No, per la Palestina e il Medio Oriente Trump non sarà peggio di Biden

Muhannad Ayyash – Professore di sociologia alla Mount Royal University di Calgary, Canada.

11 novembre 2024 – Al Jazeera

Perché l’amministrazione Biden ha semplicemente continuato la politica estera della prima amministrazione Trump nella regione.

All’indomani della vittoria elettorale dell’ex-presidente degli Stati Uniti Donald Trump, molti osservatori hanno previsto che la sua amministrazione sarebbe stata di gran lunga peggiore per la Palestina e il Medio Oriente. La sua retorica filo-israeliana e le sue minacce di bombardare l’Iran, dicono, sono indicative delle sue intenzioni in politica estera.

Ma un più attento esame della politica estera statunitense negli ultimi otto anni rivela che non cambierà niente di sostanziale per il popolo palestinese e per la regione nel suo insieme. L’amministrazione del presidente Joe Biden infatti ha di fatto continuato le politiche della prima presidenza Trump senza significativi cambiamenti. Certo, ci potrebbero essere sorprese e sviluppi imprevisti, ma la seconda amministrazione Trump continuerà nella stessa direzione che ha stabilito già nel 2017 e che Biden ha deciso di mantenere nel 2021.

Questa politica estera ha tre elementi principali. Il primo è la decisione di abbandonare ogni residua finzione circa il sostegno statunitense a favore di una “soluzione a due Stati”, in virtù della quale la Palestina godrebbe di piena autodeterminazione e sovranità all’interno dei confini del 1967 e avrebbe Gerusalemme Est come capitale.

La prima amministrazione Trump ha chiarito questo punto spostando l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, accettando l’annessione israeliana di territori palestinesi, incentivando l’espansione degli insediamenti coloniali illegali e sostenendo la creazione di una “entità palestinese” priva di sovranità.

Quello che l’amministrazione Trump ha offerto ai palestinesi è un po’ di sostegno economico in cambio della rinuncia ai loro diritti politici e aspirazioni di autodeterminazione.

Mentre l’amministrazione Biden ha sostenuto a parole la “soluzione a due Stati”, essa non ha fatto niente per promuoverne la realizzazione. Anzi, essa ha continuato le politiche avviate dall’amministrazione Trump che pregiudicano tale soluzione.

Biden non ha chiuso l’ambasciata statunitense a Gerusalemme e non ha fatto nulla per fermare l’espansione delle colonie o per contrastare gli sforzi israeliani tesi all’annessione di ampie porzioni della Cisgiordania occupata. Sebbene siano state applicate alcune sanzioni a coloni israeliani come singoli individui, si è trattato in gran parte di una mossa simbolica che non ha ostacolato il progredire degli insediamenti coloniali o l’espulsione dei palestinesi dalle loro case e dalle loro terre.

Inoltre l’amministrazione Biden ha accettato l’idea che qualsivoglia futuro Stato palestinese non avrà pieni diritti di autodeterminazione e sovranità.

Lo possiamo asserire perché l’amministrazione Biden sostiene che si può arrivare a uno Stato palestinese soltanto “attraverso negoziati diretti tra le parti”. Ma poiché Israele ha fatto capire sia a livello politico che legislativo che non accetterà mai uno Stato palestinese, la posizione dell’amministrazione Biden significa di fatto il rifiuto dell’autodeterminazione e della sovranità palestinesi.

Il secondo elemento della politica estera Trump-Biden è l’avanzamento della normalizzazione dei rapporti tra mondo arabo e Israele attraverso gli Accordi di Abramo. La prima amministrazione Trump ha avviato questo percorso con accordi di normalizzazione tra Israele e Marocco, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. L’amministrazione Biden ha seguito con decisione questo percorso, profondendosi in sforzi considerevoli per normalizzare le relazioni tra Israele e Arabia Saudita. Non fosse per il genocidio in corso da un anno, ormai questo accordo di normalizzazione sarebbe già stato ottenuto.

Il percorso degli Accordi di Abramo comporta essenzialmente che gli Stati arabi riconoscano la piena sovranità di Israele sulla Palestina storica, mettendo fine alle rivendicazioni di restituzione e giustizia per il popolo palestinese. Esso negherebbe ai palestinesi il diritto al ritorno e abolirebbe lo status di rifugiato per i profughi palestinesi. Esso inoltre garantirebbe legittimazione e riconoscimento da parte del mondo arabo a un’entità palestinese creata su un territorio compreso tra il 5 e l’8 per cento della Palestina storica, dotata di limitata autonomia amministrativa e priva di ogni diritto all’autodeterminazione.

Il terzo elemento della politica Trump-Biden è il contenimento dell’Iran. L’amministrazione Trump ha notoriamente cancellato il Piano d’azione congiunto globale (JCPOA), che garantiva l’attenuazione delle sanzioni in cambio di limiti al programma nucleare iraniano. Essa ha inoltre imposto all’Iran sanzioni più severe e ha tentato di isolarlo politicamente ed economicamente. L’amministrazione Biden non ha ripristinato il JCPOA e ha mantenuto le stesse sanzioni contro l’Iran.

Per di più essa ha anche continuato a promuovere la strategia di Trump per l’instaurazione di un nuovo assetto economico e di sicurezza nella regione tra Israele e Stati arabi, tale da garantire gli interessi degli Stati Uniti e isolare l’Iran.

Se dovesse concretizzarsi, questo patto rafforzerebbe la capacità degli Stati Uniti di proiettare la propria potenza militare, garantirebbe loro l’accesso a risorse energetiche e rotte commerciali di primaria importanza e indebolirebbe la resistenza all’imperialismo statunitense, cosicché gli Stati Uniti si troverebbero in una posizione migliore per affrontare non solo l’Iran ma anche la Cina e altri avversari.

Così, in sintesi, nonostante le vuote dichiarazioni e il preteso impegno per i diritti umani, l’amministrazione Biden non ha fatto nulla di diverso dal suo predecessore. Entrambe le amministrazioni hanno lavorato negli ultimi otto anni per mettere fine alla lotta palestinese per l’autodeterminazione e la piena sovranità e creare un Medio Oriente in cui Israele gioca un ruolo economico e militare ancora più preminente nella difesa degli interessi imperiali statunitensi.

L’amministrazione Biden si è spinta ancora più in là, permettendo a Israele di trasformare il suo genocidio da lento in accelerato, laddove i palestinesi sono sterminati in numeri inimmaginabili e ampie porzioni di Gaza spopolate.

Sulla base dei proclami durante la campagna elettorale di Trump durante la campagna elettorale e dei consiglieri, finanziatori e sostenitori di cui si è circondato, ci sono tutte le ragioni per credere che la sua seconda amministrazione continuerà a spingersi in avanti lungo questo percorso bipartisan per eliminare la “Questione palestinese” una volta per tutte.

Possiamo aspettarci di vedere più sostegno incondizionato a Israele mentre annette ufficialmente la maggior parte della Cisgiordania, la colonizzazione israeliana permanente di parti della Striscia di Gaza, l’espulsione di masse di palestinesi con la scusa di perseguire “pace, sicurezza e prosperità” e l’avanzamento dell’integrazione economica e securitaria di Israele nella regione per indebolire l’Iran e i suoi alleati, Cina inclusa.

Coloro che intralciano questo piano sono il popolo palestinese con le sue aspirazioni nazionali di libertà ed emancipazione e autonomia così come altre nazioni nel mondo arabo che sono stanche di guerra, violenza politica, repressione e impoverimento.

L’amministrazione Trump tenterà di occuparsi di questa resistenza comprandola con incentivi economici e minacce di violenza e repressione. Ma questo approccio avrà – come ha sempre avuto – un impatto limitato.

La resistenza a questi piani continuerà perché i palestinesi e altri nella regione capiscono che rinunciare al proprio diritto alla giustizia significa rinunciare alla propria stessa identità di essere umano libero e provvisto di dignità. E le persone preferirebbero subire le minacce dell’impero piuttosto che rinunciare alla propria umanità.

Ciò significa che in ultima istanza non solo la resistenza continuerà, ma probabilmente crescerà e si intensificherà, portando il mondo più vicino a un periodo di grandi guerre – l’esatto opposto di ciò per cui gli americani hanno votato alle elezioni del 5 novembre.

I palestinesi, insieme ad altre nazioni nella regione e, in una certa misura, agli americani comuni, soffriranno le conseguenze di una politica estera bipartitica che ha messo gli Stati Uniti sulla via fondamentalmente essenzialmente distruttiva del genocidio e della guerra.

Le posizioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Gli USA si oppongono alla rivelazione dell’incontro Libia-Israele perché ‘affossa’ lo sforzo di normalizzazione

Redazione MEE

28 agosto 2023 – Middle East Eye

La ministra degli Esteri libica Najla al-Mangoush che si era incontrata con l’omologo israeliano è fuggita in Turchia per motivi di sicurezza dopo essere stata rimossa.

Axios [sito di notizie statunitense, ndt.], citando funzionari israeliani e USA, ha riportato che durante il fine settimana gli Stati Uniti hanno protestato presso il governo israeliano per la decisione del ministro degli Esteri Eli Cohen di rivelare pubblicamente l’incontro segreto con la sua omologa libica.

La scorsa settimana la ministra degli Esteri libica Najla al-Mangoush si è incontrata in Italia con l’israeliano Cohen nonostante i due Paesi non abbiano relazioni ufficiali. Cohen si è vantato in una dichiarazione “del grande potenziale della cooperazione tra i due Paesi”.

Le dimensioni e la posizione strategica della Libia le conferiscono una grande importanza per i suoi contatti e costituiscono un enorme potenziale per Israele,” ha aggiunto Cohen.

Un funzionario USA ha riferito ad Axios che l’amministrazione Biden è rimasta sorpresa quando Cohen ha svelato l’incontro dicendo che l’idea di Washington era che dovesse restare segreto.

Axios ha riferito che sabato alcuni funzionari USA hanno parlato con Cohen e altri israeliani protestando per la gestione del caso da parte del ministero degli Esteri.

Un collaboratore di Cohen ha detto che si pensava che prima o poi l’incontro sarebbe stato reso pubblico e ha deciso di fare una dichiarazione dopo che la stampa israeliana aveva chiesto del meeting al suo ufficio.

‘Affossa’ la normalizzazione Libia-Israele

La rivelazione israeliana ha causato diffuse proteste in Libia e il governo di Tripoli è stato lasciato solo ad occuparsi di domare la rivolta. Il ministro degli Esteri libico ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che lo scambio non ha incluso “discussioni, accordi o consultazioni”, e ha definito il meeting “un incontro casuale e non preparato”.

Il premier libico ha sospeso e poi rimosso Mangoush che a quel che si dice è fuggita in Turchia temendo per la propria sicurezza.

La Libia si è da sempre opposta alla normalizzazione dei rapporti con Israele e sostiene la causa palestinese. Le proteste aggiungono un ulteriore livello di instabilità al Paese petrolifero, diviso tra due governi rivali.

Il primo ministro Abdulhamid al-Dbeibah guida il governo con sede a Tripoli, a occidente, ed è giunto al potere nel febbraio del 2021 al termine di un processo appoggiato dall’ONU per unificare la Libia e prepararla alle elezioni. Dbeibah sta incontrando una pressione crescente affinché si dimetta, mentre l’élite politica libica ostacola il processo elettorale.

La Libia orientale è comandata da un governo sostenuto dal generale Khalifa Haftar che guida l’Esercito Nazionale Libico (LNA). Da parte sua Haftar si è messo in contatto con Israele. Nel novembre 2021 Saddam Haftar, suo figlio e comandante militare con un ruolo chiave nel LNA, ha visitato Israele.

La reazione nelle piazze libiche all’incontro di Cohen con Mangoush ha anche causato un inconsueto rimprovero a Israele, che si era abituato a rivelare pubblicamente i propri legami con gli Stati arabi.

Dal 2020 Israele ha normalizzato i suoi rapporti con Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan tramite una serie di accordi mediati dagli Stati Uniti. Anche l’Arabia Saudita sembra stia prendendo in considerazione la normalizzazione dei suoi legami e ha pubblicamente preso parte a esercitazioni militari con Israele.

Egitto e Giordania hanno stabilito relazioni diplomatiche con Israele decenni fa. Sebbene i legami pubblici siano ridotti al minimo, sono spesso annunciati incontri tra leader e funzionari. 

Tre funzionari USA e israeliani hanno riferito ad Axios che l’amministrazione Biden stava lavorando da due anni alla normalizzazione delle relazioni della Libia con Israele.

Secondo i rapporti la prospettiva di normalizzazione era stata discussa in un incontro fra Dbeibah e il direttore della CIA William Burns, che aveva visitato il Paese a gennaio. Un funzionario ha riferito ad Axios che ora, dopo la reazione negativa all’incontro in Libia, questi sforzi e quelli per normalizzare i rapporti di altri Paesi arabi con Israele sono stati danneggiati.

Ha poi concluso: “L’amministrazione Biden è preoccupata che la rivelazione dell’incontro e gli scontri ad esso seguiti non solo danneggeranno gli sforzi di normalizzare le relazioni fra Israele e Libia, ma anche quelli in corso con altri Paesi arabi”.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)