Il giurista dell’occupazione

Etan Nechin

5 novembre 2019 – The Jacobin

Razionalizzare l’occupazione israeliana

Meir Shamgar, ex presidente della Corte Suprema israeliana, è morto lo scorso mese. Uno dei padri fondatori del sistema giudiziario di Israele, ha utilizzato sotterfugi giuridici per dare una copertura legale all’illegale occupazione della terra palestinese

In Israele la destra ha sempre inveito contro la Corte Suprema del Paese, accusandola di porre limiti all’esercito e di favorire i diritti dei palestinesi sulle pretese dei coloni. Per i più infervorati sostenitori dell’occupazione della Palestina, la Corte Suprema israeliana è colpevole di “attivismo giudiziario”. Quando il politico di “Casa Ebraica” [partito di estrema destra dei coloni, ndtr.] Moti Yogev insistette perché la Corte Suprema venisse rasa al suolo dal un trattore D9, riassunse la posizione di molti nella destra israeliana. Allo stesso tempo la Corte Suprema spesso è celebrata come un bastione del liberalismo israeliano, un fulgido esempio della democrazia del Paese in una regione non democratica. Meir Shamgar, presidente della Corte tra il 1983 e il 1995, è particolarmente rispettato per il suo ruolo chiave in tutto ciò.

Lo scorso mese, in seguito alla sua morte, il presidente Ruvi Rivlin ha descritto Shamgar come uno dei “padri fondatori del sistema giudiziario israeliano” – e in effetti lo era. Prima di prestare servizio alla Corte Suprema di Israele per 20 anni, Shamgar aveva ricoperto posizioni molto importanti come avvocato generale militare per le IDF (Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano, ndtr.]) e poi come procuratore generale. La sua carriera è importante anche perché condusse l’inchiesta per l’assassinio del primo ministro Yitzhak Rabin.

 

Costruire il sistema giudiziario

Shamgar, nato Meir Sternberg, proveniva da una famiglia sionista revisionista [cioè di destra, ndtr.] della libera città di Danzica [in Polonia, ndtr.] nel 1925. La città-Stato semiautonoma, creata dal trattato di Versailles [dopo la Prima Guerra Mondiale, ndtr.] e in cui operava un potere legislativo misto polacco e tedesco, precipitò nel 1939 sotto l’autorità della Germania nazista – provocando l’immigrazione dell’adolescente Shamgar nella Palestina mandataria.

Lì si unì all’Irgun, il gruppo paramilitare ebraico guidato da Menachem Begin, che condusse attacchi sia contro i funzionari britannici che contro civili palestinesi. Nel 1946 venne arrestato per attività antibritanniche e passò due anni internato in Eritrea, ma tornò in tempo per partecipare alla guerra arabo-israeliana del 1948. Studi a Gerusalemme furono seguiti da una laurea in giurisprudenza a Londra, che gli consentì di diventare avvocato generale militare nel 1961. Su insistenza di Ben Gurion, ebraicizzò il suo cognome in Shamgar.

Come avvocato generale militare Shamgar definì rapidamente un quadro giuridico per ogni futuro scenario in cui Israele si sarebbe trovato ad occupare terra straniera. L’ipotesi di lavoro era sempre stata che, benché l’occupazione non potesse essere moralmente giustificabile, potesse essere razionalizzata dal punto di vista legale. A questo fine, invece di andare contro le convenzioni giuridiche, Shamgar le accolse – e le utilizzò per i suoi obiettivi. Molto prima dell’occupazione dei territori palestinesi nel 1967, i consiglieri giuridici israeliani estrassero da documenti delle leggi internazionali – dalla [convenzione dell’] Aia, dalla Convezione di Ginevra e dal diritto consuetudinario britannico –possibili precedenti legali che potessero diventare utili. Voleva che tutti gli  ambiti giuridici venissero coperti – e la possibilità di ridefinirli quando la situazione fosse mutata.

 

Un quadro complessivo eterogeneo

I lavori preparatori di Shamgar non furono inutili: nel 1967 un milione di palestinesi a Gaza e in Cisgiordania finì sotto il governo militare israeliano. Da un giorno all’altro le IDF presero il controllo della regione e divennero l’arbitro di tutte le questioni giudiziarie. I palestinesi si ritrovarono a vivere sotto l’autorità di un comandante regionale israeliano e, se arrestati, le loro cause legali vennero trattate da un tribunale militare. Le IDF distribuirono volantini per spiegare i nuovi ordini appena arrivavano dallo stato maggiore.

Fu un’idea di Shamgar definire i territori palestinesi come “tenuti” invece che “occupati”, suggerendo una provvisorietà che desse a Israele i margini giuridici per operare appositamente nei territori sostenendo nel contempo che non ci sarebbero rimasti.

Dopo il 1967 Israele affrontò una serie di ostacoli giuridici riguardo ai territori. In primo luogo dovette imparare come affrontare la resistenza palestinese all’occupazione. Se i palestinesi avessero avuto il diritto di resistere, con la violenza o meno, sarebbero stati considerati nemici combattenti, e i loro prigionieri sarebbero stati prigionieri di guerra – un risultato che Shamgar voleva evitare. La soluzione venne di nuovo trovata nei precedenti delle leggi internazionali. I pubblici ministeri avrebbero sostenuto che i combattenti palestinesi non stessero resistendo, ma attaccando “in modo indiscriminato”: quindi avrebbero potuto essere definiti terroristi. Anche la resistenza disarmata avrebbe potuto essere considerata ostile. Ciò portò all’attuale modus operandi nei territori occupati: ogni azione, persino andare a lavorare, è considerata potenzialmente ostile – perché la popolazione è vista come essenzialmente ostile. Oltretutto, dopo la guerra del 1967, Shamgar, in quanto procuratore generale, prese la decisione radicale di consentire ai palestinesi di presentare appello alla Corte Suprema israeliana. Il risultato fu intrecciare il sistema della giustizia e il potere giudiziario civile israeliani con gli ingranaggi del governo militare.

Per i palestinesi un giusto processo può essere interminabile, labirintico e limitato nella sua applicazione. Se si accetta l’ipotesi di lavoro che l’obiettivo dell’intera popolazione palestinese sia di rovesciare il potere dominante, allora si può anche accettare che l’esercito necessiti della libertà d’azione per agire in un territorio ostile. Questo punto di vista avvalorava la pratica della detenzione amministrativa, che fa in modo che palestinesi possano essere detenuti con accuse inconsistenti senza processo. Inizialmente questa pratica venne applicata con qualche limitazione, ma come la Prima Intifada si inasprì e i tribunali militari vennero impegnati da migliaia di giovani detenuti palestinesi, Israele adattò la legge per togliere ogni limitazione, vale a dire che i palestinesi potevano essere trattenuti indefinitamente senza vedere un giudice. Cambiare la legge fu piuttosto semplice: a differenza della legge israeliana, che deve essere ratificata tre volte dalla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] e applicata dai tribunali, le corti militari devono solo inviare agli alti comandi una nota perché sia firmata dal ministero della Difesa.

La destra può accusare la Corte Suprema israeliana di aver capitolato a favore dei palestinesi. Ma per lo più essa è stata esclusivamente dalla parte dell’esercito e dello Stato. Questa è la tautologia giuridica: quando una popolazione è definita ostile dallo Stato, esso può prendere misure per sopprimere ogni forma di ostilità – ma è lo Stato che decide cosa sia da considerare ostile. In questo modo la Corte Suprema smette di essere terzo ramo del potere e viene utilizzata invece come avallo giudiziario per annullare qualunque controllo del pubblico o internazionale. Ovviamente tutto ciò è legale. O, come afferma il detto israeliano, “è kosher [consentito dalla religione, soprattutto riguardo all’alimentazione, ndtr.], ma fa schifo.”

 

Legalizzare le colonie

Oltre ai palestinesi soggetti all’occupazione, i tribunali israeliani dovevano anche prendere in considerazione come trattare la popolazione ebraica che aveva iniziato ad insediarsi nei territori dopo il 1967. Secondo la convenzione di Ginevra, il “trasferimento di popolazione” è illegale. Ma, dato che i coloni israeliani non erano obbligati a spostarsi ma lo facevano volontariamente, la Corte Suprema definì ciò come legale.

Poi c’era il problema della terra in sé. Secondo le leggi internazionali, la terra poteva essere espropriata solo per ragioni di sicurezza – per cui la Corte Suprema stabilì che le colonie ebraiche dovevano essere demolite. Ma ciò non impedì alla destra israeliana di trovare una scappatoia giuridica. Come mostra il documentario del 2011 The Law in These Parts [La legge da queste parti, documentario israeliano sul sistema giudiziario, ndtr.], gli avvocati militari andarono a scavare nel diritto ottomano per cercare una soluzione e scoprirono che un “impero” aveva il diritto di confiscare “terra non coltivata”. Ovviamente le terre palestinesi erano tutt’altro che incolte. Ma, sotto gli auspici di Shamgar e della Corte Suprema, questa classificazione venne applicata nel 1975 e le colonie vennero autorizzate.

Pertanto i coloni ricadono sotto la giurisdizione del sistema giuridico israeliano, mentre i palestinesi no. È compito dei militari proteggere i coloni, e se un palestinese attacca un colono o un soldato, lui o lei saranno trattati come terroristi: violentemente e rapidamente. Ma se un colono attacca un palestinese, il caso viene trattato in un tribunale civile israeliano. Nell’eventualità di coloni che aggrediscano soldati, se il caso arriva a processo i coloni sono trattati come delinquenti, non come terroristi.

Nonostante i loro privilegi, molti coloni vedono l’apparato legale e securitario israeliano come ostile a loro. Percepiscono la struttura formale democratico-giudiziaria israeliana come estranea e interventista. Il ministro dei Trasporti e politico di “Casa Ebraica” Bezalel Smotrich ha fatto eco a questa opinione quando ha detto che Israele dovrebbe seguire la legge della Torah [insieme di prescrizioni religiose, ndtr.].

L’avvocatura generale militare, insieme alla Corte Suprema israeliana, ha fornito una copertura all’esercito per la prassi delle uccisioni mirate e ha fatto finta di niente quando si è trattato della tortura di palestinesi sospetti.

 

La nuova normalità

Shamgar si congedò dalla Corte Suprema nel 1995. Quell’anno presiedette l’inchiesta ufficiale sull’assassinio di Yitzhak Rabin. È ironico che Yigal Amir, lo studente di diritto di destra che uccise Rabin, lo fece perché anche lui era preoccupato dello status dei territori occupati; si prese l’incarico di applicare la legge ebraica, diventando giudice ed esecutore. La commissione Shamgar affermò che l’uccisione era stata possibile per una mancanza di cooperazione tra i vari organi della sicurezza responsabili delle misure complessive di sicurezza durante gli eventi pubblici. Ma non prese in considerazione lo spostamento ideologico strutturale che era avvenuto dal 1967: i territori “tenuti” erano legati alla terra da forze politiche che approvavano la costruzione di nuove colonie, politici messianici ed esercito che, invece di difendere una popolazione, ne controllava un’altra e da un sistema giuridico che in realtà era triplice: uno per gli israeliani, uno per i palestinesi e uno per i coloni.

Quello che il sistema legale non ha affrontato è il fatto che il provvisorio era diventato permanente. Nel 2012 il rapporto Levy, stilato da una commissione speciale nominata dal governo sugli avamposti dei coloni, concluse che le colonie erano legittime e che ogni avamposto non autorizzato lo dovesse essere. Ciò ha consolidato un enorme paradosso: la commissione non riconobbe la Cisgiordania come territorio occupato né chiese allo Stato di annetterlo. Né un territorio dello Stato né un territorio occupato, non è chiaro quale base giuridica esista per regolare le attività di Israele nei territori occupati. Questa ambiguità è molto proficua per Israele, in quanto consente alle IDF di esercitare potere nei territori palestinesi mantenendo i suoi abitanti palestinesi in una zona grigia giuridica.

I funzionari giudiziari e pubblici israeliani hanno sempre inventato nuovi sistemi per giustificare l’occupazione, per adeguare i fatti all’ideologia e non viceversa. Il sistema giuridico in Israele e l’ordine militare in Palestina sono certo militanti, ma non nel senso inteso dalla destra. La Corte Suprema usa le sue apparenti credenziali progressiste sulle libertà civili israeliane e la sua conservazione dell’integrità elettorale come un modo per giustificare l’apparato oscuro che opera nel cortile di casa orientale di Israele.

Con Shamgar al comando, il sistema giudiziario israeliano è stato fondamentale nella trasformazione delle leggi israeliane per adeguarle al progetto politico e territoriale dell’occupazione. Questa è l’eredità di Meir Shamgar.

 

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La visione progressista di Bernie Sanders sul “come combattere l’antisemitismo” rivela una visione superata di Israele

Nada Elia

11 novembre 2019       Mondoweiss

L’editoriale di Bernie Sanders, “Come combattere l’antisemitismo”, coglie molti argomenti appropriati con le attuali idee progressiste. Ricordando come i crimini di odio siano cresciuti dopo l’elezione di Trump, scrive: “Gli antisemiti che hanno marciato a Charlottesville non odiano solo gli ebrei. Odiano l’idea della democrazia multirazziale. Odiano l’idea di uguaglianza politica. Odiano gli immigrati, le persone di colore, le persone LGBTQ, le donne e chiunque altro si opponga a un’America per soli bianchi. Accusano gli ebrei di coordinare un massiccio attacco contro i bianchi di tutto il mondo, usando persone di colore e altri gruppi emarginati per fare il loro lavoro sporco.”

Bernie continua col denunciare l’utilizzo dell’antisemitismo come arma, sia in quanto strategia per dividere i progressisti, sia come tentativo di soffocare le critiche nei confronti di Israele. L’antisemitismo, afferma Bernie, è “una teoria della cospirazione secondo cui una minoranza segretamente potente esercita il controllo sulla società. Come altre forme di fanatismo – razzismo, sessismo, omofobia – l’antisemitismo è usato dalla destra per dividere le persone l’una dall’altra e impedirci di lottare insieme per un futuro condiviso di uguaglianza, pace, prosperità e giustizia ambientale. Quindi voglio dire il più chiaramente possibile: affronteremo questo odio, faremo esattamente l’opposto di ciò che Trump sta facendo e riuniremo le nostre differenze per riunire le persone”.

Fin qui tutto bene. Ma poi, Bernie continua col fare una dichiarazione incredibilmente anacronistica, vale a dire che “Una delle cose più pericolose che Trump ha fatto è dividere gli americani usando false accuse di antisemitismo, soprattutto per quanto riguarda le relazioni USA-Israele. Dovremmo essere molto chiari sul fatto che non è antisemita criticare le politiche del governo israeliano”.

Per qualsiasi attivista amante della giustizia che  abbia sostenuto i diritti dei palestinesi per molti lunghi anni prima che Trump aspirasse persino alla presidenza, e che sia stato tacciato per decenni di antisemitismo dai progressisti e dai PEPS (Progressisti Eccetto che per la Palestina), che sia stato inserito nelle liste nere, a cui siano state negate le promozioni o a cui siano stati sottratti i mezzi di sostentamento per aver criticato le politiche del governo israeliano, molto prima di Trump, questa affermazione è offensiva. La censura sistematica di qualsiasi critica progressista a Israele, l'”eccezione palestinese alla libertà di parola”, come è  noto, si è basata a lungo sulla falsa accusa di antisemitismo. Non è che, come vorrebbe Bernie, sia stato Trump [il primo] a farlo.

Il giudizio erroneo di Bernie sulla cronologia dell’utilizzo dell’accusa di antisemitismo come arma è, tuttavia, in sintonia con un altro suo grave errore storico, vale a dire la sua nostalgia dei sionisti “liberal” per l’Israele precedente al 1967. Nonostante la sua affermazione stranamente vaga, che “la fondazione di Israele è ritenuta da un’altra popolazione nella terra di Palestina la causa del loro doloroso sradicamento”, Bernie afferma sbrigativamente che i gravi crimini di Israele sono iniziati solo con l’occupazione del 1967.

 “Quando guardo al Medio Oriente – scrive Bernie – io vedo in Israele [un Paese] in grado di contribuire alla pace e alla prosperità dell’intera regione, ma a cui mancano le possibilità di farlo in parte a causa del suo conflitto irrisolto con i palestinesi. E vedo un popolo palestinese desideroso di dare il suo contributo – e con molto da offrire -, eppure schiacciato sotto un’occupazione militare che ormai dura da mezzo secolo, che determina una realtà quotidiana di dolore, umiliazione e risentimento. Porre fine a quell’occupazione e consentire ai palestinesi di avere l’autodeterminazione in uno Stato indipendente, democratico ed economicamente vitale è nell’interesse degli Stati Uniti, di Israele, dei palestinesi e della regione”.

Evidentemente l’illusione dei due Stati è difficile da abbandonare. Quindi sarò molto onesta: Bernie non è il candidato dei miei sogni. La sua nostalgia per l’Israele di prima del 1967 rivela una cecità riguardo l’oppressione strutturale insita nella fondazione dello Stato etno-nazionalista che egli ama. Afferma “Il mio orgoglio e la mia ammirazione nei confronti di Israele convive con il mio sostegno alla libertà e all’indipendenza palestinese. Respingo l’idea che ci siano delle contraddizioni”, eppure sembra inconsapevole che la stessa discriminazione che denuncia nella Cisgiordania post-1967 è stata e rimane l’esperienza quotidiana dei palestinesi all’interno della Linea verde [linea di demarcazione stabilita tra Israele e alcuni paesi arabi dopo il 1949, n.d.tr.]. Non riconosce che Israele ha negato ai palestinesi il diritto al ritorno nelle loro città a partire dal 1948, non solo dal 1967, e che Israele stava già sparando sui palestinesi che cercavano di reclamare le loro proprietà nel 1948, 1949 e fin da allora, non solo a partire dalla Grande Marcia del Ritorno.

Tuttavia, [riguardo] questo ciclo elettorale, sono solo pragmatica. Nel condannare ancora l’intero sionismo in quanto razzismo, le mie critiche a Bernie non significano che non voterò per lui, e inviterò anche gli altri a votare per lui, se dovesse essere il candidato democratico. E per molti versi, Bernie rimane il miglior candidato presidenziale raccomandabile per quanto riguarda i palestinesi, non ultimo a causa della sua recente dichiarazione sul cambiare orientamento di alcuni degli aiuti statunitensi a Israele verso aiuti umanitari a Gaza, e il suo riconoscimento che non può esserci una soluzione che non rispetti i diritti e le aspirazioni palestinesi.

Questo paese è arrivato così a destra che una presidenza di Bernie Sanders, pur non risolvendo la maggior parte dei problemi, produrrà un correttivo indispensabile, sia a livello nazionale, sia in termini di politica estera.

Nada Elia

Nada Elia è una studiosa e attivista palestinese, scrittrice e responsabile di movimenti locali,. A attualmente sta completando un libro sull’attivismo nella diaspora palestinese.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Due brevi notizie

 

Attacchi aerei israeliani contro Gaza in risposta al lancio di razzi

MEE e agenzie

2 novembre 2019 Middle East Eye

Secondo il Ministero della Sanità un uomo è stato ucciso e due sono stati feriti nelle incursioni. 

Non è stato detto se appartenessero a qualche fazione.

Una fonte di Hamas ha riferito alla Associated France Press che è stata usata la contraerea contro gli aerei durante i raid e l’esercito israeliano ha confermato il “fuoco nemico” da Gaza.

Gli attacchi sono avvenuti dopo che venerdì almeno 10 razzi sono stati lanciati dalla Striscia di Gaza  verso il sud di Israele, colpendo un’abitazione residenziale.

L’esercito israeliano ha affermato che otto razzi sono stati intercettati dal sistema “Iron Dome” di difesa anti-missile del territorio.

Nessuna fazione armata a Gaza si è dichiarata responsabile del lancio dei razzi, ma il [comando] militare israeliano sostiene che  in ultima analisi Hamas è responsabile degli attacchi.

Secondo Ha’aretz, che ha riferito di un altro razzo sparato giovedì da Gaza, questo è stato il secondo episodio di lancio di razzi.

L’aumento della tensione avviene contemporaneamente allo stallo politico in Israele.

L’ex capo di stato maggiore dell’esercito Benny Gantz è bloccato nei negoziati per formare un nuovo governo dopo che lo scorso mese Benjamin Netanyahu ha detto di non essere in grado di farlo.

Se anche Gantz non riuscirà a formare una coalizione di maggioranza, gli israeliani andranno a votare per la terza volta da aprile.

Dal 2008 Hamas e Israele hanno combattuto tre guerre nella Striscia di Gaza.

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Israele arresta l’esponente palestinese di sinistra Khalida Jarrar

Al Jazeera.

L’ex deputata Jarrar è stata arrestata da decine di soldati israeliani nella sua casa di Ramallah nella Cisgiordania occupata.

31ottobre 2019 Al Jazeera

Nella notte di giovedì le forze israeliane hanno arrestato l’importante esponente palestinese nella sua casa di Ramallah, nella Cisgiordania occupata, .

I media locali riferiscono che Khalida Jarrar, ex membro del disciolto Consiglio Legislativo Palestinese, è stata arrestata alle 3 del mattino ora locale e portata in luogo sconosciuto.

Secondo la figlia Yara Jarrar, la casa è stata circondata da più di 70 soldati, arrivati con 12 veicoli militari.

La mamma e [mia] sorella dormivano quando sono arrivati,” ha detto Yara in un post su Twitter.

La 56enne Jarrar, che appartiene al movimento di sinistra Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (PFLP) – considerato da Israele un gruppo “terrorista”- era già stata arrestata nel 2015 e nel 2017.

L’ultimo rilascio da una prigione israeliana è avvenuto lo scorso febbraio dopo 20 mesi di “detenzione amministrativa”- un sistema di incarcerazione inbase al quale un detenuto è tenuto in arresto senza un’accusa e senza processo.

Secondo “Samidoun”, una rete di solidarietà con i prigionieri palestinesi, Jarrar da molto tempo si batte per la liberazione dei prigionieri palestinesi ed è stata in passato vice presidente e direttrice esecutiva del gruppo per i diritti dei prigionieri palestinesi “Addameer”.

“Samidoun” ha scritto sul suo sito: “All’interno delle prigioni dell’occupazione israeliana Jarrar ha svolto un ruolo di guida nel favorire l’educazione delle ragazze minorenni recluse, organizzando lezioni sui diritti umani e dando ripetizioni alle ragazze quando la direzione del carcere negava loro un insegnante per gli esami obbligatori alle superiori”

Attualmente ci sono sette politici palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane, di cui cinque in condizione di detenzione amministrativa.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




ISRAELE. Gantz, nemico di Netanyahu non delle sue politiche

Michele Giorgio

20 settembre Nena News

Il vincitore, di misura, delle elezioni del 17 settembre, in politica estera e nei confronti di Iran e dei palestinesi non è lontano dalle posizioni del premier sconfitto.

Benyamin “Benny” Gantz in politica interna prenderà, in parte, le distanze dalla linea di Benyamin Netanyahu e promuoverà la «serenità sociale» tra ebrei laici e religiosi. Ma non farà alcuna rivoluzione nei rapporti tra gli israeliani ebrei e i cittadini di serie B, gli arabi, i palestinesi d’Israele. E in politica estera non marcherà una differenza sostanziale da quella svolta dal leader della che ha sconfitto il 17 settembre. Userà il pugno di ferro, come Netanyahu, con l’Iran e i suoi alleati – che alla Conferenza di sicurezza di Monaco dello scorso febbraio ha indicato Tehran come una delle principali sfide all’Occidente – e non rinuncerà all’abbraccio di Donald Trump. Il presidente Usa mercoledì sera ha segnalato che lui ha rapporti non solo con Netanyahu ma con tutto lo Stato di Israele. Se Netanyahu è, come sembra, avviato sul viale del tramonto, ciò non vuole dire che la fine della sua lunga era politica genererà una svolta.

Nato 60 anni fa, sposato, quattro figli, una vita trascorsa nelle forze armate, conclusa con il grado di generale e l’incarico di capo di stato maggiore, Gantz solo in apparenza è un uomo di centro. Il programma del suo partito “Resilienza” – che ha fondato lo scorso dicembre e ha poi unito ad altre formazioni dando vita a “Blu e Bianco” – si avvicina molto a quello della destra quando sul tavolo ci sono questioni come l’Iran, il mondo arabo e i territori palestinesi occupati. Gantz non rientra nel solco del sionismo religioso, che ha ispirato Netanyahu e ora domina nella società israeliana, ma non è riconducibile ideologicamente neppure al sionismo di marca laburista (tramontato da tempo). Semplicemente è un sionista laico fautore delle politiche israeliane di sicurezza e di mantenimento dell’ occupazione.

In questa campagna elettorale, e in quella per il voto del 9 aprile, l’ex capo di stato maggiore non ha fatto mai riferimento alla soluzione a “Due Stati”, Israele e Palestina. Il sito progressista, +972, sostiene che a Gantz piace lo status quo, l’occupazione, con Israele che controlla tutto il territorio della Palestina storica senza però annettere ufficialmente la Cisgiordania come vorrebbe fare Netanyahu. Gantz si era recato a fine luglio nella Valle del Giordano dichiarando che quel territorio palestinese rimarrà sotto Israele in qualsiasi futuro accordo. Pochi giorni dopo, il 6 agosto, si presentò nelle comunità israeliane di confine di Gaza promettendo «azioni incisive per abbattere i leader di Hamas». In pratica una nuova guerra. D’altronde da comandante delle forze armate ha guidato due offensive contro Gaza, nel 2012 e nel 2014, che hanno provocato oltre duemila morti palestinesi, migliaia di feriti e distruzioni immense. La scorsa primavera Gantz, per recuperare voti a destra, si vantava di aver ridotto in macerie Gaza. Nena News




Bassam al-Sayeh, Faris Baroud e il lento omicidio dei prigionieri palestinesi

Ramzy Baroud

19 settembre Middle East Monitor

Bassam Al-Sayeh è solo l’ultima vittima della malasanità nelle prigioni israeliane. Al-Sayeh, palestinese di Nablus di 47 anni, è morto l’8 settembre scorso. Prima di lui, fu Faris Baroud a morire in una prigione di Nafha il 6 di febbraio.

Nel 2011, ad al-Sayeh fu diagnosticato un cancro alle ossa e al sangue, secondo quanto riportato da Samidoun, la Rete di Solidarietà dei Prigionieri Palestinesi. Pochi anni dopo è stato arrestato dai soldati israeliani dell’occupazione. Nel 2015 una corte militare israeliana lo ha condannato all’ergastolo per il presunto concorso nell’omicidio di un ufficiale israeliano in Cisgiordania.

Le organizzazioni e gli attivisti per i diritti umani che hanno seguito il caso avevano più volte segnalato quanto la vita di al-Sayeh fosse in pericolo a causa delle condizioni di vita estremamente dure nelle carceri di Ramleh e la scarsa attenzione medica dedicata ai malati di cancro. Si poteva fare ben poco per salvargli la vita.

In una dichiarazione del 9 settembre, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ha accusato Israele di essere responsabile della morte di al-Sayeh. Altri gruppi hanno evidenziato come la malasanità sia un modo usato nelle prigioni israeliane per infliggere ulteriori punizioni ai palestinesi che resistono all’occupazione israeliana  persino dopo il loro arresto e condanna.

Secondo il movimento per i diritti dei prigionieri Samidoun, “Al-Sayeh è il 221º prigioniero palestinese a perdere la vita in una prigione israeliana, dove la malasanità e gli abusi medici hanno un ruolo rilevante nella contrazione di malattie e nella morte dei prigionieri palestinesi proprio come la tortura e il maltrattamento nell’assedio”.
Il gruppo di supporto ai prigionieri Addameer, di base a Ramallah, concorda: la Corte Suprema Israeliana “ha adottato una politica di malasanità volontaria contro prigionieri e detenuti”. Nell’arco delle rivolte della Seconda Intifada tra il 2000 e il 2008, 18 prigionieri sono morti per essere stata loro negata la dovuta cura medica.

Chi non muore deve affrontare il cronicizzarsi di malattie che spesso li accompagneranno per il resto della vita. Secondo Addameer “il numero di persone malate tra i prigionieri e detenuti è salito a 1000 casi, in confronto agli 800 casi di malattia registrati nel 2013”. Duecento di questi pazienti soffrono di malattie croniche, tra cui tumori, e 85 sono disabili a vita. Faris Baroud era uno di questi malati cronici e, proprio come Bassam al-Sayeh, è morto in prigione per l’omissione delle cure.

Baroud fu arrestato il 23 marzo 1991. Una corte militare israeliana lo ha condannato a 134 anni di reclusione, accusandolo di aver ucciso un colono ebreo israeliano armato che stava prendendo parte all’occupazione di Gaza.

Alla madre di Faris, Ria, fu proibito di far visita a suo figlio nella prigione di Nafha per tutti gli ultimi 15 anni. Alla donna, ormai settantenne, fu detto che la decisione era stata presa per “questioni di sicurezza”.

Faris era il suo unico figlio: era nato nel 1968, due anni dopo l’inizio dell’occupazione militare di Gaza. Suo padre, Ahmad Mohammad Baroud, era morto quando Faris era ancora un bambino. Ria, che non si risposò mai, ha dedicato la sua vita alla crescita del figlio, con cui viveva in una piccola casa nel campo profughi di Shati’, a Gaza.

Si dice che Faris sia stato torturato e tenuto in isolamento per più di dieci anni, e che gli fossero state vietate le visite dei familiari per più di metà della sua detenzione. Prima del suo arresto soffriva già di asma, condizione che si era poi aggravata.
Anni dopo il suo il suo incarceramento, Faris sviluppò una malattia renale che peggiorò per la negligenza nelle cure e fu inasprita ulteriormente dalla sua partecipazione a vari scioperi della fame per solidarietà verso altri prigionieri.

A Faris fu negata più volte la scarcerazione, da immediatamente dopo la firma degli accordi di Oslo nel 1993 a uno scambio di prigionieri nel 2011. Ne fu poi programmato lo scarceramento, insieme ad altri 29 detenuti, nel 2013 o 2014 nell’ambito di un accordo speciale anch’esso mandato a monte dal governo israeliano.

Dal 2002, a Ria fu proibito di far visita a suo figlio. Nonostante la sua salute peggiorasse e stesse perdendo la vista per un glaucoma, Ria è famosa per non aver mancato una sola delle veglie organizzate ogni lunedì dalle famiglie dei prigionieri palestinesi di fronte agli uffici della Croce Rossa, nella famosa Jala’ Street di Gaza.

A volte era l’unica a presentarsi, con in mano sempre la stessa fotografia incorniciata di suo figlio Faris vicino al cuore. Ria Baroud è morta il 18 maggio 2017, aveva 85 anni. Aveva passato quasi un terzo della sua vita lottando per rivedere suo figlio di nuovo libero.

Subito dopo la morte della madre, la salute di Faris si aggravò, sviluppando anche una forma di glaucoma molto aggressiva che secondo quanto riferito lo aveva portato a perdere l’80% della vista. Faris muore il 6 febbraio 2019 nella prigione di Nafha nel deserto di Naqab. Aveva 51 anni.

Questi non sono che cenni a due sole storie,nell’apparentemente infinita serie di episodi di sofferenza inflitta a migliaia di palestinesi e le loro famiglie.

I diritti dei prigionieri sono protetti da leggi internazionali, in particolar modo dagli Articoli 76 e 85 della quarta Convenzione di Ginevra. A Israele non dovrebbe essere permesso di continuare indisturbato questa mistificazione dei valori morali. I gruppi internazionali e le organizzazioni che rivendicano i diritti umani dovrebbero far sentire la propria voce per Bassam, Faris e le migliaia di detenuti palestinesi che soffrono e spesso muoiono soli nelle carceri israeliane.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non rispecchiano necessariamente la linea editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione di Maria Monno)




Gantz criminale di guerra e colonialista

Il capo dell’opposizione afferma che l’occupazione è un bene per i palestinesi

Ali Abunimah

10 settembre 2019 – Electronic Intifada

 

Benny Gantz, capo dell’esercito israeliano durante il massacro a Gaza nel 2014 da parte di Israele, sta prendendo in prestito argomentazioni dell’apartheid sudafricano per promuovere la sua campagna elettorale.

Gantz guida la coalizione di opposizione presuntamene di centro-sinistra che spera di spodestare Benjamin Netanyahu nelle elezioni israeliane di questo mese.

Lunedì, durante un attacco elettorale contro il primo ministro israeliano, Gantz ha dichiarato che, a differenza di Netanyahu, avrebbe consentito alle deputate USA Ilhan Omar e Rashida Tlaib di visitare Israele e i territori occupati.

Gantz ha sostenuto che, se l’avessero potuto fare, avrebbero visto “con i propri occhi” che “il miglior luogo in cui essere arabo in Medio Oriente è Israele… e il secondo miglior posto in cui essere arabo in Medio Oriente è la Cisgiordania.”

L’affermazione di Gantz secondo cui l’occupazione militare e la colonizzazione israeliane sono una benedizione per i palestinesi costituisce una diretta imitazione dei governanti dell’apartheid sudafricano, che insistevano sul fatto che il loro brutale regime suprematista bianco era un bene per la popolazione di colore.

Lo scrittore Ben White ha segnalato un’intervista del “New York Times” nel 1977 con John Vorster, che all’epoca era il primo ministro del regime razzista del Sud Africa.

“Il livello di vita dei neri in Sud Africa è da due a cinque volte più alto di quello di qualunque altro Paese africano,” sostenne Vorster.

Questa affermazione era un pilastro della propaganda del Sud Africa quando, durante gli anni ’80, il movimento globale per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni si rafforzava.

Non è sorprendente, in quanto i colonialisti sostengono sempre che il loro dominio violento è un regalo per il popolo che sfruttano ed opprimono.

Nelle attuali iniziative di Israele gli echi della propaganda del Sud Africa sono forti.

E come i razzisti sudafricani che cercavano di lottare contro l’isolamento del loro regime, Gantz ha dichiarato che “chiunque collabori con il BDS sta agendo contro lo Stato di Israele.”

L’ex capo dell’esercito ha anche sostenuto che il BDS – il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni per i diritti dei palestinesi – è una “forma di antisemitismo”.

Nei fatti è un movimento antirazzista radicato nelle leggi internazionali e nei diritti universali.

Le affermazioni di Gantz mostrano che, nonostante i tentativi di presentarlo come un’alternativa ripulendone l’immagine, egli non rappresenta niente di diverso rispetto a Netanyahu.

 

Gantz deve affrontare un processo per crimini di guerra

Le elezioni israeliane da rifare cadono il 17 settembre.

Quello stesso giorno in Olanda ci sarà un’udienza in tribunale del processo di Ismail Ziada contro Benny Gantz.

Zaida, un cittadino palestino-olandese, ha citato in giudizio Gantz e un altro comandante israeliano per l’attacco del 20 luglio 2014 contro la casa della sua famiglia nel campo di rifugiati di al-Bureij a Gaza.

Il bombardamento israeliano uccise sette persone – la madre settantenne di Ziada, Muftia Ziada, tre fratelli, una cognata, un nipote di 12 anni e un amico che era andato a trovarli.

L’assalto contro Gaza del 2014 diretto da Gantz uccise 2.200 palestinesi, compresi 550 minori.

Ben lungi dal vergognarsi dei suoi crimini, nelle elezioni israeliane di aprile – che non sono riuscite ad esprimere un chiaro vincitore, provocando quindi queste votazioni di settembre – Gantz ha anzi messo annunci pubblicitari in cui si vantava di quanti palestinesi aveva massacrato nel 2014.

 

Il “dialogo” dell’UE con un criminale di guerra

I sanguinari precedenti e la difesa del colonialismo da parte di Gantz forniscono anche un metro di giudizio con il quale misurare il presunto sostegno dell’Unione Europea ai diritti umani.

Invece di stare dalla parte delle vittime di Gantz e della loro campagna per la giustizia, l’UE sta promuovendo il responsabile.

Proprio lo scorso mese Emanuele Giaufret, l’ambasciatore dell’UE a Tel Aviv, e i suoi colleghi europei si sono incontrati con Gantz per un’amichevole chiacchierata.

“Abbiamo intenzione di continuare il dialogo,” ha twittato Giaufret.

Ciò dimostra che non c’è un livello di razzismo e di crimini che un leader israeliano possa commettere contro i palestinesi che lo escluda dal caldo abbraccio dell’UE.

Speriamo che i giudici olandesi abbiano il senso della giustizia, della decenza e del coraggio di cui molti diplomatici e politici europei sono privi in modo così spregevole.

 

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Rapporto ONU su crisi economica in Palestina

L’Onu segnala il gravissimo collasso dell’economia palestinese

11 settembre 2019 – Middle East Monitor

 

Ieri la conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD) ha avvertito riguardo al gravissimo collasso dell’economia palestinese a causa delle misure distruttive dell’occupazione israeliana.

In un rapporto l’UNCTAD afferma che le prestazioni dell’economia palestinese e le condizioni umanitarie hanno raggiunto nel 2018 e all’inizio del 2019 il livello minimo da sempre.  Aggiunge: “Nel territorio palestinese occupato, nel 2018 il livello di crisi dovuto al tasso di disoccupazione ha continuato ad aumentare, arrivando al 31%: al 52% a Gaza e al 18% in Cisgiordania.”

Afferma anche: “Il salario reale e la produttività del lavoro sono diminuiti. Nel 2017 il salario reale e la produttività per singolo lavoratore sono stati rispettivamente inferiori del 7% e del 9% rispetto ai livelli del 1995.”

Il reddito pro capite si è ridotto, la disoccupazione di massa è aumentata, la povertà si è accentuata e sia nella Striscia di Gaza che in Cisgiordania è aumentato il degrado ambientale causato dall’occupazione.

In conseguenza delle misure dell’occupazione israeliana, “l’economia di Gaza ha subito una contrazione del 7% ed è aumentata la povertà, gli investimenti sono praticamente scomparsi, scendendo al 3% del PIL, di cui l’88% è stato destinato alla ricostruzione delle infrastrutture distrutte durante varie pesanti operazioni militari negli ultimi 10 anni.”

Secondo la UNCTAD il rallentamento dell’economia in Cisgiordania “si spiega con la diminuzione dell’appoggio da parte dei donatori, la contrazione del settore pubblico e il deterioramento generale della sicurezza, il che ha scoraggiato le attività del settore privato.”

“La partecipazione complessiva della produzione nel valore aggiunto totale si è ridotta dal 20% all’11% del PIL tra il 1994 e il 2018, mentre la partecipazione dell’agricoltura e della pesca è diminuita da più del 12% a meno del 3%.”

“Al popolo palestinese viene negato il diritto di sfruttare le risorse di petrolio e gas naturale e pertanto lo si priva di migliaia di milioni di dollari di entrate”, aggiunge.

La UNCTAD ha ancora aggiunto: “La comunità internazionale deve aiutare il popolo palestinese a garantire il proprio diritto al petrolio e al gas nel territorio palestinese occupato e stabilire la sua legittima partecipazione alle risorse naturali, che sono proprietà collettiva di diversi Stati vicini nella regione.”

Nel contempo l’organizzazione sostiene: “Nel marzo 2019 il governo di Israele ha iniziato a ridurre di 11,5 milioni di dollari al mese le entrate di liquidità palestinese [si riferisce alle tasse che Israele riscuote e che dovrebbe poi girare all’ANP, ndtr.] … Questo impatto fiscale è aggravato dalla diminuzione dell’appoggio dei donatori.”

 

 

(traduzione dallo spagnolo di Amedeo Rossi)




Issawiya, la cittadina palestinese che resiste alle punizioni collettive di Israele

Hanadi Qawasmi – ISSAWIYA, Gerusalemme est occupata

Lunedì 12 agosto 2019 – Middle East Eye

L’ultima campagna israeliana contro questo quartiere della conurbazione di Gerusalemme est, una delle più lunghe e violente della sua storia recente

Nel quartiere palestinese di Issawiya le auto della polizia israeliana non sono tollerate.

Nel comune ogni traccia della presenza poliziesca degenera rapidamente in scontri, con giovani palestinesi che lanciano pietre e molotov contro i veicoli, mentre le forze israeliane fanno uso di proiettili veri, di pallottole d’acciaio ricoperte di gomma e di lacrimogeni.

Questo quartiere, che conta più di 15.000 abitanti, è ben noto ai palestinesi come un faro della resistenza civile all’occupazione israeliana.

Issawiya è una delle zone più ribelli di Gerusalemme,” dichiara a Middle East Eye Fadi Elayan, un abitante trentatreenne della cittadina.

La polizia obbedisce alla logica in base alla quale se Issawiya viene sottomessa e il suo rifiuto dell’occupazione è ridotto al silenzio, il resto di Gerusalemme sarà domato.”

La portata della determinazione della polizia israeliana nel demonizzare questa zona periferica è stata svelata lo scorso martedì, quando si è saputo che, durante una serie televisiva di reality show sulla polizia, alcuni agenti hanno messo un fucile M-16 nella casa di un abitante di Issawiya e in seguito hanno sostenuto di averlo scoperto lì.

Durante gli ultimi due mesi Issawiya è stata bersaglio di una violenta e dirompente repressione israeliana lanciata poco dopo l’Aid al-Fitr [festa musulmana per la fine del Ramadan, ndtr.] con il pretesto di garantirvi la sicurezza.

Da allora la cittadina è bersaglio di una politica di punizione collettiva: più di 250 arresti politici, centinaia di vessazioni perpetrate dalle forze israeliane ai danni di veicoli e negozi, decine di abitanti feriti dagli spari israeliani e il funerale per un giovane palestinese.

Il 27 giugno, durante un’incursione notturna, la polizia israeliana ha ucciso Mohammad Samir Obaid, provocando viva indignazione tra gli abitanti della cittadina. Due testimoni oculari hanno dichiarato a MEE che nel momento in cui è stato ucciso questo palestinese di 20 anni non rappresentava alcuna minaccia.

Il giorno prima le immagini di un soldato ricoperto di pittura rossa lanciata dai giovani della cittadina erano state ampiamente condivise dai palestinesi sulle reti sociali.

Repressione concertata

Tale repressione non è un fatto raro per la cittadina: di fatto non passa un anno senza azioni simili da parte delle forze israeliane.

Ma secondo gli abitanti l’ultima campagna è una delle più lunghe e violente della storia recente del quartiere – dura consecutivamente da più di 50 giorni ed è stata messa in atto da diversi organi militari e civili israeliani.

Le incursioni delle forze israeliane sembrano una sfilata organizzata: quattro grossi SUV arrivano nel quartiere, insieme a guardie di frontiera e a volte a un reparto a piedi, gli agenti lanciano delle bombe assordanti nelle strade per disperdere i giovani e seminare la paura, poi procedono a un’operazione di controllo e perquisizione umiliante e aggressiva.

La polizia di frontiera, le forze speciali, la polizia stradale, così come le autorità municipali e fiscali israeliane si danno da fare durante tutta la giornata, concentrandosi sui giovani nelle strade e sugli abitanti che ritornano a casa dopo il lavoro.

Come il resto di Gerusalemme est, Issawiya è passata sotto occupazione israeliana nel 1967 ed oggi è circondata da ogni parte dalle colonie israeliane e dalle loro infrastrutture, che in base al diritto internazionale sono tutte illegali.

L’autostrada 1, che si trova al limite est del quartiere, è stata costruita per collegare le colonie della Cisgiordania occupata a Gerusalemme e Tel Aviv.

A sud Issawiya è a cavallo del campus dell’Università Ebraica. A nord e a ovest si trovano le colonie della Collina Francese e di Tsameret HaBira. 

La cittadina è sottoposta a restrizioni, come blocchi stradali e perquisizioni arbitrarie, che sconvolgono la vita quotidiana.

Punire la cittadina e i suoi abitanti”

Quando procedono a degli arresti, le autorità israeliane non esitano a ricorrere alla forza, aggredendo i giovani, sfondando le porte delle case prima di perquisirle e procedendo a perquisizioni violente.

Fonti locali hanno dichiarato a Middle East Eye che negli ultimi due mesi, soprattutto durante retate notturne, sono stati arrestati dalla polizia non meno di 250 giovani maschi.

La maggioranza di loro è stata arrestata per brevi periodi e poi rilasciata, spesso su cauzione, e posta agli arresti domiciliari per periodi variabili, a volte fino a una settimana.

Secondo l’avvocato Mohammad Mahmoud, che li rappresenta davanti ai tribunali israeliani, almeno cinque di essi sono ancora detenuti.

L’avvocato Mahmoud ha dichiarato a MEE che questi giovani devono rispondere di diverse accuse, come partecipazione a manifestazioni e a scontri con le forze israeliane, compreso il lancio di pietre e di molotov, in particolare dopo l’annuncio della morte di Obaid.

Sempre secondo il loro avvocato, le cauzioni di quelli che sono stati liberati superano i 60.000 shekel (più di 15.000 €).

Mohammad Abu al-Hummos, un attivista politico di Issawiya, ritiene che le misure israeliane siano assolutamente arbitrarie e costituiscano una forma di punizione collettiva. Rappresentano il “desiderio della polizia dell’occupazione israeliana di procedere a una qualunque perquisizione o detenzione, poco importa il motivo, semplicemente per punire la cittadina e le sue famiglie,” ha dichiarato a MEE.

Un padre convocato dalla polizia per un bambino

Il 30 luglio la storia di Mohammad Elayyan, 4 anni, è diventata virale sulle reti sociali quando lui e suo padre sono stati convocati dalla polizia israeliana per un interrogatorio.

Il nonno del bambino, Nayef Elayan, ha dichiarato in un’intervista che Mohammad giocava per la strada con altri bambini quando un veicolo della polizia israeliana ha fatto irruzione nella zona.

Più tardi, durante la giornata, le forze israeliane si sono recate al domicilio di Mohammad alla ricerca del bambino, sostenendo che aveva lanciato delle pietre contro di loro. Quando si sono resi conto che aveva 4 anni e che in base alla legge non poteva essere arrestato, hanno consegnato a suo padre, Rabiaa, un mandato di comparizione per l’indomani mattina, chiedendogli di portare con sé Mohammad.

Per appoggiare il padre e il figlio un gruppo di abitanti di Issawiya li ha accompagnati al commissariato di polizia di via Salah al-Din, la principale arteria commerciale di Gerusalemme est.

A causa della crescente pressione popolare, le autorità israeliane non hanno incontrato il bambino, ma hanno interrogato il padre.

Quest’ultimo ha dichiarato che dei poliziotti l’avevano minacciato che non avrebbe mai più visto suo figlio se quest’ultimo avesse lanciato loro delle pietre.

I bambini non costituiscono una minaccia,” ha dichiarato Fadi Elayyan, uno dei parenti di Mohammed.

Quello che avviene è un tentativo di terrorizzare le famiglie di Issawiya – dai giovani agli anziani.” 

Perquisita la casa di una persona malata

Un giorno dopo il caso di Mohammad, la polizia israeliana ha convocato un altro abitante palestinese di Issawiya per azioni di cui era accusato suo figlio di 6 anni.

Secondo l’agenzia di stampa ufficiale dell’Autorità Nazionale Palestinese, WAFA, Firas Obaid ha ricevuto un mandato di comparizione nel commissariato della polizia israeliana per essere interrogato riguardo a suo figlio Qais, accusato di aver tentato di lanciare pietre contro la polizia israeliana che stava di pattuglia nella cittadina.

In un altro episodio molto pubblicizzato tre settimane fa, le forze israeliane hanno cercato di arrestare Iyad Attiyah, un giovane uomo di 24 anni colpito dalla sindrome di Williams, un disturbo genetico raro che può causare problemi fisici e cognitivi. Sua madre, Laila Attiyah, ha dichiarato a MEE che la polizia aveva effettuato un’irruzione a casa loro dopo mezzanotte alla ricerca di suo figlio.

Iyad è stato convocato dai servizi di intelligence, un’ingiunzione che è stata annullata solo quando i servizi sociali sono intervenuti e hanno presentato documenti che provano la sua malattia.

Motivi ridicoli” 

Nel quadro della recente repressione, la polizia stradale israeliana è stata messa di guardia ad ognuno degli ingressi di Issawiya.

Gli agenti fermano arbitrariamente i veicoli per effettuare dei lunghi controlli della vettura, della patente, dell’assicurazione e della carta d’identità, prima di infliggere multe dai 250 ai 1000 shekel (da 65 a 255 euro), rendendo così più pesante il peso economico a scapito degli abitanti.

Secondo Mohammad Abu al-Hummos, durante improvvisi controlli sono state revocate decine di libretti di circolazione a causa di presunte infrazioni al codice della strada per i “motivi più ridicoli”.

In una situazione normale nei quartieri non palestinesi ragioni del genere non comporterebbero dei reati o l’annullamento di un libretto di circolazione,” sostiene. “Ci sono dei veicoli che hanno semplicemente superato di un mese il periodo di immatricolazione, cosa che non è illegale, ma ciononostante i loro proprietari ricevono delle multe.”

Giovedì scorso la polizia ha fermato un autobus che trasportava bambini dagli 8 ai 12 anni in viaggio per una gita ricreativa.

L’autista è stato accusato di aver commesso un’infrazione, il suo libretto di circolazione è stato revocato e cinque giovani che accompagnavano i bambini come guide sono stati arrestati.

Neppure i negozi sono stati risparmiati. Le squadre israeliane del Comune e della finanza hanno effettuato parecchie perquisizioni nei negozi, soprattutto sulla strada principale, ed hanno controllato le autorizzazioni, le attrezzature ed i pagamenti delle imposte.

Come reazione, i commercianti hanno cercato di evitare di ricevere troppe multe del fisco chiudendo i propri negozi e aprendoli solo dopo la partenza della polizia.

Di conseguenza l’attività commerciale della cittadina è stata notevolmente rallentata.

Messaggio di resistenza

Interrogate sulle ragioni della repressione israeliana, le famiglie di Issawiya hanno sottolineato la posizione contro l’occupazione adottata da molto tempo dal quartiere.

La cittadina è una delle più note a Gerusalemme per le sue reazioni alle aggressioni delle forze israeliane, e le azioni dei suoi cittadini non si limitano a respingere le misure prese da Israele in nome della sicurezza.

Le famiglie di Issawiya rifiutano anche la presenza delle istituzioni “civili” israeliane, come un centro comunitario finanziato dal governo nella cittadina.

I giovani di Issawiya, per inviare a Israele un messaggio di resistenza, hanno più volte incendiato il centro comunitario, in particolare l’ultima volta dopo l’assassinio di Obaid.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Rabbini israeliani di accademia militare ripresi in un video mentre lodano Hitler

Jonathan Ofir

30 aprile 2019, Mondoweiss

Ieri il Canale 13 israeliano ha trasmesso delle registrazioni video di rabbini che insegnano nell’ accademia militare Bnei David, sostenuta dallo Stato, che si trova nella colonia di Eli in Cisgiordania. I rabbini elogiano l’ideologia nazista razzista di Hitler come “corretta al 100%”, criticandola solo per il fatto di non essere stata applicata alle persone giuste – cioè, gli ebrei dovrebbero essere la razza superiore e i non ebrei gli “untermenschen” [i subumani, in base alla teoria nazista, ndtr.].

Le affermazioni lasciano senza parole. L’intera trasmissione sottotitolata può essere vista in un video realizzato dal giornalista David Sheen.

Questi insegnanti mandano i giovani nell’esercito e sostengono queste idee da anni. Hanno stretti legami con parlamentari, in particolare con il rabbino Rafi Peretz, ora a capo dell’ “Unione dei partiti di destra”, la nota coalizione con il partito kahanista “Potere Ebraico”, che è attualmente il principale candidato a diventare ministro dell’Educazione. L’accademia è legata anche a una yeshiva [università di studi ebraici, ndtr.], frequentata da molti studenti dopo il servizio militare.

Dovrebbe tornare la schiavitù

Si inizia con il rabbino Eliezer Kashtiel che deplora il fatto che la schiavitù sia stata abolita:

L’abolizione della schiavitù legale ha creato dei problemi. Nessuno è responsabile per quel bene di proprietà. Con l’aiuto di dio essa ritornerà. I goyim (non ebrei) vorranno essere nostri schiavi. Essere schiavo degli ebrei è la cosa migliore. Devono essere schiavi, vogliono essere schiavi. Invece di vagabondare per le strade, fare follie e farsi del male l’un l’altro, adesso sono schiavi, adesso la loro vita incomincia a diventare ordinata.”

In questo contesto per ‘goyim’ bisogna intendere i palestinesi.

Afferma che è a causa del fatto che loro hanno “problemi genetici” e sostiene che vogliono essere sotto occupazione:

Ci sono persone con problemi genetici intorno a noi. Chiedete a qualunque arabo medio dove vuole stare. Vuole stare sotto occupazione. Perché? Perché hanno problemi genetici, non sanno come governare un Paese, non sanno fare niente – guardate in che condizioni si trovano.”

Sì, siamo razzisti

Certamente si tratta di razzismo”, continua Kashtiel.

Forse non sappiamo che vi sono razze differenti? E’ forse un segreto? E’ falso? Che cosa ci si può fare? E’ la verità. Sì, siamo razzisti, crediamo nel razzismo.”

Kashtiel suggerisce che, poiché gli ebrei sono una razza superiore, possono “aiutare” quelle inferiori:

Giusto, ci sono delle razze nel mondo, le nazioni hanno caratteristiche genetiche, quindi noi (gli ebrei) dobbiamo pensare a come aiutarli. Le differenze razziali sono reali e questa è proprio la ragione per offrire aiuto.”

Uno studente chiede al rabbino: “Chi vi dà il diritto di decidere chi è chi?”

Kashtiel: “Posso vedere che le mie capacità sono molto più grandi delle sue.”

L’Olocausto sono l’umanitarismo e il pluralismo

Un altro rabbino, Giora Radler, afferma che l’Olocausto non è ciò che si pensa, non riguarda l’uccisione degli ebrei. Sono l’ umanitarismo e il pluralismo ad ucciderci realmente:

L’Olocausto in realtà non riguarda l’uccisione degli ebrei – quello non è l’Olocausto. Tutte queste giustificazioni che sostengono che si basava sull’ideologia o che è stato un sistema, sono ridicole. Il fatto che avesse una base ideologica, in un certo senso lo rende più morale che non se si trattasse di gente che ha ucciso altra gente senza motivo. L’ umanitarismo, tutta la cultura secolare sul fatto di avere fede nell’umanità, questo è l’Olocausto. L’Olocausto in realtà è essere pluralisti, credere nella ‘fede nell’umanità’. Questo è ciò che si definisce un Olocausto. Il Signore (sia benedetto il suo nome) grida da anni che l’esilio (ebraico) è finito, ma il popolo non lo ascolta, e quella è la sua malattia, una malattia che deve essere curata con l’Olocausto.”

In altre parole, l’Olocausto è avvenuto per dare una lezione agli ebrei – abbandonate il pluralismo, isolatevi nello Stato ebraico e dimenticate la “malattia” della diaspora.

Queste considerazioni sono state fatte durante una lezione intitolata “Riguardo all’Olocausto”.

La logica nazista era giusta

Radler: “La logica dei nazisti era giusta per loro stessi. Hitler dice che un certo gruppo nella società è il seme di tutte le disgrazie per tutta l’umanità, che a causa di ciò tutto il genere umano cadrà nell’abisso, che essi danneggiano l’umanità e perciò devono essere sterminati.”

Radler chiede a uno studente: “Questa ideologia ti sembra illogica? Pessima?”

Lo studente risponde: “Non sembra essere etica”.

Radler: “Mosè era cattivo come Hitler?”

Studente: “No.”

Radler: “Perché no? C’è una sola cosa al mondo che è veramente diabolica, ed è essere ipocrita. C’è differenza per te se ti uccidono con un coltello come hanno fatto ad Agag (il re amalechita che il profeta Samuele ‘ha tagliato a pezzi’) o se ti uccidono in una camera a gas?”

Hitler aveva ragione, “nel giusto al 100%”

Radler continua a parlare di Hitler ed ora aggiunge che la malattia non sono solo il pluralismo e l’ umanitarismo, ma anche il femminismo, e che Hitler aveva assolutamente ragione:

Cominciamo con la domanda se Hitler aveva ragione o no.”

Studente: “No.”

Radler: “(Hitler) è la persona più giusta. Ha senz’altro ragione in ogni parola che dice. La sua ideologia è giusta. C’è un mondo maschio che combatte, che ha a che fare con l’onore e la fratellanza dei soldati. E c’è il mondo debole, etico e femminile (che parla di) ‘porgere l’altra guancia’. ‘E noi (i nazisti) crediamo che gli ebrei portino avanti questa eredità, cercando, nei nostri termini, di guastare l’umanità intera, ed è per questo che sono i veri nemici.’ Ora, lui (Hitler) è al 100% nel giusto, a parte il fatto che stava dalla parte sbagliata.”

Quindi qui Radler sta emulando Hitler, citando le ragioni dei nazisti con approvazione. Secondo Radler l’unico errore dei nazisti è che non sapevano quale fosse la vera razza superiore, e chi fossero realmente gli ‘untermenschen’. I nazisti non potevano avere ragione, perché solo gli ebrei potevano essere superiori. Ma se ora gli ebrei applicassero questa teoria e ideologia della razza ai giorni nostri – cioè essenzialmente riguardo ai palestinesi, allora sarebbero davvero “al 100% nel giusto” – forse addirittura al 101%, perché avrebbero ancor più ragione di Hitler. 

Risposte

Sono parole grosse. Un vero giudeo-nazismo.

I rabbini sono stati contattati per una risposta e hanno cercato di insabbiare tutto come se si trattasse di un malinteso.

Il rabbino Kashtiel ha detto di essere “dispiaciuto e addolorato che una lezione sui diritti umani sia stata intesa all’opposto di ciò che era, un’interpretazione moderno-socialista di schiavitù.”

Il rabbino Radler ha detto che le sue parole sono state “citate fuori dal contesto” e che la lezione sull’Olocausto “cerca di spiegare la logica patologica di Hitler e le ragioni e motivazioni dell’Olocausto.”

Il parlamentare israelo-palestinese Ahmad Tibi ha risposto alla trasmissione: “In Germania sarebbe risultata più autentica.”

Ovviamente anche i politici sionisti israeliani si sono allarmati. Il parlamentare di centro Yair Lapid ha scritto su Twitter:

Questo non è ebraismo. Questi non sono valori. Persone che parlano in questo modo non sono degne di educare i giovani.”

Lapid ha chiesto di sospendere i finanziamenti dello Stato alla yeshiva “finché non verrano espulsi i rabbini razzisti”. Ma qui sorge un problema, perché l’ideologia di Lapid sostiene “il massimo di ebrei sul massimo di terra con il massimo di sicurezza e il minimo di palestinesi” e, benché Lapid ora specifichi che “sono state persone laiche a creare Israele”, in realtà la sua religione è il sionismo ultra-nazionalista e lui è solo la faccia leggermente più presentabile di quel giudeo-nazismo che vediamo provenire da Bnei David.

La leader del partito di sinistra [sionista, ndtr.] Meretz Tamar Zandberg:

L’accademia di Eli avrebbe dovuto essere chiusa da tempo e chiunque permetta che lo sciovinismo, l’omofobia e tutte le altre espressioni di odio che provengono da là portino avanti la follia, non si dovrebbe sorprendere delle orribili espressioni che sono uscite oggi di là.”

Zandberg ha detto di aver fatto richiesta al ministero dell’Educazione di smettere di finanziare l’accademia.

Ma la yeshiva e l’accademia di Eli sono ora strettamente legate al governo. È stato il rabbino capo della yeshiva, Eli Sadan, a fare campagna perché Rafi Peretz diventasse capo dell’ “Unione dei partiti di destra”, ora principale candidato per il ministero dell’Educazione. A Peretz è stato permesso di parlare agli studenti prima delle elezioni, anche quando questo è stato impedito a Naftali Bennett (che finora è stato ministro dell’Educazione) e al primo ministro Netanyahu.

In altri termini, esiste un’intera realtà politica che è ancor più radicale sia di Netanyahu che persino di Bennett, che era considerato di estrema destra, uno che davvero parla di potere ebraico, con uno spirito apertamente fascista, letteralmente nazista. E questa ideologia è in procinto di ottenere un posto centrale nel governo israeliano. 

Non un lapsus

Come sottolinea anche il servizio di Canale 13, ciò che abbiamo ascoltato non è un lapsus:

Queste affermazioni sono state ripetute per anni a Bnei David. Non si tratta di un lapsus, ma di un programma politico.”

E Bnei David non è un’isola. Un’altra vicenda di un insegnante genocida delle forze di sicurezza riguarda il rabbino Dov Lior, della colonia di Kiryat Arba [colonia di fondamentalisti nazional religiosi nei pressi di Hebron, ndtr.], che ha promosso il libro Torat Hamelech (‘La Torah del re’) del 2009, che sostiene l’uccisione dei bambini non ebrei poiché “è chiaro che cresceranno per farci del male”. Lior ha insegnato alle forze di polizia in un progetto speciale per reclute religiose denominato “Credenti nella polizia”. Tra l’altro gli autori del libro provengono dalla ‘Od Yosef Chai Yesiva’ nella colonia di Yitzhar, una yeshiva che è stata finanziata dalla fondazione della famiglia di Jared Kushner ( genero e consigliere di Trump, ndtr.] fino al 2011. Interpretazioni dell’Olocausto come punizione divina per i peccatori sono state espresse dall’ex rabbino capo sefardita Ovadia Yosef, che credeva anche che lo scopo dei non ebrei fosse di servire gli ebrei e paragonava i non ebrei agli asini.

È possibile che la summenzionata divulgazione di opinioni sconvolgenti possa provocare un certo temporaneo e circoscritto turbamento, ma questa ideologia è profondamente radicata e oggi è parte integrante di una fondamentale situazione politica israeliana. E’ chiaro che i rabbini considerano questa attenzione come una seccatura da parte di progressisti senza raziocinio, ed è probabile che la considerino al pari di uno sfortunato ‘Azarya’ – il soldato che tre anni fa è stato filmato mentre uccideva a distanza ravvicinata un palestinese immobilizzato e ha dovuto trascorrere alcuni mesi in prigione. Il problema per i sostenitori di Azarya non era l’assassinio, ma il video. E così queste persone potrebbero trovare il modo per uscire da questo disastro mediatico, ma continueranno a credere nella giustezza della supremazia ebraica.

Jonathan Ofir

Musicista israeliano, conduttore e blogger/scrittore che vive in Danimarca

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




La corsa di Israele in Africa: vendere acqua, armi e menzogne

Ramzy Baroud

23 luglio 2019 – Al Jazeera

Israele sta cercando di riscrivere la storia per entrare nei cuori dei cittadini africani, ma non ci riuscirà

Per anni, il Kenya è stato la porta di Israele verso l’Africa. Israele ha usato le forti relazioni politiche, economiche e di sicurezza tra i due Stati per espandere la sua influenza sul continente e mettere altre Nazioni africane contro la Palestina. Malauguratamente la strategia di Israele sembra, almeno in apparenza, avere successo: il sostegno storico e dichiarato dell’Africa alla lotta palestinese sulla scena internazionale sta diminuendo.

Il riavvicinamento del continente a Israele è una sventura, perché, per decenni, l’Africa è stata all’avanguardia nell’opporsi a tutte le ideologie razziste, incluso il sionismo, ideologia alla base della fondazione di Israele sulle rovine della Palestina. Se l’Africa cedesse alle lusinghe e alle pressioni israeliane e accettasse pienamente lo Stato sionista, il popolo palestinese perderebbe un partner prezioso nella lotta per la libertà e i diritti umani.

Ma non tutto è perduto.

Il mese scorso ho visitato Nairobi, capitale del Kenya, per partecipare a incontri con giornalisti, intellettuali, attivisti per i diritti umani e cittadini comuni del Paese, nel tentativo di contrastare parte della propaganda imposta negli ultimi anni dalla macchina israeliana dell’hasbara [propaganda israeliana, ndtr.]. Considerando il successo di Israele nel penetrare i vari strati della società keniota, volevo indagare se fosse ancora in qualche modo possibile una solidarietà.

Alla fine della mia visita sono rimasto piacevolmente sorpreso, poiché ho scoperto che la “storia del successo” di Israele in Kenya e nel resto dell’Africa è superficiale e l’affinità tra Africa e Palestina è troppo profonda perché sia facilmente sradicata da una qualsiasi “campagna d’immagine” da parte di Israele.

La lunga storia della solidarietà africana con la Palestina

Secondo l’analista politico israeliano Pinhas Anbari, la “campagna d’immagine in Africa” di Israele è iniziata dopo che Israele ha fallito nel convincere gli Stati europei a sostenere le sue politiche nei confronti dei palestinesi.

“Quando l’Europa espresse apertamente il suo sostegno alla creazione di uno Stato palestinese”, ha detto Anbara, “Israele ha preso la decisione strategica di rivolgersi all’Africa”.

Ma il sostegno dell’UE a uno Stato palestinese e le critiche occasionali alle colonie ebraiche illegali nei territori occupati non sono state le uniche ragioni alla base della decisione di Israele di concentrarsi sull’Africa.

La maggior parte dei Paesi africani, come la maggior parte dei paesi del sud del mondo, ha votato a lungo a favore delle risoluzioni filo-palestinesi all’Assemblea generale delle Nazioni Unite (UNGA), contribuendo ulteriormente al senso di isolamento di Israele sulla scena internazionale. Di conseguenza, riconquistare l’Africa – “riconquistare” perché l’Africa non è sempre stata ostile a Israele e al sionismo – è diventato un modus operandi delle relazioni internazionali israeliane.

Il Ghana riconobbe ufficialmente Israele nel 1956, otto anni appena dopo la sua nascita, e iniziò una tendenza che continuò tra i Paesi africani negli anni seguenti. All’inizio degli anni ’70, Israele aveva conquistato una posizione forte nel continente. Alla vigilia della guerra arabo-israeliana del 1973, Israele aveva rapporti diplomatici con 33 Paesi africani.

“La guerra di ottobre”, tuttavia, ha cambiato tutto. Allora, i Paesi arabi, sotto la guida egiziana, agivano, in certa misura, con una strategia politica unitaria. E quando i Paesi africani dovettero scegliere tra Israele, un Paese nato da intrighi coloniali occidentali, e gli arabi, che soffrivano per mano del colonialismo occidentale quanto l’Africa, scelsero naturalmente la parte araba. Uno dopo l’altro, i Paesi africani iniziarono a recidere i legami con Israele. Ben presto nessuno Stato africano tranne Malawi, Lesotho e Swaziland intrattenne relazioni diplomatiche ufficiali con Israele.

In seguito, la solidarietà del continente con la Palestina è andata anche oltre. L’Organizzazione dell’Unità Africana – il precursore dell’Unione Africana – nella sua dodicesima sessione ordinaria, tenutasi a Kampala nel 1975, fu il primo organo internazionale a riconoscere su larga scala il razzismo intrinseco nell’ideologia sionista di Israele, adottando la Risoluzione 77 (XII) [di sostegno alla popolazione palestinese e forte condanna di Israele, ndtr]. La stessa risoluzione è citata nella risoluzione UNGA 3379, adottata nel novembre dello stesso anno, che stabiliva che “il sionismo è una forma di razzismo e discriminazione razziale”. La risoluzione 3379 è rimasta in vigore fino a quando non è stata revocata dall’Assemblea nel 1991, dietro una veemente pressione americana.

Purtroppo, la solidarietà dell’Africa con la Palestina ha iniziato a erodersi negli anni ’90. In quegli anni il processo di pace sponsorizzato dagli Stati Uniti ebbe un grosso slancio, dando luogo agli Accordi di Oslo e ad altri accordi che normalizzarono l’occupazione israeliana senza dare ai palestinesi i diritti umani fondamentali. Con molti incontri e strette di mano tra palestinesi e raggianti funzionari israeliani, presentati regolarmente sui media, molte Nazioni africane ebbero l’illusione che una pace duratura fosse finalmente a portata di mano. Alla fine degli anni ’90, Israele aveva riattivato i legami con ben 39 Paesi africani. Mentre i palestinesi perdevano sempre più terra grazie a Oslo, Israele ottenne molti nuovi alleati importanti in Africa e in tutto il mondo.

Eppure per Israele una “lotta per l’Africa” a tutto campo – come alleata politica, partner economico e cliente delle sue tecnologie della “sicurezza” e di armamenti – non si è manifestata apertamente che poco tempo fa.

La lotta di Israele per l’Africa

Il 5 luglio 2016, Benjamin Netanyahu ha dato il via alla corsa di Israele per l’Africa con una storica visita in Kenya, che ha fatto di lui il primo ministro israeliano a visitare l’Africa negli ultimi 50 anni. Dopo aver trascorso un po’ di tempo a Nairobi, dove ha partecipato al Forum economico Israele-Kenya accanto a centinaia di leader israeliani e kenioti, si è trasferito in Uganda, dove ha incontrato i leader di altri Paesi africani tra cui il Sud Sudan, il Ruanda, l’Etiopia e la Tanzania. Nello stesso mese, Israele ha annunciato il ripristino dei rapporti diplomatici tra Israele e Guinea.

La nuova strategia israeliana è iniziata lì. Sono seguite altre visite ad alto livello in Africa e annunci trionfali su nuove joint venture e investimenti economici.

Tuttavia, il primo ministro israeliano ha presto rilevato come gli sforzi diplomatici ed economici per conquistare l’Africa fossero insufficienti. Quindi, si è arreso alla riscrittura della storia per migliorare la posizione di Israele nel continente.

Nel giugno 2017, Netanyahu ha preso parte alla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), che si tiene nella capitale liberiana Monrovia. “Africa e Israele godono di una naturale affinità”, ha affermato Netanyahu nel suo discorso. “Abbiamo, sotto molti aspetti, storie simili. Le vostre Nazioni hanno sofferto duramente sotto il dominio straniero. Avete vissuto guerre e massacri orribili. La nostra storia è molto simile.”

Con queste parole, Netanyahu ha cercato non solo di coprire la brutta faccia del colonialismo sionista e di ingannare gli africani, ma anche di derubare i palestinesi della loro storia.

Nonostante l’evidente falsità delle “storie simili” di Netanyahu, l’offensiva del fascino di Israele in Africa è proseguita di successo in successo. Nel gennaio di quest’anno, ad esempio, il Ciad, nazione a maggioranza musulmana e geograficamente la più importante dell’Africa centrale, ha stabilito legami economici con Israele.

Cercando di affermarsi come partner delle Nazioni africane, Israele ha fornito alcuni aiuti a beneficio degli africani, come la fornitura di tecnologie solari, idriche e agricole alle regioni bisognose. Tuttavia, questi contributi hanno avuto un alto costo.

Quando, ad esempio, nel dicembre 2016, il Senegal ha sottoscritto la risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che condannava la costruzione di insediamenti ebrei illegali nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme est, Netanyahu ha richiamato l’ambasciatore israeliano a Dakar e prontamente cancellato tutti i progetti di irrigazione a goccia del Mashav [l’Agenzia israeliana per lo Sviluppo e la Cooperazione Internazionale, ntr.] – i progetti erano stati precedentemente “ampiamente pubblicizzati come parte importante del contributo di Israele alla ‘lotta contro la povertà in Africa’ “.

Israele non solo si è servito così di progetti come questi per punire le nazioni africane quando queste abbiano mancato di fornire supporto cieco a Israele nei contesti internazionali, ha anche usato le sue nuove relazioni per trasformare l’Africa in un nuovo mercato per la vendita di armi.

Paesi africani come Ciad, Niger, Mali, Nigeria e Camerun, tra gli altri, sono diventati clienti delle tecnologie israeliane di “antiterrorismo”, gli stessi strumenti mortali attivamente utilizzati per reprimere i palestinesi nella loro eterna lotta per la libertà.

E tutto questo mentre Israele continua a promuovere la medesima mentalità razzista e coloniale che ha asservito e soggiogato l’Africa per centinaia di anni. La cosa sembra essere sfuggita ai leader africani che si sono messi in fila per ricevere sussidi e appoggio israeliani nella loro dubbia “guerra al terrorismo”. Inoltre, lo sfacciato razzismo anti-africano che impronta in generale la politica e la società israeliane non sembra avere alcuna conseguenza per il crescente fan-club di Israele in Africa.

Molti governi africani, compresi quelli di Nazioni a maggioranza musulmana, stanno dando a Israele esattamente ciò che vuole: un modo per uscire dal suo isolamento e legittimare l’apartheid.

“Israele si sta facendo strada nel mondo islamico”, ha detto Netanyahu durante la prima visita di un leader israeliano nella capitale del Ciad, Ndjamena, il 20 gennaio 2019. “Stiamo facendo la storia e stiamo trasformando Israele in una potenza globale in crescita”.

I palestinesi e gli arabi, naturalmente, hanno una parte di colpa in tutto ciò, per aver abbandonato i loro alleati africani nell’ inseguimento insensato, dopo le promesse di Stati Uniti e Occidente, di una pace che non si è mai realizzata. La politica araba è enormemente cambiata dalla metà degli anni ’70. Non solo i Paesi arabi non parlano più con una sola voce e, quindi, non hanno una strategia unificata per quanto riguarda l’Africa o il resto del mondo, ma alcuni governi arabi stanno attivamente tramando con Tel Aviv e Washington contro i palestinesi. La conferenza economica del Bahrain, che si è tenuta a Manama dal 25 al 26 giugno, è stata l’ultimo di questi eventi.

La stessa leadership palestinese ha allontanato la propria attenzione politica dal sud del mondo, soprattutto dopo la firma degli Accordi di Oslo. Per decenni, l’Africa ha avuto poca importanza nei calcoli angusti e auto-referenziali dell’Autorità Nazionale Palestinese. Per l’ANP, solo Washington, Londra, Madrid, Oslo e Parigi avevano un’importanza strategica – un errore politico deplorevole sotto tutti gli aspetti. Questo errore storico deve essere corretto prima che la storia del successo di Israele escluda i palestinesi da qualsiasi influenza in Africa e nel resto del sud del mondo.

Eppure, nonostante i molti successi nell’attirare governi africani nella propria rete di alleati, Israele non è riuscito a entrare nei cuori degli africani, che ancora vedono la lotta palestinese per la giustizia e la libertà come un’estensione della propria lotta per la democrazia, l’uguaglianza e i diritti umani.

È vero, Israele ha ottenuto il sostegno di parte della classe dirigente in Africa, ma non è riuscito a conquistare il popolo africano, che rimane dalla parte dei palestinesi. Durante la mia visita di 10 giorni nel loro Paese, i kenioti di ogni estrazione sociale mi hanno dimostrato il loro sostegno alla Palestina nel modo più confortante, autentico e naturale. 

A Nairobi, studenti, accademici e attivisti per i diritti umani si rapportano al popolo palestinese non come osservatori esterni simpatizzanti della loro lotta, ma come partner in una battaglia collettiva per giustizia, libertà e diritti. La sanguinosa lotta del Kenya contro il colonialismo britannico, la sua orgogliosa guerra di liberazione e i molti sacrifici per ottenere la libertà sono un’immagine quasi speculare dell’attuale lotta palestinese contro un altro nemico coloniale e razzista.

La Palestina sarà sempre vicina al cuore di tutti gli africani a causa della dolorosa e orgogliosa storia di colonialismo e resistenza che condividiamo. Con questa considerazione, i palestinesi dovrebbero rendersi conto del fatto che Israele sta attivamente cercando di riscrivere la loro storia e privarli della solidarietà di popoli che forse comprendono la loro situazione meglio di chiunque altro.

Sarebbe un’ingiustizia morale alla quale non dovrebbe essere permesso di avere la meglio. 

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Ramzy Baroud è editorialista noto a livello internazionale, consulente per i media e scrittore.

(traduz. di Luciana Galliano)