waqf, fondazione islamica, avrebbe avuto il controllo su questioni relative al complesso, mentre Israele si sarebbe occupato della sicurezza esterna. Ai non musulmani sarebbe stato consentito di entrare nel luogo durante gli orari di visita, ma non di pregarvi.

Secondo il Times, Glick, nato negli USA ed ex- deputato di destra, da decenni guida i tentativi di modificare lo status quo e afferma di definire i suoi tentativi come una questione di “libertà religiosa”.

Anche altri movimenti in ascesa, come quello del Devoto del Monte del Tempio e l’Istituto del Tempio, hanno sfidato il divieto del governo israeliano agli ebrei di entrare nel complesso della moschea di Al-Aqsa.

L’accordo formale in vigore, accettato da Giordania e Israele, intende evitare conflitti nel luogo particolarmente delicato.

Ma le forze israeliane consentono regolarmente a gruppi, a volte centinaia,  di coloni ebrei che vivono nei territori palestinesi occupati di affollare il complesso di Al-Aqsa con la protezione della polizia e dell’esercito, diffondendo tra i palestinesi il timore che Israele si impossessi del sito.

Nel 2000 il politico israeliano Ariel Sharon entrò nel luogo sacro accompagnato da circa 1.000 poliziotti israeliani. Il suo ingresso nel compound scatenò la Seconda Intifada, nella quale vennero uccisi più di 3.000 palestinese e circa 1.000 israeliani.

Nel 2017 il governo israeliano installò metal detector agli ingressi del luogo, cosa che portò a gravi scontri tra i palestinesi e le forze israeliane.

A maggio le truppe israeliane hanno fatto irruzione varie volte nella moschea di Al-Aqsa, e l’escalation che ne è seguita ha portato all’attacco israeliano di 11 giorni contro la Striscia di Gaza assediata.

“Non bloccateli più”

Secondo Glick la politica ha iniziato a cambiare sotto il governo dell’ex-primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ha guidato partiti di estrema destra ed è stato uno strenuo alleato del presidente USA Donald Trump.

“Glick dice che cinque anni fa la polizia ha iniziato a consentire a lui e ai suoi sostenitori di pregare sul monte in modo più palese,” afferma l’articolo del Times.

Benché questa politica non sia mai stata ampiamente pubblicizzata per evitare reazioni, il numero è stato “incrementato in sordina.”

Nonostante gli accordi in vigore, in realtà “ogni giorno decine di ebrei ora pregano apertamente in un luogo appartato del lato orientale del sito, e i poliziotti israeliani che li scortano non cercano più di impedirglielo,” racconta il Times.

Israele limita già l’ingresso dei palestinesi nel complesso in vario modo, tra cui il muro di separazione, costruito negli anni 2000, che riduce l’afflusso di palestinesi dalla Cisgiordania occupata all’interno di Israele.

Dei circa 3 milioni di palestinesi della Cisgiordania viene consentito l’accesso a Gerusalemme di venerdì [giorno di preghiera per i musulmani, ndtr.] solo a quelli al di sopra di una certa età, mentre altri devono presentare richiesta alle autorità israeliane per avere un permesso molto difficile da ottenere.

Le restrizioni provocano già gravi ingorghi e tensioni ai checkpoint tra la Cisgiordania e Gerusalemme, dove in centinaia di migliaia devono passare attraverso controlli di sicurezza per entrare nella moschea e pregare.

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Siamo Ben e Jerry. Gelatai e uomini con saldi principii.*

Bennett Cohen e Jerry Greenfield

Il signor Cohen e il signor Greenfield hanno fondato la Ben & Jerry’s Homemade Holdings nel 1978

29 luglio 2021 – New York Times

*Nota redazionale: pubblichiamo questa lettera di Cohen e Greenfield pur non condividendone alcune affermazioni. Come affermato dalla commissione Onu Falk-Tilley, dall’ong israeliana B’Tselem e da un rapporto di Human RIghts Watch, che denunciano il fatto che Israele pratica un sistema di apartheid su tutto il territorio dal fiume Giordano al mar Mediterraneo, non riteniamo che Israele possa essere considerato uno Stato democratico. Tuttavia ci pare molto significativa questa presa di posizione da parte di ebrei americani contro l’illegale occupazione dei territori palestinesi e il fatto che la lettera sia stata pubblicata dal New York Times, che in genera appoggia le politiche israeliane

Siamo i fondatori di Ben & Jerry’s. Siamo anche ebrei orgogliosi di esserlo. Costituisce una parte essenziale del nostro essere e di come ci siamo identificati per tutta la vita. Quando la nostra azienda ha iniziato ad espandersi a livello internazionale, Israele è stato uno dei nostri primi mercati esteri. Allora eravamo, e rimaniamo oggi, sostenitori dello Stato di Israele.

Ma è possibile sostenere Israele e opporsi ad alcune delle sue politiche, proprio come ci siamo opposti a politiche del governo degli Stati Uniti. Pertanto, sosteniamo inequivocabilmente la decisione dell’azienda di porre fine agli affari nei territori occupati, un’occupazione che la maggioranza della comunità internazionale, comprese le Nazioni Unite, ha dichiarato illegale.

Anche se non abbiamo più alcun controllo operativo sull’azienda che abbiamo fondato nel 1978, siamo orgogliosi della sua azione e crediamo che sia dalla parte giusta della storia. A nostro avviso, porre fine alle vendite di gelato nei territori occupati è una delle decisioni più importanti che l’azienda abbia preso nei suoi 43 anni di storia; è stata particolarmente coraggiosa da parte sua. Anche se sapeva che senza dubbio la risposta sarebbe stata rapida e pesante, Ben & Jerry’s ha preso l’iniziativa per rendere coerenti la sua azione e le sue attività con i suoi valori progressisti.

Il fatto che noi si sostenga la decisione dell’azienda non è una contraddizione, né è antisemita. In effetti, crediamo che questo atto possa e debba essere visto come la promozione dei concetti di giustizia e diritti umani, principi fondamentali dell’ebraismo.

Ben & Jerry’s è un’azienda che sostiene la pace. Da tempo chiede al Congresso di ridurre il budget militare degli Stati Uniti. Ben & Jerry’s si è opposta alla guerra del Golfo Persico del 1991, non solo a parole: una delle nostre primissime iniziative di missione sociale, nel 1988, è stata quella di introdurre il Peace Pop [uno stecco gelato con il simbolo della pace, ndtr.]. Faceva parte di uno sforzo per promuovere l’idea di reindirizzare l’1% dei budget della difesa nazionale in tutto il mondo per finanziare attività di promozione della pace. Vediamo la recente azione dell’azienda come parte di una traiettoria simile, non come anti-israeliana, ma come parte di una lunga storia pacifista.

Nella sua dichiarazione la società ha fatto una distinzione tra il territorio democratico di Israele e i territori occupati da Israele. La decisione di fermare le vendite al di fuori dei confini democratici di Israele non è un boicottaggio di Israele. La dichiarazione di Ben & Jerry non sostiene il movimento BDS.

La decisione, come affermato dall’azienda, di rendere le sue operazioni più coerenti con i suoi valori non è un rifiuto di Israele. È un rifiuto della politica israeliana di proseguire un’occupazione illegale che ostacola la pace e viola i diritti umani fondamentali del popolo palestinese che vive sotto occupazione. Come sostenitori ebrei dello Stato di Israele, respingiamo totalmente l’idea che sia antisemita mettere in discussione le politiche dello Stato di Israele.

Quando nel 2000 abbiamo lasciato il timone della società nell’accordo di acquisizione con Unilever [multinazionale inglese, ndtr.] abbiamo contrattato una struttura di governance unica. Quella struttura è la “magia” che sta dietro alla continua indipendenza di Ben & Jerry e al suo successo. Come parte dell’accordo, la società ha mantenuto un consiglio di amministrazione indipendente con la responsabilità di proteggere l’irrinunciabile integrità del marchio dell’azienda e di perseguire la sua missione sociale.

Crediamo che le imprese siano tra i soggetti più potenti della società. Crediamo che le aziende abbiano la responsabilità di usare il loro potere e la loro influenza per promuovere nella maggior misura possibile il bene comune. Nel corso degli anni, siamo anche arrivati ​​a credere che ci sia un aspetto spirituale negli affari, proprio come c’è nella vita degli individui. Quello che dai, ricevi. Ci auguriamo che per Ben & Jerry’s ciò rimanga centrale negli affari. Per noi questo è ciò che rappresenta questa decisione ed è per questo che siamo orgogliosi che, 43 anni dopo aver aperto una gelateria in una fatiscente stazione di servizio a Burlington, Vermont, i nostri nomi siano ancora sulle confezioni.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il piano di pace in Medio Oriente di Trump rivela la dura verità.

Nathan Thrall

29 gennaio 2020 – New York Times

Questa non è una rottura dello status quo. È il culmine naturale di decenni di politica americana.

Martedì scorso il presidente Trump ha reso pubblico dopo una lunga gestazione il suo piano per la pace in Medio Oriente, il cosiddetto “accordo del secolo”. Questo prevede che vi sia uno Stato palestinese in Cisgiordania e Gaza; che Gerusalemme, compresa la Città Vecchia, sia la capitale indivisa di Israele; che Israele annetta tutte le colonie, nonché la Valle del Giordano, che costituisce quasi un quarto della Cisgiordania, compreso il confine orientale con la Giordania, con la creazione di uno Stato-arcipelago palestinese a macchia di leopardo, circondato come da un mare dal territorio israeliano. Trump ha annunciato che gli Stati Uniti riconosceranno la sovranità israeliana su tutto il territorio che il piano assegna a Israele, e poco dopo, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu si è impegnato ad annettere tutte le colonie e la Valle del Giordano a partire da domenica.

I membri della destra israeliana e altri oppositori della soluzione dei due Stati hanno celebrato l’accordo come la fine definitiva della possibilità di uno Stato palestinese indipendente. La sinistra israeliana, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e altri sostenitori della soluzione dei due Stati hanno condannato il piano per le stesse ragioni, definendolo il colpo di grazia per la soluzione dei due Stati.

Quindi c’è stato accordo tra sostenitori e detrattori sul fatto che la proposta abbia segnato una svolta importante dopo decenni nella politica americana e internazionale. Ma il piano è davvero l’antitesi del tradizionale approccio al conflitto da parte della comunità internazionale? O è in realtà la logica realizzazione finale di questo approccio?

Per oltre un secolo, l’Occidente ha sostenuto gli obiettivi sionisti in Palestina a spese della popolazione palestinese originaria. Nel 1917 il governo britannico promise di stabilire una casa nazionale per il popolo ebraico in Palestina, dove gli ebrei costituivano meno dell’8% della popolazione [la dichiarazione Balfour del 2 novembre1917, scritta dall’allora ministro degli esteri inglese Arthur Balfour a Lord Rothschild, referente del movimento sionista, affermava di guardare con favore alla creazione di una “dimora nazionale per il popolo ebraico” in Palestina, allora parte dell’Impero Ottomano, ndtr.]. Trenta anni dopo, le Nazioni Unite proposero un piano per dividere la Palestina: gli ebrei, che costituivano meno di un terzo della popolazione e possedevano meno del 7% della terra, ricevettero la maggior parte del territorio. Durante la guerra che seguì, Israele conquistò più di metà del territorio assegnato allo stato arabo; ai quattro quinti dei palestinesi , che avevano vissuto in quelli che divennero i nuovi confini di Israele, fu impedito di tornare nelle loro case. La comunità internazionale non costrinse Israele a restituire i territori che aveva sottratto, né a consentire il ritorno dei rifugiati.

Dopo la guerra del 1967, quando sottrasse il restante 22% della Palestina, oltre alla penisola del Sinai all’Egitto e alle alture del Golan alla Siria, Israele insediò illegalmente delle colonie nei territori occupati e creò un regime con leggi separate per i diversi gruppi di persone , israeliani e palestinesi, che vivevano nello stesso territorio. Nel 1980 Israele annesse formalmente Gerusalemme est. Come per il processo di colonizzazione da parte di Israele, vi furono delle ammonizioni e condanne internazionali, ma il sostegno finanziario e militare americano rafforzò ulteriormente Israele.

Nel 1993, gli Accordi di Oslo concessero un’autonomia limitata ai palestinesi, [sparsi] in una manciata di isolotti senza collegamenti. Gli accordi non richiedevano lo smantellamento delle colonie israeliane né la sospensione della loro crescita. Il primo piano americano per lo Stato palestinese fu presentato dal presidente Bill Clinton nel 2000. Dichiarava che le estese colonie israeliane sarebbero stati annesse ad Israele, così come tutti gli insediamenti coloniali ebraici nella Gerusalemme est occupata. Lo Stato palestinese sarebbe stato smilitarizzato e avrebbe ospitato installazioni militari israeliane e forze internazionali nella Valle del Giordano che avrebbero potuto essere ritirate solo con il consenso di Israele. Come nel “patto del secolo”, questo piano, che costituiva la base di tutti i successivi, dava ai palestinesi una maggiore autonomia e definiva la Palestina uno Stato.

Ora secondo l’esercito israeliano ci sono più palestinesi che ebrei che abitano nei territori sotto il controllo di Israele. Sia nella visione di Trump che di Clinton, i piani americani hanno confinato la maggior parte del gruppo etnico predominante in meno di un quarto del territorio, con restrizioni alla sovranità palestinese di così vasta portata che il risultato dovrebbe essere più propriamente chiamato soluzione a favore di uno Stato e mezzo.

Il piano di Trump ha molti gravi difetti: dà la priorità agli interessi ebraici rispetto a quelli palestinesi. Premia e persino incoraggia le colonizzazioni e l’ulteriore espropriazione dei palestinesi. Ma nessuno di questi aspetti rappresenta una rottura fondamentale col passato. Il piano Trump si limita a dare gli ultimi ritocchi a una casa che i parlamentari americani, repubblicani e democratici, nel corso di decine di anni hanno aiutato a costruire. Negli ultimi decenni, quando Israele ha lentamente annesso la Cisgiordania, insediando più di 600.000 coloni nei territori occupati, gli Stati Uniti hanno fornito a Israele sostegno diplomatico, veti nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, pressioni su tribunali internazionali e organi investigativi per non perseguire Israele e miliardi di dollari in aiuti annuali.

Alcuni dei democratici che ora si candidano alla presidenza [USA] hanno parlato della loro disapprovazione per le annessioni da parte di Israele, anche se non propongono nulla per fermarle. Così una democratica popolare come la senatrice Amy Klobuchar può dichiarare la sua opposizione all’annessione e firmare una lettera che critica il piano Trump per il suo “disprezzo [del] diritto internazionale”, dopo aver sponsorizzato una risoluzione del Senato che “esprime profonda contrarietà” verso una Risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 2016 che ha richiesto a Israele di interrompere gli interventi di colonizzazione illegale. Altri democratici, come la senatrice Elizabeth Warren e Pete Buttigieg, affermano che non sarebbero disposti a fornire il sostegno finanziario dell’America al processo di annessione da parte israeliana. Ma questo è poco più di una formula elegante che permette loro di apparire duri senza minacciare nulla, dal momento che l’assistenza americana a Israele non riguarderebbe, in ogni caso, direttamente i compiti burocratici, come il trasferimento del registro fondiario della Cisgiordania dai militari al governo israeliano.

A parte vaghi riferimenti all’utilizzo di aiuti come incentivo, nessun candidato presidenziale, tranne il senatore Bernie Sanders, ha avanzato proposte riguardo l’inizio di una riduzione della complicità americana nella violazione dei diritti dei palestinesi da parte di Israele. Le dichiarazioni di opposizione all’annessione suonano vuote quando non sono accompagnate da piani per prevenirla o annullarla: vietare i prodotti delle colonie; ridurre l’assistenza finanziaria a Israele dell’importo che spende nei territori occupati; disinvestimento di fondi pensione statali e federali in società operanti negli insediamenti illegali; e la sospensione degli aiuti militari fino a quando Israele non ponga fine alla punizione collettiva di due milioni di persone confinate a Gaza e non fornisca ai palestinesi in Cisgiordania gli stessi diritti civili concessi agli ebrei che vivono al loro fianco.

Il piano Trump, proprio come il processo di pace decennale che porta a compimento, offre a Israele la copertura per perpetuare quello che è noto come lo status quo: Israele come unico sovrano che controlla il territorio tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo, privando milioni di persone senza Stato dei diritti civili di base, limitando il loro movimento, criminalizzandone i discorsi che potrebbero danneggiare l ‘ “ordine pubblico”, incarcerandoli sulla base dell’indefinita e illimitata “detenzione amministrativa”, senza processo o accusa, e spodestandoli della loro terra, il tutto mentre i leader del Congresso, l’Unione Europea e una buona parte del resto del mondo applaudono e incoraggiano questa farsa, esprimendo solennemente il loro impegno per la ripresa di “trattative significative”.

Ai difensori di Israele piace dire che Israele viene preso di mira e hanno ragione. Israele è l’unico stato che perpetua un’occupazione militare permanente, con leggi discriminatorie per gruppi separati che vivono nello stesso territorio, che in tutto il mondo [persone] autoproclamatesi democratiche fanno di tutto per giustificare, difendere e persino finanziare. In assenza di politiche di impegno che contrastino l’attuale oppressione, i critici democratici del piano Trump non sono molto meglio del presidente. Sono, non a parole ma nei fatti, anch‘essi sostenitori dell’annessione e della sottomissione.

Nathan Thrall (@nathanthrall) è autore di The Only Language They Understand: Forcing Compromise in Israel and Palestine (L’unico linguaggio che conoscono: imporre un accordo in Israele e Palestina, Metropolitan Books 2017) e direttore del Progetto arabo-israeliano dell’International Crisis Group.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Ayman Odeh: stiamo mettendo fine alla presa di Netanyahu su Israele

Ayman Odeh

Odeh guida la Lista Unita, la terza principale coalizione nel parlamento israeliano, la Knesset, ed è il segretario del partito Hadash

22 settembre 2019 – New York Times

Il leader della Lista unita, composta principalmente da partiti arabi spiega perché userà il suo potere per contribuire a a far diventare Benny Gantz primo ministro di Israele

GERUSALEMME – i cittadini arabo-palestinesi di Israele hanno scelto di bocciare il primo ministro Benjamin Netanyahu, la sua politica di paura e di odio, la disuguaglianza e la divisione che ha promosso nell’ultimo decennio. La scorsa estate Netanyahu ha dichiarato che i cittadini arabo-palestinesi di Israele, che rappresentano un quinto della popolazione, dovessero essere ufficialmente cittadini di seconda classe. “Israele non è uno Stato per tutti i suoi cittadini,” ha scritto su Instagram Netanyahu dopo aver fatto approvare la legge dello Stato-Nazione. “Secondo la legge fondamentale sulla nazionalità che abbiamo approvato Israele è lo Stato-Nazione del popolo ebraico – e solo di esso.”

Il governo israeliano ha fatto di tutto per respingere quelli di noi che sono cittadini arabo-israeliani, ma la nostra influenza è solo aumentata. Saremo la pietra angolare della democrazia. I cittadini arabo-israeliani non possono cambiare da soli l’andamento delle cose in Israele, ma il cambiamento è impossibile senza di noi. In precedenza ho sostenuto che, se i partiti di centro-sinistra israeliani credono che i cittadini arabo-israeliani abbiano un posto in questo Paese, devono accettare che abbiamo un posto nella sua politica.

Oggi quei partiti non hanno più scelta. Almeno il 60% dei cittadini arabo-palestinesi ha votato nelle ultime elezioni, e la Lista Unita, la nostra alleanza che rappresenta gli arabi e i partiti arabo-ebraici, ha conquistato 13 seggi ed è diventata la terza principale coalizione alla Knesset. Decideremo chi sarà il prossimo primo ministro di Israele.

A nome della Lista Unita, ho suggerito che il presidente di Israele scelga Benny Gantz, il leader del partito di centro “Blu e Bianco”, perché sia il prossimo primo ministro. Questo sarà il passo più significativo per contribuire a creare la maggioranza necessaria ad impedire un altro mandato per Netanyahu. E ciò dovrebbe porre fine alla sua carriera politica.

I miei colleghi ed io abbiamo preso questa decisione non per sostenere Gantz e le sue proposte politiche per il Paese. Siamo consapevoli che Gantz ha rifiutato di accettare le nostre legittime richieste politiche per un futuro condiviso, e per questo non parteciperemo al suo governo.

Le nostre richieste per un futuro condiviso e più equo sono chiare: chiediamo risorse per affrontare la violenta criminalità che affligge città e villaggi arabi, leggi per la casa e piani regolatori che concedano alle persone dei Comuni arabi gli stessi diritti dei loro vicini ebrei e un loro maggior accesso agli ospedali.  Chiediamo un aumento delle pensioni per tutti in Israele, in modo che i nostri anziani possano vivere dignitosamente, e la creazione e il finanziamento di un piano per prevenire la violenza contro le donne.

Chiediamo l’integrazione giuridica di villaggi e cittadine non riconosciuti – per lo più arabo-palestinesi – che non hanno accesso all’elettricità o all’acqua. E insistiamo per la ripresa di negoziati diretti tra israeliani e palestinesi per raggiungere un trattato di pace che ponga fine all’occupazione e crei uno Stato palestinese indipendente sulla base dei confini del 1967. Invochiamo l’abrogazione della legge sullo Stato-Nazione che dichiara che io, la mia famiglia e un quinto della popolazione siamo cittadini di seconda classe. È a causa del fatto che per decenni i candidati a primo ministro si sono rifiutati di appoggiare un programma a favore dell’eguaglianza che dal 1992 nessun partito arabo o arabo-ebraico ha dato indicazioni di un primo ministro.

Eppure questa volta facciamo una scelta diversa. Abbiamo deciso di dimostrare che i cittadini arabo-palestinesi non possono più essere rifiutati o ignorati. La nostra decisione di indicare Gantz come il prossimo primo ministro senza unirci al suo previsto governo di unità nazionale è un chiaro messaggio che l’unico futuro per questo Paese è un futuro comune, e non c’è un futuro condiviso senza la piena e paritaria partecipazione dei cittadini arabo-israeliani.

La mattina dopo che è stata approvata la legge discriminatoria dello “Stato -Nazione”, ho accompagnato a scuola i miei figli e ho pensato al fatto di farli crescere in un Paese che ha ripetutamente rifiutato i bambini arabo-palestinesi. I governi israeliani hanno continuamente ribadito questo rifiuto, dagli anni della legge marziale imposta agli arabi in Israele tra la fondazione dello Stato [nel 1948, ndtr.] e il 1966, fino ai tentativi di lunga data di eliminare la cultura palestinese e alla continua decisione di occupare le terre e le vite dei nostri fratelli e sorelle in Cisgiordania e a Gaza.

Ogni volta che accompagno la mia figlia più giovane, Sham, a scuola vedo un brano del Libro dei Salmi scritto su un muro: “La pietra che il costruttore ha scartato è diventata una pietra angolare.”

Scegliendo di indicare Gantz abbiamo dimostrato che la collaborazione tra le persone, arabe ed ebree, è l’unica strategia politica di saldi principi che porterà a un futuro migliore per tutti noi. Innumerevoli persone in Israele e nel resto del mondo ci saranno grate di vedere la fine del lungo regno di corruzione, bugie e paura di Netanyahu.

Continueremo il nostro lavoro verso un futuro migliore e giusto, e la nostra lotta per i diritti civili, radicata nella nostra identità come palestinesi. C’è spazio sufficiente per tutti noi nella nostra patria comune, spazio sufficiente per i versi di Mahmoud Darwish e per le storie dei nostri nonni, spazio sufficiente perché tutti noi facciamo crescere le nostre famiglie nell’uguaglianza e nella pace.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Una strana simbiosi*

 

 

Perché Israele e Gaza continuano a combattersi in brevi battaglie? Perché è nell’interesse dei loro leader

 

 

Di David M. Halbfinger

6 maggio 2019 – New York Times

 

GERUSALEMME – Più di venti persone sono state uccise, case e negozi distrutti negli scontri del fine settimana tra Israele e Gaza, ma lunedì i leader di entrambe le parti si sono dichiarati soddisfatti dei risultati.

Il ciclo di ripetute violenze e cessate il fuoco che continuano a rasentare una guerra totale può sembrare una distruzione senza senso agli occhi del mondo esterno. Ma gli analisti affermano che ciò è perfettamente funzionale agli interessi dei due principali antagonisti.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu riesce a strapazzare Hamas, il gruppo di miliziani che controlla Gaza, rafforzando il suo discorso secondo cui i palestinesi non sono pronti a fare la pace e che la soluzione dei due Stati è impossibile.

Hamas, che a quanto pare cerca e ottiene rinnovate garanzie di un allentamento del blocco israeliano contro Gaza, riesce a dimostrare agli scettici e impoveriti abitanti di Gaza che la sua strategia di resistenza armata sta funzionando.

Il risultato è uno strano tipo di simbiosi.

La relazione tra Hamas e Israele è sicuramente conflittuale: sempre ostile, frequentemente mortale e carica di rischi che possa degenerare in un protratto conflitto terreste, per un razzo vagante che uccide troppe persone o per un cambiamento dei calcoli politici da entrambe le parti.

Potrebbe dimostrarsi un armistizio che procede lentamente – “un negoziato attraverso l’uso delle armi”, come lo ha descritto Ghaith al-Omari, ex-funzionario dell’Autorità Nazionale Palestinese, o forse una forma di tregua in stile mediorientale.

Ma ad ogni ripetizione del ciclo che non porta a uno scoppio, Israele e Hamas sono utili agli scopi l’uno dell’altro e si stanno sempre più abituando ad avere rapporti in questo modo.

Gli scontri del fine settimana, i peggiori dalla guerra di 50 giorni del 2014, sono stati almeno l’ottavo round di brevi lotte tra Israele e Gaza durante lo scorso anno, con battaglie a volte finite in poco più di un giorno. Ognuna è terminata rapidamente con un cessate il fuoco, in genere mediato dall’Egitto e visto come una prova che nessuna delle due parti vuole una guerra vera e propria.

Hamas ha dimostrato la capacità di essere all’altezza dei suoi impegni: un momento importante è stato alla fine di marzo, quando per l’anniversario delle manifestazioni lungo la barriera tra Gaza e Israele, secondo gli analisti Hamas ha schierato agenti con giubbotti dai colori vivaci per ridurre al minimo le violenze, mostrando di poter imporre il cessate il fuoco.

Ma in altri momenti può esprimere la propria impazienza con le armi. La violenza del fine settimana potrebbe essere stata alimentata da un ritardo nell’arrivo dei milioni di dollari in denaro del Qatar per contribuire a pagare i salari dei lavoratori di Gaza e dalla sensazione che Israele non stesse dando seguito abbastanza rapidamente ad altre promesse.

Tuttavia alcuni degli scontri fin dall’ultima estate sono stati interpretati come tentativi da parte dei dirigenti di Hamas di ottenere un accordo migliore.

“Hanno la tendenza a cercare di estendere i termini degli accordi e a migliorare quello che hanno ottenuto mostrando i muscoli,” dice Ehud Yaari, uno studioso residente in Israele del Washington Institute for Near East Policy [Istituto di Washington per la Politica in Medio Oriente, centro studi legato all’AIPAC, il più importante gruppo lobbystico filo-israeliano Usa, ndtr.].

Per il governo israeliano questa gestione dei rapporti con Hamas è piena di contraddizioni e della necessità di un attento bilanciamento. Vedendo Hamas come un gruppo terroristico intenzionato alla distruzione di Israele, il governo israeliano non ha interesse a concedergli legittimità o a consentire ad Hamas di rafforzarsi.

Ma Netanyahu ha anche dimostrato scarso impegno per distruggere Hamas – nonostante le richieste di alcuni politici di destra perché lo faccia – per quello che Aaron David Miller, un esperto negoziatore in Medio Oriente per gli Stati Uniti, ha chiamato “il problema del giorno dopo”. Israele dovrebbe rioccupare Gaza con le sue truppe, prendendosi la totale responsabilità dei suoi due milioni di abitanti. C’è anche il rischio che un gruppo ancora più radicale di Hamas possa prendere il potere, come la Jihad Islamica palestinese, già potente rivale di Hamas a Gaza, o forse elementi dello Stato Islamico che operano nel deserto del Sinai.

Questo problema è la ragione per cui Netanyahu nel suo modo di controllare Gaza sembra avere l’appoggio dell’establishment della sicurezza di Israele. I suoi oppositori politici lo hanno aggredito per aver consentito che la situazione cadesse nell’attuale schema, ma non hanno detto cosa farebbero di diverso.

E gli israeliani sembrano aver mostrato una maggiore tolleranza che in passato per le vittime [israeliane]. Domenica ad Ashkelon i sopravvissuti a un attacco con i razzi che ha ucciso un operaio loro collega in una fabbrica hanno manifestato un incrollabile sostegno a Netanyahu, benché abbiano anche incolpato l’opinione pubblica mondiale perché impedisce all’esercito di dare a Gaza il colpo che merita.

“Dovrebbero colpire duro,” ha detto delle forze armate Menashe Babikov, 42 anni, manager di Ashdod, ma non lo faranno “perché hanno paura di quello che direbbe il resto del mondo.”

Gli analisti dicono che Hamas svolge anche un’altra funzione per il governo di Netanyahu. Con l’Autorità Nazionale Palestinese che governa la Cisgiordania e Hamas a Gaza, non c’è un cammino facile per una soluzione a due Stati del conflitto, a cui si pensa unanimemente che Netanyahu si opponga.

Unificare le due fazioni – cosa che gli Stati Uniti, l’Egitto e altri attori internazionali hanno passato mesi a cercare di fare prima di rinunciarvi lo scorso anno –  inevitabilmente rivitalizzerebbe colloqui per una soluzione dei due Stati al conflitto israelo-palestinese, dice Miller.

“Finché hai una situazione con tre Stati, non ne puoi avere una con due,” afferma. “Hamas è la polizza di assicurazione di Netanyahu.”

Anche qui gli oppositori israeliani alla soluzione dei due Stati condividono gli stessi interessi di Hamas, che vuole uno Stato unico, anche se non lo stesso che desiderano gli israeliani. Per Hamas un negoziato mediato e ufficioso sulla sicurezza, sull’aiuto economico e umanitario è praticabile, ma abbandonare la sua ideologia di resistenza armata per colloqui di pace con Israele è fuori discussione.

“Dal punto di vista di Hamas è meglio un governo come quello che abbiamo piuttosto che uno più moderato che aspiri a progredire nel processo di pace,” dice Celine Touboul, un’esperta di Gaza della “Israel’s Economic Cooperation Foundation” [Fondazione Israeliana per la Cooperazione Economica, gruppo di studiosi israeliani che si occupano dei rapporti con il mondo arabo, ndtr.]. “Perché una volta che lo fai, agevoli l’ANP,” dice, in riferimento all’Autorità Nazionale Palestinese. “E questa è la cosa che in fondo più importa ad Hamas: in questa competizione politica indebolire il più possibile l’ANP.”

Per Hamas più dura il cessate il fuoco a Gaza meglio è, dice Yaari, che per molti anni ha informato sui palestinesi per la televisione israeliana. Deve ricostituire il suo arsenale di razzi e missili e ricostruire o sostituire le molte installazioni militari e di intelligence che Israele ha distrutto.

“Ogni volta per loro è dispendioso,” afferma.

Ma Yaari dice anche che il leader di Hamas a Gaza, Yehya Sinwar, ha voluto concentrare le energie dell’organizzazione sul miglioramento delle condizioni là, in parte per guadagnare tempo, per vedere cosa succederà con l’Autorità Nazionale Palestinese quando l’amministrazione Trump svelerà il suo progetto per l’accordo di pace israelo-palestinese e mentre la salute dell’anziano presidente dell’Autorità, Mahmoud Abbas, peggiora.

“L’approccio di Sinwar è di bloccare il deterioramento delle condizioni a Gaza,” sostiene Yaari. “Il prezzo sarà un prolungato cessate il fuoco, e in due o tre anni vedremo cosa succede.”

Per allora Abbas potrebbe essersene andato, o Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese potrebbero benissimo essere in rotta di collisione, dice, soprattutto se Netanyahu dà seguito alla promessa elettorale di annettere come parte di Israele alcune colonie in Cisgiordania.

Secondo Yaari entrambi gli sviluppi potrebbero creare un’apertura per Hamas, per cercare di avere la meglio contro l’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania. “Sinwar sta dicendo: ‘La mia vera priorità è la Cisgiordania,’” afferma.

Per il momento questa dinamica fa di Hamas un avversario affidabile.

Curiosamente, dice Touboul, Netanyahu sta “guardando ad Hamas come un partner più affidabile dell’ANP.”

Isabel Kershner ha contribuito con informazioni da Ashkelon.

*Nota redazionale: pur non condividendo alcune considerazioni presenti nell’articolo e il fatto che vengano citate quasi esclusivamente fonti israeliane, il che evidenza da quale prospettiva il giornale informa i propri lettori. Ad esempio, quelle dei palestinesi di Gaza sono descritte come “sensazioni” e non fatti concreti e facilmente verificabili riguardo al mancato rispetto degli accordi di tregua accettati da Israele. Né nell’articolo si ricorda che la strategia di isolare Cisgiordania da Gaza risale almeno al ritiro unilaterale deciso da Sharon. Tuttavia riteniamo interessante proporre la traduzione di questo articolo sia per l’autorevolezza del New York Times che per la prospettiva che questo editoriale propone per spiegare gli ultimi scontri tra Gaza e Israele.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Il New York Times lascia che sia Israele a fare il suo “controllo dei fatti”

Michael F. Brown

7 marzo 2019, Electronic Intifada

Il New York Times mi ha detto che è assolutamente disposto ad accettare la parola del governo israeliano sui fatti.

Avevo avvertito il giornale dell’informazione secondo cui l’editorialista Bret Stephens ha travisato i fatti nella sua implicita replica all’incisivo articolo di opinione di Michelle Alexander che chiedeva di rompere il silenzio sulla Palestina.

Stephens aveva scritto: “In questo secolo circa 1.300 civili israeliani sono stati uccisi durante attacchi terroristici palestinesi: questo in proporzione corrisponde a circa 16 volte l’11 settembre negli Stati Uniti.”

Ciò è falso.

Secondo il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem, che raccoglie statistiche scrupolose, dal 29 settembre 2000 alla fine di gennaio di quest’anno sono stati uccisi 823 civili israeliani, insieme a 433 “persone delle forze di sicurezza israeliane”.

Nello stesso periodo circa 10.000 palestinesi sono stati uccisi da Israele – il corrispettivo di decine di 11 settembre, per utilizzare il metro di valutazione di Stephens – anche se per lui a quanto pare le vittime palestinesi non hanno nessuna importanza.

Invece di correggere o verificare con decisione l’informazione errata presentata dal suo editorialista antipalestinese, il caporedattore degli articoli di opinione James Dao mi ha scritto che Stephens aveva avuto la sua “informazione dal governo israeliano, e a me va bene così.”

A me invece non va per niente bene. Trasmettere all’opinione pubblica un’informazione falsa del governo israeliano come se fosse vera è propaganda, non giornalismo o un commento legittimo.

Stephens è autorizzato ad avere le proprie opinioni, ma non i propri dati di fatto. Né lo è il governo israeliano. La parola del governo israeliano – e di Bret Stephens – dovrebbe essere messa a confronto con i dati reali.

In questo caso, non solo ci ha mentito, ma ha affermato che tutti i combattenti palestinesi sono terroristi e tutti gli israeliani – anche i soldati armati dell’occupazione – sono civili.

Il giornale, che giustamente è pronto a contraddire le menzogne del presidente Donald Trump, in questo caso sta prendendo un atteggiamento molto diverso verso le menzogne del primo ministro Benjamin Netanyahu.

Notevole peggioramento

Ciò è pericoloso. E riduce la credibilità di un giornale che ho a lungo sollecitato perché facesse di meglio.

Non aver fatto una rettifica rappresenta un notevole peggioramento da quando, quasi 14 anni fa, parlai al public editor [giornalista incaricato di verificare la correttezza degli articoli pubblicati dal suo quotidiano, ndt.] del New York Times, Daniel Okrent.

Ci sono meno opportunità ora di quante ce ne fossero allora, in quanto il quotidiano non ha più un garante a cui i lettori possano rivolgersi.

Non lo posso sapere con certezza, ma penso che Okrent sarebbe sconcertato dal fatto che il “controllo dei fatti” sia stato appaltato al governo israeliano.

Stephens è di parte. E gioca a favore del razzismo contro i palestinesi. La sua credibilità è stata intaccata – o lo avrebbe dovuto essere – quando ha scritto di un “feticismo del sangue dei palestinesi.” Questo è un estremismo vile e lampante contro il popolo palestinese.

Sorprendentemente ha fatto un’affermazione altrettanto generale nel suo recente articolo domenicale quando ha reagito contro i progressisti che sono sempre più preoccupati per le politiche discriminatorie di Israele: “Tutto ciò è profondamente inquietante per una comunità ebraica che ha in genere visto il partito Democratico come il proprio referente politico.”

Questa è una generalizzazione antisemita da parte di Stephens, né tutti nella comunità ebraica la pensano come sostiene Stephens. Gli ebrei americani non sono monolitici quando si tratta dei tentativi di garantire i diritti e la libertà dei palestinesi.

Molti ebrei si oppongono all’occupazione israeliana e ad altri crimini, e sono profondamente sconvolti dai continui attacchi da parte di membri della lobby israeliana contro donne di colore che parlano a favore dei diritti dei palestinesi.

Oltretutto molti ebrei rifiutano l’ideologia ufficiale di Israele, il sionismo, in quanto colonialismo di insediamento e apartheid. Oltre ai dubbi sollevati da “Jewish Voice for Peace” [“Voce Ebraica per la Pace”, organizzazione di ebrei USA contraria all’occupazione dei territori palestinesi, ndt.] riguardo al sionismo, gruppi ebraici antisionisti includono Neturei Karta [gruppo di ebrei religiosi contrari al sionismo e all’esistenza di Israele, ndt.] e Satmar Hasidim, la principale setta hassidica [corrente religiosa ebraica con tendenze mistiche e messianiche, ndt.] negli Stati Uniti.

Lettere invece di un fatto accertato

Invece di pubblicare una rettifica, Dao mi ha suggerito di mandare piuttosto una lettera. Ma quella era stata la mia reazione prima ancora di rivolgermi a lui.

La lettera non era stata pubblicata. Né avrebbe sortito un risultato del tutto accettabile. Una rettifica da parte del giornale ha un peso molto maggiore rispetto all’opinione di chi avesse scritto una lettera.

Più di un decennio fa il New York Times Magazine [supplemento domenicale del NYT, ndt.] ebbe un approccio simile e insistette che scrivessi una lettera su un errore riguardante la posizione della barriera israeliana e il fatto che in molti punti non separa Israele dalla Cisgiordania occupata ma la Cisgiordania dalla Cisgiordania [perché non segue il percorso del confine tra Israele e Giordania precedente alla guerra del ’67, ma passa per lo più nei territori palestinesi occupati, ndt.].

Invece il supplemento pubblicò una rettifica piuttosto insignificante riguardo all’articolo, rilevando che una didascalia “aveva sbagliato ad identificare un mezzo meccanico su una strada nei pressi della struttura. Si trattava di un veicolo militare israeliano e non di un carrarmato.”

Questa “rettifica” affermava persino che l’articolo a cui faceva riferimento riguardava la “discussa barriera costruita per separare Israele dalla Cisgiordania.” In altre parole, la “rettifica” conteneva un errore peggiore di quello che avrebbe dovuto correggere.

Come segnalato, il giornale da allora ha fatto lo stesso errore e non lo ha corretto nonostante numerose sollecitazioni.

Nel marzo 2017 il giornalista Russell Goldman ha scritto: “L’inafferrabile artista di strada Banksy ha decorato gli interni dell’hotel “Walled Off” [Recintato], un albergo di nove stanze nella città cisgiordana di Betlemme le cui finestre danno sulla barriera che separa il territorio da Israele.”

Ancora una volta il New York Times avrebbe dovuto descrivere una barriera che in larga misura separa i palestinesi tra loro e dalle loro terre all’interno della Cisgiordania occupata.

La posizione della barriera e il fatto che molti israeliani uccisi non erano civili ma forze militari di occupazione sono dati informativi che possono essere facilmente verificabili.

Il fatto che il New York Times rifiuti di correggere Stephens, confidando in modo incondizionato nelle affermazioni di fonti ufficiali israeliane, indica che a Stephens è stato dato troppo spazio per proporre la propaganda legata ad Israele.

Non credo che Dao nutra lo stesso animo antipalestinese di Stephens – e venerdì persino Stephens ha criticato gli “attacchi demagogici contro gli arabi israeliani” da parte di Netanyahu, benché non si sia potuto spingere fino a chiamarli cittadini palestinesi di Israele o manifestare un minimo di preoccupazione per l’occupazione e per i crimini di guerra di Netanyahu a Gaza e in Cisgiordania.

Ma critiche relativamente moderate nei confronti di Netanyahu non possono mitigare grossolani errori riguardo ai fatti, insinuazioni razziste e indulgenza nei confronti delle violazioni dei diritti umani da parte di Israele, come Stephens ha fatto nella sua carriera. Con questi precedenti, Dao non dovrebbe privilegiare la parola di Stephens – e del governo israeliano – rispetto a quella di una credibile organizzazione per i diritti umani.

Il New York Times dovrebbe pubblicare una rettifica alla fine del prossimo articolo di Stephens, chiarendo che il governo israeliano ha fornito un’informazione errata e che chi controlla i fatti non ha cercato altre fonti di informazione più attendibili.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Israele ha appena “perso Cronkite” – la lotta per i diritti dei palestinesi al “New York Times”

Robert Herbst

20 gennaio 2019 Mondoweiss

Nel lontano gennaio 1968, dopo una serie di attacchi dei nordvietnamiti e dei vietcong noti come “l’offensiva del Tet”, Walter Cronkite, presentatore nel notiziario CBS della sera e il giornalista più autorevole d’America, ritornò da un viaggio in Vietnam per riportare quello che vi stava succedendo. Alla fine del suo reportage del 27 febbraio, Cronkite, che raramente osava esprimere la propria opinione in diretta, espresse il suo verdetto:

Ora pare più sicuro che mai che la sanguinosa esperienza del Vietnam sta per finire in una situazione di stallo… È sempre più chiaro a questo reporter che l’unico modo razionale per uscirne sarà negoziare, non come vincitori, ma come gente onesta che ha mantenuto fede all’impegno di difendere la democrazia ed ha fatto il meglio che ha potuto.”

Si dice (con qualche polemica) che, dopo aver sentito questa dichiarazione, il presidente Lyndon B. Johnson abbia detto a un suo collaboratore: “Se abbiamo perso Cronkite, abbiamo perso il ceto medio americano.” Ma non c’è discussione sul fatto che il giudizio di Cronkite secondo cui la guerra del Vietnam era in una situazione di stallo impossibile da vincere sia stato un momento di svolta: ebbe un fortissimo impatto sulla discussione riguardo alla guerra e al corso della nostra politica. Diede un enorme impulso alla campagna contro la guerra di Gene McCarthy [candidato del partito democratico alle primarie per le presidenziali, ndtr.]; Bobby Kennedy scese in campo poche settimane dopo con un programma contro la guerra; il 31 marzo 1968, in un indimenticabile discorso alla Nazione, il presidente Johnson rinunciò a candidarsi di nuovo a presidente.

Oggi non c’è un “giornalista più autorevole d’America”. Il giornalismo è frammentato, in quanto ci siamo ritirati nei nostri rispettivi orticelli politici sia nelle notizie stampate che via cavo (e anche in internet). Ma se c’è qualcosa di simile all’arbitro più influente dell’opinione politica americana, questo è il “New York Times”. È letto quotidianamente dalla classe politica e liberal, progressisti e centristi dentro e fuori la “Beltway” [area di Washington in cui si concentrano gli uffici del potere, ndtr.]. Rimane il primo come diffusione complessiva tra quanti fanno opinione negli USA. Secondo l’ex-reporter del “Times” Neil Lewis, che nel 2012 ha scritto un articolo informativo per la Columbia Journalist Review [rivista per giornalisti della Columbia University, ndtr.] sul modo in cui il giornale ha informato su Israele, esso ha svolto anche la funzione di “giornale locale dell’ebraismo americano per più di un secolo.”

Ironicamente, dopo aver comprato il giornale ed essersi spostato dal Tennessee a New York, il fondatore Adolph Ochs era deciso a che il Times non apparisse mai come un “giornale ebraico” o un particolare sostenitore della causa ebraica. Durante la Seconda Guerra Mondiale la sottovalutazione dell’Olocausto da parte del giornale fu duramente criticata dalla comunità ebraica. Arthur Hays Sulzberger, genero di Och ed editore dal 1935 al 1961, non era sionista, convinto, insieme al suo nonno acquisito, il rabbino Isaac Mayer Wise, un fondatore dell’ebraismo riformato, che gli ebrei fossero seguaci di una religione, non un popolo o una nazione.

Neil Lewis descrive come la narrazione su Israele da parte del “Times” sia cambiata nel corso degli anni, sotto l’influenza della propaganda israeliana, o hasbara, uno sforzo con cui i palestinesi non potevano competere. “Teddy Kollek, sindaco di Gerusalemme dal 1965 al 1993, conosceva per nome ogni direttore del “Times”.” E i direttori del “Times” che visitavano Israele erano in genere “trattati come ospiti reali.” Lewis descrive anche come i direttori del “Times” reagirono negativamente a vari esempi di informazione critica su Israele negli anni ’80 e fino alla fine degli anni ’90 da parte dei corrispondenti del giornale da Gerusalemme. L’ex-direttore esecutivo Max Frankel ha ammesso la parzialità quando era direttore degli editorialisti. Nelle sue memorie (come vengono citate nel libro “The Israel Lobby”) [La Israel Lobby e la politica estera israeliana, Mondadori, 2007, ndtr.], egli ha scritto:

Ero molto più fedele a Israele di quanto osassi affermare…Forte della mia conoscenza di Israele e delle mie amicizie là, io stesso ho scritto la maggior parte dei nostri articoli di commento sul Medio oriente. Come più lettori arabi che ebrei hanno riconosciuto, li ho scritti da una prospettiva filo-israeliana.”

Lamentele in merito alla copertura informativa di parte su eventi riguardanti Israele-Palestina sono state un elemento chiave su questo sito per anni. L’ex capo redattore dell’ufficio di Gerusalemme Jodi Rudoren frequentava Abe Foxman [influente membro della lobby filoisraeliana negli USA, ndtr.] e mostrò indifferenza culturale verso i palestinesi. Almeno quattro reporter del giornale hanno avuto figli nell’esercito israeliano. In quanto lettore del giornale negli ultimi 60 anni, so che la voce dei palestinesi che descrivono la propria lotta per i diritti umani e la dignità raramente è comparsa in queste pagine, mentre commenti filo-israeliani considerati attendibili sono arrivati per anni dagli editorialisti del “Zionist Times” David Brooks e Tom Friedman, e più recentemente da Bret Stephens, Bari Weiss, Shmuel Rosner e Matti Friedman.

All’inizio dello scorso anno, il primo gennaio 2018, tuttavia, il trentottenne A.G. Sulzberger ha sostituito suo padre come direttore (dopo un periodo di un anno come vice direttore). Da quando ha assunto l’incarico pare che siano in corso cambiamenti nel giornale sul fronte israelo-palestinese. Lo scorso anno l’editorialista da poco assunta Michelle Goldberg ha definito le uccisioni lungo la barriera di Gaza come un “massacro” e ha difeso l’antisionismo come una posizione legittima per ebrei e non ebrei, distinguendola dall’antisemitismo.

E oggi l’editorialista neo-assunta Michelle Alexander ha chiesto di “rompere il silenzio” sulla Palestina:

Dobbiamo condannare le azioni di Israele, le incessanti violazioni delle leggi internazionali, la continua occupazione della Cisgiordania, di Gerusalemme est e di Gaza, le demolizioni delle case e le confische delle terre. Dobbiamo alzare la voce contro il trattamento dei palestinesi ai checkpoint, le periodiche perquisizioni nelle loro case, le restrizioni alla loro libertà di movimento e l’accesso gravemente limitato a una casa decente, alla scuola, al cibo, agli ospedali e all’acqua che molti di loro devono subire.

Non dobbiamo tollerare il rifiuto di Israele persino a discutere del diritto dei rifugiati palestinesi a tornare alle proprie case, come previsto dalle risoluzioni delle Nazioni Unite e dobbiamo mettere in questione i fondi del governo che hanno sostenuto molteplici conflitti e migliaia di vittime civili a Gaza, così come i 38 miliardi di dollari che il governo USA ha assicurato all’ appoggio militare di Israele.

E infine dobbiamo parlare a voce alta, con tutto il coraggio e la convinzione che possiamo trovare, contro il sistema di discriminazione legale che esiste all’interno di Israele, un sistema composto di…più di 50 leggi che discriminano i palestinesi…ignorando i diritti della minoranza araba che rappresenta il 21% della popolazione.”

Questa avvocatessa per i diritti umani e autrice di “The New Jim Crow” [“Il nuovo Jim Crow”, in riferimento alle leggi discriminatorie nel Sud degli Stati Uniti, ndtr.] è molto rispettata da progressisti e centristi del partito democratico, ed anche nella comunità ebraica come in quelle di colore. Rompendo il suo silenzio su Israele/Palestina ha reso pubblico un rapporto accuratamente strutturato e con fonti attendibili che mette in primo piano il dramma dei palestinesi “che lottano per sopravvivere sotto l’occupazione israeliana.” La confessione dell’immoralità del suo precedente silenzio – a causa delle preoccupazioni che “calunnie” filo-israeliane avrebbero danneggiato o screditato il suo lavoro per la giustizia sociale a favore della sua e di altre comunità emarginate – risuonerà nei cuori di quelli che, come me, hanno anche loro rotto il silenzio, e su molti altri che sanno quanto questa oppressione sia sistematica, costante e pervasiva – e come gli americani l’agevolino – ma non hanno ancora avuto il coraggio di parlarne. La sconfessione da parte di Alexander di quello che ha motivato il suo silenzio si spera influenzerà altri a farlo anche loro, nonostante il fatto che sono già stati sguainati i coltelli contro di lei da parte dei soliti sospetti.

L’appello di Alexander ad appoggiare la lotta palestinese e la sua evocazione del coraggioso appello di Martin Luther King per la fine della guerra del Vietnam – un anno prima di Cronkite – è una svolta per il “Times”, come lei implicitamente nota:

“Non molto tempo fa era veramente raro sentire questo punto di vista. Non è più così.”

Dando all’articolo di Alexander rilievo nella prima pagina della “Sunday Review” [sezione degli editoriali del NYT, ndtr.] può darsi che il “Times” di A.G. Sulzberger stia annunciando ufficialmente che il testimone è passato a una nuova generazione di americani, ebrei e non-ebrei, libera di discutere questo punto di vista senza timore o favore, nonostante l’influenza di quanti lo definirebbero antisemitismo o in qualche altro modo illegittimo. Se così fosse, questo potrebbe essere un momento di svolta non solo per il “Times”, ma per tutti quelli di noi che sono coinvolti nella lotta per i diritti e la dignità dei palestinesi.

Robert Herbst è un avvocato per i diritti civili. È stato coordinatore della sezione di “Jewish Voice for Peace” [“Voci Ebraiche per la Pace”, gruppo ebraico Usa contro l’occupazione, ndtr.] di Westchester [contea dell’area metropolitana di New York, ndtr.] dal 2014 al 2017.

(traduzione di Amedeo Rossi)